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Tutti lavoriamo per procurarci il riposo: è quindi la pigrizia che ci rende laboriosi.
(J. J. Rousseau, Saggio sull’origine delle lingue)

L'attività è il vero godimento della vita
(Schlegel, Lezioni drammatiche)

Esiste nella lingua greca, di solito così ricca e precisa, il caso curioso di uno stesso vocabolo che sta sia per “pigro” che per “agile e veloce”. Ciò può apparire, a prima vista, semanticamente contraddittorio (ossia un "ignavo efficiente"). Il termine è ajrgov" (argòs).
Chi non ricorda Argo, l’insonne e instancabile pastore dai cento occhi, vinto da Ermes, o anche Argo, il cane di Ulisse, che Omero chiama “il veloce” per antonomasia? Non per niente il capoluogo dell’Argolide era detta “la città bianco-lucente”, a riprendere il primo dei significati  del termine, quello che richiama la luce che in sè racchiude
gli attributi specifici dell’argòs: la rapidità, la velocità, la lucentezza e la nitidezza. Più tardi, la lingua greca si trovò ad adottare lo stesso termine per dire cose diametralmente opposte, ossia la pigrizia, l’infingardaggine, l’ozio, l’inerzia. Il ricavo etimologico di quest’altro “argòs” è evidente: esso deriva da ajergov" (a - ergòs) dove l’alfa privativo rovescia e rende negative tutte le proprietà del lavoro (l'ergòn), da cui l’ozio, l’inoperosità, l’inerzia che sono i frutti della pigrizia.
Messa così, la cosa sembra un incidente di percorso in cui è incappata la lingua greca, ma le cose si complicano allorché in Omero si trova il termine “argòs” per descrivere un animale “grasso e ben pasciuto” che pascola “pigramente”. A ben vedere, comunque, solo un animale grasso e ben pasciuto si può permettere di oziare; diversamente, se fosse macilento e affamato, gli toccherebbe darsi da fare (e, mancandogli il vigore, forse non ci riuscirebbe neppure) per trovare il cibo, e possibilmente in abbondanza. Un enorme dispendio energetico, insomma, per divenire così pinguemente robusto da permettersi un indolente riposo.
Ma c’è di più. Platone, nelle Leggi, usa il termine “argòs” nel significato di “immune da fatica” o “esentato dall’onere del lavoro”, cosa che alla fine coincide con l’essere liberi da un grave travaglio da "schiavi", ossia essere “uomini”. Eschilo arriva ad usare la parola nel significato di “riluttante” o “restio”, il che non è sinonimo di passiva pigrizia, bensì di attiva resistenza a fare cose inutili, noiose o troppo dispendiose quando fossero commisurate al risultato.
In effetti questo tipo di pigrizia è una delle migliori e più sicure manifestazioni dell’intelligenza.
Ma il “jucundum nihil agere” (il dolce far niente) di Plinio il Giovane, che Virgilio ammette essere un dono divino, è temperato dalla richiesta dei filosofi di coniugare l’ozio con le lettere, unica condizione per cui “l’insopportabile fatica di non far niente” diviene la condizione fondamentale per l’esercizio delle superiori facoltà della mente.
E’ qui che l’inerzia si nobilita, l’inattività acquisisce un senso profondo, l’inoperosità fa da sfondo alla più alta delle opere, quelle del pensiero e della ragione. Tutto ciò richiede sia soddisfatta una sola condizione: che la Ragione resti costantemente in attività, non come il mitico Argo che tiene sempre aperti i suoi cento occhi per scrutare ciò che sta fuori (l'esteriorità), ma per indagare costantemente ciò che sta dentro (l'interiorità).
Ma, già fin dai primi tempi della filosofia greca, qualcuno a cui era stato chiesto di giocare il ruolo dell’insonne scrutatore degli enigmi della conoscenza, s’era evidentemente stancato e, ormai vinto da un sonno insopportabile, aveva trovato una buona ragione per abbandonare il posto di vedetta. C’è chi dice che costui fosse un megarico o forse un sofista, chi addirittura lo individuò in Protagora, lo “spacciaimposture”, i cui libri vennero messi al rogo.
Sia come sia, costui si diede da fare per procurarsi finalmente il riposo e ragionò così: “ ... non è possibile per l’uomo ricercare né ciò che sa né ciò che non sa; infatti, non potrebbe cercare ciò che sa, perché lo sa già, e intorno a ciò non occorre ricercare, né intorno a ciò che non sa, perché in tal caso non sa cosa ricercare” (Platone, Menone, 80, e).
In effetti, questo padre della Ragion Pigra non lasciò mai scritto nulla su tale argomento, ma evidentemente la cosa era passata di bocca in bocca, fino a finire in quella di Socrate, che se ne impadronisce per farne il “prologo” alla sua teoria della metempsicosi e del conoscere come ricordare: “... l’anima dell’uomo è immortale e quando termina la vita terrena, il che si chiama anche morire, rinasce e non perisce mai ... e poiché l’anima è immortale ed è più volte rinata, e poiché ha veduto tutte le cose, e quelle di questo mondo e quelle dell’Ade, non v’è nulla che non abbia imparato; sicché non è cosa sorprendente che essa sia capace di ricordarsi intorno alla virtù e alle altre cose che già in precedenza sapeva” (Platone, Menone, 81 d).
A questo punto il gioco è fatto, “il ricercare e l’apprendere sono in generale un ricordare”; basta non scoraggiarsi e, prima o poi, meglio se con l’aiuto di un valido maestro che faccia da ostetrico, i ricordi riemergeranno e vedranno la luce.
Qualcuno potrebbe, malignamente, dire che si tratta di un “argòs logos” portato alle estreme conseguenze: se ti trovi a dover vivere, a morire e continuamente a rinascere, questo ti assicura un continuo aumento della tua conoscenza.
L’improvvido Protagora, “l’attaccabrighe, maestro del disputare”, s’era evidentemente dato troppo da fare e, non contento di aver trovato un valido argomento per riposarsi delle fatica del filosofare, l’aveva applicato a un tema da sempre scottante: la divinità. Di lui dice Timone Filasio nel secondo libro dei Silli: “ ... in cenere vollero ridurre i suoi scritti perché scrisse di non sapere, di non poter comprendere gli dèi, chi sono, come e quali sono, attenendosi a un imparziale giudizio”.
Qui, purtroppo, Protagora ci abbandona. Si potrebbe dire che sarebbe bastato ricordarsi che gli dèi già li avevi incontrati in una tua vita precedente e, proprio se si fosse voluto strafare, descriverne le fattezze e i caratteri.
E Socrate, che pur sosteneva la teoria del “conoscere come ricordare”, si trovò a essere condannato come empio, corruttore dei giovani, negatore degli dèi. E sì che Protagora non affermava che gli dèi non ci sono, ma solo il fatto di non poterne dire nulla! E’ forse per questo che non fu messo a morte! (i maligni dicono che si fosse salvato con la fuga).
Forse la morte serviva a Socrate per andare a imparare ancora qualcosa d’altro, mentre Protagora, angustiato dalla brevità della vita umana altro non seppe fare che dare il seguente sconsiderato consiglio, riportato da Epicuro: “Bisogna incominciare a studiare da giovani”. Per poi, divenuto anziano, esser mandato in esilio.
Alcuni uomini dei nostri tempi hanno capito che, su questo punto, Protagora aveva torto e, di conseguenza, non cessano di sostenere di essere i detentori di una sapienza iniziatica, i proprietari di una conoscenza che non si può acquisire in altro modo che attraverso una serie interminabile di rinascite, i titolari di una saggezza che non tutti possono avere, essendo questa un dono divino.
Costoro non hanno studiato da giovani, nè tantomeno cominceranno a farlo ora che hanno raggiunto una certa età, né mettono in essere alcun esercizio di conoscenza in quanto la loro scienza non ne ha bisogno. La loro arte maieutica consiste nel far riemergere i ricordi di innumerevoli vite trascorse, dove ognuno di loro fu il Faraone e non il suo schiavo, l’Imperatore e non il suo stalliere, il Filosofo e non un cuoco senza lettere, l’Artista e non un semplice falegname ... tanto che viene da chiedersi dove è finita tutta quella bassa plebe che tarda tanto a reincarnarsi.
Ma d’altra parte i “reincarnati”, in questo gioco “distensivo”, avranno pur diritto di scegliere, visto che più di quel tanto male non possono fare. Basta lasciarli fra loro a raccontarsi le “fabulose historie” di quando erano la Regina di Saba, Nefertiti, Cleopatra ... o Salomone, Akenaton, Giulio Cesare ... ; analoghe alle storie del Bar Sport (di donne, di alpini, di caccia e pesca ...), dove ognuno lascia il racconto agli altri, per poi averlo al proprio turno, e ognuno crede all’altro per essere a sua volta creduto.
Ma, pericoloso e letale, è l’iperattivo Argo, l’insonne e instancabile pastore dai cento occhi, che non ozia, ma sta in guardia, è solerte, alacre, zelante, esattamente come il cane di Ulisse che aspetta il suo padrone da anni, perchè lui, da solo, non saprebbe cosa fare. E’ un botolo ringhioso abituato ad abbaiare a quelli che il suo signore reputa "nemici", anche perchè le uniche idee che ha, sono quelle del suo proprietario. E’ dinamico, efficiente, operoso - che poi son tutte "qualità" che deve avere il sottoposto, il dipendente, il suddito, ma non il capo, che deve saper solo comandare ed esigere la più ferma obbedienza. Questo, come la Duchessa e la Regina, in Alice nel paese delle meraviglie, utilizza una sola frase:"Fategli mozzare la testa", e tutti gli altri a lisciare e blandire il dirigente, egemone e autoritario, per fare in modo di non farsi decapitare. Ma come al solito il re è nudo e nessuno se ne accorge.
Proprio Lewis Carrol, mette in scena una splendida parodia dell’iperattivismo. L’inutile e folle cerimonia del “tè del Cappellaio matto” si sintetizza nella esilarante ammissione, fatta per giustificare l’interminabile corsa circolare intorno al tavolo: “- Qui da noi è sempre l’ora del té, e durante gli intervalli non abbiamo il tempo di lavare le tazze. - E allora continuate a cambiare di posto intorno al tavolo - disse Alice. - Esattamente - confermò il Cappellaio - via via che le tazze si sporcano. - Ma che cosa succede quando siete alla fine del giro - azzardò a chiedere Alice. - Perchè non cambiamo argomento - interloquì il Leprotto”. Quando nella discussione si rischia di perdere, allora si cambia argomento.
L' iperattivismo, o meglio il principio della Ragion Efficiente, viene ripreso poco dopo: "Mi vuoi dire, per favore, quale strada devo prendere per uscire di qui? - Dipende in gran parte da dove vuoi andare - rispose il Gatto. - Non mi importa dove - disse Alice. - Allora non importa nemmeno quale strada prendi - replicò il Gatto. - Purché io arrivi da qualche parte - aggiunse Alice come spiegazione. - Ma da qualche parte ci arrivi di sicuro - disse il Gatto, - se vai sempre avanti senza fermarti."
"Gli uomini - dice , infatti, Schopenhauer - hanno bisogno di una qualche attività esterna, perchè sono inattivi dentro.
Ma anche la Ragion Pigra può tranquillamente continuare a sopravvivere. W. H. Thacheray, in Le memorie di Barry Lyndon scrive: “Il pigro senza ambizione si esenta interamente dall’operare e decreta a se stesso il nome di Filosofo”. Ma siccome tale qualifica è oggi tanto inflazionata da essere usata anche per indicare degli inutili leaders di minuscole formazioni politiche, allenatori di calcio, artisti e cantautori ... li chiameremo semplicemente "guide spirituali".

Nel numero di marzo di Le Scienze, il Direttore si lamenta del fatto che 90.000 giovani studenti italiani, che hanno visitato il Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, per una buona maggioranza, alla domanda "Chi è il più importante scienziato del nostro secolo?" abbiano risposto "Il professor Di Bella".
In primo luogo, crediamo che questa notizia sia stata presa male dallo stesso Di Bella, perchè egli sa che come medico egli non è il più (o il meno) importante scienziato del nostro secolo, per il semplice fatto di non essere uno scienziato.
A differenza delle diverse “scienze”, il cui fine è istituzionalmente noetico (la conoscenza di ...), la medicina sembra avere finalità eminentemente pratiche (la cura della salute e della malattia); generalmente, essa viene considerata un'arte fortemente connotata dalla perizia dell'artista (il medico), il quale attinge nozioni dall'emporio del sapere scientifico e abilità pragmatiche dal bagaglio delle tecnologie, raggiungendo i propri obiettivi con una corretta applicazione della scienza. Si è sempre detto che la medicina è l’unica professione che lotta incessantamente per distruggere la  ragione della propria esistenza. Ortega y Gasset afferma che: “... La medicina non è una scienza, ma una professione, è un fatto pratico [...] che alla scienza si rivolge per sfruttare tutti quei risultati che le sembrano utili, ma che lascia cadere tutto il resto. E lascia cadere, in particolare, ciò che è più caratteristico della scienza, l’esercizio del dubbio e l’approccio problematico”. P. Skrabanek e J. Mac Cormick ribadiscono, in modo ancor più radicale, che: “ In certo qual senso scienza e medicina sono agli antipodi, la scienza cerca una risposta sperimentale a quesiti generali, la medicina cerca una risposta specifica al problema specifico del paziente ... Lo scienziato amplia le basi delle conoscenze comuni, il medico accumula esperienza personale. Mentre lo scienziato non fa che cercare problemi nuovi e smette di interessarsene quando sono stati risolti, il medico che ha trovato una soluzione è ben contento di specializzarsi proprio nella applicazione di quella soluzione”.
So che il Direttore de Le Scienze (Enrico Bellone), essendo un fisico e un grande storico della scienza, capisce il mio discorso epistemologico riguardo alla medicina. Se non altro perchè dire che un medico non è uno scienziato, non significa dire che se uno non è un fisico, un biologo, un geologo ... allora è un perfetto cretino, solo che la medicina è una professione unica, straordinaria, esclusiva.
La rozzezza culturale non è solo dei politici di destra e sinistra, ma anche dei “cani da guardia” della scienza che, a furia di abbaiare dai loro programmi televisivi, sono riusciti a far sorgere una grande zona di “antiscienza” che non avrebbe mai potuto esistere senza di loro.
Emanuele Severino, come è noto, afferma che l’andare oltre, l’inoltrarsi nella regione del disordine, nel divenire, rappresenta il  tentativo di sopraffazione della morte nei confronti della vita, ma questo è un discorso filosofico; quando si passa alla via della doxa allora si è nel campo della scienza. Anche perchè in un caso si adotta il metodo della Sinngebung (il conferimento di senso) e nell’altro quello della spiegazione.
L’ideale crociano di un pensiero laico che non accetta alcun limite che sia posto fuori di sé, è smantellato proprio da questi “sedicenti” scienziati. Il farmacologo che passa il suo tempo alla televisione a parlare della “vera medicina”, il deputato (già medico) che si presenta come un “noto oncologo”, come se le due professioni (deputato-medico) potessero convivere, i cortei di “scienziati dibelliani” dove chi grida più forte ha ragione, gli oncologi nominati “tutori” di ragazzi ammalati di tumore al posto del padre e della madre, l’embriologia e la genetica trattate come un qualcosa che è buona solo se le persone di cui ci si occupa sono sposate, i difensori estremi della statistica come metodo di spiegazione, come se il ricavo di un dato (il tot % di ) non esigesse di essere, lui pure, spiegato ...
Non sono i cultori della New Age a inficiare e a demolire la scienza (anche perchè non può essere messa fuori uso da uno strumento che non c’è), ma invece è screditata e sciupata da individui che la invocano ogni momento come se fosse “un dio pantocratore” che sta al di sopra di tutto. In questo senso ha ragione Guido Ceronetti che questa scienza “non pensa, ma asservisce il pensiero”. E allora, mi spiace dirlo (perchè potrei essere non capito) preferisco la New Age, almeno non è così tragica, drammatica e penosa come l’ingegnere Roberto Vacca che, durante una trasmissione sportiva, se l’è presa con gli oroscopi di Van Wood (chitarrista olandese), quando erano fatti solo come presa in giro di una squadra e per divertire la gente.


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"La scienza è spesso accusata di aver addensato sull’uomo pericoli terribili, fornendogli un potere eccessivo sulla natura" (K. Lorenz).

Quella riportata in esergo è una questione che va avanti dai primordi della civiltà. Sfortunatamente gli uomini non si sono mai messi d’accordo su quell’impegnativo termine "potere eccessivo", che è l’autentica chiave di volta per essere autorizzati, avendo istituito un minimo di accordo sul logo semantico (il significato delle parole che si usano), a disquisire sul logo apofantico (la verità o falsità di quel che si dice). A sentire gli opposti contendenti (val la pena ripeterlo: si tratta di una contesa che si perde nella notte dei tempi) ci troviamo di fronte a due posizioni assolutamente inconciliabili: per gli uni, ogni stadio del "progresso scientifico e tecnologico" ha rappresentato il momento di massimo pericolo dato l’eccessivo potere acquisito dall’uomo nei confronti della natura; gli altri, che pur molto apprezzano qualsivoglia incremento di potere dell’uomo sulla natura, continuano a lamentare l’esiguità di tale incremento e, anzi, insistono a rammaricarsi del fatto che siamo ben lontani dall’esercizio di un apprezzabile controllo del mondo naturale.

In sostanza si discute da sempre su un aggettivo relativo (eccessivo) il quale, appunto per questa sua specifica qualità grammaticale, ha bisogno di svolgere il proprio onesto lavoro fra termini messi a confronto e magari rigorosamente definiti in termini metrici. Per meglio dire, la prima questione da mettere in chiaro dovrebbe essere la seguente: quando una certa quantità (il livello dei mezzi tecnici effettivamente utilizzati per intervenire sul mondo naturale) supera (eccede da) una certa soglia? (il momento critico per cui un feed-back impazzisce e da negativo si trasforma in positivo distruggendo il sistema che dovrebbe controllare).
Già tentare di specificare un compito di questo genere è impresa titanica; voler poi prendere alla lettera la richiesta di discutere, nell’arco di qualche pagina, quattro millenni di storia intellettuale nel corso dei quali gli uomini hanno messo in discussione i pericoli insiti nel progresso delle scienze e delle tecniche, è un invito ad eludere il problema o a tentare l’impossibile. Potrebbe, allora, valere la pena di tracciare un itinerario dal quale il luogo comune ("la morale sprovvista di favola") della pericolosità dell’eccessivo sapere ritorni ad essere una problematica meritevole di essere discussa.
Si tratta (e non è cosa da poco) di "passare dal dominio dei luoghi comuni alla regione delle idee". Per far questo è necessario ri-trasformare l’intera questione da asserto ideologico in problema scientifico. Ovviamente, questo non è il punto di partenza, ma quello di arrivo. "Credere al progresso - avvertiva Kafka  nei Diari - non significa credere che un progresso vi sia già stato". Il punto di partenza più ragionevole potrebbe essere individuato alle origini stesse della storia della civilizzazione dell’Occidente: la scienza (la conoscenza in grado di garantire la validità o l’efficacia dei propri procedimenti) promette la verità, mentre l’uomo s’attende la felicità, tutto sta vedere se verità e felicità coincidono.
Nel corso del I millennio a. C., dal Dialogo del pessimismo fino all’Ecclesiaste, ci si sente ripetere:" ... quanto più cresce la scienza, tanto più crescono gli affanni e colui che aumenta la conoscenza non fa altro che aumentare il dolore" (Eccl. 1 - 18). Ancor prima, intorno alla metà del II Millennio, nel mondo minoico-miceneo compare il Labirinto, opera tecnica di Dedalo, l’uomo di scienza in grado di trasformare il suo sapere in prodotto dell’arte; perverso e bizzarro costrutto dell’intelletto, il Labirinto è simbolo di perdizione, prefigurazione del logos e, di conseguenza, strumento della rovina.  Anche gli antichi "racconti della caduta" sono al riguardo chiarissimi: il male incomincia a percorrere la terra dopo che gli uomini, abbandonata la strada della "sapienza", hanno incominciato a percorrere i sentieri della scienza. Illuminanti sono le prime pagine del Genesi: "Allora il serpente disse alla donna: 'No, voi non morrete, anzi Dio sa che il giorno in cui ne mangerete vi si apriranno gli occhi e sarete come Dio: conoscitori del bene e del male' [Gen. 3, 1-6] ... Poi il Signore Iddio disse: 'Ecco, ora l’uomo è diventato come uno di noi nella conoscenza del bene e del male. Ora dunque, non stenda la mano e non colga anche l’albero della vita e ne mangi e viva in eterno [Gen., 3, 22]".  Inequivocabile il mito greco delle origini e della caduta dell’uomo; la tragica vicenda inizia dal dono prometeico del fuoco e delle arti di Efesto e di Pallade (tevcnh e lovgo" sono la prima scaturigine dell’ Ubriß) e termina con la punizione divina: l’invio di Pandora (" ... essi riceveranno in cambio del fuoco un male di cui gioiranno") la quale apre il vaso di Zeus introducendo il male nel mondo ("...sparse i mali, versando sugli uomini pianti e dolori" [Esiodo, Op. 53, sgg.]). La letteratura religiosa (sia in ambito greco che nel mondo ebraico e semita) ripete costantemente che la scienza e la tecnica generano dolore e sono scaturigine dei mali. Dal vigoroso incedere del dialogo fra Dio e Giobbe (che ha inizio con l’ironica richiesta di Yhavè: "T’interrogherò e tu ammaestrami!" e termina con la ritrattazione di Giobbe del proprio tracotante sapere) fino all’apocrifo di Enoc (in cui è detto chiaramente che la discesa degli angeli ribelli portò agli uomini la conoscenza delle arti e delle tecniche e, di conseguenza, la rovina del genere umano: "E per la perdita dell’umanità, la loro voce si alzò fino al cielo e li accusò" [Enoc. VII]), la linea di pensiero veterotestamentaria sfocia nell’inno paolino alla carità: "Quand’anche io avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza ... se non ho la carità (agapev) io non sono niente" [Cor. 13] e prosegue, per tutta l’età della Santa Romana Repubblica, come contrapposizione fra la sapienza del cuore e la conoscenza dell’intelletto: questa genera affanni e dolori, quella li lenisce e introduce alla "perfetta letizia". Di analogo segno (pur nella diversità della cifra semantica) il discorso "sapienziale" greco: dopo le devastanti introduzioni prometeiche delle tecniche e delle arti, l’umanità ritrova la salvezza nei doni di Dioniso e Demetra ("... beato colui che ha un buon demone e conoscendo l’iniziazione degli dei vive santamente e introduce la sua anima nella schiera dionisiaca" [Eur. Bacc. 72]; " ... e Demetra mostrò a tutti i riti misterici e i riti santi che non si possono trasgredire né apprendere né proferire ... Felice colui tra gli uomini viventi sulla terra che ha visto queste cose" [Pindaro, Inno a Demetra]. Sapiente, nel mondo greco arcaico, non è colui che sa attuare ed utilizzare le tecniche, che eccelle in destrezza ed è capace di inventare i più diversi espedienti. Odisseo non è sapiente, perchè sapienza significa gettare luce nell’oscurità da parte di chi si è concesso all’illuminazione. La scienza e le tecniche non sono le strade che possono portare l’uomo alla realizzazione dei suoi più profondi bisogni spirituali, ma al contrario lo distolgono dal cammino della sapienza e lo portano su quello della stoltezza. I beni materiali promessi dalle tecniche sono vacui: "Quando riflettei su tutte le operazioni che avevano eseguito le mie mani e sulla fatica che avevo durato per compierle, ecco che tutto era vanità e pascersi di vento" (Ecclesiaste, 2, 10), e i frutti dell’umano conoscere son poca cosa di fronte alla vera Sapienza: "Per chi teme il Signore tutto andrà a buon fine e nel giorno della fine sarà benedetto. Principio di sapienza è temere il Signore ..." (Ecclesiastico, I, 43-44). In una prospettiva di questo genere, il potere che scienza e tecnica forniscono all’uomo è comunque sempre eccessivo se esse non portano a Dio o, addirittura, lo allontanano da Lui [" ... dato che ebbero tanta scienza da poter esplorare l’universo, come mai non trovarono Colui che ne è il Signore. Infelici! In cose morte essi ripongono le loro speranze" (Sapienza, 13, 9-10)].  In altre parole, se il potere e la conoscenza che gli uomini hanno sopra la natura non sono intenzionati alla sfera spirituale, allora questo potere è eccessivo rispetto all’autentico scopo dell’uomo dato che lo portano fuori strada, ossia a perdersi. Ma vi è un ulteriore significato dell’eccesso di potere: la prepotenza dell’uomo che giunge fino al punto di credere gli sia possibile opporsi alla divinità, ossia la Ubriß, l’insolente orgoglio, che è l’esatto contrario del biblico "temere il Signore", sinonimo di sapienza. In una delle più basilari articolazioni del pensiero religioso greco tutto questo è inequivocabilmente chiarito: quando l’uomo diventa superbo e si ingelosisce degli dei, quando l’ybris lo avvolge, allora per invidia del loro potere concepisce l’insolente intenzione di andare oltre, di rompere l’ordine fissato.  E’ in quel momento che scatta la fthonos, ossia la legge del contrappasso, l’ineluttabile punizione che non può mai trasformarsi in perdono perché il suo scopo è quello di ricomporre l’ordine che l’intenzione (non l’azione) dell’uomo aveva provato ad infrangere. L’andare oltre, l’inoltrarsi nella regione del disordine, rappresenta per il mondo greco l’autentico tentativo di sopraffazione del chaos nei confronti del cosmo; significa l’aver sconfinato nelle terre dove non v’è la presenza del dio e, di conseguenza, dove non può esservi la sua immagine: l’uomo.  Sotto questa luce (e nei due sensi appena delineati) la derivazione del pericolo dal livello del potere sulla natura è motivata sia dall’aver chiarito, nel primo caso, che lo scopo precipuo dell’uomo è radicalmente diverso dal dominio sul mondo naturale (il sapere non intenzionato alla sfera spirituale è vano e dannoso) che dall’aver fissato, nel secondo caso, i limiti oltre i quali l’umano agire travalica le proprie possibilità (dove l’andare oltre significa autodistruzione). Ovviamente, non metterebbe neppur conto di dirlo, non è qui posta in discussione la legittimità dell’attività noetica e pratica dell’uomo essenziali per il raggiungimento e il mantenimento di un livello di vita adeguato, ma il fatto che questo sia il suo fine unico e ultimo e che tale attività pretenda di imporre le leggi dell’utilità (per l’uomo) in contrapposizione e a scapito dell’ordine naturale. Nate agli albori della storia, queste due posizioni avrebbero potuto fornire ottime armi all’accusa contro gli eccessi della scienza e delle tecniche. Sfortunatamente sono state sottoposte a tali e tante volgarizzazioni e son finite nelle mani di tali e tanti ideologi da risultare ormai prive della loro forza originaria.
Tale forza potrebbe essere sintetizzata in due punti:
a) il destino dell’uomo presenta un incontestabile valore di trascendenza rispetto al mondo fisico e, quindi, tradire tale destino significa tradire l’uomo;
b) l’universo è retto da un ordine necessario che è condizione della propria sopravvivenza, ogni infrazione di tale armonia (sia pur finalizzata al benessere dell’umanità) introduce il disordine nell’intero sistema, compresi i suoi sottoinsiemi che sono i sistemi sociali.
La critica più assidua cui, in prima istanza, sono state sottoposte queste posizioni è sintetizzabile nel fatto che esse impedirebbero il progresso e, in cambio, non sarebbero in grado di mantenere le loro specifiche promesse: l’ordine fisico e l’armonia etica. In secondo luogo, all’accusa che il livello dei mezzi tecnico-scientifici effettivamente utilizzati per intervenire sul mondo naturale può superare la soglia del pericolo, si risponde affermando che tale argomento non ha ragione di essere in quanto gli eventi della storia avvengono nel senso più desiderabile realizzando una crescente perfezione, ossia il progresso della scienza e della tecnica corre di pari passo al progresso dell’umanità. Tutto sta, ancora una volta, a mettersi d’accordo sul significato dei termini usati; in questo caso il termine incriminato è quello di progresso.
Il concetto di progresso è una delle nozioni più dense di significato, di implicazioni profonde e di suggestioni che l’uomo abbia coniato. Esso comporta una precisa concezione della storia o meglio una chiara definizione del posto che l’uomo ha nel processo del divenire del mondo. Tale concezione deve essere sia descrittiva che normativa, comporta tanto una teorizzazione storica che filosofica. Essa implica che siano elaborate precise nozioni circa il progresso della conoscenza, i suoi usi, le sue possibilità, il suo valore e le sue fonti. Ma dato che la conoscenza, pur presentandosi con un incontestabile valore noetico, può avere esiti pratici (le tecniche), è automatico porsi le stesse domande anche per le tecniche, aggiungendo tutta una serie di problematiche conseguenti di genere etico e sociale che possono portare a questioni circa il progresso o il regresso della felicità, del benessere sociale, del potere politico e della virtù. Non va dimenticato che tale concetto implica che sia messo in chiaro qual’è la direzione desiderabile per poter parlare di progresso e non di regresso, di stasi o di deviazioni. Sono, inoltre, richiesti giudizi di valore d’ordine deontologico e etico su ciò che dovrebbe essere e su ciò che si deve fare in rapporto a se stessi, ai propri simili, alla natura e a Dio. "In altri termini, - scrive Alistair Crombie - il concetto di progresso è a un tempo profano e sacro, a un tempo epistemologico, cosmologico e religioso, in quanto implica convinzioni circa la conoscenza, circa ciò che esiste, e inoltre circa le origini, le attese e le responsabilità dell’uomo all’interno di quello che è accettato come lo schema della conoscenza e dell’esistenza". Sotto questa luce l’accusa di impedire il progresso avrebbe poco senso se non venisse detto di quale progresso si tratta.
Lo riprenderemo nel prossimo numero.

Per ora dichiariamo che cosa la maggior parte degli uomini d'oggi crede che sia il progesso, facendone un esempio vivente: Bill, l'uomo divenuto grazie all'informatica, il più ricco del mondo. Il suo modello è Leonardo, un"omo sanza lettere" capace, però, di comprendere la buona letteratura e irridere a quelle dei "trombetti", un artigiano in grado di rappresentare con la sua testimonianza di vita il miraculum magnum della natura, ossia di ripeterne i miracoli, uno"scienziato" capace di unire la mano all'intelletto.Vissuto mezzo millenio fà, esattamente fra i due secoli, la sua lettera di presentazione a Lodovico Sforza, un vero e proprio curriculum, è estremamente indicativa non solo della vastità dei suoi interessi e delle competenze che vantava di avere (e non aveva!), ma principalmente del fatto che la sua scelta professionale puntava decisamente in quell'ambito di conoscenza, controllo e intervento sulla natura portato in ambito tecnologico. Le "macchine di Leonardo", che hanno stupito generazioni e generazioni di uomini, sono copiate da Keyser, da  Guido da Vigevano, dall'Anonimo della guerra hussita, dal Taccola, da Valturio, da Francesco di Giorgio Martini... (per quelle che funzionano, ossia gli orologi, i mulini, le pompe, le macchine utensili ...), mentre le altre (ugualmente copiate: la macchina per volare o per andare sottacqua, il carroarmato ...) sono giocattoli su cui si sono divertiti dall'antichità in poi tutti i tecnici. Eppure per la gran parte degli uomini il progresso ha luogo da queste macchine e non dal metodo scientifico di Galileo. Lo stesso è per Bill a cui il grande pubblico riconosce di essere un genio dei computers, un benefattore dell'umanità e l'autentico portavoce del progresso del XXI secolo, e questo nonostante non abbia finito l'Università (in America!), nonostante sia così poco ferrato in informatica che uno studente (incauto!) non farebbe fatica a coglierlo in errore, nonostante sia convinto (pro-trust e antidemocraticamente!) che il mondo abbia bisogno di livellarsi e comprimersi in unico sistema operativo e sui prodotti di una singola azienda (la sua!). Cioè, uno che potrebbe dire di se stesso di imparare dai propri errori, ma di non farne mai. Luca Accomazzi, uno dei nostri migliori informatici, alla domanda: "Ma Bill li usa i suoi prodotti?" risponde: "No, ma non è questo il punto". L'industriale non mangia i formaggi, i wurstel, gli hamburger ... e non beve il vino o le bibite che lui stesso produce (ci mancherebbe altro! ci tiene alla sua salute), ma a differenza di Bill (e di quello che credono i suoi fans) non si ritiene un benefattore del mondo e la causa del suo rinnovamento, sviluppo e progresso; un nuovo Leonardo insomma. Ma con due piccolissime differenze: dal 1452 al 1519 (l'arco della vita del grande vinciano) vivrà sempre povero e alla ricerca di un lavoro, e, sopratutto, sarà uno dei più grandi artisti dell'intera umanità e proprio per questo contribuì al suo progresso.


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Gli uomini prima sentono il necessario, di poi badano all'utile, appresso avvertiscono il comodo, piú innanzi si dilettano del piacere, quindi si dissolvono nel lusso, e finalmente impazzano in istrapazzar le sostanze.
(Vico, La scienza nuova)

a nozione di progresso comunica e partecipa un interesse, un significato ed un valore, sia descrittivo che normativo, della persona nel tempo e nella storia, del rapporto tra il suo passato con il suo futuro, del cammino della conoscenza, dei suoi usi, delle sue condizioni e presupposti, delle sue cause o motivi, le quali concernono inoltre i principi e l'evoluzione (o l'involuzione) della felicità, del potere e della morale. Questa idea sottintende l'esistenza di una direttrice auspicabile e sperabile, ma anche la probabilità di cambiamenti di direzione e digressioni dal desiderabile; e, ancora, i criteri di valore su ciò che avrebbe dovuto essere e su ciò che non avrebbe dovuto essere, su ciò che si opera nei rapporti fra l'uomo e la natura, con se stessi, con i propri simili o con Dio.

Il concetto di progresso è epistemologico, gnoseologico, ontologico, cosmologico, naturalistico, laico e religioso, profano e sacro, terreno e soprannaturale poichè coinvolge opinioni intorno alla conoscenza, circa ciò che esiste, e inoltre riguardo alle origini, alle aspettative e alle responsabilità dell'uomo all'interno di ciò che è la propria visione del mondo e del proprio conferimento di senso.
Di solito si afferma che l’unica accezione che il mondo classico forniva al concetto di progresso fosse la seguente: “Una qualsiasi serie di eventi che avviene nel senso del maggior bene degli uomini, quindi in senso desiderabile”, mentre ”La credenza che gli eventi della storia avvengano nel senso più desiderabile realizzando una crescente perfezione“ è concezione loro sconosciuta e tipicamente moderna. Ciò è in gran parte vero, se non altro perchè l’idea moderna di progresso deriva sostanzialmente da una precisa filosofia della storia che nell’antichità non aveva avuto alcuna comparsa. Inoltre è evidente che si tratta di due cifre semantiche radicalmente diverse: la prima consente la critica agli eccessi della "scienza", la seconda reputerebbe tale critica un eccesso. In ogni caso se il “senso della storia” rappresenta la condizione necessaria per la problematizzazione del destino dell’uomo nel mondo, la soluzione in senso ottimistico del divenire del mondo umano è solo una delle possibili soluzioni. L'idea di progresso la si può trovare soltanto in società che posseggano una documentazione storica scritta e un senso della storia, ossia una tradizione storiografica ed una filosofia sostanzialistica della storia. Tutte le filosofie sostanzialiste della storia condividono fra di loro la nozione di ”mondo storico“ intendendolo come la totalità dei modi di essere e delle creazioni umane nel processo del loro divenire. Il punto diversificante è appunto sul come viene diversamente interpretato il processo del divenire (da cui appunto si deriva la nozione di progresso).
A grandi linee, tali interpretazioni possono essere sintetizzate in quattro punti: 1) Il divenire in senso vettoriale delle età del mondo, a sua volta suddivisibile in: a) visione pessimistica (vettore negativo): dottrina della decadenza delle età del mondo; b) visione ottimista (vettore positivo): dottrine del progresso. 2) Il divenire in senso ciclico delle età del mondo. 3) Il divenire inteso come sviluppo di un piano provvidenziale (sia storico che extrastorica). 4) Il divenire in senso casuale degli eventi.
La concezione ottimistica del vettore sul quale corre il divenire del mondo umano o teoria del progresso sembra essere sconosciuta nel mondo classico. L'esperienza quotidiana del tempo che tutto rovina e tutto degrada, così ben espressa nell'oraziana “Damnosa quid non imminuit dies?” non poteva che portare i greci e i latini ad adottare la teoria della decadenza. D'altro lato non potevano sfuggire alla loro osservazione i molti segni del sia pur lento progredire delle civiltà, per cui la teoria dei cicli universali (cosi diffusa da potere essere considerata il portato ortodosso del pensiero storico classico), riesce a rendere fra loro coerenti il percorso del progresso con quello del regresso, considerandoli come le opposte forme di un unico moto periodico uniforme, comunque puntato in senso positivo. Come ha ben dimostrato il Bury in Storia dell'idea di progresso: “Le idee hanno i loro climi intellettuali e i climi intellettuali dell'antichità classica e delle età successive non furono propizi alla nascita della dottrina del progresso. Solo col XVII secolo si cominciano a superare gli ostacoli che si frappongono alla sua apparizione e si andò propagando gradatamente una atmosfera favorevole”.
Anche se l'interpretazione più rigorosa della teoria del progresso sarà quella di Giovan Battista Vico, il quale fece da tramite fra la dottrina delle età e quella dei cicli assumendo la nozione di piano provvidenziale in senso non trascendente e quello di progresso in senso problematico, l'idea ottimistica di progresso come linea interpretativa della storia dell'umanità era comparsa in Europa circa due secoli prima del Vico: dalla Firenze medicea all'Inghilterra elisabettiana, dalla Francia di Enrico IV alla Praga di Rodolfo d'Asburgo, venne imponendosi quella visione ottimistica del cammino umano che funse da terreno di cultura sul quale germogliò la moderna idea di progresso. Il senso della novità, la consapevolezza del venire a conoscenza di quanto mai era stato visto prima, la coscienza di vivere un'epoca di profonde modificazioni pervade il grand siécle. Il secolo che si apre è foriero di infinite e interminabili novità, sembra avviarsi un'età felice e l'impressione generale al riguardo è ottimistica. M. Mersenne scrive a Peyresc:"Il nostro secolo è padre di un rivolgimento universale" e Cartesio nel Discorso sul metodo dichiara "Il nostro secolo mi sembrava quanto mai florido e ricco di begli ingegni più di qualsiasi dei precedenti". Come non credere di conseguenza ad una umanità finalmente liberata? Come non indulgere al sogno cartesiano di una fisica che affranca dai bisogni, di una medicina che toglie la sofferenza e di un'etica che fonda finalmente una politica adatta alla dignità dell'uomo? Il segno dell'utopia pare essere il segno distintivo dell'epoca: oltre alle notissime opere di Tommaso Moro e Campanella, troveremo la Christianopolis  di J.Valentin Andreae, la Nuova Atlantide di Bacone, la Nova Solyma  di Samuel Gott, dove aleggia l'idea che la riforma del mondo deve necessariamente venire di li a poco, per opera di un Collegio scientifico: " ... possiamo vantarci di vivere a buon diritto - leggiamo nella Fama Fraternitatis dei Fratelli della Rosa Croce - in un tempo felice in cui Egli non solo ci ha rivelato quella metà del mondo fino ad ora a noi sconosciuta e celata e ci ha fatto conoscere molte meravigliose opere e creature della natura mai viste prima, ma ha anche fatto sorgere uomini di grande sapienza che potrebbero in parte rinnovare e condurre a perfezione tutte le arti cosicchè l'uomo possa finalmente comprendere la sua nobiltà e il suo valore e perchè sia chiamato microcosmo e quanto la sua conoscenza si estenda sulla natura". In una prospettiva di questo genere, confortata per di più dall'ideologia della sostanziale simmetria fra verità e utilità, non poteva che nascere una visione del progresso come credenza che gli eventi della storia avvengano nel senso più desiderabile realizzando una crescente perfezione. Bacone, su questo punto, è esplicito: il progresso dell'umanità corre parallelo a quello delle scienze e delle tecniche e punta decisamente verso un luogo immaginario che sta fra Eden e Utopia.
In questo preciso ambito di idee le accuse contro l'eccessivo potere della scienza e delle tecniche si rovescia contro gli avversari in quanto la scienza è intesa come strumento di conversione dell'uomo verso le creature e quindi verso il Creatore, essa è strumento di salvezza in quanto significa elevazione, liberazione dell'uomo dai suoi bisogni materiali in favore di quelli spirituali. Dato lo scopo, ovviamente, i suoi frutti non possono essere eccessivi, semmai difetteranno, costringendo l'uomo ad attendere ulteriormente che si realizzi il più antico dei suoi sogni. In cammino verso il raggiungimento di tale scopo, la Confessio Fraternitatis (il secondo manifesto rosacrociano) recita: "... se farete ciò  [ricerca e divulgazione scientifica e tecnologica] il vantaggio che ne trarrete sarà che tutti quei beni prodigiosi disseminati dalla natura nell'universo, vi verranno concessi tutti insieme e vi alleggeriranno facilmente di tutti gli ostacoli che si frappongono alla conoscenza dell'uomo e che impediscono di compiere tutte le sue opere ..." Alla fine del 600, con il Fontenelle e l'Abbé de Saint Pierre, la cultura dell'occidente elaborò l'ulteriore idea di un continuo e indefinito sviluppo della civiltà sulla traccia del progresso non solo del sapere, ma anche della morale e della politica. Tale progresso non venne però considerato come necessario, ma possibile e quindi realizzabile come un cammino verso un più alto livello di esistenza, la quale non si conserva né perdura automaticamente ma è una strada costellata di progressi e regressi. E' in questa prospettiva che la visione vichiana della storia rappresenta il momento più indicativo della linea interpretativa in esame. A riprendere il Vico e la teoria vichiana del progresso problematico furono, come è noto, gli illuministi. Di nuovo vi aggiunsero il criterio della misura del progresso: la ragione liberata dai vincoli del pregiudizio ed assunta a guida del singolo come della società. Con l'Illuminismo vennero poste le basi per lo sviluppo di una nuova valutazione degli scopi della scienza o per meglio dire su queste basi si operò la separazione di umanesimo e scienza: il primo, consapevole che il destino dell'uomo è trascendente rispetto alla scena di questo mondo, sa che quel conta per l'uomo appartiene ad un ordine differente da quello naturale e, di conseguenza, non si rivolge più ad esso per cercare le proprie radici, ma solo per convertirlo al  proprio piano: il metastorico; la seconda, invece, prende su di se quello che è il destino contingente, i bisogni e le richieste della storia. L'approfondirsi di questa separazione, che ha fatto sorgere l'incolmabile iato fra le scienze della natura e le scienze dello spirito, funge ancor oggi in senso talmente forte che rappresenta quasi il marchio del nostro tempo. E' qui che oggi possiamo parlare di una "crisi dell'uomo" alla quale nè la scienza nè l'umanesimo sanno dare indicazioni, in quanto ambedue sembrano aver perso di vista i loro rispettivi scopi. Il paradigma della razionalità scientifica risulta essere nel mondo contemporaneo il modello vincente della razionalità, la scienza in altre parole incombe in modo quasi totale sul nostro modo di vivere, mentre al contrario è quasi trascurabile il suo peso culturale. Perchè in una civiltà che ha il suo asse portante sulla struttura scientifico-tecnologica dal punto di vista della concretezza  della condizione esistenziale, la dimensione scientifica sta fuori dall'ambito culturale? Cos'è infatti la cultura se non il risultato dell'insieme di conoscenze trasformate in criteri di giudizio, in parametri di valutazione, in capacità di unificazione sintetica, in conferimento di senso alla vita, alla storia, alla realtà? Non è vero che, al livello appena descritto, esistono due culture, esiste solo la cultura umanistica e la scienza non interviene in questo discorso E si che la scienza assorbe oggi il meglio delle intelligenze che, in realtà, vengono sotratte proprio alla elaborazione di quei fini, di quei parametri di giudizio, di quei criteri di valore sui quali in fondo la società contemporanea gioca la propria esistenza. Si è così rovesciata la figura dell'intellettuale, colui che dopo aver seminato il dubbio approda ad una conoscenza che davvero sia in grado non solo di spiegare i meccanismi per cui funziona la natura, ma fondamentalmente le ragioni dell'essere dell'uomo, colui che sa dedicarsi all'interpretazione del conoscere, al conferimento di senso ai risultati della scienza, alla loro applicazione nella costruzione di sistemi che reggano non solo le avventure del corpo e della mente, ma siano capaci di fornire all'uomo la coscienza di un suo destino trascendente. In questo senso oggi non assistiamo ad una crisi (nel senso classico in cui termine sta per "giudizio"), ma ad una inimmaginabile serie di certezze, travestite e contrabbandate da rivoluzioni (termine che la lingua greca, con fine ironia, traduceva con "stasi"); assistiamo, cioè, ad una scienza che risolve sempre più gli enigmi della natura e sempre più si distacca dall'uomo e da un umanesimo che ha perso il senso della dotta ignoranza e si è vestito dei panni dell'ermetico manipolatore di parole vuote di significato, ma cariche di suggestione. E' in tale dimensione ideologica che si è operato il passaggio dalla regione delle idee al dominio dei luoghi comuni ed allo scambio di reciproche accuse non più basate su un conferimento di senso, ma su un differimento dal consenso. Giunti a questo punto non resta che porci un'ultima domanda: è proprio vero che l'idea di progresso era sconosciuta ai Greci? Certamente si, se limitiamo la nostra indagine alle mere concezioni storico-politiche, ma ben diverso quando ci rivolgiamo alle grandi cosmogonie orfico-pitagoriche e platoniche le quali si son fatte portatrici di tre concetti basilari: “in principio v’era il disordine” e “in seguito la parola ordinatrice funge da elemento generatore e rigeneratore dell’armonia tramite una continua ricostituzione, in termini dinamici, dell’equilibrio”, “l’universo tende al bene, esso è un corpo vivente e intelligente in  cui la dialettica fa ordine e disordine è legge naturale e nel contempo storico-sociale in grado di mantenere o ricostituire continuamente il cammino dell’ordine che è il cammino della vita contro la morte”.Il cerchio sembra così chiudersi e collegare in modo quasi olografico l’arco dei tempi della storia dell'Occidente; per la maggior parte della nostra storia la natura è stata considerata come un qualcosa di già dotato di un progetto e, nella stragrande maggioranza dei casi tale progetto è stato considerato come un qualcosa di operante per il meglio. Indubbiamente, per tanti aspetti l’uomo ha considerato se stesso come elemento primario di tale progetto se non addirittura il progettatore. La recita della storia vien messa in scena da due personaggi che sono poi gli stessi che la costruiscono (o l’hanno costruita o la costruiranno): l’appagato ottimista che dichiara che questo nel quale noi viviamo è il migliore dei mondi possibili e il pessimista incontentabile che resta costantemente perplesso temendo che ciò possa essere vero. Resta da vedere se colui che accusa la scienza di aver addensato sull'uomo pericoli terribili, fornendogli un potere eccessivo sulla natura sia l'ottimista o il pessimista. Ho il sospetto che la cosa non sia così chiara come potrebbe apparire a prima vista.
Stando al significato proprio dei vocaboli, parrebbe che un libero pensatore dovrebbe essere un uomo che vuole pochi o nessun vincoli al pensiero, o meglio alla manifestazione del pensiero, poiché il pensiero interno è libero, liberissimo, e non si può volere togliere vincoli che non esistono. Invece, nel fatto, il libero pensatore è un credente che vuole imporre la sua religione e vincolare il pensiero di chi non la pensa come lui. (Vilfredo Pareto, Trattato di sociologia generale).
Prendiamo alcuni "liberi pensatori" famosi in Italia tanto da essere portati ad esempio e a modello ai giovani.
Umberto Eco, che firma una serie di CD "Encyclomedia" per l'Espresso (reclamizzata da un mese su tutti i giornali, riviste, radio e televisioni), fa presente che questi dischi "girano" solo "Per Windows 95-98", escludendo qualsiasi altra piattaforma soft diversa da quella di Bill Gates. A parte che non costava nulla (cioè zero lire!) usare o PDF oppure "Mac-Windows" (cosa da sempre fatta da Panorama, "di proprietà della reazione"), resta il fatto che l'utente Mac, data l'enorme velocità del suo clock, con una spesa di L. 120.000, può comprarsi un programma (Mac Real o Virtual PC) con cui leggere perfettamente quei CD "solo per Windows", restando, comunque, a far parte di quel 15% di persone non dipendenti da Microsoft.
I "liberi pensatori" dell'Espresso, però, han meditato di eliminare chi non la pensava come loro.
Piero Angela, noto conduttore di programmi televisivi "scientifici", è riuscito ad imporci (reti RAI) anche suo figlio Alberto, per "costruire" e "guidare' delle trasmissioni "letterarie-umanistiche" (ma non è nepotismo, si badi bene!). In realtà c'era bisogno di un qualcosa di "meno preciso", ma fatto in casa e così ben costruito (e manierato), da togliere anche questa possibilità ai "nemici della scienza" (cioè ai nemici del signor Angela!). In un film di Alberto Sordi, "Sono un fenomeno paranormale", un cultore del razionalismo ad oltranza e conduttore di programmi televisivi (chi sarà mai!?), di fronte alla possibilità di convertirsi, pensa: "Dopo tutta una vita passata a scoprire e a smascherare i maghi non posso io dare segno di cedimento ...".
I "liberi pensatori" di RAI 1 hanno vincolato il pensiero di chi non la pensa come loro.
Silvio Garattini, un farmacologo considerevolmente attratto dalle telecamere, dice che gli omeopati sono "una setta eretica,  una massoneria di scettici che non crede alle promesse della scienza ufficiale", per gli agopuntori, invece, usa questo marchingegno "chi ritiene di avere ricavato un giovamento dall'agopuntura diventa spontaneamente un suo sostenitore, mentre coloro che non ottengono alcun risultato di solito si guardano bene dal raccontare la propria esperienza, temendo di passare per gonzi, soprattutto se il mago cinese (o l'imbroglione italiano) gli ha sfilato dal portafogli un bel pacco di banconote", mentre la fitoterapia o "l'erboristeria occupa un posto a sé. Meno astratta dell'omeopatia, meno esoterica dell'agopuntura, ha un sapore casereccio." e così via ... (Scoppiare di salute, Rizzoli). Costui ha sempre preso posizione contro tutti i "nemici della vera medicina", attaccando medici non schierati e pazienti che desideravano provare anche le medicine "altre" (dalla sua ovviamente!). Il "libero pensatore" dell'Istituto "Mario Negri" è un credente che vuole imporre la sua religione a tutto il mondo.
Che hanno in comune questi personaggi? Appartengono tutti al CICAP.  "Un'organizzazione che promuove un'indagine scientifica e critica nei confronti delle discipline dogmatiche e del tutto illusorie che, pur proclamandosi scientifiche, non possiedono le caratteristiche tipiche della scienza e possono pertanto essere definite pseudoscienze" (sic!).
Sembrerebbe, proprio, che il libero pensatore sia un uomo che vuole vincoli (fortissimi) al pensiero (degli altri o di chi non la pensa come lui).
Diceva Totò: "Alla faccia del bicarbonato di soda!"


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La libertà non sta nello scegliere fra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.

Adorno Th. Minima moralia

In questi anni ("di fine millenio") si discute senza sosta di libertà con lo stesso accanimento, insistenza e pervicacia dei nostri nonni (che erano solamente, poverini loro, "di fine secolo"). Infatti sta per terminare il "secolo degli stati totalitari" quando la maggior parte dei dispotici potenti (cioè tutti) aveva dichiarata la libertà un vano sogno o una criminale licenza, tanto che un capo comunista soleva dire che: "… è così preziosa, che bisogna razionarla". Ed in Italia così ci si esprimeva: "Ci sono le libertà, la libertà non è mai esistita" (B.Mussolini, Alla Camera dei Deputati, 15 luglio 1923), "La libertà al singolare esiste soltanto nelle libertà al plurale" (B.Croce, Storia d'Europa nel secolo decimonono") e "Essere partigiani della libertà in astratto non conta nulla, è semplicemente una posizione da uomo di tavolino che studia i fatti del passato, ma non da uomo attuale partecipe delle lotte del suo tempo" (A. Gramsci, Passato e presente). Erano tutti per una volta d'accordo, ma continuavano a discutere. Se no, che gusto c'era! Come sempre, però, non fu un filosofo (di cui, per altro, non se ne sentiva il bisogno) a impostare correttamente la questione: "Veramente, la sorte capitata al termine libertà è assai comica. In molti casi esso significa ora precisamente il contrario di ciò che significava cinquant'anni fa; ma i sentimenti che fa nascere rimangono gli stessi, e cioè esso indica uno stato di cose favorevole a chi ascolta".

"Se Tizio vincola Caio, questi chiama libertà il sottrarsi a tali vincoli; ma se poi, a sua volta, Caio vincola Tizio, egli chiama libertà il rafforzare tali vincoli; in entrambi i casi il termine libertà suggerisce a Caio sentimenti gradevoli." (Vilfredo Pareto, Trattato di sociologia generale). E' chiaro che Caio è un libero pensatore, ossia " … un credente che vuole imporre la sua religione e vincolare il pensiero di chi non la pensa come lui" (idem) e nel fare questo si sente libero (e la cosa passi, ognuno può provare il sentimento che vuole), ma intende anche, così facendo, rendere liberi tutti gli uomini (anche coloro che di simile libertà farebbero volentieri a meno).
Ora siamo in un tempo di "liberalismo", che A. Gide nel suo diario (28-29 settembre 1940) definiva "la virtù più sospetta e la meno praticabile"; difatti in ogni momento della giornata c'è un "predicatore" che ci ricorda quanto sia bello vivere in un mondo completamente "liberalistico e democratico", al contrario di quel che ti darebbe l'odiato partito avverso, ovverrosia la tirannide e l'assolutismo. Il fatto è che costoro, quando era di moda (cioè l'altro ieri), sono stati "completamente" comunisti, fascisti o democristiani, mentre ora sono "democratici liberisti di sinistra, di destra e cattolici" (cioè la totalità della nostra storia condita e riassestata con l'oppressione, con gli abusi, con il dispotismo). Così, a ben pensarci, in questo mondo rimane in piedi solo la libera e perfetta concorrenza, l'economia politica liberale, cioè una società ideale ben più difficile da realizzare che quella di Platone, che appunto per questo è stata scelta dai nostri governanti per la sua inattualità e ineseguibilità, ma anche per la sua bellezza inverosimile, quindi assurda e insensata (che sono sicuramente le condizioni che la rendono impossibile). Fatto questo hanno deciso di discutere di alcune fattibili libertà (dove il termine fattibile sta per "effettuabile da me" e non "eseguibile da tutti"). Esse sono: la libertà di istruzione, la libertà di cura e la libertà di scambio di idee e cose, cioè quasi l'intero campo dell'autodeterminazione di scelta. Non è accettabile, infatti, che ad una persona sia sottratta e tolta la possibilità di scegliere, in questi ambiti fondamentali, il modello da essa preferibile; e cioè: la forma di scuola e il tipo degli studi scelti per i propri figli, le cure della salute e il rimedio contro le malattie preferibili per loro stessi e l'indipendenza e la autonomia date dalla legge nel rapporto economico con gli altri. Eppure, a ben vedere, non è proprio così!
La scuola privata (che in Italia corrisponde, nella maggioranza, a quella cattolica) deve essere finanziata completamente con fondi pubblici, e ne siamo fermamente convinti, se sottostà all'obbligo minimo di 1) accettare tutti i cittadini che abbiano i requisiti per iscriversi alla scuola statale e 2) svolgere i programmi previsti dalle leggi con un corpo docente vincitore di concorso nazionale (l'essere preti o suore se non si è ottenuta l'abilitazione e vinta la cattedra non è una condizione per l'insegnamento). E' chiaro che gli studenti potranno essere cattolici, ma non saranno obbligati ad esserlo, che la scuola farà in più corsi, ad esempio, di teologia, ma solo per chi li vuole e che i docenti faranno dire le preghiere, ma a quelli che lo desiderano, mentre chi non pratica quella "confessione" non sarà (perchè non potrà) essere rifiutato, emarginato ed estromesso. Se invece si vuole una scuola pienamente confessionale con professione di fede annessa allora si farà come l'Università Cattolica, che da molti decenni vive e prospera (essendo uno dei migliori atenei d'Italia) nel rispetto per le leggi e con un corpo docente di primissimo piano (e vincitore di concorso), ma con finanziamenti provenienti dalla Chiesa e dai fedeli (ad es. la Giornata della Università Cattolica, le tasse di iscrizione ovviamente più alte ...). Al contrario di quella scuola privata, di formazione professionale, gestita da suore e unica nel Trentino, che vive grazie ai fondi elargiti dalla Provincia autonoma. Qui si è impedito ad una ragazza islamica di iscriversi in quanto non poteva, perché "di religione musulmana", aderire pienamente al modello educativo cattolico. Oltretutto questo Istituto, che svolge servizio di Scuola dell'obbligo, ha risposto (vedi La Repubblica, 24/11/1999) alla famiglia: "La vostra religione musulmana impedisce di seguire i momenti di preghiera liturgica, i riti spirituali e le celebrazioni di festività di indirizzo cattolico. Vi preghiamo pertanto di inserire vostra figlia in una scuola di Stato dove c'è libertà religiosa". E costoro non hanno ritegno a prendere i soldi dalla comunità civile affermando che nello Stato esiste la "libertà religiosa" (come se fosse un male!), mentre nella Chiesa no? O meglio, non si vergognano i Politici della Provincia che sono pagati per fare gli interessi della nazione e non di una sola parte? Evidentemente no, perché a differenza degli antichi Romani, oggi capita che "Ita in maxima fortuna, maxima licentia est".
Anche nella Sanità Pubblica dovrebbe avvenire che un cittadino decida autonomente chi sarà il proprio medico-chirurgo e, d'accordo con quello, scelga il tipo di cura efficace e più opportuna per sé. E' chiaro che se una commissione di medici-chirurghi, nominata dal Ministero (per le loro capacità e non, come un tempo, per la loro rapacità), avrà attestato che quelle cure sono valide ed adeguate allora esse saranno passate, in toto o in parte, dal servizio mutualistico. Tutte le altre saranno a carico del paziente, il quale (sborsando suoi soldi per la salute che è sua) quantomeno non dovrebbe essere offeso dal ministro, perché sceglie col suo medico, diversamente da quello che a lei "piace, vuole e permette". I giornali hanno riportato che a Torino la "onorevole, ex-democristiana" Rosi Bindi, sentendosi offesa con i medici che la chiamavano "dittatore", abbia a loro risposto "che se lei era un dittatore, loro erano dei Di Bella". A parte la maleducazione e la villania, il curioso è che ha fatto questo "numero" il giorno che sono state riviste le cartelle degli invalidi civili dove 4 "handicappati" su 5 sono stati riconosciuti tali contro il parere di commissioni "troppo severe" e, fondamentalmente, quando alla signora Poggiolini sono stati restituiti 14 (quattordici) miliardi dei 56 che le erano stati sequestrati, espropriati e confiscati. Luigi Di Bella è un medico e ricercatore sconosciuto, un uomo che da sessanta anni professa la medicina, che ha fatto la ricerca a proprie spese, che cura ‘gratis’ da sempre centinaia di malati e che potrebbe essere in errore (ma non volontario, intenzionale e  deliberato). E ora, più che ottuagenario, continua a garantire la sua "simpatia" al malato, cioè all’uomo che soffre ed è preso dal male che istituisce una stretta alleanza con il suo guaritore, e tale investimento affettivo si chiama “simpatia”, qui assunta nel senso originario di “patire insieme”. Da ciò ne deriva, da un lato, una consapevole partecipazione del paziente all’atto e al gesto medico e, dall’altro, una diversa formazione professionale, non più classificatoria e illustratoria,  ma dialogica, dove il punto di contatto sta nel saper esprimere-estrinsecare ed esaminare - analizzare un sintomo. Sarà un'opera impenetrabile e incomprensibile per la dottoressa (ma non certo medico-chirurgo) Rosi Bindi, ma un Ministro della Sanità dello Stato non dovrebbe comportarsi come una frequentatrice del Bar Sport, la domenica sera dopo la partita, che si prende a male  parole con il tifoso della squadra avversa. Già irriso, vilipeso o anche solo preso in giro da “professori” che già fecero parte del ministero De Lorenzo, da inquisitori già amici di Poggiolini, da clienti di Longostrevi ci mancava la "rosibindi" per compiere l'opera "gratuita" di dileggio, ingiuria e dispregio verso il professore modenese. Quando il gruppo dibelliano era in grado di mobilitare centinaia di migliaia di persone contro il Ministro della Sanità, che allora però trattava il "professore" con grande deferenza, quando era capace di rispondere per le rime alle Multinazionali Industrie Farmaceutiche e di trattare da pari con i Baroni di Medicina, che allora gli si rivolgevano con considerazione e condiscendenza, noi ci siamo sentiti "… obbligati a domandarci qualcosa in più sul suo metodo per non cadere nella trappola di fare di Di Bella esclusivamente la vittima politica dei 'potenti' e dei suoi malati, i malaccorti e stolti acquirenti della somatostatina a carissimo prezzo" (Anthropos & Iatria, Anno  II -  N. 1 - Gennaio - Febbraio 1998 p.5). Allora abbiamo discusso a fondo il suo metodo individuando la assoluta mancanza di metodo, ma ora ci sentiamo di difenderlo dalla scortesia e dalla inciviltà di un politico.
E quelle persone affette da neoplasia (io personalmente ne conosco alcune) che senza chiedere niente allo Stato, sono anni che si curano da Di Bella o altrove, ma a loro spese, cosa immaginano della libertà che a loro dovrebbe garantire il Ministro dello Sanità? E quei 4/5 di invalidi cosa ne avranno pensato a vedersi togliere una pensione da fame, per far sì che i funzionari della Sanità Pubblica si potessero vantare d'esser riusciti a risanare il bilancio dello Stato, colpendo quei ricchi imbroglioni degli handicappati?
"La libertà - diceva Henri Lacordaire - è possibile soltanto in un paese dove il diritto ha piú forza delle passioni". Ma cosa dovremo aspettarci in questo paese dove il diritto non c'è più perché: "Silent enim leges inter arma!"
Ma veniamo ora al campo più discusso dove la libertà la fa da padrona: il liberismo o meglio la libertà di commercio. Questo è il tempo di "Free Internet" e di "Free desktop computer"! Oppure solo di Free Microsoft e Intel! Cioè: "O mangi questa minestra o salti da questa finestra" (che normalmente sta al quarantesimo piano di un grattacielo). Il salto senza ritorno l'hanno già fatto quelli che un tempo erano dei grandissimi gruppi come Amiga, Sinclair o Commodore che costruivano home computer (anni '80) belli, efficenti e a poco prezzo. Ora è venuto il tempo di trapassare per quelle Aziende che, al 94 % della Microsoft, rispondono con il 6 % della Apple, perché la libertà è impedire ad altri di esistere, così che in un regime di monopolio avremo computer e soft molto più brutti, cari ed inefficenti. Ma i nostri intellettuali ne sono compiaciuti, perché è ovvio che per la mentalità "liberista di sinistra" le grandi aziende debbano sopraffare e soverchiare quelle piccole, con la trascurabile eccezione di quella azienda elettronica che è riuscita ad andare a bagno nonostante che le scuole (statali) avessero acquistato gli M21 e gli M24 (per la maggior parte obbligate in questo da un decreto del Ministero). Prediamo l'esempio di Netscape, che per il neofita è stato il primo programma di Internet (il migliore e leader del mercato), ridotto all'angolo perché Bill Gates ha obbligato tutti, addirittura anche la Apple, a prendere il suo "Explorer", con la minaccia di toglierle "Office per Mac" (cosa che avrebbe significato forse l'estinzione della Apple o almeno un suo ridimensionamento). Ha inoltre inglobato "Explorer" nel sistema operativo "Windows", "prendendo a modello" il "sistema operativo a finestre" della Apple (che fin dal 1983 l'aveva inventato ed introdotto); va detto, peraltro, che Bill Gates un decennio dopo (primi anni '90) l'aveva adattato ai processori Intel, rendendolo incompatibile con tutti gli altri, specialmente con Mac Intosh. Inoltre hAa non permesso che venissero resi pubblici dei particolari tecnici (anche secondari) obbligando Netscape a rallentare il proprio programma concorrente. Ha poi varato una versione di Java, linguaggio principe per Internet (proprietà dell'azienda di Scott Mc Nealy), in grado di girare sui sistemi operativi più diversi, ridotto a funzionare solo con "Windows" e da ultimo (secondo la stampa USA) avrebbe cercato di inquinare il sistema operativo "Linus" il quale è un software potentissimo, aperto e gratuito a cui molti programmatori lavorano gratis per migliorarlo. Tanto per intenderci è come se una Ipotetica Scuola Guida a Livello Mondiale (voluta dall'azienda-voglio-diventare-leader-unico) preparasse all'esame gli studenti su di un solo manuale in grado di descrivere una sola marca di automobili e un'unica marca di benzina. Era solo questione di tempo che la maggioranza degli altri produttori di vetture decidesse di comprare quell'unico motore e quell'unica benzina e di cambiare solo le carrozzerie (è chiaro che oggi non ci sono più soltanto gli IBM, gli HP, i Siemens ... - ottimi computer- ma ci sono tutta una serie di cloni, che costano poco, ma che in compenso sono sempre rotti). E' chiaro, comunque, che le concorrenti che non si adeguavano sarebbero sparite. Ora ammettiamo che dei ricercatori geniali inventino un combustibile poco costoso, universale, molto comune ed ecologico ed un motore potentissimo che funziona con quel carburante e, per di più, regalino il manuale. Che cosa avverrà a quel punto? La sagra della menzogna: quella "benzina" è la morte per l'ambiente, è particolarmente cara e introvabile, mentre quel motore ha dei costi salati, è dispendioso, si rompe e va piano. E la maggioranza ci crederà come fosse "vangelo": "Le masse - scriveva Hitler in Mein Kampf - cadranno vittime piú facilmente di una grossa menzogna che di una piccola, oltrettutto detta per primi.
Chi progetta in informatica non ha ancora capito che la verità non può essere detta completamente. Ad esempio: anche se è vero, e attestato addirittura sugli standart della concorrenza, come si fa a dire che il tuo computer Power Mac G4 Velocity EngineTM a 500 MHz è di 2,94 volte più veloce del mio, quando io ho speso una grossa cifra in pubblicità a far capire che il mio è, a mio dire (presentato come a detta di tutti), "il più veloce al mondo": "Amico mio, la verità autentica è sempre inverosimile [...]. Per rendere la verità piú verosimile, bisogna assolutamente mescolarvi un po' di menzogna." (Dostoevskij, I demoni  - Stepan Trofimovic).
Ma oggi le cose con Internet stanno cambiando, stiamo assistendo ad una vera rivoluzione dove non sono le armi, i partiti, le ideologie a dettare il futuro: "In un mondo senza mura (walls) e senza barriere (fences), per quale ragione tu dovresti avere bisogno di finestre (windows) e di porte (gates)"
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