Gli automi e l'identità dell'uomo
Paolo Aldo Rossi
- Storia del Pensiero Scientifico - Dipartimento di Filosofia -
Università degli Studi di Genova
"Non si da alcuna differenza fra le macchine costruite dagli artigiani e
i diversi corpi che la sola natura compone se non questa: che gli effetti
delle macchine dipendono solo dall'azione di tubi o molle o altri strumenti
che, dovendo avere qualche proporzione con le mani di coloro che li costruiscono,
sono sempre così grandi da far loro apparire visibili le loro figure
e i loro movimenti, mentre invece i tubi e le molle che producono gli effetti
naturali sono generalmente troppo piccoli per poter essere percepiti dai
nostri sensi"
(R. Descartes - L'uomo )
"Occorre altro ... per provare che l'uomo non è che un animale ossia
un insieme di molle che si caricano tutte, le une con le altre, senza che
si possa dire da quale punto del cerchio umano la natura abbia cominciato
... Concludiamo dunque coraggiosamente che l'uomo è una macchina e
che in tutto l'universo c'è una sola sostanza diversamente modificata"
( J. O. Lamettrie - L'uomo macchina)
Premessa
Fin dai tempi di Descartes e di Lamettrie il pensiero occidentale aveva incominciato
a teorizzare l'ipotesi che gli uomini fossero macchine. Le antiche "magie"
meccaniche di Erone e di Archita, gli artifizi tecnici degli arabi, i congegni
computistici di Raimondo Lullo, gli jacquemarts medievali, le statue mobili
dei giardini rinascimentali ed in seguito gli ingegnosi automi ad orologeria
di Vaucanson avevano suffragato tale idea che, però, s'era ben presto
dimostrata inadeguata in quanto lo schema del meccanicismo cartesiano non
poteva spiegare le funzioni chimiche dell'organismo vivente. Fu quindi ai
tempi di Newton e di Laplace che, superando le barriere poste dalla fisiologia
vitalistica, si incominciò a considerare l'uomo come una macchina
termica, mentre la termodinamica di Joule e Carnot in particolare e la meccanica
ottocentesca in generale avrebbero fornito un modello presunto capace di
fungere da condizione di completa intelleggibilità della natura e
dell'uomo. Ma se da un lato, le ben note difficoltà poste al meccanicismo
ottocentesco da Gibbs, Maxwell e Boltzman demolivano l'illusione di spiegare
tutta la natura in termini meccanici e davano avvio alla ricerca di un modello
non più deterministico, ma probabilistico, dall'altro, la teoria dei
sistemi omeostatici a livello biologico inaugurava con C. Bernard, P. Richet
e W. B. Cannon una nuova fisiologia per la quale il modello meccanicistico
risultava superato. In ogni caso fu proprio la nascita della teoria del controllo
e della comunicazione nell'animale e nella macchina a far emergere l'assoluta
inadeguatezza dell'equazione uomo- automa costruita nei termini della fisica
ottocentesca e a riproporre la questione se il modello cibernetico fosse,
al contrario, pienamente adeguato allo scopo.
Tale questione ha rappresentato, forse, l'ultima formulazione, in ordine
di tempo, che il pensiero dell'Occidente ha dato del problema antropologico.
Il tentativo di verificare l'equazione uomo-macchina è stata la prova
più impegnativa posta in atto dall'uomo dei nostri tempi per dar ragione
di se stesso; per spiegare, attraverso la scienza, certe specifiche attività
umane - quali la vita, la coscienza, il pensiero, la volontà, i sentimenti,
- cercando di risolvere alcuni fondamentali problemi che lo angustiano da
sempre: l'esistenza dell'anima, il rapporto fra la mente ed il corpo, fra
vita e materia, fra il sé e l'altro, fra natura e società.
La macchina, in questa ricerca, sembra offrirsi spontaneamente come la traccia,
il modello, lo schema indefinitamente modificabile, adattabile alla circostanza,
suscettibile di convergere sempre più verso I'uomo, o dall'uomo divergere,
a seconda che riesca o no a fornire una spiegazione adeguata. La linea di
ricerca più intuitiva è quella di confrontare I'uomo con la
macchina - e fin qui l'accordo sembra proprio essere generale -; quando,
pero, s'incomincia a chiedere come operare tale confronto, allora I'accordo
é rapidamente perso. Il confronto deve essere fatto tra i comportamenti
esibiti dall'uomo e dalla macchina, oppure fra le rispettive strutture? E
ancor prima: quali sono le macchine che debbono essere assunte come modello?
In che cosa si differenziano dalle macchine puramente "meccaniche" (le macchine
newtoniane)? L'analogia fra l'uomo e la macchina é costruita mediante
una sempre più perfetta imitazione dell'uomo da parte della macchina,
oppure riducendo la complessità dei fenomeni umani alla maggior semplicità
dei fenomeni meccanici? In altri termini: si debbono usare gli schemi concettuali
dell'antropologia filosofica per descrivere le macchine, o sono i concetti
della cibernetica che debbono essere usati per descrivere l'uomo?
E' noto che per poter correttamente dissentire su ciò che si afferma,
bisogna prima raggiungere l'accordo sul significato di ciò che si
dice. Il che implica, ancor prima di chiedersi se il modello cibernetico
sia un modello adeguato degli esseri umani, l'accordo su quel che si intende
per ipotesi di cibernetica.
Nella storia del problema si sono delineate almeno due diverse formulazioni di questa ipotesi:
1) (a) Le basi fisiche dell'attivita intelligente sono riproducibili, mediante
opportuni meccanismi, negli automi. Tali meccanismi sono sistemi di ricezione,
trasmissione, elaborazione e controllo dell'informazione. Il meccanismo chiave
di tali sistemi è del tipo: feedback negativo. (b) Non e necessario
ricorrere ad altro per spiegare I'uomo.
2) (a) Dato per noto che esistono macchine (gli automi della cibernetica)
capaci di compiere certe operazioni e uomini che ne compiono di simili, si
pone I'ipotesi che sia sempre possibile modificare I'automa in modo che esso
sia sempre in grado di esibire gli stessi comportamenti esibiti dall'uomo.(b)
Non esiste attività alcuna che I'uomo possa compiere, che I'automa
non possa eseguire. Di ambedue le ipotesi abbiamo indicato con (a) una formulazione
minimale e con (b) quella massimale; ambedue hanno avuto I'adesione da parte
di cultori di cibernetica, filosofi della scienza, psicologi, medici ecc...
ed hanno assolto ad una specifica funzione nell'ambito dello sviluppo del
problema.
La formulazione minimale della prima ipotesi è di scarsa rilevanza
filosofica, - si limita infatti ad affermare che esistono alcune basi fisiche
dell'intelligenza (fatto innegabile, e per quanto ne sappiamo, nessuno lo
ha mai negato, anche tra i filosofi), - mentre é di enorme portata
neuro-fisiologica, in quanto, di esse, si impegna a descrivere la struttura,
il comportamento e le funzioni in modo "automatico ".
La formulazione massimale, invece, ripropone la classica visione antropologica
del materialismo meccanicistico, accettandone di conseguenza il fondamento
metodologicamente scorretto e cioè che la struttura fisiologica del
sistema nervoso è condizione necessaria e sufficiente al manifestarsi
delI'attivita intelligente.
La formulazione minimale della seconda ipotesi rappresenta l'espressione
corretta delle intenzioni teoretiche della prima: le macchine cibernetiche
si differenziano funzionalmente dalle macchine newtoniane perché,
come il sistema fisiologico dell'uomo, incorporano meccanismi di controllo
e di elaborazione dell'informazione; ma l 'equivalenza strutturale non e
sufficiente, bisogna mettere le macchine in funzione, e solo allora é
possibile spiegare il comportamento dell'uomo in analogia con quello della
macchina. Finché ci si ferma a questo punto -- ossia, come dice Wiener
(1), a rilevare che "le grandi classi del comportamento sono le stesse nelle
macchine e negli organismi viventi, e che classi specifiche e ristrette possono
essere trovate esclusivamente nell'uno o nell'altro gruppo" – la cosa non
ha grande portata filosofica, per quanto l'analogia comportamentale fra l'uomo
e la macchina abbia svolto una funzione euristica notevole nell'ambito della
scienza del comportamento.
La cosa cambia aspetto quando si passa a considerare l'asserto: "Le macchine
possono fare tutto quello che l'uomo fa ?". Questo, infatti, altro non significa
che formulare correttamente l'ipotesi che enuncia l'equazione uomo-automa,
o per meglio dire, affermare la possibilità di sostituire un termine
all'altro senza che il contesto in cui si trovano inseriti venga a mutare
il suo valore di verità; equivalentemente, negare la possibilità
dell'equazione significa anche negare la possibilità di una tale sostituzione.
In una nuova formulazione il problema può essere visto come quello
di tentare, se sia possibile, di definire l'entità "uomo" con concetti
presi a prestito dal contesto della teoria degli automi o, in altri termini,
prendendo l'automa come modello dell'uomo nella sua totalità. L'ipotesi
di cibernetica diventerebbe, cosi, una ipotesi di antropologia filosofica.
Ora se e vero che definire un termine equivale a mostrare come prescinderne
(ricorrendo ad altri che servono a definirlo), è naturale che il poterne
prescindere sarà, se mai, la conclusione del processo definitorio,
e non la premessa. Nel nostro caso accade che del termine "uomo" sono proponibili
diverse definizioni, dietro le quali stanno altrettante teorie antropologiche:
la teoria della spiritualità dell'uomo, la teoria dell'unita sostanziale
di anima e corpo, quella cartesiana del dualismo fra "realtà pensante"
e " realtà estesa", le teorie materialistiche e altre ancora. Sotto
questo aspetto, è facile vedere come dietro alla definizione dell'uomo,
quale emerge dalle ipotesi di cibernetica, vi sia un'antropologia filosofica
implicita, risultante dall'aver assunto il sistema concettuale della teoria
degli automi come sistema concettuale in grado di reggere non solo una fisica,
ma anche una metafisica dell'uomo.
L'equazione uomo-automa è, quindi, storicamente enunciata, in un primo
momento, al livello di comportamenti semplici; diventa, poi, un'asserzione
di equivalenza tra due strutture fisiologiche: quella dell'uomo e quella
dell'automa; ritorna infine, con l'ipotesi di Turing del 1950, al livello
di equivalenza di comportamenti di ogni ordine di complessità. (I
nomi significativi di queste tre tappe furono rispettivamente: N. Wiener
- R. Ashby, W. McCulloch e W. Pitts - A. M. Turing).
Considerare qualcosa dal punto di vista del comportamento, significa considerare
quella tal cosa come una "scatola nera" (intuitivamente un oggetto il cui
interno non é visibile e di cui sono rilevabili solo i comportamenti
esterni), con un certo numero di ingressi ed un certo numero di uscite posti
fra loro in corrispondenza secondo precise funzioni matematiche. Se poi si
dice qualcosa sul come è fatta dentro, ossia su come all'interno della
scatola nera quelle funzioni potrebbero essere concretizzate, ciò
accade a livello puramente euristico, cioè per ragioni tattiche utili
nella strategia della ricerca, mentre quel che realmente importa è
che un numero di simboli in entrata vengano ritrovati in uscita manipolati,
secondo un numero finito di istruzioni, da un numero finito di operazioni.
Considerare qualcosa dal punto di vista del suo comportamento vuol dire quindi,
grosso modo, lavorare su degli " algoritmi".
Considerare qualcosa dal punto di vista della struttura significa invece
aprire la scatola nera ed ispezionare "la forma relativa alla funzione" e
cioè esaminare, all'interno di una mappa di relazioni, quali sono
le unita funzionali che ricevono gli ingressi, quali trasmettono le istruzioni,
quali operano, quali invece inviano i risultati in uscita. Ora ciò
che si intende solitamente per struttura dell'organismo è una totalità
di elementi posti secondo un preciso piano topografico (nel senso di una
mappa) dove ognuno entra con altri (o anche con un solo altro) in interazioni
specifiche, secondo un certo fascio di relazioni; le leggi fisiche cui sottostanno
i singoli elementi, si trasmettono (induttivamente) alla totalità,
dalle microstrutture alle macrostrutture: questa, dal più al meno,
è la visione che il meccanicista ha dell'organismo. Era logico pensare
che, trovato il piano di costruzione e le leggi fisiche cui sottostanno i
mattoni dell'edificio organico, sarebbe stato possibile riprodurre il tutto
mediante un opportuno modello meccanico, il quale avrebbe necessariamente
esibito (in ambiente e condizioni opportune) gli stessi comportamenti esibiti
dall'organismo.
Ma in una situazione di questo genere, era necessaria la concretizzazione
tecnica (visualizzabile) nel modello, dato che non era possibile lasciare
uno schema a blocchi sulla carta, col rischio di non essere sicuri che, trasformato
il progetto in realtà, avrebbe davvero funzionato. Diversamente, il
punto di vista che enuncia I'equazione uomo-automa in termini di comportamenti
non esige I'ottenimento della localizzazione funzionale degli elementi entro
la scatola nera e I'enunciazione delle leggi fisiche che li governano, ma,
a partire dal rilevamento descrittivo- fenomenologico di ingressi e di uscite
(simbolizzati con variabili logiche e matematiche), si creano le funzioni
matematiche che siano in grado di associare in modo univoco ad ogni ingresso
(o sistema di ingressi) una ben precisa uscita, senza bisogno di spiegare
come e perché tale correlazione univoca si istituisca.
Uno dei primi esempi al riguardo è l'imitazione mediante automi della
sillogistica aristotelica: l'attività deduttiva dell'uomo non è
più studiata questa volta come se fosse una funzione organica, un
processo soggettivo, dove le leggi fisico-chimiche che governano gli elementi
funzionali sono le stesse che governano l'attività logica dell'individuo,
bensì, ponendosi unicamente dal punto di vista che i simboli in entrata
vengono ritrovati in uscita, dopo esser stati manipolati, secondo certe regole
di trasformazione.
Comportamento e struttura corrispondono dunque, grosso modo, ai due modelli
che nell'ambito della ricerca cibernetica sulle intelligenze artificiali,
sono stati usati per la comprensione dell'uomo e minimalmente degli animali:
il modello logico matematico ed il modello fisico-meccanico.
Questi due modelli, elaborati ed enunciati nell'epoca contemporanea, affondano
le loro radici nel travaglio teoretico che caratterizzerà la nascita
della scienza moderna. L'algebrizzazione della geometria e della logica e
il progressivo imporsi di una spiegazione della natura in termini meccanici
permisero, in seguito, le prime formulazioni del problema: "E' proprio necessario
ricorrere a principi extra-fisici, per spiegare tutta l'attività umana?
".
L'evolversi del progresso tecnologico, provocato dalla concretizzazione in
sempre più complessi congegni meccanici dei risultati della ricerca
scientifica, creò, infine, il terreno ottimale per procedere alla
effettiva costruzione di manufatti tecnologici suscettibili di essere interpretati
come modello degli esseri viventi e dello stesso uomo, dando così
avvio alla formulazione dell'ipotesi di cibernetica.
Ma in tutto ciò il fatto teoreticamente decisivo è che tale
ipotesi è sostanzialmente descrivibile nel seguente modo:
"Le prime spiegazioni dell'individualità fanno riferimento ad una
sorta di identità di sostanza, sia la sostanza spirituale dell'anima
sia la sostanza materiale del corpo. Oggi siamo costretti a definire l'individualità
come un qualcosa che è in rapporto con la continuità del modello
e di conseguenza con un qualcosa che ha a che fare con la natura della comunicazione"
(2)
In questa prospettiva, considerato quanto s'è appena detto circa il
fatto che l'ipotesi di cibernetica è in definitiva un'ipotesi di antropologia
filosofica, si tratta di riportare in discussione il problema mente-corpo.
Il corpo, la mente e le macchine
Le due pretese soluzioni del problema mente-corpo considerate le più
plausibili e storicamente più note, il dualismo antropologico ed il
materialismo, hanno da tempo accettato di porre il problema in termini tali
da isterilire la ricerca e cadere nel rischio di arroccarsi su posizioni
altrettanto dogmatiche quanto antitetiche.
L'oggetto del contendere può essere brevemente enunciato nel seguente
modo: se l'organismo vivente umano sia o non sia controllato da qualcosa
che è diverso da esso e non materiale. Le risposte, antitetiche, a
questo interrogativo sono arcinote: per il materialismo, I'uomo e spiegabile
totalmente senza trascendere I'orizzonte fisico-biologico (cioè I'uomo
è solo il suo corpo), mentre per il dualismo antropologico il corpo
potrebbe, per ipotesi, non esistere senza che con ciò si dissolva
il mio esistere come uomo (cioè I'uomo e solo la sua anima).
Naturalmente, se non altro da un punto di vista puramente logico, sono enunciabili
due altre ipotesi sull'identità dell'uomo e cioè: l'uomo non
è né la sua anima né il suo corpo, ma qualcosa d'altro
e l'uomo e sia la sua anima che il suo corpo. Nel primo caso si abbandonano
le categorizzazioni sostanzialistiche e si utilizzano concetti "funzione"
per cui I'uomo viene considerato come "parola", processo informazionale e
I'informazione come un quid non definibile a partire dalle categorie di materialità
e immaterialità (3)
Nel secondo caso, invece, si è in presenza della dottrina dell'unita
della forma sostanziale nelI'uomo ( Idem ipse homo est qui percipit se intelligere
et sentire; sentire autem non est sine corpore (4)) ossia il cardine dell'antropologia
tomista, la quale pur avendo in sé i germi di un fecondissimo sviluppo,
è stata tanto sottovalutato e misconosciuta sia dagli spiritualisti
che dai materialisti, da non trovare spazio alcuno nelle trattazioni specifiche
del problema mente-corpo, tanto che I'antropologia dell'Occidente sembra
essere soltanto la storia di una polemica tra gli assertori dell'uomo-anima
e gli assertori dell'uomo-corpo.
Ora, riguardo alle due soluzioni tradizionali, e noto come Wittgenstein,
nelle sue Ricerche filosofiche, tolga parecchio spazio a chi pretende di
affermare I'esistenza della mente separata dall'organismo vivente e come
le inadeguatezze del behaviorismo ed il crollo del meccanicismo deterministico
abbiano tolto al materialismo molte delle sue carte vincenti.
L'obiezione determinante di Wittgenstein al dualismo antropologico è
che noi non otteniamo i concetti psicologici mediante I'osservazione interna
o introspezione ed a questo giunge, come è noto, analizzando il linguaggio
emozionale ed i concetti di "pubblico e "privato", cercando di stornare il
rischio del solipsismo.
D'altro canto, invece, il materialismo si e ripresentato sotto vesti via
via più scaltrite del notissimo materialismo cosiddetto scientifico
(per cui I'uomo altro non sarebbe che un complicatissimo meccanismo biofisico)
e il comportamentismo logico e le teorie dell'identità ne sono gli
esempi più noti. Per il comportamentismo logico, che in forma più
moderna ha abbandonato il fisicalismo ed il riduzionismo, non ha importanza
cosa sia I'uomo, ma come sia, ed a questo riguardo Nelson (5) ha dimostrato
che le teorie comportamentistiche non sono neppure sufficienti a descrivere
gli automi (macchine di Turing, automi finiti...) e quindi, a maggior ragione,
non saranno in grado di descrivere I'uomo, ammessa per ipotesi I'equivalenza
uomo-automa.
Delle teorie dell'identità psicofisica, la formulazione di Feigl (6)
e stata abbandonata dal suo stesso autore, mentre quella di Smart (7), per
cui vi e identità tra processo cerebrale ed esperienze interne, è
stata notevolmente ridimensionata dall'obiezione di Malcom riguardo al luogo
in cui avviene tale identità.
Di solito viene rubricata tra queste ultime teorie anche la dottrina della
corrispondenza psicofisica, o principio dell'isomorfismo simultaneo tra stati
del cervello e pensieri, ma fin tanto che le entità in esame non siano
ridotte I'una all'altra o, in altri termini, finché non si parli di
identità, non credo che la si possa considerare né materialista
né monista in genere.
In questo panorama di riproposte del problema e di sterili obiezioni e polemiche,
si può anche correre il rischio di considerare la questione come priva
di senso se non fosse che, a ben vedere, e condizione necessaria per impostare
il tema dell'identità dell'uomo.
Quanto mi propongo in questo lavoro è: a) mostrare che I'utilizzazione
della modellistica cibernetica in filosofia della mente supera tutte le tipiche
categorizzazioni filosofiche finora dimostratesi sterili, b) rianalizzare
ordinatamente una questione che reputo essenziale sotto I'aspetto dell'identità
dell'uomo: il problema della coscienza, e vedere come da questa analisi possa
derivare I'inconsistenza sia del materialismo che del dualismo antropologico.
Imposterò il discorso con una domanda che potrebbe apparire non pertinente
o fortemente allusiva, a seconda delle risposte, infatti, la domanda centrale:
"Possono le macchine essere coscienti? , se riferita all'universo delle macchine
e non dell'uomo lascerebbe, nel migliore dei casi, la questione al punto
di partenza..
Gli studi in "pattern recognition" e "problem solving" hanno chiaramente
dimostrato che in queste attività esiste un tipo non formale di informazione:
la cosiddetta "informazione di presenza", che non può esser trattata
se non da entità fornite di corpo e che non tutta I'informazione è
formalizzabile. In questa prospettiva si potrebbe ipotizzare che le attività
tipiche della coscienza sono di quest'ultimo tipo e che necessariamente la
coscienza implica un corpo, pur non essendo riducibile soltanto a questo.
Da parte mia, ipotizzerò la coscienza come body-schema o controparte
fenomenologica del corpo reale, facendo vedere che una macchina non può
esibire un tale schema e questo non solo per limiti di costruzione. In altre
parole cercherò di rispondere al problema dell'identita dell'uomo
ipotizzandolo come corpo, fornito pero di certe caratteristiche non totalmente
riducibili al corpo stesso.
Naturalmente, a fini anche di completezza argomentativa, è necessario
analizzare la questione della coscienza nelle macchine nella parte significativa
della polemica sulle intelligenze artificiali e discutere gli aspetti filosofici
ed epistemologici della disputa.
Riguardo al problema: "Possono le macchine essere coscienti?" si pone, al
solito, la questione della definizione dei termini, al fine di poterli usare
in modo univoco. Sfortunatamente, ciò é possibile solo per
il termine "macchina".
Il termine "coscienza", come tutti i termini che denotano, a livello intuitivo,
degli "stati interni", risulta malagevole da definire, e il volerlo fare
sarebbe come chiedere ad un tale che dice di soffrire il mal di denti di
darne una definizione adeguata. Infatti, avendo noi tutti sperimentato un
simile stato, siamo propensi, in un contesto adeguato, a capire quello che
tale persona sta dicendo; cosi, anche del termine coscienza siamo soltanto
in grado di dire: "lo so cosa sia la coscienza, ma non sono capace di dirlo".
In ultima istanza, I'unico modo con cui noi siamo in grado di capire i termini
che denotano stati interni e quello di usarli in un contesto adeguato.
Se però ci si mette sul difficile piano dell'automazione delle umane
attività, bisognerà tentare I'esplicitazione sul piano linguistico
di quelle entità che si intendono concretare nella macchina. Potrebbe
quindi essere sensato tentare una definizione stipulativa del termine "coscienza",
facendo pero ben attenzione che non sia cosi ristretta da non poter essere
applicata che all'universo degli uomini, né cosi ampia da risultare
inutilizzabile.
Si prenda la seguente descrizione di un'esperienza ordinaria: se io chiudo
gli occhi ed immagino qualcosa, io vedo quella cosa come fosse dentro di
me; ora riapro gli occhi e ritrovo quella stessa cosa sul mio tavolo, sotto
una stimolazione visiva la "vedo", e, pur sapendo che è altro da me,
la sento ancora come qualcosa "dentro di me". Da questa esperienza si ricavano
due cose: a) la percezione di me stesso; b) la percezione dell'oggetto come
diverso da me, ma del quale in certo senso partecipo. Userò dunque
il termine " coscienza", come sostitutivo della a): consapevolezza e della
b): rapporto intenzionale. Dicendo" della a) e della b) intendo la "e" come
una "et" e non come un "vel". Tale termine sarà quindi implicito in
tutte le frasi del tipo " Mi accorgo..."," So che ...", " Vedo..., " Sento...",
" Ho esperienza.."
Il problema della coscienza si pone quindi riguardo alle macchine nei modi:
"Possono le macchine essere consapevoli ed avere una percezione di tipo intenzionale?.
Nella specifica letteratura sul problema, la questione è messa in
modo diverso. ed, a mio avviso, non suscettibile di sviluppi teoretici. Quando
un problema è divenuto oggetto di prolungata polemica, sorge talvolta
da parte delle opposte fazioni la propensione ad accettare senza discussione
certi piani di discorso ormai codificati dall'uso: tipico a questo riguardo
e il modo di discutere il problema della coscienza nelle macchine nei termini:
"Possono le macchine avere sentimenti, emozioni, desideri ..? ". La cosa
migliore da farsi è quella di riandare all'origine del problema ed
esaminare dettagliatamente I'argomento dalla sua primitiva formulazione,
in modo da vedere fino a qual punto la cosa sia legittima; si prenda, quindi,
I'archetipo di quelle riformulazioni della questione: "Possono le macchine
essere coscienti?", di cui ho appena detto. Dice Jefferson nel suo noto lavoro
The Mind of Mechanical Man:
" Fino a quando una macchina non potrà scrivere un sonetto o comporre
un concerto in base a pensieri ed emozioni provate, e non per la giustapposizione
casuale di simboli, non potremo essere d'accordo sul fatto che una macchina
eguagli il cervello - cioè non solo che scriva, ma che sappia di aver
scritto. Nessun meccanismo potrebbe sentire (e non segnalare artificialmente,
che sarebbe un facile trucco) piacere per i suoi successi, dolore quando
una sua valvola fonde, arrossire per I'adulazione, sentirsi depresso per
i propri errori, essere attratto dal sesso, arrabbiarsi o abbattersi quando
non può ottenere quello che desidera (8).
Da Jefferson in poi questo e stato il cavallo di battaglia di tanti "antimacchinisti",
che pur introducendo delle variazioni sul tema (alcune anche divertenti)
come quella di Kramer: "Noi possiamo costruire una macchina che muove la
coda ma non una che si rallegri" (9), si sono sempre attenuti fedelmente
al significato dell'argomento citato.
Esattamente un anno dopo la pubblicazione dell'articolo di Jefferson, usciva
su "Mind" un lavoro di A.M. Turing, in cui si rispondeva adeguatamente all'obiezione:
"Mi propongo - egli scriveva - di considerare la questione: 'Possono pensare
le macchine?'. Si dovrebbe incominciare a definire il significato dei termini
"macchina" e "pensare". Le definizioni potrebbero essere elaborate in modo
da riflettere il più possibile l'uso normale delle parole, ma questo
atteggiamento è pericoloso... Invece di tentare una definizione di
questo tipo, sostituirò la domanda con un'altra che le è strettamente
analoga e che è espressa in termini non troppo ambigui. La nuova forma
del problema può essere descritta nei termini di un gioco, che chiameremo
"il gioco dell'imitazione". Questo viene giocato da tre persone: un uomo
(A), una donna (B) e l'interrogante (C), che può essere dell'uno o
dell'altro sesso. L'interrogante viene chiuso in una stanza separato dagli
altri due. Scopo del gioco per l'interrogante è quello di determinare
quale delle altre due persone sia l'uomo e quale la donna. Egli le conosce
con etichette X e Y e alla fine del gioco darà la soluzione: 'X è
A ed Y è B' oppure la soluzione 'X è B ed Y è A". L'interrogante
C può fare domande di questo tipo ad A e B: 'Vuol dirmi per favore,
signor X, quale è la lunghezza dei suoi capelli?' Ora supponiamo che
X sia in effetti A, quindi A deve rispondere. Scopo del gioco per A e quello
di ingannare C e far si che C fornisca una identificazione errata. La sua
risposta potrebbe perciò essere: 'I miei capelli sono tagliati alla
garçonne, ed i più lunghi sono di circa 25 centimetri'. Le
risposte, in modo che il tono della voce non possa aiutare l'interrogante,
dovrebbero essere scritte o meglio ancora battute a macchina. La soluzione
migliore sarebbe quella di avere una telescrivente che mettesse in comunicazione
le due stanze. Oppure le domande e le risposte potrebbero essere ripetute
da un intermediario. Scopo del gioco per il terzo giocatore (B) è
quello di aiutare l'interrogante. La miglior strategia per lui è probabilmente
quella di dare risposte veritiere. Esso può anche aggiungere alle
sue risposte frasi come: 'Sono io la donna, non dargli ascolto', ma ciò
non approderà a nulla dato che anche l'uomo può fare affermazioni
analoghe. Poniamo ora il quesito: che cosa accadrà se una macchina
prendesse il posto di A nel gioco ? L'interrogante darà una risposta
errata altrettanto spesso di quando il gioco viene giocato tra un uomo ed
una donna? Queste domande sostituiscono l'originale 'Possono pensare le macchine?'...
Il nuovo problema ha il vantaggio di tirare una linea abbastanza netta tra
le capacità fisiche e quelle intellettuali di un uomo... Il metodo
delle domande e risposte sembra adatto per introdurre nell'esame quasi ogni
campo della conoscenza umana che desideriamo" (10)
In sostanza Turing si chiede se posti dietro una parete un uomo ed una macchina,
in modo che non siano riconoscibili i loro diversi attributi fisici e somatici,
e poste a loro un certo numero di domande, l'interrogante riesca o meno a
riconoscere chi dei due è l'uomo. E' evidente che ogniqualvolta l'interrogante
non riesce ad evidenziare dalle risposte la differenza fra l'uomo e la macchina,
l'equazione riceve una conferma; mentre se al contrario fossero rilevabili
delle differenze, l'ipotesi di cibernetica non riceverebbe una vera e propria
smentita, dato che la macchina potrebbe sempre essere perfezionata e riprogrammata
per compiere il lavoro in questione. La storia dell'automazione dell'intelligenza
e un po' la storia di un grande gioco dell'imitazione in cui l'antimacchinista
è uno dei due giocatori (quello che dichiara "L'uomo sono soltanto
io") e la macchina, aiutata dai suoi progettisti, è l'altro giocatore.
Il problema che il filosofo deve quindi risolvere non è tanto se esistano
delle attività che la macchina non riesce a compiere, ma se ne esistano
di quelle che la macchina non potrà mai compiere.
Su questa scorta Steinbuck ha ragione a scrivere: "Quanta carta si potrebbe
risparmiare oggi se coloro che con molte buone intenzioni affermano che le
macchine non possono fare letteratura leggessero una sola volta attentamente
i lavori di Turing" (11). Difatti la brillante risposta di Turing costringe
Jefferson entro una scomoda alternativa: o accettare che "... il solo modo
per sapere che un uomo pensa è essere quell'uomo, scivolando cosi
su di una posizione solipsistica, oppure accettato il gioco della imitazione
sotto forma di esame orale" (12)
Era ovvio che, a questo punto, chi voleva continuare il discorso senza aspettare
di sottoporre la macchina all'esame orale avrebbe dovuto per prima cosa difendersi
dall'accusa di solipsismo, ed in effetti è proprio questa Ia linea
che Mays segue nell'instaurare la difesa di Jefferson:
" . . . le alternative non sono esclusive . . . (e) . . . se io ben capisco
Jefferson, egli non sta dicendo che le macchine non saranno mai capaci di
scrivere sonetti, ma che egli non se la sente di descrivere come pensiero
questa loro abilità fintantoché esse non scrivano poesie o
compongono concerti, o costruiscano teoremi matematici sulla base di pensieri
ed emozioni provate, dove provate e il termine operativo (13).
C'e un fondo di verità in tutto questo, però subito invalidato
dal fatto che si resta sempre al livello degli esempi forniti da Jefferson
o, per meglio dire, sul piano del "sentimento": una poesia, un concerto,
una forma artistica in genere sono la traduzione sul piano informativo di
un qualcosa di provato, ma non è possibile chiedere all'autore la
dimostrazione di questo "provato": I'unico modo con cui egli potrebbe farlo
sarebbe quello di rimandarci alla poesia, al concerto, al dipinto... Nel
momento in cui non accettiamo la forma artistica come automotivazione del
sentimento provato e ci ostiniamo ad obiettare che quella potrebbe essere
una pura segnalazione artificiale (qualcosa come una Divina Commedia scritta
da un esercito di scimmie che battono sui tasti di una macchina da scrivere),
ci poniamo decisamente in una posizione solipsistica e I'obiezione di Jefferson
alla macchina potrebbe benissimo essere ritorta su di lui chiedendogli: "Chi
mi dice che anche tu non sia in fase di pura segnalazione artificiale?" .
Quel fondo di verità di cui dicevo sta invece in quel richiedere che
il "provare" venga prima della segnalazione del provato (la cosa è
banale!) ma, fintantoché noi restiamo sul piano di sentimento ed usiamo
il termine provare nel senso in cui lo si usa nel linguaggio emozionale,
non avremo alcuna speranza di aggredire in modo adeguato il problema: " Possono
le macchine essere coscienti?". Diversa sarebbe la situazione se noi imboccassimo
il piano del conoscere ed usassimo, in sostituzione del termine "provare",
i termini "sentire", "vedere", "percepire", nel senso che ho chiarito più
sopra.
Gia a livello di senso comune noi poniamo spontaneamente una differenza terminologica
a questo riguardo e domandiamo a uno se è arrabbiato, emozionato,
dispiaciuto, mentre affermiamo che uno non ha capito, non ha visto, non ha
sentito: si crede cioè che il piano del conoscere sia oggettivabile,
mentre quello è gia implicitamente solipsistico, mentre porsi il problema
del rilevare I'altrui "conoscere" potrebbe anche non esserlo.
Il problema di base per poter affrontare la questione della coscienza nella
macchina diventa quindi: "Possono le macchine avere delle sensazioni? che
è condizione necessaria (anche se non ancora sufficiente) per poi
passare a chiedersi: "Possono le macchine essere consapevoli e presentare
una percezione di tipo intenzionale?", che sarà infine la condizione
necessaria e sufficiente affinché si possa predicare la coscienza
alla macchina.
La proposta di usare come criterio di verifica il gioco dell'imitazione sotto
forma di prova orale, sembra che sia in fondo la cosa più accettabile
a questo riguardo; infatti, quando noi diciamo che molto probabilmente anche
gli altri hanno una "mente come la nostra", facciamo questo proprio sulla
base di ripetute esperienze del fatto che tutte le volte che abbiamo sottoposto
gli altri ad un esame orale del tipo proposto da Turing ne abbiamo ricevuto
delle risposte analoghe a quelle che avremmo dato noi stessi nell'identica
situazione.
Sono quindi due le questioni che a questo punto si debbono affrontare:
1. Possono le macchine avere delle sensazioni?
2. Possono le macchine rispondere sui propri stati interni ed essere sottoposte ad un esame orale ?
Prendiamo subito in considerazione questa seconda domanda, in quanto, se
si dovesse deciderla negativamente, allora tutta la questione sarebbe definitivamente
chiusa. Una delle più tradizionali risposte parte dalla considerazione
che i termini "sensazione", "pensiero", "coscienza", acquistano significato
soltanto dal contesto in cui si trovano inseriti, e che per poter sottoporre
la macchina ad un esame orale è necessario che la macchina usi il
linguaggio dell'uomo. Ora, in un contesto di linguaggio ordinario, il termine
coscienza è autorizzato soltanto per I'universo degli uomini, o quantomeno
degli animali superiori, e quindi una macchina che usi correttamente il linguaggio
umano, e sappia di essere una macchina, alla domanda: "Sei tu cosciente,
o pensante, o senziente?" dovrà necessariamente rispondere " No non
lo sono, perché essendo una macchina io non lo posso essere".
Questa obiezione, in fondo, tende ad evidenziare una cosa di questo genere:
o una macchina parla il linguaggio dell'uomo, ed allora I'esame orale e gia
finito alla prima domanda, o la macchina non parla il linguaggio degli uomini,
ed allora non e neppure possibile istituire I'esame.
In pratica I'obiezione è enunciata in modo molto più sottile,
ma s'è voluto porla in forma cosi schematica per poterne evidenziare
meglio le scorrettezze.
Se una macchina fosse davvero capace di rispondere in quel modo, allora la
risposta sarebbe paradossale in quanto direbbe " E' proprio perché
io so di essere una macchina e so di saper usare perfettamente il linguaggio
umano che io non posso essere cosciente".
Un "paradosso" non ammette soluzioni, ma solo dissoluzioni, ossia che si
possa evidenziare la scorrettezza che crea quella sua tipica caratteristica
di inestricabilità; in questo caso il paradosso nasce dal prendere
come argomento decisivo dell'impredicabilità della coscienza alla
macchina che il termine coscienza è usato solamente nel contesto degli
uomini.
La questione non e tanto che il termine coscienza sia impredicabile al di
fuori dell'universo degli uomini, ma perché lo sia. E' noto come alcune
risposte a questo problema siano altamente insoddisfacenti, in quanto fanno
riferimento ad un altro concetto specifico ed indefinito: quello di vita
o di mente; si tratta di vedere quindi se sia possibile farne a meno e motivare
la cosa in altro modo. Prima di passare a questo, al la pena dirimere la
questione posta sopra, la quale potrebbe anche far sorgere il fraintendimento
predetto ossia: "Se fornire alle macchina il linguaggio umano porta necessariamente
al paradosso, dovremmo forse abbandonare la prova orale che è in fondo
l'unica prova che possa fornire una qualche decisione al problema? .
Il problema è molto ben discusso da H. Putnam, che puntualizza dicendo:
"La reale questione non è di linguistica sincronica ma di linguistica
diacronica". (14). E cioè, in sintesi, esistono delle questioni che
sono permanentemente "devianti", nel senso che deviano dalle regolarità
semantica del linguaggio naturale, e questioni che ora sono "devianti", ma
che in futuro potrebbero divenire " regolari". La domanda: "Come posso io
sapere di avere un dolore?" è una domanda permanentemente deviante,
mentre la domanda: "Un dolore è identico alla stimolazione del nervo
C ?, potrebbe divenire regolare qualora lo stato della conoscenza scientifica
portasse ad un cambio di significato dei termini. Nel nostro caso, la cosa
era gia stata vista da Turing, quando aveva detto: "... sono convinto che
alla fine dal secolo I'uso delle parole e I'opinione corrente si saranno
talmente mutate che chiunque potrà parlare di macchine pensanti senza
aspettarsi di essere contraddetto (15) e cioè la frase " macchina
cosciente, pensante ". . . è allo stato attuale del linguaggio deviante,
ma se lo stato delle conoscenze sugli automi mutasse, in modo che tale asserto
acquisti un uso standard nel linguaggio comune, allora quello potrebbe divenire
regolare.
La questione non è quella, quindi, di vedere quale significato ha
il termine coscienza oggi ed inferirne che usare il termine in un contesto
non umano da adito ad una espressione deviante, ma semmai vedere se quel
significato non potrà mai essere cambiato. Il problema in esame sia
è analogo alla famosa questione se le geometrie non euclidee ledessero
il venerando principio del terzo escluso e quindi dessero adito all'antinomia.
Chi aveva posto una tale questione riguardo alle geometrie non euclidee si
ara lasciato sfuggire, che una certa sequenza di segni è una proposizione
solo se si riesce a fornirle un adeguato modello di interpretazione, ossia
un opportuno universo di oggetti su cui interpretarla. L'antinomia, nel caso
sopracitato, nasceva proprio dal fatto di chiedersi se una carta espressione
fosse vera o falsa in assoluto, prescindendo dal modello di interpretazione.
Ora, I'espressione linguistica che asserisce il V° postulato di Euclide
è di per se stessa né vera né falsa, ma lo può
diventare in dipendenza del tipo di interpretazione che le si fornisce; di
conseguenza, il termine "retta", che in un contesto euclideo significa una
certa cosa, in un contesto riemanniano significa tutt'altro. Quindi non ha
senso porsi il problema di quale sia I'asserzione vera riguardo alla parallela
ad una retta e quale invece quella falsa, proprio perché si sta parlando
di cose differenti nei due casi. Ora, nel nostro caso specifico, il termine
" coscienza" usato nel contesto del filosofo vitalista significa qualcosa
di molto diverso da quello che il cibernetico intende per coscienza: nel
primo caso il termine coscienza entra in relazione con specifici concetti
quali " vita ", " spirito" , " mente". . . nel secondo caso entra in relazione
con altri concetti quali " apprendimento","soluzione di problemi", "autodescrizione"
, ecc. Il vitalista propone come modello di interpretazione delle espressioni
in cui usa il termine "coscienza" I'universo del vivente e costruisce una
teoria dell'uomo in cui quel termine acquista uno specifico significato;
diversamente, il cibernetico tende a costruire una teoria dell'uomo proponendone
un modello in termini meccanici: il problema non è tanto quello di
vedere se mai espressioni come "macchina cosciente, pensante, senziente"
acquisteranno un uso standard nel linguaggio comune, affinché si possa
dirimere la questione, bensì quello di vedere se la teoria dell'uomo
postulata dal cibernetico sia adeguata; dire: "la macchina può esser
cosciente" non significa parlare della macchina, ma dell'uomo; significa
cioè ipotizzare che I'uomo sia descrivibile in termini pienamente
meccanici. Ora, se I'uomo e abituato ad usare il termine coscienza in un
certo contesto, facendolo entrare in relazione con concetti quali vita, mente,
struttura organica protoplasmatica... o, in altri termini, a porre certe
ipotesi biologiche riguardo a se stesso, questa abitudine è soltanto
un ostacolo psicologico e non reale (e come tale non può essere preso
come argomento con cui negare la possibilità di porre delle ipotesi
differenti) a far entrare quel termine in relazione con concetti di un altro
contesto.
Potrebbe sembrare, da quanto si e fin qui detto, che I'obiezione in esame
sia banale in quanto: 1) il reale problema non e quello di chiedersi se una
certa espressione sia semanticamente irregolare ora, ma se lo sarà
sempre; 2) dire "macchina cosciente" è porre un'ipotesi, fornire un
modello diverso da quello che siamo abituati ad usare per spiegare i fatti
umani; quindi bisogna vedere se I'ipotesi sia verificabile e non semplicemente
affermarne I'improponibilità su basi puramente linguistiche.
Ora, I'aspetto puramente linguistico del problema si fonda su un gioco tra
i termini del discorso del tipo seguente: - D. "Quanto fa 2 + 2 ? ". R. "
Quattro ! ". D. "Credi sia esatto ?". R. "No!". D. " Perche ?". R. " Io sono
una macchina e non posso credere". D. " E' esatto ?". R. " Si !" . Tuttavia
l'aspetto ontologico della questione è molto più problematico.
Infatti, il referente del termine coscienza è nel discorso umano,
in certo qual modo, l'insieme di quei predicati psicologici come pensiero,
opinione, consapevolezza...) che noi usiamo in un contesto di uomini. Se
ora ci proponiamo di assumere il funzionamento delle macchine come modello
dell'umana attività (e quindi lo vogliamo usare anche per spiegare
quei predicati p.psicologici in termini automatici) allora è scorretto
fornire all'automa in partenza un linguaggio contenente quei predicati, perché
significherebbe costringere l'automa a spiegare la sua attività usando
termini che dovrebbero invece essere chiariti mediante questa.
Riguardo all'obiezione presa in esame, è da dire quindi che, la prova
orale e utilizzabile come processo di decisione solo se la macchina riuscirà
ad usare i termini dell'ipotesi di cibernetica non soltanto dicendo: " Io
sono cosciente"., ma come I'uomo, essa dovrà anche saperlo motivare
e cioè: descrivere le proprie emozioni, sentimenti, sensazioni, desideri,
credenze, opinioni... in accordo ad esperienze presenti o passate, a ricordi,
immaginazioni, educazione familiare e sociale... facendo questo alla stessa
stregua di un uomo che si confida con un amico o un paziente che si affida
ad uno psicologo, ed ovviamente dovrà fare questo usando termini di
macchina, che alla fine del processo di decisione dovranno essere mostrati
equivalenti ai termini psicologici suddetti.
E' possibile ora riprendere la questione "Possono le macchine essere coscienti?,
da un punto di vista che non implichi il continuo ricorrere a termini indefiniti
o definiti soltanto per stipulazione .
E. Agazzi nel discutere il termine "vedere" in relazione alI'uomo ed alla
macchina conclude dicendo: "...la risposta di un organismo vivente ai segnali
che percepisce ha sempre una caratteristica di globalità, impegna
tutto I'organismo in una testimonianza di totalità che sembra alludere
decisamente alla presenza di una struttura che e qualcosa di diverso dalla
semplice somma delle parti (16).
Si tratta di un'idea estremamente stimolante che potrebbe essere motivata a partire da un noto lavoro di Miles (17).
Preso come dato di fatto che noi siamo consapevoli, si esaminino a questo riguardo alcuni fatti clinici anormali:
1. I'esperienza del " phantom-limb ;
2. I'inabilità di alcuni pazienti affetti da lesioni corticali ad apprezzare
dove sono stimolati.
Tra i due fatti esiste un illuminante rapporto cosi descritto da Head:
"Uno dei nostri pazienti perse la gamba sinistra qualche tempo prima che
una lesione cerebrale gli distruggesse la capacità di riconoscere
la posizione; dopo l'amputazione, in quasi tutti i casi simili, egli sperimentò
dei movimenti in un piede ed una gamba fantasma. Ma questi cessarono immediatamente
dopo che gli accadde la lesione cerebrale: il colpo che aveva abolito il
riconoscimento della posizione gli aveva distrutto nello stesso tempo il
" phantom-limb" (18) o, in altre parole: " Solo nelle persone normali la
posizione di un certo dito e apprezzata come la posizione di quel dito. Un
danno cerebrale si ripercuote sulla capacità a fare confronti fra
le parti del corpo. Se il cervello e intatto, ma un membro e stato amputato,
le condizioni per la consapevolezza del membro perso può essere ancora
presente nel cervello e la persona prova la sensazione di avere un membro
fantasma" (19).
A partire da questo, poniamo il concetto di body-schema dicendo che cervello
dovrebbe contenere alcune rappresentazioni simboliche del corpo o, per meglio
dire: "Si postula una struttura corticale che serva sia a spiegare il "phantom-limb",
sia ad apprezzare il cambio di posizione. Il termina "schema" non sarebbe
da usare in riferimento a questa struttura corticale né al corpo reale
di una persona, ma a quella che può essere chiamata la controparte
fenomenologica di questo corpo (20). Wisdom chiarifica forse meglio col dire:
" Lasciate che io estrapoli l'idea di un "phantom-limb'' ed inventi il concetto,
di "phantom-body". Potrebbe essere una trama non materiale che occupa il
corpo fisiologico (21).
A partire da un tal concetto, si può ipotizzare che I'uomo possiede
la tipica caratteristica di consapevolezza di se stesso come altro dal mondo
esterno e del mondo esterno come qualcosa di cui partecipa, proprio in ragione
del suo "body-schema". Questa idea potrebbe essere anche vista come una seria
risposta alla faceta obiezione di Ryle sul concetto di mente come "il fantasma
nella macchina". In ogni caso, la conclusione di Miles: " L'uomo può
relazionare le sue percezioni ad un "body-schema", ma nel caso della macchina
non vi e un "body-schema" a cui le percezioni potrebbero essere relazionate
pone un problema abbastanza grosso a chi vorrebbe ascrivere la "coscienza
alla macchina".
In effetti è proprio quella indefinibile relazione intenzionale che
si instaura tra I'uomo e ciò che egli percepisce : "Si quis autem
velit dicere animam intellectivam non esse corporis formam, oportet quod
inveniat modum quo ista actio, quo est intelligere, sit huius hominis actio"
(22), ciò che spiega la vita umana nella varietà delle sue
manifestazioni e nella precisa identità di ogni soggetto dell'azione.
C'e un'ultima cosa che desidero dire a questo riguardo: si e sostenuto da
più parti che, pur essendo vero che mentre I'uomo deriva quella sua
tipica consapevolezza e intenzionalità da un qualcosa che potrebbe
essere molto simile (se non proprio identico) al "body-schema" di Miles,
mentre la macchina non ha alcun "body-schema" a cui relazionare le sue percezioni,
tutto questo e imputabile ad una menda del costruttore e non alla macchina.
Cioè, se la macchina avesse come I'uomo migliaia di sensori ed effettori
che lo mettono in comunicazione con il mondo esterno, anch'essa avrebbe un
qualcosa come il "body-schema".
E' la ritrita posizione di chi postula che la struttura fisica ridia di necessita
le caratteristiche psichiche e la risposta la si potrebbe lasciare a C. Sherrington:
" Quando volgo lo sguardo verso I'alto, vedo la volta celeste, il disco lucente
del sole, e sotto di esso centinaia di altre cose Quali sono gli eventi che
si succedono in questo caso? Un fascio di luce proveniente dal sole entra
nell'occhio ed e messo a fuoco sulla retina; ciò provoca una modifica,
che a sua volta viene trasmessa agli stati nervosi della corteccia cerebrale.
La catena completa di questi latti, dal sole alla corteccia del mio cervello,
e di natura fisica, ogni suo anello è una reazione elettrica. A questo
punto ha Iuogo una modificazione completamente diversa la tutte quelle che
l'hanno provocata, e completamente inspiegabile: una scena visiva e presente
alla mente, io vedo la volta del cielo ed il sole in essa e centinaia di
altre cose; in effetti, percepisco un quadro del mondo che mi circonda; quando
questa scena mi appare dovrei, suppongo, restare attonito, ma ci sono troppo
abituato per sentirmi anche solo perplesso. Vi e un abisso tra una reazione
elettrica nel cervello e vedere il mondo che ci circonda in tutte Ie sue
prospettive; in tutti i suoi chiaroscuri (23).
Ora, che questo abisso possa venire colmato, che anche le macchine possano
avere un "body-schema" a cui relazionare le loro percezioni, che anche la
macchina non solo riceva, registri ma veda è ancora una cosa che si
deve dimostrare. E' questo il senso che, a mio avviso, andrebbe preso quel
" provare" di Jefferson: non e sufficiente che la macchina mi ridia una immagine
nitidissima del mondo circostante, ma dovrà anche essere in grado
di farmi un discorso simile a quelle descrizioni di Sherrington, prima di
convincermi a togliere questa aporia dal problema Uomo-Macchina.
Mi resta ancora da discutere una tradizionale obiezione a quest'ultima proposta:
se la macchina si comportasse come se a vedesse o se "provasse", allora non
ci sarebbero più obiezioni ad attribuirle una attività intenzionale
o uno "schema corporeo" a cui relazionare le sue percezioni?. Scriven (24)
risponde adducendo degli esempi: 1) proporre che I'evidenza del comportamento
implichi la coscienza e come dire che un ascensore che, chiamato, ritorni
giù implichi la presenza di un uomo dentro; 2) la coscienza sta al
comportamento come la tortura sta alla sofferenza, la coscienza implica sempre
un comportamento come la tortura implica sempre una sofferenza, ma non viceversa.
E puntualizza dicendo che il comportamento può decidere se il vivente
è cosciente, ma non se ogni entità lo sia. E' la vita - dice
- che decide la coscienza, non il comportamento: la macchina potrebbe fare
tutto quel che I'uomo fa, ma non è tutto quel che l'uomo é,
sarebbe solo la magica creatura del mito che ha solo I'apparenza della vita,
ma non e viva. Lo stesso discorso lo fa Ziff in due punti diversi: 1) solo
le cose viventi possono provare sensazioni (25); 2) è la struttura
che decide, non il comportamento; infatti, di un fiore meccanico che si comporta
come un fiore normale (cresce per via di ingranaggi, ecc.) diremo: "Che ingegnoso
meccanismo!" e non: "Che strano fiore! (26).
Queste risposte sono scorrette ed e forse per colpa loro che il cibernetico
non è più disposto a ritenere serie le obiezioni riguardo alla
coscienza, ma al di la del discorso sulla caratteristica: " x è conscio
se e solo se eèvivo è giusto che si sia notato che il comportamento
non discrimina la coscienza.
Scriven, in un secondo articolo (27) totalmente opposto al primo testè
citato, fornisce la vera ragione per cui suffragare la sua convinzione precedente
sebbene, purtroppo, ora tenti di dire una cosa totalmente opposta. Egli si
propone di far vedere che un cieco, che conosce le regole semantiche che
governano il linguaggio dei colori e che può relazionare suoni e colori
sì da apprendere che una certa frequenza acustica corrisponde ad un
certo (o certe sfumature di) colore, può dare benissimo I'impressione
di vedere. Il fatto molto banale e proprio che il cieco si comporterà
si come uno che vede, ma non vede.
Questa proposta di Scriven è ancora legata totalmente alla dimensione
dell'inganno o dell'attore, e difatti, come I'attore si limita a comportarsi
come se fosse angustiato, cosi il cieco si comporta soltanto come uno che
vede, ma in realtà né I'attore e angustiato, né il cieco
vede.
Concludo con un ultimo esempio: la macchina ha una memoria detta tecnicamente
topografica, e cioè richiama il ricordo a seconda del posto in cui
e inserito, diversamente I'uomo richiama il ricordo a seconda del contenuto
semantico. Il ricordo della macchina e un numero, quello dell'uomo e un significato.
Ora se noi ci trovassimo di fronte ad un comportamento che palesi sia per
la macchina che per I'uomo il richiamo di un ricordo, questo (ne siamo corti)
non ci abiliterà a dire che sia l'uomo che la macchina ricordano nello
stesso modo, potremmo dire che ambedue "ricordano", ma facendo ben attenzione
che questa espressione è dello stesso tipo di quel normale uso che
nel linguaggio comune facciamo del termine "camminare", predicato sia delI'uomo
che dell'automobile, dove pero siamo perfettamente consapevoli che solo il
risultato è lo stesso, non il modo.
La problematica apparsa in queste pagine, dove è richiesta di necessita
la soluzione dei problemi posti dal " vedere", " provare"," sapere di ",
ecc. sta in fondo alla base di ogni descrizione dell'uomo che aneli ad essere
completa e se il modello dove perlomeno permettere la trattazione delle proprietà
ritenute essenziali dell'entità bisognosa di spiegazione, il modello
meccanico delI'uomo non può essere una ipotesi adeguata finche non
riesca a dar ragione, nei termini che gli competono, di quelle proprietà,
ed e proprio in questo ordine di idee la mia precedente affermazione sulle
sostanziali inadeguatezze della spiegazione materialista. In effetti, le
proposte soluzioni del materialismo, e riduzionistico e behaviorista, si
scontrano con quella dimensione di globalità dell'agire umano a cui
si allude con il termine coscienza, qui sostituito con il concetto di "body-schema",
che, in ultima analisi, potrebbe ben rappresentare quella tipica struttura
di schemi informativi cui ci si riferisce nell'analisi dell'intenzionalità
del conoscere.
Ma se il materialismo non riesce a fare una cosa di questo genere, il dualismo
antropologico, che ha sempre chiamato in sua difesa il concetto di coscienza,
si trova ad avere a che fare con un qualcosa non più utilizzabile
ai suoi fini proprio perché non ammette la sostanzialità del
corpo, chiudendosi in tal modo la possibilità di ipotizzare nell'uomo
stesso quelle attività intelligenti che richiedono un certo tipo di
struttura corporea.
Ma v'e di più, e la cosa prende la forma del paradosso: la domanda
che ha provocato le risposte antitetiche del dualismo antropologico e del
materialismo: se l'organismo vivente umano sia o non sia controllato da un
quid diverso da esso e non materiale, se analizzata nelle sue strette conseguenze,
da adito ad una situazione spiacevole per ambedue i contendenti.
Infatti, nel momento in cui il materialismo sostenesse I'equivalenza uomo-macchina,
dato che nella macchina la struttura fisica è sostanzialmente diversa
dalla struttura informativa, anche per la macchina potrebbe sorgere il problema
mente-corpo. Ne consegue che è la struttura informativa che "governa",
pur differenziandosenee, la struttura fisica, ma in tal modo esso non farebbe
nient'altro che suffragare la tesi del dualismo antropologico.
Dall'altro lato, se il dualismo antropologico fosse coerente con i suoi asserti,
dovrebbe sostenere che, dato per valido il precedente ragionamento, I'uomo
è una macchina in cui gli schemi informativi, sotto I'aspetto di formalizzazioni
dell'informazione, governano la struttura fisica. In altre parole i due contendenti
si scambierebbero gli argomenti: da un lato il dualismo antropologico dovrebbe
sostenere che I'uomo è una macchina, mentre il materialismo dovrebbe
sostenere che non lo è.
PAOLO ALDO ROSSI
(1) A. Rosemblueth, N. Wiener, J. Bigelow, Comportamento, fine e teleologia
in P. A. Rossi (ed.), Cibernetica e teoria dell'informazione, La Scuola,
Brescia, 1978
(2) N Wiener, The Human Use of Human Beings, Houghton Miffin Co., Boston, 1950
(3) P. A. Rossi, L'utilisation des schemas concetuels cybernetiques dans
le problème de la détermination de l'identité de l'homme,
in Epistemologia, IV (1981) Special Issues, pp. 229-254.
(4) S. Tommaso d'Aquino; Summa Theol. q.76, a. 1
(5) Nelson J.: Behaviorism is false? in J. o Phil., 1969, LXV
(6) Feigl H.: Identity theory, in Dimension of Mind, S. Hook (ed)., Collier Books, New York, 1960.
(7) Smart J.J.C., Senasations end brain processes, in Philosophical Review, 68, 1969.
(8) Jefferson G.: The Mind of Mechanical Man (Lister Oration for 1949), Brith. Med. J. pp. 105-21, 1949
(9) Kramer O.: Automat und Mensch, Universitas 13, 1958, n. 5, pp.511-522
(10) Turing A. M.: Computing machinery and intelligence, Mind, 1950.
(11) Steinbuck K.: Automa e Uomo, Boringhieri, Torino, 1968.
(12) Turing A. M.: loc. cit.
(13) Mays W.C.: Can machines think?, Philosophy, 27, 1952, pp. 148-162.
(14) Putnam H.: Mind and Machines, pp. 138-64, in Dimension of Mind, S. Hook (ed), Collier Books, New York, 1960.
(15) (12) Turing A. M.: loc. cit.
(16) Agazzi E.: Alcune osservazioni sul problema delle iinteligenze artificiali,
in P. A. Rossi (ed.), Cibernetica e teoria dell'informazione, La Scuola,
Brescia, 1978.
(17) Miles T. R.: On the differences between men and machines, B.J.P.S., 1957.
(18) Head H.: Studies in neurology, London, 1929, vol. 11, pp. 605-8 et pp. 722-26.
(19 ) Miles T. R.: loc. cit.
(20 ) Miles T. R.: loc.. cit.
(21) Wisdom J. O.: The concept of phantom body, Actes du Xieme Congres international de pllilosophie , 1953.
(22) S. Tommaso d'Aquino, loc. cit.
(23) Sherrington C.: Introduzione a: "Le basi fisiche della mente" , in "La
filosofia degli automi", a cura di V. Somenzi. - Boringhieri, Torino, 1965.
(24) Scriven M.: The mechanical concept of mind. - Mind, 1953, n. 246, pp. 230-40.
(25) Ziff P.: The feeling of robot Analysis, 1958-59, pp. 64-68.
(26) Da una conversazione di P. Ziff con H. Putnam, citata da Putnann in
"Robot: machines or artificially created life", in J. of Phil., pp. 670-9l,
1964_
(27) Scriven M.: The compleat robot: A prolegomena to andrology, in Dimension
of Mind, S. Hook (ed)., Collier Books, New York, 1960.
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