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Anno IV

Numero I

Gennaio - marzo 2000

 

Quando la morte è nutrita dall'uomo:
i parassiti

Ida Li Vigni

 

Compagni abituali, per quanto fastidiosi, dell'uomo, i parassiti hanno sempre giocato (e, d’altra parte, continuano a giocare) un ruolo determinante nella trasmissione delle epidemie, favorendo le impennate della mortalità e sfuggendo per secoli alle attenzioni dei medici. Rimpannucciati nelle vesti e nei materassi, quando non annidiati all'interno dello stesso corpo umano, protetti da una igiene personale a dir poco sommaria (e ciò vale per tutte le caste sociali), favoriti dalla promiscuità e dalla miseria, questi ospiti sgraditi hanno accompagnato da sempre la storia umana, senza che nessuno, per secoli e secoli, si rendesse conto della loro funesta funzione di portatori di contagio.

 Certo, fin dall'Antichità, ci si era accorti del legame tra parassiti e malattie della pelle, così come già gli Egizi avevano messo in correlazione la zanzara con l'attacco delle febbri terzane e quartane (la malaria); né i repellenti vermi intestinali erano sfuggiti alle attenzioni di medici e guaritori, suscitando addirittura un fabuloso immaginario che, di volta in volta, li descriveva come animali fantastici, degni di un bestiario medievale. Ma, al di là di queste corrette e immediate correlazioni, in un mondo che interpretava la malattia contemporaneamente come punizione divina, manifestazione di funeste congiunzioni astrali o "avvelenamento" provocato dai miasmi della terra, delle acque e dell'aere, i parassiti erano assolti da qualsiasi responsabilità, quasi che la convivenza domestica li rendesse assolutamente innocui, anche se poco graditi, ospiti.

A peggiorare la situazione si aggiungeva un altro fattore: l'uso indifferenziato del termine parassita per indicare tanto i reali parassiti (pulci, pidocchi, cimici, piattole,vermi intestinali, scabbia e quant’altro), quanto qualsiasi tipo di insetto fastidioso (zanzare e mosche) e la tendenza, accentuatasi radicalmente in età medievale, a chiamare tutti questi "animalucoli" vermi, col risultato paradossale di perdere di vista la realtà e di costruire un universo fantastico popolato di vermi volanti con lunghe zampe, i cynifes (ma il termine vale anche per indicare delle piccole mosche dotate di rostro con cui perforano il corpo umano), presumibilmente zanzare se non comparisse anche il termine culex ad indicare un analogo verme volante che succhia il sangue umano e animale, di vermi con due ali e otto zampe (le cimici), di vermi neri, rotondi, muniti di proboscide acutissima, con cui trafiggono la pelle e succhiano il sangue, sei piedi e zampe posteriori lunghissime (le pulci), oltre ai consueti vermi intestinali, divisi in parvi (nell'ano), lati (nel colon) e longi (nell'intestino tenue), la cui morfologia varia da quella "normale", nota già al tempo, della tenia o dei comuni lombrichi, a quella "visionaria" che dota i comuni ossiuri ed acari di teste o creste di drago, di proboscidi elefantine, quando non addirittura di parti umane.

Ciò nonostante, a chi legga i trattati medici medievali, non sfugge una certa conoscenza del comportamento dei parassiti e delle loro conseguenze, anche se ovviamente né la scuola salernitana né quella di Montpellier, così come i più illustri naturalisti e medici del tempo (da Alberto Magno a Guglielmo da Saliceto, da Guido Lanfranco a Pietro d'Abano, per giungere a Gentile da Foligno e ad Aldobrandino da Siena), attribuiscono a questi "parva animalia" la funzione di trasmettitori del contagio. Vana dunque ogni forma di terapia radicale e anti-contagio, se si escludono i preparati "stregoneschi" a base di erbe, emetici e clisteri per liberarsi dai fastidiosi ospiti intestinali, taluni unguenti per lenire il prurito (e le conseguenti dolorose piaghe) procurato da pidocchi, zanzare e scabbia e gli interventi energici (rasature, applicazioni di impiastri a base di oli, mercurio, aceto e cenere) per staccare piattole e lendini.

 Certo, come ricordano i manuali rivolti alle donne future spose, la migliore prevenzione rimane l'igiene personale e domestica - lavare i vestiti e la biancheria intima, sbattere quotidianamente lenzuola, materassi e cuscini, spulciare pellicce e abiti di lana, ricorrere alla trementina per scacciare gli odiosi infestatori, riporre abiti e panni con erbe odorose -, ma in secoli in cui la comunità umana non conosce, nemmeno nelle classi alte, l'uso del bagno e che quotidianamente deve fare i conti con la miseria, con l'assenza di fognature e di acquedotti parlare di questo tipo di prevenzione appare senza alcun dubbio fuori luogo e involontariamente ironico. Che dire poi della propaganda ecclesiastica, scatenata contro i bagni pubblici, fonte di ogni nefandezza morale, e dominata dagli exempla dei cenciosi e pidocchiosi padri del deserto o da vergini sante che mai si erano cambiate la biancheria intima per timore di oltraggiare la loro pudica castità?

Date queste premesse, non desta certo meraviglia il panorama desolante, tramandatoci dalle cronache, di una umanità purulenta e piagata, periodicamente decimata dal tifo, dalla malaria, dalla peste e dalle febbri intestinali, assediata da un nemico visibilissimo ma troppo consueto per essere riconosciuto; un'umanità che poteva soltanto affidarsi ai re-taumaturghi o ai guaritori, perennemente in bilico fra il sogno del miracolo e la sconsolante realtà di una morte dolorosa e solitaria. Si è parlato tanto della "superstizione" dell'uomo medievale, della sua cecità dinnanzi all'evidenza della malattia e, in specie, dell'epidemia, senza tener conto che in un mondo dominato dalla convinzione dell'origine divina della malattia come punizione o prova solo l'intervento del santo guaritore poteva capovolgere il verdetto divino. Se umanamente nulla si poteva contro le fatali congiunzioni astrali o i mefitici miasmi corrotti emanati da una natura matrigna, come si poteva debellere la sofferenza del morbo senza l'aiuto di un intermediario divino? Ecco allora le formule "sacre" per scacciare i parassiti intestinali e per allontanare zanzare e mosche; ma, anche e soprattutto, ecco la fede nelle mani guaritrici del re, capace con la sola imposizione di debellare la scrofola (di probabile origine tubercolare), o del sant'uomo in grado di rimarginare le piaghe e di guarire ogni forma di malattia della pelle. Né, d'altra parte, a gran ché sarebbe servito conoscere l'esatta eziologia dei morbi contagiosi, l'affascinante circuito che lega indissolubilmente il parassita, ospite del virus, all'animale e/o all'uomo che lo nutre, i nomi esotici delle varie Rickettsie (i coccobacilli delle diverse forme tifoide), della Yersinia pestis, del Mycobacterium leprae.

Impossibilitati, per le oggettive condizioni di vita, a liberarsi dei loro sinistri compagni, gli uomini del Medioevo, come quelli del mondo antico e più tardi dell’Età Moderna, continuarono la loro vita di sempre, involontariamente soggetti ai cicli vitali dei loro minuscoli  conviventi: dalla primavera all'autunno vittime della peste e delle febbri malariche, d'inverno in balia del tifo, tutto l'anno a grattarsi a causa di pidocchi, piattole, acari della scabbia. In nessun altro caso emerge così palesemente il fatto che la malattia (e, di conseguenza, la salute) è sì un fenomeno biologico, ma è altresì un fenomeno sociale, perché è proprio la miseria - con i suoi tuguri maleodoranti e umidi, i suoi vicoli stracolmi di rifiuti e di liquame, i cenci mai lavati, la promiscuità forzata, l'acqua contaminata, le bestie in casa - a nutrire, a rafforzare e a diffondere la malattia o, meglio, i suoi sinistri emissari. Certo, i Comuni prima e poi le Signorie come gli Stati nazionali, non rimasero inermi: editti e sanzioni sono lì a testimoniare lo sforzo reale che gli uomini politici del tempo compirono per arginare le epidemie. Ma un'unica cosa non fecero, né d'altronde potevano fare: assicurare a tutti gli uomini, concittadini o sudditi, un tenore di vita migliore. Così, ancora per almeno quattro secoli, l'Occidente fu preda inerme dei voraci parassiti e dei loro feroci coinquilini. Ci si continuò a grattare e a spidocchiare vicendevolmente (un atto di affettuosa socialità) ma, soprattutto, si continuò a cadere sotto la falce della "peste".