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La
vipera e l'oppio: la teriaca di Andromaco a Napoli tra XVI e
XVIII secolo
Massimo
Marra
saggista
Tra
tutti i pesci della tradizione napoletana, il più
sfortunato è senz’altro ‘O Guarracino, attore forse non protagonista di gustose zuppe di
pesce, ma attore senz’altro protagonista in una delle
tarantelle più popolari della tradizione napoletana. Nella
canzone del guarracino, nota in un notevole numero di
varianti, il pesce è innamorato della sardella, ma
l’amore è, di versione in versione, ostacolato da un
altro pesce, e la canzone culmina sempre in una grande
battaglia che coinvolge tutti i pesci del mare, divisi in
due partiti opposti. Nella versione che ci interessa in questa sede il Guarracino sta per sposare la Sardella, ma ad
un tratto la sposa ha un malore, e nella preoccupazione
generale …
E’ cosa ’e
niente strillaje ‘a murena
Chella ‘a sposa già era prena….
…A chi è figlio strillaje ‘o guarracino
m’ha fatto curnuto ‘e Santu Martino…
L’imputato,
accusato dallo Sparaglione, altro pesce attore della
vicenda, pare essere ‘o Capitone. Ovviamente, il tutto finisce nella solita rissa tra i
familiari e gli amici della sposa e gli amici del Guarracino.
Alla fine, il bilancio della battaglia
è desolante:
Cinquanta
muorte e duicient’ ferite
E n’ati vinte ‘mpericule ‘e vita
E ‘ll’autri jettero add’ò speziale
A piglià l’Acqua Turriacale
Per
inciso, nel parapiglia, la sposa partorisce, ed a sorpresa
partorisce uno scunciglio scagionando il malcapitato capitone…..
Ma
ora lasciamo le vicende di amore e di guerra della saga del
guarracino per occuparci della cura miracolosa che abbiamo
visto prontamente prendere
dallo speziale sottomarino, l’acqua turriacale, il medicamento che, senza alcun dubbio, possiamo
definire come il più popolare nelle terre meridionali nel
periodo che va tra XV e XVIII secolo.
L’acqua
turriacale del guarracino, infatti, non è altro che acqua
theriacale, ossia una bevanda medicinale contenente
quella Theriaca di
Andromaco il Vecchio che
costituiva la più celebre e credibile approssimazione
storica del mito della panacea universale, il pharmaco
catholico della tradizione alchimistica.
L’accostamento
non è certamente nostro: Martin Ruland, nel Lexicon
Alchemiae del 1612 alla voce theriaca, non manca di
accostare il vocabolo alla stessa pietra filosofale.
Il più recente Pernety, nel Dizionario
Mito Ermetico (1758) si diffonde profusamente nel
confermare la valenza simbolica dell’antico polifarmaco:
“… Alcuni filosofi
hanno dato questo nome al corpo fisso del magistero, per
opposizione al nome “veleno” che altri hanno dato allo
stesso corpo; infatti, se esso non è unito al mercurio
volatile nell’ora giusta della nascita dell’acqua
mercuriale, quel corpo guasta tutta l’Opera, mentre, se è
unito al tempo giusto, lo perfeziona. Ma il senso più usato
in cui bisogna intendere il termine teriaca, è che i
Filosofi hanno chiamato così il loro Magistero perfetto,
perché esso è il rimedio più eccellente della Natura e
dell’Arte, per guarire tanto i Veleni che le altre
malattie del corpo umano e dei metalli.” (pag. 193
vol. 2 ).
Nel
1944, ad oltre un secolo dalla definitiva scomparsa della
teriaca dalle più importanti farmacopee europee, ad opera
di una curiosa figura di farmacologo-alchimista spagnolo,
Antonio
De Paula Novellas Y Roig, apparve a Barcellona La
triaca de Andromaco, opera apologetica che si inseriva
nell’esplicito programma del Novellas di rivalutazione e
ritorno delle teorie ermetico-spagiriche nella farmacologia
ufficiale del tempo. Per il Novellas, che, pur nella sua
veste accademica di farmacologo con severa preparazione
scientifica, non manca di dichiarare la sua assoluta fede
nella immortalità della teriaca come simbolo più evoluto e
puro dell’arte spagirica, l’antica formula è un rimedio
simbolico di grande potenza. Nei tempi antichi “… si
utilizzavano elementi spirituali che l’uomo d’oggi
disprezza perché non conosce, e se li conoscesse, forse
continuerebbe nel suo sdegno, poiché la tradizione gli
sfugge e nulla vede in essa…”. Per Novellas,
l’efficacia del portentoso farmaco era legato all’eggregore
della teriaca, formato ed alimentato
attraverso il rito della preparazione dell’antidoto. Rotta
la tradizione del rito, alla fine del XVIII secolo, l’incanto della medicina sacra era definitivamente cessato.
Compresa tra mito e realtà quotidiana, tra favola popolare e simbologia
esoterica, tra scienza e magia, la teriaca si ascrive così,
lungo tutto l’arco della sua storia, al novero delle
bevande fatate, sacre, delle misture magiche i cui effetti,
di là di ogni analisi farmacologica, per l’universo
mitico e magico di cui sono emanazione, ci rimarranno per
sempre ignoti.
Nell’immaginario
alchemico la Teriaca è dunque un alter ego dell’Elixir
Vitae, del Pharmaco
Catholico, della Medicina Universale, che è a sua volta
precipitato archetipale dell’acqua benedetta, del Sôma
del Rg-veda o dell’Haona iranico.
Bevande
dell’immortalità, della salute eterna, simboli dell’indiamento.
Ma
vediamo di immaginare la pratica correlata a questa pozione,
l’universo di conoscenze empiriche cui essa rimanda, il
complesso dei saperi che, nell’ambito della medicina e
della farmacologia cinquecentesche la teriaca mette in
gioco.
Non
è nostra intenzione tratteggiare una storia, seppure in
breve, di un medicamento tanto antico, longevo e dibattuto
come la teriaca, né delle evoluzioni e delle diverse
versioni che di essa circolavano a cavallo tra il XVI ed il
XVIII secolo. Vogliamo solo, in
questa sede, dare uno spaccato di come venisse usata
e preparata la Teriaca a Napoli, a cavallo tra XVI e XVII
secolo, in un periodo probabilmente molto vicino a quello
che vissero gli anonimi autori delle strofe del Guarracino.
Intorno alla teriaca, troveremo alcuni dei personaggi più
importanti della cultura seicentesca napoletana, speziali,
naturalisti, medici, alchimisti e filosofi.
La Teriaca di Andromaco è tratta direttamente dal corpus degli scritti di Galeno. Il
De Theriaca ad Pisonem
è una delle parti
più lette e commentate del corpus galenico nel
periodo rinascimentale, insieme ad un’altra operetta
sull’uso della teriaca da tempo sicuramente considerata
apocrifa. Della
Teriaca Galeno tratta anche nel De
Antidotis. L’origine di questo farmaco, per quasi
duemila anni protagonista indiscusso della farmacopea
occidentale, affonda
in personaggi ai confini tra il mito e la storia, secondo
una narrazione tradizionale di cui riportiamo brevemente le
tappe fondamentali.
Crautea
era il medico di corte del grande Mitridate (133-64 A.C) re
del Ponto, sovrano dal pugno di ferro e di spiccata genialità
(secondo la tradizione conosceva a menadito gli oltre 20
idiomi delle popolazioni a lui sottomesse). Il re fu,
certamente, tra i più temibili nemici dell’impero romano.
Salito al trono nel 112, il buon Mitridate dichiarerà
guerra a Roma per ben tre volte. La prima guerra mitridatica
(89-85 A.C.) iniziò con una imponente avanzata del nostro,
che conquistò la Grecia, l’Asia minore le isole Egee, per
essere poi sonoramente sconfitto dall’esercito romano
guidato da Silla. Non pago, il buon re del Ponto ci riprova
tra l’83 e l’81 A.C., riportando questa volta
sostanziali vittorie su Roma. E’ solo con la terza guerra
mitridatica che Roma, conquistando addirittura il Ponto e la
residenza del re, dopo una guerra decennale (tra il 74 ed il
64 A.C.) avrà
finalmente ragione di questo acerrimo nemico, grazie alle
forze ed all’abilità strategica del suo esercito guidato,
stavolta, da Lucullo e Pompeo. Mitridate fu così costretto
a riparare in Scizia.
Ad
un re tanto potente da sfidare ripetutamente la forza
romana, probabilmente non dovevano mancare timori e
preoccupazioni. Uno di questi, sicuramente, dovette essere
il timore di rimanere avvelenato ad opera di un tradimento
di corte. Che il buon re non fosse un semplice paranoico, ce
lo dice la storia della sua morte. Tradito dal figlio
Farnace, egli decise di togliersi la vita, proposito che
attuò servendosi della
lama e del braccio di un suo fedele ufficiale.
Al
ribelle re del Ponto, infatti, era da tempo preclusa la pur
dignitosa via dell’aspide di Cleopatra e degli altri
veleni, e ciò proprio in grazia dei servigi di quel Crautea
di cui abbiamo sopra appena accennato.
Pressato
dalle richieste del preoccupato sovrano, infatti, Crautea si
era mobilitato, secondo la tradizione, alla ricerca di un
rimedio sicuro contro ogni forma di avvelenamento
Il potente farmaco che era stato messo a punto,
passato appunto alla storia come Mitridatium, era una formulazione complessa, composta da oltre una
cinquantina di semplici.
E
funzionava così bene che, come si è visto, Mitridate non
poté avvelenarsi…..
Da
allora, i medici ed i farmacologi definiscono mitridatismo
l’abitudine fisiologica ai veleni, e la conseguente
neutralizzazione di ogni loro effetto deleterio. Quando
Pompeo entrò nel palazzo di Mitridate, non dovette certo
lasciarsi sfuggire il segreto di Crautea, che arriverà così
a contatto della ricettiva medicina romana.
Un
contemporaneo di Crautea, il medico di Pergamo Nicandro da
Colofone, aveva
inoltre composto, intorno alla prima metà del secondo sec.
A. C. , due poemetti su di un suo antidoto dal nome Theriaca,
e sugli antidoti ai veleni in generale. Tra i semplici
elencati come utili per l’avvelenamento (Nicandro enumera
circa centoventicinque erbe utili contro il morso dei
serpenti, di cui buona parte si ritroverà per secoli nelle
farmacopee successive) ritroviamo parte consistente di
quelli usati per il mitridate.
Nel
frattempo a Roma la ricetta di Crautea incontra un successo
senza precedenti.
Ed
incontra anche un estimatore che ha esigenze simili al re
del Ponto…….
Il
buon Nerone, cui la moderna storiografia tende a mitigare la
sinistra fama di piromane folle, soffriva indubbiamente di
grandi preoccupazioni di governo, che lo dovevano portare
forse a non giudicare del tutto improbabile l’ipotesi di
morire avvelenato per mezzo della sollecita mano di un
cortigiano fazioso o di un servo al soldo dei non pochi
nemici.
Compare
qui la figura di Andromaco il Vecchio, il saggio medico
dell’imperatore, che, sulla base della ricetta del
mitridate, elaborò un proprio antidoto, destinato a
surclassare in diffusione e fama il pur notissimo Mitridate:
la nostra Theriaca di Andromaco. La teriaca, in effetti, contiene solo pochi
semplici in più del Mitridate, ma la novità fondamentale
introdotta da Andromaco, fu senz’altro l’adozione della
carne di Vipera come principale principio attivo.
Anche
Andromaco, affidò la composizione miracolosa ad un poema,
che è proprio quello tramandatoci nel De
Theriaca e nel De Antidotis di Galeno. Da più fonti, fino al ‘600 inoltrato,
abbiamo notizia di un’altra composizione, in prosa, dovuta
al figlio del medico imperiale, Andromaco il Giovane,
composizione le cui piccole differenze nella presentazione
della ricetta furono oggetto di glosse e discussioni.
Purtroppo, però il testo di questo scritto non ci è
pervenuto.
Nell’impero
romano, la teriaca arrivò a suprema popolarità, e la sua
formula fu affidata dagli scultori ai bronzi dei templi di
Esculapio. Alcuni dei più noti medici dell’antichità
scrissero della teriaca, da Xenocrate di Afrodisia (I sec.
D. C.) a Plinio il Vecchio, ma senz’alcun dubbio
l’attenzione maggiore la ritroviamo negli scritti di
Galeno (138-201 D. C.).
La
teriaca, con qualche non poco significativa variazione di
composizione (ogni studioso vi aggiungeva o sostituiva
qualche componente al fine di migliorarne secondo le proprie
conoscenze, l’effetto, mentre ogni speziale vi toglieva o
sostituiva qualche componente, al fine di migliorarne la
redditività secondo le proprie finanze….) continua
comunque la sua ascesa di diffusione e popolarità,
attraversando indenne il medio evo nelle opere di Galeno, e
giungendo in pieno XVI secolo ancora al culmine della
popolarità.
A
Napoli, come abbiamo visto, era così diffusa da essere
regolarmente dispensata anche sott’acqua……..
Se
praticamente in tutta la penisola, la teriaca veniva
prodotta e commercializzata (ovunque con la pretesa,
naturalmente, di essere la migliore e la più fedele
all’originale ricetta) la teriaca senz’altro più
famosa, era quella veneziana. Il motivo di tale supremazia
era legato alla evidente potenza commerciale della
repubblica, le cui navi solcavano i mari e visitavano i
porti d’oriente ed occidente. Centro di importazione dei
più esotici semplici, Venezia era il luogo dove,
effettivamente, più facile doveva essere procurarsi gli
ingredienti della famosa pozione.
E’
ovviamente certo, che, sotto la denominazione di teriaca
veneziana, dovesse circolare un discreto quantitativo di
teriaca che di veneziano non aveva che il nome.
Che
la teriaca rappresentasse un affare di discreto valore
commerciale per il governo veneziano, è testimoniato dai
grandi pubblici festeggiamenti indetti (tra il XVI ed il
XVII secolo) nella città in occasione della annuale
fabbricazione della teriaca, festeggiamenti popolari che si
affiancavano alla cerimonia ufficiale che voleva la presenza
dei rappresentanti del governo cittadino, delle massime
autorità sanitarie (il protomedico ed i suoi assistenti) e
della corporazione degli speziali
(col compito di sorvegliare la buona preparazione del
composto e la eccellente qualità degli ingredienti).
Seppur
senza la pompa dei festeggiamenti popolari, analoga
ufficialità aveva la fabbricazione dell’antidoto in tutte
le principali città italiane. La teriaca doveva essere
sempre approvata dal collegio degli speziali e dal
protomedico, e le fasi principali della lavorazione
avvenivano sempre innanzi alle principali autorità
cittadine.
La
curva ascendente della diffusione della teriaca continua
ininterrottamente fino ai primi decenni del XVIII secolo,
per registrare l’inizio della fase ascendente intorno alla
metà del secolo. Alla fine del XVIII secolo, la teriaca
scompare dalle farmacopee di molte città europee, ma in
Italia, ed in special modo nel meridione, la sua popolarità
continuerà ancora a lungo. E’ infatti a pochi decenni dal
tramonto dell’antico antidoto, che, con una tardiva presa
di coscienza delle potenzialità economiche del commercio
della teriaca, il re di Napoli Ferdinando IV di Borbone, nel
1779, impone il monopolio statale sulla preparazione
dell’antidoto. L’obbiettivo dichiarato è, naturalmente,
quello di proteggere dalle teriache contraffatte la salute
dei cittadini, ma, sicuramente, è proprio la ancor vasta
dimensione del business
teriaca ad attrarre re Ferdinando.
La
preparazione venne affidata in esclusiva alla Reale
Accademia di Scienze e Belle Lettere, e tutti gli speziali
del regno furono obbligati ad acquistarne almeno mezzo
libbra l’anno. Dovevano inoltre esserne sempre forniti, ed
all’ispezione del Protomedico o del suo vice, ogni
speziale doveva esibire, oltre al vasetto della teriaca, la
ricevuta dell’acquisto annuale.
Il
prezzo, fissato con intenti concorrenziali (il prezzo di
mercato della teriaca veneziana era intorno ai 24 carlini)
oscilla, a seconda delle quantità acquista, dai 18 ai 12
carlini (per un acquisto di almeno cinque libbre).
In
effetti, nonostante il provvedimento governativo, ingenti
quantità di teriaca veneziana continueranno ad essere
contrabbandati nei confini del regno, nonostante i ripetuti
tentativi di bloccare l’ingresso della richiestissima
teriaca concorrente (che, tra le altre cose, eludeva
costantemente la regia dogana) o attraverso l’inefficace
meccanismo repressivo, o attraverso continue
riorganizzazioni del sistema distributivo e l’imposizione
di più ingenti e gravosi quantitativi minimi d’acquisto
agli speziali.
Naturalmente,
è perfino inutile sottolineare che assai spesso, il vaso di
teriaca presente alle ispezioni delle autorità, era lo
stesso per svariate spezierie, e migrava velocemente alla
bisogna da una mano all’altra …..
Analogamente
è superfluo ipotizzare od indagare su quanti e quali
stratagemmi fossero posti in essere dagli speziali del Regno
nell’occultare gli indubbiamente ingenti quantitativi di
teriaca veneziana o di altra provenienza che circolavano
nelle loro botteghe.
L’esperimento
borbonico della teriaca statale, ebbe dunque scarso
successo, né le cose migliorarono quando il diritto di
esclusiva sulla fabbricazione, chiusa la Reale Accademia,
passò, nel 1807, per iniziativa di Giuseppe Bonaparte, al
neonato Real Istituto di Incoraggiamento alle Scienze
naturali di Napoli, che, attraverso varie vicissitudini,
mantenne il proprio diritto fino al 1860, anno in cui,
comunque, possiamo considerare già
concluso il ciclo della fortuna della teriaca.
Ma
se storicamente fallimentare fu la vendita della teriaca
“Statale”, non è improbabile che tra XVI e XVIII secolo
il regno di Napoli fosse ai primi posti nel consumo di
teriaca veneziana, e si può essere certi che, a
quest’ultima si affiancava anche quella tradizionalmente
preparata in segreto dagli speziali napoletani.
Proviamo adesso a vedere, proprio attraverso
l’attenta arte degli speziali napoletani, categoria
potente e rispettata, quale fosse la preparazione della
teriaca, quali fossero le virtù terapeutiche ad essa
attribuite e le patologie di applicazione del portentoso
rimedio.
Tra
il XVI ed il XVII secolo (ma anche nel XVIII e XIX ) la
teriaca fu oggetto di innumerevoli trattazioni a stampa, più
o meno in tutta Europa, e, come vedremo, innumerevoli furono
i testi a stampa nel regno di Napoli.
Tra
questi, senz’altro, un’opera merita particolare
attenzione: si tratta del testo di Bartolomeo Maranta Della
Theriaca et del Mithridato libri due di M. Bartolomeo
Maranta a M. Ferrante Imperato. Ne’ quali s’insegna il
vero modo di comporre i sudetti antidoti et s’esaminano
con diligenza tutti i medicamenti che v’entrano.
Venetia Marc’Antonio Olmo 1572.
Il
venosino Bartolomeo Maranta, naturalista di grande levatura,
fu allievo di Luca Ghini e si formò dunque presso il
Giardino dei Semplici fondato a Pisa da Cosimo de’ Medici.
Tornato a Napoli, strinse intimi rapporti di amicizia e
collaborazione col naturalista e speziale napoletano
Ferrante Imperato, passato alla storia delle scienze
naturali per il Dell’Istoria
Naturale del 1599, ristampato successivamente anche in
edizione latina. Al sodalizio intellettuale doveva
partecipare anche il giovane Colantonio Stigliola, Linceo
amico del Della porta e di Antonio Persio, addottoratosi in
quegli anni in medicina presso lo studio di Salerno, ma che
ben presto avrebbe abbandonato la medicina per seguire i
propri interessi in campo architettonico, astronomico,
fisico, filosofico, e per una fervente attività di editore.
Il
Maranta, intellettuale stimato e noto, mente libera e nemico
aperto di ogni pedanteria scolastica ed accademica, fu tra i
sospetti di luteranesimo, e come tale (seguendo, in questo,
un destino comune anche all’allievo ed amico Stigliola) fu
processato dall’Inquisizione intorno al 1562 e,
successivamente, assolto dopo un processo svoltosi con ben
65 deposizioni.
Nella
sua attività scientifica, il Maranta fu instancabile
indagatore della natura, sostituendo alla quieta ed acritica
adesione alle teorie classiche, l’osservazione diretta e
l’indagine sul campo, che lo portò a viaggiare per molto
tempo in vasti territori della Calabria e della Puglia.
Il
Della Theriaca è
un’opera divulgativa, indirizzata principalmente agli
speziali, frutto dichiarato della fitognostica del Maranta
fusa con le conoscenze spagiriche e pratiche dello speziale
Imperato, cui è dedicato il libro.
In
effetti, l’opera si presenta strutturata come una dotta
glossa ai passi di Galeno sulla teriaca, ed in appendice
riporta il testo latino dell’elegia di Andromaco tratta
dal De Theriaca ad
Pisonem.
La
prima puntualizzazione del Maranta, a proposito del
miracoloso antidoto, è di ordine filologico: la comune
etimologia dal greco therion
(serpente) viene abitualmente
attribuita alla teriaca a partire dalla presenza, tra
i suoi ingredienti, della carne di vipera. In realtà, dice
il Maranta, la denominazione preesiste all’introduzione
della carne di vipera nell’antidoto, che deve il suo nome
alla straordinaria efficacia che da sempre ha dimostrato
(anche prima che Andromaco vi introducesse la carne di
vipera) per curare i morsi di tutte le serpi. Se vi fosse
stato specifico riferimento alla vipera, che è una
particolare specie di serpente, il vocabolo greco
appropriato sarebbe stato echidna,
e non certo Therion.
In
seguito, inizia la trattazione vera e propria.
La
Teriaca è composta di un gran numero di medicamenti. La
numerosa schiera di semplici ed ingredienti, obbedisce
infatti al principio con cui gli antichi medici “….volsero,
con la moltitudine di medicamenti, provvedere
a tutte le nature e proprietà dei corpi humani: acciò
se con un controveneno a qualche particolar complessione non
può giovarsi, si giovi con l’altro o con molti
altri…”. La complessità della formula, quindi, più
che alla varietà delle applicazioni, sembra essere in
relazione con la varietà delle complessioni e delle
caratteristiche dei pazienti.
Alla
base del funzionamento della theriaca (nella sua originaria
funzione di antidoto) il Maranta pone una particolare
applicazione del principio dei simili: “….Essendo dunque già nel corpo humano entrato il veneno…hanno stimato i
medici rationali che, mettendovi dentro un altro veneno,
facilmente si smoverebbe per andare a trovare il suo simile.
Ma perché il moversi solo non basta a salvare l’huomo,
han posto tanti contraveneni
insieme con questo veneno; acciò, venendo quello del corpo
a trovare l’altro, fusse dapoi domato et vinto et
discacciato fuori: perché mettendo il contraveneno solo,
farebbe per un certo spacio concentrare più addentro il
veneno per fugire il contrario et intanto potrebbe, prima
che da davero giugnesse la forza dell’antidoto, ammazzare
l’huomo; per
far dunque che il veneno che sta nel corpo più facilmente e
con più celerità sia tocco dal contraveneno, e perché
quello non sia tanto resistente al nemico, vi ha posto uno come per ispia, il quale, con destro modo lo lievi dalla
sua fortezza e a sé lo chiami per tradirlo poi con la
imboscata de’ medicamenti, nemici mortali del veneno…”.
In
questo modo la funzione della carne di vipera, simile
al veleno che intossica il malato, viene ad assumere nel
contempo una valenza veicolante
(peraltro assai moderna).
L’obiezione
che vorrebbe sottolineare ipoteticamente la possibilità di
una pericolosa azione sinergica dei due veleni viene
prontamente affrontata in un brano immediatamente seguente:
“…Ma perché era
pericoloso mettere un altro veneno nel corpo per discacciare
il primo (percioché poteva accadere che mentre si cerca
cavarne uno ve ne restano due) fu provvisto che potesse
questo veneno, cioè le carni viperine, senza nuocere al
corpo, esser preso per di dentro, e questo con la
preparatione che si fa nel cuocere la vipera con quello
studio che diremo, e anco per esser corretta da tante
medicine…”. In realtà, come si vedrà più innanzi, alle vipere in questione, nel corso della preparazione si
mozzavano coda e testa quattro dita sotto l’attaccatura
del capo, e, dunque, indipendentemente da ogni preparazione,
la zona delle ghiandole velenose veniva dunque comunque
scartata.
Rimane
però il mistero di una prescrizione tradizionale assai
precisa, che, tra le varie specie di rettili velenosi,
prescrive proprio la vipera come ingrediente d’elezione
per la fabbricazione della teriaca. A questo proposito il
Maranta ci informa che : “…fu
la mente di Andromaco in scegliere più tosto le vipere che
altro animal venenoso, fondata sopra grandissima ragione,
perché queste rispetto à gli altri serpenti hanno virtù
manco mortifera. Laquale poi, per la preparatione e
correttione resta quasi a niente…”.
Dunque,
gli altri serpenti velenosi sarebbero stati troppo letali. E
l’esempio portato è subito il basilisco, che è così
venefico da avvelenare col solo suo sibilo, ed “…anzi
uccide qual si voglia animale che, in qualunque guisa,
ancorché il morto, il toccasse….”.
La
vipera dunque, sembra essere l’animale meno pericoloso sia
per l’ammalato che per lo speziale, che deve maneggiare
necessariamente i serpenti per la preparazione
dell’antidoto.
A
questo punto, giocoforza, dobbiamo passare alla composizione
del polifarmaco, che abbiamo ricopiato dal testo del Maranta
nel riquadro uno. Evidenti ragioni di spazio
ci sconsigliano in questa sede dall’intraprendere
l’impresa di identificare i nomi moderni e le proprietà
farmacologiche degli oltre sessanta componenti. Lasciamo
volentieri ad altre più qualificate mani ed al lettore
volenteroso ogni approfondimento su quest’aspetto della
teriaca.
Il
Maranta, tuttavia, non manca di eseguire una breve disamina
di ognuno degli ingredienti, delle sue proprietà, delle
diverse qualità disponibili, del momento e del luogo
migliori per la raccolta o l’acquisto. L’attenzione per
la qualità dei componenti era del resto una preoccupazione
in tutta la medicina antica e rinascimentale, in cui assai
indicativi erano i criteri di standardizzazione qualitativa,
ed in cui la fantasia e le esigenze immediate della spetieria troppo spesso, pare, sostituissero le regole di buona
preparazione.
Intorno
al riconoscimento dei semplici elencati nel De
Theriaca di Galeno, ed intorno alla qualità e tipologia
dei diversi ingredienti, più di una polemica fu instaurata
tra medici, speziali e naturalisti tra il XVI ed il XVII
secolo.
Nel
dettare le
norme per la scelta degli ingredienti, il Della
Theriaca comincia dalle radici: “…ferme,
di scorza piana e senza grinze (percioché le rugose danno
inditio di svanimento…e che ritenghino il suo colore”.
Analoghi consigli sono dispensati per la scelta degli altri
tipi di ingredienti vegetali: “…Gli
frutti, i germogli e virgulti scelgansi vivi, di buona
sustanzia, e che nel rompersi non scrollano una certa
polvere; siano numerosi, eguali, perché quando sono
mescolati di grandi e di piccoli hanno qualche
mancamento…Debbono i semi esser di scorza limpia, non
rugosa: i fori vegeti, e che serbino il suo colore così
secchi come quando sono verdi; i sughi e le lacrime e gli
altri liquori non arsicci o invecchiati, e che siano al
possibile vigorosi del proprio odore e sapore, il che anco
di tutti gli altri detti di sopra si deve intendere…”.
Doveva
essere assai difficile, e probabilmente dispendioso, per lo
speziale provetto che volesse seguire alla lettera il
dettame della esatta composizione della teriaca, reperire
gli oltre sessanta ingredienti necessari. Non è un caso che
la preparazione della teriaca fosse un evento raro ed
atteso. L’Imperato, nello spazio di dodici anni, narra il
Maranta, l’ha preparata solo tre volte. E noi sappiamo
quale vasta rete di contatti internazionali intessessero
l’Imperato ed il figlio Francesco, nel procurarsi reperti
per il proprio famoso museo ed esemplari per il proprio
erbario, contatti che, fuor di ogni dubbio, dovevano
favorire non poco l’Imperato nel reperimento di piante e
semi rari.
D’altro
canto, innumerevoli sono le varianti reperibili nella
formulazione della teriaca, ed era comunemente ammessa
qualche deroga nella sostituzione di alcuni degli
ingredienti meno importanti.
Lo
stesso attento e precisissimo Maranta ammette: “…ma
in tanto numero di semplici che compongono questo antidoto,
il metterne o cinque o sei o pochi più diversi da quelli
che vi devono stare, ancora che la facciano un poco variata,
pure si può comportare. Ma come poi si viene a quindeci e a
venti, tanto meno valorosa sarà quanto maggiore sarà il
numero. Anzi, per dir meglio, non sarà più theriaca ma
un’altra cosa…”.
Il
Maranta è prodigo di particolari nella descrizione dei
semi, delle foglie, dei frutti, ed in questo vediamo la
statura del grande naturalista, la forza dell’osservazione
diretta. Quella osservazione che anche l’amico e
collaboratore Imperato, ammirato dal Mattioli e dal Cesi,
poneva innanzi tutto.
Della
complessa formulazione della teriaca, dunque, in questa
sede, ci occuperemo solo degli ingredienti principali, ossia
di quelli della prima partizione.
Anzitutto,
l’attenzione cade su di un vocabolo più volte ripetuto
nel corso della ricetta: i trochisci,
forma farmaceutica oggi sostituita da polveri o compresse
solubili e gel orali.
I
trochisci non sono altro che paste variamente ottenute
secondo arte e ridotte in forma di pastelli, successivamente
seccati e variamente conservati.
Per
chi, colto da irrefrenabile desiderio di sperimentazione,
volesse cimentarsi nella preparazione dei trochisci,
riportiamo una composizione per quelli hedicroi,
la cui specifica funzione, a dispetto dell’apparente
complicazione della
formula, è esclusivamente aromatica…….
Prendi
asphalto, asato, maro, amaraco:
di ciascuno dramme 2
Calamo odorato, schinantho, costo, phu pontico, cinnamomo, opobalsamo e
xilobalsamo
di ciascuno dramme 3
Folio, nardo indico, cassia, mirrha, zafferano
di ciascuno dramme 6
Amomo
dramme 12
Mastice
dramme 1
Si
pesti tutto finemente in un mortaio, mescolandovi in
seguito, poco a poco, del vino Falerno, fino a formare una
pasta consistente da cui formare poi i pastelli. Il Lessico
del Capello, dopo aver ribadito la funzione essenzialmente
aromatica dei trochisci hedicroi, non manca di specificare
che essi, già al tempo, vengono usati solo per la
preparazione della teriaca. Più semplicemente, i trochisci
di scilla (che, secondo il Capello, analogamente a quelli
hedicroi vengono ormai usati solo nella teriaca) si
ottengono attraverso la prolungata bollitura della pianta ed
il successivo pestaggio in mortaio con farina
bianchissima di eruo, fino ad ottenere
la pasta modellabile nei pastelli.
Particolarmente
affascinante e complesso, invece, è il processo di
preparazione dei trochisci di vipera, considerati fondamentale ed insostituibile
principio attivo della formulazione di Andromaco.
Anzitutto,
in rapporto alla vipera, i primo problema è come
s’habbia a scegliere la buona per la theriaca, e la cosa, a sentire il Maranta e l’Imperato non è delle più
facili:
“…Si devono dunque pigliare le vipere non in qual si voglia tempo
dell’anno, non a mezza estate, come fanno certi, percioché
la theriaca fatta di simili vipere genera a chi la piglia
molta sete. Neanche subito ch’escono dalle loro caverne
(dove per tutto il tempo freddo stanno nascoste e quasi
stupide appena si muovono) perciò che mentre stanno sotto
terra ritengono dentro di loro tutta quella più pestifera e
nocevole qualità ch’in altri tempi
suole eshalare; e di più sono elleno più fredde e
più secche ed estenuate che mai. Ma si debbono lasciare per
alcun tempo doppo la loro uscita andare a spasso, godendosi
liberamente dell’aria lungo tempo non veduto da loro, e
far che mangino de’ cibi à loro consueti….Et sopra
tutto ne ammonisce Galeno al libro dell’uso della Theriaca
a Panfiliano essere migliori quelle che poco prima sono
prese, che non le ritenute lungo tempo, perciò che queste
sono più venenose…..Talmente che il tempo più
conveniente di prenderle sarà verso la fine della
Primavera, senza toccar punto il principio
dell’Estate….”. Eccetto, naturalmente se
l’estate risulta eccezionalmente tardiva o la primavera
anormalmente fredda.
Le
vipere migliori sono quelle screziate di giallo, veloci e
scattanti, vitali, con gli occhi tinti di rosso
e la guatatura bieca, torva e superba.
Vanno
evitate, perché prive di ogni virtù benefica, le vipere
incinte…
Tuttavia,
le femmine sono migliori dei maschi. Qualcuno dei lettori
starà istintivamente pensando al mare di difficoltà
potenziali del buon padre di famiglia che tenti (durante una
movimentata e perigliosa cattura) di identificare e
distinguere una vipera maschio da una vipera
femmina….Niente paura, poiché, indipendentemente da ogni
considerazione anatomica e morfologica, per quanto riguarda
le femmine “…si
conoscono, quelle nell’andar loro più saldo e più
quieto, ed ancora à i denti canini, havendone il maschio se
non due, e la femmina più, come scrisse Nicandro….”.
Prese
le vipere giuste, bisogna tagliare coda e testa, per lo
spazio di quattro dita da ogni lato, o di meno se si tratta
di vipere molto piccole. Fatto ciò, si puliscono i tronchi
di vipera dalle interiora, li si libera dalla pelle, e li si
bolle in acqua e sale con ramoscelli di anetho
verde. Naturalmente, se la vipera è stata presa per cause
di forza maggiore in estate, oppure in prossimità di luoghi
marini o particolarmente secchi, allora si dovrà omettere
il sale, ad evitare l’inconveniente della sete.
I
tronchi “…si
devono cuocere infino a tanto che agevolmente la carne si
spicchi dalla spina…avvertendo molto bene che qualche
piccola spina non resti alla carne attaccata…”. La
cottura sarà più breve per le vipere giovani e più lunga
per le più grandi, ma si dovrà comunque far attenzione ad
interrompere la bollitura prima che si disfacciano le carni
dei tronchetti.
In seguito : “…presa
la carne sola si pesterà in un mortaro diligentemente,
aggiungendovi un poco di pane ben cotto e ben fermentato di
purissima e fresca farina fatto, del quale non si può dare
misura certa…”. Il pane dovrà essere ben secco e
finemente pestato separatamente dalla carne,
per poi essere aggiunto e mescolato a questa. A
questo punto “…si piglia questa pasta e se ne fanno trochisci , o vogliamo dire rotole,
le quali hanno a essere sottilissime…”. L’ultima
fase della lavorazione è l’essiccamento graduale e lento
dei trochisci al sole.
L’ideale,
una volta approntati i trochisci di vipera, sarebbe
procedere subito alla preparazione della theriaca, ma essi
possono comunque essere agevolmente conservati, liberandoli
periodicamente dalle muffe, in appositi vasi di vetro,
stagno, oro o argento, opportunamente unti di opobalsamo.
Altro
ingrediente fondamentale (uno dei pochi nella teriaca ad
avere una forte attività farmacologica )
è, ovviamente, l’oppio.
La
teriaca, ha una minor concentrazione d’oppio del mitridate,
ma non si deve pensare che, per questo, il ruolo della droga
sia minore che in altre preparazioni, poiché infatti
l’oppio “…è il
più importante medicamento che entri nella theriaca,
e che ne dovrà stare in cervello più di tutti gli
altri…”.
Il
Maranta si scaglia contro i vari surrogati dell’oppio, e
specifica che il vero oppio, estratto dalle incisioni nella
pianta e successivamente preparato in pastelli, è quello
“…denso, grave,
amaro al gusto, sonnifero nell’odorarlo, agevole da
risolvere con acqua, liscio, bianco, non ruvido, non
granelloso…”. L’oppio nostrano, proveniente dalla
terra di Puglia, è buono quanto quello orientale.
Vediamo
ora di concentrarci brevemente sulla pratica di laboratorio
per la fabbricazione della teriaca.
La
prima fase è quella della triturazione in un grande mortaio
degli ingredienti secchi.
La
buona pratica di
spezieria prevedeva che la triturazione fosse eseguita a
mortaio coperto, con un metodo in voga fino ai primi decenni
del novecento, che consisteva nell’usare un foglio di
cartapecora strettamente legato ed aderente ai bordi del
mortaio, al cui centro era praticato un foro di grandezza
sufficiente alla manovra del pestello ed all’introduzione
di una mano e di una spatola per effettuare eventuali saggi.
Su
questa carta, si legava un secondo strato di cartapecora,
con un buco più piccolo appena sufficiente
all’introduzione del pestello. In tal modo si impediva la
dispersione delle preziose e finissime polveri sollevate
durante la triturazione, che, con questo accorgimento,
rimanevano copiosamente attaccate alla cartapecora, e,
dunque potevano essere recuperate al termine del lavoro.
Analogo
procedimento, si attuava nell’uso del setaccio.
“…Piglierannosi dunque tutte le radici, i virgulti, le foglie, le cortece,
i fiori, i frutti, i semi e l’altre parti delle piante che
si possono tritare in polve, e si pesteranno insieme come
sono scordio, calamentho, marrubio, stecade, dittamo, polio,
chamedri, charepiti, hiperico, centaurea, gengiovo, iride,
reupontico, cinquefoglio, costo, nardo indico e celtico,
gentiana, meo, phu, finocchio, dauco. Cardamomo, i pastelli
scillini, viperini, hedicroi, pepe nero, e lungo, rose
secche, zafferano, terra lemnia, chalciti bruciata, amamo,
cinnamomo, cassia, carpobalsamo, acacia se non sarà humida, castoro, bitume, schinanto,
foglie di malabathro.
Tutte
le sopradette cose si hanno da pestare insieme in un mortaio
di bronzo che sia stato adoperato spesso, acciò non
stia per attorno infettato di erugine: overo in uno
di pietra durissima, che siamo certi che nel pestare non si
rompa qualche particella di esso e si mescoli con le
medicine…e peste che saranno si passeranno per staccio
sottilissimo ritornando di nuovo a pestare le parti più
grosse, e di nuovo passarle per staccio finché tutte si
passino. Lo agarico si de’ da per sé solo tritare, e
passato per staccio se ne piglia il debito peso, e da poi si
mescola con le cose sopradette, accioché quelle vene
legnose che ha per didentro non si contino al peso suo ma
come disutili si buttino via…Il seme del thlaspi e del
napo, se insieme si pesteranno, si attaccheranno nel fonno
del mortaio per la loro tenacità: onde bisogna pestarli da
parte soli, insieme in un altro mortaio e dapoi macerarli in
vino, fin che si dissolvano ben bene, e dissoluti si
mescoleranno con le gomme et sughi, che pur loro si
risolvono in vino, com’è la mirra, il sugo degli hipociti
e della liquiritia, il sagapeno, l’opopanaco, l’opio e
il croco….La gomma si può insieme con l’incenso
pestare, overo da per sé sola, overo macerarla nel vino
come gli altri liquori. Insomma, tutte le cose humide si
risolvano nel vino, e le secche si risolvano in polve
sottilissima e si tenghino in due vasi appartatamente:
avvertendo di passare le cose humide per pannolino stretto,
perché restino fuora tutte le immonditie che nelle lagrime
e nelle gomme e ne’ sughi si sogliono trovare….”.
A
questo punto, terminata la filtrazione dei fluidi, avremo
due vasi in cui, separatamente, saranno custoditi gli
ingredienti liquidi e le polveri dei solidi.
In
questa fase “…bisogna
che struggi la terebintina in bagnomaria; appresso piglierai
la stirace e il galbano insieme, e con pistelli di ferro ben
netti li romperai e pesterai mettendovi un poco di mele
crudo e rimenandoli forte con le mani, accioché si meschino
e mescolino bene. Et ciò fatto aggiongi ancora un poco di
mele alla terebintina liquefatta che ancora sta a
bagnomaria, e come ti pare che sono uniti insieme, metti in
quel medesimo vase della terbintina lo stirace e il galbano
che prima avevi rotti e malassati, e fa che si struggano
insieme, coprendo il vase che sta nell'acqua bollita, e
lasciale bollire per un pezzo…”.
Ora
i vasi innanzi allo speziale dovranno essere
complessivamente cinque.
“…Sia dunque un vase bianco dove stiano le cose ridotte in polvere, stiano
le cose dissolute in vino in un vase nero; la terebinthina,
stirace e galbano che sono destrutte in bagnomaria in un
vase azurro, e rassegnesi al mele schiumato, che ha da
incorporare tutto il resto, un vase verde, e sia anco per
quinto vase un mortaio grande, dove si hanno a mescolare le
quattro cose…”.
Nella
massa totale delle polveri (vaso bianco) travasata nel
mortaio grande, si incorporeranno a poco a poco contenuti
degli altri tre vasi, mescolando continuamente a viva forza.
La densità della teriaca vuole operatori robusti e
resistenti.
Mescolato
i tutto e travasato in un altro vaso grande, vi si aggiungerà,
sempre mescolando energicamente, l’opobalsamo.
A
questo punto, coperto il vaso con una carta bucata nel modo
descritto sopra a proposito della triturazione in mortaio,
ogni 5/7 gg. bisognerà rimescolarla, e ciò per un periodo
complessivo di almeno 40 giorni. Se la preparazione avviene
nella stagione fredda, tale periodo di fermentazione,
dovrà però essere assai più lungo.
A
questo punto, la preparazione è virtualmente terminata.
Per
giungere al massimo delle sue proprietà terapeutiche, la
teriaca dovrà fermentare circa un anno, e la sua efficacia
scema col passare degli anni. Non è però ben chiaro,
presso i vari autori quale sia l’effettivo periodo di
validità del polifarmaco, ma è tuttavia certo che esso
conserva le sue mirabili proprietà per molti anni.
E,
a proposito di proprietà, la teriaca così composta, di
colore scuro e sapore dolce, preserva i sani e guarisce gli
infermi “…e non
per altro Andromaco la chiamò tranquilla, hilare e serena,
se non perché a i corpi come da una tempesta de i mali
vessati, induce la bonaccia della sanità…”.
I
molteplici usi terapeutici sono elencati con passione dal
Maranta, e riguardano la sfera corporea così come la
psichica.
“…Preserva dunque la mente il suo uso, mantenendola nel possesso della
prudenza, et rende l’ingegno acuto, e fa che tutti i
cinque sensi facciano perfette le loro operationi essiccando
e dissipando i vapori della mente, onde perciò la rende più
solerte e più vegeta…fuga i disordinati pensieri e le
potenti immaginationi che vengono per l’humor melanconico,
come se dalla milza e da gli altri membri ne fugasse tutta
l’atra bile; sana i deliri dei furiosi con indurre il
sonno, per lo quale anco tranquilla le false immaginationi,
la turbolenza della mente e la perplessità de’ negri
pensieri…”.
Per
quanto concerne il corpo, oltre a difendere infallibilmente
dai veleni, la teriaca guarisce la rabbia, i dolori di
testa, i disordini catarrali, l’asma, la tosse, la
sincope, l’inappetenza, dimagrisce i corpulenti (con una
efficacia, siamo pronti a scommetterlo, almeno omologa a
quella di gran parte delle miracolose tisane dimagranti oggi
in commercio….) risolve i disordini intestinali, guarisce
le coliche, la dissenteria, sana e purifica il fegato, la
milza, le reni, la vescica. Inoltre cura la lebbra e le
podagre, stimola il flusso mestruale delle donne e regola
quello emorroidale, giova
all’espulsione dei feti abortivi, guarisce febbri di ogni
sorta, i reumatismi e gli ascessi….
In
sintesi, in perfetto
accordo con Galeno “…Dirassi
dunque questo Antidoto esser buono per ogni affetto il quale
sia stato indarno tentato di guarirsi con gli altri rimedij;
percioché, per gravissimo che sia e quasi senza speranza di
guarirsi, è avvenuto spesso che, fuori di ogni credenza,
sia stato superato dalla theriaca… e la sua operatione si
è chiamata più tosto un risuscitare che un rimediare…”.
La
teriaca si prende assolutamente a digiuno, in ragione di
“…una fava Egittia
con due ciathi d’acqua” se si è in attività, o anche di “…una noce con tre ciathi d’acqua “ se si ha il tempo di smaltirla
a riposo. Ma i dosaggi possono decidersi in funzione della
malattia e della complessione del paziente.
Per
la sua potenza il farmaco va usato con una certa prudenza.
E’
interdetto ai bambini, ed anche gli adulti, nel culmine
dello spossante periodo estivo, sono sconsigliati dal farne
uso. Nella calda
età giovanile bisogna usarla con giudizio, più indicato
l’uso nella fredda età
declinante.
Nel
descrivere il meraviglioso elxir
vitae, la medicina universale, la tradizione alchemica
riprendeva il simbolo del sangue di Cristo, del calice della
nuova alleanza che riconcilia il cielo e la terra, della
bevanda di rigenerazione che il messia aveva donato alle
nozze di Cana, dell’oro potabile
distribuito da Mosè al
popolo del vitello d’oro.
Gli
alchimisti antichi ed attuali non hanno smesso di cercare il
miracoloso polifarmaco, ed il sogno eterno ed umanissimo del
pharmaco catholico
continua ad essere coltivato.
A
questo sogno sacro e archetipale, a questa ambizione cui
nessun uomo veramente vivo può rinunciare, ha obbedito per
quasi duemila anni la teriaca di Andromaco, l’umana e
popolare approssimazione della panacea universale.
Riportiamo di seguito la formula della teriaca tratta
dal Della Theriaca et
del Mitridato del Maranta. Con poche differenziazioni
qualitative e quantitative, ritroviamo la formula, ricavata
dalla fedele interpretazione dei passi galenici, in gran
parte della trattatistica tra XVI e XVII secolo. La Theriaque
d’Andromacus del Charas (1685) ad esempio riporta una
formula assai simile.
La formula è ripartita in gruppi omogenei per
quantità come nel testo originale. E’ stata mantenuta la
nomenclatura usata dal Maranta.
Piglia
trochisci di Scilla dramme XILVIII
Trochisci
di vipera
Trochisci
hedicroi
di ciascuno dramme 24
Pepe lungo
Opio
Rose rosse
purgate
Iride
Sugo di
Regolitia
Semi di Napo
dolce
di ciascuno dramme 12
Scordio
Opobalsamo
Cinamomo
Agarico
Mirrha
Costo
Zaffrano
Cascia
Nardo Indico
Schinantho
Pepe negro
Incenso chiaro
di ciascuno dramme 6
Dittamo di
Creta
Reu pontico
Stecade
Marrubio verde
Petroselino
Calamentho
Terebinthina
Giengiovo
Cinquefoglio
Polio montano
Charopiti
Nardo
celtico
Amomo
Stirace
Meo
Chamedri
Phu pontico
Terra Lemnia
Foglie di
Malabatro
di ciascuno dramme 4
Chalciti
brugiata
Gentiana
Gomma
Sugo d’hipocistide
Carpobalsamo
Anisi
Sefeli
Cardamomo
Finocchi
Acacia
Thlaspi
Hiperico
Ammi
Sagapeno
Castorio
Aristolochia
Bitume
di ciascuno dramme 2
Semi di Dauco
Opopanace
Centaurea
Galbano
Ed ancora “…vino
vecchio quanto basta a dissolvere tutte le cose humide come
sono i liquori, le gomme e le lagrime. Mele antiquo quanto
basta ad incorporare tutte le cose secche prima minutamente
peste…” Né del vino né del miele è specificata la
quantità che è lasciata,
sostanzialmente, alla buona arte dello speziale. Il
“vino vecchio” consigliato è il Falerno, essendo il
Greco (vitigno assai diffuso al meridione) inutile per il
fatto di volgersi all’amaro in una decina di anni.
Curiosa la presenza, come unico elemento di origine
animale (vipera a parte) dei testicoli del castoro,
chiaramente indicati nel testo galenico. Il Charas vi
dedicherà, nella sua opera, una approfondita dissertazione
anatomica, volta peraltro a smentire l’opinione comune che
voleva i detti testicoli volontariamente staccati ed
abbandonati dall’animale inseguito, allo scopo di
distrarre l’inseguitore (opinione riportata dal Galeno).
La dissertazione, non chiarisce però nulla della eventuale
attribuzione di specifiche attività farmacologiche. Dal
Charas apprendiamo solo che : “…Si
potrà dire così che Andromaco, prevedendo che la sua
composizione non avrebbe mancato di essere attaccata in
diversi tempi e da più parti, abbia voluto mettere alla
testa ed alla coda della sua formula, due animali provvisti
di robusti denti per difenderla…” (Moyse Charas Theriaque
d’Andromacus Paris
1685 pag. 237).
Tommaso
Stigliani (Matera 1573- Roma 1651) Passò la giovinezza a
Napoli, dove conobbe G.
B. Marino e probabilmente il Tasso. Entrò a servizio dei
Farnese, a Parma. Nel 1600 scrisse il Polifemo e nel 1605
discreta rinomanza ebbe il suo
Canzoniere, messo all’indice per indecenza. In
seguito, il poema Il Mondo Nuovo, lo porrà in aperta ed aspra polemica col Marino,
che tenterà addirittura di impedire la pubblicazione
dell’opera. Testimonianza della polemica è reperibile nel
Dello Occhiale, opera
difensiva scritta in risposta al cavaliere Gio. Battista
Marino (Venezia 1627). Lo Stigliani diverrà il più
acceso avversario del Marinismo, ed il moltiplicarsi dei
rancori a Parma, lo porterà ben presto ad abbandonare la
città ed a trasferirsi a Roma, dove otterrà la protezione
di Virginio Cesarini, di Scipione Borghese e del principe
Pompeo Colonna. L’ Elegia d’ Andromaco il vecchio sopra la teriaca tradotta di latino in
toscano dal cavaliere F. Tommaso Stigliani e donata
all’illustrissimo ed eccellentissimo signor principe di
Gallicano fu pubblicata a Napoli nel 1645 per i tipi
del Beltrano, ed è basata sulla versione latina della Theriaca
ad Pisonem di Galeno.
Signor,
ch’alle dottrine hoggi neglette
La
coda e’l capo a tutte indi si netti
All’arte
ne’ dì nostri abbandonata
Alle scienze di
quest’età schernite
Sostegno altier
di tua Colonna fai.
Al cui sommo
valor è premio scarso
E mercé corta,
e guiderdone angusto
Tutto ciò che
non è scettro, od impero:
Tu che per
altrui prò te stesso affanni,
Rigando sempre
di sudor cortese
L’eccelsa
fronte, e gloriosa, à cui
A torto manca
la real corona:
Fà di
poc’ora à tue gran cure tregua
E de’
pensieri tuoi l’altezza abbassa
Ad udir della
celebre triaca
E le vertuti, e
l’uso, e’l magistero
Della qual
l’infallibile valore
Sia contra ogni
velen certo riparo
Cognominata
appunto ella è Tranquilla
E Gioconda, e
Serena, perché sola
Sprezza
d’attaccamenti ogni periglio,
E d’insidie
venefiche ogni rischio
Del papavero il
succo oppio nomato
Bevuto esser
potrà sicuramente
Per vigor di
quest’unico composto.
Né sian
bastanti a dar la morte altrui
La gelida
cicuta, il giusquiàmo
Il ben noto
aconìto alle matrigne
Le cantaridi,
il colchi micidiale
Che strugge a
un tratto, o la fervente tassia
Non
dell’arida dipsa il dente orrendo
Appestando
uccidrà le morte membra
Non
quell’ingannevole cerasta,
Non
quell’empia vipera, e mortale
Invan
lo scorpio colla coda adunca
Ti verrà
incontro invan movrà per darti
L’aspido
subitan gli ultimi lutti
Né sarà
ardita, ov’il tuo odor pur senta
Sbucar la pinta
tìa di suo covile,
Chiara per
l’aspro fin di Cleopatra.
A nessun uscirà
col sangue l’alma
Per le ferite
del crudele emorro,
Né sarà al
passagier tra l’herbe ascosa
La calcata
drijna enfiar le piante
Le gambe e
l’anche, indi essalar la vita:
Più non sarà
chi chiuda il giorno estremo
De gli anni
suoi perché trafitto l’abbia
La puntiochiata
aragna, o l’idro azurro.
Né men del
Cancro alla stagion bollente,
Quando coi
raggi il Sol saetta i mari
Potrà il
cherdisio orribile (mostrando
Per molta
uccision sanguigno il griso)
All’altrui
vita addur supremo esizio.
Puoi
tanto, o buon Pompeo, di questo eccelso
Medicamento
assicurarti, e tanto,
Che non ti
sconverrà di meza state
Sovra i prati
posar senza timore
E corcato
dormirvi, ancor che fussi
Né campi della
Libia serpentosa,
Dov’ognor
mille pesti errando vanno
Nulla ti
noceria nel clima arsiccio
Di quella calda
Terra il negro
sputo
E la bava letal
del gonfio rospo
Gonfio
d’infetto tosco, e d’agra rabbia.
Nulla
t’oltraggerà l’an se sibena
La serpe rea da
tutte l’altre varia
Che tien duo
capi, e con due bocche morde
E che sei
lingue istranamente vibra
Questa è la
medicina, e presta cura
Del troppo
pregno stomaco di bile
Questo è il
pronto soccorso al petto asmatico
Che rispiri a
fatica, al qual disgrava
Del forzato
anelar l’odiato peso:
Questo è il
sicur rimedio al pieno ventre
D’acqua
viziata, ov’il fiatoso spirto
Con sordi
ondeggiamenti agita e batte
Le libere
intestine e fa nuotarle
Come
nell’acqua il flessuoso pesce
Questo alleggia
del corpo i fier dolori
Ingenerati dal
serrato vento
Che di colici
il nome anno sortito
Rincolora gli
smorti e quei che tinte
An le luci di
pallido livore
Esparso per le
membra il verde fiele.
Morbo di Regio
è dal bisogno detto,
Che egli ha di
regia cura, e d’agi, e vezzi
Poich’à
miseri infermi il gusto toglie
Sì d’ogni
cibo, che non pure à morte
Fa quello
odiar, ma prender’anco a schifo
Tutti i
sussidij della medic’arte.
Questa
discaccia il mostruso male
Dell’invecchiata
idropisia, che tanto
Tumida rende e
tanto sforma e scangia
Nostra umana
figura, e laida falla.
Da questa i
fiacchi sguardi acquistan lume,
E chi comincia
già per sua sciagura
Tisico a
divenir salute impetra
Oltracciò se
del collo attratti i nervi
Sian per caso
ad alcuno, o d’altro membro
Per questa
torneran facili e molli.
Questa non
lascia ch’imbevuta e grossa
L’umil
membrana ch’ai polmon fa siepe
Gli opprima per
gonfiezza e gli addolori.
Questa suole a
color la cui vesciga
Sia talor da
fier’ulcera impiagata
Il tormento
sedar delle punture.
Questa libera
quegli à qual dà noia
Venere ognor
nella salace parte
Con vana
estension vana durezza
Questa sorbita
il duolo orrendo placa.
Delle petrose
reni, il qual a guisa
D’un mezo
cerchio i tristi lombi cinge
E conduce a
pichiar l’uscio di morte
Guarisce se si
bee per giorni molti,
Quei che nel
petto appostemati sputano
Putrida
sanie, e sanguinente marcia
Divieta ch’il contagio non s’appigli,
Fa ch’appigliato non uccida,
toglie
Che l’aria impura non maligni i corpi
Opra che malignati si sincerino.
Salva il morduto dal rabbioso cane;
Quand’anco a morte essendo egli vicino
L’acque paventa, e le sitisce à un tempo;
E in fion concilia a l’inquiete notti
Il sonno, e raddormenta i troppo desti.
Usasi ella a tai morbi in questa forma
Se ne prende con man fuori della massa,
O con istecco una minuta parte,
Quanto è un grano commun d’Egizzia fava.
E poi che sciolta, ed in licor ridotta
Dentro a tre ciati sia di tiepid’onda,
(Peso che d’once quattro il numer’empie)
Si beve à prima aurora, o à prima sera.
Si lo nfermo restasse a forte offeso
Più la notte che’l dì, questa bevanda
Tolga la sera, ma se più nel giorno
Il mal noiasse, tolgala il mattino.
Ma i morsicati dalle serpi, anno da torla
Nell’un ora e nell’altra, à mane e à sera.
Parlato abbiam di sue virtuti e forze
E come per noi s’opri. Ora s’attenda
Al modo con che debba ella comporsi.
Prima ha l’uomo a pigliar con presta mano
La già appostata vipera, quand’ella
Là verso il fin di primavera lascia
Le strette tane di sua cieca casa
E del finocchio il virtuoso seme
Pian pian cercando va pe’ prati ameni
Perché quest’erba a tutti i serpi aguzza
La vita rintuzzatasi sotterra
Per l’aria buia, e quegli alleva e nutre
A danno e morte de’ bifolchi incauti,
I quai tardo alla fuga abbiano il piede.
Prese che sian le vipere si tronchi
La coda e’l capo a tutte, indi si netti
Delle viscere interne il mozzo busto
Nel capo e nella coda ascoso tiene
La vipera il veleno, onde bisogna
Decider di ciascun di queste membra
Quanto di giusta mano è alto il pugno:
E perocché col sangue il tosco unito
Vien fuori e cagionar può grave danno,
Star conviensi avvertito, e guardia aversi,
Tratto ch’ai ciò; la viperina carne,
Si cuoca in una nuova olla terrestre
Con acqua e foglie d’odorato aneto.
E bollita che sia, sì che le spine
Per sé si spicchin dalla cotta polpa,
Dal fuoco si torrà la serpe, e quindi
Si lascerà che la raffreddi il vento.
Purgasi poi dall’ossa aspre e nocive
Con man prudente e cauta, e vi s’aggiungne
Del pan perché s’incorpori con esso
Più saldamente la disfatta carne
E non perda il licore, il che compito
Fingine globi piccioli e schiacciati,
A cui l’ombra dia debita secchezza
Poscia hà da torsi una scorzuta scilla
E s’ha tutta a vestir di fatta pasta
Di formento, e di miel misto con onda,
Ed appresso sepoltala nel fuoco
S’ha da faville a ricoprir’intera
La qual quando sia cotta, e fatta molle
Tanto che mandi fuori un alto scoppio
E da sé scuota le cenigi imposte
Si leverà dal fuoco, e quella veste
Che la solea velar, s’ha da gettare
Gettando ancor la sua natia Corteccia
Poi tre parti di Scilla, e d’ervo due,
S’ha da meschiare, e dar loro unita forma
E rotelle comporne, ma à pestarle
S’ha prima trite, ed asciugarle all’ombra.
Di questa confezzion le dramme appunto
Sian quarant’otto, e venti e quattro l’altra,
Delle vipere dico, a cui s’accresca
Lungo pepe altrettanto, altrettanto oppio,
Ed altrettanta nobile mistura
Ch’à studio si compon per sì fatt’uso
E che tiriacal magma si noma:
Del cui fabricamento il modo è tale
Dell’asàro, del maro, dell’aspalto,
Ricevi e dell’amaraco, due dramme,
Con tre del giunco e calamo odorati,
Del legno balsamin della sua ragia
Del cinnamomo all’ammoniaco aggiunto
O per suo cambio all’énula campana
Stritola il tutto, e con Falerno mesci,
Formandone pastegli agli altri uguali
Ch’indi sparse dal sol siano anco asciutti
Composto il magma, dodici le dramme
Dell’Iride di Slavia ad esser’anno,
E delle rose inaridite al rezo.
Dodici del fazievole licore
Di liquirizia, anchor che dolce, dodici
Della sementa del soave napo.
Dodici quelle dello scordio acerbo,
Del buon sudor che’l balsamo gommò
E del cinnàmo insieme, e dall’agàrico.
Ma della mira, del lodato costo
Del croco di Coricia, delle canne
Della casia odorifera, del nardo
Ch’in India nasce, dello scheno Arabico
Del fosco pepe, e del fumoso incenso
Nutrito da’ Sabei nel ricco campo
Sei per ciascun le dramme esser dovranno.
Come ancor del dittàmo del reupontico,
Della Gallica steca del marrobbio,
Del Greco petrosel, del
calaminto
Del chiaro umor del terebinto d’Africa,
e dell’acuto gengiovo mordace.
Quattro le dramme siano del polio,
Del piccioletto pin, ch’è il camepitio
Della celtica nardo, dell’amomo,
Grapposo del panfilico storace,
Al qual di calamita an titol dato.
Dela radice della calda méo,
Dell’amara semenza del canedrio
Uso in sue foglie ad emular la quercia,
Da ch’egli di querciuola il nome tragge,
Del fù del Ponto, e della terra lennia
Quattro le dramme ancor sian del malabarro,
Del bruciato calcite à fiamma ardente,
Della genziana, della lenta gomma,
Dell’espresso licor dell’ippociste
E de’ cari tuoi frutti o picciol balsamo
Dell’aniso, del seseli del cordo
Momo d’Armenia, del finocchio agreste
Del negro umor che fà la spina Egizzia
Dell’erba che dal seme è detta tlaspi
Dell’ippéricon, ammio e serapino.
Ma del castor le seminali vasa,
ch’egli si strappa, e al cacciator le getta, sian due dramme, ed ancor
l’aristolochia,
Il bitume Giudeo, del dauco il seme,
La panacéa, l’erba centaura, e’l galbano,
Che d’ogni ingrediente ultimo sia.
Prima tutti i licor, tutte le gomma,
s’anno a disfar con invecchiato vino,
Ma le secche materie ottimamente
Dovran tritarsi ed ammassar col miele:
Fatto ciò meschierai tutte le cose
In ampia conca con rimondo stelo,
Che lunga pezza roterai d’intorno,
E sì la tiriaca avrai formata.
Questa è del degno antidoto l’istoria
Alto signor, ch’io t’offerisco, e dono
Picciola offerta in vero al tuo gran merito,
e minore al mio debito
infinito
Ma tu t’appaga, sol del buon volere
Come i cor generosi useno, e pensa,
Che se povero è il don, ricco è l’affetto.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
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d’Andromaco il vecchio sopra la tiriaca tradotta di latino
in toscano. Napoli, Beltrano 1645
Giovanbattista Capello – Lessico
Farmaceutico-Chimico contentente li Rimedj più usati
d’oggidì di Gio: Battista Capello undecima impressione
riveduta, accresciuta, e da molti errori emendata da Lorenzo
Capello suo Nipote Speziale all’Insegna de’ Tre Monti in
Campo di Sant’Apollinare. in Venezia, Appresso Pietro Savioni 1792
Moyse Charas - Theriaque d’Andromacus, avec
une description particuliere des plantes, des animaux et des
mineraux employez à cette grande composition…par Moyse
Charas, docteur en medicine et chimiste du Roy de la Grand
Bretagne (Paris, chez Laurent D’Houry 1685)
Alfonso Maria Di Nola - Le bevande mistiche: il succo della vita
in Abstracta
46, 1990 pag. 14\17
Giuseppe Donzelli – Teatro
farmaceutico, dogmatico
e spagirico nel quale si insegnano una molteplicità di
Arcani Chimici. Napoli 1667
Giuseppe Donzelli - Lettera
familiare di Gioseppe Donzelli Napolitano sopra l’Opobalsamo
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Claudio Galeno – De
Theriaca ad Pisonem a cura
di E. Coturri, Firenze 1959 Olshki
J.
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en Espana Barcelona
1995 ed. MRA
Bartolomeo Maranta – Della Theriaca
et del Mithridato libri due
di M. Bartolomeo Maranta a M. Ferrante Imperato. Ne
quali s’insegna il vero modo di comporre i sudetti
antidoti et s’esaminano con diligenza tutti i medicamenti
che v’entrano. Venetia,
Marc’Antonio Olmo 1572
N. Mongelli - Diffusione
di un medicamento popolare nel regno di Napoli: la teriaca
di Andromaco in
Lares anno
XLII n°3-4
1976
Antonio
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naturalista napoletano, con documenti inediti.
Roma
1936 Serono
Giuseppe Orosi – Manuale
dei medicamenti galenici e chimici Firenze
1872, seconda ed..
Antonio Giuseppe Pernety – Dizionario
mito-ermetico 2 vol. trad.
di G. Catinella Genova 1983 ed Phoenix
Saverio Ricci - Nicola
Antonio Stigliola enciclopedista e linceo. Con l’edizione
del trattato “Delle Apparenze Celesti” a cura e con un
saggio di Andrea Cuna. Roma 1996. Atti
dell’Accademia Nazionale dei Lincei anno CCCXCIII –
Classe di scienze morali, storiche e filosofiche – Memorie
serie IX vol. VIII fascicolo I.
Martin
Ruland - Lexicon of alchemy or alchemical
dictionary Kila s.d.
Kessinger Publishing
Andrea Russo – Un
ammiratore di Valerio Cordo: il napoletano Giuseppe Donzelli Roma 1970 estr.
da Galeno n°
3, 1970
Andrea
Russo - Ferrante Imperato farmacista naturalista
Tip. Properzi e
Spagnuoli, Teramo 1957
Stendardo
Enrica – Ferrante Imperato – Il collezionismo
naturalistico a Napoli s.d.
e l.
“Non
è nulla, strillò la murena/ E’ che la sposa era già
gravida/ Di chi è il figlio! Strillò il Guarracino/ Mi
han fatto cornuto di San Martino”. S. Martino, a
Napoli, è tradizionalmente il patrono dei cornuti….
“Cinquanta
morti, duecento feriti / ed altri venti in pericolo di
vita /e gli altri andarono dallo speziale/ a prendere
l’acqua teriacale…”.
La più diffusa
formulazione dell’acqua teriacale era ottenuta da una
mistura di teriaca, aceto, vino e canfora. Tra le sue
applicazioni vi era anche la prevenzione delle
pestilenze. La teriaca, oltre ad essere usata da sola,
entrava, per le sue miracolose proprietà, anche a far
parte di importanti formulazioni, come l’elettuario
magno del Mattioli, o dei vari elixir
vitae proposti da diversi medici e speziali.
Nella
ristampa della versione inglese del Waite (Lexicon
of alchemy or alchemical dictionary Kila s.d.
Kessinger Publishing) alla voce theriaca
(pag. 316 leggiamo: “…veleno,
fermento, materia della pietra…”.
Nella tradizione magica
gli eggregori
erano entità spirituali collettive, formate ed
alimentate attraverso dei riti, che erano in grado di
interagire con la sfera umana attraverso la loro potenza
magica.
Sul Novellas, sulla sua
farmacologia ermetica e sulle sue idee sulla teriaca si
veda J. Garcia Font Historia
de la Alquimia en Espana Barcelona 1995, pag.
309-310.
Su queste due bevande
mistiche si veda l’articolo di A. Di Nola Le bevande mistiche: il succo della vita in Abstracata 46, 1990, pag. 14\17.
Il testo latino, con una
interessante introduzione storica e la traduzione
italiana è oggi disponibile per i tipi della Olschlki (
Claudio Galeno De
Theriaca ad Pisonem a cura di E. Coturri Firenze
1959).
Tuttavia, la seconda
edizione del Manuale
dei medicamenti galenici e chimici dell’Orosi
(Firenze 1872) riporta ancora una formula della teriaca
d’Andromaco, evidentemente figlia dell’antica
formulazione galenica. Degli oltre 60 medicamenti
compresi nella formula originale, ne sopravvivono solo
24 (tra i quali, curiosamente, il castoro). La vipera
scompare insieme agli altri trochisci e l’oppio riduce
vistosamente la sua concentrazione. La formula della
teriaca dell’Orosi “…Adoprasi come
cordiale, stomachica e calmante alla dose da 1 a 6
grammi..” (Orosi, pag.483). La pozione
di teriaca , la vecchia acqua teriacale, non
contempla più vino, aceto e canfora, ma piuttosto le
meno aggressive acque di fiori d’arancio e menta,
mescolate con sciroppo e con la teriaca. L’Orosi
riporta inoltre la teriaca come ingrediente di un elisir
di lunga vita (dalle applicazioni ed indicazioni
assai simili a quelle della teriaca) insieme a genziana,
zafferano, rabarbaro, agarico, cannella, zucchero, aloe
ed alcool (pag.
485).
Il testo del Maranta
scatenerà una vivida polemica col collegio medico
patavino, nelle persone dei medici
Giunio
Paolo Crasso, Marco Oddo e Bernardino Trevisan, che nel Meditationes
Doctissimae in Theriacam et Mithridaticam Antidotum dell’Oddo, uscito a
Venezia nel 1576, si scaglieranno contro il Maranta. Le
critiche di ordine medico e farmacologico sono solo lo
specioso pretesto di una polemica ben più scottante
rivolta alla definizione e puntualizzazione di gerarchie
e ruoli. I patavini criticano infatti la scelta del
Maranta di trattare un tale argomento in un saggio in
volgare, peraltro indirizzato espressamente a semplici
speziali. Gli speziali sono infatti, nelle Meditationes,
gli artefici di una ars
practica legata a conoscenze di ordine pratico e
puramente sensibile, e costituiscono dunque una
categoria subordinata ai medici, la cui conoscenza
affonda le proprie radici nella pura filosofia, nella
conoscenza essentiale di ordine universale e di radice metafisica. Gli strali
dei tre medici si abbattevano poi sull’Imperato, un
semplice speziale che aveva l’ardire di voler
insegnare ai medici. Al testo dell’Oddo risponderà
(in latino) il primo scritto del giovane Colantonio
Stigliola, che è da considerarsi senz’altro una
collettiva risposta del gruppo napoletano. Il Theriace et Mitridatia Nicolai Stelliola libellus in quo harum
antidotorum apparatus atque usus monstrarum….
(Napoli 1577) affronta sistematicamente e confuta
dottamente le incomprensioni dei testi classici e le
inesattezze alla base della critica mossa dal
collegio patavino al Maranta.
Intorno alla polemica vedi
il saggio di Andrea Cuna Editoria
e testi De Re Medica: la controversia fra Nicola Antonio
Stigliola e i medici patavini pubblicato in:
Saverio Ricci Nicola
Antonio Stigliola enciclopedista e linceo. Con
l’edizione del trattato “Delle Apparenze Celesti”
a cura e con un saggio di Andrea Cuna.
Roma 1996. Atti dell’Accademia Nazionale dei
Lincei anno CCCXCIII – Classe di scienze morali,
storiche e filosofiche – Memorie serie IX vol. VIII
fascicolo I.
Struttura analoga hanno
del resto molti trattati sulla teriaca stampati tra XVI
e XVII secolo. Tra questi, particolarmente famoso e
diffuso fu il libro di Moyse Charas Theriaque
d’Andromacus, avec une description particuliere des
plantes, des animaux et des mineraux employez à cette
grande composition…par Moyse Charas, docteur en
medicine et chimiste du Roy de la Grand Bretagne
(Paris, chez Laurent D’Houry 1685)
Una di queste famose
polemiche ebbe per protagonista il famoso Ulisse
Aldrovrandi (1522- 1605) che dovete ripetutamente
difendersi dagli attacchi del collegio degli speziali
bolognesi in merito all’uso del costo e dell’amomo.
Quando, successivamente a questa polemica, in qualità
di protomedico, invalidò la teriaca degli speziali
bolognesi per essere i trochisci di vipera fatti con
vipere pregne,
con maschi o con animali catturati in prossimità di una
zona marina, la polemica passò di autorità in autorità
finendo addirittura innanzi al papa, che decise in
favore dell’Aldovrandi.
Polemica
analoga coinvolse i due speziali romani Antonio Manfredi e Vincenzo Panunzio,
il cui opobalsamo fu giudicato da alcuni colleghi
illegittimo. Si scatenò una diatriba, che fu oggetto di
un certo numero di pubblicazioni e di opuscoli, in un
intricato susseguirsi di pareri e polemiche che
valicarono i confini delle Alpi. Per avere una idea del
tono delle discussioni e dell’asprezza delle
posizioni, riportiamo un brano tratto
dalla Lettera
familiare di Gioseppe Donzelli Napolitano sopra l’Opobalsamo
orientale indirizzata allo speziale pontificio
Giovan Battista Paolucci. Il Donzelli, napoletano,
ardente repubblicano, studioso tra i più noti ed autore
di un Teatro farmaceutico che tra il XVII ed il XVIII secolo conoscerà
oltre una ventina di ristampe in tutta Italia, animatore
insieme al Cornelio, al Di Capua ed al Caramuel
dell’Accademia degli Investiganti del Conclubet, si
schierava decisamente al fianco del Panunzio e del
Manfredi, difendendoli dalle accuse del Pitorio (il
quale, tra le altre cose, in tono canzonatorio, nel
corso della polemica l’aveva apostrofato donzellino.).
Dopo una discreta dose di contumelie mescolate ad
elementi di genuina polemica scientifica, a proposito
del Pitorio, il Donzelli ad un certo punto scrive:
“…Io ammiro la
carità di quei virtuosi che gli rispondono, per
insegnargli a tacere in altre occasioni, che similmente
gli s’alterasse il cervello. Non lascerei anch’io di
concorrere con qualch’atto caritativo a risanarlo di
tale infermità, se egli fosse un poco più vicino,
sapendo io adoperar una certa untione alle spalle che
suol fare mirabili effetti, e ancorché egli mi tratti
quasi che da fanciullo gli farei provare che ho polso e
forza da huomo robusto…”. Non si commetta
l’errore di considerare la minaccia scherzosa o
puramente metaforica. L’accademia degli Investiganti
fu sciolta dal viceré
nel 1668 proprio per una violenta rissa scoppiata
tra il Cornelio ed il medico Carlo Pignataro
dell’accademia dei Discordanti,
che raccoglieva i più fieri avversari intellettuali dei
fermenti cartesiani e sperimentalisti propugnati dagli
Investiganti…..
Sul museo e le
raccolte dell’Imperato vedi Stendardo
Enrica –
Ferrante Imperato – Il collezionismo naturalistico
a Napoli s.d. e l..
Sull’Imperato vedi, più in generale, i lavori del
Neviani e di Andrea Russo (vedi bibliografia).
A poco meno di un secolo
dal libro del Maranta, il Teatro
Farmaceutico, dogmatico e spagirico del Donzelli
(1662) diminuendo solo di poco i meravigliosi effeti
dell’antidoto, annota:
“…La tiriaca
è remedio appropriato singolarmente alli morsi delle
vipere…giova di più alli continuati dolori del capo,
alle vertigini et ai difetti dell’udito…al mal
caduco, alla stupidità…provoca i mestrui, cava fuori
dal ventre le creature morte...soccorrendo anche alle
palpitazioni et effetti melanconici et altre passioni
dell’animo…”.
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