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Anno IV

Numero 1

Gennaio - Marzo 2000

 

Paolo Aldo Rossi

 

Direttore scientifico di Anthropos & Iatria

 

Vivere la vita è uno sforzo che sarebbe degno di miglior causa.

Karl Kraus, Detti e contraddetti

 

L'altro giorno, passeggiando fra i canali televisivi, ho trovato il vicesindaco di Genova che spiegava l'idea geniale di costituire un nuovo assessorato che trattasse “di cose piccole, ma importanti”, definendolo appunto, con una sciagurata espressione: “alla vivibilità urbana”. Se «la vita è una cosa troppo importante - diceva O. Wilde - perché si possa parlarne sul serio», allora perchè non facciamo l'ulteriore proposta di istituire anche l'assessorato alla vivibilità rurale, contadina, paesana, civica, zotica, campagnola ... cosicchè ne potremmo realizzare un'altra decina, dando cosi del ‘lavoro’ a un centinaio di postulanti di partito? E ancor meglio, perchè non consentire ai politici (che sono dei linguisti nati, ma non lo sanno) di inventare vocaboli per definire dei concetti nuovi e vitali? Ma il definire è escludere e negare, per cui la vivibilità delle parole è legata al loro uso.

Ma vediamo un po’, portando qualche esempio, come il Comune di Genova considera la vivibilità urbana, non solo per le persone normodotate, ma addirittura per i portatori di handicap. Nella sua bellissima sede, al centro dell'antica Via Nuova (unica città d'Europa con una strada costituita solo da spendidi palazzi storici) gli handicappati non ci possono arrivare, essendo una vera e propria mostra, rassegna, esibizione di barriere architettoniche (come è ovvio per tutti gli edifici delle epoche passate). Ovvero non solo non ci sono elevatori, rampe, piani inclinati, sollevatori ... ma addirittura l'unico (e piccolo) ascensore per il pubblico di solito è guasto.

Ci sarebbe l'ascensore del sindaco (e del suo personale) che però non può essere usato per utenti portatori di stati di inferiorità, ma solo per autorità (o loro portacoda) che facciano parte del “comune” (e pensare che il termine vuol dire “di tutti” e non “privato”). Ma nel XXI secolo, cosi come abbiamo imparato che gli stabili del passato possono essere resi adatti alle nostre esigenze, ad esempio impiantandovi dei bagni al posto delle latrine, il riscaldamento  centrale in luogo dei camini ... oggi possiamo anche installare quel ‘qualcosa’ che rende la vita “vivibile” agli handicappati.

Al riguardo, vi racconto una storia vera (e son pronto a fare i nomi e le date): un amico emiplegico grave, dovendo (non volendo, ma essendo obbligato) salire al secondo piano del palazzo Tursi (o del Comune), avendo appreso dai vigili urbani che l'ascensore per il pubblico era guasto (e pur vedendo che portava le stampelle, i quali non hanno fatto nulla per dargli una mano), assistito da due amici, ha percorso lo scalone fino all'ultima rampa dove ha saputo da una tizia, che con malagrazia stava pulendo i pavimenti (portando una pelliccia di visone!), che doveva ritornare giù e fare un altro percorso perchè quello era appena stato lavato. Essendo l'amico un noto professore universitario, di certo non pacifico, dopo una lite furibonda, la strada del ritorno l'ha fatta (lo devo ammettere) nell'ascensore del sindaco. E pensare che dei nostri amici hanno dovuto, per avere l'abitabilità di un club (o circolo) aperto al pubblico, di una trentina di soci, allargare l'ingresso per le carozzine e costruire un elevatore per collegare i due piani (e proprio su ordine del Comune!!!). Molto, ma molto bene, tutto ciò! Andrebbe fatto da tutti! Anche dal Comune.

Ma questo, evidentemente, non vale per le Amministrazioni pubbliche, i Musei, le Scuole, l'Università, i Seggi Elettorali (e via di seguito ...) che sono luoghi dove il cittadino ha il diritto e il dovere di andare (mentre in una associazione privata almeno non è costretto a trascorrere parte della propria vita). Ad esempio i seggi elettorali, dove il cittadino è tenuto ad andare (il voto è un dovere!) sono, solitamente,  ai piani superiori di vecchi edifici scolastici dove non vi sono alunni handicappati perché i loro genitori li hanno spostati in scuole (magari lontane da casa), ma fornite di rampe e di ascensori.

L'Università funziona, per i portatori di handicap, un po' meglio grazie esclusivamente ad alcuni studenti che si fanno in quattro per aiutarli, ma l'aiuto finisce dentro l'Ateneo. Per strada, ossia per arrivare alle Facoltà, per andare da un Dipartimento all'altro o da un'Aula all'altra, non c'è mezzo di trovar soluzione alla “vivibilità urbana”.  Ad esempio (sempre a Genova) per recarsi al Polo Didattico, fornito effettivamente di tutti i sistemi per aiutare gli handicappati, bisogna percorrere, dalle Facoltà Giuridiche e Umanistiche, circa 300/500 metri sul marciapiedi dove sono posteggiate auto e motocicli, per cui la carrozzina non può passare, a meno che non scenda dal marciapiede e prenda la strada carrozzabile, facendo una gara competitiva con autobus, camion, autovetture ... Ma siccome da questo “salubre antagonismo” le carrozzine sono escluse, quegli studenti sfortunati devono restare a casa propria, a meno di aumentare la “mortalità urbana”.

Noi personalmente (a volte facendoci aiutare dagli universitari tanto per cambiare il nome di chi chiama) tutti i giorni telefoniamo ai vigili urbani (inutilmente!) e avremo già scritto una tonnellata di denunce (una volta ci hanno risposto - per lettera - dicendo che ci stavano pensando alla soluzione, ma è passato un anno e, dopo le vacanze, le cose sono rimaste come erano). E si che basterebbe un vigile collegato con un carro attrezzi a fare le multe per risolvere la faccenda (perché mi hanno detto che loro - i vigili - le contravvenzioni le elevano, ma la gente non le paga!). Oppure il problema è che, forse, le ammende non si pagano perché non c'è nessuno che le metta dove davvero servono, ma poi perseguitano il cittadino che ha lasciato scadere di mezz'ora il foglietto del parcheggio o perché ha mollato la sua macchina fuori di 10 cm dalle righe? Avete mai avuto a che fare con un vigile "urbano"? Inoltre i marciapiede sono costellati delle deiezioni dei cani e le carozzine, che si muovono a mano, obbligano il portatore di handicap a fare uno slalom fra le cacche e quando non può scansarle, le prende sulle ruote ossia sulle mani. E' ovvio che non è colpa del Comune se alcuni proprietari di cani pensano che l'intera città (con l'eccezione di casa loro e del loro giardino) debba essere trasformata in un enorme W.C. per le loro bestiole, ma è colpa degli amministratori se esiste gente che non avendo ancora imparato a girare con la paletta e la segatura, cioè a seguire la legge, non è multata perché “possibili elettori”. E questa è la vivibilità urbana, sbandierata proprio in un Centro Storico bellissimo, ma invivibile grazie alle “pensate dei nostri politici e agli articoli manipolati e chiaramente falsi dei nostri giornalisti su i vicoli insicuri, rischiosi, pericolosi?

Le trovate, ideate giornalmente dagli amministratori, sono lì da vedersi e, a volte, sono cosi stupide e balorde che ti vien da pensare siano l'intelligente scherzo che ogni tanto vien fatto alla cittadinanza per svegliarla, per scuoterla dal suo torpore e renderla avveduta e sagace.

I giornalisti, invece, non scherzano proprio (non ne sarebbero proprio in grado!) quando affermano che nei vicoli abitano soltanto criminali, rapinatori, tagliaborse, furfanti, donne di malaffare, protettori, profittatori, usurai ... una vera e propria corte dei miracoli dei nostri tempi. Se poi tu vieni da fuori (sei uno straniero!), potrebbero farti visitare (però a tuo rischio!), con modi e tempi opportuni, la “cashba”. Uno zoo-safari da vedere al di là dei vetri. Non era così, ovviamente, neppure quaranta anni fà, ma la “città vecchia” che cantava Fabrizio era un inno ad un mondo che stava scomparendo in tutte quelle città del mediterraneo, veri capolinea dei sentieri del mare, che annodavano e trattenevano in un ammasso di ricordi una epoca che non c'era più (come la Buenos Aires di Borges, la Macondo di Gabriel Garzia Marquèz, la Parigi di E.Sue, la Napoli della Serao, di Totò e de Filippo o anche la Bologna di Guccini). Invece coloro che non hanno cultura (nè la voglia di farsela) l'hanno letta così, come in un vecchio romanzo d'appendice di derelitti e di personaggi resi veri dalla tua volontà. E di tutto il messaggio di De André: “se tu penserai e giudicherai da buon borghese li condannerai a cinquemila anni più le spese. Ma se capirai, se li cercherai fino in fondo, se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo” è rimasta solo la prurigine squallida resa ancor più tetra dagli incubi lubrici dei nevrotici controllati.

Dichiarare che la città “vecchia” è inabitabile, invivibile,  non agibile è cosa falsa, menzognera, inventata da gente che il centro storico non lo abita, non lo vive, non ci sta perché è stata abituata ad averne un' impudente codardia e ragiona cosi: “Se nel mio quartiere “bene” avvengono furti in auto e in appartamenti, aggressioni per rubare pensioni alle vecchiette, stupri alle ragazze ... cosa dovrà accadere nelle “viuzze dell'angiporto?!”. Assolutamente nulla! Chiedetelo ai residenti, e non ai giornalisti, a chi ci opera, ci sta, ci lavora ... e non alle signore eleganti o ai politici che lasciano i loro quartieri “bene” per visitare i “vicoli”, a coloro che son riusciti ad andare ad abitare nei palazzoni e nelle case popolari o addirittura ai pendolari che abitano in riviera.

In ogni caso avete mai provato a prendere un taxi durante le ore in cui il centro storico è chiuso? (Dalle 10 alle 19 di ogni giorno). Ebbene l'infelice tassista, non appena ha saputo dove volete andare si intristisce e non vi parla più (per 5 minuti); poi si riprende e diventa improvvisamente logorroico: da quel momento si occupa esclusivamente della sua automobile, la quale 1) non riesce a girare per le strade troppo strette, forse si ammaccherà e chi mi pagherà i danni (però lui usa il Mercedes, la Volvo o simili; 2) ci sono i pedoni che (volontariamente) si mettono sotto le ruote, 3) potrebbe prendere una multa perché la segnaletica è insidiosa, scarsa e ingannevole, 4) vi sono decine di bancarelle non autorizzate che vi impediscono di spostarvi e centinaia di tossici ed extracomunitari messi dovunque ... per cui ad un certo punto vi dichiarano che loro - l'autista e l'auto di piazza - sono arrivati fin dove era umanamente possibile e dopo di ciò ci devi pensare tu (Come nelle pellicole di Tarzan, dove i portatori negri, terrorizzati dalla 'grande magia', si rifiutavano di andare avanti e scappavano a gambe levate. 'Buana no!').

Ora se tu sei un normodotato (e piuttosto muscoloso) hai due scelte (oltre evidentemente quella di chiamare il radio-taxi, per sprecare un gettone telefonico): il diverbio o chiamare i vigili (che di solito non ci sono, ma se ci fossero devi questionare con due personalità: il taxista e il vigile). Se invece sei un portatore di handicap ti conviene pagare, scendere, ringraziare e finire il tuo percorso a piedi (cioè con il bastone o con le stampelle) ... se ce la fai! Tornato a casa puoi avvertire il Comando dei Vigili, che gentilmente ti assicura che farà qualcosa (cioè niente!). Anche su questo posso portare eventi, testimoni, date, luoghi ... in gran numero e misura. Ma la colpa non è tutta degli autisti di auto pubbliche (che secondo loro ti fanno un favore a portarti), di saccenti vigili urbani, di arroganti proprietari di cani, di automobilisti e motociclisti incivili, dal personale sgarbato degli uffici pubblici, dai giornalisti presuntosi e boriosi ... , essendo anche loro vittime, come tutti, della peggior malattia dei nostri tempi: il virus del politicante. «A morbo, a fame et a bello libera nos domine» usava l'antica litania, ma che oggi viene semplificata con «Dal politico, liberaci o signore!». L'amico Francesco, quando era giovane e libero, cantava: «Da tutti gli imbecilli d'ogni razza e colore, dai sacri sanfedisti e da quel loro odore, dai pazzi giacobini e dal loro bruciore, da visionari e martiri dell'odio e del terrore, da chi ti paradisa dicendo: è per amore, dai manichei che ti urlano: “o con noi o traditore” libera nos, Domine!. Dai poveri di spirito e dagli intolleranti, da falsi intellettuali, giornalisti ignoranti, da eroi, navigatori, profeti, vati, santi, dai sicuri di sè, presuntuosi, arroganti, dal cinismo di molti, dalle voglie di tanti dall'egoismo sdrucciolo che abbiamo tutti quanti, libera nos, Domine!».  Ebbene, questo, e molto ancora, è il politico, ossia colui, che possedendo (o tutte o alcune di) queste qualità, si è convinto che egli è l'uomo voluto dagli dei per salvare il mondo e, senza chiedersi altro, si mette a professare “l'arte del possibile”. «Chi può, fa. Chi non può, insegna. Chi nè fa nè insegna (perchè é troppo pigro), si dedica alla politica». L'ambito del sociale, nel novero immenso del politico, è il più ricercato, lì non c'è bisogno di avere delle specializzazioni professionali e delle qualificazioni operative, ma solo una gran capacità a comunicare con tutti dicendo nulla. Un esempio è come i politici e i sindacati si rivolgono alla gente: “... giovani, donne, operai, lavoratori, appartenenti alla terza età, disabili   ... ”, mancano solo i lattanti e i moribondi. E qui che si può prendere “la disperata decisione di operare di calli un malato di cancro” oppure agire - come in un dipinto del Bosch, intitolato ‘la cura della follia’ - in cui un medico-ciarlatano, con imbuto per cappello, toglie dal cervello di un paziente un tulipano palustre (tulp vuol anche dire follia) aiutato da un frate squilibrato e da una donna dissennata. Con protezione civile, la sanità e l'istruzione sono, forse, i tre momenti chiave della più ottusa imbecillità e della più stupida idiozia dei politici dove, con l'espressione pi§ seria si possono fare le promesse di costruire un ponte dove non esiste un fiume, una scuola elementare dove non ci sono bambini, un ospedale dove non ci sono malati. Diamone tre esempi: abbiamo tutti di fronte l'immonda gazzarra messa in atto dalla protezione civile per allontanare non chi ha rubato, ma quelli che giustamente hanno denunciato i ladri del terremoto in Italia Centrale e della missione Arcobaleno in Albania. Ebbene a un pensionato tornato al suo paese dopo una vita di lavoro e privato dal terremoto di tutto, e ancor di più da chi avrebbe dovuto aiutarlo, non gli è rimasto (dopo tre anni in baracca) che suicidarsi. E il Sotto-segretario-professor Barberi è principale ‘scusato’ e, quindi, nominato a più alta carica; ma da ‘protettore civile’, però, rimane al suo posto certo di aver fatto più che il proprio dovere!

E invece la Rosibindi, che ha dichiarato in questi giorni la assoluta preminenza della politica sulla scienza medica, per 80 minuti da Brunovespa, non ha trovato un giornalista-politico-scienziato che le domandasse come mai nella tanto sbandierata riforma era chiarissimo che l'Ospedale doveva diventare una Azienda con i suoi bei guadagni e che si dovessero accettare di preferenza le malattie lucrose e remunerabili (quali ad es un aborto). Giorni dopo questo l'ha detto un grande medico (il professor Aiuti) ricavandone dal conduttore un: “ma professore questa è una grossa stupidaggine!”. Un tempo forse esisteva una "arte del reggimento" con regole e norme sue proprie, adesso c'è solo un irregimento completo nella politica con un'unica regola "star a galla". Ma il massimo è il ministro della pubblica (d)istruzione onorevole Luigi Berlinguer che insiste a non distinguere la Scuola dalla Scuola Guida per cui i quiz sono importantissimi e vitali (i giochi a premio, i questionari, i concorsi a quesiti, i test di prova, i rebus, i rompicapo, gli indovinelli...), cioè una istruzione e uno studio da enigmisti. Non vitae sed schola discimus - diceva Seneca nelle Lettere a Lucilio - per prendere in giro proprio chi solo per la scuola imparava.