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Anno IV

Numero I

Gennaio - marzo 2000

 

Cenni di storia della tassidermia

 

Dott. Enrico Borgo - Mauro Brunetti

Tassidermisti - Museo di Storia Naturale “A. Doria” (Genova)

Prima di tracciare una breve storia della tassidermia occorre innanzitutto definire esattamente cosa si intende con tale parola perché vi è una certa confusione nei termini usati comunemente.

Con il termine Tassidermia (dal greco taxis & derma = ordinamento, conservazione & pelle) si indica la tecnica mediante la quale vengono preparati gli animali trattandone opportunamente le pelli, al fine di consentirne la conservazione, basata sul mantenimento della forma e dei caratteri di ogni specie e con il rispetto dei rapporti con lo scheletro.

Vanno pertanto esclusi da questa denominazione i procedimenti usati per preparare e conservare peli destinate ad altri usi quali il confezionamento di vestiti, tappeti ed altro.

Non bisogna poi confondere tale tecnica con l’imbalsamazione o la mummificazione.

L’imbalsamazione è infatti il metodo usato dagli antichi egizi per conservare le persone, basato sull’uso di sali, unguenti profumati e resine (appunto i “balsami”) e sull’asportazione, anche per motivi religiosi, di alcuni organi interni, tra i quali cuore e cervello. Tale processo, favorito anche dalle particolari condizioni climatiche, portava alla creazione di una “mummia”, cioè di un corpo rinsecchito che conservava in maniera abbastanza significativa il proprio aspetto.

Il termine stesso mummia sembra derivare dall’arabo mummiya che significa asfalto, bitume, ad indicare come tali sostanze venissero utilizzate per il trattamento dei corpi.

La mummificazione in senso lato è il processo subito, come abbiamo visto, o attraverso l’intervento dell’uomo o grazie a particolari condizioni climatiche a seguito della deposizione di un corpo in un ambiente molto secco, come i soldati dei faraoni nel deserto egiziano o le persone ritrovate nel deserto di Atacamo in Perù.

Attualmente si può mummificare un corpo mediante l’impiego di soluzioni particolari (aldeide formica con o senza aggiunta di sostanze quali zinco cloruro, alluminio solfato e alluminio acetato) che vengono iniettate o utilizzate per immersione.

 

Queste tecniche non possono essere considerate tassidermia perché non si utilizza solo la pelle, l’involucro esterno, ma si conserva tutto il corpo, al limite togliendo solo le parti interne più deperibili.

Un altro termine correlato ma non corretto è impagliatura, derivante dal fatto che all’inizio e specialmente per la preparazione dei primi animali (Coccodrilli e Serpenti) da esporre nei “gabinetti  degli antiquari” del 1700, le imbottiture utilizzate per ridare loro la forma erano realizzate con la paglia, materiale che permetteva preparazioni sommarie e poco accurate, avendo inoltre il difetto di essere facilmente attaccabile dai parassiti che, a lungo andare, potevano aggredire la pelle stessa.

La tassidermia è un’arte relativamente moderna, che nasce agli inizi del 1600.

La prima collezione di cui si ha documentazione fu assemblata in Olanda all’inizio del XVI secolo, quando gli Olandesi cominciavano a commerciare con le Indie Orientali. Essa era di proprietà di un nobile olandese che aveva portato in patria, ad Amsterdam, numerosi uccelli dal sud-est asiatico e che, quando tali uccelli morirono per un problema tecnico al riscaldamento dell’ambiente in cui erano contenuti, decise di conservarli e li fece preparare, seppure sommariamente.

Il più antico uccello montato presente in Inghilterra, e probabilmente il più antico soggetto ancora esistente al mondo, è il pappagallo della Duchessa di Richmond, illustrato da Rowley nella sua Ornithological Miscellany (1876). La Duchessa era una amante di Carlo II ed il suo pappagallo, un Pappagallo cenerino (Psittacus erithacus), si lasciò morire pochi giorni dopo la morte di lei, avvenuta nel 1702.

L’uccello fu montato usando il primitivo metodo del tempo e recenti indagini con i raggi-x hanno dimostrato che all’interno è ancora presente l’intero scheletro, con il cervello, la trachea e la lingua: esso è tuttora visibile al Museo della Westminster Abbey a Londra.

Nella collezione di storia naturale del famoso Réamur (morto nel 1757), che pare fosse ammirata dai contemporanei, non vi erano che delle spoglie riempite senza forma e pelli di uccelli sospese mediante un filo passante nelle narici, almeno stando alla descrizione di un naturalista del 1825.

In quel periodo si sapeva già montare un animale, quadrupede o uccello, fissandolo ad un sostegno per mezzo di fili di ferro, però i risultati erano tutt’altro che soddisfacenti, mancava l’apparenza di vita del soggetto preparato.

Uno dei primi ad ottenere preparazioni dall’aspetto piuttosto naturale fu Charles Waterton, vissuto a cavallo tra il 1700 ed il 1800, che usava un metodo particolare e molto laborioso, non più in uso e molto poco usato anche in quel periodo, basato sul Cloruro di Mercurio (I) [Hg2Cl2]. Eccentrico personaggio, fu forse il primo a sostenere la necessità di evitare inquinamento e distruzione dell’ambiente e degli animali.

Nel frattempo anche il gusto degli interessati si era evoluto e non ci si accontentava più di una forma primitiva ma si tendeva ad un aspetto della preparazione che ricordasse meglio quello del soggetto vivente.

Un deciso passo avanti per quanto riguarda la tecnica avvenne nell’ultimo terzo del 1700 quando il farmacista francese Jean Baptiste Bécoeur (1718-1777) inventò il sapone arsenicale, che permette una conservazione molto migliore delle pelli, anche se rispetto alle sostanze usate fino a quel momento è decisamente più velenoso.

Egli aveva raccolto una collezione di uccelli d’Europa che il naturalista e viaggiatore Le Vaillant definì, intorno al 1770, come “la più numerosa e la meglio conservata che io abbia visto”.

Della metà del 1700 esistono ancora, nel museo di Parigi, degli esemplari preparati, e tra questi si trovano quasi tutti i tipi descritti da Buffon. I primi grandi mammiferi vengono montati un po’ più tardi.

Contemporaneamente alla scoperta di Bécoeur si perfezionano anche i metodi di “riempire” la pelle dei soggetti con manichini costruiti in maniera opportuna con legno, cartapesta ed altro, sostenuti da fil di ferro e sui quali veniva cucita la pelle, visto che la paglia o la stoppa davano risultati insufficienti, specialmente per i grandi animali.

Nel museo di Firenze esiste un Ippopotamo preparato alla metà del 1700 (ante 1763) che potrebbe essere uno dei grossi vertebrati più antichi presenti in Italia.

Un Quagga (una specie di zebra ora estinta) viene montato, con manichino di legno, durante il regno di Luigi XVI ed un elefante indiano nel 1817, anch’esso con manichino di legno, che si può vedere ancora al museo di Parigi. Esiste una litografia dell’epoca che illustra un banchetto tenuto, da ventuno impiegati dell’amministrazione reale, all’interno della struttura di legno destinata a sostenere la pelle dell’elefante (!).

Due giraffe vennero montate nel 1820 e  nel 1842, la prima con armatura in ferro in seguito riempita, che era un  tentativo interessante per l’epoca perché l’animale misurava cinque metri di altezza (!), la seconda con manichino in legno basato sulle misure e sui disegni rilevati sull’animale: anche questo soggetto esiste ancora al museo di Parigi.

In seguito altri montaggi vennero eseguiti conservando lo scheletro dell’animale e ricostruendo i  muscoli con fieno e paglia sagomati e legati con spago. Successivamente allo scheletro si sostituì una struttura di legno o di legno e metallo.

Gli italiani, i francesi ed i tedeschi erano all’epoca reputati i pionieri di quella che poteva essere definita “tassidermia artistica” e una delle prime collezioni conosciute di animali preparati in habitat naturali simulati è il lavoro del professor Paolo Savi del Museo dell’Università di Pisa all’inizio del XIX secolo.

Con il diffondersi della pratica della tassidermia aumenta il numero dei preparatori sparsi nei vari paesi, particolarmente Inghilterra, Francia, Italia, Germania e Olanda, e nascono anche diverse ditte che, oltre a preparare soggetti forniti dal cliente, vendono direttamente gli animali montati, con e senza ambientazione.

Esempi molto noti di tali ditte sono Rowland Ward di Londra e Frank di Amsterdam, quest’ultima ha venduto parecchi soggetti al marchese Doria sia prima che dopo l’istituzione del museo di Genova.

Tra i preparatori italiani conosciuti nel periodo che è a cavallo tra il secolo scorso e l’attuale si possono ricordare Girolamo Calvi e Luigi De Negri del Museo di Storia Naturale della Regia Università di Genova; Carolina De Negri, figlia del precedente, del Museo di Storia Naturale di Genova; Enrico Piccone di Albisola Marina (SV); Brancaleone Borgioli prima del Museo della Regia Università ed in seguito del Museo Civico di Genova; Mario Dugone e Bainotti di Torino; Manzella, Cesare e Renzo Ragionieri di Firenze; Pampana, Lusini, Ettore Granchi e Riccardo Magnelli del Museo di Scienze Naturali di Firenze; Michelangelo Giuliano del Museo di Milano; Carlo Confalonieri di Milano ed in seguito al Museo civico di Genova.

Questo lavoro non ha certo la pretesa  di essere esaustivo dell’argomento ma è solo un tentativo di far conoscere un qualche cosa che è sempre stato, ed è ancora, piuttosto “misterioso.

 

 

Ringraziamenti: desideriamo ringraziare sentitamente l’amico Fausto Barbagli (Museo di Storia Naturale - Università di Pavia) per la disponibilità dimostrata.