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L’uomo non è che una canna, la
più debole della natura, ma è una canna che pensa. Per schiacciarlo
non c’è bisogno che s’armi l’universo intero. Un vapore, una goccia
d’acqua bastano per ucciderlo. Quand’anche l’universo lo schiacciasse l’uomo
sarebbe tuttavia più nobile di ciò che l’uccide, perchè
sa che muore; mentre l’universo che è più potente di lui non
lo sa. (B. Pascal - Pensieri - LXIX)
Nel gennaio del 1975, Isaac
Asimov che da 35 anni stava costruendo la grande saga dei robots umanizzati
(Robbie, il suo primo racconto, in cui si narra della commovente amicizia
fra un robot e una bambina, è del 1940) incominciò a dar corpo
ad una idea che avrebbe rappresentato l’estrema conseguenza del processo di
umanizzazione degli “uomini meccanici”: un robot capace di autoperfezionarsi
fino al punto di desiderare sopra ogni altra cosa la libertà. “Cosa
potresti fare di più - gli chiede il giudice incaricato di dirimere
la questione - se tu fossi libero?” “Forse niente, vostro onore, ma tutto
quello che farei lo farei con maggior gioia”. Andrew Martin appunto, l’androide
protagonista della storia intitolata The Bicentennial Man, realizza così
l’ideale ultimo della morale kantiana (sa che esiste il male ed è in
grado di riconoscerlo, ma è categoricamente “obbligato” a perseguire
il bene), egli, in altre parole, rappresenta la prova effettuale del noto
asserto della Critica della Ragion Pratica:
“Lo stesso principio morale serve come principio
della deduzione di una facoltà imperscrutabile, che nessuna esperienza
può provare, ma che la ragione speculativa deve ammettere come possibile
cioè la facoltà della libertà”. In altri termini la legge
morale (fatto della ragion pura, dunque apoditticamente certa) garantisce
che la libertà è non solo possibile, ma anche reale negli esseri
che riconoscono la legge morale come obbligatoria.
Ma quand’è che gli uomini dovettero fare
i conti con il Male come autopossibilitante della Libertà? “Ed accadde
da che aumentarono i figli degli uomini che in quei tempi nacquero ad essi
delle figlie belle di aspetto. E gli angeli figli del cielo, le videro, se
ne innmorarono e dissero fra loro: “Venite, scegliamoci delle donne fra i
figli degli uomini e generiamo dei figli” (Enoc VI, 1-2 ; cfr. anche Gen.
VI, 1-4; Giob. V, 1) “E si presero per loro le mogli ed ognuno se ne
scelse una e cominciarono a recarsi da loro. E si unirono con loro ed insegnarono
ad esse gli incantesimi e le magie e mostrarono loro il taglio delle piante
e delle radici. Esse rimasero incinte e generarono i giganti la cui statura
era per ognuno di tremila cubiti. Costoro mangiarono tutta la fatica degli
uomini finchè non poterono più essere sostentati. E i giganti
si voltarono contro gli uomini per cibarsene. E cominciarono a peccare contro
gli uccelli, gli animali, i rettili, i pesci e a mangiarsene, fra loro, la
loro carne e a berne il sangue [l’anima-vita]. La terra allora accusò
gli iniqui.”. La discesa degli Angeli Vigilanti provoca tutta una serie di
gravissime infrazioni all’ordine cosmico, a quello liturgico e militare, a
quello storico-sociale ed a quello spirituale. L’ armata dei Vigilanti che
si stacca dal cielo rimanda ad una catastrofe siderale in cui è violata
la cinematica dello Zodiaco (in Enoc XXI,6 si assiste alla visione di sette
montagne ardenti nel fuoco del caos ed è chiaramemente spiegato dall’arcangelo
Uriele che si tratta degli astri che hanno disobbedito a Dio, lasciando ‘il
loro posto’ ed ora, in numero di sette erranti (i pianeti) debbono consummare
la maledizione fino al termine del tempo in cui sorgerà il Nuovo Cielo).
Analoga l’infrazione all’ordine liturgico e militare: quello “sacerdotale”
della funzione vigilatrice del corretto svolgersi del rito che si trasforma
nel suo contrario e quello altrettanto grave della diserzione delle armate.
Ancor più profondo è l’intervento sul piano storico-sociale:
i Vigilanti insegnano le arti magiche e le tecniche introducendo gli uomini
ad una funzione demiurgica loro vietata. La nascita dei giganti allude poi
ad un disastro demografico e genetico di immense proporzioni. Ma quel che
è del tutto inaccettabile da Dio, quello che fa si che “le anime dei
morti gridano e implorano fino alla porta del Cielo e il loro lamento è
salito e non possono salvarsi dal male che si compie sulla terra” (Enoc IX,
10) sta nell’infrazione del fondamentale ordine spirituale: gli esseri puri
(gli angeli) cui è demandata la salvezza degli uomini (“naturalmente”
inclini al male), rovesciano la loro funzione e portano l’impurità
sulla terra. Essi puri spiriti, rinunciano alla loro prerogativa e si accoppiano
carnalmente con le donne ed i loro figli “bastardi” si cibano del sangue e
si trasformano in mangiatori di anime. Il rovesciamento dell’ordine è
quindi totale. Accolte le suppliche delle anime dei morti, i quattro arcangeli
combattenti: Michele, Gabriele, Raffaele e Uriele chiamano l’Altissimo a giudicare
delle azioni dei Vigilanti. Il Signore, manda allora Uriele ad avvertire
Noé unico ad aver trovato grazia presso Dio, incarica Raffaele di
incatenare e gettare nelle tenebre Azazel e porre sopra di lui un sigillo
fino al giorno del giudizio, quando sarà definitivamente precipitato
nel fuoco (cfr. Apoc. di Giov. 20, 1-3), ordina a Gabriele di scatenare i
Giganti l’un contro l’altro e che a loro sia negata la vita eterna ( le loro
anime resteranno sulla terra in funzione di demoni tentatori e portatori di
sventure), comanda a Michele di imprigionare Semeyaza, il capo della rivolta,
con tutti gli altri angeli ribelli fino al giorno dell’eterna condanna. Da
questo momento in poi he-satan, l’avversario, perde la sua caratteristica
di nome comune e diventa il nome proprio di Colui che cercherà in tutti
i modi di rendere impura l’anima degli uomini, di impedire la loro salvezza,
di trasferire al mondo dello spirito la contaminazione già presente
nel corpo. Per opera di “Satana” il Male è introdotto nella storia
e di conseguenza i mali terreni altro non sono che suoi “epifenomeni”, ma
mentre riguardo a questi non v’è da aspettarsi alcuna salvezza, ma
solo una continua battaglia per mantenere la purezza dell’anima contro le
insidie del Maligno, il Male [in senso metafisico] è sradicato da
Dio e dai suoi angeli “già ora” sul piano del tempo dello spirito e
“nel giorno del giudizio” quando si sarà consumato il tempo della storia
umana. Se il male è provocato da una causa extraumana, come potrà
l’uomo ovviare a ciò e procurarsi la salvezza? In Enoc la risposta
è chiara: solo Dio può intervenire facendosi portatore della
salvezza. “I discepoli udito ciò furono grandemente stupiti e dicevano:
‘Chi dunque allora potrà mai salvarsi?’ Ma Gesù guardatili
disse loro: Agli uomini ciò è impossibile, ma a Dio tutto è
possibile” (Matteo XIX, 25 ). Ecco la soluzione comune ad Enoch e al cristianesimo.
Nessun altro testo influì con altrettanto vigore sulla visione cristiana
del principe del male quanto il Libro di Enoc, anche se il testo poneva
un grave problema teologico: il rigido predeterminismo per cui tutto è
già stato deciso da Dio e tutti già son stati giudicati, si
scontra con la libertà dell’uomo, così come la dottrina enochiana
della naturale malvagità dell’uomo viola la libera scelta. Questo
era proprio ciò con cui Sant’Agostino, pur drammaticamente impegnato
a dar ragione del problema del male, non era disposto a venire a patti. “Ecco
Dio ed ecco le sue creature ... ma in quanto buono Egli creò cose
buone e così le fa sue e le compenetra. Allora donde viene il male,
e da dove e per dove é penetrato qui dentro? Quale è la sua
radice, quale il suo seme? “ Qualche riga prima (Confessioni VII,
5) Sant’Agostino, riflettendo sul fatto che la causa del mondo è il
bene stesso, si era drammaticamente domandato: “Da chi mi viene dunque il
consenso che do al male ed oppongo al bene... chi ha piantato e innestato
in me questo virgulto di infelicità, se io sono opera del mio dolcissimo
Dio? E se invece fossi creatura del diavolo, donde viene a sua volta il
diavolo. Se anch’egli diventò diavolo da angelo buono che era, per
un atto di volontà perversa, questa volontà maligna che doveva
renderlo diavolo donde entrò anche in lui, fatto integralmente angelo
da un creatore buono?” Nel corso della sua grande battaglia contro il Manicheismo
egli s’era perfettamente reso conto che addebitare l’origine del male all’angelo
decaduto significava cedere alla dottrina manichea, mentre il fondamento
della teodicea cristiana recitava: Dio è infinitamente buono e onnipotente,
escludendo così, per riduzione all’autocontaddizione, l’affermazione
di una potenza in grado di limitare quella divina da un lato, e dall’altro
l’assoluta estraneità del male da Dio, grazie alla definizione stessa
della sua essenza in cui è incluso il concetto di assoluta bontà.
Con il consueto rigore logico San Tommaso avrebbe così riproposto
l’aporia: è empiricamente accertato che il male esiste ed è
opposto al bene, ora se esistesse un bene infinito (Dio) il suo opposto sarebbe
annullato, di conseguenza se esiste Dio non vi sarebbe il male ( S. Th. I,
q. 2 art. 3). La risposta era già stata data da Plotino, da Sant’Agostino,
da Boezio: il male non è una realtà positiva Il
male è una privazione, la mancanza di un qualcosa che dovrebbe esserci
nel soggetto, per cui in assenza del soggetto non vi sarebbe neppure il male,
ma il soggetto in quanto ente non può essere che bene (ens et bonum
convertuntur) e quindi il male non può occupare tutto lo spazio del
bene nel soggetto perchè lo distruggerebbe. In definitiva si tratta
soltanto di mancanza di una pefezione, ma non di annullamento del bene.
Ma allora quale è la causa del male? Indubbiamente
la causa del soggetto cui il male inerisce, in quanto senza il soggetto deprivato
di una perfezione, non esisterebbe la deprivazione. E così le cose
si complicano: perchè la causa, che in quanto ente è bene, ha
prodotto un soggetto privo di quello che avrebbe dovuto avere? Ovviamente,
argomenta San Tommaso, dato che una causa tende sempre a produrre una realtà
positiva, il male è causato per accidens, ossia in funzione di altro.
E ciò può essere: ex virtute agentis (per la perizia dell’agente
che progetta il suo prodotto in funzione di altro), ex defectu agentis (per
imperizia dell’autore) oppure ex defectu materiae (per difetto del materiale).
Dato che la Causa Prima è Dio, non resta che ammettere sia Egli stesso
la causa del male, ma non per sua imperizia (essendo Perfettissimo) o per
difetto della materia (che Egli non può aver creato difettosa), ma
per accidens ex virtute agentis. (S. Th. I, q. 48 art. 1 e 2). Noi diremmo
in funzione di un piano organico che trascende i singoli soggetti in favore
dell’ordine universale.
“Intus est adversarius, intus autor erroris ..
non per natura delinquit, sed per voluntatem ... non substantialis sed accidens
est malitia “. L’autore dell’errore non pecca per natura, ma per libera volontà
e la sua malizia non è sostanziale, ma accidentale. Dio concede la
libertà al prezzo del male. All’uomo la scelta se affidarsi a Lui o
fidarsi di se stesso nella strada della salvezza.
Nel Dialogo della Verità, il Beato Heinrich
Seuse (1295-1366) scrive: “Una domenica il Discepolo, concentrato in se e
meditabondo, si sedette in piena luce, con l’animo pervaso da silenzio e da
pace, gli apparve in visione intellettuale un uomo che parlava ingegnosamente
e con acume ... Appena visto tale “mostro” il Discepolo gli domandò:
“Donde vieni ?”, “Da dove non fui mai”, “Chi sei?” “ Sono il Nulla”, “Che
vuoi?”, “Niente”, “Come ti chiami?” “Il Mostro Senza Nome”, “Che cerca la
tua intelligenza?”, “La pura libertà”, “Che intendi per pura libertà?”,
“Quella di chi vive secondo il proprio volere, senza contraddizioni, senza
considerare o essere sollecitato dal passato o dal futuro” Ma non è
questa la vera libertà ribadisce il mistico tedesco: “la volontà
è libera solo quando è affrancata dalla necessità di
volere”.
Nel 1964, a sei secoli di distanza, Norbert Wiener
uno dei più grandi scienziati della nostra epoca scriveva: “Dio non
è l’Onnipotente, come una terminologia superficiale e volgare suggerisce,
ma l’essere che accetta di limitare il suo potere...”. God & Golem Inc.,
l’ultima delle sue opere, rappresenta un’ ampia analisi del problema dei rapporti
fra il Creatore e la Creatura, sia, cioè, fra Dio e l’Uomo che fra
l’Uomo e la Macchina (“la controparte moderna del Golem del Rabbino di Praga”).
Si tratta della sua definitiva riflessione sulle “opzioni profonde” implicate
dalla cibernetica: “Quelli fa noi che hanno contribuito alla nuova scienza
- scrive nel 1948 in Cybernetics -si trovano così in una posizione
morale a dir poco scomoda. Abbiamo contribuito alla nascita di una nuova
scienza che, come ho detto, comporta sviluppi tecnici con grandi possibilità
per il bene e per il male. Non possiamo far altro che consegnarla al mondo
che ci circonda, e questo è il mondo di Belsen e di Hiroshima”
E’ il 1948, l’anno dopo il Doktor Faustus di Thomas
Mann. Cybernetics era un’opera di difficile lettura per il non matematico,
ma calamitò l’attenzione di decine di migliaia di lettori non specialisti
proprio per alcuni suoi frequenti intermezzi filosofici capaci di proporre
una nuova “visione del mondo” ed indicare una “sinngebung” di tale generalità
da fungere da globale “conferimento di senso” vuoi ai dati della scienze empiriche
che a quelli delle scienze umane in un’epoca in cui il mito faustiano dell’onniscienza
aveva dovuto fare i conti con una nuova tragica morte di Johannes Faustus,
strangolato dal Diavolo fra le fiamme dell’Inferno.”Oh speranza disperata,
a cosa debbo io rinunciare!” si ripeterà ancora una volta con il Lamento
melanconico del Volksbuch, cui farà da contraltare il goethiano: “Ahimé!
Ho studiato a fondo e con ardente zelo, filosofia e giurisprudenza e medicina,
e purtroppo, anche teologia. Eccomi qui, povero e pazzo, e ne so quanto prima!”
Alla titanica figura dell’umanista “senza lettere”, il tedesco Johannes Faustus,
l’Hemitheos di Heildelberg, il filosofo dei filosofi, l’empio cercatore del
sapere totale che alla fine di una drammatica esistenza deve riconsegnare
i lacerti della propria anima al Dio del Male cui l’aveva promessa, la nostra
epoca, uscita a frantumi dalle tragedie della guerra, trova sulla propria
strada gli scampati all’Olocausto che a Faust oppongono il personaggio di
Giobbe, colui che pazientemente s’accontenta di non cercare ragioni dato
ch’egli non c’era quando Dio poneva le fondamenta del mondo. Ma è
uno di loro, l’ultimo della stirpe di Mosè Maimonide, il figlio di
Leo Wiener a riportare alla luce la singolare figura di un Faust ebraico:
il creatore del Golem, colui che al “facciamo l’uomo a nostra immagine” risponde
“facciamo la macchina a nostra immagine”. Come Rabbi Jehudah ben Bezalel
Liwa e come il cabbalista Maimonide, anche Norbert Wiener è affascinato
da una nuova Qabbalà traboccante di dinamismo, la stessa che permette
di competere con il Creatore nella progettazione e nella attuazione della
vita tramite l’uso della “parola” sia in senso eidetico che poietico, sia
in senso semantico che pragmatico. Come nel Prologo di Giovanni: “In
principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”, per
Wiener l’aver Dio fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza è, appunto,
averlo fatto “parola”: “l’individuo è un qualcosa che è in
rapporto con la continuità del modello e di conseguenza con qualcosa
che partecipa della natura della comunicazione ... l’individualità
del corpo è piuttosto quella di una fiamma che qualle di una pietra,
quella di una forma anzichè quella di un frammento di sostanza. Questa
forma può essere trasmessa o essere modificata e riprodotta ...”
Il Doktor Johannes Faustus e il Rabbi Jehuadah Loew ben Bezalel non furono
solo il parto della fantasia di letterati che cercavano di dare un nome
ed uno stato civile ai due sogni più sfrenatamente empi che l’uomo
abbia mai saputo concepire: il possesso geniale e totale del sapere e la
creazione della vita intelligente dalla materia bruta. Questi due uomini
trascorsero la loro parabola umana in un’epoca, il Rinascimento, in cui la
onniscienza e onnipotenza rappresentarono non uno stato di delirio patologico,
ma il convinto, consapevole, dichiarato progetto di liberazione dell’uomo
fondato sulla certezza della sua particolare ed eccezionale dignità,
l’epoca in cui alcuni uomini avevano fatto dell’Ybris la propria regola di
vita ed avevano cancellato la ftonos dalle proprie paure. Ma ciò
che a Faust fu solo attribuito per artificio poetico (da Goethe) e di Paracelso
venne favoleggiato da una incerta leggenda (l’homunculus): la creazione di
un uomo artificiale, libero e intelligente, per quanto riguarda il Rabbino
di Praga, invece, la creazione del Golem sembra essere parte imprescindibile
della sua stessa storia, segno significante del suo filosofare, materia propria
della sua mistica. Egli ripete la mimica, il gesto, i toni e le proporzioni
del fare e del dire del Creatore: la sua statua di fango si vivifica nel
momento in cui le viene segnata sulla fronte la parola: EMET (Verità).
La materia bruta diventa vita, l’automa prende a muoversi e ad agire, la
sua struttura materiale si trasforma in funzione nel momento in cui accoglie
in se l’informazione, la macchina funziona grazie al programma. Ma come sappiamo,
la creatura sfuge di mano al suo creatore e l’ordine creato dalla parola,
in mancanza di questa si trasforma in disordine, nello stesso chaos in cui
cade l’universo dopo l’infrazione degli Angeli Vigilati. “Facciamo la macchina
a nostra immagine e somiglianza”, ma quali saranno le conseguenze quando
ci si troverà nelle stesse condizione del Dio che, creato l’universo
ex-nihilo, si trova di fronte ad un ordine “meccanico” che non può
essere infranto se non quando alla materia insuffla lo spirito, o in altre
parole quando al Golem viene commesso lo stesso destino dell’anima che è
quello della libertà e quindi della possibilità di scegliere
l’errore? Egli si ribellerà contro il suo “creatore”? Non sarebbe
stato meglio lasciare alla materia il suo ordine meccanico? Non ha significato
questo dono della libertà anche l’introduzione del male? Norbert Wiener
risponde: “Dio non è l’Onnipotente, come una terminologia superficiale
e volgare suggerisce, ma l’essere che accetta di limitare il suo potere...”
ed indica con ciò una nuova strada che non è ormai più
quella di Faust nè quella di un Golem-mostro alla Frankestein, ma
al contrario è la strada che sarà percorsa da un altro ebreo
russo: Isaac Asimov
A ben vedere le famose Tre Leggi della Robotica,
garanzie fondamentali per dare credibilità al rovesciamento della classica
trama della creatura che si ribella al suo creatore, rappresentano l’esplicitazione
in termini algoritmici (adatti quindi ad una “macchina di Turing”) delle
tre formulazioni kantiane dell’imperativo categorico: “Agisci in modo che
la massima della tua volontà possa sempre valere come principio di
una legislazione universale”, “Opera in modo da trattare l’umanità,
nella tua come nell’altrui persona, sempre come fine e mai come mezzo”, “Fa
in modo che la volontà possa considerare se stessa, mediante la sua
massima, come universalmente legislatrice”.
Ricordiamole: 1) Un robot non può recare
danno ad un essere umano nè può permettere che, a causa del
proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno, 2) un robot deve
ubbidire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purchè tali ordini
non contravvengano alla Prima Legge, 3) un robot deve proteggere la propria
esistenza, purchè questa autodifesa non contrasti con la Prima e la
Seconda Legge. L’unica differenza fra l’uomo “giusto” di Kant e il robot di
Asimov è che il primo non è perfetto, pur tendendo a quella
perfezione morale che è la santità, mentre il secondo è
incapace di formulare una massima contraria alla legge morale. Di conseguenza,
nel racconto in esame, Andrew Martin non s’accontenta di vedersi riconosciuto
lo status di “robot libero” o meglio di “liberto” (schiavo affrancato dal
vincolo di essere “proprietà altrui”), ma pretende gli venga riconosciuto
il diritto d’essere chiamato a pieno titolo “essere umano”, il termine chiave
che campeggia a chiare lettere nel suo imperativo categorico. Uomo egli
lo è “de facto”, ma non ancora di diritto o in altre parole egli è
l’emblematico esempio di quel “paradosso dell’esame orale” che chi scrive
ha più volte messo in rilievo in altre sedi. Nello specifico, se l’unico
modo per decidere che un “altro da me” è un uomo come lo sono io è
di intrattenere con questi un dialogo dal quale emerga, indipendentemente
da attributi fisici o differenze socio-culturali, che questi è un
essere umano, allora non si vede per quale ragione non si debba utilizzare
tale procedimento anche con un “automa” (cfr. ad es. il “gioco dell’imitazione”
di A. M. Turing in cui un “interrogante” uomo trovandosi di fronte alle risposte
di un automa, capace di simulare qualsiasi comportamento umano, compreso
quello linguistico, e a quelle di un altro uomo non riesca a distinguere
l’uno dall’altro). Purtroppo, però, una macchina che parlasse correttamente
il linguaggio degli uomini ( il logo apofantico segue il logo semantico)
si troverebbe nella paradossale situazione di dover affermare: “Io sono cosciente
di non essere cosciente in quanto nel linguaggio usuale il termine “coscienza”
può essere predicato solo all’uomo e, dato che io sono una “macchina”,
non posso avere una coscienza”. Trattandosi di una questione non di linguistica
sincronica, ma diacronica (allo stato attuale del linguaggio non è
possibile dire “macchina cosciente”, ma cambiando le nostre conoscenze circa
le macchine si modificherebbe di conseguenza il modo con cui se ne parla),
è evidente che il riconoscimento “di diritto” della libertà
può avvenire solo quando un individuo acquisisce la coscienza di sè
come entità in inscindibile unità relazionale con l’altro da
se. Nei processi del metabolismo biologico, dell’adattamento all’ambiente
fisico, fino alle retroazioni ed interazioni sociali ed ai mutamenti delle
rotte storiche l’individuo vivente (ai diversi gradi di gestione dell’informazione)
mantiene la propria identità che non è individuabile nel materiale
di cui è composto il suo corpo nè in una presunta sostanza spirituale
ed immutabile di cui è composta la sua mente, ma è la continua
realizzazione riuscita di un progetto, di un modello di continuità,
ossia il mantenimento della propria struttura informazionale (dalla struttura
molecolare fino alla cultura del proprio gruppo) entro una sempre più
complessa e complessificata rete di continue modificazioni. L’androide di
Asimov, costruito con materiale “inorganico” di lentissima deperibilità,
costituito di organi indefinitamente sostituibili, fornito di un “cervello”
destinato a durare un numero di anni di cui la memoria degli “altri uomini”
sarebbe incapace di tener conto, rivendica il diritto alla “vita”, la necessità
di partecipare a quel processo di continua e globale trans-formazione che,
nei più elevati livelli della scala biologica, perviene alla coscienza
che l’essere non coincide con l’avere un corpo ossia che la morte come la
vita sono parte di un medesimo processo che non s’esaurisce con la storia
biologica del singolo. E’ per questa ragione che Andrew Martin decide prima
che il suo cervello sia trapiantato in un organismo soggetto a tutti i vari
processi biologici animali e, quindi, che il suo stesso cervello divenga soggetto
all’inesorabile deperimento “cellulare” dei cervelli umani. Pur di avere
la vita egli sceglie la morte. Le sue ultime parole riecheggiano il testamento
socratico del Fedone: “ ... ho scelto fra la morte del corpo e quella delle
mie aspirazioni e dei miei desideri. Lasciar vivere il corpo a costo di una
morte più grave, questo si che avrebbe violato la Terza Legge [...]
Mentre giaceva nel letto, i pensieri di Andrew andavano lentamente offuscandosi.
Cercò disperatamente di mantenere la lucidità. Uomo! Era un
uomo! Voleva che questo fosse il suo ultimo pensiero. Voleva dissolversi
... morire con esso.”
“Was ist der Menschen Leben? - si chiede Hölderlin
- Ein Bild der Gottheit”. Cos’è la vita degli uomini? Un’immagine della
divinità. Risposta che può essere data consapevolmente solo
dopo aver raggiunto la piena coscienza che la morte è segno significante
dell’umanità. A parafrasi della nota formula gesuitica: “Sei tu disposto
a perdere l’anima a maggior gloria di Dio?”, l’androide Andrew Martin avrebbe
potuto concludere la sua avventura dicendo: “Io son disposto a morire a maggior
gloria dell’uomo”.
2
"Mi sembra che nulla possa esservi di più
inutile dello studio della storia fatto nel modo in cui si è soliti.
La memoria viene gravata da un gran numero di date, di nomi, di avvenimenti.
Questo modo di conoscerli soltanto in base al ricordo non merita il nome di
scienza perché sapere vuol dire conoscere le cose in base alle loro
cause".
M. Reinhard, Histoire des histoires de France, in Histoire de France, Larousse,
Parigi.
Queste parole che noi tutti
ci siamo trovati spesse volte a ripetere, sia pur col pudore di dire cose
aduse e scontate, e che altrettanto spesso abbiamo ascoltato anche dai nostri
stessi allievi, non sono state pronunciate, come a prima vista si potrebbe
immaginare, da qualcuno dei nostri contemporanei. Esse furono scritte, verso
la fine del XVII secolo, da un dotto prelato francese, l'abate di Saint-Real,
il quale avendo recepito la sensatezza delle critiche razionaliste ad un "sapere"
basato solo su esperienza e memoria (si pensi alle note pagine di Mersenne,
Pascal, Cartesio, Bossuet sulla "conoscenza storica") si augurava fosse realizzabile
un sapere storico degno del nome di scienza e fosse, di conseguenza, garantito
un fruttuoso processo di formazione, non soltanto di istruzione erudito-rievocativa,
nella scuole. A tre secoli di distanza ci troviamo nella incresciosa situazione
di dover ammettere che le cose, almeno per quanto riguarda I'insegnamento
e lo studio della storia nelle scuole, non sono cambiate in maniera sostanziale.
Dall'Etrange defaite di Marc Bloch all'Insegnamento della storia di W.C.
Jeffreys è circa mezzo secolo che ci sentiamo ripetere che quel che
si insegna nelle scuole non è storia, ma qualcosa che, a sentire il
Bloch, "si colloca agli antipodi della scienza che crede di rappresentare".
Dovremo a questo punto credere con il
Rousseau che la storia non è disciplina
adatta ad essere insegnata ai giovani? E forse questa la "terribile disfatta",
ben più grave di quella che aveva indotto il Bloch a scrivere il suo
Examen de conscience, e cioè il destino di Tantalo che induce nei
giovani il bisogno di storia e negli educatori l'incapacità di soddisfare
tale bisogno? In realtà il dialogo che noi abbiamo intrattenuto con
la storia mostra una lunga vicenda di incomprensioni.
Si sono poste alla storia le domande sbagliate
ed essa ci ha risposto in modo banale o in maniera che non capissimo. Le
abbiamo imposto il ruolo di maestra di vita politica e sociale, di consigliera
dell'azione etica, di giustiziera e giustificatrice delle condotte, altre
volte la si è voluta costringere ad una funzione meramente documentaria,
cronachistica, erudito-rievocativa. Nel secondo caso le risposte ci sono
sembrate troppo povere se commisurate al nostro effettivo bisogno di "renderci
conto" dell'avventura umana, mentre nel primo caso il successivo fallimento
dei diversi scopi ci ha costretti ad ammettere che la storia fosse ingannatrice.
Fatti come siamo di carne e di sangue abbiamo rivissuto empateticamente
il passato in un'orgia di emozioni, abbiamo parteggiato per questo o quell'uomo
politico, siamo rimasti delusi dei tradimenti contro gli ideali, ci siamo
profondamente indignati dei soprusi dei potenti ed abbiamo gioito delle
vittorie dei deboli, ma alla fine, tolti i nomi, le date, i luoghi degli
avvenimenti, ci siamo cullati nel mito e dopo il necessario e conseguente
bagno purificatore della catarsi, siamo stati costretti a dare a tutto ciò
il peso che compete al mondo emozionale. Si è combattuta la battaglia
per la storia sostenendo la tesi spengleriana per cui è "storico è
tutto ciò che è o è stato attivo" o contrapponendole
quella rankiana per cui "la storia comincia là dove i monumenti diventano
intelleggibili e dove esistono documenti degni di fede". (Cfr. per O. von
Ranke, La storia dei Papi, Sansoni, Firenze, 1974 e per O. Spengler, Il
declino dell'Occidente, Longanesi, Milano, 1970)
Divisi profondamente tra positivismo e storicismo,
certi di essere nel giusto ad affermare o negare le conseguenti determinazioni
della struttura logico-epistemologica della disciplina, incapaci di fissare
financo quelli che debbono essere considerati dati storici, per non parlare
della costruzione dell'ipotesi e delle verifiche, abbiamo comunicato ai nostri
allievi queste incertezze, li abbiamo fatti partecipi della nostra presunzione,
li abbiamo costretti ad una oggettività che in ultima analisi è
solo pedanteria nel ricordare nomi, date e luoghi, oppure l'abbiamo indotti
ad esprimersi soggettivamente optando per l'ideologico ed infine li abbiamo
illusi con il mito del "ricerchismo".
E ormai tempo di ritornare a riflettere su quanto
diceva il Burckhardt riguardo la storia: "Ciò che un tempo fu gioia
e dolore, ora deve diventare conoscenza, come del resto è anche la
vita del singolo. Così anche la massima: Historia magistra vitae acquista
un senso più alto e al tempo stesso più modesto. Mediante l'esperienza
vogliamo divenire non tanto accorti (per un'altra volta) quanto piuttosto
saggi (per sempre)" J. Burckhardt, Riflessioni sulla storia universale, Rizzoli,
Milano 1966. In altre parole, è tempo di una storia costruita secondo
i canoni delle teorie scientifiche perché ciò può farci
sperare in qualcosa di più che in uno svago dell'intelligenza, in un
appoggio alle fedi e alle ideologie o in "obiettivi" riporti cronistorici.
La storia può e deve, a certe condizioni (analoghe a quelle che seguono
le scienze naturali), realizzare una conoscenza rigorosa ed oggettiva del
proprio universo d'oggetti. "Essa è vera - diceva R. Aron - per tutti
coloro che vogliono la sua verità che, in altri termini, ricostruiscono
i fatti nello stesso modo, servendosi degli stessi concetti" (R. Aron, Introduction
à la philosophie de l'histoire; essai sur les limites de l'objectiuitè
historique, Gallimard, Parigi, 1938). Il problema è quindi quello
di vedere, esplicitamente, come sia possibile ricostruire i fatti nello stesso
modo a partire dagli stessi concetti, in modo da non lasciare questa proposta
sul piano ottativo-esortativo ma portarla sul piano effettuale. Solo
al patto, infatti, di applicare anche alla conoscenza storica il modello
della razionalità scientifica la storia può acquisire la fondamentale
garanzia di essere a tutti i diritti oggetto di insegnamento.
Già Platone aveva intuito che solo la scienza
è insegnabile ed aveva opposto al relativismo della sofistica la richiesta
di una scienza sicura ed oggettivamente fondata a garanzia della possibilità
di insegnamento ed apprendimento. In ultimo solo la basilare caratteristica
di neutralità della conoscenza scientifica può farci sperare
nella realizzazione dell'utopico ideale di obiettività che P. Bayle,
al momento in cui risorgeva in età moderna ii senso della storia, esprimeva
come l'ideale del mestiere dello storico: "Lo storico deve dimenticare che
è di un certo paese, che è stato allevato, in una certa comunità,
che deve la sua fortuna a questo o a quello e che questi e quegli altri sono
suoi parenti o suoi amici. Uno storico in quanto tale è come Melchisedech,
senza padre, senza madre, senza genealogia". (P. Bayle, Dictionnaire historique
et critique, vol XV, Parigi, 1820-24, 16 voll.)
Si racconta che un principe iraniano, ormai sul
letto di morte, sentendo che la vita lo stava abbandonando, chiedesse al suo
vecchio bibliotecario di istruirlo su tutta la storia: "Mio signore - gli
rispose questi - la storia è tutta qui: gli uomini nascono, amano e
muoiono". Tutto il resto non è che variazione sul tema: "Ciò
che è stato è quello che sarà - recita Qohelet - e ciò
che s'è fatto è quello che si farà: niente di nuovo avviene
sotto il sole".
In questa prospettiva Marc Bloch, al fanciullo
che chiedeva: "Papà a cosa serve la storia?" non avrebbe potuto dare
altra risposta che quella cartesiana circa l'inutilità di un sapere
basato esclusivamente su esperienza e memoria e, quindi, condurre il tema
alle sue estreme conseguenze logiche affermando con il Fontenelle: "Chiunque
avesse abbastanza spirito studiando semplicemente la natura umana indovinerebbe
tutta la storia passata e tutta la storia futura, senza avere mai inteso parlare
di nessun avvenimento" (B. Fontenelle, Oeuvres, Parigi, 1789, vol. V.)
Al contrario, come sappiamo, Marc Bloch assume
la domanda del fanciullo come epigrafe ad un libro che porta il significativo
titolo: Apologia della storia o il mestiere dello storico, nel corso del quale
egli ricerca il senso della storiografia nel lavoro quotidiano dello storico
ossia nella costante appassionata ricostruzione di un passato che si svela
con toni di cangiante iridescenza proteiforme e mai come costante ripetizione
di eventi sempre simili a se medesimi. Quest'ultima è sicuramente
la storia di una colonia di insetti costretta da sempre alla rigidità
dei comportamenti istintuali, non certamente quella del destino dell'uomo
che gravido di scelte non può essere la somma di rigide prescrizioni
sul presente.
In uno dei più suggestivi testi vedici,
Krisna indica al discepolo Arjuna i cinque oggetti di studio della Bagaved-gita:
l'Isvara (il Signore supremo), lo jiva (l'anima individuale), la prakrti (la
natura materiale), il Kula (l'eternità) e il karma (l'azione). Solo
il karma, fra questi, non è eterno né immutabile, esso è
la rete che imprigiona gli uomini nell'agire temporale, nel ciclo delle nascite
e delle morti dove l'azione comporta tutta una serie di incalcolabili conseguenze
e modificazioni sull'intero contesto; in altre parole esso è la storia.
E la storia si installa, via via, nelle diverse
dimensioni di cui è composta. E vero che gli uomini nascono,
amano e muoiono, ma il modo in cui tutto questo avviene è sempre diverso,
in quanto l'uomo è libero di scegliere sapendo di essere responsabile
delle proprie scelte e possiede una intelligenza in grado di creare. Ma conoscere
il bene non comporta, come già era stato obiettato da Platone, fare
il bene.
La stessa storia della medicina, ha smesso ormai
da tempo la celebrazione eurocentrica dei medici e delle loro scoperte, ed
ha iniziato a costruire una vera e propria storia della salute e delle malattie,
nella precisa consapevolezza che il conoscere sempre meglio la propria storia
è anche per la scienza medica un fatto vitale di autocomprensione e
di crescita. Ciò è ricavabile da una serie di semplici riflessioni.
In primo luogo si tratta di riconoscere che la scienza è un fatto storico
e che di conseguenza può diventare oggetto di conoscenza storiografica.
Ammesso questo se ne ricava che l'attuale quadro teorico di una determinata
scienza è il risultato dello sviluppo storico di quella scienza e che
di conseguenza farne la storia significa capire attraverso quali passi essa
è pervenuta ad essere quello che attualmente è. Il che detto,
in altre parole, significa affermare che il fare storia della scienza non
è un che di puramente accessorio al fare scienza; basti pensare al
fatto che le grandi svolte concettuali che hanno permesso il progresso del
sapere non solo non possono essere comprese al di fuori della storia della
cultura, ma sono proprio avvenute ogniqualvolta la scienza si è resa
consapevole delle sue radici e delle proprie vicende storiche.
Questo rendersi conto della propria storia rappresenta
per ogni scienza un momento insostituibile di autocomprensione e crescita.
Inizialmente di autocomprensione, perché quando si fa una scienza è
essenziale conoscere che cosa essa è e questo essere attualmente è
diretta conseguenza di quel che è stato: dalle motivazioni e strutture
teoretiche e pratiche che ne hanno retto la genesi, attraverso i suoi declini
e crescite, errori e scoperte, congetture, ipotesi, lezioni, confutazioni,
spiegazioni, verifiche ecc... fino allo stato attuale, il quale però
non è stato finale, definitiva conclusione della ricerca, ma momento
sincronico in cui ancora esistono questioni aperte, problemi metodologici
ed epistemologici irrisolti, conflitti interpretativi, ecc... i quali rimandano
ad ulteriori sviluppi diacronici. In vista di questo divenire la prospezione
storica diventa uno strumento insostituibile oltre che di autocomprensione
anche di crescita della scienza.
Il riconoscimento della contingenza delle categorie
scientifiche induce lo scienziato ad una costante vigilanza epistemologica
nei confronti della propria disciplina e lo costringe ad assumere un atteggiamento
mentale di feconda critica e quindi ad inserirsi in quella tipica dimensione
di equilibrio dinamico nei confronti dell'informazione (condizione essenziale
della sopravvivenza stessa della cultura).
In questa prospettiva la storia della medicina
si trova di fronte a tradizioni medico-terapeutiche costituite non da una
pura e semplice collezione di notizie, bensì da un complesso universo,
omogeneo e coerente, di conoscenze sull’universo della cura della salute e
delle malattie, estrinsecate solitamente in raccolte di ricette e prescrizioni
operative.
Tutto ciò costituisce un corpus (o anche
più d’uno per una stessa cultura) in cui sono raccolte diverse “storie
mediche” presentate nel loro intero sviluppo, la classificazione degli eventi
morbosi, i sintomi, il decorso, la risoluzione del morbo, l’escogitazione
di ipotesi per dar ragione dei vari accadimenti, l’individuazione e l’attuazione
di tecniche e di rimedi ... o in buona sostanza di una teoria e di una pratica
di cura della salute e della malattia.
Diceva Piero Gobetti “La storia è sempre
più complessa dei programmi” (sia scolastici, sia televisivi che politici!)
anche perchè "Vedi noi? Mo stamo a fa' bardoria: nun ce se pensa e
stamo all'osteria, ma invece stamo tutti nella storia" (Cesare Pascarella,
La scoperta dell'America).
E questo ci deve far riflettere "Non v'è
esercizio intellettuale che non sia finalmente inutile. - diceva Jorge Luis
Borges in Pierre Menard autore del Chisciotte - Una dottrina filosofica
è dapprincipio una descrizione verisimile dell'universo; passano gli
anni e si riduce a un capitolo o magari un paragrafo o un nome nella storia
della filosofia".
Puntuale e caustico, come gli è d'abitudine,
il Grande Bibliotecario sintetizza così la sottile vendetta che la
storico può prendersi sul filosofo. Nei brevi spazi del sincronico,
la filosofia ha sempre escluso e relegato la storia ai margini di quell'itinerario
di pensiero il quale, dopo aver riconosciuto che l'immediato non è
l'originario, crea e sistematizza la conseguente necessaria ed incontrovertibile
teoria fondazionale su cui si regge l' inevitabile Weltanscauung definitiva
(o almeno quella, di volta in volta, reputata tale).
Sul lungo periodo, il diacronico in cui ogni weltanschauung
supera quelle che l'hanno preceduta ed è a sua volta superata dalle
successive, lo storico si ripaga concedendosi il privilegio di compilare un
suo elenco "ragionato" delle "grandi visioni del mondo" ed una propria interpretazione
e valutazione di queste, condotta secondo il metro con cui è
solito misurare ciò che fa parte del proprio universo d'oggetti: la
descrizione, sub specie contingentiae, del mondo umano nel processo del divenire.
Egli può allora erigersi a "pantocratore" di tutti coloro che hanno
giudicato l'universo adattandolo e costringendolo nei loro sistemi.
Così facendo, utilizza una propria, per
quanto inespressa, visione del mondo, ingenuamente reputata capace di contenere,
sotto l'ala di una generale filosofia della storia tutte le altre che
l'hanno preceduta.
Sfortunatamente la figura del Protrepticon
aristotelico sta sempre in agguato e gioca ineluttabilmente il ruolo che nella
mitologia greca era stato affidato alla Severe Signore Gendarmi di Dike,
e cioè per poter dichiarare che la filosofia è impossibile,
dobbiamo far della metafisica. Per la storia, questo non è avvenuto,
cioè non si è trovato un Aristotele che la dimostrasse apoditticamente
o un tedesco che si mettesse a cercare una vacca nera in una notte buia, e
lui era cieco e la vacca non c'era proprio.
Jorge Luis Borges dichiara, in Altre inquisizioni,
che "La storia universale è la storia di alcune metafore" e ribadisce:"Forse
è un errore credere che le metafore si possono inventare. Quelle vere
che formulano gli intimi legami fra due immagini, sono sempre esistite; quelle
che possiamo ancora inventare sono le false, e d'inventarle non mette conto"
Non è il caso di dimostrare che la storia,
come il sogno, l'arte e la vita, sono delle metafore autentiche.
3
Vi sono due specie di conoscenza, di cui una
è la conoscenza di fatto, l’altra la conoscenza della conseguenza di
un’affermazione dall'altra. La prima non è altro che senso e memoria
ed è conoscenza assoluta, come quando vediamo un fatto accadere o lo
ricordiamo; e questa è la conoscenza richiesta in una testimonianza.
L'altra è chiamata scienza ed è condizionale... (Th. Hobbes,
Leviathan, 1, 9).
Ma ve n’è una terza,
a sentire alcuni noti “epistemologi televisivi”, la conoscenza è certa
e incontrovertibile “... perchè l’ha detto uno scienziato molto noto
sui media e che, quindi, è riconosciuto dalla Scienza Tutta”. Questo
nella antichità e nel medioevo si chiamava argomentum ex autoritate
e, diversamente da quel che si racconta, non veniva utilizzato da molti studiosi,
se non da alcuni minus habens che da sempre hanno lasciato nella storia il
segno della loro prepotenza e stupidità.
L’uomo ha trovato due soli mezzi per affermare
la verità di una proposizione: o questa è immediatamente
vera perchè quello che afferma si può direttamente constatare
che è proprio ciò che è asserito, oppure il dichiarare
che questa è mediatamente vera, ossia conseguenza logica (o derivata)
di altre proposizioni già riconosciute come vere (o come formalmente
corrette).
La circostanza che lo abbia detto un Nobel non
fornisce evidenza alcuna, nè logica nè fenomenologica, e la
combinazione che venga ripetuto come vero da molti è logicamente solo
un pettegolezzo.
L’immediato non è l'originario, ossia
il portato dei sensi (l’empiria) non è in grado di
dare ragione di se stesso; questo è il momento primigenio della razionalità
occidentale; in altre parole l’esperienza, non avendo in sè la propria
ragione, esige di essere ulteriormente giustificata. Il problema fondamentale
della teoria della conoscenza è quello del reperimento di un legame
in virtù del quale sia possibile spiegare ciò che è accertato
dall'esperienza. Quest'ultima, infatti, da sola può al più produrre
una casistica, ma non è in grado di operare sinteticamente, ossia
di far emergere dal fenomenologico ciò che questo non può dare
e cioè la risposta al perchè. A tale compito: dar ragione di
ciò che l'esperienza attesta, ma ancora non spiega, è chiamato
il logos: la parola che spiega. E' in questa specifica accezione che la cultura
dell'Occidente riconosce la nozione fondamentale di episteme (scienza): conoscenza
realizzata attraverso l’atto di sintesi che il logo opera sull’empiria. Scienza
e filosofia si presentarono storicamente inscindibilmente legate a questa
comune radice teoretica, sì che fino alle soglie dell'età moderna
esse sono state considerate pressocchè identiche. La loro separazione
avviene nel momento in cui sorge la necessità di precisare, in conformità
a fini conoscitivi, la natura del legame che permette di connettere l’esperienza
al logo: la filosofia, mirando ad una istanza conoscitiva di totalità
ed assolutezza, richiede che la spiegazione avvenga attraverso il nesso
di conseguenza logica, mentre la scienza, mirando ad istanze conoscitive
più circoscritte, s’accontenta del nesso di ragion sufficiente. In
altre parole la filosofia considera soddisfatte le sue intenzioni conoscitive
solo quando le ragioni poste a giustificazione dell'esperienza sono condizioni
necessarie (incontrovertibili, il cui contrario implica contraddizione cioè
del tipo se e solo se), mentre la scienza s’accontenta semplicemente che
queste ragioni siano perlomeno sufficienti (contingenti, cioè del
tipo se ... allora, dove il loro contrario non implica contraddizione).
Questo porta ad una frattura che è ben più
profonda di quanto potrebbe sembrare a prima vista: la filosofia si trasforma
sempre più in un apparato formale dove (come in logica e in matematica)
le sue proposizioni trovano giustificazione nella sua stessa struttura logica,
la sua verità è “ verificata” all’interno del sistema, la scienza,
invece, cerca verifiche all’esterno ossia nei fatti o eventi che avvengono
in natura.
Galileo, nella Lettera a Carcavy (in Opere di Galileo
Galilei, XVIII, 12, 13.), pensa la cosa nei seguenti termini: “... io argomento
ex suppositione” che le cose stiano in un certo modo e, a partire da questa
ipotesi, “... dimostro concludentemente molti accidenti”; se l’esperienza,
poi, mi mostra che tali accidenti si verificano in natura, dico che l’ipotesi
è accertata empiricamente; diversamente “... le mie dimostrazioni fabbricate
sopra la mia suppositione” restano matematicamente corrette. In sostanza,
le mie rappresentazioni matematiche, formalmente vere, possono diventare
anche fısicamente vere, ossia dare ragione dei fenomeni naturali, mettendo
capo a descrizioni della vera costituzione del mondo, quando l’esperienza
accerta l’esistenza di eventi che si svolgono secondo quelle rappresentazioni.
Anche la scienza sperimentale del XIX secolo dichiara: “... senza dubbio io
ammetto che i fatti sono le sole realtà che possano dare la formula
all’idea sperimentale e nello stesso tempo servirle di controllo; ma ciò
alla condizione che la ragione li accetti ... Nel metodo sperimentale, come
dappertutto, il solo criterio reale è la ragione. Un fatto non è
niente di per se stesso, vale soltanto per l’idea che gli si connette o per
la prova che fornisce” (Claude Bernard, Introduction à l'étude
de la médécine expérimental, 1, 2, 7). Cioè
il fatto è importante “per la prova che fornisce”, ossia perchè
la teoria fisica mira a dedurre, da talune ipotesi universali, l’insieme delle
proposizione riguardanti i fatti conosciuti entro un certo campo di indagine
(aspetto esplicativo) e si aspira a dedurre da queste stesse ipotesi unite
alle cognizioni di determinati fatti, un insieme di nuove conseguenze osservabili
(aspetto predittivo). Le teorie scientifiche sono insiemi di ipotesi mediante
le quali risultano collegabili dei dati sperimentali, ma poi la prova la
fornisce la realtà, la quale oltrepassa non solo il logicamente anticipabile
e il predittibile ma anche l’immaginabile e il concepibile.
“Ho visto molte teorie crollare davanti ai fatti,
- diceva il matematico Francesco Severi - ma non ho mai visto nessun fatto
crollare davanti alle teorie!”
Quando Colombo argomentò che: a) essendo
la circonferenza terrestre di 30.000 km. (in realtà è di 39.076
km.) b) e andando per mare da est a ovest, c) quindi troverò la terra
a 4400 km. dalle Azzore, fece un ragionamento errato, perchè la premessa
era sbagliata e la conclusione (la previsione che logicamente è uguale
alla spiegazione) era vera. Oppure no!
Per prima cosa “ex falso sequitur quodlibet”, e
cioè da una premessa falsa si può ricavare qualunque cosa, anche
il vero. Ma vera era solo la proposizione “una terra è a 4400 km a
ovest delle Azzore”, mentre l’intero procedimento dimostrativo era curiosamente
del tipo “la radice quadrata di 4 è 8, io vado per mare e allora Genova
è in Liguria”. Veramente una terra c’era, ma erano le Baahama e non
il Giappone. La teoria falsa era quella di Colombo, basata sui calcoli di
Posidonio di Apamea e su di un errore di traduzione di al-Farghani (delle
miglia arabe come se fossero miglia romane) per cui si otteneva che la circonferenza
terrestre era del 25% più piccola del reale. Il fatto che mise tutto
a posto fu che esisteva davvero una terra alla distanza prevista.
Una botta di fortuna con la c maiuscola, che sembrava
dar ragione di una teoria gravemente inesatta.
Ma quel che il vero scienziato non afferma in nessun
caso è una argomentazione che inizi con il mai o con la parola impossibile,
proprio perchè la scienza s’accontenta del nesso di ragion sufficiente.
Dice Max Planck: “Il principio di conservazione dell’energia dopo tutto è
una legge sperimentale. Dunque, sebbene oggi lo si consideri universalmente
valido, la sua validità potrebbe un giorno essere limitata - e di tale
fatto, ossia tale limitazione alla sua validità è stata talora
sospettata nella fisica nucleare - e il problema del moto perpetuo diventerebbe
allora genuino. La sua mancanza di senso è dunque non assoluta”. (Autobiografia
scientifica, Einaudi, 1953, p.92)
L’Académie des Sciences di Parigi decise,
fin dal 1775, di non considerare più richieste di brevetto di tali
macchine “essendo il moto perpetuo impossibile”, assieme alla duplicazione
geometrica del cubo, alla tripartizione geometrica dell’angolo e alla quadratura
geometrica del cerchio. Ma cosa succederebbe se la legge della conservazione
dell’energia, ossia che in ogni processo fisico-chimico la quantità
totale di energia rimane immutata, a un livello di realtà, ancora sconosciuto,
non funzionasse più? Diremmo che il moto perpetuo inattuabile a certi
livelli di realtà è attuabile ad altri! Certe leggi di meccanica
razionale non “funzionavano” più in meccanica statistica o quantistica,
pur rimanendo dei capisaldi nella dinamica newtoniana. Ho scelto proprio
questo esempio perchè è dai tempi del liceo che ci sentiamo
dire che sostenere la possibilità del moto perpetuo non è solo
uno strafalcione, un errore, una eresia, ma proprio una vera e propria idiozia,
una minchiata, una sciocchezza. La mancanza di senso della macchina capace
di muoversi perpetuamente da sè è, dunque, non assoluta, ma
relativa. Nel caso di leggi sperimentali, Isaac Newton dichiarava, in perfetta
buona fede, il suo Hypotesis non fingo: “In verità non sono ancora
riuscito a dedurre dai fenomeni la ragione di queste proprietà della
gravità, e non invento ipotesi. Qualunque cosa, infatti, non deducibile
dai fenomeni va chiamata ipotesi; e nella filosofia sperimentale non trovano
posto le ipotesi sia metafisiche, che fisiche, sia delle qualità occulte,
sia meccaniche” (I. Newton, Principi matematici della filosofia naturale,
UTET, Torino, 1965, pp. 795-796). Ma qualunque scienziato ben sa che ogni
teoria scientifica si rifà necessariamente ad ipotesi o, per meglio
dire, sa che le teorie sono costrutti logici attraverso i quali si cerca
di dedurre da certi asserti generali (le ipotesi) l’insieme delle proposizioni
che descrivono l’universo dei dati.
Ma per non scioccare alcuni lettori prendiamo un
altro esempio in cui sono implicati un notissimo scienziato francese, solitamente
molto accorto e prudente nelle dispute scientifiche, e un altrettanto noto
tecnico italiano, l’inventore della radio, Guglielmo Marconi. Il grande matematico
e epistemologo Henri Poincarè dava alle stampe, nel 1901, una Notice
sur la telegraphie sans fil nella quale spiegava che la portata utile delle
onde radio era di circa 300 km da stazione a stazione. Le onde radio sono
esattamente come le onde luce, con la differenza che le seconde non danno
quasi luogo a diffrazione ed hanno un andamento rettilineo, però sono
fermate da qualsiasi barriera venga posta sul loro cammino, mentre le onde
herziane, essendo difratte,“ ... aggirerranno ostacoli che a noi sembrano
enormi come piccole colline o le convessità del globo terrestre”, ma
non oltre a un certo limite. Superati i 300 km la diffrazione non avrebbe
più bilanciato la curvatura e le onde radio sarebbero sfuggite attraverso
la tangente alla circonferenza della Terra, perdendosi nello spazio. Quindi
la trasmissione radio transoceanica era una impossibilità teorica data
da precisi calcoli matematici e non tecnica (della quale si sarebbe potuto
invece dire “fino ad ora è cosi, ma un domani...”). Il 12 dicembre
del 1901 venne inviata dalla Cornovaglia, via telegrafo senza fili, una S
in codice Morse, la quale venne ricevuta dalla stazione canadese di San Giovanni
di Terranova da Guglielmo Marconi. La teoria era falsa? Neanche per idea,
era solo mancante di un dato. Tutto questo non violava le leggi dell’elettromagnetismo,
perchè entrava in gioco la ionosfera che rifletteva sulla Terra le
onde radio. Ossia s’è dovuto, con Oliver Heaviside, capire e teorizzare
la funzione delle tre fasce di ioni, emessi dalla radiazione del Sole sulle
molecole di gas a chilometri di altezza che si comportavano, in presenza di
onde hertziane come la sponda di un biliardo con le palline.
Quanti “ è impossibile” una certa scienza
si è dovuta rimangiare perchè gli scienziati erano o digiuni
di epistemologia o troppo pieni di se ! Hertz negava la possibilità
di un telegrafo senza fili. Il prof. Henry Morton, convinto come tutti gli
scienziati dell’epoca, non attraversò neppure la strada per andare
di persona da Edison a vedere la lampadina in funzione, ma invece trovò
il tempo di scrivergli denunciandolo per frode. Lord Kelvin negava, sei anni
prima che i fratelli Wright si alzassero in volo, che una macchina mossa da
un motore e più pesante dell’aria volasse e che non si sarebbe mai
potuto spezzare l’atomo e studiarne la struttura. Robert Millikan, Nobel
nel 1923, dichiarò che non sarebbe mai stato possibile liberare le
energie del nucleo atomico. Quando R. Goddart propose la propulsione a razzo
per i viaggi spaziali, si sentì rispondere ch’era assurdo perché
un motore a razzo non avrebbe avuto nulla contro cui esercitare una spinta.
Si parla di invenzioni fondamentali per il mondo contemporaneo: la lampadina,
la radio, l’aeroplano, l’energia atomica e i razzi e non di fanfaluche come
lo yo-yo, l’hula-op o il tetris.
A questo punto allora che dire dell’impossibilità
teorica data dal numero di Avogadro contro l’omeopatia?
“E’ falsa l’applicazione di Avogadro - diceva Francesco
Severi - e non è falso il fatto”. Per dirla meglio: una sostanza diluita
(farmaco omeopatico) oltre il numero di Avogadro sparisce e quindi non potrà
produrre determinati sintomi analoghi a quelli della malattia da curare (patogenesia)
negli sperimentatori e guarigione per soggetti ammalati. Ma se tali sintomi
e guarigione li provocasse inequivocabilmente? Ossia, come ribadisce l’amico
Fernanda Piterà (in Divina Omeopatia, Anthropos & Iatria, Anno
V - N. 1 - Gennaio - Marzo 2001): “ a) ogni sostanza o farmaco per essere
conosciuta nella sua completezza deve essere prima di tutto sperimentata sull’uomo
sano volontario; b) il farmaco omeopatico, così conosciuto nella sua
patogenesia, deve poi essere somministrato secondo la legge di analogia e
il principio di similitudine; c) il farmaco deve essere inoltre somministrato
in microdosi; d) queste microdosi di farmaco sono preparate seguendo un preciso
metodo di preparazione che consiste in diluizioni e succussioni progressive”
e tutto questo seguendo i metodi della medicina, e il malato guarisce, cosa
diremo? I nemici dell’omeopatia ribadiscono: non è falso il fatto,
e neanche la teoria, la guarigione è solo un effetto placebo, non
un “dato” da spiegare con una nuova teoria diversa dalla prima. A questo
punto c’è da pensare a quale idea geniale si possano attaccare i medici
(diversamente dagli altri studiosi, legati ad una epistemologia e ad una
metodologia troppo ristrette): se la cura medica non ha avuto un qualche
effetto benefico o una guarigione, se la vix medicatrix naturae non ha provocato
un miglioramento spontaneo, ma il malato è guarito (o sta meglio)
dopo che si sono utilizzate delle terapie “non accettate dalla medicina ufficiale”
allora io chiamerò questo effetto placebo e non penserò più
che quel fatto avrebbe avuto bisogno di una nuova teoria.
Le medicine ufficiali funzionano solo per il 10%
dei malati - dichiarano P. Skrabanek e J. Mc Cormick (in Follie e inganni
della medicina, Marsilio, Venezia, 1992). Altri dicono il 20%, ma non
prendono in considerazione le guarigioni spontanee. Peccato che il rimanente
90% (80%) è addebitabile all’effetto placebo e alla vis medicatrix
naturae, due fenomeni ben lontani dall’essere oggettivati e spiegati. L’intera
storia della medicina viene quasi ridotta alla benignità della natura
e ad una bonaria (inconsapevole) truffa, che noi facciamo con la mente
al nostro corpo. Il placebo viene definito una sostanza (non necessariamente
materiale, dato che possono funzionare i toni di voce, le parole, i gesti
...) priva di qualunque principio attivo, che viene somministrata al
paziente per i suoi effetti psicologici; e spesse volte funziona! Ma attribuirgli
tutte queste guarigioni vuol dire fare del medico solo un latore di effetti
placebo indistinguibile da un ciarlatano. “L’effetto placebo - scrivono Le
Scienze - è una componente efficace del processi di guarigione e si
dovrebbe fare di più per sfruttarla e potenziarlo”. Magari trovando
che il suo coefficente di efficacia raggiunge il 99,99 %, lasciando fuori
solo i miracoli, altrimenti qualcuno verrebbe cacciato da RAI 1!
Sarebbe come se io chiamando “effetto raprillico”
le questioni indecise in fisica o in matematica, queste la smettessero di
essere tali.
Max Planck, in La filosofia della fisica, scrive:
“Di rado un’importante innovazione scientifica si fa strada convincendo e
convertendo gradualmente i suoi oppositori. Quel che accade, è che
gradualmente gli oppositori scompaiono e la nuova generazione si familiarizza
con quell’idea sin dalla nascita”. Ma con l’omeopatia non è stato così
perchè è stata fin dall’inizio aggredita e oltraggiata stolidamente
e ottusamente! Oppure è stata attaccata scientemente e deliberatamente?
La questione è divenuta politica cioè extra-scientifica
e, quindi, gli oppositori non possono scomparire.
Evandro Agazzi in Il bene, Il male e la scienza
scrive: “La pretesa oggettività e controllabilità delle
dottrine scientifiche fu dichiarata puramente fittizia, mentre si sottolineò
fino all’eccesso che l’organizzazione gerarchica della comunità scientifica,
i legami tra i suoi leaders ed il potere politico e/o economico, il controllo
esercitato sulle pubblicazioni, l’accesso ai fondi per la ricerca, l’effettiva
possibilità di esprimere opinioni (scientifiche) dissidenti, erano
tutte determinate da potenti fattori extra-scientifici.” Sarebbe il momento
di trattare l’omeopatia finalmente come una teoria scientifica (e discuterla
come tale: vera o falsa o indecisa) ma non di espungerla con scongiuri ed
esorcismi come se fosse una stregoneria o una negromanzia. E oltretutto non
lasciarla in mano ad illusionisti che umiliano e ridicolizzano la scienza,
riducendola a comprimaria in una recita da baraccone.
“La scienza - diceva Geoge Bernanos in La grande
paura dei benpensanti - libera soltanto un esiguo numero di spiriti fatti
per essa. Gli altri li rende servi”.
4
Solo l'uomo colto è libero
Epitteto - Dissertazioni
Nell'anno 2004 la Capitale Europea della Cultura
sarà una metropoli italiana: Genova, dal metrò più corto
e più costoso del mondo.
Vorrei dedicarle questo mio editoriale perché
è una città meravigliosa, magnifica e splendida, ma per alcune
persone, in particolare i portatori di handicap, è scomoda e disagevole
(per usare una metafora) o meglio (per dirla tutta) inabitabile e invivibile.
E' vero che le varie Associazioni di "disabili"
ce la stanno mettendo tutta per sensibilizzare i politici, le amministrazioni
pubbliche e la popolazione, ma si resta sempre a risposte che vanno dal “sicuramente
faremo col tempo” (leggi: mai) fino al "io non ce l'ho con gli handicappati,
ma farebbero meglio a restarsene a casa … e lo dico per loro!".
Nel corso di quell'anno importantissimo verranno
molti europei che, beati loro, hanno da tempo risolto il problema dei disabili
e che danno a questo problema il giusto peso che deve avere in una società
civile dove si difende il diritto all' esistenza degli altri.
Verranno e vedranno (e come al solito scriveranno
ai loro giornali). Noi, in risposta, escogiteremo una decina di salotti televisivi
(dove si dirà il tutto e il suo contrario) e finiremo con un Tapiro
d’Oro. Ma allora cosa fare?
Non è più il tempo, ovviamente, per
pensare a soluzioni finali! Quell'epoca è passata.
Allora si potrebbe far partire dei treni, carichi
di disabili, per la Padania o per l'Etruria dove hanno i modi e le strutture
per riceverli e far loro realizzare una lunga vacanza per un anno.
La cosa non avrebbe un gran prezzo in quanto sarebbero
circa uno 0,6/0,8% e cioè sulle 4/6.000 persone disabili, a cui, tolti
quelli gravi, che sono obbligati a stare in casa e in ospedale, e casi leggeri,
per es. di down o di sordità, che possano andare tranquillamente in
giro, ne resterebbero un migliaio. Siamo nell'ordine di un quarto di milione
di euro, ossia 50.000.000 di vecchie lire a persona. L'unico problema sarà
quando nel 2005 bisognerà riportarli a casa, in quanto, avendo provato
come si sta dove esiste una cultura dello "svantaggiato", forse vorranno
fermarsi e in quel luogo stabilirsi. Si potrebbe anche convincerli a restare
in casa (come per gli extracomunitari durante i quattro giorni del G8), ma
per un anno si capisce che non è possibile. C'è sempre la possibilità
di fare una Zona Rossa circondata da barriere, ma anche qui c'è il
fatto fastidioso che i disabili abitano in varie zone della città
e poi i turisti hanno l'irritante abitudine a visitare quello che non debbono,
e prima o poi li scoprirebbero.
Oppure si potrebbero risolvere i problemi e incominciare
a farsi una "cultura" senza aggettivi o, per meglio dire, un clima intellettuale
da cittadini, una civiltà dell'uomo, un patrimonio di conoscenze per
l'umanità inteso come il nostro prossimo. "… gli uomini devono sapere
- diceva Francesco Bacone in The advancement of learning - che in questo teatro
che è la vita umana è concesso solo a Dio e agli angeli di
fare da spettatori".
E' duro amare il nostro prossimo, come vuole Luca
10, 27! Se rimane a casa sua, non facciamo fatica ad amarlo, ma quando incrocia
la nostra strada? Chi non ama il sole? Ma se si avvicinasse troppo a noi non
lo reggeremmo più, anzi diverrebbe odioso. E' ovvio che l'uomo civile
rispetterà se stesso, amerà poche persone, proverà amicizia
per qualche essere umano, ma rispetterà tutte le altre. Scriveva Oriana
Fallaci in Lettera a un bambino mai nato: "E' solo rispettando se stessi
che si può esigere il rispetto degli altri, è solo credendo
in se stessi che si può essere creduti dagli altri".
L'amore e l'amicizia hanno una forte dose di animalità,
ma il rispetto è solo umano e non dipende da che cosa ti piace o da
chi sei attratto, bensì dalla civiltà. Scusate se ricordo il
Foscolo: "Dal dí che nozze e tribunalì ed are / diero alle umane
belve esser pietose / di se stesse e d'altrui". E poi gli animali ce l'hanno
nel DNA il rispetto per gli handicappati; io personalmente l'ho provato con
cani e gatti, normalmente diventati amici con delle persone svantaggiate;
solo gli uomini lo debbono imparare dalla cultura. Oppure vogliamo riprendere
Goering, che esclamava: "Quando sento qualcuno parlare di Cultura, la mano
mi corre al revolver".
A Genova chi deve (sottolineo deve) vivere con
una carrozzina ha seri problemi a muoversi. I marciapiedi non terminano con
degli scivoli, ma con dei gradini e, là dove iniziano con dei piani
scorrevoli, dall'altra parte della strada vi sono degli scalini. Basterebbe
un poco di asfalto (per fare uno scivolo) e il problema sarebbe risolto e
tutto ciò senza portare nocumento ai normali. Ma perché non
farlo? Ma perché non sono dei normali e tutto questo non va bene al
burocrate (non è possibile essere non normali!). I vigili interpellati
mi hanno risposto di fare un esposto circa le barriere architettoniche. Sono
cinque anni che riempio il comune di esposti. Pensate che abbia ottenuto
qualcosa? Se ora scrivo questo editoriale è proprio perché
non ho ottenuto nulla.
Ma vediamo un po’, portando qualche esempio: il
Comune di Genova considera la vivibilità solo per le persone normodotate,
ma non per i portatori di handicap. Nella sua bellissima sede, al centro dell'antica
Via Nuova (unica città d'Europa con una strada costituita solo da
splendidi palazzi storici), gli handicappati non ci possono arrivare, essendo
una vera e propria mostra, rassegna, esibizione di barriere architettoniche
(come è ovvio per tutti gli edifici delle epoche passate). Ovvero:
non solo non ci sono elevatori, rampe, piani inclinati, sollevatori ..., ma
addirittura l'unico (e piccolo) ascensore per il pubblico di solito è
guasto. Ci sarebbe l'ascensore del sindaco (e del suo personale) che però
non può essere usato per utenti portatori di stati di inferiorità,
ma solo per autorità che facciano parte del “comune” (e pensare che
il termine vuol dire “di tutti” e non “privato”). Ma nel XXI secolo, così
come abbiamo imparato che gli stabili del passato, possono essere resi adatti
alle nostre esigenze, ad esempio impiantandovi dei bagni al posto delle
latrine, il riscaldamento centrale in luogo dei camini ... oggi possiamo
anche installare quel ‘qualcosa’ che rende la vita “vivacchiabile” agli
handicappati.
Passiamo all'Università: anch’essa posta
in palazzi storici come sono quelli di via Balbi. Cominciamo da Balbi 4, dove
c'è la Facoltà di Lettere e Filosofia. Dall'ingresso principale
non puoi entrare, perché ci sono tre scalini, ma per fortuna a 10 metri
c'è un cancello dal quale è possibile accedere a Lettere (dato
che vi entrano tutti coloro che portano roba: cancelleria, bibite, libri…),
ma per il disabile è sempre chiuso con un lucchetto, di cui ovviamente
non ha le chiavi per ragioni di sicurezza (è possibile rubare!). Il
cancello è alto due metri e le sbarre sono larghe 30 centimetri. Quindi
chi volesse rubare, lo può fare senza farsene accorgere (anche perché
i bidelli stanno da un'altra parte). E questo cancello è l'unica via
di uscita di emergenza dalla Facoltà e quindi dovrebbe essere lasciato
aperto! Se succede un incendio o una sommossa gli studenti si trovano imbottigliati:
ecco le vere ragioni di sicurezza. E poi ci sono le scale che quando l’ascensore
è rotto, cioè molto spesso, fermano i disabili. Anche Balbi
6 è nelle stesse condizioni se non peggio: la carrozzina viene fermata
da un marciapiede molto stretto che non le permette proprio di passare (lo
spazio è davvero angusto e inframmezzato da un paracarro). E non si
può scendere in strada perché si impedirebbe agli autobus di
transitare. Se poi si vuole passare a Balbi 5 (Rettorato e Uffici vari) o
alla Biblioteca universitaria diventa un gioco di ruolo. Abbiamo fatto due
esempi di edifici pubblici. E fin qui sono problemi che, volendo, si risolvono,
ma contro l’indifferenza non ci si può fare nulla (in effetti sono
pochi i lavori da fare: i marciapiedi inframmezzati da discese e particolarmente
ai semafori, ingressi agli edifici pubblici adatti agli handicappati, i marciapiedi
almeno tanto larghi da farci passare una carrozzina ...). Non parliamo di
macchine e moto posteggiate sul marciapiede!
I vigili sono stati gentili, al riguardo, ma a
quanto pare le multe non bastano: alcune ambulanze (sì, ho proprio
scritto giusto!) che stanno in mezzo alla strada, le gazzelle dei Carabinieri
sempre poste sull'unico scivolo disponile, le tantissime moto poste dovunque
ci sia uno spazio lasciato libero ... per cui la carrozzina non può
passare, a meno che non scenda dal marciapiede e prenda la strada carrozzabile,
facendo una gara competitiva con autobus, camion, autovetture ... Ma siccome
da questo “salubre antagonismo” le carrozzine sono escluse, quelle persone
sfortunate devono restare a casa propria, a meno di aumentare la “mortalità
urbana”.
Io personalmente, come professore universitario
con carrozzina, tutti i giorni telefono (a volte facendomi aiutare da studenti,
tanto per cambiare il nome di chi chiama) ai vigili urbani (ma inutilmente!).
Ho già scritto una tonnellata di denunce (una volta mi hanno risposto
- per lettera - dicendo che stavano pensando a una soluzione per dopo l'estate,
ma è passato un anno e, dopo varie vacanze, le cose sono rimaste com’erano).
E sì che basterebbe un vigile, collegato con un carro attrezzi, a fare
le multe per risolvere la faccenda (perché mi hanno detto che loro
- i vigili - le contravvenzioni le elevano, ma la gente non le paga!).
Inoltre i marciapiedi sono costellati delle deiezioni
dei cani e le carrozzine, che si muovono a mano, obbligano il portatore di
handicap a fare uno slalom fra le cacche e, quando non può scansarle,
le prende sulle ruote, ossia sulle mani. E' ovvio che non è colpa del
Comune se alcuni proprietari di cani pensano che l'intera città (con
l'eccezione di casa loro e del loro giardino) debba essere trasformata in
un enorme W.C. per le loro bestiole, ma è colpa degli amministratori
se esiste gente che, non avendo ancora imparato a girare con la paletta e
la segatura, cioè a seguire la legge, non è multata perché
“possibili elettori o votanti”. Anche, fondamentalmente, a coloro che posteggiano
dappertutto, addirittura negli spazi dedicati a o davanti ad un portone dove
entrano gli handicappati ... che richiesti di spostarsi li insultano e li
riempiono di oltraggi e di irrisioni nella convinzione che non ci sarà
una reazione.
Io sto pensando ad una città che,
avendo già fallito il G8, giunge alla "capitale europea della cultura"
in questo stato. S. Freud, ne Il futuro di un'illusione scriveva: "Il principale
compito della cultura, la sua vera ragion d'essere, è difenderci contro
la natura", ma noi dovremo rispondere: "Il principale compito della natura
è difenderci dalla cultura".
Ma non è possibile fare qualcosa per gli
handicappati, affinché anche loro possano vivere in questa splendida
(e indifferente) città assieme a tutte le altre persone?
In prima istanza Genova: la "Janua" latina sta
per porta, accesso, varco, cioè il passaggio che dà sull'altrove,
il transito di cui occorre possedere la chiave se lo si vuole valicare. Giano,
il mitico re bifronte, - che prende il nome da Janua – vede, con i suoi quattro
occhi, da uomo a doppia faccia, le due aperture: la città di Genova;
la città che ha alle sue spalle una barriera naturale di monti e di
fronte il mare aperto. Essa è la porta che ti disgiunge da quello che
sta al di là dei monti e ti unisce con quell'elemento mai del tutto
noto: il mare che è indomabile fonte di continue sfide e di instancabili
confronti.
In seconda istanza Genova è la Città
Labirinto per eccellenza. Ponti, gallerie, sopraelevazioni, vicoli, mura,
scale, grotte, gradinate, palazzi ... formano un inestricabile "strano anello"
che, percorso, sempre riporta al punto di partenza: il mare. Se la si vede
da un qualsiasi punto in cui ci si ferma, è possibile tracciare un
itinerario da “Barone Rampante”, cioè mai scendere in strada finchè
non si raggiunge il mare. Essa è divisa in sestieri e il mare funge
da unico accesso. Il viaggiatore vive questa esperienza come se si ritrovasse
sempre di fronte ad una sola porta, ma sa e vede che sono due. Questa porta,
dai tempi dei primi mercanti della Superba fino agli emigranti del secolo
scorso e a quelli di oggi, che transitano la stessa strada al contrario, ha
percorso l'immaginario di miriadi di uomini diventando il passaggio verso
il mondo nuovo, l'Isola di Utopia.
In una città di questo genere l’utopia trova
il suo terreno di cultura più fertile, ma, a differenza di altri luoghi,
il segreto non tradisce se stesso manifestandosi, ma si nasconde, si vela
e si rivela. L'utopia lascia credere al visitatore disattento di non esistere
fra le mura di una Repubblica di Mercanti. Così non è! I suoi
palazzi, i suoi fabbricati, le sue biblioteche, i suoi monumenti, le sue chiese,
i suoi vicoli … recano indelebili i segni di una continua attenzione all'enigmatica
ideazione di una città, nel significato più elevato di questa
parola, quella che si può comunicare soltanto tramite un simbolo.
E l’utopia è un simbolo.
Per fortuna si fanno decine di talk show sul fumo
e nessuna sugli handicappati. Questo è davvero bene perché così
noi diveniamo simili agli Americani.
Su un pacchetto di sigarette canadese (avremmo
potuto trovarla altrettanto bene anche su scatole di sigarette americane)
è scritto: “Le sigarette causano dei danni cerebrovascolari. Il fumo
del tabacco può bloccare le arterie del cervello, impedendo al sangue
di circolare nei vasi e provocando un danno cerebrovascolare. Questo può
portare a delle incapacità e alla morte”. E, di fianco, la foto di
un cervello danneggiato dalla emorragia. Lo stesso avviene con i tumori ai
polmoni, alla trachea, alla pleure, alla lingua, al cavo orale ... che il
fumatore deve vedere tutte le volte che apre il proprio pacchetto. Non è
il massimo del gusto e dell'eleganza, ma potrebbe funzionare.
Ma allora perchè non farlo con l’alcool,
con gli scarichi delle macchine, con le ciminiere e con i camini degli edifici,
con i cibi cancerogeni? Pensate se sulle etichette delle bottiglie di vino
o di acquavite ci fosse un fegato cirrotico, se sulle carozzerie delle auto
e sui muri delle fabbriche tutta una serie di dipinti, pitture, foto, bassorilievi,
ecc. di ammalati di tumore con accanto i vari organi prima o dopo la cura!
Sarebbe la nuova arte del XXI secolo.