Sei quel che mangi o come stai a tavola?





Commestibile: Buono da mangiare, sano e digeribile come un verme per un rospo, un rospo per un serpente, un serpente per un maiale, un maiale per un uomo e un uomo per un verme. (Ambrose Bierce, The Devil's Dictionary, 174)

 
Vi è un vecchio proverbio che in tutti i vernacoli enuncia: “Tutto quello che non intozza, ingrassa”, ovvero “Tücc coss che pasà, ingrasà”, che tradotto in lingua italiana diventa: “Quel che si inghiotte e lo si manda giù, fa bene” (in spagnolo è più forte: "lo que no mata, engorda”, “ciò che non ammazza, impingua”). Ossia ciò che è digeribile, assimilabile biologicamente è salutifero e fortificante. E tuttavia c’è un abisso tra il “non intozzare” e il “mangereccio” (tra quello che passa e il cibo) al punto che il vero modo di dire popolare sarebbe il lapalissiano: “Se non strangola, passa e quindi ingrassa”,  mentre è meno evidente o tautologico se diventa: “Tutto ciò che è commestibile, allora è digeribile”. Cosa vuol dire “è commestibile”? E’ un termine derivato dal latino comedåre = mangiare (èdõ in greco). Il cibo è definito dalle varie colture  come “ciò che si mangia per nutrirsi”, ma a parte la cellulosa e i sassi (su cui sono tutti d’accordo - o quasi  - perché la bocca e l’esofago li rigettano e lo stomaco e l’intestino non li digeriscono ) vi sono degli “alimenti” per alcuni appetitosi e per altri disgustosi; questi sarebbero biologicamente digeribili, ma sono “cattivi da pensare” e quindi neppure avvicinabili alla bocca, nonostante siano mangiabili, di facile digestione ed assimilabili (ad es., derrate che contengono proteine, enzimi, lipidi, glucidi, vitamine, sali minerali ... fondamentali per l’uomo e quindi digeribili, gustosi, non tossici e dal punto di vista della chimica umana edibili, ma “culturalmente” non commestibili). Purtroppo il termine “edule” (il mangiabile) non rappresenta un “dato di fatto” universalmente “verificato” e “verificabile”, ma rimanda addirittura al come stanno le cose per un individuo o alcuni singoli o gruppi di persone, presi in determinati spazi geografici e in specifici tempi storici, in culture e civilizzazioni più o meno ampie. L’oggettivo, come dice la parola, è quel che si riferisce all’oggetto della conoscenza, mentre in questo contesto si parla solo di soggetti e per di più circoscrivendo l’ambito all’alimentazione differenziata dal cibo (che, come si sa, è qualcosa in più).
L’esecrazione degli Indu nei confronti di chi macella e mangia la carne di bovino ha origini storiche: i Veda, il popolo che dominò la parte settentrionale dell’India dal 1200 all’800 a. C., praticava il sacrificio rituale che finiva in grandi banchetti di carne e la loro casta sacerdotale, i Brahmani, vigilava attentamente sul tipo di animale che veniva macellato e i bovini erano fra questi. Quando fra il VI e il V secolo a. C. venne il Buddha, con le sue dottrine contro l’uccisione degli animali e il suo ricorso alla meditazione e alle buone azioni come strumenti di salvezza, allora l’induismo dovette diventare (ci volle però un millennio) quel che è oggi: il protettore del Bos Indicus cavalcato da Krisna. Non è soltanto però per ragioni polititiche-religiose, ma anche naturalmente economiche che non si mangiano i bovini: la vacca ti dà i vitelli che diventano tori da riproduzione, vacche da latte e buoi da lavoro e tutti insieme concimano. Anche la Grecia antica visse la medesima esperienza nei riguardi del sacrificio del bue da lavoro (come già abbiamo fatto vedere) . Gli Ebrei hanno nell’Antico Testamento una fonte inesauribile di carni immangiabili e anche se il maiale è il più immondo e inavvicinabile, i cataloghi del Levitico 11 e del Deuteronomio 14, 4-21 citano un centinaio di specie di animali non edibili fra quelli che stanno sulla terra, nell’acqua e nell’aria, tanto che si fa prima a dichiarare quelle mangiabili e, anche queste, solo se sono senza difetto e a certe condizioni di macellazione e di uso alimentare (ad es. mai la carne con il latte ...). Per gli Israeliti ogni cosa deve essere al suo posto e il maiale non è un ruminante, ma ha lo zoccolo fesso e l’unghia divisa; il cammello e la lepre, che ‘ruminanti’ lo sono, non hanno però lo zoccolo fesso e quindi sono vietati; la talpa e la lucertola un po’ stanno sotto terra e un  po’ sopra, le rane stanno dentro e fuori dell’acqua, il pipistrello sta nell’aria, ma è un quadrupede: tutti sono un abominio come i serpenti e i vermi che ‘strisciano’, come il topo, i pesci privi di pinne e di squame, gli insetti alati con quattro zampe non saltanti e gli uccelli che la Bibbia mette in una lista fortuita e incomprensibile ...  Da ciò si vede quale ‘scienziato’ naturalista (non-linneano) abbia scritto queste pagine! Gli Islamici – di solito più laconici e sintetici – proibiscono, nel Corano, soltanto il porco, gli animali morti e il sangue (i cibi che non piacevano a Maometto sono sconsigliati). Il Nuovo Testamento non proibisce alcuna cosa come non mangiabile: “... tutto quanto entra nella bocca passa nel ventre e va a finire in una latrina, ma è quello che esce dalla bocca e che viene dal cuore è quello che contamina l’uomo” (Matteo 15.11). E’ tutto così chiaro che non ha bisogno di esegeti (cioè coloro che spiegano l’evidente e il comprensibile con il confuso e l’oscuro).
Diversi popoli mangiano la carne di cavallo, esecrati da chi è ignaro del fatto che, a seconda dell’andamento dei prezzi, la carne equina viene inscatolata come cibo per cani o fornita ai benestanti ex-consumatori della mucca pazza preoccupati del prione, particella infettiva solamente proteica, che porta il morbo di Creutzfeld-Jakob. Pasteggiare a ciccia di cane, cosa che da noi viene aborrita moltissimo, per i cinesi è perfetto da pensare e da mangiare, tanto che il cane è detto con una perifrasi “capra senza le corna”. Nell’antico Egitto i canidi erano onorati come Anubi, nella Persia zoroastriana erano adorati e a Roma è una lupa a far da balia ai gemelli, ma nell’Islam erano indegni di attenzioni e gli ebrei nel targum dello Pseudo Gionata raccontano che Esaù prepara un cane per il padre Isacco  il quale se ne ha parecchio a male dato che gli giunge un odore simile al fuoco della geenna.
Ma nel nostro mondo dove ci si disgusta per gli orientali e ci si scandalizza della “fame di carne” (o di “cadaveri” come dicono i vegetariani) non turba poi tanto la dieta dell’amico dell’uomo (messa insieme da “esseri umani” che non vogliono fermarsi alla 'roba' nelle scatolette). Per esempio http://www. mangiaredacani.it/ presenta una cinquantina di ricette per la bestiola a base di puledro, di oca, di maiale, di fegatelli vari, di tonno, di piccione, di vitello, di quaglia ... mancano però i cani nel menu, istruiti come siamo del fatto che “cane non mangia cane”. Il gatto è un altro animale da compagnia (con una dieta da buongustaio) che nelle pubblicità televisive deve avere una confezione di Gatto Net, Gourmet Gold o di Friskies Gourmet o simili che “forniscono al tuo gatto tutto quello di cui lui ha bisogno per una nutrizione sana ed equilibrata”; e “come non resistere al meglio” e cioè al tonno rosso di Sicilia, al salmone di Scozia, ai bianchetti del Mediterraneo  (si veda ad es. http://www.gourmet-cat.it/).
Ora, in campagna (ma, a quanto ne so, anche in città), ai gatti gli si lasciava prendere i topi e gli uccelli, gli si davano avanzi di pesce e di carne e una zuppa di pane e latte. Ma lo zar Nicola I di Russia, il “gendarme d’Europa”, faceva servire al suo gatto caviale affogato nello champagne, carne di ghiro francese, burro non salato, panna, uovo di beccaccia sbattuto e sangue di lepre! Vuoi che per “democrazia o sovranità dei cittadini” (e a ben due secoli di distanza dal decadente zar) anche tu non possa dare al tuo animale da compagnia  ¬- il tuo pet - un menù da Vissani e da Marchesi!
Ma anche dai pesci rossi al boa costrictor, dai coniglietti alle tartarughe, dai piccoli roditori agli uccelli si sono pensate diete ad hoc. Si obietterà che il serpente mangia di solito i roditori, le tartarughe i gamberetti, alcuni uccelli si nutrono di grilli e di bruchi, le lucertole amano le lumache ... non ci sono problemi! La Pet Point da Treviso vi spedisce tutto facendovi solo presente che se avete problemi con il vostro boa costrictor, ma anche con il pitone reale, perchè mangiano solo topi, galli, maialini, cani e cerbiatti vivi (secondo le dimensioni) allora potreste allevare altri rettili che gradiscono anche prede scongelate. Oltre ai “prediletti beniamini” vi sono dunque anche gli animali da pasto: un grillo a meno di €.1.50, una tarma della farina al costo di €. 2, una lattina di pollo e gamberetti a €. 0.95, o una di  tonno e uova a €.  0,95, un ratto per il serpente a €. 2 ... Ho riportato i prezzi più bassi che ho trovato (il ‘gourmet’ sarebbe troppo costoso anche - semel in anno - per la mia tavola: 20 euro per la Suprème gelée all'orata accompagnata da una Birra al manzo a 3 euro alla pinta). Per fortuna esiste una dieta vegetariana e una vegana per gli animali da compagnia meno costosa, ma sempre un po’ troppo se confrontata con il reddito pro capite di un abitante del terzo mondo che si aggira da 1 a 3 euro. Ma di questo parleremo un'altra volta; ricordiamoci però che le cifre sono davvero enormi: l’Italia spende ogni anno per i quattrozampe (dati Eurispes di questo mese) 4,7 miliardi, di cui 1,2 miliardi per farli mangiare, ossia 1.825 euro all’anno o 150 euro al mese). Pensiamo che il PIL pro capite va dai $64.193 della Norvegia ai $107 del Burundi (e l’Italia sta al 19° posto con $30.200 dove gli stati che raggiungono la cifra di $5000 sono al 60° posto e quelle che stanno sotto ai $1000 sono dal 125° in giù).... Dunque gli abitanti dalla Repubblica del Congo all’Honduras potrebbero costare come uno dei nostri animali da compagnia, gli abitanti di Stati dallo Zimbabwe alla Etiopia invece come 1/20esimo di questi. Provate ad allevare un cane (come questa parte del popolo del Terzo Mondo) con meno di 0,20 centesimi al giorno ... è la fame! E’ da mezzo secolo che il mondo europeo e nordamericano non hanno più paura della fame, ma dell’alimento nocivo; la carestia e il suo fido compagno, l’inedia, non abitano più da noi (ce le siamo dimenticate), per cui la nota invocazione “A fame, a morbo, a bello libera nos Domine” è diventata: “dai pericoli del cibo, che ci dai in sovrabbondanza, liberaci o Signore”, mentre il Padre Nostro potrebbe cambiare in “dacci oggi le nostre calorie bilanciate, a noi e ai nostri beneamati animali da compagnia, ... e salvaci dall’obesità e dal colesterolo”.
Pensate, però, a quanti bambini del Terzo Mondo si sfamerebbero se i nostri animali da compagnia non li “strafogassimo” e li rimpinzassimo (come peraltro facciamo con noi stessi), ossia se continuassimo a nutrirli normalmente ... Ma cosa vuol dire ‘normale’ in questo mondo? Rifacendomi a Freud nel Breve compendio di psicoanalisi dovrei dire: “Il confine tra normalità  e anormalità non è definibile scientificamente ... ha solo un valore convenzionale” ed è una “convenzione” anche quella che accorda i diritti degli animali, di cui il primo è quello di essere “quel tipo di animale” e non un giocattolo nelle mani di un uomo eterno bambino (che passa indifferentemente da un balocco per svagarsi a un prodotto di profitto per essere dovizioso). Il cane da caccia, se si poteva, lo si nutriva anche a carne (non della cacciagione però!) e il mio gatto rubava quasi sempre il pesce che avevo appena pescato e, per quanto ci pensi, il termine “anormale” come offesa non mi veniva proprio; usavo quella di ‘bastardo’ e ‘ladro’, ma adesso dovrei usare quello di buongustaio e di gentil gatto (e per il cane di gentle dog) .
Il simpatico felino, detto con un eufemismo “lepre da tetti” (molto amato dai vicentini, ma non per la sua avvenenza), è egli pure mangiabile (magari spergiurando, come erano soliti fare gli osti, che era coniglio o lepre), come la tartaruga delle Isole Tremiti e le rane del Vercellese, il ghiro nell’olla e il porcospino alla zingara.
Pensiamo anche ai cibi più stomachevolmente-appetitosi d’Europa: nel Biellese il brodo di mirauda, Coluber viridiflavus, il serpente più diffuso in Italia usato nel risotto; a Roma la paiata, quella parte dell'intestino di manzo denominato "duodeno" che comprende il chimo, una sostanza ‘molto saporita’, ma a ben pensarci un poco disgustosa; in Sardegna u casu marzu, il famoso formaggio marcio con i vermi o le larve prodotti dalla mosca casearia, e su callu, la crema di latte fermentato nello stomaco dei capretti; in Maremma si usa il merdocchio (nei paesi nordici Schnepfedreck), ossia le feci (non il passato prossimo del verbo fare) della beccaccia, principale ingrediente del patè venatorio chiamato appunto in questo modo e spalmato sui crostini di pane abbrustoliti nell'aglio; in Sicilia il lattume, ricavato dalle gonadi del tonno (in parole povere lo sperma di colore crema che viene consumato tagliato a fettine e condito); in Francia il retto di maiale ripieno (non vi dico di cosa perché sono già prossimo al dar di stomaco), le fois gras (ottenuto da oche immobilizzate e rimpinzate di cibarie fino alla nausea) e le classiche escargots (lumache) e l’ortolano (o il beccafico, di cui è proibita la caccia); in Spagna le rabo de toro al vino (che poi sono i testicoli con cui si fa anche la cima alla genovese ed altre specialità italiche, dalla finanziera allo zimino, che prevedono gli attributi del toro, del puledro, del montone, del gallo ... e qualsiasi altro che li abbia); nel Nord Europa le uova di pesce, dal caviale di storione Almas (venduto in scatole d’oro a € 24.000 al Kg.) all’aringa e alla bottarga (batarek in Turchia o poutargue in Provenza) molto più avvicinabili economicamente, ma in Lapponia si fa l'estratto in brodo del pene del maschio di renna (afrodisiaco, basta non pensarci!). E poi  troviamo l’haggis, il tradizionale pasto degli highlander scozzesi (già utilizzato dagli Sciti e descritto da Omero), una specie di mortadella fatta con le interiora, grasso e carne dell’ovino dove si utilizza  lo stomaco dell’animale come pentola di cottura), mentre in Islanda ci sono ’hákarl, carne di squalo putrefatta, o l’hrútspungur, testicoli di montone tenuti a bagno nel siero di latte e poi schiacciati fino a dargli la forma di una torta. Tutta roba al cui confronto il garum dei Romani, la tradizionale salsa con le interiora putrefatte di vari pesci, diventa appetibile e stuzzicante , come anche le mammelle e la vulva di maiala e di mucca, che lavate per bene possono far parte dei componenti della ‘normale’ trippa. Ma il massimo è il kopi luwak, il risultato della digestione e della defecazione di un mammifero indonesiano il cui nome scientifico è luwak (il termine kopi lo lascio a voi). Il fatto è che questo ‘caffè cioccolatoso’ che sta spopolando nella Milano-in è fatto con la deiezione di questo incrocio tra una puzzola e uno zibetto. E per allettanti vivande di casa nostra, al momento è bastante.
Ma il mondo è molto più vario e “avariato”: c’è il Fugu, un pesce palla nipponico altamente tossico, contiene la tetradocsina (che è micidiale ad una dose di 2 milligrammi); questo onorevole Tetraodontiforme, la cui tossina risiede nel fegato, nella pelle e nelle ovaie (e dio sa dove!) può uccidere 30 uomini che non credevano che la sostanza fosse 1250 volte più letale del cianuro (però buono da morire!), ci sono i guzanos messicani, saporiti vermi biancastri che si nutrono esclusivamente di agave, sfrigolati alla piastra (è lo stesso verme che accompagna il mezcal e che si offre all’ospite d’onore), mentre il cuitlacoche (termine di origine nàhuatl: cuitlal “escremento” e cochtli “dormiente”) sono dei piccoli funghi neri, prodotti dalle pannocchie di mais quando marciscono che poi vengono abbrustolite, e la 
chilate è l’iguana preparata con cacao o marinata con tortillas. In Oriente (dove si cucinano insetti, topi, cani, serpenti, pinne di pescecane, zampe d'orso, scarafaggi, vermi, nidi di rondine...), troviamo il pene di tigre che viene mangiato come afrodisiaco (usanza oggi in via di abbandono non si sa se per l’estinzione del grande felino o per via del Viagra), il caviale di formica, una vera prelibatezza tailandese, il sangue di cobra ancora vivo, una raffinatezza indonesiana, lo stufato di topo con fagioli neri, una ghiottoneria cinese, gli scarafaggi fritti dello Sri Lanka e la frittura di tarantole, ricoperta di zucchero e aglio, ma anche pelle di vipera fritta con il suo sangue mescolato con vino rosso, lo stomaco dell'oloturia (le viscere espulse dall’ano che vengono in seguito rigenerate), servito con una salsa a base di soia, vino di riso e sakè, l’aragosta viva (nessun centro vitale viene leso e continua a muoversi mentre la si mangia, come accade con il cervello di scimmia). Ma non sia mai che dimentichiamo l’Africa (sono poveri, ma hanno classe e ricercatezza in cucina): il topo allo spiedo, con tanto di peli e coda, del Malawi, la Masonja, verme che vive sull’albero di Mopani ed è il piatto nazionale del Botswana (che si può mangiare nature, cioè vivo, oppure fritto), le chenilles en papilotte, involtino di bruco dell’Africa centrale, le larve di scarabeo tostate, le cavallette e il shuku, piatto a base di termiti fritte del Sudafrica etc... etc...
E non so se Hannibal the Cannibal sia stato l’eroe eponimo di questa saga del disgusto orripilante o l’ultimo dei fedeli seguaci. Diceva tuttavia A, Bierce: “Cannibale: Un gastronomo di vecchia scuola che conserva gusti semplici e aderisce alla dieta naturale del periodo pre-porco”.
“La variabilità delle scelte alimentari umane – nota giustamente C. Fischler – procede forse in gran parte dalla variabilità dei sistemi culturali; se non mangiamo quel che è biologicamente commestibile è perché non tutto ciò che si può mangiare è culturalmente commestibile”
L’uomo non è un animale onnivoro – come il ratto, il maiale, lo scarafaggio –, sebbene il suo apparato digerente sia in grado di assimilare sostanze nutritive di provenienza sia animale che vegetale (e anche minerale); mangia solo ciò che la sua “cultura” gli consente. A differenza del serpente che deve mangiare i topini vivi o del cavallo che deve mangiare la biada, l’uomo “falsamente-onnivoro” non mangerà mai una bistecca di manzo se induista, una braciola di maiale se islamico, una lepre in salmì se ebreo, uno stufato di cane se europeo, un puledro se americano, un branzino o un’orata se vegetariano, una parmigiana di melanzane se vegano ...  ma anche quel che non gli piace, lo disgusta e gli fa schifo come quelli che mai metterebbero in bocca delle lumache, un piatto di trippa, il gorgonzola e il camembert, o gli fa male come il latte come i lattasi deficienti o il glutine ai celiaci, i funghi per i micofobi ... senza andare a disturbare vermi, larve, serpenti, topi ed anche frutti dall’odore sgradito. In altre parole: l'insieme delle conoscenze, dei valori, dei costumi, delle usanze, dei modelli di comportamento, delle attività materiali ... che caratterizzano il modo di vita di un singolo uomo all’interno del proprio gruppo sociale sarà esattamente quello che gli dice come comportarsi con il cibo. E’ l’umanità nel suo complesso (quindi un’entità astratta) a mangiare tutto, ciò che è digeribile anche ciò che da un punto di vista religioso, etico, politico ... è scorretto, sconveniente, incivile, immorale ... ciò che non fa bene, ciò che è indigesto, ciò che dà la nausea, ciò che è escrementizio ... Il “cattivo da pensare” o il “culturalmente cattivo” fa diventare il cibo “disgustoso, indigesto, rivoltante, ossia immangiabile o non edibile. Certo la vacca, avendo il rumine, non può mangiare i salsicciotti con la senape o la tigre, che è carnivora, non può essere convertita a mangiare funghi con patate ... ma loro – si sa! - sono animali!
E’ ancora la Cina ad ammaestrarci con un suo famoso proverbio: “Tutto ciò che si muove, è commestibile per l’uomo“.
Il movimento o kìnesis – dice Aristotele nella Fisica (III,1, 201 a 10) - “è l’entelecheia di ciò che è in potenza”, ossia l’atto perfetto o la compiuta realizzazione della dùnamis. Quindi se ti muovi da solo, e per forza tua, hai la vita o meglio nella tua vita – dicono i Poeti - c’è la presenza del dio. La vita (lo Stagirita non fa distinzione fra animale o vegetale, a parte il diverso modo di locomozione ed il tipo d’anima) è “il principio tale per cui (coloro che vivono) subiscono aumento o diminuzione nelle direzioni opposte” (De Anima II, 413 a 27). Certo che le differenze ci sono, ma sono di “coscienza” non di “spirito vitale”.
Il “mangiare con” o “condividere la parte debita” (dais è il banchetto – cibi, bevande, gesti, musica e parole ... – ma anche quel che ti è dovuto dalla sorte, daitos ad esempio è il posto a tavola, le parti che devi mangiare, da quale coppa puoi bere ... ). L'avestico "aeta" (il greco è aisa, da cui aitia la causa ) significa "parte dovuta" nel senso di destino (quel che ti tocca). Non cieca fatalità, ma rigida necessità: la colpa è causa della pena o, per meglio dire, dall'effetto (pena) è possibile risalire alla causa (colpa). Diaitao (condurre l'agire in un certo senso) comporta l'aitia (la parte che ti è spetta e che a te si impone). Singolarmente, i due concetti di aitia (causa) e dike (giustizia) convergono verso la coppia monosemica di "ciò che a ciascuno spetta (dike) - la parte che da ciascuno si esige (aitia)".
Dei suoi dei il greco sa bene che: “Essi non mangiano pane, non bevono vino di fiamma, non hanno sangue: perciò sono chiamati immortali” . Ma sono ingordi di carne dei sacrifici, di cui però godono (terpein) solo del profumo e nutriti d'ambrosia, di nettare, di incensi e di fumi al posto del pane, della carne e del vino hanno in più degli uomini solo l'a-thanasìa e l’eterna giovinezza, connesse entrambe soprattutto a ciò di cui si nutrono. Plutarco afferma, infatti, che per gli umani (brotòi): “Il cibo non è solo un modo di vivere, ma anche un modo per morire”
Ma il banchetto è, per il mondo greco arcaico, essere a pranzo con gli dei o meglio il condividere (daio, da cui il convito, dais) lo spazio dove si trattengono le divinità a ricevere le offerte degli uomini e gli uomini a banchettare (che non è un mangiare ma è un con-vivere).
Però – per giove -  a tavola bisogna saperci stare!