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Anno IV

Numero I

Gennaio - marzo 2000

 

La relazione infermiere-paziente

Gestione delle emozioni e approccio Corporeo-Transpersonale

Fabio Gaudio

 

Infermiere Unità di Terapia Intensiva Coronarica Osp. Villa Scassi Sampierdarena (Ge)

Formazione in Counseling ad indirizzo Corporeo Transpersonale

Docente al Corso di perfezionamento in Oncologia per Infermieri - IST Genova

Diploma di Qigong Terapeutico e Massaggio Cinese Beijing University Cina

 

 

 

Parlare di relazione infermiere-paziente significa analizzare un processo dinamico con delle caratteristiche ben definite.

È sicuramente una “relazione di aiuto” in quanto si realizza in un contatto tra due persone (relazione) di cui una, l’infermiere ha una funzione di sostegno e facilitazione (aiuto) rispetto all’altra.

Il paziente è in una particolare condizione esistenziale nel senso che il suo equilibrio psicofisico, per svariate cause, si è momentaneamente alterato al punto che non riesce, autonomamente, a trovare soluzioni efficaci per ripristinarlo.

L’infermiere è una persona che ha scelto “professionalmente” di fornire un sostegno che possa aiutare il paziente a risolvere la condizione di squilibrio in cui si trova.

Dall’interazione di questi due sistemi emergono fattori che determinano da una parte la risoluzione totale o parziale del problema del paziente, dall’altra la soddisfazione dell’infermiere nel proprio lavoro.

La relazione non si limita all’incontro di due persone, perché sia l’infermiere che il paziente hanno con loro:

    Le esperienze e i vissuti personali

    Le loro specifiche esperienze nel campo della malattia e della salute

    Il loro essere compartecipi di un’esperienza istituzionalizzante.

In altre parole, i due elementi della relazione, hanno con sé la propria storia che naturalmente influenza le percezioni e le aspettative di ognuno nei confronti dell’altro e quindi l’interazione stessa.

L’intervento di Nursing non è casuale, si tratta di una relazione che viene iniziata con un proposito ben preciso, viene continuata e terminata in funzione dei bisogni del paziente.

All’interno di questo rapporto atteggiamenti adeguati o meno possono provocare delle conseguenze positive o negative per le persone coinvolte nella relazione stessa.

Individuare e valutare correttamente le risorse, i bisogni, i problemi psicofisici e sociali del malato; programmare e garantire l’assistenza necessaria all’individuo; eseguire con responsabilità e secondo la sua competenza le misure terapeutiche; saper creare un clima terapeutico; collaborare con i vari componenti dell’equipe; continuare la propria formazione……. Questi sono solo alcuni degli elementi che identificano la professione infermieristica.

Per soddisfare questo ruolo occorre, oltre ad una solida formazione di base, un’educazione permanente poiché dietro al ruolo c’è l’individualità dell’essere umano, nucleo estremamente più ricco e complesso di ogni immagine professionale.

Questo elemento mette in luce aspetti positivi in quanto l’infermiere può agire negli interventi la propria individualità; tuttavia, allo stesso tempo, evidenzia stati d’animo ed emozioni che richiedono una profonda presa di coscienza.

L’infermiere deve fare i inevitabilmente i conti con il dolore sia esso fisico che psicologico, con la morte, con la propria impotenza, con la necessità di tenere in piedi un’immagine professionale spesso lontana dalla realtà in cui opera: deve cioè confrontarsi con le proprie emozioni e con come queste determinano le sue azioni sia nella professione che nella vita privata.

Rabbia, paura, dolore, ansia, insonnia, stanchezza, insoddisfazione ecc. sono risposte a questa continua sollecitazione e creano un circolo vizioso che si autoalimenta diventando sempre più forte e sfociando in quella che viene definita “ Sindrome da Burnout”.

Questo meccanismo fa si che l’infermiere si crei inconsapevolmente una corazza che se da una parte lo difende da attacchi esterni dall’altra gli limita enormemente i movimenti. Il risultato è che paura di soffrire non si riesce neanche a vivere.

Come non innescare questo processo, come è possibile capire e sentire come funzioniamo per stare meglio con noi stessi?

 

L’APPROCCIO CORPOREO - TRANSPERSONALE

Il fatto di provare emozioni come quelle descritte precedentemente di per se non rappresenta qualcosa di destabilizzante, infatti sono componenti normali di quasi tutte le nostre relazioni. Chi, nell’arco della sua vita, no si è mai preoccupato per la propria salute o non ha mai provato rabbia, stanchezza o quant’altro?

È anche vero che nella professione infermieristica queste emozioni sono amplificate da una condizione organizzativa strutturale carente, dal fatto che si presentano frequentemente e spesso con più intensità rispetto al normale. Tuttavia non penso che questo da solo sia sufficiente a instaurare un meccanismo emotivo tale da condurre una persona ad accusare quei sintomi che spesso accompagnano la nostra professione.

La condizione lavorativa e i contenuti di questa professione agiscono su una struttura emotiva già esistente e che, proprio per questo, carica di componenti personali una relazione già di per sé complessa.

Nella relazione con il paziente portiamo le nostre emozioni che sono il frutto dei nostri vissuti; è la consapevolezza di questo meccanismo che ci deve guidare.

Grossman, psicoterapeuta transpersonale, dice che acquisire questa consapevolezza significa essere responsabili delle proprie emozioni: “prenderci la responsabilità delle nostre emozioni in ogni situazione significa riconoscere che nessuno può farci sentire in un modo che noi non desideriamo. Ciò significa essere disposti a prendersi la responsabilità per qualsiasi cosa sentiamo così come per ciò che facciamo”.[1]

Questo è un vero e proprio atto d’amore verso di noi; significa non essere vittime, che non ci sono colpevoli, che quello che noi proviamo è il risultato dell’interazione con quella persona e non dipende unicamente da quella persona. Significa anche che se le nostre reazioni non ci piacciono o se dalla relazione usciamo distrutti siamo solo noi che dobbiamo fare qualcosa rispetto a noi stessi per cambiare. Non penso che sia molto economico energeticamente pensare che debbano essere gli altri a fornirci gli strumenti per il cambiamento; noi e solo noi dobbiamo decidere chi vogliamo essere e come vogliamo che le nostre relazioni si realizzino.

Quello che voglio dire è che se penso che debba cambiare il modo di concepire la malattia e l’essere umano malato, se penso che debbano cambiare alcune cose all’interno della struttura ospedaliera, non posso pensare che sia questa ad offrirmi le possibilità di cambiamento ma devo iniziare da me stesso, informandomi su altri approcci, cercando di capire come sono collocato emotivamente all’interno di essi e creando dei momenti di confronto per creare un sentire comune che possa produrre dei veri e propri cambiamenti.

Se pensiamo a noi come a qualcosa di definito e immutabile perdiamo il contatto con noi stessi e con gli altri e questo porta a non sentire il flusso delle emozioni. Un atteggiamento positivo di apertura invece può generare un vero e profondo cambiamento.

Grossman al riguardo propone questo esempio:”…è come se entrassimo in una stanza fredda e buia, ma con un bellissimo mazzo di fiori sul tavolo. La stanza è sicuramente fredda e buia e non dobbiamo reprimere questa consapevolezza, ma possiamo scegliere se parlare dei fiori o del freddo o dell’oscurità: penso che un diverso tipo di vibrazione emana da noi in base alla scelta che operiamo”.[2]

Per realizzare questo atteggiamento dobbiamo essere in contatto con le nostre emozioni, con il nostro corpo, con tutto il nostro organismo. Imparare come funzioniamo ossia come respiriamo, come ci muoviamo, quali sono le nostre tensioni e come queste limitano il movimento significa riappropriarci del nostro essere e dare libero flusso alla nostra energia.

In termini di vita significa avere un’esistenza più piena, più ricca, dove siamo liberi di scegliere e dove le nostre paure, la nostra rabbia, la nostra gioia fanno parte di un processo naturale dinamico di interrelazioni  e, proprio per questo, assumono un significato secondario, seppur importante, rispetto ad un progetto più universale.

Congruenza, autenticità, considerazione positiva incondizionata, empatia, non sono delle belle parole che esprimono concetti astratti, non sono semplice teoria ma rappresentano un vero e proprio “sentire” che si realizza attraverso l’esperienza, prima di tutto, su noi stessi di queste emozioni.

Come si fa a non giudicare o ad essere empatici quando abbiamo sempre un atteggiamento di giudizio nei nostri confronti, quando non siamo in grado di prenderci cura di noi stessi, quando non ci diamo il permesso di lasciarci andare alle emozioni, quando non siamo in grado di perdonarci?

Entrare in questa condizione non è un processo solo mentale ma rappresenta una vera e propria condizione energetica in cui tutto il corpo subisce delle modificazioni.

Sempre Grossman dice: “Spesso giudicare significa entrare in tensione, contrarre il respiro o parti del corpo…..L’atteggiamento del non giudizio, invece favorisce la fiducia e la sicurezza….e a livello corporeo si esprime in una dimensione di apertura, calore e rilassamento….. Qualsiasi cosa ci sia dentro di noi ha una ragione per esserci”.[3]

Solo lavorando profondamente su se stessi e sulle proprie tensioni per tendere a questo atteggiamento possiamo entrare in quella condizione energetica che permette il realizzarsi di un’efficace relazione di aiuto dalla quale, peraltro, possiamo imparare a conoscere nuove cose di noi stessi.

Il nostro movimento, il nostro respiro, le nostre emozioni: tutto questo fa parte di un sistema dinamico di interrelazioni dove ogni parte è in contatto con un’altra ed è in grado di influenzarla; questo sistema a sua volta è in relazione con altri sistemi e così via: “tutto fa parte del tutto”.

Una concezione di questo tipo permette una visione diversa dell’uomo e della malattia e di conseguenza gli interventi terapeutici ed assistenziali assumono connotati diversi.

Non ci si occupa più solo del sintomo o del disagio, ma questo viene inserito all’interno di un contesto più grande che comprende atteggiamenti, relazioni, ambiente; in questo contesto il sintomo, la malattia, il disagio, hanno una loro logica, una loro economia, una loro energia e agendo su questi elementi si possono migliorare le condizioni di salute di una persona.

Noi siamo solo un mezzo, importante, comunque un mezzo e possiamo fare solo da catalizzatori ad un processo che già da solo avviene oppure non far altro che “stare” con profondo rispetto quando ci si accorge che il tempo di un uomo o di una donna sono ormai terminati.

Chiunque scelga di lavorare con la malattia, con la sofferenza deve sviluppare quello che Rollo May definisce coraggio dell’imperfezione. Secondo questo autore: “…Coraggio dell’imperfezione significa portare i propri sforzi su un campo di battaglia importante, là dove si compiono cose significative e dove il fallimento o il successo diventano questioni relativamente secondarie”.[4]

 

Bibliografia:

    Bizier N., Dal pensiero al Gesto, Ed. Sorbona, Milano 1993

    Carkhuff R. , L’arte di aiutare, Ed. Erickson, Trento II° ristampa 1996

    Grossman J., Vivere ed Amare, Ed. Crisalide, Spigno Saturnia 1992

    Lowen A., Arrendersi al Corpo, Ed. Astrolabio, Roma 1994

    Lowen A., La Spiritualità del Corpo, Ed. Astrolabio, Roma 1991

    Lowen A., Bioenergetica, Ed. Feltrinelli, Milano 1990

    May R., L’Arte del Counseling, Ed. Astrolabio, Roma 1991

    Pittaluga D. Sasso L., Tra il Dire e il Fare, Ed. Sorbona, Milano 1996

    Rogers C.R. , La Terapia Centrata sul Cliente,  Ed. Martinelli, Firenze 19

    Sorensen K.C. Luckmann J., Nursing di Base, Ed. Ambrosiana; Milano 1981

 


[1] Jules Grossman, “Vivere ed Amare”, Crisalide, Spigno Saturnia, 1992, pag.33

[2] Jules Grossman, “Vivere ed Amare”, Crisalide, Spigno Saturnia, 1992, pag.37

[3] Jules Grossman, “Vivere ed Amare”, Crisalide, Spigno Saturnia, 1992, pag.24

[4] Rollo May, “L’arte del Counseling”, Astrolabio, Roma, 1991, pag.114