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Cenni di storia della
tassidermia
Dott.
Enrico Borgo - Mauro Brunetti
Tassidermisti
- Museo di Storia Naturale “A. Doria” (Genova)
Prima
di tracciare una breve storia della tassidermia occorre
innanzitutto definire esattamente cosa si intende con tale
parola perché vi è una certa confusione nei termini usati
comunemente.
Con
il termine Tassidermia (dal greco taxis & derma =
ordinamento, conservazione & pelle) si indica la tecnica
mediante la quale vengono preparati gli animali trattandone
opportunamente le pelli, al fine di consentirne la
conservazione, basata sul mantenimento della forma e dei
caratteri di ogni specie e con il rispetto dei rapporti con
lo scheletro.
Vanno
pertanto esclusi da questa denominazione i procedimenti
usati per preparare e conservare peli destinate ad altri usi
quali il confezionamento di vestiti, tappeti ed altro.
Non
bisogna poi confondere tale tecnica con l’imbalsamazione o
la mummificazione.
L’imbalsamazione
è infatti il metodo usato dagli antichi egizi per
conservare le persone, basato sull’uso di sali, unguenti
profumati e resine (appunto i “balsami”) e
sull’asportazione, anche per motivi religiosi, di alcuni
organi interni, tra i quali cuore e cervello. Tale processo,
favorito anche dalle particolari condizioni climatiche,
portava alla creazione di una “mummia”, cioè di un
corpo rinsecchito che conservava in maniera abbastanza
significativa il proprio aspetto.
Il
termine stesso mummia sembra derivare dall’arabo mummiya
che significa asfalto, bitume, ad indicare come tali
sostanze venissero utilizzate per il trattamento dei corpi.
La
mummificazione in senso lato è il processo subito, come
abbiamo visto, o attraverso l’intervento dell’uomo o
grazie a particolari condizioni climatiche a seguito della
deposizione di un corpo in un ambiente molto secco, come i
soldati dei faraoni nel deserto egiziano o le persone
ritrovate nel deserto di Atacamo in Perù.
Attualmente
si può mummificare un corpo mediante l’impiego di
soluzioni particolari (aldeide formica con o senza aggiunta
di sostanze quali zinco cloruro, alluminio solfato e
alluminio acetato) che vengono iniettate o utilizzate per
immersione.
Queste
tecniche non possono essere considerate tassidermia perché
non si utilizza solo la pelle, l’involucro esterno, ma si
conserva tutto il corpo, al limite togliendo solo le parti
interne più deperibili.
Un
altro termine correlato ma non corretto è impagliatura,
derivante dal fatto che all’inizio e specialmente per la
preparazione dei primi animali (Coccodrilli e Serpenti) da
esporre nei “gabinetti
degli antiquari” del 1700, le imbottiture
utilizzate per ridare loro la forma erano realizzate con la
paglia, materiale che permetteva preparazioni sommarie e
poco accurate, avendo inoltre il difetto di essere
facilmente attaccabile dai parassiti che, a lungo andare,
potevano aggredire la pelle stessa.
La
tassidermia è un’arte relativamente moderna, che nasce
agli inizi del 1600.
La
prima collezione di cui si ha documentazione fu assemblata
in Olanda all’inizio del XVI secolo, quando gli Olandesi
cominciavano a commerciare con le Indie Orientali. Essa era
di proprietà di un nobile olandese che aveva portato in
patria, ad Amsterdam, numerosi uccelli dal sud-est asiatico
e che, quando tali uccelli morirono per un problema tecnico
al riscaldamento dell’ambiente in cui erano contenuti,
decise di conservarli e li fece preparare, seppure
sommariamente.
Il
più antico uccello montato presente in Inghilterra, e
probabilmente il più antico soggetto ancora esistente al
mondo, è il pappagallo della Duchessa di Richmond,
illustrato da Rowley nella sua Ornithological Miscellany
(1876). La Duchessa era una amante di Carlo II ed il suo
pappagallo, un Pappagallo cenerino (Psittacus erithacus), si
lasciò morire pochi giorni dopo la morte di lei, avvenuta
nel 1702.
L’uccello
fu montato usando il primitivo metodo del tempo e recenti
indagini con i raggi-x hanno dimostrato che all’interno è
ancora presente l’intero scheletro, con il cervello, la
trachea e la lingua: esso è tuttora visibile al Museo della
Westminster Abbey a Londra.
Nella
collezione di storia naturale del famoso Réamur (morto nel
1757), che pare fosse ammirata dai contemporanei, non vi
erano che delle spoglie riempite senza forma e pelli di
uccelli sospese mediante un filo passante nelle narici,
almeno stando alla descrizione di un naturalista del 1825.
In
quel periodo si sapeva già montare un animale, quadrupede o
uccello, fissandolo ad un sostegno per mezzo di fili di
ferro, però i risultati erano tutt’altro che
soddisfacenti, mancava l’apparenza di vita del soggetto
preparato.
Uno
dei primi ad ottenere preparazioni dall’aspetto piuttosto
naturale fu Charles Waterton, vissuto a cavallo tra il 1700
ed il 1800, che usava un metodo particolare e molto
laborioso, non più in uso e molto poco usato anche in quel
periodo, basato sul Cloruro di Mercurio (I) [Hg2Cl2].
Eccentrico personaggio, fu forse il primo a sostenere la
necessità di evitare inquinamento e distruzione
dell’ambiente e degli animali.
Nel
frattempo anche il gusto degli interessati si era evoluto e
non ci si accontentava più di una forma primitiva ma si
tendeva ad un aspetto della preparazione che ricordasse
meglio quello del soggetto vivente.
Un
deciso passo avanti per quanto riguarda la tecnica avvenne
nell’ultimo terzo del 1700 quando il farmacista francese
Jean Baptiste Bécoeur (1718-1777) inventò il sapone
arsenicale, che permette una conservazione molto migliore
delle pelli, anche se rispetto alle sostanze usate fino a
quel momento è decisamente più velenoso.
Egli
aveva raccolto una collezione di uccelli d’Europa che il
naturalista e viaggiatore Le Vaillant definì, intorno al
1770, come “la più numerosa e la meglio conservata che io
abbia visto”.
Della
metà del 1700 esistono ancora, nel museo di Parigi, degli
esemplari preparati, e tra questi si trovano quasi tutti i
tipi descritti da Buffon. I primi grandi mammiferi vengono
montati un po’ più tardi.
Contemporaneamente
alla scoperta di Bécoeur si perfezionano anche i metodi di
“riempire” la pelle dei soggetti con manichini costruiti
in maniera opportuna con legno, cartapesta ed altro,
sostenuti da fil di ferro e sui quali veniva cucita la
pelle, visto che la paglia o la stoppa davano risultati
insufficienti, specialmente per i grandi animali.
Nel
museo di Firenze esiste un Ippopotamo preparato alla metà
del 1700 (ante 1763) che potrebbe essere uno dei grossi
vertebrati più antichi presenti in Italia.
Un
Quagga (una specie di zebra ora estinta) viene montato, con
manichino di legno, durante il regno di Luigi XVI ed un
elefante indiano nel 1817, anch’esso con manichino di
legno, che si può vedere ancora al museo di Parigi. Esiste
una litografia dell’epoca che illustra un banchetto
tenuto, da ventuno impiegati dell’amministrazione reale,
all’interno della struttura di legno destinata a sostenere
la pelle dell’elefante (!).
Due
giraffe vennero montate nel 1820 e
nel 1842, la prima con armatura in ferro in seguito
riempita, che era un tentativo
interessante per l’epoca perché l’animale misurava
cinque metri di altezza (!), la seconda con manichino in
legno basato sulle misure e sui disegni rilevati
sull’animale: anche questo soggetto esiste ancora al museo
di Parigi.
In
seguito altri montaggi vennero eseguiti conservando lo
scheletro dell’animale e ricostruendo i
muscoli con fieno e paglia sagomati e legati con
spago. Successivamente allo scheletro si sostituì una
struttura di legno o di legno e metallo.
Gli
italiani, i francesi ed i tedeschi erano all’epoca
reputati i pionieri di quella che poteva essere definita
“tassidermia artistica” e una delle prime collezioni
conosciute di animali preparati in habitat naturali simulati
è il lavoro del professor Paolo Savi del Museo
dell’Università di Pisa all’inizio del XIX secolo.
Con
il diffondersi della pratica della tassidermia aumenta il
numero dei preparatori sparsi nei vari paesi,
particolarmente Inghilterra, Francia, Italia, Germania e
Olanda, e nascono anche diverse ditte che, oltre a preparare
soggetti forniti dal cliente, vendono direttamente gli
animali montati, con e senza ambientazione.
Esempi
molto noti di tali ditte sono Rowland Ward di Londra e Frank
di Amsterdam, quest’ultima ha venduto parecchi soggetti al
marchese Doria sia prima che dopo l’istituzione del museo
di Genova.
Tra
i preparatori italiani conosciuti nel periodo che è a
cavallo tra il secolo scorso e l’attuale si possono
ricordare Girolamo Calvi e Luigi De Negri del Museo di
Storia Naturale della Regia Università di Genova; Carolina
De Negri, figlia del precedente, del Museo di Storia
Naturale di Genova; Enrico Piccone di Albisola Marina (SV);
Brancaleone Borgioli prima del Museo della Regia Università
ed in seguito del Museo Civico di Genova; Mario Dugone e
Bainotti di Torino; Manzella, Cesare e Renzo Ragionieri di
Firenze; Pampana, Lusini, Ettore Granchi e Riccardo Magnelli
del Museo di Scienze Naturali di Firenze; Michelangelo
Giuliano del Museo di Milano; Carlo Confalonieri di Milano
ed in seguito al Museo civico di Genova.
Questo
lavoro non ha certo la pretesa
di essere esaustivo dell’argomento ma è solo un
tentativo di far conoscere un qualche cosa che è sempre
stato, ed è ancora, piuttosto “misterioso.
Ringraziamenti:
desideriamo ringraziare sentitamente l’amico Fausto
Barbagli (Museo di Storia Naturale - Università di Pavia)
per la disponibilità dimostrata.
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