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Vivere la vita è uno sforzo che sarebbe degno di miglior causa.
Karl Kraus, Detti e contraddetti
L'altro giorno, passeggiando fra i canali televisivi, ho trovato il vicesindaco
di Genova che spiegava l'idea geniale di costituire un nuovo assessorato che
trattasse “di cose piccole, ma importanti”, definendolo appunto, con una
sciagurata espressione: “alla vivibilità urbana”. Se "la vita è una cosa
troppo importante - diceva O. Wilde - perché si possa parlarne sul serio",
allora perchè non facciamo l'ulteriore proposta di istituire anche l'assessorato
alla vivibilità rurale, contadina, paesana, civica, zotica, campagnola ...
cosicchè ne potremmo realizzare un'altra decina, dando cosi del ‘lavoro’
a un centinaio di postulanti di partito? E ancor meglio, perchè non consentire
ai politici (che sono dei linguisti nati, ma non lo sanno) di inventare vocaboli
per definire dei concetti nuovi e vitali? Ma il definire è escludere e negare,
per cui la vivibilità delle parole è legata al loro uso.
Ma vediamo un po’, portando qualche esempio, come il Comune di Genova considera
la vivibilità urbana, non solo per le persone normodotate, ma addirittura
per i portatori di handicap. Nella sua bellissima sede, al centro dell'antica
Via Nuova (unica città d'Europa con una strada costituita solo da spendidi
palazzi storici) gli handicappati non ci possono arrivare, essendo una vera
e propria mostra, rassegna, esibizione di barriere architettoniche (come
è ovvio per tutti gli edifici delle epoche passate). Ovvero non solo non
ci sono elevatori, rampe, piani inclinati, sollevatori ... ma addirittura
l'unico (e piccolo) ascensore per il pubblico di solito è guasto.
Ci sarebbe l'ascensore del sindaco (e del suo personale) che però non può
essere usato per utenti portatori di stati di inferiorità, ma solo per autorità
(o loro portacoda) che facciano parte del “comune” (e pensare che il termine
vuol dire “di tutti” e non “privato”). Ma nel XXI secolo, cosi come abbiamo
imparato che gli stabili del passato possono essere resi adatti alle nostre
esigenze, ad esempio impiantandovi dei bagni al posto delle latrine, il riscaldamento
centrale in luogo dei camini ... oggi possiamo anche installare quel ‘qualcosa’
che rende la vita “vivibile” agli handicappati.
Al riguardo, vi racconto una storia vera (e son pronto a fare i nomi e le
date): un amico emiplegico grave, dovendo (non volendo, ma essendo obbligato)
salire al secondo piano del palazzo Tursi (o del Comune), avendo appreso dai
vigili urbani che l'ascensore per il pubblico era guasto (e pur vedendo che
portava le stampelle, i quali non hanno fatto nulla per dargli una mano),
assistito da due amici, ha percorso lo scalone fino all'ultima rampa dove
ha saputo da una tizia, che con malagrazia stava pulendo i pavimenti (portando
una pelliccia di visone!), che doveva ritornare giù e fare un altro percorso
perchè quello era appena stato lavato. Essendo l'amico un noto professore
universitario, di certo non pacifico, dopo una lite furibonda, la strada
del ritorno l'ha fatta (lo devo ammettere) nell'ascensore del sindaco. E
pensare che dei nostri amici hanno dovuto, per avere l'abitabilità di un
club (o circolo) aperto al pubblico, di una trentina di soci, allargare l'ingresso
per le carozzine e costruire un elevatore per collegare i due piani (e proprio
su ordine del Comune!!!). Molto, ma molto bene, tutto ciò! Andrebbe fatto
da tutti! Anche dal Comune.
Ma questo, evidentemente, non vale per le Amministrazioni pubbliche, i Musei,
le Scuole, l'Università, i Seggi Elettorali (e via di seguito ...) che sono
luoghi dove il cittadino ha il diritto e il dovere di andare (mentre in una
associazione privata almeno non è costretto a trascorrere parte della propria
vita). Ad esempio i seggi elettorali, dove il cittadino è tenuto ad andare
(il voto è un dovere!) sono, solitamente, ai piani superiori di vecchi edifici
scolastici dove non vi sono alunni handicappati perchè i loro genitori li
hanno spostati in scuole (magari lontane da casa), ma fornite di rampe e
di ascensori.
L'Università funziona, per i portatori di handicap, un po' meglio grazie
esclusivamente ad alcuni studenti che si fanno in quattro per aiutarli, ma
l'aiuto finisce dentro l'Ateneo. Per strada, ossia per arrivare alle Facoltà,
per andare da un Dipartimento all'altro o da un'Aula all'altra, non c'è mezzo
di trovar soluzione alla “vivibilità urbana”. Ad esempio (sempre a Genova)
per recarsi al Polo Didattico, fornito effettivamente di tutti i sistemi
per aiutare gli handicappati, bisogna percorrere, dalle Facoltà Giuridiche
e Umanistiche, circa 300/500 metri sul marciapiedi dove sono posteggiate auto
e motocicli, per cui la carrozzina non può passare, a meno che non scenda
dal marciapiede e prenda la strada carrozzabile, facendo una gara competiva
con autobus, camion, autovetture ... Ma siccome da questo “salubre antagonismo”
le carrozzine sono escluse, quegli studenti sfortunati devono restare a casa
propria, a meno di aumentare la “mortalità urbana”.
Noi personalmente (a volte facendoci aiutare dagli univesitari tanto per
cambiare il nome di chi chiama) tutti i giorni telefoniamo ai vigili urbani
(inutilmente!) e avremo già scritto una tonnellata di denunce (una volta
ci hanno risposto - per lettera - dicendo che ci stavano pensando alla soluzione,
ma è passato un anno e, dopo le vacanze, le cose sono rimaste come erano).
E si che basterebbe un vigile collegato con un carro attrezzi a fare le multe
per risolvere la faccenda (perchè mi hanno detto che loro - i vigili - le
contravvenzioni le elevano, ma la gente non le paga!). Oppure il problema
è che, forse, le ammende non si pagano perchè non c'è nessuno che le metta
dove davvero servono, ma poi perseguitano il cittadino che ha lasciato scadere
di mezz'ora il foglietto del parcheggio o perché ha mollato la sua macchina
fuori di 10 cm dalle righe? Avete mai avuto a che fare con un vigile "urbano"?
Inoltre i marciapiede sono costellati delle deiezioni dei cani e le carozzine,
che si muovono a mano, obbligano il portatore di handicap a fare uno slalom
fra le cacche e quando non può scansarle, le prende sulle ruote ossia sulle
mani. E' ovvio che non è colpa del Comune se alcuni proprietari di cani pensano
che l'intera città (con l'eccezione di casa loro e del loro giardino) debba
essere trasformata in un enorme W.C. per le loro bestiole, ma è colpa degli
amministratori se esiste gente che non avendo ancora imparato a girare con
la paletta e la segatura, cioè a seguire la legge, non è multata perche “possibili
elettori”. E questa è la vivibilità urbana, sbandierata proprio in un Centro
Storico bellissimo, ma invivibile grazie alle “pensate dei nostri politici
e agli articoli manipolati e chiaramente falsi dei nostri giornalisti su
i vicoli insicuri, rischiosi, pericolosi?
Le trovate, ideate giornalmente dagli amministratori, sono lì da vedersi
e, a volte, sono cosi stupide e balorde che ti vien da pensare siano l'intelligente
scherzo che ogni tanto vien fatto alla cittadinanza per svegliarla, per scuoterla
dal suo torpore e renderla avveduta e sagace.
I giornalisti, invece, non scherzano proprio (non ne sarebbero proprio in
grado!) quando affermano che nei vicoli abitano soltanto criminali, rapinatori,
tagliaborse, furfanti, donne di malaffare, protettori, profittatori, usurai
... una vera e propria corte dei miracoli dei nostri tempi. Se poi tu vieni
da fuori (sei uno straniero!), potrebbero farti visitare (però a tuo rischio!),
con modi e tempi opportuni, la “cashba”. Uno zoo-safari da vedere al di là
dei vetri. Non era così, ovviamente, neppure quaranta anni fà, ma la “città
vecchia” che cantava Fabrizio era un inno ad un mondo che stava scomparendo
in tutte quelle città del mediterraneo, veri capolinea dei sentieri del mare,
che annodavano e trattenevano in un ammasso di ricordi una epoca che non
c'era più (come la Buenos Aires di Borges, la Macondo di Gabriel Garzia Marquèz,
la Parigi di E.Sue, la Napoli della Serao, di Totò e de Filippo o anche la
Bologna di Guccini). Invece coloro che non hanno cultura (nè la voglia di
farsela) l'hanno letta così, come in un vecchio romanzo d'appendice di derelitti
e di personaggi resi veri dalla tua volontà. E di tutto il messaggio di De
André: “se tu penserai e giudicherai da buon borghese li condannerai a cinquemila
anni più le spese. Ma se capirai, se li cercherai fino in fondo, se non sono
gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo” è rimasta solo la prurigine
squallida resa ancor più tetra dagli incubi lubrici dei nevrotici controllati.
Dichiarare che la città “vecchia” è inabitabile, invivibile, non agibile
è cosa falsa, menzognera, inventata da gente che il centro storico non lo
abita, non lo vive, non ci sta perchè è stata abituata ad averne un' impudente
codardia e ragiona cosi: “Se nel mio quartiere “bene” avvengono furti in
auto e in appartamenti, aggressioni per rubare pensioni alle vecchiette,
stupri alle ragazze ... cosa dovrà accadere nelle “viuzze dell'angiporto?!”.
Assolutamente nulla! Chiedetelo ai residenti, e non ai giornalisti, a chi
ci opera, ci sta, ci lavora ... e non alle signore eleganti o ai politici
che lasciano i loro quartieri “bene” per visitare i “vicoli”, a coloro che
son riusciti ad andare ad abitare nei palazzoni e nelle case popolari o addirittura
ai pendolari che abitano in riviera.
In ogni caso avete mai provato a prendere un taxi durante le ore in cui
il centro storico è chiuso? (Dalle 10 alle 19 di ogni giorno). Ebbene l'infelice
tassista, non appena ha saputo dove volete andare si intristisce e non vi
parla più (per 5 minuti); poi si riprende e diventa improvvisamente logorroico:
da quel momento si occupa esclusivamente della sua automobile, la quale 1)
non riesce a girare per le strade troppo strette, forse si ammaccherà e chi
mi pagherà i danni (però lui usa il Mercedes, la Volvo o simili; 2) ci sono
i pedoni che (volontariamente) si mettono sotto le ruote, 3) potrebbe prendere
una multa perchè la segnaletica è insidiosa, scarsa e ingannevole, 4) vi
sono decine di bancarelle non autorizzate che vi impediscono di spostarvi
e centinaia di tossici ed extracomunitari messi dovunque ... per cui ad un
certo punto vi dichiarano che loro - l'autista e l'auto di piazza - sono
arrivati fin dove era umanamente possibile e dopo di ciò ci devi pensare
tu (Come nelle pellicole di Tarzan, dove i portatori negri, terrorizzati
dalla 'grande magia', si rifiutavano di andare avanti e scappavano a gambe
levate. 'Buana no!').
Ora se tu sei un normodotato (e piuttosto muscoloso) hai due scelte (oltre
evidentemente quella di chiamare il radi-taxi, per sprecare un gettone telefonico):
il diverbio o chiamare i vigili (che di solito non ci sono, ma se ci fossero
devi questionare con due personalità: il taxista e il vigile). Se invece
sei un portatore di handicap ti conviene pagare, scendere, ringraziare e
finire il tuo percorso a piedi (cioè con il bastone o con le stampelle) ...
se ce la fai! Tornato a casa puoi avvertire il Comando dei Vigili, che gentilmente
ti assicura che farà qualcosa (cioè niente!). Anche su questo posso portare
eventi, testimoni, date, luoghi ... in gran numero e misura. Ma la colpa
non è tutta degli autisti di auto pubbliche (che secondo loro ti fanno un
favora a portarti), di saccenti vigili urbani, di arroganti proprietari di
cani, di automobilisti e motociclisti incivili, dal personale sgarbato degli
uffici pubblici, dai giornalisi presuntosi e boriosi ... , essendo anche
loro vittime, come tutti, della peggior malattia dei nostri tempi: il virus
del politicante. "A morbo, a fame et a bello libera nos domine" usava l'antica
litania, ma che oggi viene semplificata con "Dal politico, liberaci o signore!".
L'amico Francesco, quando era giovane e libero, cantava: "Da tutti gli imbecilli
d'ogni razza e colore, dai sacri sanfedisti e da quel loro odore, dai pazzi
giacobini e dal loro bruciore, da visionari e martiri dell'odio e del terrore,
da chi ti paradisa dicendo: è per amore, dai manichei che ti urlano: “o con
noi o traditore” libera nos, Domine!. Dai poveri di spirito e dagli intolleranti,
da falsi intellettuali, giornalisti ignoranti, da eroi, navigatori, profeti,
vati, santi, dai sicuri di sè, presuntuosi, arroganti, dal cinismo di molti,
dalle voglie di tanti dall'egoismo sdrucciolo che abbiamo tutti quanti, libera
nos, Domine!". Ebbene, questo, e molto ancora, è il politico, ossia colui,
che possedendo (o tutte o alcune di) queste qualità, si è convinto che egli
è l'uomo voluto dagli dei per salvare il mondo e, senza chiedersi altro,
si mette a professare “l'arte del possibile”. "Chi può, fa. Chi non può,
insegna. Chi nè fa nè insegna (perchè é troppo pigro), si dedica alla politica".
L'ambito del sociale, nel novero immenso del politico, è il più ricercato,
lì non c'è bisogno di avere delle specializzazioni professionali e delle qualificazioni
operative, ma solo una gran capacità a comunicare con tutti dicendo nulla.
Un esempio è come i politici e i sindacati si rivolgono alla gente: “...
giovani, donne, operai, lavoratori, appartenti alla terza età, disabili
... ”, mancano solo i lattanti e i moribondi. E qui che si può prendere “la
disperata decisione di operare di calli un malato di cancro” oppure agire
- come in un dipinto del Bosch, intitolato ‘la cura della follia’ - in cui
un medico-ciarlatano, con imbuto per cappello, toglie dal cervello di un
paziente un tulipano palustre (tulp vuol anche dire follia) aiutato da un
frate squililibrato e da una donna dissennata. Con protezione civile, la
sanità e l'istruzione sono, forse, i tre momenti chiave della più ottusa
imbecillità e della più stupida idiozia dei politici dove, con l'espessione
piu seria si possono fare le promesse di costruire un ponte dove non esiste
un fiume, una scuola elementare dove non ci sono bambini, un'ospedale dove
non ci sono malati. Diamone tre esempi: abbiamo tutti di fronte l'immonda
gazzara messa in atto dalla protezione civile per allontanare non chi ha
rubato, ma quelli che giustamente hanno denunciato i ladri del terremoto
in Italia Centrale e della missione Arcobaleno in Albania. Ebbene a un pensionato
tornato al suo paese dopo una vita di lavoro e privato dal terremoto di tutto,
e ancor di più da chi avrebbe dovuto aiutarlo, non gli è rimasto (dopo tre
anni in baracca) che suicidarsi. E il Sotto-segretario-professor Barberi
è principale ‘scusato’ e, quindi, nominato a più alta carica; ma da ‘protettore
civile’, però, rimane al suo posto certo di aver fatto più che il proprio
dovere!
E invece la Rosibindi, che ha dichiarato in questi giorni la assoluta preminenza
della politica sulla scienza medica, per 80 minuti da Brunovespa, non ha trovato
un giornalista-politico-scienziato che le domandasse come mai nella tanto
sbandierata riforma era chiarissimo che l'Ospedale doveva diventare una Azienda
con i suoi bei guadagni e che si dovessero accettare di preferenza le malattie
lucrose e remunerabili (quali ad es un aborto). Giorni dopo questo l'ha detto
un grande medico (il professor Aiuti) ricavandone dal conduttore un: “ma
professore questa è una grossa stupidaggine!”. Un tempo forse esisteva una
"arte del reggimento" con regole e norme sue proprie, adesso c'è solo un
irregimento completo nella politica con un'unica regola "star a galla". Ma
il massimo è il ministro della pubblica (d)istruzione onorevole Luigi Berlinguer
che insiste a non distiguere la Scuola dalla Scuola Guida per cui i quiz
sono importantissimi e vitali (i giochi a premio, i questionari, i concorsi
a quesiti, i test di prova, i rebus, i rompicapo, gli indivinelli...), cioè
una istruzione e uno studio da enigmisti. Non vitae sed schola discimus -
diceva Seneca nelle Lettere a Lucilio - per prendere in giro proprio chi
solo per la scuola imparava.
2
Una delle malattie più diffuse è la diagnosi
Karl Kraus, Detti e contradetti
Io, fino a quattro anni fa, sono stato un incallito (sic!) fumatore. Poi
da un giorno all'altro ho smesso, ma non sono un redento, o meglio non mi
pento di aver assaporato sigari, sigarette e pipa (anche perché l’ho fatto).
Ci sono dei piccoli o grandi sapori della vita di cui non puoi provare rimorso
dopo che la tua costituzione fisica non tiene più, né puoi sentire una forte
contrizione dopo che il medico ti ha dimostrato che se continui starai sempre
peggio. Ci sono persone che hanno talmente paura di morire che non riescono
più a vivere! Essi non si rendono conto che la vita è una malattia incurabile
e, sicuri d’essere immortali trasformano la loro esistenza in un modo per
non essere mai stati vivi. E non mi ravvedo al punto di far smettere gli
altri che fumano allegramente. Il giorno che i medici gli porranno il problema
direttamente allora cesseranno di essere allegri e decideranno se smettere
o meno. Per ora facciano quel che vogliono (ovviamente rispettando gli uni
la libertà degli altri e vicendevolmente).
Io resto d'accordo con O. Wilde: "La sigaretta è il tipo perfetto di un
piacere perfetto. E' squisita e lascia insoddisfatti. Che cosa si può volere
di piú?". Solo che dopo anni di insoddisfazione, ti stufi anche del piacere
più assoluto e senza difetti e passi ad un altro.
Magari al più salubre, se pur meno allettante, diletto della raccolta dei
francobolli! "Per amor tuo, [la sigaretta] - diceva Charles Lamb in Addio
al tabacco, - sono pronto a fare qualsiasi cosa, fuorché morire". Ma c'è
chi dice: "anche a morire"; e proprio questo è il punto.
Per i non fumatori il tabagista (e uno con questo nome – come il tossicomane,
l’erotomane e l’alcolista – è sicuramente pericoloso) non lo sa proprio che
si suicida e ammazza gli altri. Per questa ragione egli deve venir convinto
con le buone o con le cattive di smettere.
Con le buone: inventandosi un megaconcorso nazionale dove chi smette di
fumare (e vince la gara) verra mandato ad una splendida vacanza ai Caraibi
(che potresti pagarti anche tu e non fare la figura del miserabile).
Con le cattive: colpendo duramente il fumatore con forti ammende (e con
diverse grida che comminano la gogna e la fustigazione in piazza).
"Sono contento dei divieti - dichiara felice Maurizio Costanzo (il minuscolo
ribaldo vanaglorioso di Canale 5) - Perchè più mi impediscono di farmi del
male e più sono soddisfatto".
Che bello un mondo dove tu puoi fare solo quel che ti fa bene! E dove quello
che ti provoca dolore e sofferenza è bandito. Ma anche dove tu sei trattato
da eterno bambino e lo Stato fa di tutto per impedirti di farti del danno.
C'è veramente da esserne soddisfatti.
Mi ricordo che vent'anni fa ero negli States a studiare ed una sera venni
invitato a un riunione mondana (si fa per dire) dove, per la verità mi annoiavo
a morte (come a tutte le feste negli USA). Uscii sulla terrazza e, ignaro
di quello che stava per succedermi, mi accesi una sigaretta, così, tanto
per vincere la noia. Una signora vedendomi fumare si adirò molto e mi disse,
in preda allo sdegno, delle cose sgarbate (a mio avviso!): mise in dubbio
che io fossi uno studente, visto che avevo ancora il vizio di fumare (sic!)
e, fondamentalmente, che ero di parecchi gradini al di sotto dell’homo sapiens,
aggiungendo che se avessi avuto un po' di cervello avrei subito smesso. Dei
suoi amici ribadirono, forse per scusarmi, ch'ero "italiano" e altri risposero
che sicuramente una volta capita l’enorme bestialità non l'avrei più fatto.
Io mi scusai (facendo presente, però, che eravamo all'aperto, ma con scarsi
risultati) e li assicurai che avrei fatto di tutto per non dare più fastidi.
A quel punto non potevo andarmene (sarebbe stato maleducato!) e feci buon
viso a cattivo gioco. Intanto in mezzo a un tavolo c'era una terrina (di
cristallo) piena di cocaina e nel bar una numerosa esibizione di bottiglie
di super alcolici che venivano vuotate a piacere. Io, dato che non amo la
coca, ma solo la coca cola (a volte con una spruzzata di rum), non sono riuscito
a farmi né di droga né di alcool e dopo una mezz'ora me ne andai; tanto nessuno
a quel punto si sarebbe occupato di me. Ma non è finita! Due giorni dopo
passeggiavo in una famosa via del centro con una sigaretta in bocca quando
me la vidi volare via e, dato che non credo ai fenomeni paranormali, mi guardai
intorno e vidi una vecchiarda, di statura piuttosto bassa, che stava prendendosela
con quelli che, fumando, uccidevano i poveri passanti (e molte altre cose
che non capii proprio, dato che conosco solo l’inglese scolastico). A quel
punto mi sono detto: “Benvenuto nel paese del proibizionismo! A quando il
ritorno a quel ‘Thou Paradise of exules, Italy!’. Allora mi sono ricordato
che, nello Zibaldone, il Leopardi affermava che “Gli italiani non hanno costumi;
essi hanno delle usanze”.
E’ chiaro che un popolo difende sempre i suoi costumi più che le sue norme
di diritto, ma solo quelle divenute vere e proprie leggi. In Italia no! Sono
tanto intelligenti da preservare solo le usanze. “E’ inutile osservare i
costumi, - diceva acutamente Marcel Proust - poiché se ne potrebbero dedurre
dalle leggi psicologiche”, cioè leggi di natura, e non è il caso.
"Il costume - ci ricorda filosofeggiando Pascal - è una seconda natura che
distrugge la prima. Ma che cos'è la natura? Perché il costume è piú naturale?
Ho gran timore che questa natura non sia altro se non un primo costume, come
il costume è una seconda natura". Speculazione non del tutto intelligibile,
accessibile e chiara. Molto più comprensibile è la seguente: “... e ciò convene/Ché
l'uso de' mortali è come fronda / in ramo, che sen va e altra vene.” [Dante,
Paradiso, XXVI, 137-138]; riprende Orazio [Ars poetica, 70-72 6 ]: “Multa
renascentur quae iam cecidere cadentque / quae nunc sunt in honore vocabula,
si volet usus, / quem penes arbitrium est et ius et norma loquendi. [Molte
parole che caddero in disuso rinasceranno, e ne cadranno molte altre che
oggi sono in onore, se cosi vorrà l'uso, in balia del quale sono l'arbitrio
e la legge e la norma del parlare]. Le leggi e i costumi cambiano, ma le
usanze restano.
Si era allora nel 1982 e l’Italia, io credo, era lo stato più libero e colto
della terra. La civetta, l'uccello di Minerva, sacro simbolo della dea,
si leva solo dopo il calar delle tenebre e intona il suo canto severo, nelle
vicinanze degli spazi abitati, lasciandosi guidare anche soltanto dal fioco
barlume di una candela. In questa allegoria sta il destino storico dell'Italia:
simboleggiata dalla dea "polymetis" dal capo turrito, essa ha saputo, dalle
proprie città fortificate ma trasparenti, irradiare il suo accorto sapere
nel corso delle lunghe notti che costantemente e regolarmente calavano fra
le Alpi e la Sicilia. Ogniqualvolta sull'Italia irruppero le tenebre, il
cielo d'Europa ne restò interamente illuminato. I dotti, i chierici, i cronisti
che scendevano dal Nord e percorrevano la Penisola, vuoi da semplici pellegrini
verso il sepolcro di Pietro, vuoi da conquistatori al seguito di questo o
quel dominatore, lasciarono scritto nelle loro memorie l'attonito stupore
di trovarsi in una terra di uomini che avevano eletto la città a loro dimora
e i quali, nonostante non disdegnassero armi e commerci, attività di cui
erano maestri, coltivavano il sapere con la tipica curiosità di coloro che,
pur "cupidi aeternitatis", sanno vivere negli eventi della storia. Altri
potevano via via vantare supremazie che gli italiani avevano perso: potere
militare, primato economico, unità politica, magistero istituzionale; molti
stranieri, cui peraltro facevano eco i nostri dotti, ebbero spesso di che
lamentarsi nel vedere le tristi condizioni in cui regolarmente cadeva l'Italia
sotto il giogo di tanti invasori, ma tutti si trovarono sempre costretti
ad ammettere che anche, o proprio, nei momenti del massimo oscuramento, brillava
in Italia la fiaccola della cultura. Arroccata dentro le proprie città, le
cui mura, spesso incapaci di resistere agli invasori, erano invece in grado
di contenere la pressione della barbarie, l'Italia ha svolto la funzione
primaria di ogni autentico e specifico sistema culturale: la diffusione di
sé medesimo, ovvero il contrario dell'interdizione che qualifica le strutture
chiuse, esclusive, immobili dei mondi barbari. Il codice dei mondi barbari
è quello della staticità, dell'acritico mantenimento e della tradizionale
conservazione dei modi, dei ritmi e delle proporzioni sociali a dispetto
delle mutazioni degli intorni e degli interni; essi non mancano di sapere,
arte o lettere, le loro carenze risiedono invece nella trasmissione dell'informazione
la quale è caratterizzata da dinamiche monocentriche e da cinematiche unidirezionali,
al contrario della cultura dei mondi "civili" che è diffusiva, irradiante
ed autoregolante, che accetta e modifica se stessa nel continuo e costante
dialogo con l'interno e l'esterno, che non rigetta, ma integra o corregge,
che non fonda incontrovertibili e sincronici sistemi egemoni, ma soltanto
diacroniche supremazie o aree momentaneamente privilegiate. Sotto questa
prospettiva, dicevamo, l'Italia è risultata emblematica nella sua apertura
alla libertà.
Noi non siamo filoamericani come Veltroni e la Bonino, perchè non siamo
WASP (white, anglo, saxon, protestant). Ci mancherebbe altro: perchè siamo
bianchi dovremmo evolvere e diventare anche appartenenti alla razza, all’etnia
e alla religione anglo-americana? E acquisire, così, tutte le loro virtù!
Compreso il proibizionismo e l'ipocrisia?
Io fino ai 35 anni ho praticato, a buon livello, diversi sport . Si sapeva
che dei grandissimi campioni del calcio fumavano (Johan Cruiff, Gigi Riva,
Michel Platini ...), come anche nel ciclismo, nel tennis, nella vela, in montagna
... ottenendo ottimi risultati fino dopo i trent'anni. Poi lo sport è cambiato
e si è passati dalla nicotina alle varie sostanze (compreso la coca in discoteca)
con cui il procuratore Guariniello, quotidianamente, a che fare.
E’ per ciò che siamo in costante disaccordo con i ministri, come il professor
Umberto Veronesi, che è convinto si debba vietare e infliggere una pena severissima
a coloro che non la pensano come lui. Non sconsigliare e dissuadere da quello
che fa male e provoca un morbo, ad es. il fumo (ma non solo), ma colpire
duramente, con una forma di proibizionismo stile anni '30, i vizi degli altri,
del prossimo estraneo. Però non si deve né proibire né scoraggiare tutto
ciò che fa bene alle tasche di alcuni come lo smog, l’inquinamento ambientale,
acustico, elettromagnetico, i cibi e le bevande industriali … per non parlare
di farmaci. Questi signori (dalle tasche ovviamente firmate) vivono in un
‘mulino bianco’, lontani dal traffico e dall’inquinamento, con bambini e
nonni al seguito, e hanno l’astuzia di non mangiare e bere quel che producono
nelle loro aziende; vi sono animali che fanno da comparsa, che danno il latte
e le uova, ma non certamente la carne (quella la producano in grande per
McDonald); hanno un piccolissimo (ed ipertecnologico) computer portatile,
che li tiene in contatto con il mondo, luogo in cui si muovono solo se ne
sono obbligati.
E noi qua in mezzo ad un universo totalmente inquinato, a sentirci vietare
il lardo di Colonnata, il formaggio di Fossa, la salama da sugo ... e un sigaro.
Fino a quattro anni fa facevo lezione al pian terreno in un’aula che apriva
le sue finestre e la porta su di una strada, fra le più inquinate d’Italia:
via Balbi a Genova (la via di comunicazione che, fra palazzi alti sei, o
più, piani e larga 8 metri e lunga un chilometro circa, collegava le due
parti della città con autobus, camion, motocarri, automobili e motocicli
…). Con le doppie finestre, sempre chiuse, era come far lezione in mezzo
a una strada normale (per farmi sentire dagli studenti usavo un amplificatore
da 180 W per canale). Ma a fine ora, la porta e le finestre venivano aperte
e allora entrava di tutto dallo smog al rumore.
Sull’ingresso di quell’aula c’era, enorme e ben visibile, un cartello che
comminava forti multe a chi fumava (e pensare che a quattro metri di lì passava
un universo di inquinamenti difficilmente descrivibile). Fino ad ora ho usato
l’imperfetto ‘c’era'; il fatto è che io ho cambiato aula, ma la situazione,
in via Balbi, è sempre rimaste quella.
Il professor Umberto Veronesi, noto oncologo e ministro della sanità, ha
precisato che il fumo fa venire i tumori. E' vero, lo sanno tutti! Qualunque
persona sappia leggere se lo vede ripetuto in ogni luogo. "Nuoce gravemente
alla salute. Proteggete i bambini, non fate respirare il vostro fumo", sta
scritto anche sui pacchetti di sigarette.
Ma sulle aule di via Balbi, il lungo serpentone delle facolta umanistiche,
cosa sta scritto?
Di non fumare! Come se fossero le sigarette ad inquinare una città! Oltretutto,
qualcuno ha posto l'Università (i giovani virgulti, orgoglio della nazione)
in un luogo dove un certo numero sicuramente li perderemo - "abiit ad plures"
- ma, dopo persi, di loro potremo dire: JJVOn oij qeoiv filou'sin apoqnhvscei
nevo". Colui che gli dei amano - scriveva Menandro - muore giovane).
La loro ipocrisia è talmente scoperta che sembra finta e simulata, ovvero
un inganno.
Ma allora, quando il cancro ti prende, sai già a chi dare la colpa. Ai tabagisti,
perbacco, per tabacco e per venere. Ma, poi, per fortuna, ci sono gli oncologi
e i farmacologi di regime, che con la chemioterapia ti salvano (per un 30%
al massimo, cioè quanto ti consentono l'ars medicatrix naturae e l'effetto
placebo). E se non ti guariscono almeno ti fanno entrare in dati statistici
effettivi e riconosciuti dall'Istituto Superiore di Sanità.
Ricordiamo tutti come la sperimentazione Di Bella sia completamente fallita.
Ma rammentiamo anche che il retinolo era scaduto (dai tre ai sei mesi) e il
solvente (acetone), che secondo il professore modenese non andava usato, era
utilizzato dall’Ente che preparava il farmaco per i malati sottoposti alla
sperimentazione (che il British Journal of Medecine ha dichiarato “quantomeno
affrettata”). E richiamiamo alla memoria che i pazienti accettati per la sperimentazione
erano tutti malati terminali già trattati con la chemioterapia, i quali
al più piccolo peggioramento venivano tolti dal metodo Di Bella. E nonostante
tutto ciò esistono ancora dei pazienti (già in sperimentazione) che continuano
a vivere. Ma sono un 20%, un dato statistico ininfluente.
Bisogna cambiare le cose! Ma noi non chiediamo tanto. Basta che non ci prendiate
per cretini, ci potete anche ammazzare. Almeno moriremo intelligenti.
Dove finiscono i rifiuti tossici? Ma nella spazzatura! E i fumi tossici?
Nelle ciminiere! I liquidi tossici? Nelle acque! E i residui, gli scarti,
le scorie tossiche? In bidoni abbandonati nei campi e ai bordi delle autostrade
… E noi dovremmo dare la colpa alle sigarette soltanto per un mondo completamente
attossicato e venefico.
Peccato che io abbia già smesso di fumare altrimenti avrei fatto il giuramento
di abbandonare il vizio quando il Ministro della Sanita avrebbe proibito
anche le altre forme di avvelenamenti.
Ma di sicuro non avrei vinto il concorsone antifumo.
3
Oggi primo giorno di scuola … ripensavo al mio maestro di seconda, così
buono, che rideva sempre con noi …
Il nostro [nuovo] maestro è alto, senza barba, coi capelli grigi e lunghi,
e ha una ruga diritta sulla fronte;
ha la voce grossa, e ci guarda tutti fisso, l’un dopo l’altro, come per
leggerci dentro; e non ride mai …
E’ la prima pagina di Cuore di Edmondo De Amicis: il libro sul quale sono
stati “educati” (per modo di dire) gli italiani dell’ultimo secolo.
Enrico Bottini (ragazzo di terza elementare che ha un padre, una madre e
una sorella che gli scrivono di notte e da casa, anche se l’E-mail e il cellulare
non erano ancora stati inventati) è l’estensore e protagonista della insulsa
vicenda fatta di direttori militaristi, da maestri integrati e minchioni,
da maestrine dalla penna rossa, di scolari citrulli ed altri già figli di
buonissime donne, da famiglie di muratori, carbonai, verdurieri che s’abbracciano,
si autoperdonano, piangono di riconoscenza sulle spalle di aristocratici,
di signori e di ricchi gentiluomini, e ancora di cadaverini senza nome (“quello
della prima superiore compagno di mio fratello”, almeno si fosse informato
su come si chiamava!), di ciechi melomani, di sordomuti che son solo sordi,
di poveri spazzacamini senza-famiglia, di vari portatori d’handicap … tutti
riuniti in un solo romanzo. Questo testo si distingue e si segnala perché
è del tutto privo di una risata allegra, di un sorriso di contentezza, di
una gaia ilarità. E sì che “questo libro è particolarmente dedicato ai ragazzi
delle scuole elementari” che, come tutti sanno, son nella età in cui il ridere
è come il correre e il giocare, il mangiare e il respirare, l’allegria è
il loro mondo.
Io spero che [di questo libro] – dice l’Autore - ne sarete contenti e che
vi farà del bene, ma come è possibile se le circostanze son traversate integralmente
dal grave, dal contegnoso, dal compunto, dall’accigliato, dal severo … e
mai da una sonora risata o quantomeno da un timido sorriso. Il maestro è
irrimediabilmente serio, “con la sua ruga diritta sulla fronte”; e insegnava
a tutti di non ridere mai, quasi ad esorcizzare quel maestro di seconda,
“così buono, che rideva sempre con noi”. Addirittura a Carnevale, epoca per
sua stessa definizione è dedicata al ridere, invece si piange e si singhiozza
per il pagliaccetto senza soldi e per la bimba che ha perso la madre. Il
muratorino (simpatico a tutti e quindi alla fine moribondo), che ha l’abilità
particolare a fare il muso di lepre, fa ridacchiare tutti con questa sua
smorfia, ma questo non è che un ridere di rancore contro il potere, contro
quel Nobis (che in terza elementare) sa far stare al loro posto tutte le
classi sociali (lo stesso maestro gli da del voi, mentre agli altri dà del
tu). Il Franti, come ha ben mostrato Umberto Eco, è l’unico che sa ridere
“dal di dentro” e quindi per non farsi accorgere sogghigna o sghignazza,
ma all’interno di sé si sbellica, si scompiscia, si sganascia per tutta
una serie di cose che da li a un secolo avrebbero fatto ridere i fans di
Woodie Allen, di Beppe Grillo o di Forattini, ma che nel 1880 erano maledettamente
serie: la carezza del re (quello che fa sparare sulla folla), il saluto alla
bandiera, i caduti e i reduci dalla guerra, l’amore per l’Italia, il padre
che s’ammazzo per il lavoro, il maestro e la mamma che soffrono troppo, …
“Agli occhi di Colui che tutto sa, - recita il Diario Minimo - il riso non
esiste, e scompare dal punto di vista della scienza e delle potenze assolute:
è chiaro: dal momento che di un ordine esistente si ha certezza e corresponsabilità,
dal momento che vi si assente dogmaticamente o vi si aderisce consustanzialmente,
quest’ordine non può essere messo in dubbio, e il primo modo per credervi
è di non riderne … Ma chi ride, per ridere, e per dare al suo riso tutta
la sua forza, deve accettare e credere, sia pure tra parentesi, ciò di cui
ride, e ridere dal di dentro, se così si vuol dire, se no il riso non ha
valore. … Chi ride deve dunque essere figlio di una situazione, accettarla
in toto, quasi amarla, e quindi, da figlio infame, farle uno sberleffo …
quello che esce indenne dal riso è valido, quello che crolla doveva morire.”
Questa è una delle più alte pagine di epistemologia dei nostri giorni. Anticonformistica,
paradossale e provocatoria alla Feyerabend! E’mai possibile che questa frase
(con tutta la vicenda che ben sappiamo di Jorge nel Nome della rosa) sia
stata scritta da un 'filosofo' finito nel calderone del CICAP di Piero Angela
e dei suoi giannizzeri e scherani, teatranti e guitti, nani e ballerine,
prestigiatori e illusionisti …? Oppure è il CICAP a farsi bello del nome
di alcune persone intelligenti, brillanti e acute?
Tutto è possibile se è intelligibile – diceva Leibniz ! Quindi anche che
una persona capace e intelligente sia localmente inetta e prenda per buone
alcuni comportamenti che normalmente avrebbe certamente rifiutati. “Quando
vi dico che c’è un’infinità di mondi possibili - scriveva nella Lettera a
Burguet del 1717 - intendo che non implichino contraddizioni, così come si
possono fare romanzi che non si effettueranno mai e che sono tuttavia possibili.
Per essere possibile basta che una cosa sia intelligibile".
Prendiamo ad esempio due trasmissioni RAI fra loro ipoteticamente congruenti,
ma realmente del tutto differenti: Quark di Piero Angela e La vita degli animali
del prof. Giorgio Celli.
Il noto professore universitario bolognese, insigne biologo ed entomologo
di fama mondiale, sa prendere la vita dal suo lato comico, è arguto e divertente,
gradevole e stimolante, affabile e spiritoso; i suoi servizi non sono una
semplice traduzione dall’inglese, ma un modo inedito e innovativo per trattare
l’argomento; il suo modo di presentarsi e di porgersi non è quello di un
freddo e villano “barone”, ma di affabile amico dei suoi allievi ovvero si
sforza di cercare di capire insieme la materia e di trasformarla in qualcosa
di divertente; non vuole la ‘divulgazione’ o la ‘volgarizzazazione’, mentre
esige la spiegazione dilettevole, l’esposizione attraente, la soluzione spiritosa
dell’argomento o del ragionamento; quel che un grande professore sa dare
ai suoi ascoltatori è un trattare la questione non rendendola volgare, ma
comunicabile.
Da un punto di vista politico non è mai stato con i grandi partiti, ma con
le persone; da sempre è ecologista, ambientalista e animalista (non radical-chic,
arrivista e machiavellico, ma concreto, realistico e determinato nelle sue
azioni).
E’ entrato in RAI grazie a se stesso (non con la DC e il Vaticano) e non
ha figli e nipoti da mettere a posto (per diritto ereditario). E da ultimo,
dà spazio a tutti, anche a quelli con cui non è d’accordo, perché crede profondamente
nella democrazia.
Il noto suonatore di pianoforte torinese (era con il grande Enrico Carosone),
come il maestro Perboni del Cuore, brilla di tristezza: “ha una ruga diritta
sulla fronte” e “non ride mai’(assomiglia ad un replicante).
E questo vuol già dire qualcosa!
Dal punto di vista accademico è un egregio “chi cazz'è”, ma vuole comparire
grazie ai suoi amici “universitari” (che lui stesso fa apparire nelle sue
trasmissioni).
I suoi servizi sono l’esatta traduzione di reportage americani che vengono
esibiti come unici (i leoni del Serengheti - con giraffe, iene, gazzelle
… - son stati riproposti per ore e ore ovverossia quasi in tempo reale). Il
modo di trattarli fa si che l’ascoltatore si sentirebbe cretino, come quando
il nostro parla di fisica atomica o di biologia molecolare, senonché si
discorre di animali e lo spettatore sa cosa vede.
Se fosse un professore universitario sarebbe un “barone”, con tutto il codazzo
degli assistenti, collaboratori, uditori postulanti e studenti. Da un punto
di vista politico egli lavora da sempre con RAI UNO (che da sempre è stata
legata al conservatorismo più torvo).
E’ convinto che in RAI valga il diritto ereditario per cui suo figlio Alberto
fa le tramissioni con lui, in attesa di succedergli (ma non è unico caso
nell’ambito della politica in cui il “nepos” entra senza concorso per ragioni
congenite e innate: ad es. la nipote di Ottaviano Del Turco - paleo-socialista!!!
- promossa a segretaria del ministro, suo zio, al Ministero delle Finanze).
E da ultimo attacca duramente quelli con i quali non è d’accordo facendoli
apparire come degli ignoranti, degli impreparati, degli incompetenti. Si veda
ultimamente come ha trattato i medici omeopati, lui che medico (o farmacista)
non lo è, ma "insolente e arrogante" si. "Una villania - diceva Schopenauer
- prevale e ha la meglio su ogni argomento, e, a meno che il nostro avversario
non replichi con una villania maggiore, siamo noi i vincitori, l'onore è dalla
nostra parte, e la verità, la conoscenza, lo spirito, e l'ingegno, debbono
fare fagotto, una volta sconfitti e messi in scacco dalla divina villania".
E' chiaro che noi non vogliamo replicare in tal modo.
In una Europa che accetta le medicine “altre” (omeopatia, agopuntura, fitoterapia
...), in cui le cure e i farmaci sono passati dalla mutua, in cui sempre di
più sono i medici-chirurgi e i farmacisti che fanno uso di terapie e di preparati
omeopatici e fitoterapici, arriva lui a usare di uno spazio pubblico (che
come s’è visti lui considera per usocapione privato) per attaccare arrogantemente
centinaia di migliaia di dottori in medicina e in farmacia come se fossero
degli imbroglioni incapaci (lui che non a niente a che fare con la medicina!
e neppure con "la verità, la conoscenza, lo spirito e l'ingegno").
Eppure la sua trasmissione ha ancora degli entusiasti ammiratori!
A mio avviso sono quelle persone che da bambini erano fanatici del libro
Cuore. Loro, come Enrico Bottini, son pronti ad amare tutti (eccetto Nobis
e Franti – la nobilta snob e il proletariato vero) purchè ognuno rimanga al
proprio posto. Perché son sicuri che gli “amici-di-scuola-ma-non-della-nostra-casta”
(come il buonissimo e sgobbone Garrone) li ritroveranno divenuti “macchinisti”
quando loro invece saranno (perdio!) “senatori del regno” (per quanto stupidi,
fannulloni e babbei, ma figli di qualcuno cioè hidalgo come Don Chisciotte).
“Je me presse de rire de tout, - parole che Beaumarchais metteva in bocca
al suo Barbiere di Siviglia - de peur d’etre obligé d’en pleurer” [Mi affretto
a ridere di tutto, per la paura d’esserne obbligato a piangerne].
Stanno per nascere anche in Italia (come negli States) i notissimi processi
contro le aziende produttrici di tabacco da parte di parenti lasciati e abbandonati
dallo sfortunatissimo ex-fumatore (dato che è morto o moribondo). E anche
se vince la causa, non ne potrà approfittare usando i soldi per altri vizi
ben più costosi e non letali.
Ma scusate, - si obbietta - sono almeno trent’anni che una persona sa che
fumando avrebbe avuto ottime probabilità di prendersi il cancro ai polmoni
o malattie vascolari e cardiache! Lo sapeva e lo ha fatto, salvo poi pentirsene
quando non c’era più nulla da fare.
Va subito detto che la nicotina non è cancerogena, ma è un veleno che da
dipendenza, permettendo alle altre sostanze cancerogene (catrame, cellulosa,
gas di combustione … ) di agire nel tempo. Quindi il diminuire la quantità
di nicotina è utile solo perchè si fuma di meno. La dipendenza dà profitto,
e questo inizia, generalmente, con ragazzi al di sotto dei 18 anni. Se qui
il problema è quello della tossicodipendenza degli adolescenti, allora le
cose cambiano: non si tratta di libertà di scelta (data la giovane età),
anche perché ad un certo punto non si torna più indietro.Un giovane che inizia
a 15 anni a fumare, assume tanta nicotina (e sostanze cancerogene) che a 40
anni diventa forse un poco tardi per vincere il problema della dipendenza.
Questo è il vero problema!
Ma che dire, allora, dell’eroina, della coca, dell’extasi, delle amfetamine,
… che sono vietate, ma basta andare in discoteca per rendersi conto “che più
si vieta – dice la Gerusalemme Liberata – uom più desia” (ed ottiene!). Potresti
trovare tutte le tabaccherie chiuse o durante un lungo sciopero che lasciava
senza sigarette i fumatori (come è gia successo negli anni 80 quando si fumavano
sigarette di stramonio per asmatici, perchè altre non ne esistevano), ma
le droghe pesanti sicuramente le trovavi. Ma questa è un altra questione.
Quantomeno vietiamo la pubblicità delle sigaretten dei sigari e del tabacco
da pipa! Questo in nome del fatto che son nocive! Oppure boicottiamole pubblicitariamente!
Ma non sui pacchetti di sigarette, tanto chi fuma se ne frega. Ricordo che
in Francia fu fatta una campagna contro il fumo dove su tutti i muri campeggiava
un manifesto che diceva: "Il fumo fa morire lentamente!" Un burlone, con
un pennarello, vi scrisse sotto :"Che me ne importa! Tanto io non ho fretta".
Ma bisognerebbe fare lo stesso per la birra, gli alcolici, il caffè e il
tè, i telefonini, i gelati, i dolci e le bibite industriali … (e altri prodotti
fanni male) che i bambini vedono sui media o nella pubblicità sui giornali
(solitamente legate ai loro idoli sportivi). E poi che cosa altro mettere
nel novero dei prodotti che utilizzano un linguaggio subliminale e perciò
danno dipendenza o cattivo uso? Ad es. le automobili (sono la seconda causa
di morte dopo l’infarto), le carte di credito (favoriscono il consumo e lo
sperpero), i preservativi (sono vietati dalla religione di stato) e i videogiochi
(sono contrari ad una normale vita di gruppo) …
La McDonald, per esempio, prende i suoi clienti all’età di tre anni e insegna
a loro una canzoncina (un jingle) che tutti cantano ben contenti di mangiare
i cibi riconoscibili nelle parole del vicino. Insomma li rimpinza di colesterolo,
di grassi, di cibi fritti, di hamburger e cheesburger, di bibite gassate
e zuccherose … finchè a venti mangiano solo quello che trovano da McDonald
e a quaranta si pigliano un bell’infarto.
A questo punto non ci resta da piangere!
Ma qui ci viene in aiuto il governo italiano a farci scompisciare dalle
risate.
Il nostro maggior produttore di tabacco è il Monopolio di Stato che dà al
Ministero della Finanza l’80% del ricavo delle sigarette, sigari e tabacco
da pipa (sotto forma di tasse, gabelle, tributi … ovviamente richieste anche
a tutte le Aziende Tabacchi Straniere). Esso (lo Stato) tiene per sé (il
Ministero delle Finanze) il guadagno del rimanente 20% (cioè il prodotto
impacchettato nelle scatole colorate). Quindi a differenza di quel che succede
in America, in Italia il maggior produttore di tabacco è il governo che ad
ogni pacchetto ci guadagna 4/5.000 lire di tasse e 700/1000 lire di ricavo
dalla vendita. E quindi, in un ipotetico procedimento giuridico intentato
da un fumatore, ammalato di tumore ai polmoni, succede che da una parte
lo stato (che gli fornisce il tabacco) è il maggior imputato e dall’altro
lo stato (che spende per curarlo) è uno delle maggiori parti lese nella causa
in giudizio. Una situazione quantomeno schizofrenica.
Ma c’è di più: la Casa Motociclistica Aprilia, corre i Gran Premi con il
marchio MS (cioè la marca di sigarette più fumata in Italia, che è anche
il nome del Monopolio di Stato).
Questo alla faccia della pubblicità nascosta. Nello stesso tempo il Ministero
della Sanità (badate bene che si parla sempre di quello italiano) ha dichiarato
guerra alle sigarette e il Ministero delle Finanze (sempre quello italiano)
ricaverà dalle multe comminate ai fumatori una cifra ben maggiore di quella
pagata all’Aprilia per sponsorizzare il fumo delle MS.
Forse le sigarette italiane non solo non fanno male, ma addirittura sono
benefiche!
E’ lo stesso teorema politico per cui l’antifascismo era un valore mentre
l’anticomunismo era un colpa!
“Chi ha il coraggio di ridere, - afferma Leopardi nello Zibaldone - è padrone
degli altri, come chi ha il coraggio di morire”.
4
Una fede può costituire una condizione vitale ed essere ciò nondimeno falsa
(F. Nietzsche)
Le verità accettate irrazionalmente possono far più danno degli
errori ragionati
(Thomas H. Huxley)
La scienza (la conoscenza in grado di garantire la validità o l’efficacia
dei propri procedimenti cognitivi) promette la Verità (o quantomeno la certezza),
mentre l’uomo s’attende la Felicità (o quantomeno il benessere). Tutto sta
a vedere se verità e felicità coincidono (o almeno se la certezza ti dà il
benessere).
Diciamo subito che si ha una verità (che può e deve essere comunicata agli
altri), mentre si è felici (evento assolutamente incomunicabile e personale).
Cioè, la prima va resa pubblica, diversamente sarebbe per gran parte inutile;
la seconda può e deve restare nel privato. Inoltre tutti sappiamo, per esperienza,
che dove c’è l’una, solitamente non v’è l’altra: dove c’è la scienza più
aumentano le sofferenze mentre dove c’è la fede si rimane, non si dice contenti,
ma perlomeno consolati.
D’altra parte sono due forme di attività molto diverse: una è fondata sul
dubbio che risolto ti dà altri dubbi, l’altra sul credere incontrovertibilmente
a un “indubitabile”, ossia a una verità innegabile. La verità per la scienza
è solo una continua eliminazione di errori, un avvicinamento alla certezza
con un procedimento all’infinito che vi s’accosta ma non la raggiunge mai;
per la fede è il "credere" (il cor dare, cioè, dalla radice indoeuropea *kred-dh
= cuore e *dhe = porre, dare).
La vita è costellata di verità o certezze che non avremo mai dovuto avere:
gravi malattie, lutti, rotture sentimentali, perdite economiche o anche solo
malanni, accidenti, litigi amorosi, passivi monetari che ci rendono la vita
triste, amara e dolorosa. Il fatto è che la medicina non può, davanti a delle
neoplasie con metastasi, far finta di niente e sperare che così come sono
venute scompaiano o la meteorologia non può di fronte a un’intera settimana
di pioggia, ininterrotta e continua, auspicare che i fiumi ci siano propizi
e non travalichino gli argini. Ma quando le sofferenze sono state previste
e dichiarate, la colpa si sposta sempre più su coloro che hanno fatto la
predizione. Invece, una sicura fiducia nel verificarsi dell’improbabile è
una garanzia di conforto: qualunque sventura ti capita rimane la speranza
che il tutto si ritrasformi in buona sorte.
La speranza stessa è ambigua: è fare un affidamento sicuro su un beneficio,
con ridottissima possibilità di accadere, facendo nulla per ottenerlo. Anzi,
più le probabilità dell’accadere di un evento desiderato diminuiscono (tendono
allo zero), più aumenta la speranza nella sua attuabilità. Invece la scienza
di fronte a simili eventualità dichiara che la circostanza, aspettata fiduciosamente,
è irrealizzabile (o almeno ha una probabilità così bassa che non mette conto
di attenderla).
E’ chiaro che la "realizzazione dell’impossibile" viene chiamato miracolo,
ma il nostro dizionario è troppo povero per poterne discutere e, oltretutto,
viene utilizzato in modo da generare malintesi e fraintendimenti. Miracolo
è un fatto eccezionale e inspiegabile: per la filosofia è un evento le cui
cause sono troppo complesse per poterle capire e per la scienza è un avvenimento
intellettualmente inconcepibile, ma storicamente avvenuto. Quando si realizza
l’impossibile, questo diventa certo, reale e oggettivo. Dicono i giuristi:
"Factum infectum fieri non potest" cioè "Quel che è avvenuto non può considerarsi
non avvenuto". Ma filosoficamente la cosa si ingarbuglia, ossia "tutto ciò
che è possibile si realizza, mentre ciò che non si realizza non è possibile"
(cfr. Aristotele, Met. 9,3, 1046 b 29 e sgg). L’argomento vittorioso (oj
kurieuvwn lovgo") afferma la necessità di tutto ciò che accade. “Da ciò che
è possibile, non può seguire qualcosa di impossibile. Ora è impossibile che
ciò che è passato sia altro da ciò che è stato. Ma se, in un momento anteriore,
fosse stato possibile qualcosa di diverso da ciò che è stato, dal possibile
sarebbe venuto fuori l’impossibile: dunque, ciò che è diverso da ciò che
è stato non era possibile ad alcun momento. Ed è per conseguenza impossibile
che possa accadere qualcosa che non accada realmente” (Epitteto, Diss., II,
19, 1; cfr. Cicerone, De fato, 6 sgg.). La Palisse e la filosofia vanno d’amore
e d’accordo.
Il fatto è che noi utilizziamo il linguaggio infinitamente meglio degli
animali, ma con più equivoci ed ambiguità; ad esempio la parola “potere”
(verbo modale seguito da infinito), da cui impossibile e onnipotente, sono
fra queste. Dire che un evento non sarà mai possibile vuol dire che non diverrà
mai reale o che una persona è onnipotente vuol dire che può fare tutto. Lasciamo
perdere le impossibilità logiche (tipo il circolo quadrato o l’attuale re
di Francia) e le antinomie (tipo il mentitore: se dice il vero allora mente,
ma se dice il falso allora dice la verità), ma prendiamo, invece, questo
problema: posso io stringere la mano di tutti i quattro miliardi di abitanti
attuali del pianeta? Una persona al secondo, per 12 ore al giorno (purchè
me li portano davanti), ci metterei 20 anni, per cui è possibile (a parte
la noia da politico-stringi-mani), ma gli uomini muoiono, allora la cosa
diventa impossibile. O ancora, è possibile per gli uomini, con le sole mani
e con il solo sforzo muscolare, sollevare un metro cubo di platino in condizioni
di gravità standard? Teoricamente sì, perchè per sollevare 22420 chilogrammi
bastano 224 persone che alzino 100 chilogrammi ciascuno. Ma dove lo trovano,
le 224 persone, un appiglio attorno a un metro cubo? Ce ne staranno 10-12!
La questione era già risolta dall’aver posto delle condizioni che di fatto
rendono impossibile in pratica ciò che sarebbe stato possibile in teoria.
Così come il termine “onnipotente” che, detto di un essere capace di costruire
una pietra così pesante da non essere in grado di sollevarla, ci lascia perplessi
e dubbiosi.
Ma questo è un paradosso, come quello: quanti numeri vi sono nella serie
di tutti i numeri ordinali ? Diciamo = w , che sarà un numero ordinale, ma
allora la serie di tutti gli ordinali sarà = w+1, e così via. Un paradosso
non lo si risolve, lo si dissolve.
Non è che il miracolo non potrà mai avvenire, visto che è inspiegabile:
un evento, che non ci aspettavamo e che non sappiamo spiegare, è avvenuto,
quindi è lapalissiano che poteva avvenire; il fatto che non lo comprendiamo
non cambia proprio nulla: non esistono solo eventi che conosciamo e che sappiamo
spiegare.
Se su cinque miliardi di abitanti del pianeta avvengono, diciamo, 1000 guarigioni
miracolose all’anno, siamo nell’ordine dello 0,0000001%, che non è quello
cui è chiamata la scienza nè a sperimentare nè a capire. Pensate che vincere
un miliardo alla roulette partendo da 1000 lire e giocando al raddoppio sul
rosso (ci voglioni 50 minuti), ha una probabilità è dello 0,000095%, mentre
il primo premio alla lotteria di Capodanno é 1/25000000, ossia lo 0,000004%.
Diversamente è il caso delle medicine ufficiali che, “dati alla mano”, funzionano
anche solo per il 10% dei malati, un dato molto basso, ma pur sempre significativo
(il rimanente 90% è addebitabile all’effetto placebo e alla vis medicatrix
naturae, due fenomeni ben lontani dall’essere oggettivati e spiegati, ma
comprensibili).
"No, la scienza non è un’illusione. – scrive Freud ne Il futuro di un’illusione
- Ma sarebbe illusione credere di poter trovare altrove quello che essa non
può darci". E’ questo l’autentico problema: se la scienza non può darti la
felicità, chi altro può dartela? La religione, la filosofia, la politica
…!? . La religione promette la felicità nell’aldilà, ma in questo mondo garantisce
solo la sofferenza, il patimento, il martirio … La filosofia l’ha confusa
con la saggezza, con la virtù, con la libertà … Kant dice che: “La felicità
è la condizione di un essere razionale nel mondo, a cui nell’intero corso
della sua vita, tutto avvenga secondo il suo desiderio e la sua volontà”(Crit.
R. Prat. "Dialettica", Sez. 5), il che è come dire che è l’attributo di rari
e pochissimi uomini (se pur ve ne sono!). La Costituzione degli Stati Uniti
la mette fra i diritti naturali e inalienabili dell’uomo, ma non ti dice
come ottenerla; ti dice solo che hai il diritto di ricercarla. Anche le ideologie
del 900 (nazismo, fascismo, comunismo, maoismo …) l’hanno accordata, solo
che chi non era d’accordo con quel tipo di felicità, veniva imprigionato,
torturato, ucciso (il contrario dello star bene).
"Secondo la mia opinione, - afferma lo storico Arnold Toynbee - la scienza
e la tecnologia non possono soddisfare i bisogni spirituali, ai quali tenta
di provvedere la religione, di qualunque tipo essa sia". Per fortuna che si
dice “tenta di provvedere”, ma a questo punto anche le discipline scientifiche
possono cercare di dare una mano, almeno "tentare di provvedere" alle parti
più materiali e fisiche di quelle necessità trascendentali e spirituali.
O no! Non possono per definizione.
"Il motivo per il quale la scienza riesce a dare risposta alle proprie domande
– è sempre Arnold Toynbee - sta nel fatto che queste domande non sono le
più importanti. La scienza non si è ancora occupata dei problemi fondamentali
della religione, oppure, quando lo ha fatto, non è riuscita a dar loro una
risposta veramente scientifica". Vediamole queste cose poco importanti e
quelle cui non è stata data una risposta veramente scientifica!
In mille anni le attese di vita sono raddoppiate. I re merovingi (si parla
di re, non dei loro stallieri) hanno una durata della vita fra i 37 e i 40
anni; oggi ci attendiamo 70-80 anni di esistenza. Però nel terzo mondo le
cifre sono rimaste esattamente quelle di un millennio fa. L’igiene e la profilassi,
assieme alle varie scoperte della medicina (vaccinazione, teoria batterica
delle origini delle epidemie …), hanno vinto quasi tutte le malattie contagiose.
L’uso degli antibiotici, dei sulfamidici, degli antisettici, delle antitossine
… hanno tolto letalità a certe malattie che prima erano mortali. Le malattie
dell’apparato cardio-vascolare e respiratorio, le artrosi, molte malformazioni
congenite e anche alcune neoplasie … sono oggi curabili (anche se non tutte
– e totalmente - guaribili). Abbiamo iniziato a vincere la battaglia contro
il dolore fisico con antalgici e analgesici (al punto che l’anestesia è un
fatto normale in operazioni chirurgiche). Una migliore tecnica agricola e
di allevamento ha sconfitto le carestie; anzi, dobbiamo disfarci del nostro
sovrapeso con stressanti sedute in palestra e in cucina ipocalorica. Viviamo
in case confortevoli con servizi igienici ed acqua potabile, sistemi efficienti
di fognatura, riscaldamento e aria condizionata e tutti i confort … Ma tutto
ciò solo nell’Occidente industrializzato (e anche qui, non per tutti).
Eppure il forte aumento della popolazione è il problema più immediato e
il pericolo più inquietante e serio dei nostri tempi. Il fatto è che le nazioni
più progredite (scientificamente) sono quelle che più tengono controllato
il tasso delle nascite. Anche se non ci sarà la guerra nucleare, se neutralizzeremo
il buco dell’ozono, se impareremo a economizzare le risorse naturali, se
debelleremo l’inquinamento, se vinceremo la battaglia in tutto il mondo contro
la povertà … verremmo comunque inevitabilmente distrutti in un centinaio
d’anni se non controlleremo il tasso d’incremento delle nascite. Si è calcolato
che, all’attuale tasso di crescita, nel 2400 la massa degli abitanti sarà
uguale alla massa della terra (ma basterebbe non solo che il numero degli
uomini fosse uguale alla superfice della terra, perché non vi sarebbe più
posto per nessuno, basterebbe una persona ogni metro). Ed è pura fantascienza
l’idea delle città sotterranee e sottomarine, dove si usano culture idroponiche
con abitanti estremamente felici. E anche con i viaggi nello spazio siamo
arrivati solo davanti all’uscio di casa (il sistema solare).
Ma chi è che non vuole che il tasso di natalità pareggi il tasso di mortalità
o quantomeno che la popolazione non abbia una crescita esponenziale? Non
certo la scienza che ha trovato diversi sistemi contraccettivi: la pillola
o associazioni estro-progestiniche che inibiscono l’ovulazione, il preservativo
e il diaframma (ad azione meccanica), la spirale (Intra Uterine Device),
le creme e le sostanze spermicide o addirittura il legamento delle tube e
la vasectomia (ma anche la poco scientifica “retromarcia” vicina all’onanismo).
Ce n’è per tutti! Ma chi non usa i metodi antifecondativi può farlo, basta
che poi curi amorevolmente i suoi figli! Però non volere la contraccezione
non per sé, ma anche per gli altri, è un fatto quantomeno curioso. Si è passato
un mese di polemiche a parlare della “pillola del giorno dopo” (che funziona
esattamente come la spirale perchè impedisce all’ovulo fecondato di annidarsi),
perché un monsignore “bioetico” di regime ha dichiarato ch’era come “fare
un aborto”(tirandovi dentro nella polemica un cardinale, una decina di vescovi,
un centinaio di associazioni "molto religiose"). Al punto che alcuni farmacisti
"cattolici" hanno dichiarato che non l’avrebbero giammai commercializzata,
ma dopo che a loro è stato ricordato che in tutta Europa i farmaci da banco
erano venduti anche nei supermercati (e in Italia ci si poteva adeguare alla
CEE) hanno deciso di attuare una fermo e sereno confronto di opinioni (cioè
di non farne nulla).
E queste sarebbero le domande importanti che esigono delle risposte scientifiche?
Ho sentito affermare che la donna, che abbia preso quel particolare farmaco,
vive psicologicamente "la pillola del giorno" dopo come se avesse compiuto
un aborto. Ma sanno cosa dicono! Sanno che cosa capita ad abortire dopo il
terzo mese, non il giorno dopo ...! In America ci sono state minacce di morte
ai ginecologi che praticavano l’aborto legale e terapeutico e alle donne che
lo richiedevano da parte di chi era "per la vita".
E’ verissimo che i governi occidentali non fanno niente per far smettere
le guerre, finire la fame, ridurre le malattie, vincere il sovraffolamento,
combattere l’inquinamento e i gas nell’atmosfera ... che son tutte cose antieconomiche
solo a pensarle! Ma almeno per le cose che non ci costano (i preservativi
contro l’AIDS e la sovrapopolazione) lasciamo che li usino (anzi insegniamo
loro ad adoperarli). Lo sapete che esattamente la metà della popolazione,
in alcuni paesi dell’Africa, dopo l’età dello sviluppo, diventa sieropositiva?
Che molti abitanti del Brasile muoiono intorno ai venti anni nelle favelas
a raccogliere spazzatura? Che i ragazzi della Romania vivono e muoino nelle
fognature? Che molti bimbi orientali comiciano a lavorare a 4-6 anni? Che
bambini dell’ex impero sovietico sono usati come magazzini di organi per impiantarli
su i più "fortunati" bambini che possono pagare? Ma queste sono alcune delle
domande "importanti" che sia la scienza che le religioni si guardano bene
dal porsi. "Fra la religione e la scienza non esistono parentele, - dice
F. Nietzsche, in Umano, troppo umano - amicizia o inimicizia, esse vivono
in sfere diverse". Ma non così diverse da non capire che andiamo verso la
distruzione dell’umanità.
Questo alle religioni può andare anche bene, tanto Dio ci potrà ospitare
in un altro luogo. Ma alla scienza questa non pare una terribile sconfitta?