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Quando la morte è nutrita dall'uomo:
i parassiti
Ida
Li Vigni
Compagni
abituali, per quanto fastidiosi, dell'uomo, i parassiti
hanno sempre giocato (e, d’altra parte, continuano a
giocare) un ruolo determinante nella trasmissione delle
epidemie, favorendo le impennate della mortalità e
sfuggendo per secoli alle attenzioni dei medici.
Rimpannucciati nelle vesti e nei materassi, quando non
annidiati all'interno dello stesso corpo umano, protetti da
una igiene personale a dir poco sommaria (e ciò vale per
tutte le caste sociali), favoriti dalla promiscuità e dalla
miseria, questi ospiti sgraditi hanno accompagnato da sempre
la storia umana, senza che nessuno, per secoli e secoli, si
rendesse conto della loro funesta funzione di portatori di
contagio.
Certo, fin dall'Antichità, ci si era accorti del legame tra
parassiti e malattie della pelle, così come già gli Egizi
avevano messo in correlazione la zanzara con l'attacco delle
febbri terzane e quartane (la malaria); né i repellenti
vermi intestinali erano sfuggiti alle attenzioni di medici e
guaritori, suscitando addirittura un fabuloso immaginario
che, di volta in volta, li descriveva come animali
fantastici, degni di un bestiario medievale. Ma, al di là
di queste corrette e immediate correlazioni, in un mondo che
interpretava la malattia contemporaneamente come punizione
divina, manifestazione di funeste congiunzioni astrali o
"avvelenamento" provocato dai miasmi della terra,
delle acque e dell'aere, i parassiti erano assolti da
qualsiasi responsabilità, quasi che la convivenza domestica
li rendesse assolutamente innocui, anche se poco graditi,
ospiti.
A
peggiorare la situazione si aggiungeva un altro fattore:
l'uso indifferenziato del termine parassita per indicare
tanto i reali parassiti (pulci, pidocchi, cimici,
piattole,vermi intestinali, scabbia e quant’altro), quanto
qualsiasi tipo di insetto fastidioso (zanzare e mosche) e la
tendenza, accentuatasi radicalmente in età medievale, a
chiamare tutti questi "animalucoli" vermi, col
risultato paradossale di perdere di vista la realtà e di
costruire un universo fantastico popolato di vermi volanti
con lunghe zampe, i cynifes
(ma il termine vale anche per indicare delle piccole mosche
dotate di rostro con cui perforano il corpo umano),
presumibilmente zanzare se non comparisse anche il termine culex
ad indicare un analogo verme volante che succhia il sangue
umano e animale, di vermi con due ali e otto zampe (le
cimici), di vermi neri, rotondi, muniti di proboscide
acutissima, con cui trafiggono la pelle e succhiano il
sangue, sei piedi e zampe posteriori lunghissime (le pulci),
oltre ai consueti vermi intestinali, divisi in parvi
(nell'ano), lati
(nel colon) e longi (nell'intestino tenue), la cui morfologia varia da quella
"normale", nota già al tempo, della tenia o dei
comuni lombrichi, a quella "visionaria" che dota i
comuni ossiuri ed acari di teste o creste di drago, di
proboscidi elefantine, quando non addirittura di parti
umane.
Ciò
nonostante, a chi legga i trattati medici medievali, non
sfugge una certa conoscenza del comportamento dei parassiti
e delle loro conseguenze, anche se ovviamente né la scuola
salernitana né quella di Montpellier, così come i più
illustri naturalisti e medici del tempo (da Alberto Magno a
Guglielmo da Saliceto, da Guido Lanfranco a Pietro d'Abano,
per giungere a Gentile da Foligno e ad Aldobrandino da
Siena), attribuiscono a questi "parva animalia" la
funzione di trasmettitori del contagio. Vana dunque ogni
forma di terapia radicale e anti-contagio, se si escludono i
preparati "stregoneschi" a base di erbe, emetici e
clisteri per liberarsi dai fastidiosi ospiti intestinali,
taluni unguenti per lenire il prurito (e le conseguenti
dolorose piaghe) procurato da pidocchi, zanzare e scabbia e
gli interventi energici (rasature, applicazioni di impiastri
a base di oli, mercurio, aceto e cenere) per staccare
piattole e lendini.
Certo, come ricordano i manuali rivolti alle donne future
spose, la migliore prevenzione rimane l'igiene personale e
domestica - lavare i vestiti e la biancheria intima,
sbattere quotidianamente lenzuola, materassi e cuscini,
spulciare pellicce e abiti di lana, ricorrere alla
trementina per scacciare gli odiosi infestatori, riporre
abiti e panni con erbe odorose -, ma in secoli in cui la
comunità umana non conosce, nemmeno nelle classi alte,
l'uso del bagno e che quotidianamente deve fare i conti con
la miseria, con l'assenza di fognature e di acquedotti
parlare di questo tipo di prevenzione appare senza alcun
dubbio fuori luogo e involontariamente ironico. Che dire poi
della propaganda ecclesiastica, scatenata contro i bagni
pubblici, fonte di ogni nefandezza morale, e dominata dagli exempla
dei cenciosi e pidocchiosi padri del deserto o da vergini
sante che mai si erano cambiate la biancheria intima per
timore di oltraggiare la loro pudica castità?
Date
queste premesse, non desta certo meraviglia il panorama
desolante, tramandatoci dalle cronache, di una umanità
purulenta e piagata, periodicamente decimata dal tifo, dalla
malaria, dalla peste e dalle febbri intestinali, assediata
da un nemico visibilissimo ma troppo consueto per essere
riconosciuto; un'umanità che poteva soltanto affidarsi ai
re-taumaturghi o ai guaritori, perennemente in bilico fra il
sogno del miracolo e la sconsolante realtà di una morte
dolorosa e solitaria. Si è parlato tanto della
"superstizione" dell'uomo medievale, della sua
cecità dinnanzi all'evidenza della malattia e, in specie,
dell'epidemia, senza tener conto che in un mondo dominato
dalla convinzione dell'origine divina della malattia come
punizione o prova solo l'intervento del santo guaritore
poteva capovolgere il verdetto divino. Se umanamente nulla
si poteva contro le fatali congiunzioni astrali o i mefitici
miasmi corrotti emanati da una natura matrigna, come si
poteva debellere la sofferenza del morbo senza l'aiuto di un
intermediario divino? Ecco allora le formule
"sacre" per scacciare i parassiti intestinali e
per allontanare zanzare e mosche; ma, anche e soprattutto,
ecco la fede nelle mani guaritrici del re, capace con la
sola imposizione di debellare la scrofola (di probabile
origine tubercolare), o del sant'uomo in grado di
rimarginare le piaghe e di guarire ogni forma di malattia
della pelle. Né, d'altra parte, a gran ché sarebbe servito
conoscere l'esatta eziologia dei morbi contagiosi,
l'affascinante circuito che lega indissolubilmente il
parassita, ospite del virus, all'animale e/o all'uomo che lo
nutre, i nomi esotici delle varie Rickettsie
(i coccobacilli delle diverse forme tifoide), della Yersinia pestis, del Mycobacterium
leprae.
Impossibilitati, per le oggettive condizioni di vita, a liberarsi dei
loro sinistri compagni, gli uomini del Medioevo, come quelli
del mondo antico e più tardi dell’Età Moderna,
continuarono la loro vita di sempre, involontariamente
soggetti ai cicli vitali dei loro minuscoli
conviventi: dalla primavera all'autunno vittime della
peste e delle febbri malariche, d'inverno in balia del tifo,
tutto l'anno a grattarsi a causa di pidocchi, piattole,
acari della scabbia. In nessun altro caso emerge così
palesemente il fatto che la malattia (e, di conseguenza, la
salute) è sì un fenomeno biologico, ma è altresì un
fenomeno sociale, perché è proprio la miseria - con i suoi
tuguri maleodoranti e umidi, i suoi vicoli stracolmi di
rifiuti e di liquame, i cenci mai lavati, la promiscuità
forzata, l'acqua contaminata, le bestie in casa - a nutrire,
a rafforzare e a diffondere la malattia o, meglio, i suoi
sinistri emissari. Certo, i Comuni prima e poi le Signorie
come gli Stati nazionali, non rimasero inermi: editti e
sanzioni sono lì a testimoniare lo sforzo reale che gli
uomini politici del tempo compirono per arginare le
epidemie. Ma un'unica cosa non fecero, né d'altronde
potevano fare: assicurare a tutti gli uomini, concittadini o
sudditi, un tenore di vita migliore. Così, ancora per
almeno quattro secoli, l'Occidente fu preda inerme dei
voraci parassiti e dei loro feroci coinquilini. Ci si
continuò a grattare e a spidocchiare vicendevolmente (un
atto di affettuosa socialità) ma, soprattutto, si continuò
a cadere sotto la falce della "peste".
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