1997


I

Negli “anni caldi” della Rivoluzione Scientifica v’era a Parigi un frate, dell’Ordine dei Minimi di San Francesco da Paola, che s’era accollato, in assoluta umiltà, come voleva la sua particolare professione religiosa, l’onere di fare da “secretair des savants”.  A lui giungevano, da tutta Europa, le lettere degli scienziati in continua “querelle” fra di loro, ed egli si incaricava di trasmettere e ritrasmetterne la corrispondenza, di mediare le polemiche più accese, di alimentare le discussioni o, in buona sostanza, di tenere le fila di tutta una serie di dibattiti filosofici e scientifici di fondamentale importanza nel travaglio della nascita della “scienza moderna”.  Attraverso di lui passarono numerose missive di Descartes, Galileo, Keplero, Gassendi, Campanella, Hobbes ... che rappresentarono le basi delle grandi discussioni scientifiche ed epistemologiche della prima metà del XVII secolo. Padre Marino Mersenne, tale è il nome del Nostro, pur essendo uno scienziato ed un filosofo di vaglia, non cercò mai di comparire, anzi lasciò che molte delle sue idee gli venissero “rubate” ed invero né si lamentò né se ne dolse, solo quando ebbe a che fare con i “sorçiers”, i maghi, si accalorò, trascese, perse di vista la sua funzione di mediatore ed entrò pesantemente nella polemica.

Ora “si parva licet”, anche da parte nostra si cerca di fare da tramite fra gli studiosi delle più diverse estrazioni, di stimolare discussioni, di mediare polemiche, di intervenire nella divulgazione di nuove prospettive epistemologiche e scientifiche. In questa prospettiva, Mersenne potrebbe essere pensato quasi come il nostro “santo protettore”. Il nostro continuo “giro epistolare” con autori, lettori e corrispondenti è un iceberg, la cui parte emersa è la Rivista, ma quella sommersa è composta di una gran mole di materiale che rappresenta le ricerche, le opinioni, i pensieri di quanti ci sono stati accanto sia nella ricerca scientifica che nella pratica medica. Anche per noi, però, vi sono i maghi, coloro che tutto gia sanno o perchè la Verità è già stampata in loro ab aeterno o perchè le verità sono state trasmesse da uomini così degni di fede che è impossibile controbatterli. Noi, comunque, non entriamo  in polemica, intendiamo promuovere e svolgere ricerche e studi - sia medico-scientifici che storico-epistemologici - sulle “discipline di frontiera”, nelle loro molteplici forme e relazioni e in contesti storico-teorici determinati. Per “discipline di frontiera” intendiamo tutti quei complessi teorici che non appartengono alla magia e travalicano i confini della “scienza ufficiale” sia sul piano dei metodi che dei contenuti.

Esse hanno avuto una storia, divenendo a volte le basi di ricchi e fecondi sistemi di razionalità, altre volte sono rimaste sterili o dannose. Il più delle volte sono state, e continuano ad essere, vittime dei pregiudizi e delle ideologie dello scientismo.  In altre parole:  a) lo studio di sistemi di razionalità “altre” rispetto all’attuale modello della razionalità scientifica;  b) l’analisi storica di pregiudizi e ideologie che hanno condotto “le scienze ufficiali” a perseguitare “discipline di frontiera” in seguito riabilitate ed elevate al rango di “scienza normale”; c) la ricostruzione storica di errori e incertezze della “scienza ufficiale” e della loro pervicace resistenza; d) la presentazione e l’indagine critica di discipline di frontiera che studiano eventi non inquadrati e/o inquadrabili nell’attuale status teoretico della scienza normale, ma potrebbero, qualora si escogitasse un diverso quadro concettuale, entrare in un nuovo e corretto ambito teorico; e) l’indagine sui rapporti fra “scienza ufficiale” e “pseudoscienze eretiche” in determinati ed emblematici momenti storici, nonché l’analisi dei relativi errori, illusioni, imbrogli, verità in anticipo e anticipi di verità; f) lo studio dei meccanismi consci ed inconsci attraverso i quali la cultura discriminata si difende dalla rimozione operata dalla cultura dominante e si rigenera costantemente.

Le medicine antropologiche fanno ancora parte delle discipline di frontiera ed è proprio perciò che il nostro impegno dovrà essere solido e serio nel rifiutare ogni sorta di magia e ciarlataneria, ma anche energico nell’ analizzare le “verità” della scienza ufficiale.


2


Si credeva che Apollo, dio della medicina, fosse anche quello che mandava le malattie. In origine i due mestieri ne formavano uno solo, è ancora così. J. Swift - Pensieri su vari argomenti

“Primum non nocere” è una formula scongiuratoria della sempre presente possibilità dell’insorgere di patologie iatrogene; e la grande stampa la riprende perchè trova sensazionale (fra il fascino e il raccapriccio) il fatto di un medico che invece di guarire provoca la malattia, non per imperizia o per incuria, ma per il prezzo pagato per l’efficacia della scienza medica; il pompiere-piromane, il poliziotto-criminale, il direttore del manicomio-matto da legare sono figure da commedia dell’arte o da avanspettacolo, fanno ridere,sono esilaranti, divertenti, buffe, mentre la iatrogenesi (il termine greco ne è sintomatico) non solo non provoca allegria, ma da adito a preoccupanti e severi pensieri catartici. La nocività, essendo un risvolto del potere, della sua errata utilizzazione in quanto tale, non è mai comica, a volte è faceta o arguta, mai ridicola. “Morì morsicato - dice Karl Kraus - dal serpente di Eusculapio” a riprova del fatto che l’agghiaciante e tremendo ofide così come può rendere la vita, nello stesso tempo può procurare la morte, ma ciò non dipende quasi mai da una volontà precisa.
E Miguel de Unamuno rincara: ”I medici si agitano in questo dilemma: o lasciar morire l’ammalato per timore di ucciderlo o ucciderlo per timore che muoia”. Di fronte alla morte si staglia il paradosso, un fenomeno che si sviluppa in modo contrario alle aspettative, e quando diciamo che l’ora della morte è incerta diciamo che è situata in uno spazio indefinito, indeterminato e lontano, non certo un qualcosa di fermo, sicuro ed evidente per me. Tutti conoscono il sillogismo: ”Tutti gli uomini sono mortali, Socrate è uomo, Socrate è mortale”, ma è la conclusione che fa difetto, perchè io non sono un uomo normale, solito, abituale, per cui “Tutti gli uomini sono mortali ... forse anch’io”.

La saggezza, l’equilibrio, il giudizio, la prudenza si dissolvono, quando incontrano il potere: “non omnes possumus omnia” (non tutti possiamo tutto), ma chiaramente alcuni si e il costo da pagare è una nocività dannosa per tutti coloro che hanno a che vedere con l’esercizio del potere, sia che lo pratichino che lo subiscono.
Noi siamo abituati a vedere la malattia come una singolare e particolare circostanza clinica differenziabile e discriminale da altre affine contingenze ed evenienze che le assomigliano, ma non sono il ricavo della rigida e nitida classificazione che fa del malato una illustrazione del morbo e del medico un osservatore preciso, accurato, appropriato ed esatto. E’ anche vero che il medico si trova sempre a ripetere l’antico detto: “non esistono le malattie, ma solo i malati” confermando qui l’esperienza dell’irripetibilità, della peculiarità, della unicità, della singolarità di ogni malato che, in quanto tale fa della propria malattia un caso unico e ineffabile.
L’uomo che soffre ed è preso dal male istituisce una stretta alleanza con il suo guaritore e tale investimento affettivo si chiama “simpatia”, qui assunta nel senso originario di “patire insieme”.  Da ciò ne deriva, da un lato, una consapevole partecipazione del paziente all’atto e al gesto medico e, dall’altro una diversa formazione professionale, non più classificatoria e illustratoria,  ma dialogica, dove il punto di contatto sta nel saper esprimere-estrinsecare ed esaminare - analizzare un sintomo.
“Ostinarsi - scrive J-Claude Lachaud - a cacciare via il sintomo - e poi inevitabilmente il malato - a furia di medicine e di bisturi? Forse sarebbe sufficiente ascoltarli anzichè farli tacere, poichè ecco qui l’uso sbagliato e iatrogeno della nostra nostra potenza terapeutica”.


3


Non condivido (anzi disapprovo) quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo. 
Tale aforisma, attribuito a Voltaire (se non altro perch’è nello stile del grande polemista, che morì nel suo letto e di vecchiaia, in un’epoca in cui non era del tutto difficile morire per difendere le idee proprie ed altrui) è passato all’uso comune, per ribadire quanto noi, gente civile, siamo diventati tolleranti, generosi, indulgenti. “La tolleranza - scriveva giustamente Goethe - dovrebbe essere una fase transitoria. Deve portare al rispetto. Tollerare è offendere”. In un’epoca come la nostra in cui tutto è spettacolo, il diritto degli altri ad esprimere una opinione, qualunque essa sia, va salvaguardato, non per  rispetto ma per astuzia, in modo che il mio sarcasmo e la mia ironia, con cui metto l’avversario, alle corde pongano in luce da un lato la mia intelligente pazienza e dall’altro l’altrui becera stupidità.
I tanti “talk show” televisivi sono costruiti appunto così: una, o più, vittime che non sanno ancora di esserlo, un sicario che fa in modo che queste si facciano male con le loro stesse mani, un conduttore che fa da “imparziale” arbitro, ma che mai deve lasciar cadere la polemica (l’accanirsi e l’incalzare del carnefice) e milioni di persone a casa  a tifare per questa volgare competizione. Il segreto del conduttore è di essere, o rendersi, stupido e impaziente quanto i suoi ascoltatori, in modo che questi credano di essere intelligenti e tolleranti come lui.  Tutto questo può essere fatto per lo sport, la politica, lo spettacolo ... ma mai per la scienza.
Oggi a dissertare di medicina in televisione non sono dei “medici di campo”, impegnati a discutere sul serio con altri medici ricercatori del valore di una indagine o di uno studio, ma sono dei politici, degli amministratori, degli avvocati, dei dirigenti o dei gestori di Enti o Ospedali ... che si fanno aiutare da alcuni sicofanti di mestiere o da giornalisti leccapiedi. E dall’altra parte una infinità di ciarlatani (rigorosamente non medici) che riempiono le librerie di ciarpame su immaginifiche cure e che alla fine avranno ottenuto quel che volevano: farsi conoscere. 

Il caso Luigi Di Bella, al contrario, è illuminante: un uomo che da sessanta anni professa la medicina, che ha fatto la ricerca a proprie spese, che cura da sempre centinaia di malati e che potrebbe essere in errore (ma non volontario), più che ottuagenario, viene attaccato da un ministro della Sanità che chiama in causa la “scienza  medica” di cui esso non fa parte; da un parlamento che gli nega la sperimentazione del suo farmaco “antitumorale”, impedendosi così di sapere se sia di qualche validità scientifica, e principalmente pratica, in quanto - si dice senza alcuna prova - “si presta a diffondere illusorie speranze in terapie giocando sulla disperazione di persone gravemente ammalate”; irriso e vilipeso da “professori” che già fecero parte del ministero De Lorenzo, da inquisitori che passano, paranoicamente, il loro tempo in televisione alla ricerca di eventuali nemici, da “studiosi” che non parlano con chi non fa parte del pool delle industrie farmaceutiche e non scrive su Lancet o su Nature ... e da altri ancora che in nome di una “scienza ufficiale”, fatta di protocolli e di carte bollate, vieterebbero anche i viaggi a Lourdes.

Ma allora “il difendere sino alla morte il vostro diritto di dirlo” può darsi che valga ancora come un diritto di essere ascoltati, anche se non capiti e condivisi.
Coloro che scrivono su questa Rivista, devono sapersi difendere ed ottenere il rispetto per la consistenza e il valore di quello che dicono e non perchè appartengono a questa o quella scuola, a questa o quella disciplina. Se non lo faranno, o non lo possono fare, non avranno mai la nostra intesa, comprensione, collaborazione.

Non condivido (anzi disapprovo) quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo. 
Tale aforisma, attribuito a Voltaire (se non altro perch’è nello stile del grande polemista, che morì nel suo letto e di vecchiaia, in un’epoca in cui non era del tutto difficile morire per difendere le idee proprie ed altrui) è passato all’uso comune, per ribadire quanto noi, gente civile, siamo diventati tolleranti, generosi, indulgenti. “La tolleranza - scriveva giustamente Goethe - dovrebbe essere una fase transitoria. Deve portare al rispetto. Tollerare è offendere”. In un’epoca come la nostra in cui tutto è spettacolo, il diritto degli altri ad esprimere una opinione, qualunque essa sia, va salvaguardato, non per  rispetto ma per astuzia, in modo che il mio sarcasmo e la mia ironia, con cui metto l’avversario, alle corde pongano in luce da un lato la mia intelligente pazienza e dall’altro l’altrui becera stupidità.
I tanti “talk show” televisivi sono costruiti appunto così: una, o più, vittime che non sanno ancora di esserlo, un sicario che fa in modo che queste si facciano male con le loro stesse mani, un conduttore che fa da “imparziale” arbitro, ma che mai deve lasciar cadere la polemica (l’accanirsi e l’incalzare del carnefice) e milioni di persone a casa  a tifare per questa volgare competizione. Il segreto del conduttore è di essere, o rendersi, stupido e impaziente quanto i suoi ascoltatori, in modo che questi credano di essere intelligenti e tolleranti come lui.  Tutto questo può essere fatto per lo sport, la politica, lo spettacolo ... ma mai per la scienza.
Oggi a dissertare di medicina in televisione non sono dei “medici di campo”, impegnati a discutere sul serio con altri medici ricercatori del valore di una indagine o di uno studio, ma sono dei politici, degli amministratori, degli avvocati, dei dirigenti o dei gestori di Enti o Ospedali ... che si fanno aiutare da alcuni sicofanti di mestiere o da giornalisti leccapiedi. E dall’altra parte una infinità di ciarlatani (rigorosamente non medici) che riempiono le librerie di ciarpame su immaginifiche cure e che alla fine avranno ottenuto quel che volevano: farsi conoscere. 

Il caso Luigi Di Bella, al contrario, è illuminante: un uomo che da sessanta anni professa la medicina, che ha fatto la ricerca a proprie spese, che cura da sempre centinaia di malati e che potrebbe essere in errore (ma non volontario), più che ottuagenario, viene attaccato da un ministro della Sanità che chiama in causa la “scienza  medica” di cui esso non fa parte; da un parlamento che gli nega la sperimentazione del suo farmaco “antitumorale”, impedendosi così di sapere se sia di qualche validità scientifica, e principalmente pratica, in quanto - si dice senza alcuna prova - “si presta a diffondere illusorie speranze in terapie giocando sulla disperazione di persone gravemente ammalate”; irriso e vilipeso da “professori” che già fecero parte del ministero De Lorenzo, da inquisitori che passano, paranoicamente, il loro tempo in televisione alla ricerca di eventuali nemici, da “studiosi” che non parlano con chi non fa parte del pool delle industrie farmaceutiche e non scrive su Lancet o su Nature ... e da altri ancora che in nome di una “scienza ufficiale”, fatta di protocolli e di carte bollate, vieterebbero anche i viaggi a Lourdes.

Ma allora “il difendere sino alla morte il vostro diritto di dirlo” può darsi che valga ancora come un diritto di essere ascoltati, anche se non capiti e condivisi.
Coloro che scrivono su questa Rivista, devono sapersi difendere ed ottenere il rispetto per la consistenza e il valore di quello che dicono e non perchè appartengono a questa o quella scuola, a questa o quella disciplina. Se non lo faranno, o non lo possono fare, non avranno mai la nostra intesa, comprensione, collaborazione