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Anno III

Numero II

Aprile - Giugno 1999

 

Silenzio e parola

 

Dott.Cristina Valle

 

Etnologa e Insegnante di Yoga (Savona)

 

Nella società attuale, completamente volta alla comunicazione, si escogitano strategie sempre più raffinate per facilitare la divulgazione di informazioni tra individui, perfezionando la tecnologia al punto da permettere la trasmissione anche da un polo all'altro della terra. Una tale esaltazione della comunicazione accorda un'enorme valore alla parola e alla scrittura, delegando in secondo piano e, talvolta, trascurando totalmente il suo aspetto contrapposto ma ugualmente necessario, il silenzio.

Nella maggior parte delle society tradizionali, invece, si crede fortemente che la funzione principale della voce non sia quella di parlare futilmente o esternare inezie, bensì di celebrare, cantare e guarire e il silenzio è altamente considerato sia come parte del rito che precede avvenimenti particolarmente solenni, sia come momento di riflessione, ponderatezza e saggezza nella vita quotidiana.

Nella tradizione indiana, in particolare, si ritiene che attraverso la rinuncia alla parola si possa ottenere un concreto profitto, bruciando ogni impurità e permettendo l'acquisizione di grandi poteri, fisici e mentali. La pratica del silenzio come forma di austerità è considerata sia un segno esteriore di profonda spiritualità, dagli effetti trasformanti e terapeutici, sia una manifestazione di potenza magicoreligiosa.

Numerosi miti testimoniano, infatti, la preoccupazione che sorgeva fra gli dei quando alcuni asceti progredivano considerevolmente in questa forma di austerità, dal momento che essi avrebbero potuto eliminare le malattie, prolungare la vita e sconfiggere la morte, divenendo invincibili come le divinità stesse.

Sempre secondo la tradizione, inoltre, si ritiene che la forza derivante dalla quiete mentale mantenuta in solitudine sia di gran lunga superiore, in valore, all'autorità che possono procurare le parole alle quali si rinuncia.

In molte culture, infatti, è innegabile il legame che sussiste tra parola e potere e se chi occupa una posizione subordinata, dal punto di vista sociale o religioso, è solitamente tenuto al silenzio del rispetto e della venerazione, al contrario, l'uomo di potere non è solo colui che parla, ma anche la sola fonte di parola legittima e ricca d'efficacia.

Tuttavia, se da un lato è vero che la parola è potere, soprattutto se proviene da una fonte autorevole, sia essa un capo politico o spirituale, è altrettanto vero che parola è anche mediazione del pensiero, continuamente esposta a interpretazione e ambiguità. Non è un caso, infatti, che in India gli insegnamenti conferiti attraverso il silenzio vengano considerati tanto rari quanto preziosi: il silenzio, difatti, secondo la tradizione indù, contiene tutte le verità allo stato puro.

Invero, è soltanto in assenza di rumori e irrequietezza e in uno stato di quiete che la mente si può espandere e, superata la prima fase in cui i pensieri e le idee si affollano e affiorano senza tregua, scopriamo la condizione ottimale per percepire i suoni e le voci più profonde e importanti, generalmente soffocate dall'incessante cicaléccio delle nostre parole.

Esiste, nella tradizione indù, una figura di asceta oscura e intrigante che pratica il silenzio allo scopo di assorbire e risolvere la mente nella quiete cosciente e onnicomprensiva dell'Atman, il Principio Universale.

Questi individui ispirati, questi mistici chiamati muni, scelgono di trascorrere lunghi anni o, più spesso, la vita intera in uno stato in cui l'Unione (yoga) può davvero realizzarsi, cioé il silenzio del sé, che simboleggia la coscienza dell'Assoluto e la consapevolezza dell'identità con il Brahman, la Realtà Suprema.

Il termine muni, infatti, non indica solo il veggente che pratica il silenzio, detto mauna, e che ne conosce il valore, ma indica anche lo stato di coscienza di chi ha realizzato l'Assoluto non-qualificato, il silenzio in quanto coscienza pura.

Forte convinzione di chiunque faccia voto del silenzio, comunque, indipendentemente dal fatto che lo pratichi per un giorno, un anno o per tutta la vita, sembra essere la stessa e cioé che non si può udire la voce del Tutto se si è impegnati a parlare.

Un atteggiamento ricettivo e di ascolto, sgomberando la mente da pensieri inutili, inoltre, è indispensabile per raggiungere quella condizione ispirata dei muni i quali, secondo il Rig-veda, possiedono poteri magici, sono amici degli dei e camminano sugli stessi sentieri delle apsaras, ninfe celesti e divine danzatrici e dei loro amanti gandharva.

Il controllo di un istinto prepotente, naturale e raramente messo in discussione come quello di comunicare con i propri simili, di esternare opinioni, idee, progetti e sensazioni è spesso arduo da mettere in atto; rinuciare deliberatamente alla parola quando si sarebbe liberi di usarla e cercare di svuotare la mente dalla miriade di pensieri superflui e riempitivi che non ci rendiamo nemmeno conto di ospitare nella nostra mente, poi, sembra un'assurda follia o un inutile masochismo.

D'altra parte la padronanza degli istinti, la forma più elevata di controllo di sé, fa ottenere la saggezza che è il vero potere, e la saggezza ispira sempre riverenza e rispetto. Colui che domina i suoi impulsi, però, se da un lato è considerato saggio, potente e degno di venerazione, dall'altro è talvolta biasimato per un atteggiamento che non è tanto una manifestazione di umiltà, quanto di superiorità.

Vi è un aneddoto della vita di Ramakrishna, grande personalità religiosa indiana originaria del Bengala, che illustra quanto può essere difficile comprendere il voto del silenzio perfino per un discepolo verso il suo maestro.

Questo episodio risale alla prima visita che Ramakrishna fece a Benares, occasione in cui, recandosi a porgere omaggio al famoso maestro Trailanga Svami, fu pervaso da un'immensa beatitudine.

Dopo aver affermato, estasiato "vedo davanti a me l'incarnazione di Siva!" (Svoboda, 1995: 148), intendendo dire che il maestro aveva perfezionato talmente se stesso da cancellare ogni falsa personalità, Ramakrishna cercò di parlargli.

In quel periodo, però, Trailanga Svami stava osservando un completo silenzio e rispondeva alle domande che gli venivano poste solo con i gesti; questo fece inquietare molto Ramakrishna, il quale sbottò: "vedo davanti a me l'incarnazione di Siva, ma questo è uno Siva egoista!" (Svoboda, Idem).

Il fatto che il maestro non avesse aperto bocca non significava che non gli stesse insegnando nulla, lo stava facendo con le dita; ciononostante Ramakrishna interpretò il silenzio del suo maestro come un rifiuto di separarsi della sua conoscenza per condividerla con altri.

Un altro esempio di silenzio assoluto e protratto per 45 anni, si ha con Meher Baba, capo spirituale di un movimento sincretistico che univa in un solo ashram la fede islamica e induista.

Sempre tacendo, Meher Baba viaggiò negli Stati Uniti, Europa e Australia organizzando l'espansione mondiale del suo movimento, incontrando personalità e tenendo conferenze che "dettava" indicando le lettere dell'alfabeto su una lavagna.

Nonostante il suo voto, egli non cessava di trasmettere messaggi dal suo silenzio e negli ultimi anni ricorse ai gesti per comunicare con i suoi discepoli, i quali si aspettavano da lui la parola che avrebbe trasformato il mondo. Quando il maestro mori senza aver parlato, molti rimasero delusi di non aver potuto udire quell'unica parola attesa e mai pronunciata.

Non è chiaro, tuttavia se, nel rapporto tra discepoli avidi di conoscenza e un maestro che tace, ma che scrive e gesticola, non si vanifichi il fine dell'astensione dalla parola, ossia acquietare le onde della mente e sviluppare sensibilità e ricettività.

Nessuno, d'altronde, resiste alla tentazione di farsi recipiente se riconosce di fronte a sé una fonte di conoscenza, e il dovere di un maestro è proprio quello di non negarla, se il devoto è sinceramente motivato.

La parola di un maestro o di una personalità autorevole, difatti, è considerata dio stesso: evocatrice, efficace e carica di potere; quando, ad esempio, egli recita le formule mentali, o mantra, ed entra in contatto con le forme più sottili delle cose, attira la divinità che intende evocare e fa in modo che si stabilisca nella sua immagine.

Paradossalmente, le espressioni verbali che più si avvicinano al silenzio sono proprio il mantra e la parola del maestro, per la loro essenzialità e potere intrinseco, per la loro efficacia e capacità di creazione: la trasformazione, inoltre, è talmente parte di essi che sono paragonati all'azione di qualcuno che scuote qualcun' altro per svegliarlo da un sonno profondo.

Se la parola è evocatrice e potenzialmente creativa, secondo la tradizione il silenzio è anche collegabile alla fase precedente la creazione del mondo in cui non vi era che oscurità e inerzia e in cui regnava tamas, tendenza trascendente e immanifesta, situata aldilà della parola e dell'udito, energia in latenza e silenzio allo stato puro.

Da questo stato di quiete assoluta in cui "quell'Uno viveva senza respiro" (Rig veda, X.121) e tutto era in latenza, comparve nella mente cosmica un vago impulso creativo e, come un germoglio da un seme invisibile, emerse il Verbo originario, Vac.

Esso non era ancora un suono vero e proprio, ma una vibrazione sottile nata dal fremito della volontà creativa del dio. Il silenzio cosmico era stato spezzato. Solo in un secondo momento la vibrazione latente si trasforma in parola e dalla bocca del dio esce l'Om, sillaba primordiale manifesta e antenata di tutti i linguaggi conosciuti.

A questo punto del mito della creazione è possibile notare che, anche se il suono è importante come conseguenza diretta dell'azione creativa, la sua assenza ha la stessa intensità e valore dal momento che si manifesta come una vibrazione "non udibile" e solo perché il dio "pensa" al suono.

Il processo divino, dunque, attraverso il quale il pensiero e la volontà del dio creatore diventano l'Universo è del tutto simile al processo umano in cui un pensiero, prima indistinto e confuso, si definisce sempre di più e si esteriorizza in parole.

Vi è soltanto una differenza di livello.

E il ricercatore appassionato che voglia risalire i gradini della scala e, dal linguaggio comune e articolato, passare attraverso la recitazione delle sillabe divine, o mantra, fino a raggiungere la meta suprema della sillaba Om prima manifestazione del Silenzio Divino da cui si è sviluppata ogni cosa che esiste, ripercorrerà le fasi dell'evoluzione universale, che non è che un simbolo di quella personale di ciascuno.


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