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Se mai la nostra ‘episteme’ si sforzasse di rispondere (come ha fatto per più di due millenni) alla domanda sul chi è l'uomo, le sue "incontrovertibili" risposte continuerebbere ad essere incommensurabili con quella del poeta schizofrenico che sa d'esser condannato a "parlare con la lingua di angelo". Hölderlin nel momento in cui si chiede: "Was ist der Menschen Leben?", ne intuisce la stupefacente risposta "Ein Bild der Gottheit".
L'uomo è l'espressione del nascosto, l'immagine del dio, l'essere a cui Eraclito (che già aveva enigmaticamente dichiarato:"L'uomo è quello che sappiamo") si rivolge dicendogli: "I confini dell'anima, nel tuo andare, non potrai scoprirli, neppure se percorrerai tutte le strade: così profonda è l'espressione che le appartiene".
Il "pastore dell'essere" si trova, dunque, esiliato negli aridi pascoli del linguaggio e lungo i sentieri scoscesi della parola vi cerca quel nutrimento che sa non esservi, tanto e troppo è povero l'alimento che quella terra produce.
Egli è in grado di nominare (e quindi di possedere) le cose che stanno sotto il cielo, sopra e sotto la terra, ma non appena va oltre la referenzialità e tenta di addentrarsi oltre l'abituale significazione, tutto gli si frantuma davanti e l'apeiron si ripresenta nella drammaticità della propria inesorabile dinamica.
"Da dove, infatti gli esseri hanno origine - avvertiva Anassimandro -, ivi hanno anche la loro dissoluzione secondo ciò che deve essere; le cose che sono, difatti, pagano reciprocamente l'una all'altra riparazione ed espiazione per la loro ingiustizia secondo il decreto del tempo".
Ma il poeta, a volte, conosce alcuni luoghi in cui si produce la Stimmung, cerca di imprigionarla nella parola e, subito, è "mania" che come Apollo, il dio che la produce, s'allontana verso altri orizzonti, lasciando i segni profondi della nostalgia. "Sono in noi semi di sapienza - scriveva il giovane Cartesio nelle Cogitationes privatae - come scintille nella selce: i filosofi cercano di trarli con la ragione, i poeti li fanno sprizzar fuori con l'immaginazione cosicchè risplendano di più"
Ma quanto tempo restano accese queste scintille? Giusto l'attimo per intuire che la parola si fa portatrice della verità per tradirla al contempo. Solo per quell'attimo in cui l'uomo si rende conto della grandezza d'essere l'immagine del divino e del limite d'esserne solo l'immagine. Una simile risposta può essere data consapevolmente solo dopo aver raggiunto la piena coscienza che il ciclo del vivere è segno significante dell'umanità, il definitivo approdo di un cammino che era iniziato dalla domanda "Chi è l'uomo?"
Umanesimo come ‘uomo misura di tutte le cose’ o l’uomo pastore dell’essere?
Si tratta di un cammino che l'Occidente ha tracciato solo per frammenti, immagini poetiche nate dall'intuizione generata dalla Follia, Madre della Sapienza. L'inestricabile intreccio fra i frutti della follia e le insidie della ragione, presente nella letteratura sapienziale dei primordi, allude e prelude alla costituzione di un mondo religioso - il mondo di Dioniso e Apollo - in cui l'umano e il divino si specchiano l'uno nell'altro come immagini riflesse, in cui la meravigliosa forma dell'uomo è manifestazione della natura, la quale, a sua volta, è teofania. Goethe scrive, al riguardo: "Il senso e la tendenza dei greci è di divinizzare l'uomo, non di umanizzare la divinità. Non si tratta qui di antropomorfismo, ma di teomorfismo" (Myrons Kuh, 1812).
Nella religione greca il divino non compare che eccezional-mente quando si tratta di salvare, ammonire, punire, premiare gli uomini; esso è presente nella Natura come sua forma, essenza ed essere. Nelle altre religioni il dio combatte per il suo popolo e lo fa mettendo in gioco tutti i suoi poteri sovrannaturali, quando si presenta lo fa con quella stupefacente gravità che toglie il fiato agli astanti, egli comunica il brivido di eternità che ha l'ineffabile elevatezza e l'inimmaginabile distanza. Il dio greco, invece, è sempre presente nella storia, nei poemi omerici incombe dietro ad ogni avvenimento e nulla si fa senza che si avverta la presenza del divino. Ma questa presenza non opera mai il miracolo. Se il dio greco manca della santità degli dei degli altri popoli, manca anche dei loro poteri eccezionali. Ma a differenza di questi egli non appare mai come un che di sovrannaturale ed extrastorico. Egli rappresenta la sacralità della natura, la quale pur senza mai perdere i venerabili contorni del di-vino, si eleva nella sua condizione di realtà sensibile ed intellegibile. Nulla avviene se non per la necessità fissata nelle cose; la Legge è la stessa che regola sia la polis che il periechon. E' per questo che il mondo è intellegibile e razionale: la città dell'uomo è governata dalla legge morale, mentre l'universo da quella fisica ossia dalle due facce della medesima "causa necessaria". La legge è ciò che garantisce all'abitante della polis la libertà e all'universo la sopravvivenza; l'ordine che non può esistere senza la legge consente nello stesso tempo l'esistenza della polis e del cosmo. Questa legge universale, capace di fungere da principio unificatore ed elemento ordinatore di tutto l'esistente andava rigorosamente garantita da qualsiasi tentativo di violazione. Nella antica mitologia le Erinni (le severe signore gendarmi di Dike) svolgono la funzione di personificare la potenza delegata alla difesa delle norme e, quindi, alla custodia dell'ordine naturale e sociale. L'ordine necessario è assolutamente inviolabile, esso è la legge di natura che fa sì che l'universo sia regolato secondo giustizia; nessuna azione può romperlo, nessuna volontà può piegarlo, neppure il dio vi si può opporre. Quando l'uomo diventa superbo e si ingelosisce degli dei, quando l'ybris lo avvolge, allora per invidia del loro potere concepisce l'intenzione di "andare oltre", di rompere l'ordine fissato. E' in quel momento che scatta la ftonos, ossia la legge del contrappasso, l'ineluttabile punizione che non può mai trasformarsi in perdono perché il suo scopo è quello di ricomporre l'ordine che l'intenzione (non l'azione) dell'uomo aveva provato ad infrangere.
L'andare oltre, l'inoltrarsi nella regione del disordine, rappresenta per il mondo greco l'autentico tentativo di sopraffazione della morte nei confronti della vita, significa l'aver sconfinato nelle terre dove non v'è la presenza del dio e, di conseguenza, dove non può esservi la sua immagine: l'uomo.
L'epifania del divino è una tipica informazione di presenza la quale esige che si percorra la strada della fondazione pur sapendo che ineffabile è il momento del contatto; o, per meglio dire, la parola può esprimerne l'assenza, ma non la presenza.
Quando Platone volle delineare il Caos precedente all'ordinamento demiurgico del mondo, secondo la classica scansione che progressivamente perviene alla realizzazione della sintassi fisica, armonia etica e verità logica, scrive: "... tutti questi elementi erano allora senza ragione e senza misura ... erano in quello stato in cui è naturale sia ogni cosa quando Dio non è presente". La presenza del divino, l'ordine e l'armonia del cosmo, può essere rilevata, poetizzata tramite la parola che dice la meraviglia (il mito), descritta fenomenologicamente negli eventi che ne compongono l'accadere per ricorso alla parola che testimonia l'evento (l'historia) ed infine legata in catene logiche grazie alla parola che spiega (il logos); ma quando si cerca di entrare nel cuore della struttura originaria, allora si incomincia a dover optare fra l'autoreferenzialità della ragione o la contradditorietà dell'esperienza. Riconoscere che l'immediato non è l'originario, non comporta mai come soluzione l'arresto all'immediato, quanto piuttosto l'identificazione dell'originario. La soluzione eraclitea assumeva come archè la contraddizione stessa del divenire, mentre quella parmenidea eliminava la contraddizione decapitando l'antinomia del suo corno sensibile e lasciando solo l'intellegibile, ossia mantenendo le leggi della ragione ed eliminando i fatti dell'esperienza. Platone, di fronte al dramma della scelta fra la contradditorietà dell'esperienza e l'autoreferenzialità della ragione, inizia il cammino del "salvare i fenomeni" introducendo nel divenire i segni della razionalità.
L'aver riconosciuto che il divenire del mondo rappresenta l'estrema minaccia in quanto in esso abitano le metamorfosi, le nascite e le morti, l'uscire dal Nulla e il rientrare nel Nulla, ha portato di necessità l'Occidente a percorrere la strada dell'episteme, il percorso della scienza, il cammino che tende a costruire una conoscenza incontrovertibile ossia un sapere che "sta fermo" (episteme) nella verità.
E’ qui che l’umanesimo lascia posto alla scienza. L’uomo lascia il suo posto da pastore dell’essere e diventa guardiano dei fenomeni.
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Non è necessario conoscere una lingua per tradurla,
perché si traduce soltanto per persone che non la conoscono.
D. Diderot - Les bijoux indiscretes
Avevo sempre citato questa frase di Diderot poiché, essendo io direttore editoriale presso varie Case Editrici (in anni diversi naturalmente), mi trovavo abitualmente a dover riprendere per errori di traduzione alcune giovani ragazze neolaureate (in lettere e lingue) e, non volendo urtarle o offenderle, riuscivo, con la citazione di questo passo, a mettere il tutto sul piano umoristico. Ovviamente, dopo il divertente e lo spiritoso (solo per me, è chiaro!), passavo alle dolenti note della versione fatta in malo modo, ma sempre in modo corretto e rispettoso. Ma non avrei mai immaginato che io stesso un giorno avrei trovato questa frase talmente seria da usarla per descrivere (esattamente) un periodo storico di beata ed appagata ignoranza, ossia il clima intellettuale che attualmente viviamo, detto delle “Tre I” (inglese, internet, impresa).
Stavo cercando su Internet, visitando i maggiori motori di ricerca mondiali, la voce <Filippo Pacini> per quanto atteneva la scoperta del <vibrione> del <colera> nel <1854> fino al <1866>, dato che i libri che avevo consultato non ne riportavano proprio la notizia o, al massimo, ricordando i suoi celebri corpuscoli tattili, menzionavano, in una frase, le ricerche sul colera del medico pistoiese. La storia della medicina ha ignorato da sempre (eccetto pochi autori che, benchè medici, vennero visti come storici tout court), le ricerche di Filippo Pacini, il quale vide, scoprì e disegnò per primo, studiando le feci dei colerosi, il vibrio colerae, agente patogeno che raffrontò con le alterazioni anatomo-patologiche che egli trovò nell’intestino degli ammalati. Trenta anni dopo, Robert Koch trovò lo stesso bacillo e per questo nel 1905 ebbe il premio Nobel.
Visitando il sito del Dipartimento di Epidemiologia della UCLA (Università della California, Los Angeles) ho finalmente ri - letto la storia delle origini del ritrovamento del vibrione del colera da J. Snow a Robert Koch, passando ovviamente attraverso il suo autentico scopritore, Filippo Pacini.
Era di notte molto tardi, quasi il mattino, e io, forse per pigrizia e trascuratezza, essendo il brano scritto in inglese scolastico, ho deciso per la prima volta di affidarne la traduzione ad Altavista Babel Fish (il “migliore” traduttore del web) ed eccone i risultati (che riporto solo in piccola parte).
Da un lato il testo in inglese: “While John Snow’s life was unfolding in England, another scientific career was emerging in Italy, remarkably similar to that of John Snow. Eventually, the Italian scientist, Filippo Pacini, would gain prominence for his discovery of Vibrio cholera, but not until 82 years after his death, when the international committee on nomenclature in 1965 adopted Vibrio cholerae Pacini 1854 as the correct name of the cholera-causing organism. Until then, many credited Robert Koch (1843-1910) with this seminal discovery”.
Dall’altro la traduzione in italiano: <Mentre la vita della neve del John stava spiegando in Inghilterra, un’altra carriera scientifica stava emergendo in Italia, notevolmente simile a quella della neve del John. Finalmente, lo scienziato italiano, Filippo Pacini, guadagnerebbe la protuberanza per la sua scoperta del colera del vibrione, ma non fino a 82 anni dopo la sua morte, quando il comitato internazionale per la nomenclatura in 1965 ha adottato i cholerae Pacini 1854 del vibrione come il nome corretto dell’organismo colera-causante. Fino ad allora, molti hanno attribuito a Robert Koch (1843-1910) with questa scoperta seminale”.
Sono rimasto allibito per “la vita della neve del John”, che è un nome proprio, ossia John Snow (le iniziali sono in maiuscolo - e poi cosa diavolo è la vita della neve! ); con tutta la buona volontà “stava spiegando” è un verbo che potrebbe essere simile a “si stava svolgendo”, riferito alla vita di John Snow; andrebbe forse bene il “finalmente”, che è un errore da scuola elementare, ma il “guadagnerebbe la protuberanza per la sua scoperta del colera del vibrione” è davvero una frase esilarante, bizzarra, spassosa; si potrebbe pensare che la scoperta di un “vibrione” affetto da colera avrebbe procurato a Filippo Pacini un bitorzolo, un bernoccolo, un foruncolo, una escrescenza, una verruca … e questa sarebbe una scoperta “seminale” o riproduttiva (quando sarebbe solo una importante o fondamentale scoperta).
Non so se debbo indignarmi (ma è un verbo di cui ignoro il significato, dato che non sono un politico) o schernire gli utilizzatori di Internet con una feroce satira (ma non sono un critico di mestiere), allora faccio come sempre e cerco di capire, ricordando un molatore di lenti olandese (il pensatore Baruch de Spinoza), che scriveva: “Sedulo curavi humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere”, ossia “Mi sono assiduamente studiato di imparare a non ridere delle azioni degli uomini, a non piangerne, a non detestarle, ma a comprenderle”.
Non ho nulla da dire di traduzioni di questo genere: "I became slave of the one-armed bandit" (che in slang americano sta per fruit o slot-machine, avendo questa macchinetta mangiasoldi un'unica leva) con "Diventai schiavo di un bandito con un solo braccio", oppure policer cruiser, che è una auto della polizia, tradotto come incrociatore della polizia (tipo la nostra gazzella dei carabinieri che, giustamente, anche Altavista Babel Fish traduce in inglese come “gazzella of the police officers”).
Nessuno di noi è tenuto, a meno che si tratti di un traduttore professionista, a conoscere le forme dialettali, i modi di dire dei giovani, lo slang di gruppi particolari … ma di una frase in lingua colloquiale o scolastica, se si dichiara di conoscerla, non si può dare una versione umoristica, grottesca, ridicola o perlomeno buffa. Le forme caricaturali delle versioni dal greco, dal latino, dal francese, dall'inglese … hanno riempito i nostri ricordi scolastici, dove il riso aveva una forma protettiva nei confronti di quello che duramente si era ottenuto con l’applicazione e che, magari, ci si era dimenticato durante un compito in classe (o che proprio non si sapeva e si andava a orecchio pur di non ammettere che non si era preparati). Ma era un evento che avveniva poche volte durante l’anno (non l’essere impreparati, bensì l’effetto umoristico della versione).
Al contrario ora è ciò che accade quasi sempre, quando si coniuga <Inglese-Internet> per ottenere la traduzione automatica-automatizzata, ma anche istintiva, spontanea e involontaria, così da essere esilarantemente tragica. Si può ribadire che, anche quando non esisteva il personal computer, certe perle si trovavano proprio nei testi stampati. Mi ricordo di avere letto, su opere tradotte da importanti editori italiani, frasi di questo genere: "tacchino con patatine fritte" (in un libro di storia del cibo dedicato alla età medievale dove era, evidentemente, "pollo alle mele", non essendovi nè il tacchino nè le patate, che arrivarono dopo la scoperta dell’America) o "secondo il filosofo Occam Razor" (notissimo peraltro!) in luogo del "secondo la dottrina filosofica del rasoio di Occam" o ancora, "Si dice che Inantch Khan, diventato vecchio, abbia avuto un figlio dalla giovane moglie grazie ad un’eiaculazione" (ma la Storia dei Mongoli non avrebbe riportato fatto dato che non era una notizia) dove invece era evidentemente "grazie a una giaculatoria" o il “lumacone etrusco” in luogo del “lucumone”, ma erano tutti contro esempi (violazioni) alle regole del tradurre; si trattava di pochi aneddoti (si raccontavano poi quasi sempre gli stessi) che servivano a mettere maggior attenzione nel rendere in italiano da un’altra lingua, perchè la versione ridicola di quel brano sarebbe passata alla storia.
Ricordava uno dei più fini umoristi del '900, Mark Twain, in Following the Equator: “Tutto ciò che è umano è patetico. La segreta fonte dell'Umorismo stesso non è gioia ma dolore”. Il fatto di ridere non dà contentezza ma amara soddisfazione, non dà piacere ma orgasmo, non dà felicità ma godimento dei mali dell’altro, tanto che alla fine resta la malinconia (post coitum omne animal est triste). Difatti, quando un compito veniva indicato e stabilito come “umoristico”, tutta la classe rideva sgangheratamente guidata dal professore che citava (solitamente) il “ridendo castiga mores” (ma non v’era nulla da ridere, perchè la barzelletta era vecchia e goffa), mentre la vittima di turno, sofferente e tribolata, pensava a come vendicarsi la prossima volta.
Ma nell’era delle <TRE I> non esiste la malincolia, così come sono bandite la tristezza, il malumore, l’abbattimento, lo sconforto, lo scoramento ...; è un mondo in cui abitano stabilmente le agiate e floride famiglie del mulino bianco, diventate oggi (nell’era della globalizzazione) coppie felicissime, ma lontanissime, che tramite Internet si scambiano effusioni (tirando in ballo un prossimo nascituro) soprattutto grazie ad una pasta alimentare e c’è una nota azienda di telefonia che sembra dirti che “il tuo telefonino più chiama e più si ricarica”.
E’ il Paese di Cuccagna! Cioè il luogo dove si mangia tutto quel che si vuole senza lavorare e sudare (e oltretutto si smagrisce e si diventa una indossatrice!); qui crescono abbondanti e ottimi prodotti senza sforzo e senza fatica (e quasi senza pagamento, anche gratuitamente e addirittura guadagnandoci; ma cosa ne fai dei soldi in quel luogo di favola?!); in questo “Paradiso Terrestre” sappiamo che chi più dorme (o non fa nulla) più guadagna e basta appartenere alle <TRE I> per raggiungere, ottenere e accaparrarsi il “Paese di Bengodi”.
Per assicurarsi tutto ciò bisogna: 1) utilizzare, bene o male, Outlook o Netscape, 2) chiedere ad Internet di tradurti il tuo idioma in Inglese e 3) progettare un’Impresa dove a farla da padrone sono la pigrizia e la svogliatezza (chi più è inoperoso, più ne trae guadagno).
Al lavoro ci arrivi quando ti pare e fai quel che ti sembra, solitamente è un’attività fantastica, creativa, estrosa (tipo lo sfilare, il cantare, partecipare a party ...) e, cosa che non guasta, ti pagano molto e bene. Se non sei bello, affascinante, elegante, magro, snello, aitante, appariscente ... lo diventerai non appena compari in televisione a fare il lavoro creativo che ti è proprio (cfr. i più famosi suggerimenti commerciali che in Albania venivano presi per buoni e credibili, ad es. un certo liquore ti faceva sentire proprietario di un’isola all’interno di un lago, una certa pasta alimentare era esclusivamente per gente che abitava in un tipico podere toscano, un certo vermouth ti dava una vita di festa perenne ...).
In quel momento tu sei un vip (il luogo dove vivi, con gli altri tuoi simili, si dice vippaio - equivalente ad un pollaio di lusso!), che usa un inglese contenente parole come eseguire un reset di un file (cancellare uno scritto), inizializzare un floppy disc (fare un nuovo dischetto - firmandolo con le proprie iniziali), quittare (smetterla ed uscire dall’applicazione, ma attenzione che in inglese si dice application package, perchè senza aggettivo vuol dire “uso o impegno”), scannerizzare o scannare (utilizzare un analizzatore di immagini e non tagliare la gola), blank document (il foglio bianco o vuoto), il menu non è la carta delle vivande, ma l’elenco delle opzioni, il rich test format o RTF) è un testo di consistente struttura e non ricco, pesante, divertente o comico, il customize si dice per modificare un articolo secondo le esigenze specifiche del cliente (che puoi essere anche tu) e farlo diventare su misura e non da custom costume, usanza, consuetudine.
Invece è chiaro che parole come WEB,HTLM,POP, SMTP... che sono nate in Internet non possono venire tradotte, ma anche termini come cliccare con il mouse (che non il caso di tradurre con fare un clic sul topo) o la famosa ball of the mouse (che non può diventare la pallina del topo sulla quale esercitare ogni sorta di nequizia).
Ma nel Country Toy's (Paese dei Balocchi) non si usano solo parole per "computer-informatica-internet", ma vi é tutto un mondo che parla la lingua delle <TRE I>, ad esempio: adoperare o fare uso del gossip (pettegolezzo), essere teenager o teens (avere meno di vent'anni, perchè è il massimo di età che si raggiunge nel Paradiso Terrestre, eccetto per i capi politici che sono un po' più anziani, ma ringiovaniti da un lifting ovvero sollevati nelle parti cadenti), essere uno smoking o fumante, ma c'é anche il passive smoking (o fumo passivo, che fa male al non fumatore, per cui no smoking è cosa obbligatoria, anche a casa tua, però tutti possono sniffare essendo una cosa inn). In quel mondo tu sei una top model (una specie di modella prima della classe, delle vere e proprie top one su tutti i piani), un gay (un gaio, allegro, vivace omosessuale), avere una maglietta, una borsa o capi griffati (da un clothes designer o stilista, solitamente gaio), o un gadget (aggeggio, congegno, dispositivo, che però non deve servire assolutamente a niente) e a quel punto sei trendy, cioè all'ultima moda e tutti gli altri sono off.
Potrei continuare fino alla noia (se finora non ci siamo ancora arrivati!), ma qui finisco citando Confucio: "Non c'è uomo che non possa bere o mangiare, ma son pochi in grado di capire che cosa abbia sapore" e, in questo nostro mondo, tutto ha il gusto di Mc Donald, non solo il cibo per il corpo, ma anche quello per la mente o l'anima (cose che per un noto nepotista-divulgatore scientifico televisivo non esistono proprio!; oppure è come dice il grande umorista, Achille Campanile: Non c' é alcun rapporto fra gli asparagi e l'immortalità dell'anima?).
"Dove non c'é umorismo, non c'é libertà - scriveva Eugéne Ionesco - Dove non c'é umorismo c'é il campo di concentramento". E, giustamente, avvertiva Virginia Woolf: "L'umorismo è la prima qualità che va persa in una lingua straniera". Però qui il termine “persa” non va tradotto con “viene smarrita”, bensì con “é non curata”.
Se poi si conosce bene l'italiano, anche le frasi in lingua straniera mantengono il loro sapore, il loro tono, il loro gusto e la loro espressività.
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Nullum est vitium sine patrocinio
Non esiste vizio che non possa trovare difesa
Lucio Anneo Seneca - Lettere a Lucilio
C’è bisogno urgentemente di un comitato di vigilanza straordinario, inedito, eccezionale; cioé una commissione di sorveglianza valida e presente, una rappresentanza di custodi senza uguali della res pubblica, persone diverse dal solito, capaci di dare risposte effettive e di agire giustamente a favore del bene universale. E’ questo che, agli inizi di un luglio afoso e torrido, ci siamo sentiti proporre da un ministro impensierito, allarmato e oltremodo preoccupato della salute pubblica. Ma qual è il fatto che impressiona e turba così gravemente il responsabile di un dicastero importantissimo? Gli eccessivi ed eccedenti nosocomi, le gabelle o le tasse della salute, le mutue integrative per i pensionati superstiti e reduci, gli anziani infermi-cronici ricoverati in reparti per malati acuti e malati acuti degenti non si sa dove … Probabilmente si! Ma non solo! E da mesi ci sta pensando (vagheggiando ed elucubrando soluzioni innovative), ma c’è qualcosa che lo angustia oltremodo di più, che gli dà grandissimo travaglio: il fumo in tv; cioè il fatto che sul piccolo schermo da sempre passano
messaggi subliminali che istigano ad essere fumatore e per questo oltremodo dannosi a sé e agli altri. Il Ministro della Salute, il professor Girolamo Sirchia, in una lettera inviata ai vertici dirigenziali di RAI, Mediaset e La7 propone di creare un comitato di vigilanza per “evitare che film e spettacoli messi in onda promuovano fumo di sigaretta, soprattutto ai giovanissimi, proponendo modelli sociali falsi e inaccettabili … una pubblicità occulta delle multinazionali del tabacco, purtroppo oggi prevalentemente diretta ai minori, più facilmente raggiungibili dai messaggi insistentemente proposti dal mondo dello spettacolo, del cinema e dalla tv … la lotta al tabagismo soprattutto la prevenzione nei giovani e giovanissimi, è un obiettivo dell’Unione Europea, al quale l’Italia ha aderito con ferma convinzione. La Commissione affari costituzionali e la Commissione bilancio hanno poi recentemente approvato una norma che protegge i non fumatori dall’esposizione al fumo passivo, affermando il diritto di chi non fuma ad essere rispettato”.
Siamo perfettamente d’accordo sulla lotta al fumo attivo e passivo. E chi potrebbe non esserlo! Anche chi fuma, se non è un criminale cronico, non può che dare il consenso soprattutto alla campagna di prevenzione nei giovani e giovanissimi o al divieto in locali pubblici di intossicare i non fumatori, ma prendersela con le pellicole dove c’è qualcuno che fuma è un altro paio di maniche. Essere d’accordo che Humphrey Bogart in “Casablanca”, Rita Hayworth in “Gilda” o Marilyn Monroe in “Gli uomini preferiscono le bionde” ecc. dovrebbero venire oscurati o quantomeno tagliate le scene dove hanno una sigaretta in bocca per impedire ai giovani di imparare il terribile vizio è una cosa che andrebbe discussa e non accettata come il verbo. “Da ogni spettacolo cinematografico – diceva Theodor W. Adorno - mi accorgo di tornare, per quanto mi sorvegli, più stupido e più cattivo”, ma ora sappiamo che si ritorna anche più viziosi. E’ vero che il sociologo tedesco, dichiaratamente critico della società, se la prende con tutto e con tutti attaccando violentemente e, forse ingiustamente, il clima culturale e intellettuale contemporaneo – compreso il cinema – tanto da dire che “tutta la cultura dopo Auschwitz, compresa la critica urgente ad essa, è spazzatura”, ma alla censura egli non ci sarebbe mai arrivato, perché di ciò sarebbe stato capace solo l’uomo “paralizzato dalla paura della verità” o, per meglio dire, gli estensori dei comitati di vigilanza e di controllo.
Mi ricordo che, nel 1984, io venni denunciato da un “difensore civico” (che era, anche, promotore di comitati di controllo contro la parapsicologia) per il fatto che avevo partecipato su RAI 2 ad una programma televisivo dal titolo Mister O dove, a suo dire, difendevo la “magia e la metapsichica” (cosa della quale, peraltro, non mi ero proprio accorto). Comunque ero un professore universitario che aveva violato una legge (di epoca fascista o addirittura pre-Giustiniano e pre-Dracone) che mi impediva di prendere pubblicamente una posizione “non confacente con il decoro di una persona al servizio della pubblica amministrazione” (cosa da lui scrittami e di cui non mi sono preccupato quel gran ché). Ho tenuto, invero, i nastri magnetici dai quali si capisce che i miei interventi erano in difesa di una scienza non ridotta a banale scientismo. Uno dei luoghi più accettati dal senso comune della nostra epoca è che la scienza moderna sia l’unico strumento d’acquisizione di sapere sul mondo naturale (ossia “sull’universo e in altri siti”) e può risolvere, a livello pratico, tutti i problemi dell’umanità grazie alle tecniche (o scienze applicate) e, a livello teorico, quelli della conoscenza che è solo scienza sperimentale: la realtà è misurabile e quantificabile, il significato di una proposizione è posto nel metodo della sua verifica, hanno senso unicamente le proposizioni passibili di verifica empirica e il linguaggio logico-matematico è solo un insieme di tautologie. Su questo io non ero d’accordo e pertanto la discutevo. Ma il fatto che, durante quella trasmissione, non ero d’accordo con Silvio Garattini e Margherita Hack (e invece sembravo compiaciuto e soddisfatto dall’intelligenza di Piero Cassoli, medico e pioniere della parapsicologia) era bastato affinchè il “difensore civico” se l’avesse davvero a male. Si trattava di una trasmissione, condotta da un giovanissimo Alessandro Cecchi Paone e da Paola Giovetti, del tipo “la corrida o concorrenti allo sbaraglio”, dove invece che cantare, ballare e recitare i competitori cercavano di leggere il pensiero, di muovere oggetti a distanza, di predire il futuro … senza che con ciò si facesse del male agli altri o si impedisse di fare agli altri qualunque cosa di lecito. Ma il “defensor regni” rispondeva che era una trasmissione sconveniente, negativa e diseducativa per i giovani. Fu allora che gli risposi con una cortese lettera dove gli raccontavo di aver visto tra le ore 20 e le ore 23 in televisione cose di questo tipo: Cicciolina che si sollazzava con un enorme pene di vetro, un film dove non era possibile contare i morti ammazzati, un dibattito politico dove i convenuti si prendevano a male parole e delle pieces comiche dove si facevano pesanti allusioni sul piano sessuale… e quel punto mi domandavo perchè prendersela con la parapsicologia quando l’educazione dei giovani in televisione era già molto contravvenuta, trasgredita, violata e disattesa? La cosa finì lì e non ho mai avuto più risposta.
Con tutta l’immondizia, le sozzura, la robaccia che quotidianamente la televisione ci ammannisce a qualunque ora (e specialmente nella fascia oraria detta di prima serata) e cioè sesso e violenza a volontà, adesso dovremmo vigilare su ogni opera cinematografica, dove c’è qualcuno che sfumacchia, onde scansare ed evitare che film e spettacoli messi in onda promuovano fumo di sigaretta? Ma come? O essendo tolleranti, provvedere con delle apposite diciture, in sottotitoli, che ingiungano e dicano, ad ogni scena incriminata: “Nuoce gravemente alla salute” o essendo intransigenti tagliando tutte gli episodi dove compare una pipa, un sigaro o una sigaretta …
Anche precedentemente ci si è allarmati per una simile possibilità. Ad esempio negli anni ’50 i censori del sesso la pensavano pressappoco nello stesso modo, ma almeno avevano la decenza di non dire che i giovanissimi apprendevano una sessualità deviata vedendo qualche seno non del tutto coperto, qualche ombelico e qualche coscia esposta più del dovuto (cioè non interamente occultate) Nelle sale cinematografiche degli oratori e delle parrocchie si cercava di programmare pellicole per “tutti” e quando una scena era troppo azzardata o osata, tipo un bacio troppo lungo, allora la si amputava decisamente (e allora i ragazzi urlavano “bacio! bacio! bacio!” e il viceparroco li faceva tacere a bonari scapaccioni). Vorremmo, al giorno d’oggi, che censori non ve ne fossero stati e magari saremmo diventati più adulti grazie ad una seria politica di prevenzione sessuale.
Ma ora il ministro Sirchia spiega di voler fare davvero sul serio e chiede alle “televisioni” di censuare (o è meglio dire non trasmettere) pellicole che presentino dei fumatori. E del sesso cosa ne facciamo? E dell’alcol, della droga, della violenza, delle guerre, dei “serial killer” … (per non parlare delle stupidaggini della “tv immondizia e pattume” altrettanto, se non più, nocive!). Vogliano far smettere le guerre! Aboliamo “Salvate il soldato Ryan”. Vogliamo far terminare la piaga dell’acolismo! Non trasmettiamo mai più “La leggenda del santo bevitore”. Vogliamo che cessi il fenomeno della mafia. Vietiamo il “Padrino”. Vogliamo che le mamme non uccidono più i loro figli infanti! Togliamo dal teatro classico (e dal cinema) “Medea”. Sono solo le rappresentazioni, purtroppo, che vanno respinte e rifiutate, perchè della realtà non se ne parla mai (scusate! nei talk show se ne parla, ma sempre come di fatti spettacolari che fanno audience). Abbiamo mai visto qualcuno che in televisione abbia detto che lo Stato prima di attaccare l’odioso fumo dovrebbe rinunciare al Monopolio di Stato dei Tabacchi! O chi seriamente pensa ad interrompere e vietare la circolazione indiscriminata delle automobili che ben più della nicotina sono causa di malattie e di morti! Ma bisogna vietare i passaggi televisivi di tutti i film in cui vi sia nicotina palese o nascosta e relegando, al massimo, nelle case dei “tossici da nicotina” (se è possibile dopo aver tolto a loro i figli minorenni!) l’uso di videocassette o a proiezioni nei cinema d’essai di tutte le pellicole del passato i cui gli sceneggiatori avevano previsto che gli attori articolassero le loro frasi seguiti dalla nuvola azzurrognola.
Max Iander nel 1912 meditò difar ridere con le rocambolesche avventure de “Il suo primo sigaro”, ma ancora prima, nei rulli dei fratelli Lumière, si vedevano borghesi soddisfatti di sé con il sigaro fra le dita e, nel prosieguo della storia del cinema, il fumo si impastava con i magnifici giochi di luce in bianco e nero. Greta Garbo in Mata Hari, Humphrey Bogart in Casablanca e nel Falcone maltese, Marlene Dietrich in Angelo azzurro dove il professor Unrath perde onore e dignità, fino al quarto d’ora iniziale di Schindler List in cui lo scellerato Oscar fuma continuamente, mentre gli squisiti nazisti aspettano un po’ di tempo per far fumare le ciminiere dei forni
Con l’avvento del cinemascope quasi tutti fumano. Ne’ I magnifici sette con Yul Brinner e Steve McQueen che emettono fumo e tracannano alcool, in Colazione da Tiffany la cerbiatta Audrey Hepurn si presenta con un bocchino da gioielleria e gli 007 mai rinunciano a donne e sigarette; il selvaggio West è inimmaginabile senza tabacco: i cowboy lo masticano e lo sputano, prima di estrarre la colt; in quelli di fantascienza-horror, Sigourney Weaver è fumatore in Alien e nel notissimo Titanic Leonardo di Caprio insegna a Kate Winset a fumare e a bere. D’altra parte Zeno Cosini (Italo Svevo) cosa avrebbe fatto senza la sua ultima sigaretta, come legioni di condannati a morte nel cinema, e parlando di letteratura per ragazzi, come censurare il buon Salgari in I pirati della Malesia dove “Yanez … fumava flemmaticamente la sua eterna sigaretta”. E Totò al giro d’Italia che fuma il sigaro e fa fumare i vari Bartali, Coppi, Magni … per vincere le tappe. Da Robert Mitchum a Jerry Lewis, da Bogart a Matthau, da Cary Grant a Gary Cooper, da Marlon Brando a Steve McQueen o James Dean … era l’usanza di ogni normale maschio americano di successo, ma anche le attrici erano sempre con la sigaretta in mano; basti soltanto citare Basic Instinct in cui Sharon Stone accavalla le gambe senza mutandine, ma con in mano un rotolino di tabacco. Ma potremo scrivere un’enciclopedia o un elenco telefonico di soli nomi di attori e registi che hanno contravvenuto alle “regole di gerolamosirchia”. “L’insegnamento che ci viene da coloro che operano contro il nostro lavoro, cioè dalle multinazionali del tabacco - ha affermato il ministro, dimostra che non sono mai i messaggi choccanti quelli che contano, ma i messaggi sottili e subliminali… credo che la strada da battere sia esattamente questa: prendere quello stereotipo e ribaltarlo, mostrando i reali effetti della nicotina”. Ma allora perché vietare proibire, impedire o escludere? Basterebbe soltanto prendere Yul Brinner che, già minato dal cancro, si rivolge ai giovani raccomandando di non fumare. Il fatto di tagliare i suoi film lo farebbe risuscitare per opporsi a una cosa tanto assurda e, poi, sfodererebbe una colt ci salverebbe dai comitati di controllo D’altronde sappiamo tutti dell’esistenza di una nube tossica di enormi dimensioni, creatasi per le moltissime fabbriche in Oriente, che sta arrivando su di noi. Saranno forse i cinesi, forti fumatori, che hanno trovato l’arma letale.
D’altra parte noi sappiamo che dal 1945 ad oggi sono stati fatti 2000 esperimenti atomici (sulla terra, in mare e sottoterra). Allora rammentiamo un racconto breve di Asimov: il Coordinatore della nostra Galassia, appena saputo che sul pianeta Terra era stata scoperta l’energia atomica, tirò fuori il suo librone su cui erano segnati i nomi dei popoli che avevano imbrigliato l’atomo e rivolgendosi ad un suo collaboratore, mentre stava scrivendo la dicitura “razza ... ”, gli chiese:”Ma dove li fanno gli esperimenti?” - “Sul pianeta dove vivono” - rispose il Segretario . Allora il coordinatore scrisse “razza di imbecilli!”
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Quattro dotti maestri, un arabo, un ebreo, un greco e un latino, diedero avvio alla Scuola Medica Salernitana
La leggenda, tratta dall’apocrifa Cronica Elini,1 racconta che furono quattro dotti maestri, un arabo, un ebreo, un greco e un latino, a dare avvio alla Scuola Medica Salernitana; basti pensare, però, che l’insegnamento secondo quattro “civiltà” non era fattibile e che, almeno, in una scuola ai suoi inizi, non era consuetudine che i medici ebrei, arabi, cristiani o gentili insegnassero nelle loro lingue e secondo i loro usi e costumi, o, per dirla meglio, questo era una allegoria che però ebbe una enorme fortuna, divenendo un grande ideale. La narrazione tradizionale si basava su un fatto mitizzato ossia la città campana per la propria “storia” e accogliendoli nei suoi confini, ospitò un numero tale di “storie” di popoli barbari e civili, quale non era accaduto ad altre terre; fu un luogo-simbolo: un ponte attraverso il quale si congiunsero l’età classica e quella medioevale e sul quale passeranno le più diverse culture mediterranee per più di un millennio.
E’ qui che sorge il concetto di salute come immagine interculturale e transculturale ovvero, come stato fisico di sanità e salvezza, redenzione e benessere, vigore e riscatto, forza e vitalità, cioè non solo una condizione psicofisica dell’organismo, ma un requisito globale dell’uomo in rapporto con il creato ed il suo creatore. Una “medicina” come scienza e professione della salute, come insieme di rimedi e di cure atte a mantenere l’uomo “salvus” o a rendergli la “salus” (assistenza sanitaria e spirituale, benessere materiale, ma anche riconquista del “paradiso”, liberazione dal peccato, la redenzione).
Salerno una piccola città a sud del Vesuvio, posta in un luogo fra i più incantevoli del mediterraneo, fra Amalfi e Paestum: la prima, gloriosa repubblica marinara che conseguì la sua massima grandezza nei secoli X e XI, quando assunse il ruolo di uno dei principali porti nei traffici con l’Oriente e la seconda, toponimo greco di Poseidon, alle foci del Sele, che dal V sec a.C. aveva rappresentato quel mare.
Conquistata dai Longobardi nel 646, la città divenne nell’839 capitale di un principato autonomo che permise che tra le sue mura vi fossero ebrei, greci, islamici e latini, ossia tutti quei popoli del Mediterraneo che abitarono Salerno e che contribuirono a farle raggiungere il culmine del suo splendore. Fin dai primi secoli del medioevo ospitò numerosi cenobi e monasteri benedettini (maschili e femminili) e antoniani, per la cura dell’ergotismo o fuoco sacro, ma anche “ecclesiae” rette da preti secolari, a cui erano aggregati dei centri ospitalieri e delle infermerie rette da religiosi e da civili. Nel secolo VIII Grimoaldo fondò quello di San Benedetto, il cui abate reggeva anche la cattedrale della città; nel 820 l’arciprete Adelmo iniziò i lavori per l’infermeria e il principe Guaiaferio decretò nel 864 l’obbligo di ricoverare e spedalizzare i viaggiatori, i pellegrini e i forestieri. Quindi fin dalle prime epoche dell’alto Medioevo si svilupparono istituzioni medico-sanitarie legate ai monasteri, ma questo non deve farci pensare ad una origine monastica della “scuola”, e neppure della collegata cattedrale dove dal 981 acquista maggior prestigio la Scuola Arcivescovile. Se ne potrebbero trovare molte altre origini: politiche, commerciali, climatiche, religiose, cultuali … , ma un evento di tal fatta non può avere solo un inizio, ma degli inizi. La storia, fatta di dati e di date, ci dice che il vescovo Adalberone II di Verdun nel 985 andò a farsi curare e che nel 1811 un decreto di Murat, voluto da Napoleone, decise la fine dello Studio medico della città campana. Questi sono numeri che vengono fatti fungere da pietre miliari: l’una citata dal cronista Ugo Flaviacense e l’altra posta in calce a un decreto napoleonico a ricordare i quasi dieci secoli di vita della civitas hippocratica. Ma il fatto è che nè Adalberone fu tra i primi a farsi curare i calcoli dai famosi litotomi salernitani né il decreto murattiano chiuse definitivamente la scuola.
La storia è molto più sfumata e variegata e non si lascia imprigionare dagli schemi.
Le università da un lato e i conventi dall’altro faranno di tutto per impedire l’esercizio di una medicina e di una chirurgia “practicae”. I monaci e i canonici verranno esclusi dagli studi medici (sinodo papale del 1130, più volte in seguito ribadito) e le università diverranno le uniche strutture a poter rilasciare la licenza di esercitare la professione: E’ chiaro che da questo momento verranno escluse dall’esercizio della medicina tutta una serie di persone che d’ora in poi faranno parte di un altro mondo: l’universo delle streghe, dei cerretani, dei barbieri, dei norcini … lasciando la cura della salute a quei “dottori” che: “Avevano allontanato purtroppo da sé – come scriverà Vesalio nel XVI secolo - la più importante e più antica branca dell’arte medica, quella che (ammesso che veramente ve ne possa essere un’altra) si basa soprattutto sull’investigazione della natura”2.
Dal XIII al XVI secolo le scuole e le università daranno spazio solo ai medici teorici (appollaiati su di un alto scranno a ripetere i libri di altri) lasciando la chirurgia (e l’anatomia) ai non medici e avendo un grande disprezzo per il lavoro manuale. Da questo momento non si occuperanno del corpo se non per auditum: gli amici e famigliari del malato gli racconteranno i dati per l’anamnesi, i loro inservienti raccoglieranno le urine che i malati avranno portato nella matula, i cerusici gli faranno il salasso (flebotomi), gli cureranno le ferite (medici vulnerum), lo libereranno dalla pietra (litotomi), gli acconceranno le ossa, gli toglieranno i denti, l’opereranno di cataratta, faranno spurgare fistole e ascessi, le ostetriche aiuteranno la partoriente, i norcini praticheranno l’orchiectomia e l’ernioctomia, i chirurghi assisteranno il dottore durante una lezione (il demonstrator indica e l’ostensor taglia), gli herbolari e i farmacisti gli procureranno le erbe … mentre il “dottore” si occuperà di medicina pulita: leggere i libri delle auctoritates e scriverne le glosse, mentre quando esamina il ricco paziente è per fargli l’oroscopo, guardare il colore, la complessione e la corporatura e, al massimo, tastargli il polso. Ma questo dottore non troverà spazio a Salerno.
La “civitas hippocratica”, invece, considerava la medicina come un sapere sulla “salute” che oggi definiremmo transculturale e interculturale.
La chirurgia è un ponte ideale fra la medicina dotta, rappresentata al tempo dei loro esordi dai magistri della scuola salernitana, e quella popolare, locale, cui i chirurghi dovevano fare inevitabilmente riferimento non fosse altro che per il contatto quotidiano con le pratiche della medicina domestica, appannaggio privilegiato delle donne. Nella città campana il sapere delle donne eguaglia (e a volte supera) quello degli uomini: Trotula de Ruggero (1059), ava di quel Matteo Plateario autore del celeberrimo Liber de semplici medicina o Circa instans, la quale aveva scritto il De ornatu mulierum e il De passionibus mulierum ante, in et post partum e fu la prima di quelle sapientes matronae (accanto ad altre compagne come Rebecca, Calenda, che visse alla corte di Giovanni I di Napoli, e Abella, autrice audace di un trattato De natura seminis hominis) che fino a tutto il XII secolo lavorarono sul grande patrimonio “de herbis femineis”. Salerno ha un debito nei confronti di quel sapere medico femminile che, caso eccezionale nella storia dell’Occidente, per due secoli (XI-XII) a Salerno ebbe possibilità di esprimersi e di operare a livello d’ufficialità.
Ricordiamo gli studi di igiene e di dietetica, contenuti nel Regimen Salernitanum o Flos Medicinae, la chirurgia, la fitoterapia e, principalmente, l’ostetricia dei magistri e dei physici, ma non ci dimentichiamo dei flebotomi, dei cerusici, dei medici vulnerum, secondo il titolo che sarà proprio alla categoria dei norcini.
Salerno, venuta a patti con i Goti prima e con i Longobardi poi, ebbe sempre condizioni politiche privilegiate e forme propizie di libertà sociali e religiose, in accordo con i vari dominatori e invasori. Gli eserciti di Bisanzio, le orde dei pirati saraceni, le milizie dei regni romano-barbarici, i Franchi, come più tardi i Normanni, Federico II, gli Angioini … preferirono esercitare il commercio di beni e di idee alla guerra e alla spoliazione.
E questo è stato il destino delle grandi città italiane. Salerno è stata fra le prime.
Gli itinerari della barbarie si sono trasformati in civiltà e le civiltà si sono imbarbarite in un tale continuo, rapido, irrefrenabile e caleidoscopico insieme di metamorfosi che nessuna barbarie ha potuto prendervi il sopravvento e nessuna civiltà stanziarvisi da sola e per sempre. Altre terre hanno ospitato popoli in crescita o decadenza culturale, ma spesso questi processi, numericamente rari, hanno avuto andamenti unidirezionali e irreversibili (o quantomeno di lentissime riprese o ricadute), sicché i modelli culturali hanno avuto il tempo per stabilizzarsi e proporsi in termini egemoni. In Italia questo non è accaduto. Qualunque modello, sistema o struttura culturale ha dovuto fare i conti con innumerevoli concorrenti o coesistenti, tanto che le mediazioni risultanti lasciavano intravedere tutti i componenti, pur non privilegiandone alcuno. Assimilativa e diffusiva l’Italia ha conservato, mediato, elaborato e irradiato una tradizione di cultura in termini internazionali ed universalistici. Come un tempo si diceva di Alessandria: “non in Aegypto, sed ad Aegyptum”, anche le diverse città “ad Italiam” furono officina e negozio di un sapere che non avrebbe potuto fungere da “sistema” in quanto non passibile di esser sottoposto a sistematizzazione alcuna, che non poté essere completamente regionalizzato dato che le sue scaturigini non erano state solo regionali e, nello stesso tempo, mal si sarebbe accordato con intenti di omogeneizzazione nazionale, poiché rappresentava il portato di mondi e civiltà che avevano mantenuto la loro unicità e diversità. L’Italia delle città è terra di ribelli: nessuno degli innumerevoli centri urbani intende perdere, anche solo in parte, la propria autonomia o meglio le sue libertà sostanziali, pur essendo disposto a concedere ragionevoli tributi finanziari, privilegi e onorificenze formali a qualunque invasore disposto a non interferire nel governo e nel sistema economico. Frantumata e divisa in territori soggetti a rapine e spartizioni, mera realtà geografica senza alcuna guida, l’Italia “senza un nome” mantiene e sviluppa un ruolo in grado di farla riconoscere come politicamente viva e culturalmente trainante in forza della funzione autonomistica delle sue città. Il modello urbano è stato il collante in grado di mettere insieme il complicatissimo mosaico delle storie degli innumerevoli popoli che l’hanno abitata. Esso rappresenta l’autentica particolarità dell’Italia: la frammentazione non ha significato tutta una serie di implosioni ed arrocchi in centri a cultura monovalente con conseguente affievolimento o, addirittura, interruzione del commercio informativo, ma, al contrario, ha permesso l’esplosiva diffusione dei diversi codici culturali e la loro costante e continua retroazione. Ma, quando la storia di una “gente” è in realtà l’integrale di un percorso cui hanno contribuito le più diverse tendenze, si tratterebbe, in prima istanza, di scomporre la banda risultante nei suoi originari elementi costitutivi.
La civetta, l’uccello di Minerva, sacro simbolo della dea della Sapienza, dice un celebre aforisma hegeliano, si leva solo dopo il calar delle tenebre. E ancora, potremmo aggiungere, essa intona il suo canto severo nelle vicinanze degli spazi abitati, lasciandosi guidare anche soltanto dal fioco barlume di una candela. In questa allegoria sta il destino storico dell’Italia: simboleggiata dalla dea “polymetis” dal capo turrito, essa ha saputo, dalle proprie città fortificate ma trasparenti, irradiare il suo accorto sapere nel corso delle lunghe notti che costantemente e regolarmente calavano fra le Alpi e la Sicilia. Ogniqualvolta sull’Italia irruppero le tenebre, il cielo d’Europa ne restò interamente illuminato. I dotti, i chierici, i cronisti che scendevano dal Nord e percorrevano la penisola, vuoi da semplici pellegrini verso il sepolcro di Pietro, vuoi da conquistatori al seguito di questo o quel dominatore, lasciarono scritto nelle loro memorie l’attonito stupore di trovarsi in una terra di uomini che avevano eletto la città a loro dimora e i quali, nonostante non disdegnassero armi e commerci, attività di cui erano maestri, coltivavano il sapere con la tipica curiosità di coloro che, pur “cupidi aeternitatis”, sanno vivere negli eventi della storia. Oggi noi diremmo: ricevendo, elaborando e diffondendo l’informazione in termini di interrelazioni sociali e omeostasi individuali. Altri potevano via via vantare supremazie che gli italiani avevano perso: potere militare, primato economico, unità politica, magistero istituzionale; molti stranieri, cui peraltro facevano eco i nostri dotti, ebbero spesso di che lamentarsi nel vedere le tristi condizioni in cui regolarmente cadeva l’Italia sotto il giogo di tanti invasori, ma tutti si trovarono sempre costretti ad ammettere che anche, o proprio, nei momenti del massimo oscuramento, brillava in Italia la fiaccola della cultura. Arroccata dentro le proprie città, le cui mura, spesso incapaci di resistere agli invasori, erano invece in grado di contenere la pressione della barbarie, l’Italia ha svolto la funzione primaria di ogni autentico e specifico sistema culturale: la diffusione di sé medesimo, ovvero il contrario dell’interdizione che qualifica le strutture chiuse, esclusive, immobili dei mondi barbari. Se infatti volessimo calibrare la tanto complessa e indefinibile nozione di cultura, dovremmo ancora una volta adottare il metro greco che l’aveva contrapposta alla barbarie, non in termini, si badi bene, di aree razziali privilegiate: antropologie etnocentriche fondate su strutture di esclusione e quindi a loro volta barbare, ma in concetti di osmosi comunicative, di sistemi aperti in cui l’informazione gioca sia in senso eidetico che poietico, in continuo e costante “feed-back” dell’irradiamento e riflessione di notizia e azione.
Il codice dei mondi barbari è quello della staticità, dell’acritico mantenimento e della tradizionale conservazione dei modi, dei ritmi e delle proporzioni sociali a dispetto delle mutazioni degli intorni e degli interni; essi non mancano di sapere, arte o lettere, le loro carenze risiedono invece nella trasmissione dell’informazione, la quale è caratterizzata da dinamiche monocentriche e da cinematiche unidirezionali, al contrario della cultura dei mondi “civili” che è diffusiva, irradiante ed autoregolante, che accetta e modifica se stessa nel continuo e costante dialogo con l’interno e l’esterno, che non rigetta, ma integra o corregge, che non fonda incontrovertibili e sincronici sistemi egemoni, ma soltanto diacroniche supremazie o aree momentaneamente privilegiate. In buona sostanza potremmo dire che in Italia è rimasta assente l’egemonia di sistemi d’esclusione, di interdizione, imposti ad uno o più livelli del gruppo sociale a uno o diversi altri. Non si vuol dire che questo non sia mai stato tentato; solo, che non è mai riuscito così compiutamente da poterne trarre il fondamento di un’unità di sentito ideologico ( l’ideologia è, infatti, per sua stessa natura, lo strumento fondante dell’esclusione ) capace di produrre una “cultura nazionale”. Certamente ogni civiltà è costituita da una identità sua propria fatta di concertazioni fra i suoi membri circa i sistemi valutativi e normativi assunti, di graduali scoperte e messe in opera dei modi, ritmi, tonalità e proporzioni dell’agire, di sistematizzazioni dell’interrelazione, e perciò unica.
E’ pur vero ed innegabile che ogni popolo esprime una cultura e costruisce una civiltà sulla traccia della propria storia, la quale non è se non la storia di quel particolare popolo: l’itinerario diacronico guidato dalle innumerevoli variabili differenziate e specifiche per geo ed ecosistemi, per interrelazioni fra etos ed habitat, per scelte di percorso ( prodotto dialettico di eidos e poiesis ) che compongono l’evenemenziale, ma che s’affondano nell’insieme di significati sui quali è costituito quel particolare mondo sociale.
Ma è appunto a questo universo polimorfo ed iridescente che va fatto riferimento quando si tratta di tracciare una “storia particolare” e non certamente a ipotetiche costanti cristallizzazioni ideologiche, quali la razza e lo spirito del popolo in cui si incarnano le fantomatiche predestinazioni dell’essere gli unici e privilegiati profeti e portatori di questa o quella forma culturale.
La medicina è proprio una storia particolare e generale nello stesso momento
La differenza in tutto questo è una sola: la scienza naturale è neutrale, la medicina invece no. ”Non riconosco alla medicina che un’unica esigenza - diceva J. C. Burnett - e non ne formula che una sola: che guarisca”.
Non confondiamole!
Da qui, pertanto, la scelta dell'aggettivo "transculturale" e “interculturale”, a rivendicare alla medicina quel ruolo di arte capace di ricomporre un'armonia incrinata dal male che è proprio di tutte le culture le quali all’arte della salute e della malattia hanno affiancato una rigorosa indagine filosofica e scientifica sull'uomo.
1 Il brano della cronaca è riferito dal De Renzi, Coll. Sal., I, pp. 106-9, nota 3; Storia documentata, n. 17 p. XVI. Per la dubbia attendibilità della cronaca e della storia v. De Renzi, Coll. Sal., I, p. 106 seg. C.H. Singer, The Origin of the Medical School of Salerno, the First University: an Attempted Reconstruction, in Essay on the History of Medicine, Zurich 1924, pp. 121-138.
2 A. Vesalio, De fabrica corporis humani, Prefazione, Basilea, 1543.