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Paolo
Aldo Rossi
Direttore
scientifico di Anthropos & Iatria
Vivere
la vita è uno sforzo che sarebbe degno di miglior causa.
Karl
Kraus, Detti e contraddetti
L'altro
giorno, passeggiando fra i canali televisivi, ho trovato il
vicesindaco di Genova che spiegava l'idea geniale di
costituire un nuovo assessorato che trattasse “di cose
piccole, ma importanti”, definendolo appunto, con una
sciagurata espressione: “alla vivibilità urbana”. Se «la
vita è una cosa troppo importante - diceva O. Wilde - perché
si possa parlarne sul serio», allora perchè non facciamo
l'ulteriore proposta di istituire anche l'assessorato alla
vivibilità rurale, contadina, paesana, civica, zotica,
campagnola ... cosicchè ne potremmo realizzare un'altra
decina, dando cosi del ‘lavoro’ a un centinaio di
postulanti di partito? E ancor meglio, perchè non
consentire ai politici (che sono dei linguisti nati, ma non
lo sanno) di inventare vocaboli per definire dei concetti
nuovi e vitali? Ma il definire è escludere e negare, per
cui la vivibilità delle parole è legata al loro uso.
Ma
vediamo un po’, portando qualche esempio, come il Comune
di Genova considera la vivibilità urbana, non solo per le
persone normodotate, ma addirittura per i portatori di
handicap. Nella sua bellissima sede, al centro dell'antica
Via Nuova (unica città d'Europa con una strada costituita
solo da spendidi palazzi storici) gli handicappati non ci
possono arrivare, essendo una vera e propria mostra,
rassegna, esibizione di barriere architettoniche (come è
ovvio per tutti gli edifici delle epoche passate). Ovvero
non solo non ci sono elevatori, rampe, piani inclinati,
sollevatori ... ma addirittura l'unico (e piccolo) ascensore
per il pubblico di solito è guasto.
Ci
sarebbe l'ascensore del sindaco (e del suo personale) che
però non può essere usato per utenti portatori di stati di
inferiorità, ma solo per autorità (o loro portacoda) che
facciano parte del “comune” (e pensare che il termine
vuol dire “di tutti” e non “privato”). Ma nel XXI
secolo, cosi come abbiamo imparato che gli stabili del
passato possono essere resi adatti alle nostre esigenze, ad
esempio impiantandovi dei bagni al posto delle latrine, il
riscaldamento centrale
in luogo dei camini ... oggi possiamo anche installare quel
‘qualcosa’ che rende la vita “vivibile” agli
handicappati.
Al
riguardo, vi racconto una storia vera (e son pronto a fare i
nomi e le date): un amico emiplegico grave, dovendo (non
volendo, ma essendo obbligato) salire al secondo piano del
palazzo Tursi (o del Comune), avendo appreso dai vigili
urbani che l'ascensore per il pubblico era guasto (e pur
vedendo che portava le stampelle, i quali non hanno fatto
nulla per dargli una mano), assistito da due amici, ha
percorso lo scalone fino all'ultima rampa dove ha saputo da
una tizia, che con malagrazia stava pulendo i pavimenti
(portando una pelliccia di visone!), che doveva ritornare giù
e fare un altro percorso perchè quello era appena stato
lavato. Essendo l'amico un noto professore universitario, di
certo non pacifico, dopo una lite furibonda, la strada del
ritorno l'ha fatta (lo devo ammettere) nell'ascensore del
sindaco. E pensare che dei nostri amici hanno dovuto, per
avere l'abitabilità di un club (o circolo) aperto al
pubblico, di una trentina di soci, allargare l'ingresso per
le carozzine e costruire un elevatore per collegare i due
piani (e proprio su ordine del Comune!!!). Molto, ma molto
bene, tutto ciò! Andrebbe fatto da tutti! Anche dal Comune.
Ma
questo, evidentemente, non vale per le Amministrazioni
pubbliche, i Musei, le Scuole, l'Università, i Seggi
Elettorali (e via di seguito ...) che sono luoghi dove il
cittadino ha il diritto e il dovere di andare (mentre in una
associazione privata almeno non è costretto a trascorrere
parte della propria vita). Ad esempio i seggi elettorali,
dove il cittadino è tenuto ad andare (il voto è un
dovere!) sono, solitamente,
ai piani superiori di vecchi edifici scolastici dove
non vi sono alunni handicappati perché i loro genitori li
hanno spostati in scuole (magari lontane da casa), ma
fornite di rampe e di ascensori.
L'Università
funziona, per i portatori di handicap, un po' meglio grazie
esclusivamente ad alcuni studenti che si fanno in quattro
per aiutarli, ma l'aiuto finisce dentro l'Ateneo. Per
strada, ossia per arrivare alle Facoltà, per andare da un
Dipartimento all'altro o da un'Aula all'altra, non c'è
mezzo di trovar soluzione alla “vivibilità urbana”.
Ad esempio (sempre a Genova) per recarsi al Polo
Didattico, fornito effettivamente di tutti i sistemi per
aiutare gli handicappati, bisogna percorrere, dalle Facoltà
Giuridiche e Umanistiche, circa 300/500 metri sul
marciapiedi dove sono posteggiate auto e motocicli, per cui
la carrozzina non può passare, a meno che non scenda dal
marciapiede e prenda la strada carrozzabile, facendo una
gara competitiva con autobus, camion, autovetture ... Ma
siccome da questo “salubre antagonismo” le carrozzine
sono escluse, quegli studenti sfortunati devono restare a
casa propria, a meno di aumentare la “mortalità
urbana”.
Noi
personalmente (a volte facendoci aiutare dagli universitari
tanto per cambiare il nome di chi chiama) tutti i giorni
telefoniamo ai vigili urbani (inutilmente!) e avremo già
scritto una tonnellata di denunce (una volta ci hanno
risposto - per lettera - dicendo che ci stavano pensando
alla soluzione, ma è passato un anno e, dopo le vacanze, le
cose sono rimaste come erano). E si che basterebbe un vigile
collegato con un carro attrezzi a fare le multe per
risolvere la faccenda (perché mi hanno detto che loro - i
vigili - le contravvenzioni le elevano, ma la gente non le
paga!). Oppure il problema è che, forse, le ammende non si
pagano perché non c'è nessuno che le metta dove davvero
servono, ma poi perseguitano il cittadino che ha lasciato
scadere di mezz'ora il foglietto del parcheggio o perché ha
mollato la sua macchina fuori di 10 cm dalle righe? Avete
mai avuto a che fare con un vigile "urbano"?
Inoltre i marciapiede sono costellati delle deiezioni dei
cani e le carozzine, che si muovono a mano, obbligano il
portatore di handicap a fare uno slalom fra le cacche e
quando non può scansarle, le prende sulle ruote ossia sulle
mani. E' ovvio che non è colpa del Comune se alcuni
proprietari di cani pensano che l'intera città (con
l'eccezione di casa loro e del loro giardino) debba essere
trasformata in un enorme W.C. per le loro bestiole, ma è
colpa degli amministratori se esiste gente che non avendo
ancora imparato a girare con la paletta e la segatura, cioè
a seguire la legge, non è multata perché “possibili
elettori”. E questa è la vivibilità urbana, sbandierata
proprio in un Centro Storico bellissimo, ma invivibile
grazie alle “pensate dei nostri politici e agli articoli
manipolati e chiaramente falsi dei nostri giornalisti su i
vicoli insicuri, rischiosi, pericolosi?
Le
trovate, ideate giornalmente dagli amministratori, sono lì
da vedersi e, a volte, sono cosi stupide e balorde che ti
vien da pensare siano l'intelligente scherzo che ogni tanto
vien fatto alla cittadinanza per svegliarla, per scuoterla
dal suo torpore e renderla avveduta e sagace.
I
giornalisti, invece, non scherzano proprio (non ne sarebbero
proprio in grado!) quando affermano che nei vicoli abitano
soltanto criminali, rapinatori, tagliaborse, furfanti, donne
di malaffare, protettori, profittatori, usurai ... una vera
e propria corte dei miracoli dei nostri tempi. Se poi tu
vieni da fuori (sei uno straniero!), potrebbero farti
visitare (però a tuo rischio!), con modi e tempi opportuni,
la “cashba”. Uno zoo-safari da vedere al di là dei
vetri. Non era così, ovviamente, neppure quaranta anni fà,
ma la “città vecchia” che cantava Fabrizio era un inno
ad un mondo che stava scomparendo in tutte quelle città del
mediterraneo, veri capolinea dei sentieri del mare, che
annodavano e trattenevano in un ammasso di ricordi una epoca
che non c'era più (come la Buenos Aires di Borges, la
Macondo di Gabriel Garzia Marquèz, la Parigi di E.Sue, la
Napoli della Serao, di Totò e de Filippo o anche la Bologna
di Guccini). Invece coloro che non hanno cultura (nè la
voglia di farsela) l'hanno letta così, come in un vecchio
romanzo d'appendice di derelitti e di personaggi resi veri
dalla tua volontà. E di tutto il messaggio di De André:
“se tu penserai e giudicherai da buon borghese li
condannerai a cinquemila anni più le spese. Ma se capirai,
se li cercherai fino in fondo, se non sono gigli son pur
sempre figli, vittime di questo mondo” è rimasta solo la
prurigine squallida resa ancor più tetra dagli incubi
lubrici dei nevrotici controllati.
Dichiarare
che la città “vecchia” è inabitabile, invivibile,
non agibile è cosa falsa, menzognera, inventata da
gente che il centro storico non lo abita, non lo vive, non
ci sta perché è stata abituata ad averne un' impudente
codardia e ragiona cosi: “Se nel mio quartiere “bene”
avvengono furti in auto e in appartamenti, aggressioni per
rubare pensioni alle vecchiette, stupri alle ragazze ...
cosa dovrà accadere nelle “viuzze dell'angiporto?!”.
Assolutamente nulla! Chiedetelo ai residenti, e non ai
giornalisti, a chi ci opera, ci sta, ci lavora ... e non
alle signore eleganti o ai politici che lasciano i loro
quartieri “bene” per visitare i “vicoli”, a coloro
che son riusciti ad andare ad abitare nei palazzoni e nelle
case popolari o addirittura ai pendolari che abitano in
riviera.
In
ogni caso avete mai provato a prendere un taxi durante le
ore in cui il centro storico è chiuso? (Dalle 10 alle 19 di
ogni giorno). Ebbene l'infelice tassista, non appena ha
saputo dove volete andare si intristisce e non vi parla più
(per 5 minuti); poi si riprende e diventa improvvisamente
logorroico: da quel momento si occupa esclusivamente della
sua automobile, la quale 1) non riesce a girare per le
strade troppo strette, forse si ammaccherà e chi mi pagherà
i danni (però lui usa il Mercedes, la Volvo o simili; 2) ci
sono i pedoni che (volontariamente) si mettono sotto le
ruote, 3) potrebbe prendere una multa perché la segnaletica
è insidiosa, scarsa e ingannevole, 4) vi sono decine di
bancarelle non autorizzate che vi impediscono di spostarvi e
centinaia di tossici ed extracomunitari messi dovunque ...
per cui ad un certo punto vi dichiarano che loro - l'autista
e l'auto di piazza - sono arrivati fin dove era umanamente
possibile e dopo di ciò ci devi pensare tu (Come nelle
pellicole di Tarzan, dove i portatori negri, terrorizzati
dalla 'grande magia', si rifiutavano di andare avanti e
scappavano a gambe levate. 'Buana no!').
Ora
se tu sei un normodotato (e piuttosto muscoloso) hai due
scelte (oltre evidentemente quella di chiamare il radio-taxi,
per sprecare un gettone telefonico): il diverbio o chiamare
i vigili (che di solito non ci sono, ma se ci fossero devi
questionare con due personalità: il taxista e il vigile).
Se invece sei un portatore di handicap ti conviene pagare,
scendere, ringraziare e finire il tuo percorso a piedi (cioè
con il bastone o con le stampelle) ... se ce la fai! Tornato
a casa puoi avvertire il Comando dei Vigili, che gentilmente
ti assicura che farà qualcosa (cioè niente!). Anche su
questo posso portare eventi, testimoni, date, luoghi ... in
gran numero e misura. Ma la colpa non è tutta degli autisti
di auto pubbliche (che secondo loro ti fanno un favore a
portarti), di saccenti vigili urbani, di arroganti
proprietari di cani, di automobilisti e motociclisti
incivili, dal personale sgarbato degli uffici pubblici, dai
giornalisti presuntosi e boriosi ... , essendo anche loro
vittime, come tutti, della peggior malattia dei nostri
tempi: il virus del politicante. «A morbo, a fame et a
bello libera nos domine» usava l'antica litania, ma che
oggi viene semplificata con «Dal politico, liberaci o
signore!». L'amico Francesco, quando era giovane e libero,
cantava: «Da tutti gli imbecilli d'ogni razza e colore, dai
sacri sanfedisti e da quel loro odore, dai pazzi giacobini e
dal loro bruciore, da visionari e martiri dell'odio e del
terrore, da chi ti paradisa dicendo: è per amore, dai
manichei che ti urlano: “o con noi o traditore” libera
nos, Domine!. Dai poveri di spirito e dagli intolleranti, da
falsi intellettuali, giornalisti ignoranti, da eroi,
navigatori, profeti, vati, santi, dai sicuri di sè,
presuntuosi, arroganti, dal cinismo di molti, dalle voglie
di tanti dall'egoismo sdrucciolo che abbiamo tutti quanti,
libera nos, Domine!». Ebbene, questo, e molto ancora, è il politico, ossia colui,
che possedendo (o tutte o alcune di) queste qualità, si è
convinto che egli è l'uomo voluto dagli dei per salvare il
mondo e, senza chiedersi altro, si mette a professare
“l'arte del possibile”. «Chi può, fa. Chi non può,
insegna. Chi nè fa nè insegna (perchè é troppo pigro),
si dedica alla politica». L'ambito del sociale, nel novero
immenso del politico, è il più ricercato, lì non c'è
bisogno di avere delle specializzazioni professionali e
delle qualificazioni operative, ma solo una gran capacità a
comunicare con tutti dicendo nulla. Un esempio è come i
politici e i sindacati si rivolgono alla gente: “...
giovani, donne, operai, lavoratori, appartenenti alla terza
età, disabili ...
”, mancano solo i lattanti e i moribondi. E qui che si può
prendere “la disperata decisione di operare di calli un
malato di cancro” oppure agire - come in un dipinto del
Bosch, intitolato ‘la cura della follia’ - in cui un
medico-ciarlatano, con imbuto per cappello, toglie dal
cervello di un paziente un tulipano palustre (tulp vuol
anche dire follia) aiutato da un frate squilibrato e da una
donna dissennata. Con protezione civile, la sanità e
l'istruzione sono, forse, i tre momenti chiave della più
ottusa imbecillità e della più stupida idiozia dei
politici dove, con l'espressione pi§ seria si possono fare
le promesse di costruire un ponte dove non esiste un fiume,
una scuola elementare dove non ci sono bambini, un ospedale
dove non ci sono malati. Diamone tre esempi: abbiamo tutti
di fronte l'immonda gazzarra messa in atto dalla protezione
civile per allontanare non chi ha rubato, ma quelli che
giustamente hanno denunciato i ladri del terremoto in Italia
Centrale e della missione Arcobaleno in Albania. Ebbene a un
pensionato tornato al suo paese dopo una vita di lavoro e
privato dal terremoto di tutto, e ancor di più da chi
avrebbe dovuto aiutarlo, non gli è rimasto (dopo tre anni
in baracca) che suicidarsi. E il Sotto-segretario-professor
Barberi è principale ‘scusato’ e, quindi, nominato a più
alta carica; ma da ‘protettore civile’, però, rimane al
suo posto certo di aver fatto più che il proprio dovere!
E
invece la Rosibindi, che ha dichiarato in questi giorni la
assoluta preminenza della politica sulla scienza medica, per
80 minuti da Brunovespa, non ha trovato un
giornalista-politico-scienziato che le domandasse come mai
nella tanto sbandierata riforma era chiarissimo che
l'Ospedale doveva diventare una Azienda con i suoi bei
guadagni e che si dovessero accettare di preferenza le
malattie lucrose e remunerabili (quali ad es un aborto).
Giorni dopo questo l'ha detto un grande medico (il professor
Aiuti) ricavandone dal conduttore un: “ma professore
questa è una grossa stupidaggine!”. Un tempo forse
esisteva una "arte del reggimento" con regole e
norme sue proprie, adesso c'è solo un irregimento completo
nella politica con un'unica regola "star a galla".
Ma il massimo è il ministro della pubblica (d)istruzione
onorevole Luigi Berlinguer che insiste a non distinguere la
Scuola dalla Scuola Guida per cui i quiz sono
importantissimi e vitali (i giochi a premio, i questionari,
i concorsi a quesiti, i test di prova, i rebus, i rompicapo,
gli indovinelli...), cioè una istruzione e uno studio da
enigmisti. Non vitae sed schola discimus - diceva Seneca
nelle Lettere a Lucilio - per prendere in giro proprio chi
solo per la scuola imparava.
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