|
La relazione
infermiere-paziente
Gestione
delle emozioni e approccio Corporeo-Transpersonale
Fabio
Gaudio
Infermiere
Unità di Terapia Intensiva Coronarica Osp. Villa Scassi
Sampierdarena (Ge)
Formazione
in Counseling ad indirizzo Corporeo Transpersonale
Docente
al Corso di perfezionamento in Oncologia per Infermieri -
IST Genova
Diploma di Qigong Terapeutico e Massaggio Cinese Beijing University Cina
Parlare
di relazione infermiere-paziente significa analizzare un
processo dinamico con delle caratteristiche ben definite.
È
sicuramente una “relazione di aiuto” in quanto si
realizza in un contatto tra due persone (relazione) di cui
una, l’infermiere ha una funzione di sostegno e
facilitazione (aiuto) rispetto all’altra.
Il
paziente è in una particolare condizione esistenziale nel
senso che il suo equilibrio psicofisico, per svariate cause,
si è momentaneamente alterato al punto che non riesce,
autonomamente, a trovare soluzioni efficaci per
ripristinarlo.
L’infermiere
è una persona che ha scelto “professionalmente” di
fornire un sostegno che possa aiutare il paziente a
risolvere la condizione di squilibrio in cui si trova.
Dall’interazione
di questi due sistemi emergono fattori che determinano da
una parte la risoluzione totale o parziale del problema del
paziente, dall’altra la soddisfazione dell’infermiere
nel proprio lavoro.
La
relazione non si limita all’incontro di due persone, perché
sia l’infermiere che il paziente hanno con loro:
∑
Le esperienze e i vissuti personali
∑
Le loro specifiche esperienze nel campo della
malattia e della salute
∑
Il loro essere compartecipi di un’esperienza
istituzionalizzante.
In
altre parole, i due elementi della relazione, hanno con sé
la propria storia che naturalmente influenza le percezioni e
le aspettative di ognuno nei confronti dell’altro e quindi
l’interazione stessa.
L’intervento
di Nursing non è casuale, si tratta di una relazione che
viene iniziata con un proposito ben preciso, viene
continuata e terminata in funzione dei bisogni del paziente.
All’interno
di questo rapporto atteggiamenti adeguati o meno possono
provocare delle conseguenze positive o negative per le
persone coinvolte nella relazione stessa.
Individuare
e valutare correttamente le risorse, i bisogni, i problemi
psicofisici e sociali del malato; programmare e garantire
l’assistenza necessaria all’individuo; eseguire con
responsabilità e secondo la sua competenza le misure
terapeutiche; saper creare un clima terapeutico; collaborare
con i vari componenti dell’equipe; continuare la propria
formazione……. Questi sono solo alcuni degli elementi che
identificano la professione infermieristica.
Per
soddisfare questo ruolo occorre, oltre ad una solida
formazione di base, un’educazione permanente poiché
dietro al ruolo c’è l’individualità dell’essere
umano, nucleo estremamente più ricco e complesso di ogni
immagine professionale.
Questo
elemento mette in luce aspetti positivi in quanto
l’infermiere può agire negli interventi la propria
individualità; tuttavia, allo stesso tempo, evidenzia stati
d’animo ed emozioni che richiedono una profonda presa di
coscienza.
L’infermiere
deve fare i inevitabilmente i conti con il dolore sia esso
fisico che psicologico, con la morte, con la propria
impotenza, con la necessità di tenere in piedi
un’immagine professionale spesso lontana dalla realtà in
cui opera: deve cioè confrontarsi con le proprie emozioni e
con come queste determinano le sue azioni sia nella
professione che nella vita privata.
Rabbia,
paura, dolore, ansia, insonnia, stanchezza, insoddisfazione
ecc. sono risposte a questa continua sollecitazione e creano
un circolo vizioso che si autoalimenta diventando sempre più
forte e sfociando in quella che viene definita “ Sindrome
da Burnout”.
Questo
meccanismo fa si che l’infermiere si crei
inconsapevolmente una corazza che se da una parte lo difende
da attacchi esterni dall’altra gli limita enormemente i
movimenti. Il risultato è che paura di soffrire non si
riesce neanche a vivere.
Come
non innescare questo processo, come è possibile capire e
sentire come funzioniamo per stare meglio con noi stessi?
L’APPROCCIO
CORPOREO - TRANSPERSONALE
Il
fatto di provare emozioni come quelle descritte
precedentemente di per se non rappresenta qualcosa di
destabilizzante, infatti sono componenti normali di quasi
tutte le nostre relazioni. Chi, nell’arco della sua vita,
no si è mai preoccupato per la propria salute o non ha mai
provato rabbia, stanchezza o quant’altro?
È
anche vero che nella professione infermieristica queste
emozioni sono amplificate da una condizione organizzativa
strutturale carente, dal fatto che si presentano
frequentemente e spesso con più intensità rispetto al
normale. Tuttavia non penso che questo da solo sia
sufficiente a instaurare un meccanismo emotivo tale da
condurre una persona ad accusare quei sintomi che spesso
accompagnano la nostra professione.
La
condizione lavorativa e i contenuti di questa professione
agiscono su una struttura emotiva già esistente e che,
proprio per questo, carica di componenti personali una
relazione già di per sé complessa.
Nella
relazione con il paziente portiamo le nostre emozioni che
sono il frutto dei nostri vissuti; è la consapevolezza di
questo meccanismo che ci deve guidare.
Grossman,
psicoterapeuta transpersonale, dice che acquisire questa
consapevolezza significa essere responsabili delle proprie
emozioni: “prenderci la responsabilità delle nostre emozioni in ogni situazione
significa riconoscere che nessuno può farci sentire in un
modo che noi non desideriamo. Ciò significa essere disposti
a prendersi la responsabilità per qualsiasi cosa sentiamo
così come per ciò che facciamo”.
Questo
è un vero e proprio atto d’amore verso di noi; significa
non essere vittime, che non ci sono colpevoli, che quello
che noi proviamo è il risultato dell’interazione con
quella persona e non dipende unicamente da quella persona.
Significa anche che se le nostre reazioni non ci piacciono o
se dalla relazione usciamo distrutti siamo solo noi che
dobbiamo fare qualcosa rispetto a noi stessi per cambiare.
Non penso che sia molto economico energeticamente pensare
che debbano essere gli altri a fornirci gli strumenti per il
cambiamento; noi e solo noi dobbiamo decidere chi vogliamo
essere e come vogliamo che le nostre relazioni si
realizzino.
Quello
che voglio dire è che se penso che debba cambiare il modo
di concepire la malattia e l’essere umano malato, se penso
che debbano cambiare alcune cose all’interno della
struttura ospedaliera, non posso pensare che sia questa ad
offrirmi le possibilità di cambiamento ma devo iniziare da
me stesso, informandomi su altri approcci, cercando di
capire come sono collocato emotivamente all’interno di
essi e creando dei momenti di confronto per creare un
sentire comune che possa produrre dei veri e propri
cambiamenti.
Se
pensiamo a noi come a qualcosa di definito e immutabile
perdiamo il contatto con noi stessi e con gli altri e questo
porta a non sentire il flusso delle emozioni. Un
atteggiamento positivo di apertura invece può generare un
vero e profondo cambiamento.
Grossman
al riguardo propone questo esempio:”…è
come se entrassimo in una stanza fredda e buia, ma con un
bellissimo mazzo di fiori sul tavolo. La stanza è
sicuramente fredda e buia e non dobbiamo reprimere questa
consapevolezza, ma possiamo scegliere se parlare dei fiori o
del freddo o dell’oscurità: penso che un diverso tipo di
vibrazione emana da noi in base alla scelta che operiamo”.
Per
realizzare questo atteggiamento dobbiamo essere in contatto
con le nostre emozioni, con il nostro corpo, con tutto il
nostro organismo. Imparare come funzioniamo ossia come
respiriamo, come ci muoviamo, quali sono le nostre tensioni
e come queste limitano il movimento significa riappropriarci
del nostro essere e dare libero flusso alla nostra energia.
In
termini di vita significa avere un’esistenza più piena,
più ricca, dove siamo liberi di scegliere e dove le nostre
paure, la nostra rabbia, la nostra gioia fanno parte di un
processo naturale dinamico di interrelazioni e, proprio per questo, assumono un significato secondario,
seppur importante, rispetto ad un progetto più universale.
Congruenza,
autenticità, considerazione positiva incondizionata,
empatia, non sono delle belle parole che esprimono concetti
astratti, non sono semplice teoria ma rappresentano un vero
e proprio “sentire” che si realizza attraverso
l’esperienza, prima di tutto, su noi stessi di queste
emozioni.
Come
si fa a non giudicare o ad essere empatici quando abbiamo
sempre un atteggiamento di giudizio nei nostri confronti,
quando non siamo in grado di prenderci cura di noi stessi,
quando non ci diamo il permesso di lasciarci andare alle
emozioni, quando non siamo in grado di perdonarci?
Entrare
in questa condizione non è un processo solo mentale ma
rappresenta una vera e propria condizione energetica in cui
tutto il corpo subisce delle modificazioni.
Sempre
Grossman dice: “Spesso
giudicare significa entrare in tensione, contrarre il
respiro o parti del corpo…..L’atteggiamento del non
giudizio, invece favorisce la fiducia e la sicurezza….e a
livello corporeo si esprime in una dimensione di apertura,
calore e rilassamento….. Qualsiasi
cosa ci sia dentro di noi ha una ragione per esserci”.
Solo
lavorando profondamente su se stessi e sulle proprie
tensioni per tendere a questo atteggiamento possiamo entrare
in quella condizione energetica che permette il realizzarsi
di un’efficace relazione di aiuto dalla quale, peraltro,
possiamo imparare a conoscere nuove cose di noi stessi.
Il
nostro movimento, il nostro respiro, le nostre emozioni:
tutto questo fa parte di un sistema dinamico di
interrelazioni dove ogni parte è in contatto con un’altra
ed è in grado di influenzarla; questo sistema a sua volta
è in relazione con altri sistemi e così via: “tutto fa
parte del tutto”.
Una
concezione di questo tipo permette una visione diversa
dell’uomo e della malattia e di conseguenza gli interventi
terapeutici ed assistenziali assumono connotati diversi.
Non
ci si occupa più solo del sintomo o del disagio, ma questo
viene inserito all’interno di un contesto più grande che
comprende atteggiamenti, relazioni, ambiente; in questo
contesto il sintomo, la malattia, il disagio, hanno una loro
logica, una loro economia, una loro energia e agendo su
questi elementi si possono migliorare le condizioni di
salute di una persona.
Noi
siamo solo un mezzo, importante, comunque un mezzo e
possiamo fare solo da catalizzatori ad un processo che già
da solo avviene oppure non far altro che “stare” con
profondo rispetto quando ci si accorge che il tempo di un
uomo o di una donna sono ormai terminati.
Chiunque
scelga di lavorare con la malattia, con la sofferenza deve
sviluppare quello che Rollo May definisce coraggio
dell’imperfezione. Secondo questo autore: “…Coraggio dell’imperfezione significa portare i propri sforzi su
un campo di battaglia importante, là dove si compiono cose
significative e dove il fallimento o il successo diventano
questioni relativamente secondarie”.
Bibliografia:
∑
Bizier
N., Dal
pensiero al Gesto, Ed. Sorbona, Milano 1993
∑ Carkhuff
R. , L’arte di
aiutare, Ed. Erickson, Trento II° ristampa 1996
∑ Grossman
J., Vivere ed Amare, Ed.
Crisalide, Spigno Saturnia 1992
∑ Lowen
A., Arrendersi al
Corpo, Ed. Astrolabio, Roma 1994
∑ Lowen
A., La Spiritualità
del Corpo, Ed. Astrolabio, Roma 1991
∑ Lowen
A., Bioenergetica,
Ed. Feltrinelli, Milano 1990
∑
May R., L’Arte
del Counseling, Ed. Astrolabio, Roma 1991
∑
Pittaluga D.
Sasso L., Tra il Dire e il Fare, Ed. Sorbona, Milano 1996
∑
Rogers C.R. , La
Terapia Centrata sul Cliente, Ed.
Martinelli, Firenze 19
∑ Sorensen
K.C. Luckmann J., Nursing di Base, Ed. Ambrosiana; Milano 1981
Jules Grossman, “Vivere
ed Amare”, Crisalide, Spigno Saturnia, 1992, pag.33
Jules Grossman, “Vivere
ed Amare”, Crisalide, Spigno Saturnia, 1992, pag.37
Jules Grossman, “Vivere
ed Amare”, Crisalide, Spigno Saturnia, 1992, pag.24
Rollo May, “L’arte del
Counseling”, Astrolabio, Roma, 1991, pag.114
|