1998


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Quel che è troppo è troppo, anche in fatto di popolarità. A Roma, sulle prime, vi sentite pieni di rimpianto perché Michelangelo è morto, poi con l'andar del tempo, rimpiangete soltanto di non averlo visto morire.  Calendario di Wilson lo Zuccone - (Mark Twain - Wilson lo Zuccone)

Diversi mesi orsono, studiando le varie cure, non “ufficiali”, del cancro, abbiamo incontrato l’opera di Luigi Di Bella, medico e ricercatore sconosciuto ai più. Di lui scrivemmo: ” ...un uomo che da sessanta anni professa la medicina, che ha fatto la ricerca a proprie spese, che cura ‘gratis’ da sempre centinaia di malati e che potrebbe essere in errore (ma non volontario), ora più che ottuagenario, viene attaccato da ...” e del suo libro, Cancro, siamo sulla strada giusta? (pubblicato nel 1997): “...sembra aprire nuovi sentieri nella terapia dei tumori e mettere in discussione dogmi e schemi della oncologia ufficiale ...”. Ma allora non avremmo mai immaginato che, nei sondaggi, il personaggio sarebbe diventato tanto popolare da battere non solo i politici ma anche le stars del calcio, del cinema, della canzonetta e della televisione.
Infatti oggi, che l’anziano medico è uno degli uomini più famosi d’Italia, in grado di mobilitare centinaia di migliaia di persone contro il Ministro, di rispondere per le rime alle Multinazionali Industrie Farmaceutiche, di trattare da pari con i Baroni di Medicina, (che prima gli davano del ciarlatano e ora gli si rivolgono con deferenza), ci sentiamo obbligati a domandarci.qualcosa in più sul suo metodo per non cadere nella trappola di fare di Di Bella esclusivamente la vittima politica dei “potenti” e dei suoi malati, i malaccorti e stolti acquirenti della somatostatina a carissimo prezzo.
Prima, se il metodo esiste? Subito dopo se é oggettivabile e intersogettivabile? Cioè se è un metodo scientifico e se è comunicabile agli altri. Se, indipendentemente da chi lo pratica, i suoi “protocolli” sono proposizioni sempre vere su di quel particolare universo di oggetti e se valgono a discriminare quella particolare “scienza” da tutto il resto. Se è un metodo buono per tutti gli ammalati della terra e non solo per quelli che ci credono fideisticamente. Se continua a valere anche se cambiano gli operatori...
Sono queste domande retoriche di cui gia sappiamo la risposta. Al punto che per “metodo” e per “protocolli” abbiamo diverse definizioni e non ci sfiora neppure il sospetto che se non siamo d’accordo  a livello di logo semantico (sul signifIcato dei termini che si utilizzano)non possiamo iniziare qualunque discorso sul logo apofantico (sulla verità o la falsità di quel che si afferma). Inoltre, è giusto sottoporre a sperimentazione cio che non è possibile sperimentare: il valore della “cura” personalizzata ossia il fatto che Di Bella si sia dedicato ai malati con tutto il suo cuore? Per anni egli non ha seguito alcun protocollo e ora gli si chede di fissarli. E’ chiaro che lui (e i suoi collaboratori)mai si troveranno d’accordo con l’Istituto Tumori, che da sempre porta avanti una sperimentazione che non è (e ovviamente non potrà mai essere) una cura personalizzata.
Il termine “cura”, nella lingua italiana è andato sempre più perdendo il suo originario significato di “ho a cuore” e “attenta preoccupazione verso ..“ [nel caso della medicina “... verso la salute”], ed ha acquisito quello più ristretto di “terapia” (farmaco, medicamento, rimedio). ”Lo scopo dell’arte medica - dichiarava Claudio Galeno - è la salute, il fine è ottenerla”, il chè è rimasto nel linguaggio comune dove le parole: care, soin, cura, sorge, solicitud ecc...stanno per avere cura, o meglio a cuore, una data condizione, lo stato di salute, mantenerlo o riconquistarlo.
Se ci si colloca in quest'ottica, da cui purtroppo la medicina occidentale si è allontanata progressivamente, così come si è allontanata dal rapporto "affettivo" col paziente, si recupera una diversa visione del problema "salute". La malattia non ci appare più come una mera affezione interessante una parte del corpo umano, ma come la manifestazione di una condizione disarmonica generale di cui l'affezione è la manifestazione patologica più evidente. Parimenti il paziente sfugge al rischio di essere visto come "organo malato" e si propone al medico nella sua interezza di individuo. Come ha ben evidenziato Foucault, la storia della medicina occidentale è metaforicamente la storia dello sguardo del medico che si posa sul malato: a seconda di come egli lo guarda, il malato si riduce a "corpo della malattia", organo separato su cui operare, o si impone come essere che soffre e a cui va ridata l'armonia.
E’ chiaro che questo rapporto “affettivo” con il paziente non può esser deciso da un protocollo. Sempre più spesso sappiamo che diversi pazienti, affetti da tumore, hanno preferito le cure di un medico “alternativo” alle dolorose e impersonali terapie della oncologia tradizionale, altri sono andati dal guaritore o dello sciamano e altri ancora si sono recati a Lourdes o da Padre Pio, alcuni sono guariti, altri sono morti e altri ancora continuano a girare alla ricerca di quel farmaco che li guarira. “E’ meglio - scive Asher - credere in qualcosa di infondato da un punto di vista terapeutico che riconoscere apertamente il fallimento”
.Si è asserito che la medicina è l’unica professione che lotta incessantemente per distruggere la ragione della propria esistenza: prevenire le malattie ed eliminare il bisogno del medico. Essa tende ad essere un’arte “che viene esercitata mentre sta attendendo di scoprirla” e una scienza che sempre aspetta di essere imparata e coltivata
Ortega y Gasset  afferma: “.. La medicina non è una scienza, ma una professione, è un fatto pratico [...] che alla scienza si rivolge per sfruttare tutti quei risultati che le sembrano utili, ma che lascia cadere tutto il resto. E lascia cadere, in particolare, ciò che è più caratteristico della scienza, l'esercizio del dubbio e l'approccio problematico” e “In certo qual senso scienza e medicina sono agli antipodi,- come P. Skrabanek e J. Mac Cormick affermano - la scienza cerca una risposta sperimentale a quesiti generali, la medicina cerca una risposta specifica al problema specifico del paziente ... Lo scienziato amplia le basi delle conoscenze comuni, il medico accumula esperienza personale. Mentre lo scienziato non fa che cercare problemi nuovi e smette di interessarsene quando sono stati risolti, il medico che ha trovato una soluzione è ben contento di specializzarsi proprio nell’applicazione di quella soluzione”. A nessun scienziato gli passerebbe per la testa una cosa del genere.
“La medicina clinica - scrive D. Antiseri - è una scienza storica per l’attività diagnostica e tecnologica per l’attività terapeutica”. In primo luogo la medicina, come d'altronde fanno le cosiddette scienze umane, ricorre a metodi e ad impianti epistemologici più simili a quelli della storiografia che a quelli della fisica o della chimica. A differenza delle diverse “scienze”, il cui fine è istituzionalmente noetico (la conoscenza di ...), la medicina sembra avere anche finalità pratiche (la cura della salute e della malattia); generalmente, essa viene considerata un'arte fortemente connotata dalla perizia dell'artista (il medico), il quale attinge nozioni dall'emporio del sapere scientifico (le scienze empiriche) e abilità pragmatiche dal bagaglio delle tecnologie, raggiungendo i propri obiettivi con una corretta applicazione della scienza.

In questo momento storico che di medicina tutti ne parlano sarebbe il momento di applicarvi una rigorosa “epochè” chiedendo ai “politici” venditori di parole, agli “avvocati” azzeccagarbugli, ai “giornalisti“ presuntosi e analfabeti, alla banda di allegri “talkshovisti” ... di dedicarsi a tutt’altro che non sia la salute..
Allora forse ci potremo onestamente chiederci come ne stiamo uscendo dal caso Di Bella: i malati senza cura “personalizzata” che avevano sognato, la medicina sconfitta da ogni parte (sia l’oncologia ufficiale sia i medici dibbelliani) perchè lo si sapeva fin dall’inizio che non se ne poteva ricavar nulla da un dialoga fra sordi, Di Bella non più valutato per quel che di buono ha fatto nella vita (ma avendogli fatto dire che lui può curare la sclerosi a placche e il morbo di Alzhaimer).
Gli unici a guadagnarci sono stati i politici che hanno pescato nel torbido, gli avvocati che hanno difeso ciò che non poteva essere difeso  e i conduttori di “talk show” che per una volta han potuto far reagire la gente senza sforzarsi a piangere;
E noi telespettatori seduti li davanti a passarci una serata coscienziosa e scupolosa, occupandoci di salute e di diritti del malato, che a volte, in mancanza d’altro, è proprio piacevole e divertente..


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“Quando il morto piange allora è segno che è in via di guarigione“ disse solennemente il Corvo. “Mi duole contraddire il mio illustre amico e collega” sogginse la Civetta, “ma quando il morto piange è segno che gli dispiace di morire”.
(Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio)

Lo scorso mese di febbraio un amico mi portò da vedere la bozza di un “Corso Introduttivo alle Terapie Non Convenzio nali” che avrebbe dovuto tenersi presso il Centro di Biotecnologie Avanzate dell’IST (Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro) di Genova. Inutile dire che la cosa mi fece piacere, data l’importanza di tale istituzione e le motivazioni e gli obiettivi delle lezioni, anche se avevo qualcosa da eccepire, ovvero che mettere il “Reiki” sul piano dell’Omepatia, dei Massaggi, della
Ginnastica Cinese, del Qi Gong, del l’Agopuntura, della Fitoterapia ... significava farsi subito attaccare dai tanti nemici (e questo non era bene, dato che per la prima volta la cosa aveva una ben definita ufficialità e l’Introduzione l’avrebbe tenuta il prof. Leonardo Santi).
Mi sbagliavo. Durante la lezione del 23 maggio 1998, che aveva come oggetto l’Omeopatia unicista tenuta dal dott. Flavio Tonello, ecco comparire un collaudato oppositore, con in mano il famigerato “Libretto Rosso” della controparte, ovvero Guarire dall’omeopatia di Stefano Cagliano, sostenendo con toni efeumisticamente accesi che, invece di ascoltare gli ingannevoli dati e le fasulle promesse dell’omeopatia, bisognava rivolgersi alla Scienza. Io personalmente, che quel libello possedevo dal 1997, sono andato a rileggerlo e non vi ho trovato altro che un livore, un astio e un’acredine non propriamente scientifici. Basti pensare, poi, che l’Autore, durante una intervista sull’Espresso (26 febbraio 1998 pag. 32), dopo aver dichiarato che: “il farmaco omeopatico è solo acqua fresca”,  all’intervistatore che gli obbiettava: “ma se è solo acqua fresca, almeno non può fare male” rispose dicendo:“vi sono casi documentati in cui i rimedi omeopatici hanno provocato reazioni allergiche fino allo shock anafilattico (sic!)”. 
Se questa è la Scienza, allora il Corvo e la Civetta di Pinocchio sono i suoi Profeti. Infatti il farmaco omeopatico o è acqua fresca (e allora non può essere essere né efficace né nocivo) o non è acqua fresca (e allora cadono tutte le obiezioni sull’efficacia ed eventuale nocività del medicamento omeopatico). Basta solo mettersi d’accordo su una delle due, altrimenti “aver la botte piena e la moglie ubriaca” starebbe solo a dire che la sposa è sospettata dedicarsi alla più antica professione del mondo.
Ma il dott. Silvano Fuso, così si chiama il collaudato avversario, responsabile del CICAP per la Liguria, insegnante nelle scuole secondarie superiori, non si è accorto che il Corso era suddiviso in sei giorni e un giorno solo era dedicato all’omeopatia.
Le altre lezioni erano dedicate: alle Terapie Non Convenzionali e dei Popoli Tradizionali, alla Medicina Tradizionale Cinese: agopuntura, maxibustione, massaggio; Qi Gong, farmacoterapia, dietetica ... ai fiori di Bach, alla Fitoterapia, al Reiki, ma lui è solo intervenuto decisamente contro l’omeopatia (che era alla quarta lezione, quindi avrebbe avuto tutto il tempo di intervenire anche sulle altre).
Il perché di tutto questo lo ignoro, ma avendo visto il dott. Fuso in trasmissioni su televisioni private che discorreva benevolmente ed affabilmente  con spiritisti, parapsicologi, cultori di Reiki ... e al contrario l’ho visto ostile e torvo contro l’omeopatia, ho formulato una ipotesi: come tutti quelli del CICAP egli ha delle disaffezioni radicali verso “certi indottrinamenti”, ma non verso gli stessi dei suoi colleghi; infatti ognuno di loro ha delle personali antipatie viscerali verso alcune “discipline del paranormale” ma non verso altre.
Ad esempio si diventa maestro di Reiki dopo 4/5 veek-end ricevendolo (sic!) da un master, al quale il ricevente si affida totalmente, mentre per l’Aikido, li Shiatzu, il Qi Gong ... si esigono decine d’anni di dura gavetta e di ardui esercizi, dove, oltretutto, non si crede di poter guarire per distans , tramite l’energia cosmica. Perchè, allora, tanto astio verso l’omeopatia, mentre nulla si dice di una disciplina che, ancor più della pranoterapia (che è una delle più osteggiate), si mescola a discorsi magici, esoterici e simbolici? Forse è che stanno arrivando gli ordini da alcune parti della “setta medica” che si sente minacciata e, in particolare, dal trust delle Grandi Industrie Farmaceutiche?
La Medicina Omeopatica è una realtà curativa che in alcune nazioni d’Europa è ufficialmente riconosciuta e praticata (ad es. Francia, Germania ed Inghilterra). In Francia 11.000 medici prescrivono prodotti omeopatici ed un terzo della popolazione si cura con l’omeopatia, in Germania un quarto dei medici ricorre a tale cura ed in Inghilterra è il 42% dei medici generici a praticarla. Si badi che queste non sono nazioni del terzo mondo, né i suoi abitanti sono abituati a cure degli stregoni.
Anche l’Italia si è finalmente messa in fila con gli altri Paesi della Comunità: “In data 22 Settembre 1992 la Comunità Europea ha emanato la direttiva riguardante la regolamentazione della produzione e del commercio dei farmaci omeopatici; tale direttiva è stata recepita dalla Camera e dal Senato il 22 Febbraio 1994 con Legge n. 146. Con decreto legislativo del 17 Marzo 1995 n. 185, pubblicato in data 22 Maggio 1995 sulla Gazzetta Ufficiale, si è finalmente riconosciuta anche in Italia dignità farmacologica ai rimedi Omeopatici: Legge 8 Ottobre 1994 n. 347”.
Da tre anni, dovendoci adeguare alle direttive della Comunità Europea, anche noi abbiamo addottato  la Medicina  Omeopatica, (non obbligatoria ma facoltativa) alcune persone hanno continuato a credere che fosse possibile trattare dei Medici Chirurghi, Omeopati, con alle spalle specialità in Medicina Interna, in Malattie dell’Apparato Cardio-Vascolare, Reumatologia, Tisiologia, Malattie dell’Apparato Respiratorio ... come se fossero volgari ciarlatani da fiera che vendevano l’elisir per l’amore perduto e per i capelli caduti. E questo, sostanzialmente, da parte di persone che non hanno a che fare con la medicina di campo perchè: o sono dei “giornalisti scientifici” o non hanno più visto un malato dai tempi dell’università.

Circa quattro mesi fa appariva su tutte le riviste la seguente pubblicita: in alto si vedeva un preservativo con sotto scritto “Contro l’AIDS” e più sotto una compressa con sotto scritto: “Contro i trigliceridi e il colesterolo”. Oggi sono cambiate totalmente le cose, pur rimanendo la stessa pubblicità; sopra vi è una corona del rosario dove c’è scritto “Per la salute dello spirito” e sotto la solita compressa con annotato “Per la salute del cuore”. A parte il confronto un poco indecente resta sempre il fatto che lo spirito si può curare, con la preghiera o la meditazione, mentre per l’AIDS vale un qualcosa che ti faccia da barriera, lo stesso che si diceva per la peste ossia “scappa il più presto e lontano possibile, e torna tardi, a contagio finito”.
Aids, Tumore e Viagra sono stati i tre temi “scientifici” preferiti di questi mesi per la stampa e le network. Sull’AIDS sappiamo tutti che, finora, non c’è nulla da fare e, quindi, non ne parliamo più. Sui tumori ci siamo già dati tanto da fare con il caso Di Bella,che ora che, dopo 25 anni di studio, Judah Folkmann ci dice qualcosa sulla crescita dei tumori, non gli si fa più caso perchè oramai si è già detto tutto. Rimane il Viagra che con tutti i suoi annedoti boccaceschi almeno ti fa ridere.
“Parlare delle malattie - dice William Osler - è un intrattenimento da Mille e una notte”


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Io già suppongo e immagino che al par di me sappiate: io sono quel gran medico, dottore enciclopedico, chiamato Dulcamara, la cui virtù preclara  e i portenti infiniti son noti all’universo e in altri siti. (G. Donizetti  - F. Romani -L’elisir d’amore )

Vi sono uomini che, posti assieme ad altri dello stesso tipo, fondano delle “associazioni  scientifiche” che ben presto si trasformano in “congreghe”, la cui ragione d’essere è quella semplicissima d’esistere coerentemente con degli scopi ed esiti che mai mutano. Tale cerchia ha un’altra singolarità: d’essere l’unica e sola autentica portatrice di “Verità” e, di conseguenza, il gruppo ha la caratteristica di non trasformarsi ed evolversi mai.

“L’unico mezzo per non cambiare  - scriveva Ernest Renan in L’avvenire della scienza  - è quello di non pensare” ed, in effetti, questi semplicemente “credono”. Ora tali “sette”  hanno la peculiarità  di non stare solo da una parte, e quindi d’essere facilmente riconoscibili, ma sono equamente distribuite sul sociale, sul politico, sul religioso, sull’etnico, ... ossia in ogni zona del tessuto pubblico.  Sono, per così dire, interclassiste, senza appartenere ad un casta, ad un rango, ad un ambiente  ... fanno parte di un diffuso settarismo che ha nell’intolleranza il suo maggior pregio.
Ad esempio, i “monaci della scienza”,  con la loro dottrina di un universo governato da un Dio trascendente attraverso leggi comunque accessibili alla ragione umana, vanno di pari passo con l’ateismo radicale per cui si elimina il dio e si lascia la sola ragione che dichiara reale solo ciò che è sperimentale, col misticismo sapienziale  per cui al Dio trascendente si coniuga un sapere che viene dal di fuori della ragione umana (cioè non si sa da dove), e infine con i “talebani dell’Assoluto” per i quali il “mondo” coincide senza resti con la loro “vera religione”.
Quando poi questo riguarda la cura della salute allora il dogmatismo tocca vette mai raggiunte neppare dai “credo” confessionali. E’ allora che i Dulcamara si propongono dicendosi “quel gran medico” i cui “portenti infiniti son noti all’universo e in altri siti”.
Questo lo sapevamo dei fattucchieri, dei maghi, dei guaritori ... che chiamano ciarlatani tutti quelli che non sono “loro stessi” (cioè la diretta concorrenza), ma che questo avvenisse anche per la fitoterapia, l’omeopatia e la medicina tradizionale cinese ... (e diverse “medicine  altre”), non l’avremmo creduto mai. Essendo queste discipline ancora sub judice dato che, purtroppo, in Italia vengono considerate “medicine alternative” e non “medicine altre”, v’era da aspettarsi che i loro cultori facessero quadrato in modo che:
1) Venissero praticate da medici chirurghi laureati in facoltà note (gli unici che possono formulare una diagnosi ed elaborare una attività terapeutica). 
2) “Guarire il malato e non fare nulla che possa nuocergli”.
3) Seguire i precetti dell’arte medica: osservazione, esercizio, pratica o meglio: scienza, saggezza e tecnologia (e avere come fine il fatto che la medicina è l’unica professione che è sempre in conflitto contro le ragioni della propria esistenza).
Purtroppo, per costoro, vi sarebbe una quarta ragione, senza la quale le altre non valgono nulla: far parte dell’Unico Gruppo Che Ha La Verità e odiare profondamente tutti gli altri.
Sarà proprio per questo che si tratta di autentiche  “medicine alternative”,  ossia “una cura scelta come diversa e opposta” dalle altre  che sono estranee, barbare e aliene (e, in fondo, delle “non medicine”).
In effetti sta proprio succedendo questo, con il risultato che da un lato i difensori della medicina sperimentale (che da sola ha valore di un biglietto della lotteria dopo che l’estrazione ti dice che non hai vinto) e dall’altro quelli della medicina dogmatica (che sta fuori dal mondo della scienza, perchè “La République  - disse il tribunale che condannò a morte Lavoisier - n’à pas besoin des savants” [La Repubblica non ha affatto bisogno di scienziati], o come disse Mussolini di fronte alla richiesta di Einstein di emigrare in Italia “ Di scienziati ne abbiamo gia troppi”), hanno preteso di essere gli unici portatori di Verità .
“... Subito fatto medico, - si lamenta  Marcello Malpighi alla fine del ‘600 - cominciai a vedere scritture pungenti contro la dottrina che privatamente e con ossequioso rispetto verso tutti professavo”. Da parte dei dogmatici “galenisti” si era dovuto difendere da giovane medico, ribadendo che costoro tentavano speculativamente  l’essenza riducendo tutta la medicina a filosofia. Ed in seguito si difende contro l’empirismo in medicina: “Ho poi letto, nel progresso del tempo, libri stampati contro di me con titoli ignominiosi e ripieni di scherzi. Ho udito pubbliche lezioni, particolarmente anatomiche, pungenti. Nelle accademie si son fatti discorsi contro le mie cose che erano pure satire. Si son veduti lunari ed almanacchi ignominiosi, conclusioni sostenute pubblicamente che erano puri libelli ed ultimamente una lettera circolare contro li miei studi intitolata De recentiorum medicorum studio dissertatio epistolaris ad amicum, nella quale l’autore detesta ed impugna la medicina razionale e si sforza di provare l’inutilità dell’anatomia, abbracciando la medicina empirica”.  Ma, “... la medicina razionale contiene tutta l’empirica e di vantaggio vi aggiunge la cognizione delle cause e il progresso a-priori”, sicchè essa racchiude ciò che di bene hanno le altre integrandovi  il galileano metodo di “sensate esperienze” e di “discorso”.
Ma se gli empirici vorrebbero prima di tutto “giustiziare tutti i medici che non la pensano come loro”, i dogmatici se la prendono anche con l’ammalato. “Sia paziente. Se lei è un paziente che non ha pazienza - dice Totò -  ma che paziente è?”.
E il massimo della pazienza è ascoltare il medico dogmatico quando novello Dulcamara così si presenta: “Benefattor degli uomini, riparator dei mali, in  pochi giorni sgombero, io spazzo gli spedali e la salute a vendere per tutto il mondo io vò, compratela, compratela  per poco io ve la dò ... è questo l’odontalgico, mirabile liquore, de topi e delle cimici potente distruttore, i cui certificati autentici e bollati, so far vedere e leggere a ciaschedun farò ... ei muove i paralitici, spedisce gli apoplettici, gli asmatici, gli asfitici, gli isterici, i diabetici, guarisce i timpanitici, le scrofole, i rachitici  e fin al mal di fegato che cosa ei diventò; mirabile pei cimici, mirabile pel fegato, guarisce i paralitici, spedisce gli apoplettici,comprate il mio specifico, voi vedove e donzelle, voi giovani galanti, per poco io ve lo dò ...”.

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Bisogna essere in due per dire la verità: uno per parlare e uno per ascoltare (Thoreau, Una settimana sui fiumi Concord e Merrimack)

Un'idea, nel significato più alto di questa parola, si può comunicare soltanto tramite um simbolo (S. Coleridge, Biografia Literaria)

La verità si dissolve quando la si enuncia - dicevano gli antichi filosofi. Aletheia, la verità, deriva, come è noto, da  a - lanthano, non - nascondo, rendo palese, quindi svelo. Ma colei che è senza veli non può essere vista dall’occhio dei mortali, per cui va di nuovo (ri)-velata.  La complessa articolazione semantica della verità, come disvelamento e rivelazione, si istalla nella presa di coscienza ché il mettere a nudo tutta la verità, offusca la mente, così come quando gli occhi sono colpiti da una luce abbacinante, per cui è necessario schermarla, ri-velandola, ossia nascondendola di nuovo, onde proteggerla.

“La verità - dice il Vangelo secondo Filippo - non e venuta al mondo nuda, ma in simboli ed in immagini”, che non sono solo ciò che la rivestono, ma anche che la rivelano.
I1 termine greco sun ballo (da cui simbolo) sta per "mettere insieme", "riunire", "ricongiungere" ed allude all'atto del far combaciare i due frammenti di un oggetto spezzato  (ceramica, legno, metallo...) per ricomporre l'originale e far sì che i possessori delle parti potessero riconoscersi dopo aver risistemato oggetto. Ognuna delle parti conosce il segno che possiede, ma ignora quello che ha perduto e, quindi, lo ricerca con fiducia, forte del fatto che ciò che gli è rimasto funge da sostituto dell'intero e da mediatore per la ricomposizione del significato cui anela. Nata nel tempo in cui l'uomo si rese conto di avere perduto la sapienza, questa metafora evoca l'ineffabile esperienza del ri-conoscere - sia pur nel breve intensissimo istante in cui permane l'immagine - ciò che era andato smarrito. E' allora che l'uomo cerca di cristallizzare l'epifania della visione in simulacri segnici. Allorché Edipo scioglie con una parola, con un nome, ciò che la Sfinge (sfingo, annodo) aveva legato, la visione scompare e ciò che era stato annodato nuovamente si spezza. "Quando una realtà si fa parola - dice Sofocle - il senso della vista (il più crudele) rimane assente.”  Allora non rimane altro che il mistero (mùo stare in silenzio) ossia l'affidarsi al linguaggio muto del simbolo.
Per il Greco la Verita è una delle manifestazioni del divino e lo strumento conoscitivo che può mettere l’uomo a contatto con le modalità del manifestarsi del dio non appartiene alla sfera dell’empirico, ma sta oltre, deborda dai limiti dei sensi; esso appartiene, quindi, alla sfera dell’estatico e non a quella dell’estetico. Lo stato di estasi mistica, che solo alcuni uomini riescono a vivere quando la loro anima si stacca dall’involucro mortale del corpo e sale verso le più alte sommità, è, anche dopo la morte (dopo la naturale separazione dal corpo), privilegio di pochi spiriti eletti.
Attualmente però la Verità la si mette in mostra ignuda e senza veli, proprio per realizzarla e crearla; per tradurla in realtà e farla apparire per essere. “Gli uomini -  diceva il Machiavelli - si pascono così di quel che pare come di quello che è: anzi molte volte si muovono più per le cose che paiono che per quelle che sono” ma, a tre secoli di distanza, ribadiva Oscar Wilde “Solo le persone superficiali non giudicano dalle apparenze”.
Oggi esiste una pornografia della verità: non solo deve mostrarsi a tutti senza veli, ma essere anche sboccata, spudorata e impudica sicche senza alcun sforzo le cose più delicate e indicibili  scadono in volgarità.
I suoi sacerdoti, negli infiniti talk-show dei media, fanno in modo che gli astanti  si divertono ad ascoltare chi dice la Verità in modo volgare, sconcio e indecente, dove il più bravo non  è quello che afferma il contrario e contesta, dicendo il vero e il falso contemporaneamente e di uno stesso argomento, ma è quello che riesce a trasformare tutto quel che si dice e si fa in un osceno, turpe e laido modo di essere ed apparire al mondo.
L’uno era un maestro di retorica (non di logica) che usava il sofisma in luogo del sillogismo e, quando veniva scoperto, passava direttamente al turpiloquio e al linguaggio scurrile. L’altro è maestro nell’aizzare l’un contro l’altro i suoi imploranti, nel sobillare i suoi postulanti, nell’istigare i supplicanti, ma in modo che alla fine vi sia la catarsi che procura sempre l’espiazione e il riscatto. In tutto ciò non v’è la sfida dell’intelletto (che anche la sragionevolezza fa parte della ragione), ma lo spurgo delle inclinazioni più ignobili e delle nature più turpi.
Non è più l’epoca delle liti e delle polemiche che finivavo in risse e zuffe fra i contendenti (questo è lasciate solo alle trasmissioni sportive), ora gli scontri lasciano posto al  versar lacrime (al singhiozzo, al gemito, al piagnucolamento, alla lagna, all’accoramento ...) dove i presenti debbono piangere perchè sono nella sventura e far la faccia di circostanza perchè essi sono solo degli astanti, ma comprensivi.
I partecipanti sono in genere l’umanità sofferente, i nostri simili tormentati, uomini e donne tribolati, straziati, martoriati, ma con in testa una sola idea: mettere in piazza la propria infelicita, lo strazio della solitudine, le sconfitte della vita ... in modo che ci sia qualcuno che ascolti le tue parole, che ti dia una pacca sulle spalle, che asciughi il tuo pianto.
Lo staff della trasmissione è formato da un conduttore/trice con la faccia atteggiata ad un contegno serioso, pensieroso e accigliato, da comprimari (solitamente esperti in ... ) che di tanto in tanto intervengono e si intromettono ed, infine, da una marea di piangenti, gementi, singhiozzanti ... che aspettano il momento in cui si dice che è giunto il momento di gioire ... e finalmente allora tutti esultano.
Ora questa “umanità sofferente” subisce e patisce varie e diverse tribolazioni: solitudine, fine di un amore, mancanza di amicizia o solidarietà, privazione del posto di lavoro o della casa, ecc... ma anche la perdita della salute o la malattia. E tutti vanno in televisione a raccontare la loro storia, a prendersela con qualcuno e a ringraziare qualcun altro in un modo così spudorato da fare vergognare le poche persone che ancora sanno pensare con la loro stessa testa.
Cosi non avevamo altro da ribadire (ciò di cui non si ha nulla da dire, almeno si taccia) finché è uscito il documento sulla sperimentazione del metodo Di Bella.
Speravamo (ci auguravamo) di non ripetere più quanto era successo un anno fa e di riportare le discussioni nel loro campo d’elezione:; ci siamo sbagliati, e di molto: sono finite proprio in  quei programmi del-tu-piangi-che-io-ti-consolo che tanta parte hanno sulla nostra televisione, ma che  niente hanno a che fare né con la scienza né con la medicina.
Ed ecco che i “giornalisti” dei talk-show televisivi (con qualche lodevole eccezione) si sono impadroniti della cosa e, da perfetti gestori di assemblee sessantottine, hanno chiamato gli uomini del Ministero e gli Oncologi più feroci, una serie di malati curati con la chemioterapia e un’altra trattati con la terapia Di Bella, alcuni medici dibelliani, altri antidibelliani, qualche magistrato, presidenti di Associazioni di malati ... il tutto con la parola d’ordine “Stiamo parlando di malati di tumore ... quindi parliamo piano, da persone educate ... e proviamo a volerci bene ...”
Ma contro tutta la loro volgarità una solo frase si sentiva echeggiare: “A me mi è stata diagnosticato un tumore ... mi hanno dato al massimo tre mesi di vita ... non mi potevano più trattare con la chemioterapia  ... si sono disinteressati di me ... mi hanno mandato a casa ... allora ho provato con la cura ... ed ora sto bene”.  Ce la sentiamo di ascoltare queste persone in nome della medicina o no? O vogliamo sempre aver ragione e a questo sacrifichiamo la vita e le speranze di altri.
“E’ giusto - scrivevo un anno fa - sottoporre a sperimentazione cio che non è possibile sperimentare: il valore della “cura” personalizzata ossia il fatto che Di Bella si sia dedicato ai malati con tutto il suo cuore?  Per anni egli non ha seguito alcun protocollo e ora gli si chiede di fissarli. E’ chiaro che lui (e i suoi collaboratori)mai si troveranno d’accordo con l’Istituto Tumori, che da sempre porta avanti una sperimentazione che non è (e ovviamente non potrà mai essere) una cura personalizzata ... Dove le parole: care, soin, cura, sorge, solicitud ecc ... devono stare per avere cura, o meglio a cuore, una data condizione, lo stato di salute, mantenerlo o riconquistarlo. ”
La differenza in tutto questo è una solo: la scienza  è  neutrale, la medicina invece no. Non confondiamole!

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L’uomo non è che una canna, la più debole della natura, ma è una canna che  pensa. Per schiacciarlo non c’è bisogno che s’armi l’universo intero. Un vapore, una goccia d’acqua bastano per ucciderlo. Quand’anche l’universo lo schiacciasse l’uomo sarebbe tuttavia più nobile di ciò che l’uccide, perchè sa che muore; mentre l’universo, che è più potente di lui, non lo sa. (B. Pascal - Pensieri - LXIX)

“Lo stesso principio morale serve come principio della deduzione di una facoltà imperscrutabile, che nessuna esperienza può provare, ma che la ragione speculativa deve ammettere come possibile cioè la facoltà della libertà” ( I. Kant - Critica della Ragion Pratica )

Ma perché iniziare con Pascal e continuare con Kant, e non, invece, con Pippo Franco e Aldo Biscardi, quando si è nell’era dell’amalgama universale ed ecumenica, dove si tratta con la medesima noncuranza e indifferenza della vita, della morte, del bene, del male… della fellatio di Monica Lewinski, della nascita della pecora Dolly, delle controidicazioni del Viagra…? Questi sono i tempi del “relativismo culturale”, dove l’ideologia dominante in Italia non è, come alcuni credono, l’epistemologia di Feyerabend, ma è il “tuttismo confuso”, ovvero milioni di persone che si parlano contemporaneamente addosso e non sentono gli altri e, nel più grande rumore ed ignoranza, non asseriscono quel che sanno, ma solo ciò che ignorano. Solo con questo intercalare – scrive Pierluigi Battista – del tenue ed educatamene scettico nichilismo contemporaneo:“cosa c’è di male?”, i nostri “uomini di (in)-cultura” hanno deciso che Mozart e le Spice Girls sono la medesima cosa, il “ministro” Diliberto ha proclamato che Massimo Boldi è meglio di Federico Fellini, “il supertelevisivo Fazio” ha pensato che Renato Dulbecco potrebbe essere una buona imitazione di Mike Bongiorno, Walter Veltroni ha nominato corsivisti dell’Unità Paolo Villaggio e Francesco De Gregori, e, infine, i libri in cima alle classifiche, scritti da Susanna Tamaro, Piero Angela, Bruno Vespa,  …  sono ciò che di meglio l’Italia sappia fare in letteratura, nelle scienze fisiche e nelle scienze umane. E’ mai possibile che non sappiamo più distinguere fra Mozart e le Spice Girls almeno per dire che l’uno componeva musica e le altre fanno spettacolo? O discernere fra uno dei massimi registi della storia e uno dei peggiori attori “comici” italiani? O comprendere che un grande medico, Premio Nobel, ottantacinquenne, che la canzone più nuova che conosce è Volare, metterlo sul palco di Sanremo, significa prenderlo per il culo a tutto vantaggio di Mike Bongiorno. Quelli che hanno pensato di invitare Dulbecco al Festival lo hanno fatto in nome “delle contaminazioni di tutto con tutto nell’indifferenza più assoluta per diversità e distinzioni che ormai sta diventando la caricatura di se stesso”.  Allorchè alcuni “allegri e poco seri” docenti universitari (da Umberto Eco a Franco Cardini) hanno  preso a fare il verso alla spocchia, alla saccenteria e  alla puntigliosità dei tanti accademici oziosi e inconcludenti,  e hanno iniziato a studiare nel solenne e ponderato (ma anche spassosissimo) stile di costoro: Paperopoli (invece che Utopia), Superman (invece di Hegel), le Sturmentruppen (invece che la II Guerra Mondiale), Charlie Brown (invece che la Psicopedagogia del Fanciullo) e sapevano cosa facevano: prendere in giro quel modo di studiare argomenti, da loro ben conosciuti, proprio perché il modo “saccente” non solo era inefficace pedagogicamente, ma anche teoreticamente dannoso. Oggi si prende in giro solo quello che non si conosce, che non si è studiato, su cui non si è riflettuto … insomma quel che ci presenta la cultura da “politici televisivi”.
Nel gennaio del 1975, Isaac Asimov, che da 35 anni stava costruendo la grande saga dei robots umanizzati, incominciò a dar corpo ad una idea che avrebbe rappresentato l’estrema conseguenza del processo di umanizzazione degli “uomini meccanici”: un robot capace di autoperfezionarsi fino al punto di desiderare sopra ogni altra cosa la libertà. “Cosa potresti fare di più - gli chiede il giudice incaricato di dirimere la questione - se tu fossi libero?” “Forse niente, vostro onore, ma tutto quello che farei lo farei con maggior gioia”. Andrew Martin appunto, l’androide protagonista della storia intitolata The Bicentennial Man, realizza così l’ideale ultimo della morale kantiana (sa che esiste il male ed è in grado di riconoscerlo, ma è categoricamente “obbligato” a perseguire il bene); egli, in altre parole, rappresenta la prova effettuale del noto asserto che abbiamo posto in esergo. In altri termini: la legge morale (fatto della ragion pura, dunque apoditticamente certa) garantisce che la libertà è non solo possibile, ma anche reale negli esseri che riconoscono la legge morale come obbligatoria. A ben vedere le famose Tre Leggi della Robotica, garanzie fondamentali per dare credibilità al rovesciamento della classica trama della creatura che si ribella al suo creatore, rappresentano l’esplicitazione in termini algoritmici (adatti quindi ad una “macchina di Turing”) delle tre formulazioni kantiane dell’imperativo categorico: “Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere come principio di una legislazione universale”, “Opera in modo da trattare l’umanità, nella tua come nell’altrui persona, sempre come fine e mai come mezzo”, “Fa in modo che la volontà possa considerare se stessa, mediante la sua massima, come universalmente legislatrice”. Ricordiamole: 1) Un robot non può recare danno ad un essere umano nè può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno, 2) Un robot deve ubbidire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purchè tali ordini non contravvengano alla Prima Legge, 3) Un robot deve proteggere la propria esistenza, purchè questa autodifesa non contrasti con la Prima e la Seconda Legge. L’unica differenza fra l’uomo “giusto” di Kant e il robot di Asimov è che il primo non è perfetto, pur tendendo a quella perfezione morale che è la santità, mentre il secondo è incapace di formulare una massima contraria alla legge morale. Di conseguenza, nel racconto in esame, Andrew Martin non s’accontenta di vedersi riconosciuto lo status di “robot libero” o meglio di “liberto” (schiavo affrancato dal vincolo di essere “proprietà altrui”), ma pretende gli venga riconosciuto il diritto d’essere chiamato a pieno titolo “essere umano”, il termine chiave che campeggia a chiare lettere nel suo imperativo categorico. Uomo egli lo è “de facto”, ma non ancora di diritto o, in altre parole, egli è l’emblematico esempio del “paradosso dell’esame orale”, ossia: se l’unico modo per decidere che un “altro da me” è un uomo come lo sono io, è di intrattenere con questi un dialogo dal quale emerga, indipendentemente da attributi fisici o differenze socio-culturali, che questi è un essere umano, allora non si vede per quale ragione non si debba utilizzare tale procedimento anche con un “automa”. Purtroppo, però, una macchina che parlasse correttamente il linguaggio degli uomini si troverebbe nella paradossale situazione di dover affermare: “Io sono cosciente di non essere cosciente, in quanto nel linguaggio usuale il termine “coscienza” può essere predicato solo all’uomo e, dato che io sono una “macchina”, non posso avere una coscienza”. Trattandosi di una questione di linguistica non sincronica, ma diacronica (allo stato attuale del linguaggio non è possibile dire “macchina cosciente”, ma cambiando le nostre conoscenze circa le macchine si modificherebbe di conseguenza il modo con cui se ne parla), è evidente che il riconoscimento “di diritto” della libertà può avvenire solo quando un individuo acquisisce la coscienza di sè come entità in inscindibile unità relazionale con l’altro da se.
Nei processi del metabolismo biologico, dell’adattamento all’ambiente fisico, fino alle retroazioni ed interazioni sociali ed ai mutamenti delle rotte storiche l’individuo vivente (ai diversi gradi di gestione dell’informazione) mantiene la propria identità che non è individuabile nel materiale di cui è composto il suo corpo nè in una presunta sostanza spirituale ed immutabile di cui è composta la sua mente, ma è la continua realizzazione riuscita di un progetto, di un modello dicontinuità, cioè il mantenimento della propria struttura informazionale (dalla struttura molecolare fino alla cultura del proprio gruppo) entro una sempre più complessa e complessificata rete di continue modificazioni. L’androide di Asimov, costruito con materiale “inorganico” di lentissima deperibilità, costituito di organi indefinitamente sostituibili, fornito di un “cervello” destinato a durare un numero di anni di cui la memoria degli “altri uomini” sarebbe incapace di tener conto, rivendica il diritto alla “vita”, la necessità di partecipare a quel processo di continua e globale trans-formazione che, nei più elevati livelli della scala biologica, perviene alla coscienza che l’essere non coincide con l’avere un corpo, ossia che la morte come la vita sono parte di un medesimo processo che non s’esaurisce con la storia biologica del singolo.  E’ per questa ragione che Andrew Martin decide prima che il suo cervello sia trapiantato in un organismo soggetto a tutti i vari processi biologici animali e, quindi, che il suo stesso cervello divenga soggetto all’inesorabile deperimento “cellulare” dei cervelli umani. Pur di avere la vita egli sceglie la morte. Le sue ultime parole riecheggiano il testamento socratico del Fedone: “ ... ho scelto fra la morte del corpo e quella delle mie aspirazioni e dei miei desideri. Lasciar vivere il corpo a costo di una morte più grave, questo sì che avrebbe violato la Terza Legge [...] Mentre giaceva nel letto, i pensieri di Andrew andavano lentamente offuscandosi. Cercò disperatamente di mantenere la lucidità. Uomo! Era un uomo! Voleva che questo fosse il suo ultimo pensiero. Voleva dissolversi ... morire con esso.”
Andrew Martin non è che l’ultimo, in ordine di tempo, dei personaggi che la mitopoiesi dell’Occidente ha incaricato di recitare la metafora del nascere alla vita e del rinascere alla morte. O, invece, è  l’ultimo davvero! Ormai anche il Cavaliere e la Morte del Settimo Sigillo sono stati trasformati in un Ollio e Stanlio, cui in sottofondo v’è “la gente virtuale” che si scompiscia dalle risa, mentre gli spettatori immalinconiti si chiedono l’un l’altro: ”Ma cosa c’è mai da ridere?”.