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La
donna preparò il Ciceone...e Demetra accettandolo inaugurò
il mistero
Inno
Omerico a Demetra, vv. 210-212, Fondazione Valla, 1975, a
cura di Filippo Càssola
Prof.
Paolo Aldo Rossi
Storia
del pensiero scientifico Università degli Studi di Genova
La
conoscenza mistica, il cammino sapienziale basato
sull'intuizione estatica, che tende alla comunicazione
diretta con il divino come alternativa escludente la via
della ricerca razionale, è sempre stato negato da taluni
interpreti della civiltà greca che l'hanno studiata come se
questa fosse una storia sperimentabile e misurabile, ossia
una disciplina empirica.
La
"visione eleusina", che rappresentava l'esperienza
suprema nella vita di un greco e che avveniva durante la
celebrazione dei Misteri, viene ridotta ad un evento
socio-politico in cui si vede e si sente quello che tutti
vedono e sentono: gli oggetti sacri, le immagini degli dei,
i rituali religiosi, le rappresentazioni simboliche ...
Il
verbo ojravw (vedere), presente in tutti i documenti
eleusini, sta, infatti, per "comprendere, conoscere,
capire", ossia un cammino mistico. L'iniziazione
avveniva intervenendo ai Piccoli Misteri (celebrati in
primavera ad Agra) e, sei mesi dopo (in settembre),
partecipando ai Grandi Misteri di Eleusi tramite tutta una
serie di istruzioni rituali, astensioni, purificazioni,
digiuni ... tanto che l'accesso al telesterion (la
sala di iniziazione del tempio) era proibito ai non
iniziati, a costo di pene severissime, e l'ejpopteiva (epopteia),
il più alto grado della visione eleusina, era possibile, ma
un anno dopo, ai soli superstiti di questo processo di
selezione.
La
rinascita dalla morte era il segreto di Eleusi. Demetra
cerca di negare la morte, poi tenta di conferirle l'eternità
e infine riesce a guarire l'universo con l'ininterrotto,
incessante e perpetuo ciclo di morte-rinascita. Questo rito
si compiva con l'assunzione del "ciceone" in un
contesto contemplativo, visionario e mistico, ossia "il
pascolo che si addice alla parte migliore dell'anima".
Felice
chi entra sotto la terra dopo aver visto quelle cose:
conosce
il fine della vita, conosce il principio dato da Zeus.
Che
l'evento misterico di Eleusi - uno dei vertici della vita
greca, celebrato annualmente alla fine dell'estate - fosse
una festa della conoscenza risulta chiaro dalle
testimonianze antiche, ma i moderni, all'infuori di qualche
timido accenno in contrario, non vogliono ammetterlo. La
ragione è la solita: se di conoscenza si vuol parlare,
dovrebbe trattarsi di conoscenza mistica - ma la conoscenza
mistica non esiste, e se esistesse, sarebbe qualcosa di
torbido ...
L'esperienza,
il saldo legame che tiene l'uomo entro i limiti della
percezione sensoriale, accerta l'accadere istituendo il
primo e fondamentale contatto fra l'individuo e la realtà
ma, non avendo in sé la propria giustificazione, esige di
essere trascesa chiamando in gioco la ragione. Fin dai
primordi della speculazione ellenica, questa consapevolezza
fondamentale (ossia che il referto dei sensi non è
l'originario), dalla quale nasce la stessa razionalità
filosofica, è generalmente da tutti condivisa.
I
sensi costituiscono il luogo del contatto immediato, mentre
la ragione è il momento elettivo della mediazione, vale a
dire la spiegazione intesa come sintesi fra il logico e
l'empirico. Il fermarsi, infatti, al semplice referto
sensoriale non porta da nessuna parte; è una strada senza
via d'uscita. Riconoscere, dunque, che l'immediato non è
l'originario non comporta mai come soluzione l'arresto
all'immediato, quanto piuttosto l'identificazione
dell'originario.
Questa
strada non è stata percorsa soltanto dalla razionalità
filosofica (che ha teorizzato, quale immediato, il dato
d'esperienza) ma, prima ancora di questa e, quindi,
parallelamente a questa, dalla mistica: il cammino
(costruito, al contrario, sull'intuizione estatica) che
tende alla comunicazione diretta (senza mediazioni) con il
divino come alternativa escludente la via della ricerca
razionale.
L'epifania
del divino è una tipica informazione di presenza, è un
rivelarsi di una realtà altra la quale si manifesta
sostanzialmente nel superamento dell'esperienza sensoriale.
Il termine estasi indica l'azione del dislocare o meglio
indica l'uscir fuori da ciò che sta saldo: l'episteme (la
conoscenza costituita sul fondamento). La percezione
sensoriale (l'aistesis) sta costituzionalmente alla base del
processo conoscitivo tipico dell'episteme, il percorso della
scienza, il cammino che tende a costruire una conoscenza
capace di garantire la propria validità, ossia un sapere in
grado di "star fermo" (epistemi) nella verità.
Il
viaggio che conduce dall'estetico all'estatico trova,
naturalmente, il proprio veicolo elettivo nella divina
armonia che pervade l'universo e di cui è ricoperta la
Verità, quel velo metafisico che le rende possibile, ad
opportune condizioni, di manifestarsi agli uomini (la
mistica con i suoi strumenti).
Lo
strumento conoscitivo che può mettere l'uomo a contatto con
le modalità del manifestarsi del dio non appartiene alla
sfera dell'empirico, ma sta oltre, deborda dai limiti dei
sensi; esso appartiene, quindi, alla sfera dell'estatico e
non a quella dell'estetico. Lo stato di estasi mistica, che
solo alcuni uomini riescono a vivere quando la loro anima si
stacca dall'involucro mortale del corpo e sale verso le più
alte sommità, è, anche dopo la morte (dopo la naturale
separazione dal corpo), privilegio di pochi spiriti eletti:
"Nel cielo vi sono molte visioni di felicità e
sentieri che lo attraversano, sui quali si aggira la stirpe
dei beati ...
Là
appunto si presenta di fronte all'anima la tenzone e
l'angoscia suprema. Le anime che si dicono immortali,
difatti, ogni volta che sono giunte al vertice, trapassando
al di fuori, si arrestano sulla superficie esterna del cielo
e, condotte dal moto circolare, contemplano le cose dal di
fuori ... Le altre anime ripiene di questo tormento se ne
vanno senza essere iniziate alla visione di ciò che è e,
allontanandosi, si cibano del cibo dell'opinione.
Ma
ciò onde deriva il grande tormento per riuscire a vedere la
pianura della verità e scoprire dov'è, riguarda questo: il
pascolo che si addice alla parte migliore dell'anima si trae
appunto da quelle alte praterie". Fin dall'inizio del
suo poema Sulla Natura Parmenide di Elea, "che distolse
la mente dall'inganno delle rappresentazioni", è messo
in guardia dalla dea di allontanare i propri passi dalla via
dell'apparenza e, quindi, di non cibarsi del cibo
dell'opinione.
Il
viaggio iniziatico che conduce l'uomo alla presenza
dell'ineffabile mistero divino ha come proprie condizioni
essenziali l'esser puri e liberi dai vincoli corporei :
"... senza essere sigillati nella tomba che appunto
portiamo in giro e chiamiamo corpo, avvinti strettamente a
lui come l'ostrica al suo guscio", e l'esser
genuinamente folli: "Onde appunto la follia,
rivolgendosi alle purificazioni ed alle iniziazioni, liberò
dal pericolo per il tempo presente e per quello futuro chi
di essa partecipava, e procurò a chi era folle in modo
autentico, ed era posseduto dal dio, la liberazione dai mali
presenti".
L'estasi
- nel senso letterale del termine - è, come s'è detto,
"l'uscir fuori da sé", uno stato di autentica
alienazione dove il posseduto dal dio ha la visione di
quello che gli altri non vedono; l'estasi è, in ultima
analisi, il modo per liberare il sovrappiù di conoscenza
dall'azione inibitrice dei sensi. "Diversamente dal dio
- dice Eraclito - l'uomo non possiede la conoscenza per sua
caratteristica naturale (h'jqo")".
Ma
l'uomo ha una caratteristica naturale, che pur non essendo
divina è demonica, ossia una qualità che lo potrebbe porre
in posizione intermedia e intermediaria fra la terra e il
cielo: "L'ethos dell'uomo è un demone (h'jqo"
ajnqrwvpwi daivmwn)". Ed è, appunto, a questa
particolare qualità "demonica" che bisogna porre
attenzione per comprendere quel particolare tipo d'uomo che
anela al contatto diretto con la Sapienza. Allorché Diotima
di Mantinea, l'amica di terre lontane che iniziò Socrate
alla scienza d'amore, si trova a definire Eros come demone,
dice: "Tale è la caratteristica di tutti gli esseri
demonici: intermedi essi sono fra il Dio e gli esseri
mortali ...
Posti
in mezzo fra l'uno e l'altro mondo, colmano interamente
l'immenso vuoto che tali mondi separa e l'universo per tal
mondo risulta un'unità complessa e coerente. Per opera di
questi esseri superiori si svolge l'intera mantica, tutte le
funzioni e le pratiche sacerdotali, i sacrifici, le
iniziazioni, gli incantamenti, l'intera arte profetica e la
magia. La divinità non ha diretto rapporto con il genere
umano e soltanto attraverso i demoni ha relazioni con noi;
ogni suo colloquio con gli uomini, così nella veglia come
nel sonno, avviene per loro tramite. L'uomo che ha
conoscenza di queste cose è un uomo in rapporto con potenze
superiori, un uomo demonico".
Come
Eros, il figlio di Povertà e di Espediente, quest'uomo
intermedio fra sapienza e ignoranza è Filosofo:
"Amante per tutta la vita di Sapienza, ossia filosofo
egli è un potente incantatore, esperto di filtri e dell'uso
della parola ... non è né mortale né immortale".
"Anima riarsa di sete - dice Eraclito - è la più
sapiente ed è quella che eccelle".
A
differenza degli dei che possiedono la sapienza per proprio
ethos, il filosofo ne va costantemente alla ricerca; ma per
lui la sapienza non è un qualcosa di mai raggiunto, che
altrimenti non potrebbe essere oggetto del suo desiderio; al
contrario, è come se alla sua psiche si affacciassero, ma
solo per un inafferrabile istante, i frammenti scomposti del
ricordo remoto di un tempo in cui Sophia aveva posto la
propria dimora nelle stesse regioni dell'uomo.
L'evento
misterico di Eleusi era una delle circostanze della
conoscenza mistica: ciò che avviene una sola volta nella
vita e solo per alcuni. Come afferma il giovane Aristotele:
"E l'intuizione dell'intuibile e del non mescolato e
del santo, la quale lampeggia attraverso l'anima come un
fulmine, permise in un certo tempo di toccare e di
contemplare, per una volta sola. Perciò sia Platone sia
Aristotele chiamano questa parte della filosofia
l'iniziazione suprema, in quanto coloro ... che hanno
toccato direttamente la verità pura riguardo a
quell'oggetto ritengono di possedere il termine ultimo della
filosofia, come in una iniziazione".
Forse,
infatti, vi fu un tempo in cui esistettero i sapienti,
uomini che, godendo di un diretto rapporto con il divino,
avevano accesso alla casa di Aletheia. Un uomo, che il
giovane Socrate diceva di aver conosciuto, aveva raccontato
di un suo viaggio fino all'abitazione della Verità e ne
aveva riportato le parole: "La dea mi accolse
benevolmente e con la mano mi prese la mano destra e mi
rivolse le seguenti parole: `O giovane, che insieme a
immortali guide giungi alla nostra sacra casa con le cavalle
che ti trasportano, salute a te! Non è un potere maligno
quello che qui ti ha condotto per questa via (perché questa
è, in realtà, fuori dagli itinerari degli uomini), ma un
divino comando e la giustizia".
Nell'opera
platonica spesso si sente quell'infinito senso di nostalgia
delle origini, un dolore per la lontananza che allude al
tempo in cui la Sapienza, figlia della Follia, abitava
ancora fra gli uomini. E' sempre Platone a ricordare come
l'uscir fuori di sé sia una delle condizioni basilari per
il contatto con la divinità: "Vi è un segno
sufficiente che il dio abbia dato la divinazione alla follia
dell'uomo; infatti nessuno che sia padrone dei propri
pensieri raggiunge una divinazione ispirata e veridica.
Occorre piuttosto che la forza della sua intelligenza sia
impedita dal sonno o dalla malattia, oppure che egli l'abbia
deviata essendo posseduto da un dio".
Quindi
malattia, sonno o, meglio, stato onirico e i fenomeni di
delirio ispirato rappresentano i tre momenti significativi
del contatto diretto con il divino. Questi ultimi li
conoscevano così bene da suddividerli in numerose
categorie: ejvvnqeo", entheos (entusiasmo o
l'ispirazione che proviene dall'aver il dio in sé; una
transe di possessione), evjcstasi", extasi (uscire
fuori dal corpo o EFC Esperienza Fuori dal Corpo), katevcw
ejk tou' qeou, katecho (essere invasati da un Dio) e il più
famoso Ma>niva, mania : "Del delirio divino noi
abbiamo distinto quattro tipi attribuendoli a quattro dèi,
l'ispirazione profetica ad Apollo, quella mistica a Dioniso,
quella poetica alle Muse e un quarto tipo che abbiamo
definito il piu alto, delirio d'amore ad Afrodite ed
Eros".
L'idea
che la malattia sia, assieme al sogno ed al delirio
ispirato, un indicatore di stato altro di coscienza e quindi
elemento basilare del viaggio estatico, è diffusa in tutte
le culture sciamaniche. Solitamente lo sciamano riceve la
chiamata (essenziale anche nei più frequenti casi di
trasmissione ereditaria) nel corso di una malattia che lo
porta ad attivare la propria condizione potenziale di
"individuo particolare"; la
"malattia-vocazione" ha, infatti, un vero e
proprio valore di iniziazione (un periodo di rigorosa
disciplina nella quale prevalgono il controllo del dolore,
un rigido isolamento ed un severo digiuno).
Lo
schema cerimoniale: passione-morte-resurrezione corrisponde
sostanzialmente alle sofferenze della malattia fino al
delirio dello stato agonico, quindi, alla morte rituale
(dall'incoscienza al distacco dell'anima dal corpo ed al
viaggio nel mondo dei morti) per terminare con il ritorno
dell'anima nel corpo. E proprio parlando dei Grandi Misteri
di Eleusi: "E giunta alla morte - scrive Plutarco -
l'anima prova un'emozione come quella degli iniziati ai
grandi misteri. Perciò riguardo al morire (teleuta'n,
teleutàn) e all'essere iniziato (telei'sqai, teleisthai) la
parola assomiglia alla parola e la cosa alla cosa. Anzitutto
i vagabondaggi, i rigiri logoranti, e certi cammini senza
fine e inquietanti attraverso le tenebre. In seguito,
proprio prima della fine, tutte quelle cose terribili, i
brividi e i tremiti e i sudori e gli sbigottimenti. Ma dopo
di ciò, ecco viene incontro una luce mirabile, ad
accogliere sono lì i luoghi puri e le praterie, con le voci
e le danze e la solennità di suoni sacri e di sante
apparizioni".
Morte
è quanto vediamo da svegli;
sogno(visionario),
quanto vediamo dormendo
[Eraclito
22B21 DK ]
I
misteri di Eleusi sono l'evento religioso, cultuale e
liturgico più importante e fondamentale dell'antichità e
vennero festeggiati (all'incirca dalla metà del II millenio
fino al IV secolo d.C.) ad Eleusi, in onore di Demetra e di
sua figlia Persefone, ovvero la madre e "la fanciulla
che nessuno può nominare", ajvrrhto" kovrh. Il più
antico culto, strettamente eleusino, è di carattere
agrario, mentre quello eleusino-ateniese è di carattere
misterio-sofico (misterio = l'obbligo del tacere sui riti
d'iniziazione e sui culti tenuti occulti e sofia = la
dottrina della salvezza e dell'immortalità).
Nell'
lnno a Demetra (ca. VII secolo a.C.) si racconta che
Persefone, figlia di Demetra, stava raccogliendo fiori nei
prati di Nisa, giocando in compagnia delle figlie di Oceano,
quando Ade, signore degli inferi, la rapì, mentre ella
tendeva le mani verso i fiori, per farla sua sposa. La
madre, venuta a sapere del rapimento, iniziò a vagabondare
disperata alla ricerca di qualcuno che avesse visto dove le
avessero portato la figlia "dalla voce immortale".
Ecate,
che ha sentito ma non visto, la porta da Elio "che
vigila sugli dei e sugli uomini" e da lui viene a
sapere che Zeus l'ha destinata ad Ade, aggiungendo che
questi è "non indegno di te come genero". La dea
amareggiata, "abbandonato il consesso degli dei",
si mise a vagare fra gli uomini finché giunse, sotto le
spoglie di una comune mortale, ad Eleusi governata dal
saggio Celeo, dove si fermò a riposare presso il pozzo di
Partenio sotto l'ombra di un ulivo. Le figlie del re Celeo,
"venute ad attingere acqua", la videro e le
chiesero perché non andava in città nelle "sale piene
d'ombra".
La
dea rispose di chiamarsi Dono e di venire da Creta da dove i
pirati la rapirono, ma che lei, fuggita dai suoi rapitori,
cercava una famiglia che la ospitasse dove avrebbe fatto
tutti i lavori "adatti ad una donna attempata". La
più bella fra le vergini figlie di Celeo allora disse che
la loro madre Metanira aveva avuto un figlio, "nato
tardi, ma lungamente desiderato", per cui se lo
allevava fino alla giovinezza ne avrebbe avuta immensa
mercede. Demetra allora venne al palazzo reale, dove
ricevette cordiale ospitalita e, nonostante Iambe
scherzasse, rimase assorta nel suo dolore silenziosamente
seduta su uno sgabello con il viso coperto da un velo.
Rifiutò
la coppa di vino rosso che le venne offerta e chiese invece
che le venisse portato il kykeon, una bevanda di acqua, orzo
e menta che tanta parte avrà nei "misteri".
Quindi accettò di prendersi cura e di allevare il piccolo
Demofonte. Lo ungeva con l'ambrosia come un dio e lo avrebbe
reso immortale e immune da vecchiaia se Metanira, spiando
durante la notte, non avesse visto la dea che soffiava su di
lui e lo celava nella vampa del fuoco; temendo per il
figlio, si lamentò aspramente che "la straniera ti fa
scomparire in una grande fiamma".
La
dea allora si fa riconoscere e non potendo più dare
l'immortalità a Demofonte ordina che ogni anno a lui
vengano dedicati dei giochi e a lei venga eretto un grande
tempio, dove avrebbe insegnato il rito. Poi, per punire gli
dei olimpici responsabili del rapimento di Persefone,
Demetra fece sì che il suolo non lasciasse germogliare i
semi, fece morire tutte le piante della terra e per la fame
l'umanità intera fu minacciata di estinzione. Vanamente
pregata da Zeus, che le inviò Iride e poi, uno dopo
l'altro, tutti gli dei perché desistesse dal suo terribile
proponimento e facesse ritorno sull'Olimpo, Demetra rispose
che non sarebbe mai più tornata fra gli dei e che non
avrebbe mai più lasciato crescere neppure un filo d'erba se
non avesse rivisto "la figlia dal bel volto".
Zeus
fu così costretto a chiedere al fratello Ade "dalla
chioma color porpora" di restituire Persefone alla
madre e a lui mandò Ermes "dal caduceo d'oro".
Egli acconsentì a patto che la figlia di Demetra facesse
ritorno per un terzo dell'anno nel regno dell'oltretomba.
Durante questo periodo, sulla terra sarebbe allora comparso
l'inverno; poi, per il resto dell'anno, con la riapparizione
di Persefone in primavera, il mondo vegetale si sarebbe
risvegliato a nuova fioritura. Demetra potè così rivedere
la figlia, ma mentre la riabbracciava le venne un dubbio e
le chiese: "mentre eri laggiù, non hai mangiato,
certo, alcun cibo?". A lei rispose Persefone: Ade
"mi porse il seme del melograno, cibo dolce come il
miele, e, contro la mia volontà, con la forza mi costrinse
a mangiarlo".
Allora
Zeus inviò "Rea dalle belle chiome, perché
riconducesse Demetra dal peplo tinto di cupa porpora alla
stirpe degli dei; e promise di darle, fra gli dei immortali,
qualunque privilegio ella scegliesse; e confermò che sua
figlia, per la terza parte dell'anno che compie il suo
ciclo, sarebbe rimasta laggiù, nella tenebra densa; per due
terzi con la madre e con gli altri immortali". Prima di
far ritorno sull'Olimpo, Demetra insegnò a Celeo e ai suoi
figli: "la norma del sacro rito; e rivelò i misteri
solenni, venerandi, che in nessun modo è lecito profanare,
indagare o palesare, poiché la profonda reverenza per le
dee frena la voce".
La
rinascita dalla morte (non la vittoria sulla o della
morte) era il segreto di Eleusi. Demetra cerca di negare
la morte, rendendo immortale Demofonte, il figlio del
mortale Celeo, celandolo, come un tizzone, nella vampa del
fuoco. Quindi tenta di conferire l'eternità alla morte
impedendo che il seme dia il frutto e rendendo il mondo
arido e secco: "Molti ricurvi aratri i buoi
trascinarono invano sui campi, e molto candido orzo cadde a
vuoto nei solchi". Infine riesce a guarire l'universo
con l'ininterrotto, incessante e perpetuo ciclo di
morte-rinascita.
Il
dio greco, che è ordinatore ma non creatore, pone ordine
nel caos, ricompone le sparse membra dell'universo, traccia
limiti e confini risuggellando l'illimitato indeterminato
entro precise strutture ordinate; egli è presente laddove
c'è vita e s'allontana nel momento in cui la morte
riconferma il disordine. La Grande Madre non può essere là
dove impera il caos, la morte senza rinascita. Già nei
poemi omerici si era assistito all'articolazione "dio =
vita". Il più immediato dei limiti che sono imposti al
dio greco è quello di non aver nessun potere sulla morte..
Nella
religione greca il divino non compare eccezionalmente quando
si tratta di salvare, ammonire, punire, premiare gli uomini;
esso è presente nella Natura come sua forma, essenza ed
essere. Nelle altre religioni il dio combatte per il suo
popolo e lo fa mettendo in atto i suoi poteri eccezionali;
quando il popolo lo trascura, se ne mostra adirato e
dimostra a questi fin dove può giungere la sua ira. Quando
si presenta, lo fa con quella stupefacente gravità che
toglie il fiato agli astanti, egli comunica quel brivido di
eternità che ha l'ineffabile elevatezza e l'inimmaginabile
distanza. Il dio greco è sempre presente nella storia,
combatte per i propri amici e quando si adira lo fa al
medesimo modo degli uomini e, il più delle volte, quando si
presenta, gli uomini neppure se ne accorgono.
Egli
non salva e non premia, non ammonisce né punisce, non ha
alcun interesse a redimere o attirare a sé gli uomini. Fa
parte della storia e quindi nella storia vive; nei poemi
omerici incombe dietro ad ogni avvenimento, nulla avviene
senza che si avverta la presenza del divino, ma questi si
limita a dare consigli, risvegliare l'entusiasmo, infondere
coraggio, ispirare accorti pensieri. Mai egli opera il
miracolo. Se egli manca della santità degli dèi degli
altri popoli, manca anche dei loro poteri eccezionali.
Ma,
a differenza di quelli, egli non appare come un che di
sovrannaturale ed extrastorico. Il dio greco rappresenta la
sacralità della natura, la quale, pur senza mai perdere i
venerabili contorni del divino, si eleva nella sua
condizione di realtà sensibile ed intelleggibile. Il
pensiero greco non ha nei suoi schemi la nozione di
miracolo. Nulla avviene se non per la necessità fissata
nelle cose: la Legge, il Nomos, è la stessa che regola sia
la polis che il periechon ("ciò che sta
intorno").
I
novizi, morti al mondo terreno, percorrono il mondo infero
per poi rinascere al mondo sacro. Quindi anche il
"miracolo" di Demetra, ossia il ciclo delle
continue morti e rinascite, appartiene inesorabilmente alla
sacralità e divinità della natura che per essere vita deve
sempre passare attraverso la morte dalla quale apparirà
nuova esistenza. Per i misteri di Eleusi la terra non è
soltanto la dimora dei morti, ma è anche la riserva
inestinguibile di cibo, il segreto dell'altemarsi di vita e
di morte, che rendeva partecipe l'iniziato dell'intero
universo.
Il
primo livello è costituito dai Piccoli Misteri che venivano
celebrati ad Agra, un sobborgo di Atene, sulle rive dell'llisso,
dove c'era un tempio dedicato a Persefone. Essi avvenivano
durante il mese di Anthesterion (all'incirca a febbraio), il
mese in cui i bulbi fioriscono, cioè durante la fredda
stagione invernale. "Persefone ... mentre giocava con
le fanciulle dal florido seno, figlie di Oceano, e coglieva
fiori: rose, croco, e le belle viole, sul tenero prato; e le
iridi e il giacinto; e il narciso, che aveva generato,
insidia per la fanciulla dal roseo volto, la Terra, per
volere di Zeus compiacendo il dio che molti uomini accoglie;
mirabile fiore raggiante, spettacolo prodigioso, quel
giorno, per tutti: per gli dei immortali, e per gli uomini
mortali.
Dalla
sua radice erano sbocciati cento fiori e all'effluvio
fragrante tutto l'ampio cielo, in alto, e tutta la terra
sorrideva, e i salsi flutti del mare. Attonita, ella protese
le due mani insieme per cogliere il bel giocattolo: ma si
aprì la terra dalle ampie strade nella pianura di Nisa e ne
sorse il dio che molti uomini accoglie, il figlio di Crono
che ha molti nomi, con le cavalle immortali".
Qui
compare una pianta psicotropa estremamente apprezzabile e
interessante: il narciso. Della famiglia delle Amaryllidacee,
il cui bulbo è tossico a causa dell'alcaloide
narcissina (non deve essere toccato a mani nude, né
tantomeno ingerito), il narciso, da narkavw (narcào),
intorpidisco, da cui il sostantivo narcosi e l'aggettivo
narcotico, è una pianta infera per eccellenza e lo stesso
suo profumo provoca una specie di torpore.
Persefone,
protendendo le mani, colse la radice dalla quale erano
sbocciati "cento fiori" e, nel fare questo, si
intossicò, per cui fu trasportata sulle acque con un corteo
nuziale per l'oltretomba. I fatti parlano da soli, anche
senza forzarne il significato: il bulbo (del narciso)
potrebbe essere la creatura selvatica che si sottrae all'addomesticamento
e alle arti della coltivazione (portatore di morte), mentre
la spiga dell'orzo rimanda alla rinascita (potatrice di
vita) o, addirittura, il bulbo ovale potrebbe essere quello
di un fungo (mu?vkh", mykes), l'amanite muscaria, la
pianta sacra di tutti i popoli indoeuropei, o anche al fiore
che Demetra tiene nelle mani (con l'orzo e il narciso): la
capsula del papavero (mhvkwn, mekon). Ma rimaniamo, invece,
a quanto è scritto nell'Inno a Demetra.
Fra
i fiori che le fanciulle colgono vi sono "rose, croco,
le belle viole, le iridi e il giacinto" (il plurale e
il singolare nell'ordine). Il linguaggio botanico dell'aedo
è estremamente preciso (anche se parecchi interpreti
moderni, non conoscendo le piante erbacee, la pensano
diversamente): si tratta di vegetali (notevolmente belli)
dai frutti, dal bulbo e dai fiori utilizzabili per ottenerne
dei profumi, delle droghe medicinali o venefiche.
Dato
che si è d'inverno, dobbiamo pensare a piante che
fioriscono in quell'epoca, quindi non la rosa comune (che
fiorisce a maggio-giugno), ma l'oleandro (rJodoeidhv",
simile alla rosa), i cui grandi fiori profumati hanno la
forma e i colori delle rose, o la kunov" rJodovn, la
rosa canina. Elena raccoglieva fiori di rhodon quando
fu portata in Egitto, la terra ove ella apprese, secondo la
tradizione, l'arte delle droghe.
Il
croco (crocus minimus o c. sativus) è un albero collegato
al mondo delle Grandi Madri, è simbolo nuziale e funerario
nello stesso tempo e, quindi, è chiaro che sia presente
durante il rapimento (morte) di Persefone. A Eleusi
operavano i sacerdoti "krokònidai" che
avvolgevano i misti nelle bende e dovevano preparare
una tintura, la crocina (fortemente colorante), dagli stami
e dagli stilli della pianta.
Plinio
scriveva che, secondo Dioscoride, si ricavava dal croco un
pericoloso veleno (sta di fatto che preso nell'ordine di
qualche grammo è mortale). Il mito racconta che la pianta
era nata dal sangue del giovane Kròkos, colpito a morte da
un disco accidentalmente lanciato da Hermes, come Giacinto
era stato colpito dal disco involontariamente scagliato da
Apollo.
Le
peripezie di Croco (come quelle di Giacinto) rimandano ad un
rito vegetale rinnovatore, rigeneratore e di catarsi.
Euridice, Creusa ed Europa, quando furono rapite, stavano
cogliendi i fiori di "croco" e, addirittura, Zeus,
sotto forma di toro, emanava un forte odore di kròkos
quando porta la ninfa in un altro mondo. L'identità del
rapitore durante queste esperienze estatiche non era celata:
"Ma lo stesso dio è Ades e Dioniso, per cui delirano e
concorrono alla gara drammatica delle Lenee".
Cioè
lo Zeus di Nisa, la forma assunta quando il dio dell'Olimpo
cospira con il fratello, il dio degli inferi: "Forse
quando, o Tebe, rendesti eminente Dioniso dalla chioma
ondeggiante, che siede accanto a Demetra strepitante coi
bronzei cimbali?" e "O tu dai molti nomi, gloria
della sposa figlia di Cadmo e progenie di Zeus dal tuono
possente, tu che proteggi l'Italia illustre e domini nelle
valli a tutti comuni di Demetra Eleusina, o Bacco".
Le
viole (ijvon, ìon) sono quasi certamente le violaciocche
gialle (Cheirantus cheiri, una brassicacea originaria
della Grecia, che contiene la cheirantina, sostanza
cardiotonica, e la cheirotossina) e la viola odorosa (che
contiene l'alcaloide odorantina, ipotensiva, e l'irone, una
sostanza fortemente odorante). Essa è il cibo per la ninfa
Io, che trasformata in giovenca, quindi inadatta a nutrirsi
dell'alimento dei bovini, si cibava di viole.
Le
ajgalliv", il giaggiolo,l'iride o il giglio, è il
fiore delle Grandi Madri; difatti Demetra e Core sono
incoronate di gigli, di croco e di narcisi; esso è anche
funerario. L'iris anguicularis fiorisce in inverno e
la sottospecie nativa di Creta viene classificata come taxon
a parte; ha il suo habitat naturale in Grecia. E' usato come
profumo per via di un olio essenziale che contiene l'irone.
Il
nome giacinto (uJajvkinqo"), usato con epiteti
differenti, rimandaa specie diverse: l'iris, il gladiolo, il
delphinium ... Il delphinium consolida (la speronella)
è una ranuncolacea che contiene alcalodi diterpenici
tossici (e anche ad azione curaro-simile: la delfocurarina).
Il gladiolus communis o spadacciola fiorisce,
a marzo-aprile, in spighe di 10-20 fiori. L'iris
pseudacorus o iris d'acqua, l'iris pallida (il
giaggiolo), ma anche il giglio bianco o il
giacinto dai fiori violetti, sono tutte piante che fanno
pensare a Hyákinthos.
Esso
rimanda l'attenzione alla festa di tre giorni, in onore di
Giacinto, il giovane amato da Apollo e da lui colpito
involontariamente a morte: le Giacinzie (Hyákinthia), che
cadevano in inverno nel periodo, appunto, in cui il fiore
sbocciava, e successivamente all'inizio dell'estate, in
coincidenza con la raccolta dei cereali. Il nucleo profondo
della celebrazione erano la morte e la resurrezione di
Giacinto: un rito sacro di tipo iniziatico che era un
cerimoniale di iniziazione puberale e un rituale
soteriologico che alludeva all'ultimo passaggio dalla morte
alla vita e oltre la vita; l'aspetto agrario ne era un
corollario.
All'epoca
della solennità, che contemplava anche il sacrificio di una
capra, animale dionisiaco, si svolgevano contese musicali,
coreutiche, canti corali, allegorie equestri e si
edificavano capanne nelle quali venivano stesi letti di
frasche che servivano da giaciglio per i partecipanti.
Pausania scrive che ad Amicle è : "[...] sepolto
Giacinto, e alle Giacinzie, prima del sacrificio ad Apollo,
gli dedicano offerte di tipo eroico che fanno entrare
nell'altare attraverso una porta di bronzo: la porta è
sulla sinistra dell'altare.
Sull'altare
aggettano qui una statua di Biride, là una di Anfitrite e
di Poseidone, vicino a Zeus ed Ermes che conversano fra loro
stanno in piedi Dioniso e Semele, vicino a Semele Ino.
Sull'altare sono scolpiti anche Demetra, Core, Plutone,
vicino ad essi le Moire e le Ore, e con loro Afrodite, Atena
e Artemide: trasportano in cielo Giacinto e Polibea, la
sorella - come dicono - di Giacinto, che morì ancora
fanciulla.
Questa
statua di Giacinto è già barbata; Nicia invece, figlio di
Nicodemo, lo dipinse di straordinaria bellezza giovanile
alludendo con ciò all'amore di Apollo per Giacinto di cui
parla il mito. Raffigurato sull'altare è anche Eracle,
anch'egli portato in cielo da Atena e dagli altri dei.
Sull'altare ci sono le figlie di Testio, e le Muse e le
Ore".
La
sorella Polibea è la personificazione femminile di un
essere divino, che originariamente era androgino, e rimanda
alle vergini Giacinzie. Una di queste era Orizia
("vento di monte") rapita da Borea mentre giocava
con Farmaceia (dono rimedio e veleno): "Dimmi, Socrate,
non è proprio da qui, da uno di questi posti dell'Ilisso,
che Borea, come dicono, rapì Orizia? ... potrei dimostrare
come la fanciulla, mentre giocava con Farmaceia, fu sospinta
giù per le rupi che sono qui intorno da una ventata di
Borea, e così dopo la sua morte si raccontò che fosse
stata rapita".
Il
nipote di Orizia era Eumolpo (bel cantore), primo ierofante
di Eleusi (capo supremo del sacerdozio), e il figlio era
Cerice (l'araldo) che svolgeva la funzione di daduco
(portatore di fiaccole) e che doveva portare la doppia face
durante i misteri.
E
questo è un fatto che parla da solo. A questi due competeva
la carica a vita: lo ieronimato (sacerdozio) e oltre che i
compiti della carica essi dovevano interdire agli omicidi e
ai barbari la partecipazione alle celebrazioni, invitare
tutte le città greche a portare le offerte e a partecipare
al culto (gli spondofori araldi scelti fra le due famiglie
si mettevano in viaggio, anche, sei mesi prima per bandire
la tregua d'armi, di quindici giorni prima e dieci giorni
dopo il mese di Boedromione).
Vi
erano altre famiglie addette alla dea: i Fillidi, da cui
veniva scelta la sacerdotessa di Demetra; i Croconidi, da
Crocone (krokos) figlio di Trittolemo, che legavano i mysti,
con una benda color zafferano, alla mano destra e al piede
sinistro; i Coironidi (che dirigono), gli Eudanemoi (i
messaggeri), i Futalidi (i nutritori della pianticella del
sacro fico) e i Buzugai (coloro che si occupavano dei buoi
sacri ed aravano la pianura Raria), lo ierokerice (eletto a
vita nella famiglia de Kerici) presenziava ai misteri, l'epibomio
(compiva le cerimonie d'iniziazione), i phaiduntes (coloro
che hanno cura delle due dee) e le due ierophantidi (che
partecipavano alle cerimonie d'iniziazione) degli Eumolpidi.
Ad
Atene, dopo che i misteri eleusini entrarono a far parte
della religione di stato, v'erano i magistrati del culto:
l'arconte re (basileus) con due paredri (compagni) e due
epimeleti (sorveglianti dei misteri), mentre gli altri due
epimeleti erano scelti fra le famiglie degli ierofanti.
Ad
Agra, durante il mese di Anthesterion, l'iniziato diventava
mystes attraverso l'imitazione del ratto di Persefone per
mano di Ade; a Eleusi, durante il mese di Boedromione, egli
eseguiva l'unione sacra con la divinità femminile divenendo
idoneo di essere partecipe della sua visione e delle sue
gioie e, così, gli iniziandi diventavano epoptes
(colui che ha una visione suprema).
Dalle
purificazioni e preparativi, che avvenivano durante i
Piccoli Misteri, si passava al periodo di preparazione dei
Grandi Misteri. Il 13 di Boedromione partivano da Atene
verso Eleusi un gruppo di efebi, che facevano da scorta agli
iera (oggetti sacri) del santuario che, messi in una cesta e
posti su di un plaustro (carro) tirato dai buoi, il giorno
dopo venivani portati ad Atene (un viaggio di circa 20 km).
Lungo
la "via sacra" si trovava una palude, vicina ai
laghi Rheitoi, e durante il transito del piccolo ponte le
sacerdotesse trasportavano a mano gli 'iera" perché
non cadessero dal carro e, giunti infine al "fico
sacro", "coloro che hanno cura delle due dee"
davano notizia dell'arrivo in città degli "oggetti
sacri" che ministri del culto e magistrati si
incaricavavo di portare all'Eleusinion (ai piedi
dell'acropoli). Qui, il 15, davanti ad un'assemblea degli
iniziandi, veniva pubblicata solennemente la proscrizione
dalle feste dei barbari e degli omicidi e, solo allora, i
"mysti" potevano entrare nell'Eleusinion.
Si
predisponevano con digiuni e astinenze (dalle fave, dal
melograno, dalle uova, dai volatili, da certi tipi di
pesce), con cerimonie lustrali nell'Ilisso e il 16 le grandi
purificazioni, dove tutti gli iniziandi, gridando "mysti,
al mare", facevano un bagno recando con sé un
porcellino sacrificale. Il 17 e il 18 si svolgeva la festa
di Asceplio, al di fuori dei misteri. Il 19 la processione
partiva da Atene per raggiungere Eleusi, a tarda sera
(secondo la cronologia greca il 20) tra canti di lode, inni,
carmi e danze (di un inno abbiamo il titolo iaccos derivato
da ijachv, clamore).
Apriva
il corteo la statua di Iaccho (almeno dal V sec.) a cui
seguivano il plaustro degli iera, lo ierofante, il daduco, i
vari addetti e preposti al culto e alla liturgia, le grandi
famigli degli Eumolpidi e dei Kerici, le famiglie eleusine,
i mysti con fiaccole e fasci di spighe, i magistrati
ateniesi, i rappresentanti delle città greche ed infine i
cittadini. Durante il ritorno al "sacro fico"
v'era lo scambio di lazzi e facezie sconce e scurrili fra i
presenti, secondo un costume diffuso in tutte le feste
agricole; la raffigurazione è quella della vecchia lambe,
che coi suoi scherzi fece sorridere Demetra, mentre era in
lutto per la scomparsa della figlia.
Quindi
passava davanti alla palude dei laghi Rheitoi, acque
salmastre dedicate agli inferi, che assicuravano la fertilità
ai campi vicini. Qui v'erano degli uomini mascherati in
maniera disgustosa che, lungo il ponte (troppo angusto),
insultavano in modo sconcio i pellegrini. Poi la
processione, giunta alla casa di Kròkon, dove i mysti
venivano bendati, e passata la tomba di Eumolpo, la piana di
Riaria e il Pozzo della Vergine (o Kallichoron), tra danze,
canti e strepiti arrivava, al chiarore delle fiaccole, ad
Eleusi. Qui i mystes si separavano dagli altri ed
andavano nei pressi del telesterion. Da questo
momento, nulla è stato tramandato, sappiamo solo che era
iniziato il mysterion.
O
tre volte felici quelli fra i mortali, che vanno nell'Ade
dopo di aver contemplato questi misteri: difatti solo a essi
laggiù spetta la vita, mentre agli altri tutto va male
laggiù.
Demetra,
prima di ritornare all'Olimpo con la figlia Persefone, che
con lei sarebbe rimasta per i due terzi dell'anno, fonda il
tempio di Eleusi: " ... istruì i re che rendono
giustizia, sulla norma del sacro rito, Trittolemo e
Polisseno, e inoltre Diocle, agitatore di cavalli, il forte
Eumolpo, e Celeo signore di eserciti; e rivelò i misteri
solenni e venerandi che non si possono trasgredire né
indagare né proferire: difatti una grande attonita
atterrita reverenza per le dee impedisce la voce.
Felice
colui - tra gli uomini viventi sulla terra - che ha visto
queste cose: chi invece non è stato iniziato ai sacri riti,
chi non ha avuto questa sorte non avrà mai un uguale
destino, da morto, nelle umide tenebre marcescenti di laggiù".
Si intende con misteri (da muvw, mùo = taccio,
chiudo la bocca) quello su cui si deve mantenere il segreto.
Sulla
parte celata del rituale gli antichi autori sono molto sobri
di notizie, più prolissi e particolareggiati sono i
cristiani, ma è indubitabile che non siano molto bene
aggiornati e messi al corrente dei misteri; anzi, furono
proprio i cristiani che, dopo che Serse (unico caso!) aveva
attaccato Eleusi per distruggervi i suoi (falsi) dei,
riuscirono a annientarla completamente 880 anni dopo (391
d.C.) cancellando e abbattendo al suolo il santuario.
Tutte
le loro descrizioni sono contenute in quei libelli
(tipicamente cristiani) "contra haereses o refutatio
hereseon" che non sono mai sopra le parti, ed è
chiaro che chi ha conosciuto l'ineffabile non ama
avventurarsi in spiegazioni, mentre coloro che non l'hanno
sperimentato non solo sono increduli, ma deridono,
scherniscono e dileggiano. Ora fare una storia di ciò che
avviene nel telesterion di Eleusi, utilizzando fonti
prevalentemente cristiane (perche quelle greche non ne
parlano quasi), è quantomeno grottesco, ridicolo e assurdo
.
Inoltre,
questi (e gli autori pagani del loro tempo) si riferiscono a
una fase molto tarda, in cui il culto poteva aver subito
decisivi mutamenti, trasformazioni e correzioni. Ciò che
avveniva il 20 di Boedromione all'interno del telesterion,
secondo un cristiano dell'età dei Flavi, era: "ho
digiunato, ho bevuto il ciceone, ho preso dalla cista; dopo
aver maneggiato, ho deposto nel calathos (canestro), e dal
calathos nella cista" Le parole (banali e insulse) che
venivano fatte pronunciare agli iniziati son ben poca cosa
di fronte ad un rito che durava da un millenio e mezzo e a
cui partecipavaneo circa 300 città greche, durante il mese
di settembre-ottobre e preparato per tutto un anno.
Al
contrario, "aver visto il sacro" (incontrarsi con
la contemplazione della divinità in conoscenza mistica) è
il mistero di Eleusi. Durante la notte, con i mysti riuniti
nel telesterion, si richiamava alla memoria il rapimento di
Persefone, la sofferenza, l'angoscia e la dolorosa ricerca
di Demetra non in forma drammatica, ma con canti, inni,
musiche, preghiere salmodianti.
Non
è una rappresentazione teatrale, ma una visione
allucinatoria. I greci erano troppo sofisticati per quanto
attiene gli spettacoli tragici per lasciarsi sedurre da
trucchi teatrali anche particolarmente attraenti e
seducenti. Inoltre non vi sono fonti che ci parlano di somme
di denaro per artifizi ed accorgimenti scenici e per pagare
gli attori e, perdipiù, tutto il rito si svolgeva come
sacra liturgia in cui l'officiante mantiene il proprio nome
e la propria carica, resta in possesso del suo appellativo
sacro, indossa le vesti prescritte per conservare la propria
fisionomia e compie azioni di cui il protagonista è il dio
di cui egli è solo ministro.
Contenuto
della visione era un'apparizione (schemasi, schvmasi)
che si librava nell'etere come un fantasma o delle
"presenze spirituali":"E la bellezza era
fulgida a vedersi nel tempo in cui vedemmo, assieme al coro
felice, la beata apparizione e visione, noi nel corteggio di
Zeus e altri al seguito di un altro dio, ed eravamo iniziati
in quella che è giusto chiamare la più beata fra le
iniziazioni, quel rito segreto che celebravamo, noi stessi
integralmente perfetti e sottratti a tutti i mali che ci
attendevano nel tempo successivo, mentre integralmente
perfette e semplici e senza tremore e felici erano le
presenze spirituali - entro uno splendore puro - in cui
eravamo iniziati e raggiungevamo il culmine della
contemplazione: puri noi stessi, senza essere sigillati
nella tomba che ora appunto portiamo in giro e chiamiamo
corpo, avvinti strettamente a lui come l'ostrica al suo
guscio".
Il
telesterion si riempiva di spiriti, tanto, che uno degli
iniziandi si spaventò tanto che morì; Erodoto racconta che
quando arrivaro i Persiani, e i Greci erano tutti fuggiti
per non essere perseguitati, Iaccho si lamenta perchè come
unici officianti eran rimasti gli spiriti.
Quel
che avveniva nel telesterion lo possiamo soltanto
immaginare. "Avanziamo sui prati fioriti, dove
abbondano le rose, giocando alla nostra maniera, la più
vicina alle belle danze, sotto la guida delle Moire felici.
Per noi soltanto è gioioso il sole e il lume delle torce,
per tutti noi che siamo iniziati e abbiamo condotto una vita
religiosa verso gli stranieri e i concittadini".
Gli
antichi usano sempre le parole "felice (o tre volte
felice) colui che ha visto queste cose", "ho avuto
la fortuna di vedere queste cose"... , ma anche autori
pagani più tardi dichiarano che gli iniziati compivano
stancanti peregrinazioni attraverso le profonde oscurità e
tenebre oscure (il confine della morte ) con sgomenti,
brividi, sudori per poi raggiungere la visione di una luce
mirabile: "... che vede molte apparizioni mistiche e
ascolta molte voci di questa natura, mentre si manifestano
in alternanza tenebra e luce ..." e "... raggiunsi
il confine della morte, dopo di aver varcato la soglia di
Proserpina fui condotto attraverso tutti gli elementi, e
ritornai indietro.
A
metà della notte vidi un sole lampeggiante di fulgida luce.
Mi presentai al cospetto degli dèi inferi e degli dèi
superni, e proprio da presso li venerai." e, ancora:
"Anzitutto i vagabondaggi, i rigiri logoranti, e certi
cammini senza fine e inquietanti attraverso le tenebre. In
seguito, proprio prima della fine, tutte quelle cose
terribili, i brividi e i tremiti e i sudori e gli
sbigottimenti.
Ma
dopo di ciò, ecco viene incontro una luce mirabile, ad
accogliere sono lì i luoghi puri e le praterie, con le voci
e le danze e la solennità di suoni sacri e di sante
apparizioni". Aristofane fa allusione a "una
splendida luce, simile a quella di quassù", a una
"luce gioiosa", e addirittura alla luce solare
verso la quale, le anime degl'iniziati continuano a
celebrare le loro sacre cerimonie, come in vita. Un
sacerdote, nel ricordare Eleusi, dice semplicemente: "O
mystai, allora voi mi vedeste, quando apparivo sulla soglia
dell'anaktoron, nelle notti luminose...".
Certo
che a stare a sentire i cristiani i misteri di Eleusi sono
volgari, primitive e oscene allegorie di un cerimoniale di
trasformazione ed evoluzione della natura, ossia un culto
agrario, che aveva come suo fine quello di garantire - nel
tempo della seminagione - l'abbondanza delle messi; ma il
rifacimento dei misteri è imperniato su dati molto più
tardi non solo dell'età omerica, ma anche dell'età
classica, e, anche se fossero rimossi ed epurati i dubbi
sulla credibilità e sull'oggettività dei documenti
originali, avrebbe valore solo per l'età imperiale (dai
Flavi in poi).
Il
21 di Boedromione aveva luogo la ierogamia fra il Cielo
Padre (Zeus) e la Madre Terra (Demetra), in una stagione in
cui, appunto, la pioggia fecondava la spiga; quindi, lo
ierofante, interpellando prima il cielo, poi la terra,
pronunciava la frase: ujve, kuve "piovi! concepisci!
" L' apice del cerimoniale era costituito
dall'evocazione e dall'epifania di Core; lo ierofante,
chiuso nell'anaktoron, evocava la dea - senza proferirne il
nome - e percuoteva una lastra di bronzo, con un grande e
terribile rumore, quindi veniva accesa una "grande
fiamma", si apriva la porta dell'anaktoron, da cui la
luce si diffondeva ed emanava per tutto il telesterion, e lo
ierofante si presentava alzando in alto una spiga d'orzo
proclamando: iJero;n ejvteke povtnia kuo'ron, Brimw; Brimo;n
(la dea signora ha generato il sacro fanciullo; da Brimò,
Brimos fu generato!). Ma questo era ciò che si sapeva del
culto a uno/due secoli dalla sua estinzione.
Imbattersi
con la contemplazione della divinità, in conoscenza
mistica, all'interno di un contesto visionario (stati
alterati di coscienza,visioni, apparizioni di eventi
inconcepibili, fenomeni inspiegabili ...) era quel che
accadeva a grandi folle che praticavano delle cerimonie, dei
riti e delle liturgie ripetitive con alla base delle formule
magiche iterate con urla, strepiti, canti, danze, inni...
Gli
iniziati compivano e portavano a termine stancanti
vagabondaggi attraverso le perfette oscurità e le tenebre
oscure (il confine della morte ) con sgomenti, brividi,
sudori, per poi raggiungere la visione di una luce mirabile.
Per ottenere tutto ciò è necessario una sostanza
psicotropa (eccitante, euforica e, a certe condizioni,
allucinogena).
"Allora
Metanira, riempita una coppa di vino dolce come il miele, a
lei la porgeva; ma la dea la respinse: disse che, in verità,
le era vietato bere il rosso vino, e comandò che le
offrisse come bevanda acqua, con farina d'orzo, mescolandovi
la menta delicata. (ajvnwge d jajvvr j ajvlfi kaiv ujvdor
dou'nai mivxasan pivemen glhcw'nni tereivnh/) La donna
preparò il ciceone e lo porse alla dea come ella aveva
ordinato: Demetra, la molto venerata, accettandolo, inaugurò
il rito". Sappiamo, dall'Inno Omerico a Demetra,
che il kykeon (il ciceone), la bevanda sacra, era una parte
determinante dei Misteri: gli ingredienti di questa pozione
sono riportati: orzo (alphi), acqua e menta (blechon).
Sembra banale: è una bevanda ristoratrice per Demetra, e la
menta (mentha pulegium, viridis, acquatica ...), unico
ingrediente a bassissimo contenuto eccitante, dà il gusto
alla mistura di acqua e orzo.
E
se non fosse così ovvio? E se il ciceone fosse un composto
"farmaceutico" con alla base una sostanza
psicotropa? E come doveva venire preparato per essere
rimedio e droga? ("kai; oJ kukew;n diivstatai (mh;)
kinouvmeno"" "Anche il ciceone si digrega se
(non) è agitato"). Quali sono le reazioni degli
iniziati alla ingestione di questo stupefacente, ipnotico e
narcotico?
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