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Tutti lavoriamo per procurarci il riposo: è quindi la pigrizia che
ci rende laboriosi.
(J. J. Rousseau, Saggio sull’origine delle lingue)
L'attività è il vero godimento
della vita
(Schlegel, Lezioni drammatiche)
Esiste nella lingua greca, di solito
così ricca e precisa, il caso curioso di uno stesso vocabolo che sta
sia per “pigro” che per “agile e veloce”. Ciò può apparire,
a prima vista, semanticamente contraddittorio (ossia un "ignavo efficiente").
Il termine è ajrgov" (argòs).
Chi non ricorda Argo, l’insonne e instancabile
pastore dai cento occhi, vinto da Ermes, o anche Argo, il cane di Ulisse,
che Omero chiama “il veloce” per antonomasia? Non per niente il capoluogo
dell’Argolide era detta “la città bianco-lucente”, a riprendere il
primo dei significati del termine, quello che richiama la luce che
in sè racchiude
gli attributi specifici dell’argòs: la
rapidità, la velocità, la lucentezza e la nitidezza. Più
tardi, la lingua greca si trovò ad adottare lo stesso termine per
dire cose diametralmente opposte, ossia la pigrizia, l’infingardaggine, l’ozio,
l’inerzia. Il ricavo etimologico di quest’altro “argòs” è evidente:
esso deriva da ajergov" (a - ergòs) dove l’alfa privativo rovescia
e rende negative tutte le proprietà del lavoro (l'ergòn), da
cui l’ozio, l’inoperosità, l’inerzia che sono i frutti della pigrizia.
Messa così, la cosa sembra un incidente
di percorso in cui è incappata la lingua greca, ma le cose si complicano
allorché in Omero si trova il termine “argòs” per descrivere
un animale “grasso e ben pasciuto” che pascola “pigramente”. A ben vedere,
comunque, solo un animale grasso e ben pasciuto si può permettere
di oziare; diversamente, se fosse macilento e affamato, gli toccherebbe darsi
da fare (e, mancandogli il vigore, forse non ci riuscirebbe neppure) per
trovare il cibo, e possibilmente in abbondanza. Un enorme dispendio energetico,
insomma, per divenire così pinguemente robusto da permettersi un indolente
riposo.
Ma c’è di più. Platone, nelle
Leggi, usa il termine “argòs” nel significato di “immune da fatica”
o “esentato dall’onere del lavoro”, cosa che alla fine coincide con l’essere
liberi da un grave travaglio da "schiavi", ossia essere “uomini”. Eschilo
arriva ad usare la parola nel significato di “riluttante” o “restio”, il
che non è sinonimo di passiva pigrizia, bensì di attiva resistenza
a fare cose inutili, noiose o troppo dispendiose quando fossero commisurate
al risultato.
In effetti questo tipo di pigrizia è
una delle migliori e più sicure manifestazioni dell’intelligenza.
Ma il “jucundum nihil agere” (il dolce far niente)
di Plinio il Giovane, che Virgilio ammette essere un dono divino, è
temperato dalla richiesta dei filosofi di coniugare l’ozio con le lettere,
unica condizione per cui “l’insopportabile fatica di non far niente” diviene
la condizione fondamentale per l’esercizio delle superiori facoltà
della mente.
E’ qui che l’inerzia si nobilita, l’inattività
acquisisce un senso profondo, l’inoperosità fa da sfondo alla più
alta delle opere, quelle del pensiero e della ragione. Tutto ciò richiede
sia soddisfatta una sola condizione: che la Ragione resti costantemente in
attività, non come il mitico Argo che tiene sempre aperti i suoi cento
occhi per scrutare ciò che sta fuori (l'esteriorità), ma per
indagare costantemente ciò che sta dentro (l'interiorità).
Ma, già fin dai primi tempi della filosofia
greca, qualcuno a cui era stato chiesto di giocare il ruolo dell’insonne
scrutatore degli enigmi della conoscenza, s’era evidentemente stancato e,
ormai vinto da un sonno insopportabile, aveva trovato una buona ragione per
abbandonare il posto di vedetta. C’è chi dice che costui fosse un
megarico o forse un sofista, chi addirittura lo individuò in Protagora,
lo “spacciaimposture”, i cui libri vennero messi al rogo.
Sia come sia, costui si diede da fare per procurarsi
finalmente il riposo e ragionò così: “ ... non è possibile
per l’uomo ricercare né ciò che sa né ciò che
non sa; infatti, non potrebbe cercare ciò che sa, perché lo
sa già, e intorno a ciò non occorre ricercare, né intorno
a ciò che non sa, perché in tal caso non sa cosa ricercare”
(Platone, Menone, 80, e).
In effetti, questo padre della Ragion Pigra
non lasciò mai scritto nulla su tale argomento, ma evidentemente la
cosa era passata di bocca in bocca, fino a finire in quella di Socrate, che
se ne impadronisce per farne il “prologo” alla sua teoria della metempsicosi
e del conoscere come ricordare: “... l’anima dell’uomo è immortale
e quando termina la vita terrena, il che si chiama anche morire, rinasce
e non perisce mai ... e poiché l’anima è immortale ed è
più volte rinata, e poiché ha veduto tutte le cose, e quelle
di questo mondo e quelle dell’Ade, non v’è nulla che non abbia imparato;
sicché non è cosa sorprendente che essa sia capace di ricordarsi
intorno alla virtù e alle altre cose che già in precedenza
sapeva” (Platone, Menone, 81 d).
A questo punto il gioco è fatto, “il
ricercare e l’apprendere sono in generale un ricordare”; basta non scoraggiarsi
e, prima o poi, meglio se con l’aiuto di un valido maestro che faccia da
ostetrico, i ricordi riemergeranno e vedranno la luce.
Qualcuno potrebbe, malignamente, dire che si
tratta di un “argòs logos” portato alle estreme conseguenze: se ti
trovi a dover vivere, a morire e continuamente a rinascere, questo ti assicura
un continuo aumento della tua conoscenza.
L’improvvido Protagora, “l’attaccabrighe, maestro
del disputare”, s’era evidentemente dato troppo da fare e, non contento di
aver trovato un valido argomento per riposarsi delle fatica del filosofare,
l’aveva applicato a un tema da sempre scottante: la divinità. Di lui
dice Timone Filasio nel secondo libro dei Silli: “ ... in cenere vollero
ridurre i suoi scritti perché scrisse di non sapere, di non poter
comprendere gli dèi, chi sono, come e quali sono, attenendosi a un
imparziale giudizio”.
Qui, purtroppo, Protagora ci abbandona. Si potrebbe
dire che sarebbe bastato ricordarsi che gli dèi già li avevi
incontrati in una tua vita precedente e, proprio se si fosse voluto strafare,
descriverne le fattezze e i caratteri.
E Socrate, che pur sosteneva la teoria del “conoscere
come ricordare”, si trovò a essere condannato come empio, corruttore
dei giovani, negatore degli dèi. E sì che Protagora non affermava
che gli dèi non ci sono, ma solo il fatto di non poterne dire nulla!
E’ forse per questo che non fu messo a morte! (i maligni dicono che si fosse
salvato con la fuga).
Forse la morte serviva a Socrate per andare
a imparare ancora qualcosa d’altro, mentre Protagora, angustiato dalla brevità
della vita umana altro non seppe fare che dare il seguente sconsiderato consiglio,
riportato da Epicuro: “Bisogna incominciare a studiare da giovani”. Per poi,
divenuto anziano, esser mandato in esilio.
Alcuni uomini dei nostri tempi hanno capito
che, su questo punto, Protagora aveva torto e, di conseguenza, non cessano
di sostenere di essere i detentori di una sapienza iniziatica, i proprietari
di una conoscenza che non si può acquisire in altro modo che attraverso
una serie interminabile di rinascite, i titolari di una saggezza che non
tutti possono avere, essendo questa un dono divino.
Costoro non hanno studiato da giovani, nè
tantomeno cominceranno a farlo ora che hanno raggiunto una certa età,
né mettono in essere alcun esercizio di conoscenza in quanto la loro
scienza non ne ha bisogno. La loro arte maieutica consiste nel far riemergere
i ricordi di innumerevoli vite trascorse, dove ognuno di loro fu il Faraone
e non il suo schiavo, l’Imperatore e non il suo stalliere, il Filosofo e
non un cuoco senza lettere, l’Artista e non un semplice falegname ... tanto
che viene da chiedersi dove è finita tutta quella bassa plebe che
tarda tanto a reincarnarsi.
Ma d’altra parte i “reincarnati”, in questo
gioco “distensivo”, avranno pur diritto di scegliere, visto che più
di quel tanto male non possono fare. Basta lasciarli fra loro a raccontarsi
le “fabulose historie” di quando erano la Regina di Saba, Nefertiti, Cleopatra
... o Salomone, Akenaton, Giulio Cesare ... ; analoghe alle storie del Bar
Sport (di donne, di alpini, di caccia e pesca ...), dove ognuno lascia il
racconto agli altri, per poi averlo al proprio turno, e ognuno crede all’altro
per essere a sua volta creduto.
Ma, pericoloso e letale, è l’iperattivo
Argo, l’insonne e instancabile pastore dai cento occhi, che non ozia, ma
sta in guardia, è solerte, alacre, zelante, esattamente come il cane
di Ulisse che aspetta il suo padrone da anni, perchè lui, da solo,
non saprebbe cosa fare. E’ un botolo ringhioso abituato ad abbaiare a quelli
che il suo signore reputa "nemici", anche perchè le uniche idee che
ha, sono quelle del suo proprietario. E’ dinamico, efficiente, operoso -
che poi son tutte "qualità" che deve avere il sottoposto, il dipendente,
il suddito, ma non il capo, che deve saper solo comandare ed esigere la più
ferma obbedienza. Questo, come la Duchessa e la Regina, in Alice nel paese
delle meraviglie, utilizza una sola frase:"Fategli mozzare la testa", e tutti
gli altri a lisciare e blandire il dirigente, egemone e autoritario, per
fare in modo di non farsi decapitare. Ma come al solito il re è nudo
e nessuno se ne accorge.
Proprio Lewis Carrol, mette in scena una splendida
parodia dell’iperattivismo. L’inutile e folle cerimonia del “tè del
Cappellaio matto” si sintetizza nella esilarante ammissione, fatta per giustificare
l’interminabile corsa circolare intorno al tavolo: “- Qui da noi è
sempre l’ora del té, e durante gli intervalli non abbiamo il tempo
di lavare le tazze. - E allora continuate a cambiare di posto intorno al
tavolo - disse Alice. - Esattamente - confermò il Cappellaio - via
via che le tazze si sporcano. - Ma che cosa succede quando siete alla fine
del giro - azzardò a chiedere Alice. - Perchè non cambiamo
argomento - interloquì il Leprotto”. Quando nella discussione si rischia
di perdere, allora si cambia argomento.
L' iperattivismo, o meglio il principio della
Ragion Efficiente, viene ripreso poco dopo: "Mi vuoi dire, per favore, quale
strada devo prendere per uscire di qui? - Dipende in gran parte da dove vuoi
andare - rispose il Gatto. - Non mi importa dove - disse Alice. - Allora
non importa nemmeno quale strada prendi - replicò il Gatto. - Purché
io arrivi da qualche parte - aggiunse Alice come spiegazione. - Ma da qualche
parte ci arrivi di sicuro - disse il Gatto, - se vai sempre avanti senza
fermarti."
"Gli uomini - dice , infatti, Schopenhauer -
hanno bisogno di una qualche attività esterna, perchè sono
inattivi dentro.
Ma anche la Ragion Pigra può tranquillamente
continuare a sopravvivere. W. H. Thacheray, in Le memorie di Barry Lyndon
scrive: “Il pigro senza ambizione si esenta interamente dall’operare e decreta
a se stesso il nome di Filosofo”. Ma siccome tale qualifica è oggi
tanto inflazionata da essere usata anche per indicare degli inutili leaders
di minuscole formazioni politiche, allenatori di calcio, artisti e cantautori
... li chiameremo semplicemente "guide spirituali".
Nel numero di marzo di Le Scienze, il Direttore
si lamenta del fatto che 90.000 giovani studenti italiani, che hanno visitato
il Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, per una buona maggioranza,
alla domanda "Chi è il più importante scienziato del nostro
secolo?" abbiano risposto "Il professor Di Bella".
In primo luogo, crediamo che questa notizia
sia stata presa male dallo stesso Di Bella, perchè egli sa che come
medico egli non è il più (o il meno) importante scienziato
del nostro secolo, per il semplice fatto di non essere uno scienziato.
A differenza delle diverse “scienze”, il cui
fine è istituzionalmente noetico (la conoscenza di ...), la medicina
sembra avere finalità eminentemente pratiche (la cura della salute
e della malattia); generalmente, essa viene considerata un'arte fortemente
connotata dalla perizia dell'artista (il medico), il quale attinge nozioni
dall'emporio del sapere scientifico e abilità pragmatiche dal bagaglio
delle tecnologie, raggiungendo i propri obiettivi con una corretta applicazione
della scienza. Si è sempre detto che la medicina è l’unica
professione che lotta incessantamente per distruggere la ragione della
propria esistenza. Ortega y Gasset afferma che: “... La medicina non è
una scienza, ma una professione, è un fatto pratico [...] che alla
scienza si rivolge per sfruttare tutti quei risultati che le sembrano utili,
ma che lascia cadere tutto il resto. E lascia cadere, in particolare, ciò
che è più caratteristico della scienza, l’esercizio del dubbio
e l’approccio problematico”. P. Skrabanek e J. Mac Cormick ribadiscono, in
modo ancor più radicale, che: “ In certo qual senso scienza e medicina
sono agli antipodi, la scienza cerca una risposta sperimentale a quesiti
generali, la medicina cerca una risposta specifica al problema specifico
del paziente ... Lo scienziato amplia le basi delle conoscenze comuni, il
medico accumula esperienza personale. Mentre lo scienziato non fa che cercare
problemi nuovi e smette di interessarsene quando sono stati risolti, il medico
che ha trovato una soluzione è ben contento di specializzarsi proprio
nella applicazione di quella soluzione”.
So che il Direttore de Le Scienze (Enrico Bellone),
essendo un fisico e un grande storico della scienza, capisce il mio discorso
epistemologico riguardo alla medicina. Se non altro perchè dire che
un medico non è uno scienziato, non significa dire che se uno non
è un fisico, un biologo, un geologo ... allora è un perfetto
cretino, solo che la medicina è una professione unica, straordinaria,
esclusiva.
La rozzezza culturale non è solo dei
politici di destra e sinistra, ma anche dei “cani da guardia” della scienza
che, a furia di abbaiare dai loro programmi televisivi, sono riusciti a far
sorgere una grande zona di “antiscienza” che non avrebbe mai potuto esistere
senza di loro.
Emanuele Severino, come è noto, afferma
che l’andare oltre, l’inoltrarsi nella regione del disordine, nel divenire,
rappresenta il tentativo di sopraffazione della morte nei confronti
della vita, ma questo è un discorso filosofico; quando si passa alla
via della doxa allora si è nel campo della scienza. Anche perchè
in un caso si adotta il metodo della Sinngebung (il conferimento di senso)
e nell’altro quello della spiegazione.
L’ideale crociano di un pensiero laico che non
accetta alcun limite che sia posto fuori di sé, è smantellato
proprio da questi “sedicenti” scienziati. Il farmacologo che passa il suo
tempo alla televisione a parlare della “vera medicina”, il deputato (già
medico) che si presenta come un “noto oncologo”, come se le due professioni
(deputato-medico) potessero convivere, i cortei di “scienziati dibelliani”
dove chi grida più forte ha ragione, gli oncologi nominati “tutori”
di ragazzi ammalati di tumore al posto del padre e della madre, l’embriologia
e la genetica trattate come un qualcosa che è buona solo se le persone
di cui ci si occupa sono sposate, i difensori estremi della statistica come
metodo di spiegazione, come se il ricavo di un dato (il tot % di ) non esigesse
di essere, lui pure, spiegato ...
Non sono i cultori della New Age a inficiare
e a demolire la scienza (anche perchè non può essere messa
fuori uso da uno strumento che non c’è), ma invece è screditata
e sciupata da individui che la invocano ogni momento come se fosse “un dio
pantocratore” che sta al di sopra di tutto. In questo senso ha ragione Guido
Ceronetti che questa scienza “non pensa, ma asservisce il pensiero”. E allora,
mi spiace dirlo (perchè potrei essere non capito) preferisco la New
Age, almeno non è così tragica, drammatica e penosa come l’ingegnere
Roberto Vacca che, durante una trasmissione sportiva, se l’è presa
con gli oroscopi di Van Wood (chitarrista olandese), quando erano fatti solo
come presa in giro di una squadra e per divertire la gente.
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"La scienza è spesso accusata di aver addensato sull’uomo pericoli
terribili, fornendogli un potere eccessivo sulla natura" (K. Lorenz).
Quella riportata in esergo è una questione che va avanti dai primordi
della civiltà. Sfortunatamente gli uomini non si sono mai messi d’accordo
su quell’impegnativo termine "potere eccessivo", che è l’autentica
chiave di volta per essere autorizzati, avendo istituito un minimo di accordo
sul logo semantico (il significato delle parole che si usano), a disquisire
sul logo apofantico (la verità o falsità di quel che si dice).
A sentire gli opposti contendenti (val la pena ripeterlo: si tratta di una
contesa che si perde nella notte dei tempi) ci troviamo di fronte a due posizioni
assolutamente inconciliabili: per gli uni, ogni stadio del "progresso scientifico
e tecnologico" ha rappresentato il momento di massimo pericolo dato l’eccessivo
potere acquisito dall’uomo nei confronti della natura; gli altri, che pur
molto apprezzano qualsivoglia incremento di potere dell’uomo sulla natura,
continuano a lamentare l’esiguità di tale incremento e, anzi, insistono
a rammaricarsi del fatto che siamo ben lontani dall’esercizio di un apprezzabile
controllo del mondo naturale.
In sostanza si discute da sempre su un aggettivo relativo (eccessivo) il
quale, appunto per questa sua specifica qualità grammaticale, ha bisogno
di svolgere il proprio onesto lavoro fra termini messi a confronto e magari
rigorosamente definiti in termini metrici. Per meglio dire, la prima questione
da mettere in chiaro dovrebbe essere la seguente: quando una certa quantità
(il livello dei mezzi tecnici effettivamente utilizzati per intervenire sul
mondo naturale) supera (eccede da) una certa soglia? (il momento critico
per cui un feed-back impazzisce e da negativo si trasforma in positivo distruggendo
il sistema che dovrebbe controllare).
Già tentare di specificare un compito di questo genere è impresa
titanica; voler poi prendere alla lettera la richiesta di discutere, nell’arco
di qualche pagina, quattro millenni di storia intellettuale nel corso dei
quali gli uomini hanno messo in discussione i pericoli insiti nel progresso
delle scienze e delle tecniche, è un invito ad eludere il problema
o a tentare l’impossibile. Potrebbe, allora, valere la pena di tracciare
un itinerario dal quale il luogo comune ("la morale sprovvista di favola")
della pericolosità dell’eccessivo sapere ritorni ad essere una problematica
meritevole di essere discussa.
Si tratta (e non è cosa da poco) di "passare dal dominio dei luoghi
comuni alla regione delle idee". Per far questo è necessario ri-trasformare
l’intera questione da asserto ideologico in problema scientifico. Ovviamente,
questo non è il punto di partenza, ma quello di arrivo. "Credere al
progresso - avvertiva Kafka nei Diari - non significa credere che un
progresso vi sia già stato". Il punto di partenza più ragionevole
potrebbe essere individuato alle origini stesse della storia della civilizzazione
dell’Occidente: la scienza (la conoscenza in grado di garantire la validità
o l’efficacia dei propri procedimenti) promette la verità, mentre
l’uomo s’attende la felicità, tutto sta vedere se verità e
felicità coincidono.
Nel corso del I millennio a. C., dal Dialogo del pessimismo fino all’Ecclesiaste,
ci si sente ripetere:" ... quanto più cresce la scienza, tanto più
crescono gli affanni e colui che aumenta la conoscenza non fa altro che aumentare
il dolore" (Eccl. 1 - 18). Ancor prima, intorno alla metà del II Millennio,
nel mondo minoico-miceneo compare il Labirinto, opera tecnica di Dedalo,
l’uomo di scienza in grado di trasformare il suo sapere in prodotto dell’arte;
perverso e bizzarro costrutto dell’intelletto, il Labirinto è simbolo
di perdizione, prefigurazione del logos e, di conseguenza, strumento della
rovina. Anche gli antichi "racconti della caduta" sono al riguardo
chiarissimi: il male incomincia a percorrere la terra dopo che gli uomini,
abbandonata la strada della "sapienza", hanno incominciato a percorrere i
sentieri della scienza. Illuminanti sono le prime pagine del Genesi: "Allora
il serpente disse alla donna: 'No, voi non morrete, anzi Dio sa che il giorno
in cui ne mangerete vi si apriranno gli occhi e sarete come Dio: conoscitori
del bene e del male' [Gen. 3, 1-6] ... Poi il Signore Iddio disse: 'Ecco,
ora l’uomo è diventato come uno di noi nella conoscenza del bene e
del male. Ora dunque, non stenda la mano e non colga anche l’albero della
vita e ne mangi e viva in eterno [Gen., 3, 22]". Inequivocabile il
mito greco delle origini e della caduta dell’uomo; la tragica vicenda inizia
dal dono prometeico del fuoco e delle arti di Efesto e di Pallade (tevcnh
e lovgo" sono la prima scaturigine dell’ Ubriß) e termina con la punizione
divina: l’invio di Pandora (" ... essi riceveranno in cambio del fuoco un
male di cui gioiranno") la quale apre il vaso di Zeus introducendo il male
nel mondo ("...sparse i mali, versando sugli uomini pianti e dolori" [Esiodo,
Op. 53, sgg.]). La letteratura religiosa (sia in ambito greco che nel mondo
ebraico e semita) ripete costantemente che la scienza e la tecnica generano
dolore e sono scaturigine dei mali. Dal vigoroso incedere del dialogo fra
Dio e Giobbe (che ha inizio con l’ironica richiesta di Yhavè: "T’interrogherò
e tu ammaestrami!" e termina con la ritrattazione di Giobbe del proprio tracotante
sapere) fino all’apocrifo di Enoc (in cui è detto chiaramente che
la discesa degli angeli ribelli portò agli uomini la conoscenza delle
arti e delle tecniche e, di conseguenza, la rovina del genere umano: "E per
la perdita dell’umanità, la loro voce si alzò fino al cielo
e li accusò" [Enoc. VII]), la linea di pensiero veterotestamentaria
sfocia nell’inno paolino alla carità: "Quand’anche io avessi il dono
della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza ... se non
ho la carità (agapev) io non sono niente" [Cor. 13] e prosegue, per
tutta l’età della Santa Romana Repubblica, come contrapposizione fra
la sapienza del cuore e la conoscenza dell’intelletto: questa genera affanni
e dolori, quella li lenisce e introduce alla "perfetta letizia". Di analogo
segno (pur nella diversità della cifra semantica) il discorso "sapienziale"
greco: dopo le devastanti introduzioni prometeiche delle tecniche e delle
arti, l’umanità ritrova la salvezza nei doni di Dioniso e Demetra
("... beato colui che ha un buon demone e conoscendo l’iniziazione degli
dei vive santamente e introduce la sua anima nella schiera dionisiaca" [Eur.
Bacc. 72]; " ... e Demetra mostrò a tutti i riti misterici e i riti
santi che non si possono trasgredire né apprendere né proferire
... Felice colui tra gli uomini viventi sulla terra che ha visto queste cose"
[Pindaro, Inno a Demetra]. Sapiente, nel mondo greco arcaico, non è
colui che sa attuare ed utilizzare le tecniche, che eccelle in destrezza
ed è capace di inventare i più diversi espedienti. Odisseo
non è sapiente, perchè sapienza significa gettare luce nell’oscurità
da parte di chi si è concesso all’illuminazione. La scienza e le tecniche
non sono le strade che possono portare l’uomo alla realizzazione dei suoi
più profondi bisogni spirituali, ma al contrario lo distolgono dal
cammino della sapienza e lo portano su quello della stoltezza. I beni materiali
promessi dalle tecniche sono vacui: "Quando riflettei su tutte le operazioni
che avevano eseguito le mie mani e sulla fatica che avevo durato per compierle,
ecco che tutto era vanità e pascersi di vento" (Ecclesiaste, 2, 10),
e i frutti dell’umano conoscere son poca cosa di fronte alla vera Sapienza:
"Per chi teme il Signore tutto andrà a buon fine e nel giorno della
fine sarà benedetto. Principio di sapienza è temere il Signore
..." (Ecclesiastico, I, 43-44). In una prospettiva di questo genere, il potere
che scienza e tecnica forniscono all’uomo è comunque sempre eccessivo
se esse non portano a Dio o, addirittura, lo allontanano da Lui [" ... dato
che ebbero tanta scienza da poter esplorare l’universo, come mai non trovarono
Colui che ne è il Signore. Infelici! In cose morte essi ripongono
le loro speranze" (Sapienza, 13, 9-10)]. In altre parole, se il potere
e la conoscenza che gli uomini hanno sopra la natura non sono intenzionati
alla sfera spirituale, allora questo potere è eccessivo rispetto all’autentico
scopo dell’uomo dato che lo portano fuori strada, ossia a perdersi. Ma vi
è un ulteriore significato dell’eccesso di potere: la prepotenza dell’uomo
che giunge fino al punto di credere gli sia possibile opporsi alla divinità,
ossia la Ubriß, l’insolente orgoglio, che è l’esatto contrario
del biblico "temere il Signore", sinonimo di sapienza. In una delle più
basilari articolazioni del pensiero religioso greco tutto questo è
inequivocabilmente chiarito: quando l’uomo diventa superbo e si ingelosisce
degli dei, quando l’ybris lo avvolge, allora per invidia del loro potere
concepisce l’insolente intenzione di andare oltre, di rompere l’ordine fissato.
E’ in quel momento che scatta la fthonos, ossia la legge del contrappasso,
l’ineluttabile punizione che non può mai trasformarsi in perdono perché
il suo scopo è quello di ricomporre l’ordine che l’intenzione (non
l’azione) dell’uomo aveva provato ad infrangere. L’andare oltre, l’inoltrarsi
nella regione del disordine, rappresenta per il mondo greco l’autentico tentativo
di sopraffazione del chaos nei confronti del cosmo; significa l’aver sconfinato
nelle terre dove non v’è la presenza del dio e, di conseguenza, dove
non può esservi la sua immagine: l’uomo. Sotto questa luce (e
nei due sensi appena delineati) la derivazione del pericolo dal livello del
potere sulla natura è motivata sia dall’aver chiarito, nel primo caso,
che lo scopo precipuo dell’uomo è radicalmente diverso dal dominio
sul mondo naturale (il sapere non intenzionato alla sfera spirituale è
vano e dannoso) che dall’aver fissato, nel secondo caso, i limiti oltre i
quali l’umano agire travalica le proprie possibilità (dove l’andare
oltre significa autodistruzione). Ovviamente, non metterebbe neppur conto
di dirlo, non è qui posta in discussione la legittimità dell’attività
noetica e pratica dell’uomo essenziali per il raggiungimento e il mantenimento
di un livello di vita adeguato, ma il fatto che questo sia il suo fine unico
e ultimo e che tale attività pretenda di imporre le leggi dell’utilità
(per l’uomo) in contrapposizione e a scapito dell’ordine naturale. Nate agli
albori della storia, queste due posizioni avrebbero potuto fornire ottime
armi all’accusa contro gli eccessi della scienza e delle tecniche. Sfortunatamente
sono state sottoposte a tali e tante volgarizzazioni e son finite nelle mani
di tali e tanti ideologi da risultare ormai prive della loro forza originaria.
Tale forza potrebbe essere sintetizzata in due punti:
a) il destino dell’uomo presenta un incontestabile valore di trascendenza
rispetto al mondo fisico e, quindi, tradire tale destino significa tradire
l’uomo;
b) l’universo è retto da un ordine necessario che è condizione
della propria sopravvivenza, ogni infrazione di tale armonia (sia pur finalizzata
al benessere dell’umanità) introduce il disordine nell’intero sistema,
compresi i suoi sottoinsiemi che sono i sistemi sociali.
La critica più assidua cui, in prima istanza, sono state sottoposte
queste posizioni è sintetizzabile nel fatto che esse impedirebbero
il progresso e, in cambio, non sarebbero in grado di mantenere le loro specifiche
promesse: l’ordine fisico e l’armonia etica. In secondo luogo, all’accusa
che il livello dei mezzi tecnico-scientifici effettivamente utilizzati per
intervenire sul mondo naturale può superare la soglia del pericolo,
si risponde affermando che tale argomento non ha ragione di essere in quanto
gli eventi della storia avvengono nel senso più desiderabile realizzando
una crescente perfezione, ossia il progresso della scienza e della tecnica
corre di pari passo al progresso dell’umanità. Tutto sta, ancora una
volta, a mettersi d’accordo sul significato dei termini usati; in questo
caso il termine incriminato è quello di progresso.
Il concetto di progresso è una delle nozioni più dense di significato,
di implicazioni profonde e di suggestioni che l’uomo abbia coniato. Esso
comporta una precisa concezione della storia o meglio una chiara definizione
del posto che l’uomo ha nel processo del divenire del mondo. Tale concezione
deve essere sia descrittiva che normativa, comporta tanto una teorizzazione
storica che filosofica. Essa implica che siano elaborate precise nozioni
circa il progresso della conoscenza, i suoi usi, le sue possibilità,
il suo valore e le sue fonti. Ma dato che la conoscenza, pur presentandosi
con un incontestabile valore noetico, può avere esiti pratici (le
tecniche), è automatico porsi le stesse domande anche per le tecniche,
aggiungendo tutta una serie di problematiche conseguenti di genere etico
e sociale che possono portare a questioni circa il progresso o il regresso
della felicità, del benessere sociale, del potere politico e della
virtù. Non va dimenticato che tale concetto implica che sia messo
in chiaro qual’è la direzione desiderabile per poter parlare di progresso
e non di regresso, di stasi o di deviazioni. Sono, inoltre, richiesti giudizi
di valore d’ordine deontologico e etico su ciò che dovrebbe essere
e su ciò che si deve fare in rapporto a se stessi, ai propri simili,
alla natura e a Dio. "In altri termini, - scrive Alistair Crombie - il concetto
di progresso è a un tempo profano e sacro, a un tempo epistemologico,
cosmologico e religioso, in quanto implica convinzioni circa la conoscenza,
circa ciò che esiste, e inoltre circa le origini, le attese e le responsabilità
dell’uomo all’interno di quello che è accettato come lo schema della
conoscenza e dell’esistenza". Sotto questa luce l’accusa di impedire il progresso
avrebbe poco senso se non venisse detto di quale progresso si tratta.
Lo riprenderemo nel prossimo numero.
Per ora dichiariamo che cosa la maggior parte degli uomini d'oggi crede che
sia il progesso, facendone un esempio vivente: Bill, l'uomo divenuto grazie
all'informatica, il più ricco del mondo. Il suo modello è Leonardo,
un"omo sanza lettere" capace, però, di comprendere la buona letteratura
e irridere a quelle dei "trombetti", un artigiano in grado di rappresentare
con la sua testimonianza di vita il miraculum magnum della natura, ossia
di ripeterne i miracoli, uno"scienziato" capace di unire la mano all'intelletto.Vissuto
mezzo millenio fà, esattamente fra i due secoli, la sua lettera di
presentazione a Lodovico Sforza, un vero e proprio curriculum, è estremamente
indicativa non solo della vastità dei suoi interessi e delle competenze
che vantava di avere (e non aveva!), ma principalmente del fatto che la sua
scelta professionale puntava decisamente in quell'ambito di conoscenza, controllo
e intervento sulla natura portato in ambito tecnologico. Le "macchine di
Leonardo", che hanno stupito generazioni e generazioni di uomini, sono copiate
da Keyser, da Guido da Vigevano, dall'Anonimo della guerra hussita,
dal Taccola, da Valturio, da Francesco di Giorgio Martini... (per quelle
che funzionano, ossia gli orologi, i mulini, le pompe, le macchine utensili
...), mentre le altre (ugualmente copiate: la macchina per volare o per andare
sottacqua, il carroarmato ...) sono giocattoli su cui si sono divertiti dall'antichità
in poi tutti i tecnici. Eppure per la gran parte degli uomini il progresso
ha luogo da queste macchine e non dal metodo scientifico di Galileo. Lo stesso
è per Bill a cui il grande pubblico riconosce di essere un genio dei
computers, un benefattore dell'umanità e l'autentico portavoce del
progresso del XXI secolo, e questo nonostante non abbia finito l'Università
(in America!), nonostante sia così poco ferrato in informatica che
uno studente (incauto!) non farebbe fatica a coglierlo in errore, nonostante
sia convinto (pro-trust e antidemocraticamente!) che il mondo abbia bisogno
di livellarsi e comprimersi in unico sistema operativo e sui prodotti di
una singola azienda (la sua!). Cioè, uno che potrebbe dire di se stesso
di imparare dai propri errori, ma di non farne mai. Luca Accomazzi, uno dei
nostri migliori informatici, alla domanda: "Ma Bill li usa i suoi prodotti?"
risponde: "No, ma non è questo il punto". L'industriale non mangia
i formaggi, i wurstel, gli hamburger ... e non beve il vino o le bibite che
lui stesso produce (ci mancherebbe altro! ci tiene alla sua salute), ma a
differenza di Bill (e di quello che credono i suoi fans) non si ritiene un
benefattore del mondo e la causa del suo rinnovamento, sviluppo e progresso;
un nuovo Leonardo insomma. Ma con due piccolissime differenze: dal 1452 al
1519 (l'arco della vita del grande vinciano) vivrà sempre povero e
alla ricerca di un lavoro, e, sopratutto, sarà uno dei più
grandi artisti dell'intera umanità e proprio per questo contribuì
al suo progresso.
3
Gli uomini prima sentono il necessario, di poi badano all'utile, appresso
avvertiscono il comodo, piú innanzi si dilettano del piacere, quindi
si dissolvono nel lusso, e finalmente impazzano in istrapazzar le sostanze.
(Vico, La scienza nuova)
a nozione di progresso comunica e partecipa un interesse, un significato
ed un valore, sia descrittivo che normativo, della persona nel tempo e nella
storia, del rapporto tra il suo passato con il suo futuro, del cammino della
conoscenza, dei suoi usi, delle sue condizioni e presupposti, delle sue cause
o motivi, le quali concernono inoltre i principi e l'evoluzione (o l'involuzione)
della felicità, del potere e della morale. Questa idea sottintende
l'esistenza di una direttrice auspicabile e sperabile, ma anche la probabilità
di cambiamenti di direzione e digressioni dal desiderabile; e, ancora, i
criteri di valore su ciò che avrebbe dovuto essere e su ciò
che non avrebbe dovuto essere, su ciò che si opera nei rapporti fra
l'uomo e la natura, con se stessi, con i propri simili o con Dio.
Il concetto di progresso è epistemologico, gnoseologico, ontologico,
cosmologico, naturalistico, laico e religioso, profano e sacro, terreno e
soprannaturale poichè coinvolge opinioni intorno alla conoscenza,
circa ciò che esiste, e inoltre riguardo alle origini, alle aspettative
e alle responsabilità dell'uomo all'interno di ciò che è
la propria visione del mondo e del proprio conferimento di senso.
Di solito si afferma che l’unica accezione che il mondo classico forniva
al concetto di progresso fosse la seguente: “Una qualsiasi serie di eventi
che avviene nel senso del maggior bene degli uomini, quindi in senso desiderabile”,
mentre ”La credenza che gli eventi della storia avvengano nel senso più
desiderabile realizzando una crescente perfezione“ è concezione loro
sconosciuta e tipicamente moderna. Ciò è in gran parte vero,
se non altro perchè l’idea moderna di progresso deriva sostanzialmente
da una precisa filosofia della storia che nell’antichità non aveva
avuto alcuna comparsa. Inoltre è evidente che si tratta di due cifre
semantiche radicalmente diverse: la prima consente la critica agli eccessi
della "scienza", la seconda reputerebbe tale critica un eccesso. In ogni
caso se il “senso della storia” rappresenta la condizione necessaria per
la problematizzazione del destino dell’uomo nel mondo, la soluzione in senso
ottimistico del divenire del mondo umano è solo una delle possibili
soluzioni. L'idea di progresso la si può trovare soltanto in società
che posseggano una documentazione storica scritta e un senso della storia,
ossia una tradizione storiografica ed una filosofia sostanzialistica della
storia. Tutte le filosofie sostanzialiste della storia condividono fra di
loro la nozione di ”mondo storico“ intendendolo come la totalità dei
modi di essere e delle creazioni umane nel processo del loro divenire. Il
punto diversificante è appunto sul come viene diversamente interpretato
il processo del divenire (da cui appunto si deriva la nozione di progresso).
A grandi linee, tali interpretazioni possono essere sintetizzate in quattro
punti: 1) Il divenire in senso vettoriale delle età del mondo, a sua
volta suddivisibile in: a) visione pessimistica (vettore negativo): dottrina
della decadenza delle età del mondo; b) visione ottimista (vettore
positivo): dottrine del progresso. 2) Il divenire in senso ciclico delle
età del mondo. 3) Il divenire inteso come sviluppo di un piano provvidenziale
(sia storico che extrastorica). 4) Il divenire in senso casuale degli eventi.
La concezione ottimistica del vettore sul quale corre il divenire del mondo
umano o teoria del progresso sembra essere sconosciuta nel mondo classico.
L'esperienza quotidiana del tempo che tutto rovina e tutto degrada, così
ben espressa nell'oraziana “Damnosa quid non imminuit dies?” non poteva che
portare i greci e i latini ad adottare la teoria della decadenza. D'altro
lato non potevano sfuggire alla loro osservazione i molti segni del sia pur
lento progredire delle civiltà, per cui la teoria dei cicli universali
(cosi diffusa da potere essere considerata il portato ortodosso del pensiero
storico classico), riesce a rendere fra loro coerenti il percorso del progresso
con quello del regresso, considerandoli come le opposte forme di un unico
moto periodico uniforme, comunque puntato in senso positivo. Come ha ben
dimostrato il Bury in Storia dell'idea di progresso: “Le idee hanno i loro
climi intellettuali e i climi intellettuali dell'antichità classica
e delle età successive non furono propizi alla nascita della dottrina
del progresso. Solo col XVII secolo si cominciano a superare gli ostacoli
che si frappongono alla sua apparizione e si andò propagando gradatamente
una atmosfera favorevole”.
Anche se l'interpretazione più rigorosa della teoria del progresso
sarà quella di Giovan Battista Vico, il quale fece da tramite fra
la dottrina delle età e quella dei cicli assumendo la nozione di piano
provvidenziale in senso non trascendente e quello di progresso in senso problematico,
l'idea ottimistica di progresso come linea interpretativa della storia dell'umanità
era comparsa in Europa circa due secoli prima del Vico: dalla Firenze medicea
all'Inghilterra elisabettiana, dalla Francia di Enrico IV alla Praga di Rodolfo
d'Asburgo, venne imponendosi quella visione ottimistica del cammino umano
che funse da terreno di cultura sul quale germogliò la moderna idea
di progresso. Il senso della novità, la consapevolezza del venire
a conoscenza di quanto mai era stato visto prima, la coscienza di vivere
un'epoca di profonde modificazioni pervade il grand siécle. Il secolo
che si apre è foriero di infinite e interminabili novità, sembra
avviarsi un'età felice e l'impressione generale al riguardo è
ottimistica. M. Mersenne scrive a Peyresc:"Il nostro secolo è padre
di un rivolgimento universale" e Cartesio nel Discorso sul metodo dichiara
"Il nostro secolo mi sembrava quanto mai florido e ricco di begli ingegni
più di qualsiasi dei precedenti". Come non credere di conseguenza
ad una umanità finalmente liberata? Come non indulgere al sogno cartesiano
di una fisica che affranca dai bisogni, di una medicina che toglie la sofferenza
e di un'etica che fonda finalmente una politica adatta alla dignità
dell'uomo? Il segno dell'utopia pare essere il segno distintivo dell'epoca:
oltre alle notissime opere di Tommaso Moro e Campanella, troveremo la Christianopolis
di J.Valentin Andreae, la Nuova Atlantide di Bacone, la Nova Solyma
di Samuel Gott, dove aleggia l'idea che la riforma del mondo deve necessariamente
venire di li a poco, per opera di un Collegio scientifico: " ... possiamo
vantarci di vivere a buon diritto - leggiamo nella Fama Fraternitatis dei
Fratelli della Rosa Croce - in un tempo felice in cui Egli non solo ci ha
rivelato quella metà del mondo fino ad ora a noi sconosciuta e celata
e ci ha fatto conoscere molte meravigliose opere e creature della natura
mai viste prima, ma ha anche fatto sorgere uomini di grande sapienza che
potrebbero in parte rinnovare e condurre a perfezione tutte le arti cosicchè
l'uomo possa finalmente comprendere la sua nobiltà e il suo valore
e perchè sia chiamato microcosmo e quanto la sua conoscenza si estenda
sulla natura". In una prospettiva di questo genere, confortata per di più
dall'ideologia della sostanziale simmetria fra verità e utilità,
non poteva che nascere una visione del progresso come credenza che gli eventi
della storia avvengano nel senso più desiderabile realizzando una
crescente perfezione. Bacone, su questo punto, è esplicito: il progresso
dell'umanità corre parallelo a quello delle scienze e delle tecniche
e punta decisamente verso un luogo immaginario che sta fra Eden e Utopia.
In questo preciso ambito di idee le accuse contro l'eccessivo potere della
scienza e delle tecniche si rovescia contro gli avversari in quanto la scienza
è intesa come strumento di conversione dell'uomo verso le creature
e quindi verso il Creatore, essa è strumento di salvezza in quanto
significa elevazione, liberazione dell'uomo dai suoi bisogni materiali in
favore di quelli spirituali. Dato lo scopo, ovviamente, i suoi frutti non
possono essere eccessivi, semmai difetteranno, costringendo l'uomo ad attendere
ulteriormente che si realizzi il più antico dei suoi sogni. In cammino
verso il raggiungimento di tale scopo, la Confessio Fraternitatis (il secondo
manifesto rosacrociano) recita: "... se farete ciò [ricerca
e divulgazione scientifica e tecnologica] il vantaggio che ne trarrete sarà
che tutti quei beni prodigiosi disseminati dalla natura nell'universo, vi
verranno concessi tutti insieme e vi alleggeriranno facilmente di tutti gli
ostacoli che si frappongono alla conoscenza dell'uomo e che impediscono di
compiere tutte le sue opere ..." Alla fine del 600, con il Fontenelle e l'Abbé
de Saint Pierre, la cultura dell'occidente elaborò l'ulteriore idea
di un continuo e indefinito sviluppo della civiltà sulla traccia del
progresso non solo del sapere, ma anche della morale e della politica. Tale
progresso non venne però considerato come necessario, ma possibile
e quindi realizzabile come un cammino verso un più alto livello di
esistenza, la quale non si conserva né perdura automaticamente ma
è una strada costellata di progressi e regressi. E' in questa prospettiva
che la visione vichiana della storia rappresenta il momento più indicativo
della linea interpretativa in esame. A riprendere il Vico e la teoria vichiana
del progresso problematico furono, come è noto, gli illuministi. Di
nuovo vi aggiunsero il criterio della misura del progresso: la ragione liberata
dai vincoli del pregiudizio ed assunta a guida del singolo come della società.
Con l'Illuminismo vennero poste le basi per lo sviluppo di una nuova valutazione
degli scopi della scienza o per meglio dire su queste basi si operò
la separazione di umanesimo e scienza: il primo, consapevole che il destino
dell'uomo è trascendente rispetto alla scena di questo mondo, sa che
quel conta per l'uomo appartiene ad un ordine differente da quello naturale
e, di conseguenza, non si rivolge più ad esso per cercare le proprie
radici, ma solo per convertirlo al proprio piano: il metastorico; la
seconda, invece, prende su di se quello che è il destino contingente,
i bisogni e le richieste della storia. L'approfondirsi di questa separazione,
che ha fatto sorgere l'incolmabile iato fra le scienze della natura e le
scienze dello spirito, funge ancor oggi in senso talmente forte che rappresenta
quasi il marchio del nostro tempo. E' qui che oggi possiamo parlare di una
"crisi dell'uomo" alla quale nè la scienza nè l'umanesimo sanno
dare indicazioni, in quanto ambedue sembrano aver perso di vista i loro rispettivi
scopi. Il paradigma della razionalità scientifica risulta essere nel
mondo contemporaneo il modello vincente della razionalità, la scienza
in altre parole incombe in modo quasi totale sul nostro modo di vivere, mentre
al contrario è quasi trascurabile il suo peso culturale. Perchè
in una civiltà che ha il suo asse portante sulla struttura scientifico-tecnologica
dal punto di vista della concretezza della condizione esistenziale,
la dimensione scientifica sta fuori dall'ambito culturale? Cos'è infatti
la cultura se non il risultato dell'insieme di conoscenze trasformate in
criteri di giudizio, in parametri di valutazione, in capacità di unificazione
sintetica, in conferimento di senso alla vita, alla storia, alla realtà?
Non è vero che, al livello appena descritto, esistono due culture,
esiste solo la cultura umanistica e la scienza non interviene in questo discorso
E si che la scienza assorbe oggi il meglio delle intelligenze che, in realtà,
vengono sotratte proprio alla elaborazione di quei fini, di quei parametri
di giudizio, di quei criteri di valore sui quali in fondo la società
contemporanea gioca la propria esistenza. Si è così rovesciata
la figura dell'intellettuale, colui che dopo aver seminato il dubbio approda
ad una conoscenza che davvero sia in grado non solo di spiegare i meccanismi
per cui funziona la natura, ma fondamentalmente le ragioni dell'essere dell'uomo,
colui che sa dedicarsi all'interpretazione del conoscere, al conferimento
di senso ai risultati della scienza, alla loro applicazione nella costruzione
di sistemi che reggano non solo le avventure del corpo e della mente, ma
siano capaci di fornire all'uomo la coscienza di un suo destino trascendente.
In questo senso oggi non assistiamo ad una crisi (nel senso classico in cui
termine sta per "giudizio"), ma ad una inimmaginabile serie di certezze,
travestite e contrabbandate da rivoluzioni (termine che la lingua greca,
con fine ironia, traduceva con "stasi"); assistiamo, cioè, ad una
scienza che risolve sempre più gli enigmi della natura e sempre più
si distacca dall'uomo e da un umanesimo che ha perso il senso della dotta
ignoranza e si è vestito dei panni dell'ermetico manipolatore di parole
vuote di significato, ma cariche di suggestione. E' in tale dimensione ideologica
che si è operato il passaggio dalla regione delle idee al dominio
dei luoghi comuni ed allo scambio di reciproche accuse non più basate
su un conferimento di senso, ma su un differimento dal consenso. Giunti a
questo punto non resta che porci un'ultima domanda: è proprio vero
che l'idea di progresso era sconosciuta ai Greci? Certamente si, se limitiamo
la nostra indagine alle mere concezioni storico-politiche, ma ben diverso
quando ci rivolgiamo alle grandi cosmogonie orfico-pitagoriche e platoniche
le quali si son fatte portatrici di tre concetti basilari: “in principio
v’era il disordine” e “in seguito la parola ordinatrice funge da elemento
generatore e rigeneratore dell’armonia tramite una continua ricostituzione,
in termini dinamici, dell’equilibrio”, “l’universo tende al bene, esso è
un corpo vivente e intelligente in cui la dialettica fa ordine e disordine
è legge naturale e nel contempo storico-sociale in grado di mantenere
o ricostituire continuamente il cammino dell’ordine che è il cammino
della vita contro la morte”.Il cerchio sembra così chiudersi e collegare
in modo quasi olografico l’arco dei tempi della storia dell'Occidente; per
la maggior parte della nostra storia la natura è stata considerata
come un qualcosa di già dotato di un progetto e, nella stragrande
maggioranza dei casi tale progetto è stato considerato come un qualcosa
di operante per il meglio. Indubbiamente, per tanti aspetti l’uomo ha considerato
se stesso come elemento primario di tale progetto se non addirittura il progettatore.
La recita della storia vien messa in scena da due personaggi che sono poi
gli stessi che la costruiscono (o l’hanno costruita o la costruiranno): l’appagato
ottimista che dichiara che questo nel quale noi viviamo è il migliore
dei mondi possibili e il pessimista incontentabile che resta costantemente
perplesso temendo che ciò possa essere vero. Resta da vedere se colui
che accusa la scienza di aver addensato sull'uomo pericoli terribili, fornendogli
un potere eccessivo sulla natura sia l'ottimista o il pessimista. Ho il sospetto
che la cosa non sia così chiara come potrebbe apparire a prima vista.
Stando al significato proprio dei vocaboli, parrebbe che un libero pensatore
dovrebbe essere un uomo che vuole pochi o nessun vincoli al pensiero, o meglio
alla manifestazione del pensiero, poiché il pensiero interno è
libero, liberissimo, e non si può volere togliere vincoli che non
esistono. Invece, nel fatto, il libero pensatore è un credente che
vuole imporre la sua religione e vincolare il pensiero di chi non la pensa
come lui. (Vilfredo Pareto, Trattato di sociologia generale).
Prendiamo alcuni "liberi pensatori" famosi in Italia tanto da essere portati
ad esempio e a modello ai giovani.
Umberto Eco, che firma una serie di CD "Encyclomedia" per l'Espresso (reclamizzata
da un mese su tutti i giornali, riviste, radio e televisioni), fa presente
che questi dischi "girano" solo "Per Windows 95-98", escludendo qualsiasi
altra piattaforma soft diversa da quella di Bill Gates. A parte che non costava
nulla (cioè zero lire!) usare o PDF oppure "Mac-Windows" (cosa da
sempre fatta da Panorama, "di proprietà della reazione"), resta il
fatto che l'utente Mac, data l'enorme velocità del suo clock, con
una spesa di L. 120.000, può comprarsi un programma (Mac Real o Virtual
PC) con cui leggere perfettamente quei CD "solo per Windows", restando, comunque,
a far parte di quel 15% di persone non dipendenti da Microsoft.
I "liberi pensatori" dell'Espresso, però, han meditato di eliminare
chi non la pensava come loro.
Piero Angela, noto conduttore di programmi televisivi "scientifici", è
riuscito ad imporci (reti RAI) anche suo figlio Alberto, per "costruire"
e "guidare' delle trasmissioni "letterarie-umanistiche" (ma non è
nepotismo, si badi bene!). In realtà c'era bisogno di un qualcosa
di "meno preciso", ma fatto in casa e così ben costruito (e manierato),
da togliere anche questa possibilità ai "nemici della scienza" (cioè
ai nemici del signor Angela!). In un film di Alberto Sordi, "Sono un fenomeno
paranormale", un cultore del razionalismo ad oltranza e conduttore di programmi
televisivi (chi sarà mai!?), di fronte alla possibilità di
convertirsi, pensa: "Dopo tutta una vita passata a scoprire e a smascherare
i maghi non posso io dare segno di cedimento ...".
I "liberi pensatori" di RAI 1 hanno vincolato il pensiero di chi non la pensa
come loro.
Silvio Garattini, un farmacologo considerevolmente attratto dalle telecamere,
dice che gli omeopati sono "una setta eretica, una massoneria di scettici
che non crede alle promesse della scienza ufficiale", per gli agopuntori,
invece, usa questo marchingegno "chi ritiene di avere ricavato un giovamento
dall'agopuntura diventa spontaneamente un suo sostenitore, mentre coloro
che non ottengono alcun risultato di solito si guardano bene dal raccontare
la propria esperienza, temendo di passare per gonzi, soprattutto se il mago
cinese (o l'imbroglione italiano) gli ha sfilato dal portafogli un bel pacco
di banconote", mentre la fitoterapia o "l'erboristeria occupa un posto a
sé. Meno astratta dell'omeopatia, meno esoterica dell'agopuntura,
ha un sapore casereccio." e così via ... (Scoppiare di salute, Rizzoli).
Costui ha sempre preso posizione contro tutti i "nemici della vera medicina",
attaccando medici non schierati e pazienti che desideravano provare anche
le medicine "altre" (dalla sua ovviamente!). Il "libero pensatore" dell'Istituto
"Mario Negri" è un credente che vuole imporre la sua religione a tutto
il mondo.
Che hanno in comune questi personaggi? Appartengono tutti al CICAP.
"Un'organizzazione che promuove un'indagine scientifica e critica nei confronti
delle discipline dogmatiche e del tutto illusorie che, pur proclamandosi
scientifiche, non possiedono le caratteristiche tipiche della scienza e possono
pertanto essere definite pseudoscienze" (sic!).
Sembrerebbe, proprio, che il libero pensatore sia un uomo che vuole vincoli
(fortissimi) al pensiero (degli altri o di chi non la pensa come lui).
Diceva Totò: "Alla faccia del bicarbonato di soda!"
4
La libertà non sta nello scegliere fra bianco e nero, ma nel sottrarsi
a questa scelta prescritta.
Adorno Th. Minima moralia
In questi anni ("di fine millenio") si discute senza sosta di libertà
con lo stesso accanimento, insistenza e pervicacia dei nostri nonni (che
erano solamente, poverini loro, "di fine secolo"). Infatti sta per terminare
il "secolo degli stati totalitari" quando la maggior parte dei dispotici
potenti (cioè tutti) aveva dichiarata la libertà un vano sogno
o una criminale licenza, tanto che un capo comunista soleva dire che: "…
è così preziosa, che bisogna razionarla". Ed in Italia così
ci si esprimeva: "Ci sono le libertà, la libertà non è
mai esistita" (B.Mussolini, Alla Camera dei Deputati, 15 luglio 1923), "La
libertà al singolare esiste soltanto nelle libertà al plurale"
(B.Croce, Storia d'Europa nel secolo decimonono") e "Essere partigiani della
libertà in astratto non conta nulla, è semplicemente una posizione
da uomo di tavolino che studia i fatti del passato, ma non da uomo attuale
partecipe delle lotte del suo tempo" (A. Gramsci, Passato e presente). Erano
tutti per una volta d'accordo, ma continuavano a discutere. Se no, che gusto
c'era! Come sempre, però, non fu un filosofo (di cui, per altro, non
se ne sentiva il bisogno) a impostare correttamente la questione: "Veramente,
la sorte capitata al termine libertà è assai comica. In molti
casi esso significa ora precisamente il contrario di ciò che significava
cinquant'anni fa; ma i sentimenti che fa nascere rimangono gli stessi, e
cioè esso indica uno stato di cose favorevole a chi ascolta".
"Se Tizio vincola Caio, questi chiama libertà il sottrarsi a tali
vincoli; ma se poi, a sua volta, Caio vincola Tizio, egli chiama libertà
il rafforzare tali vincoli; in entrambi i casi il termine libertà
suggerisce a Caio sentimenti gradevoli." (Vilfredo Pareto, Trattato di sociologia
generale). E' chiaro che Caio è un libero pensatore, ossia " … un
credente che vuole imporre la sua religione e vincolare il pensiero di chi
non la pensa come lui" (idem) e nel fare questo si sente libero (e la cosa
passi, ognuno può provare il sentimento che vuole), ma intende anche,
così facendo, rendere liberi tutti gli uomini (anche coloro che di
simile libertà farebbero volentieri a meno).
Ora siamo in un tempo di "liberalismo", che A. Gide nel suo diario (28-29
settembre 1940) definiva "la virtù più sospetta e la meno praticabile";
difatti in ogni momento della giornata c'è un "predicatore" che ci
ricorda quanto sia bello vivere in un mondo completamente "liberalistico
e democratico", al contrario di quel che ti darebbe l'odiato partito avverso,
ovverrosia la tirannide e l'assolutismo. Il fatto è che costoro, quando
era di moda (cioè l'altro ieri), sono stati "completamente" comunisti,
fascisti o democristiani, mentre ora sono "democratici liberisti di sinistra,
di destra e cattolici" (cioè la totalità della nostra storia
condita e riassestata con l'oppressione, con gli abusi, con il dispotismo).
Così, a ben pensarci, in questo mondo rimane in piedi solo la libera
e perfetta concorrenza, l'economia politica liberale, cioè una società
ideale ben più difficile da realizzare che quella di Platone, che
appunto per questo è stata scelta dai nostri governanti per la sua
inattualità e ineseguibilità, ma anche per la sua bellezza
inverosimile, quindi assurda e insensata (che sono sicuramente le condizioni
che la rendono impossibile). Fatto questo hanno deciso di discutere di alcune
fattibili libertà (dove il termine fattibile sta per "effettuabile
da me" e non "eseguibile da tutti"). Esse sono: la libertà di istruzione,
la libertà di cura e la libertà di scambio di idee e cose,
cioè quasi l'intero campo dell'autodeterminazione di scelta. Non è
accettabile, infatti, che ad una persona sia sottratta e tolta la possibilità
di scegliere, in questi ambiti fondamentali, il modello da essa preferibile;
e cioè: la forma di scuola e il tipo degli studi scelti per i propri
figli, le cure della salute e il rimedio contro le malattie preferibili per
loro stessi e l'indipendenza e la autonomia date dalla legge nel rapporto
economico con gli altri. Eppure, a ben vedere, non è proprio così!
La scuola privata (che in Italia corrisponde, nella maggioranza, a quella
cattolica) deve essere finanziata completamente con fondi pubblici, e ne
siamo fermamente convinti, se sottostà all'obbligo minimo di 1) accettare
tutti i cittadini che abbiano i requisiti per iscriversi alla scuola statale
e 2) svolgere i programmi previsti dalle leggi con un corpo docente vincitore
di concorso nazionale (l'essere preti o suore se non si è ottenuta
l'abilitazione e vinta la cattedra non è una condizione per l'insegnamento).
E' chiaro che gli studenti potranno essere cattolici, ma non saranno obbligati
ad esserlo, che la scuola farà in più corsi, ad esempio, di
teologia, ma solo per chi li vuole e che i docenti faranno dire le preghiere,
ma a quelli che lo desiderano, mentre chi non pratica quella "confessione"
non sarà (perchè non potrà) essere rifiutato, emarginato
ed estromesso. Se invece si vuole una scuola pienamente confessionale con
professione di fede annessa allora si farà come l'Università
Cattolica, che da molti decenni vive e prospera (essendo uno dei migliori
atenei d'Italia) nel rispetto per le leggi e con un corpo docente di primissimo
piano (e vincitore di concorso), ma con finanziamenti provenienti dalla Chiesa
e dai fedeli (ad es. la Giornata della Università Cattolica, le tasse
di iscrizione ovviamente più alte ...). Al contrario di quella scuola
privata, di formazione professionale, gestita da suore e unica nel Trentino,
che vive grazie ai fondi elargiti dalla Provincia autonoma. Qui si è
impedito ad una ragazza islamica di iscriversi in quanto non poteva, perché
"di religione musulmana", aderire pienamente al modello educativo cattolico.
Oltretutto questo Istituto, che svolge servizio di Scuola dell'obbligo, ha
risposto (vedi La Repubblica, 24/11/1999) alla famiglia: "La vostra religione
musulmana impedisce di seguire i momenti di preghiera liturgica, i riti spirituali
e le celebrazioni di festività di indirizzo cattolico. Vi preghiamo
pertanto di inserire vostra figlia in una scuola di Stato dove c'è
libertà religiosa". E costoro non hanno ritegno a prendere i soldi
dalla comunità civile affermando che nello Stato esiste la "libertà
religiosa" (come se fosse un male!), mentre nella Chiesa no? O meglio, non
si vergognano i Politici della Provincia che sono pagati per fare gli interessi
della nazione e non di una sola parte? Evidentemente no, perché a
differenza degli antichi Romani, oggi capita che "Ita in maxima fortuna,
maxima licentia est".
Anche nella Sanità Pubblica dovrebbe avvenire che un cittadino decida
autonomente chi sarà il proprio medico-chirurgo e, d'accordo con quello,
scelga il tipo di cura efficace e più opportuna per sé. E'
chiaro che se una commissione di medici-chirurghi, nominata dal Ministero
(per le loro capacità e non, come un tempo, per la loro rapacità),
avrà attestato che quelle cure sono valide ed adeguate allora esse
saranno passate, in toto o in parte, dal servizio mutualistico. Tutte le
altre saranno a carico del paziente, il quale (sborsando suoi soldi per la
salute che è sua) quantomeno non dovrebbe essere offeso dal ministro,
perché sceglie col suo medico, diversamente da quello che a lei "piace,
vuole e permette". I giornali hanno riportato che a Torino la "onorevole,
ex-democristiana" Rosi Bindi, sentendosi offesa con i medici che la chiamavano
"dittatore", abbia a loro risposto "che se lei era un dittatore, loro erano
dei Di Bella". A parte la maleducazione e la villania, il curioso è
che ha fatto questo "numero" il giorno che sono state riviste le cartelle
degli invalidi civili dove 4 "handicappati" su 5 sono stati riconosciuti
tali contro il parere di commissioni "troppo severe" e, fondamentalmente,
quando alla signora Poggiolini sono stati restituiti 14 (quattordici) miliardi
dei 56 che le erano stati sequestrati, espropriati e confiscati. Luigi Di
Bella è un medico e ricercatore sconosciuto, un uomo che da sessanta
anni professa la medicina, che ha fatto la ricerca a proprie spese, che cura
‘gratis’ da sempre centinaia di malati e che potrebbe essere in errore (ma
non volontario, intenzionale e deliberato). E ora, più che ottuagenario,
continua a garantire la sua "simpatia" al malato, cioè all’uomo che
soffre ed è preso dal male che istituisce una stretta alleanza con
il suo guaritore, e tale investimento affettivo si chiama “simpatia”, qui
assunta nel senso originario di “patire insieme”. Da ciò ne deriva,
da un lato, una consapevole partecipazione del paziente all’atto e al gesto
medico e, dall’altro, una diversa formazione professionale, non più
classificatoria e illustratoria, ma dialogica, dove il punto di contatto
sta nel saper esprimere-estrinsecare ed esaminare - analizzare un sintomo.
Sarà un'opera impenetrabile e incomprensibile per la dottoressa (ma
non certo medico-chirurgo) Rosi Bindi, ma un Ministro della Sanità
dello Stato non dovrebbe comportarsi come una frequentatrice del Bar Sport,
la domenica sera dopo la partita, che si prende a male parole con il
tifoso della squadra avversa. Già irriso, vilipeso o anche solo preso
in giro da “professori” che già fecero parte del ministero De Lorenzo,
da inquisitori già amici di Poggiolini, da clienti di Longostrevi
ci mancava la "rosibindi" per compiere l'opera "gratuita" di dileggio, ingiuria
e dispregio verso il professore modenese. Quando il gruppo dibelliano era
in grado di mobilitare centinaia di migliaia di persone contro il Ministro
della Sanità, che allora però trattava il "professore" con
grande deferenza, quando era capace di rispondere per le rime alle Multinazionali
Industrie Farmaceutiche e di trattare da pari con i Baroni di Medicina, che
allora gli si rivolgevano con considerazione e condiscendenza, noi ci siamo
sentiti "… obbligati a domandarci qualcosa in più sul suo metodo per
non cadere nella trappola di fare di Di Bella esclusivamente la vittima politica
dei 'potenti' e dei suoi malati, i malaccorti e stolti acquirenti della somatostatina
a carissimo prezzo" (Anthropos & Iatria, Anno II - N. 1 -
Gennaio - Febbraio 1998 p.5). Allora abbiamo discusso a fondo il suo metodo
individuando la assoluta mancanza di metodo, ma ora ci sentiamo di difenderlo
dalla scortesia e dalla inciviltà di un politico.
E quelle persone affette da neoplasia (io personalmente ne conosco alcune)
che senza chiedere niente allo Stato, sono anni che si curano da Di Bella
o altrove, ma a loro spese, cosa immaginano della libertà che a loro
dovrebbe garantire il Ministro dello Sanità? E quei 4/5 di invalidi
cosa ne avranno pensato a vedersi togliere una pensione da fame, per far
sì che i funzionari della Sanità Pubblica si potessero vantare
d'esser riusciti a risanare il bilancio dello Stato, colpendo quei ricchi
imbroglioni degli handicappati?
"La libertà - diceva Henri Lacordaire - è possibile soltanto
in un paese dove il diritto ha piú forza delle passioni". Ma cosa
dovremo aspettarci in questo paese dove il diritto non c'è più
perché: "Silent enim leges inter arma!"
Ma veniamo ora al campo più discusso dove la libertà la fa
da padrona: il liberismo o meglio la libertà di commercio. Questo
è il tempo di "Free Internet" e di "Free desktop computer"! Oppure
solo di Free Microsoft e Intel! Cioè: "O mangi questa minestra o salti
da questa finestra" (che normalmente sta al quarantesimo piano di un grattacielo).
Il salto senza ritorno l'hanno già fatto quelli che un tempo erano
dei grandissimi gruppi come Amiga, Sinclair o Commodore che costruivano home
computer (anni '80) belli, efficenti e a poco prezzo. Ora è venuto
il tempo di trapassare per quelle Aziende che, al 94 % della Microsoft, rispondono
con il 6 % della Apple, perché la libertà è impedire
ad altri di esistere, così che in un regime di monopolio avremo computer
e soft molto più brutti, cari ed inefficenti. Ma i nostri intellettuali
ne sono compiaciuti, perché è ovvio che per la mentalità
"liberista di sinistra" le grandi aziende debbano sopraffare e soverchiare
quelle piccole, con la trascurabile eccezione di quella azienda elettronica
che è riuscita ad andare a bagno nonostante che le scuole (statali)
avessero acquistato gli M21 e gli M24 (per la maggior parte obbligate in
questo da un decreto del Ministero). Prediamo l'esempio di Netscape, che
per il neofita è stato il primo programma di Internet (il migliore
e leader del mercato), ridotto all'angolo perché Bill Gates ha obbligato
tutti, addirittura anche la Apple, a prendere il suo "Explorer", con la minaccia
di toglierle "Office per Mac" (cosa che avrebbe significato forse l'estinzione
della Apple o almeno un suo ridimensionamento). Ha inoltre inglobato "Explorer"
nel sistema operativo "Windows", "prendendo a modello" il "sistema operativo
a finestre" della Apple (che fin dal 1983 l'aveva inventato ed introdotto);
va detto, peraltro, che Bill Gates un decennio dopo (primi anni '90) l'aveva
adattato ai processori Intel, rendendolo incompatibile con tutti gli altri,
specialmente con Mac Intosh. Inoltre hAa non permesso che venissero resi
pubblici dei particolari tecnici (anche secondari) obbligando Netscape a
rallentare il proprio programma concorrente. Ha poi varato una versione di
Java, linguaggio principe per Internet (proprietà dell'azienda di
Scott Mc Nealy), in grado di girare sui sistemi operativi più diversi,
ridotto a funzionare solo con "Windows" e da ultimo (secondo la stampa USA)
avrebbe cercato di inquinare il sistema operativo "Linus" il quale è
un software potentissimo, aperto e gratuito a cui molti programmatori lavorano
gratis per migliorarlo. Tanto per intenderci è come se una Ipotetica
Scuola Guida a Livello Mondiale (voluta dall'azienda-voglio-diventare-leader-unico)
preparasse all'esame gli studenti su di un solo manuale in grado di descrivere
una sola marca di automobili e un'unica marca di benzina. Era solo questione
di tempo che la maggioranza degli altri produttori di vetture decidesse di
comprare quell'unico motore e quell'unica benzina e di cambiare solo le carrozzerie
(è chiaro che oggi non ci sono più soltanto gli IBM, gli HP,
i Siemens ... - ottimi computer- ma ci sono tutta una serie di cloni, che
costano poco, ma che in compenso sono sempre rotti). E' chiaro, comunque,
che le concorrenti che non si adeguavano sarebbero sparite. Ora ammettiamo
che dei ricercatori geniali inventino un combustibile poco costoso, universale,
molto comune ed ecologico ed un motore potentissimo che funziona con quel
carburante e, per di più, regalino il manuale. Che cosa avverrà
a quel punto? La sagra della menzogna: quella "benzina" è la morte
per l'ambiente, è particolarmente cara e introvabile, mentre quel
motore ha dei costi salati, è dispendioso, si rompe e va piano. E
la maggioranza ci crederà come fosse "vangelo": "Le masse - scriveva
Hitler in Mein Kampf - cadranno vittime piú facilmente di una grossa
menzogna che di una piccola, oltrettutto detta per primi.
Chi progetta in informatica non ha ancora capito che la verità non
può essere detta completamente. Ad esempio: anche se è vero,
e attestato addirittura sugli standart della concorrenza, come si fa a dire
che il tuo computer Power Mac G4 Velocity EngineTM a 500 MHz è di
2,94 volte più veloce del mio, quando io ho speso una grossa cifra
in pubblicità a far capire che il mio è, a mio dire (presentato
come a detta di tutti), "il più veloce al mondo": "Amico mio, la verità
autentica è sempre inverosimile [...]. Per rendere la verità
piú verosimile, bisogna assolutamente mescolarvi un po' di menzogna."
(Dostoevskij, I demoni - Stepan Trofimovic).
Ma oggi le cose con Internet stanno cambiando, stiamo assistendo ad una vera
rivoluzione dove non sono le armi, i partiti, le ideologie a dettare il futuro:
"In un mondo senza mura (walls) e senza barriere (fences), per quale ragione
tu dovresti avere bisogno di finestre (windows) e di porte (gates)".