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Silenzio e parola
Dott.Cristina
Valle
Etnologa e Insegnante di
Yoga (Savona)
Nella
società attuale, completamente volta alla comunicazione, si
escogitano strategie sempre più raffinate per facilitare la
divulgazione di informazioni tra individui, perfezionando la
tecnologia al punto da permettere la trasmissione anche da
un polo all'altro della terra. Una tale esaltazione della
comunicazione accorda un'enorme valore alla parola e alla
scrittura, delegando in secondo piano e, talvolta,
trascurando totalmente il suo aspetto contrapposto ma
ugualmente necessario, il silenzio.
Nella
maggior parte delle society tradizionali, invece, si crede
fortemente che la funzione principale della voce non sia
quella di parlare futilmente o esternare inezie, bensì di
celebrare, cantare e guarire e il silenzio è altamente
considerato sia come parte del rito che precede avvenimenti
particolarmente solenni, sia come momento di riflessione,
ponderatezza e saggezza nella vita quotidiana.
Nella
tradizione indiana, in particolare, si ritiene che
attraverso la rinuncia alla parola si possa ottenere un
concreto profitto, bruciando ogni impurità e permettendo
l'acquisizione di grandi poteri, fisici e mentali. La
pratica del silenzio come forma di austerità è considerata
sia un segno esteriore di profonda spiritualità, dagli
effetti trasformanti e terapeutici, sia una manifestazione
di potenza magicoreligiosa.
Numerosi
miti testimoniano, infatti, la preoccupazione che sorgeva
fra gli dei quando alcuni asceti progredivano
considerevolmente in questa forma di austerità, dal momento
che essi avrebbero potuto eliminare le malattie, prolungare
la vita e sconfiggere la morte, divenendo invincibili come
le divinità stesse.
Sempre
secondo la tradizione, inoltre, si ritiene che la forza
derivante dalla quiete mentale mantenuta in solitudine sia
di gran lunga superiore, in valore, all'autorità che
possono procurare le parole alle quali si rinuncia.
In
molte culture, infatti, è innegabile il legame che
sussiste tra parola e potere e se chi occupa una posizione
subordinata, dal punto di vista sociale o religioso, è
solitamente tenuto al silenzio del rispetto e della
venerazione, al contrario, l'uomo di potere non è solo
colui che parla, ma anche la sola fonte di parola legittima
e ricca d'efficacia.
Tuttavia,
se da un lato è vero che la parola è potere, soprattutto
se proviene da una fonte autorevole, sia essa un capo
politico o spirituale, è altrettanto vero che parola è
anche mediazione del pensiero, continuamente esposta a
interpretazione e ambiguità. Non è un caso, infatti, che
in India gli insegnamenti conferiti attraverso il silenzio
vengano considerati tanto rari quanto preziosi: il silenzio,
difatti, secondo la tradizione indù, contiene tutte le
verità allo stato puro.
Invero,
è soltanto in assenza di rumori e irrequietezza e in uno
stato di quiete che la mente si può espandere e, superata
la prima fase in cui i pensieri e le idee si affollano e
affiorano senza tregua, scopriamo la condizione ottimale per
percepire i suoni e le voci più profonde e importanti,
generalmente soffocate dall'incessante cicaléccio delle
nostre parole.
Esiste,
nella tradizione indù, una figura di asceta oscura e
intrigante che pratica il silenzio allo scopo di assorbire e
risolvere la mente nella quiete cosciente e onnicomprensiva
dell'Atman, il Principio Universale.
Questi
individui ispirati, questi mistici chiamati muni, scelgono
di trascorrere lunghi anni o, più spesso, la vita intera in
uno stato in cui l'Unione (yoga) può davvero
realizzarsi, cioé il silenzio del sé, che simboleggia la
coscienza dell'Assoluto e la consapevolezza dell'identità
con il Brahman, la Realtà Suprema.
Il
termine muni, infatti, non indica solo il veggente
che pratica il silenzio, detto mauna, e che ne
conosce il valore, ma indica anche lo stato di coscienza di
chi ha realizzato l'Assoluto non-qualificato, il silenzio in
quanto coscienza pura.
Forte
convinzione di chiunque faccia voto del silenzio, comunque,
indipendentemente dal fatto che lo pratichi per un giorno,
un anno o per tutta la vita, sembra essere la stessa e cioé
che non si può udire la voce del Tutto se si è
impegnati a parlare.
Un
atteggiamento ricettivo e di ascolto, sgomberando la mente
da pensieri inutili, inoltre, è indispensabile per
raggiungere quella condizione ispirata dei muni i
quali, secondo il Rig-veda, possiedono poteri magici,
sono amici degli dei e camminano sugli stessi sentieri delle
apsaras, ninfe celesti e divine danzatrici e dei loro
amanti gandharva.
Il
controllo di un istinto prepotente, naturale e raramente
messo in discussione come quello di comunicare con i propri
simili, di esternare opinioni, idee, progetti e sensazioni
è spesso arduo da mettere in atto; rinuciare
deliberatamente alla parola quando si sarebbe liberi di
usarla e cercare di svuotare la mente dalla miriade di
pensieri superflui e riempitivi che non ci rendiamo nemmeno
conto di ospitare nella nostra mente, poi, sembra un'assurda
follia o un inutile masochismo.
D'altra
parte la padronanza degli istinti, la forma più elevata di
controllo di sé, fa ottenere la saggezza che è il vero
potere, e la saggezza ispira sempre riverenza e rispetto.
Colui che domina i suoi impulsi, però, se da un lato è
considerato saggio, potente e degno di venerazione,
dall'altro è talvolta biasimato per un atteggiamento che
non è tanto una manifestazione di umiltà, quanto di
superiorità.
Vi
è un aneddoto della vita di Ramakrishna, grande
personalità religiosa indiana originaria del Bengala, che
illustra quanto può essere difficile comprendere il voto
del silenzio perfino per un discepolo verso il suo maestro.
Questo
episodio risale alla prima visita che Ramakrishna fece
a Benares, occasione in cui, recandosi a porgere omaggio al
famoso maestro Trailanga Svami, fu pervaso da
un'immensa beatitudine.
Dopo
aver affermato, estasiato "vedo davanti a me
l'incarnazione di Siva!" (Svoboda, 1995: 148),
intendendo dire che il maestro aveva perfezionato talmente
se stesso da cancellare ogni falsa personalità, Ramakrishna
cercò di parlargli.
In
quel periodo, però, Trailanga Svami stava osservando
un completo silenzio e rispondeva alle domande che gli
venivano poste solo con i gesti; questo fece inquietare
molto Ramakrishna, il quale sbottò: "vedo
davanti a me l'incarnazione di Siva, ma questo è uno
Siva egoista!" (Svoboda, Idem).
Il
fatto che il maestro non avesse aperto bocca non significava
che non gli stesse insegnando nulla, lo stava facendo con le
dita; ciononostante Ramakrishna interpretò il
silenzio del suo maestro come un rifiuto di separarsi della
sua conoscenza per condividerla con altri.
Un
altro esempio di silenzio assoluto e protratto per 45 anni,
si ha con Meher Baba, capo spirituale di un movimento
sincretistico che univa in un solo ashram la fede
islamica e induista.
Sempre
tacendo, Meher Baba viaggiò negli Stati Uniti,
Europa e Australia organizzando l'espansione mondiale del
suo movimento, incontrando personalità e tenendo conferenze
che "dettava" indicando le lettere dell'alfabeto
su una lavagna.
Nonostante
il suo voto, egli non cessava di trasmettere messaggi dal
suo silenzio e negli ultimi anni ricorse ai gesti per
comunicare con i suoi discepoli, i quali si aspettavano da
lui la parola che avrebbe trasformato il mondo. Quando il
maestro mori senza aver parlato, molti rimasero delusi di
non aver potuto udire quell'unica parola attesa e mai
pronunciata.
Non
è chiaro, tuttavia se, nel rapporto tra discepoli avidi di
conoscenza e un maestro che tace, ma che scrive e gesticola,
non si vanifichi il fine dell'astensione dalla parola, ossia
acquietare le onde della mente e sviluppare sensibilità e
ricettività.
Nessuno,
d'altronde, resiste alla tentazione di farsi recipiente se
riconosce di fronte a sé una fonte di conoscenza, e il
dovere di un maestro è proprio quello di non negarla, se il
devoto è sinceramente motivato.
La
parola di un maestro o di una personalità autorevole,
difatti, è considerata dio stesso: evocatrice, efficace e
carica di potere; quando, ad esempio, egli recita le formule
mentali, o mantra, ed entra in contatto con le forme
più sottili delle cose, attira la divinità che intende
evocare e fa in modo che si stabilisca nella sua immagine.
Paradossalmente,
le espressioni verbali che più si avvicinano al silenzio
sono proprio il mantra e la parola del maestro, per
la loro essenzialità e potere intrinseco, per la loro
efficacia e capacità di creazione: la trasformazione,
inoltre, è talmente parte di essi che sono paragonati
all'azione di qualcuno che scuote qualcun' altro per
svegliarlo da un sonno profondo.
Se
la parola è evocatrice e potenzialmente creativa, secondo
la tradizione il silenzio è anche collegabile alla fase
precedente la creazione del mondo in cui non vi era che
oscurità e inerzia e in cui regnava tamas, tendenza
trascendente e immanifesta, situata aldilà della parola e
dell'udito, energia in latenza e silenzio allo stato puro.
Da
questo stato di quiete assoluta in cui "quell'Uno
viveva senza respiro" (Rig veda, X.121) e tutto
era in latenza, comparve nella mente cosmica un vago impulso
creativo e, come un germoglio da un seme invisibile, emerse
il Verbo originario, Vac.
Esso
non era ancora un suono vero e proprio, ma una vibrazione
sottile nata dal fremito della volontà creativa del dio. Il
silenzio cosmico era stato spezzato. Solo in un secondo
momento la vibrazione latente si trasforma in parola e dalla
bocca del dio esce l'Om, sillaba primordiale manifesta e
antenata di tutti i linguaggi conosciuti.
A
questo punto del mito della creazione è possibile notare
che, anche se il suono è importante come conseguenza
diretta dell'azione creativa, la sua assenza ha la stessa
intensità e valore dal momento che si manifesta come una
vibrazione "non udibile" e solo perché il dio
"pensa" al suono.
Il
processo divino, dunque, attraverso il quale il pensiero e
la volontà del dio creatore diventano l'Universo è del
tutto simile al processo umano in cui un pensiero,
prima indistinto e confuso, si definisce sempre di più e si
esteriorizza in parole.
Vi
è soltanto una differenza di livello.
E
il ricercatore appassionato che voglia risalire i gradini
della scala e, dal linguaggio comune e articolato, passare
attraverso la recitazione delle sillabe divine, o mantra,
fino a raggiungere la meta suprema della sillaba Om prima
manifestazione del Silenzio Divino da cui si è sviluppata
ogni cosa che esiste, ripercorrerà le fasi dell'evoluzione
universale, che non è che un simbolo di quella personale di
ciascuno.
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