2
Si credeva che Apollo, dio
della medicina, fosse anche quello che mandava le malattie. In origine
i due mestieri ne formavano uno solo, è ancora così. J.
Swift - Pensieri su vari argomenti
“Primum non nocere” è una formula scongiuratoria della sempre
presente possibilità dell’insorgere di patologie iatrogene; e la
grande stampa la riprende perchè trova sensazionale (fra il
fascino
e il raccapriccio) il fatto di un medico che invece di guarire provoca
la malattia, non per imperizia o per incuria, ma per il prezzo pagato
per
l’efficacia della scienza medica; il pompiere-piromane, il
poliziotto-criminale,
il direttore del manicomio-matto da legare sono figure da commedia
dell’arte
o da avanspettacolo, fanno ridere,sono esilaranti, divertenti, buffe,
mentre
la iatrogenesi (il termine greco ne è sintomatico) non solo non
provoca allegria, ma da adito a preoccupanti e severi pensieri
catartici.
La nocività, essendo un risvolto del potere, della sua errata
utilizzazione
in quanto tale, non è mai comica, a volte è faceta o
arguta,
mai ridicola. “Morì morsicato - dice Karl Kraus - dal serpente
di
Eusculapio” a riprova del fatto che l’agghiaciante e tremendo ofide
così
come può rendere la vita, nello stesso tempo può
procurare
la morte, ma ciò non dipende quasi mai da una volontà
precisa.
E Miguel de Unamuno rincara: ”I medici si agitano in questo dilemma:
o lasciar morire l’ammalato per timore di ucciderlo o ucciderlo per
timore che muoia”. Di fronte alla morte si staglia il paradosso, un
fenomeno che si sviluppa in modo contrario alle aspettative, e quando
diciamo che l’ora della morte è incerta diciamo che è
situata in uno spazio
indefinito, indeterminato e lontano, non certo un qualcosa di fermo,
sicuro
ed evidente per me. Tutti conoscono il sillogismo: ”Tutti gli uomini
sono
mortali, Socrate è uomo, Socrate è mortale”, ma è
la
conclusione che fa difetto, perchè io non sono un uomo normale,
solito,
abituale, per cui “Tutti gli uomini sono mortali ... forse anch’io”.
La saggezza, l’equilibrio, il giudizio, la prudenza si dissolvono,
quando incontrano il potere: “non omnes possumus omnia” (non tutti
possiamo tutto), ma chiaramente alcuni si e il costo da pagare è
una nocività dannosa per tutti coloro che hanno a che vedere con
l’esercizio del potere, sia che lo pratichino che lo subiscono.
Noi siamo abituati a vedere la malattia come una singolare e
particolare circostanza clinica differenziabile e discriminale da altre
affine contingenze ed evenienze che le assomigliano, ma non sono il
ricavo della rigida e
nitida classificazione che fa del malato una illustrazione del morbo e
del medico un osservatore preciso, accurato, appropriato ed esatto. E’
anche vero che il medico si trova sempre a ripetere l’antico detto:
“non
esistono le malattie, ma solo i malati” confermando qui l’esperienza
dell’irripetibilità, della peculiarità, della
unicità, della singolarità di ogni malato che, in quanto
tale fa della propria malattia un caso unico e ineffabile.
L’uomo che soffre ed è preso dal male istituisce una stretta
alleanza con il suo guaritore e tale investimento affettivo si chiama
“simpatia”, qui assunta nel senso originario di “patire insieme”.
Da ciò ne deriva, da un lato, una consapevole partecipazione del
paziente all’atto e al gesto medico e, dall’altro una diversa
formazione professionale, non più classificatoria e
illustratoria, ma dialogica, dove il
punto di contatto sta nel saper esprimere-estrinsecare ed esaminare -
analizzare un sintomo.
“Ostinarsi - scrive J-Claude Lachaud - a cacciare via il sintomo - e
poi inevitabilmente il malato - a furia di medicine e di bisturi? Forse
sarebbe sufficiente ascoltarli anzichè farli tacere,
poichè
ecco qui l’uso sbagliato e iatrogeno della nostra nostra potenza
terapeutica”.
3
Non
condivido (anzi disapprovo) quello che dite, ma difenderò fino
alla morte il vostro diritto di dirlo.
Tale aforisma, attribuito a Voltaire (se non altro perch’è nello
stile del grande polemista, che morì nel suo letto e di
vecchiaia, in un’epoca in cui non era del tutto difficile morire per
difendere le idee proprie ed altrui) è passato all’uso comune,
per ribadire quanto
noi, gente civile, siamo diventati tolleranti, generosi, indulgenti.
“La
tolleranza - scriveva giustamente Goethe - dovrebbe essere una fase
transitoria.
Deve portare al rispetto. Tollerare è offendere”. In un’epoca
come
la nostra in cui tutto è spettacolo, il diritto degli altri ad
esprimere
una opinione, qualunque essa sia, va salvaguardato, non per
rispetto
ma per astuzia, in modo che il mio sarcasmo e la mia ironia, con cui
metto
l’avversario, alle corde pongano in luce da un lato la mia intelligente
pazienza e dall’altro l’altrui becera stupidità.
I tanti “talk show” televisivi sono costruiti appunto così: una,
o più, vittime che non sanno ancora di esserlo, un sicario che
fa
in modo che queste si facciano male con le loro stesse mani, un
conduttore
che fa da “imparziale” arbitro, ma che mai deve lasciar cadere la
polemica
(l’accanirsi e l’incalzare del carnefice) e milioni di persone a
casa
a tifare per questa volgare competizione. Il segreto del conduttore
è
di essere, o rendersi, stupido e impaziente quanto i suoi ascoltatori,
in
modo che questi credano di essere intelligenti e tolleranti come
lui.
Tutto questo può essere fatto per lo sport, la politica, lo
spettacolo
... ma mai per la scienza.
Oggi a dissertare di medicina in televisione non sono dei “medici di
campo”, impegnati a discutere sul serio con altri medici ricercatori
del valore di una indagine o di uno studio, ma sono dei politici, degli
amministratori, degli avvocati, dei dirigenti o dei gestori di Enti o
Ospedali ... che si fanno aiutare da alcuni sicofanti di mestiere o da
giornalisti leccapiedi. E dall’altra parte una infinità di
ciarlatani (rigorosamente non medici) che riempiono le librerie di
ciarpame su immaginifiche cure e che alla fine avranno ottenuto quel
che volevano: farsi conoscere.
Il caso Luigi Di Bella, al contrario, è illuminante: un uomo che
da sessanta anni professa la medicina, che ha fatto la ricerca a
proprie
spese, che cura da sempre centinaia di malati e che potrebbe essere in
errore
(ma non volontario), più che ottuagenario, viene attaccato da un
ministro della Sanità che chiama in causa la “scienza
medica” di cui esso non fa parte; da un parlamento che gli nega la
sperimentazione del suo farmaco “antitumorale”, impedendosi così
di sapere se sia di qualche validità scientifica, e
principalmente pratica, in quanto - si dice senza alcuna prova - “si
presta a diffondere illusorie speranze in terapie giocando sulla
disperazione di persone gravemente ammalate”; irriso e vilipeso da
“professori” che già fecero parte del ministero De Lorenzo, da
inquisitori
che passano, paranoicamente, il loro tempo in televisione alla ricerca
di
eventuali nemici, da “studiosi” che non parlano con chi non fa parte
del
pool delle industrie farmaceutiche e non scrive su Lancet o su Nature
...
e da altri ancora che in nome di una “scienza ufficiale”, fatta di
protocolli
e di carte bollate, vieterebbero anche i viaggi a Lourdes.
Ma allora “il difendere sino alla morte il vostro diritto di dirlo”
può darsi che valga ancora come un diritto di essere ascoltati,
anche se non capiti e condivisi.
Coloro che scrivono su questa Rivista, devono sapersi difendere ed
ottenere il rispetto per la consistenza e il valore di quello che
dicono e non perchè appartengono a questa o quella scuola, a
questa o quella disciplina. Se non lo faranno, o non lo possono fare,
non avranno mai la nostra intesa, comprensione, collaborazione.
Non condivido (anzi disapprovo) quello che dite, ma difenderò
fino alla morte il vostro diritto di dirlo.
Tale aforisma, attribuito a Voltaire (se non altro perch’è nello
stile del grande polemista, che morì nel suo letto e di
vecchiaia, in un’epoca in cui non era del tutto difficile morire per
difendere le idee proprie ed altrui) è passato all’uso comune,
per ribadire quanto
noi, gente civile, siamo diventati tolleranti, generosi, indulgenti.
“La
tolleranza - scriveva giustamente Goethe - dovrebbe essere una fase
transitoria.
Deve portare al rispetto. Tollerare è offendere”. In un’epoca
come
la nostra in cui tutto è spettacolo, il diritto degli altri ad
esprimere
una opinione, qualunque essa sia, va salvaguardato, non per
rispetto
ma per astuzia, in modo che il mio sarcasmo e la mia ironia, con cui
metto
l’avversario, alle corde pongano in luce da un lato la mia intelligente
pazienza e dall’altro l’altrui becera stupidità.
I tanti “talk show” televisivi sono costruiti appunto così: una,
o più, vittime che non sanno ancora di esserlo, un sicario che
fa
in modo che queste si facciano male con le loro stesse mani, un
conduttore
che fa da “imparziale” arbitro, ma che mai deve lasciar cadere la
polemica
(l’accanirsi e l’incalzare del carnefice) e milioni di persone a
casa
a tifare per questa volgare competizione. Il segreto del conduttore
è
di essere, o rendersi, stupido e impaziente quanto i suoi ascoltatori,
in
modo che questi credano di essere intelligenti e tolleranti come
lui.
Tutto questo può essere fatto per lo sport, la politica, lo
spettacolo
... ma mai per la scienza.
Oggi a dissertare di medicina in televisione non sono dei “medici di
campo”, impegnati a discutere sul serio con altri medici ricercatori
del valore di una indagine o di uno studio, ma sono dei politici, degli
amministratori, degli avvocati, dei dirigenti o dei gestori di Enti o
Ospedali ... che si fanno aiutare da alcuni sicofanti di mestiere o da
giornalisti leccapiedi. E dall’altra parte una infinità di
ciarlatani (rigorosamente non medici) che riempiono le librerie di
ciarpame su immaginifiche cure e che alla fine avranno ottenuto quel
che volevano: farsi conoscere.
Il caso Luigi Di Bella, al contrario, è illuminante: un uomo che
da sessanta anni professa la medicina, che ha fatto la ricerca a
proprie
spese, che cura da sempre centinaia di malati e che potrebbe essere in
errore
(ma non volontario), più che ottuagenario, viene attaccato da un
ministro della Sanità che chiama in causa la “scienza
medica” di cui esso non fa parte; da un parlamento che gli nega la
sperimentazione del suo farmaco “antitumorale”, impedendosi così
di sapere se sia di qualche validità scientifica, e
principalmente pratica, in quanto - si dice senza alcuna prova - “si
presta a diffondere illusorie speranze in terapie giocando sulla
disperazione di persone gravemente ammalate”; irriso e vilipeso da
“professori” che già fecero parte del ministero De Lorenzo, da
inquisitori
che passano, paranoicamente, il loro tempo in televisione alla ricerca
di
eventuali nemici, da “studiosi” che non parlano con chi non fa parte
del
pool delle industrie farmaceutiche e non scrive su Lancet o su Nature
...
e da altri ancora che in nome di una “scienza ufficiale”, fatta di
protocolli
e di carte bollate, vieterebbero anche i viaggi a Lourdes.
Ma allora “il difendere sino alla morte il vostro diritto di dirlo”
può darsi che valga ancora come un diritto di essere ascoltati,
anche se non capiti e condivisi.
Coloro che scrivono su questa Rivista, devono sapersi difendere ed
ottenere il rispetto per la consistenza e il valore di quello che
dicono e non perchè appartengono a questa o quella scuola, a
questa o quella disciplina. Se non lo faranno, o non lo possono fare,
non avranno mai la nostra intesa, comprensione, collaborazione