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Anno III

Numero I

Gennaio - Marzo 1999

 

Ragionamento causale e ragionamento teleologico in medicina

 

La disputa fra medicina dogmatica, empirica e razionale nel pensiero di M. Malpighi

 

 

Prof. Paolo Aldo Rossi

 

 

Storia del pensiero scientifico Università degli Studi di Genova

 


Premessa

"L'osservare non è mestiere cosi facile come altri pensa". [Marcello Malpighi]

Già fin dai primi anni della seconda metà del XVII secolo, quando cioè la medicina razionale (saldamente rifondata attraverso l'elaborazione dell'immagine meccanicista del mondo vivente) stava celebrando il momento del suo massimo splendore, un giovane medico inglese, John Locke, impegnato al fianco di Thomas Sydenham nella prevenzione e cura delle malattie infettive (in special modo le ricorrenti epidemie di vaiolo) avvertiva:

E' necessario scrivere la storia naturale di ciascuna malattia scartando rigorosamente ogni ipotesi: essa [l'esperienza clinica] è l'unico mezzo per scoprire le cause, se non le cause lontane e segrete (speranza chimerica) almeno le cause immediate e prossime, che noi possiamo rilevare e che ci indicano i rimedi

Per la prima volta dalla nascita del meccanicismo biologico si assiste, con J. Locke, all'esplicita messa in discussione della conseguente medicina razionale, non sulle basi di obiezioni su particolari contenuti della teoria (cosa già fatta peraltro da Sylvius, che aveva temperato la iatromeccanica imponendole il complemento iatrochimico o come di lì a poco farà Ernst Sthal, che opporrà al meccanicismo il modello vitalistico), bensì sulle basi di una differente metodologia sia clinica che teoretica.

In altri termini non si persegue più l'indagine naturalistica (intesa alla ricerca delle cause dell'evento morboso nello sconcerto delle strutture fisico-chimiche della macchina organismica) ma si propone di sostituirle l'indagine storico-fenomenologica intesa alla "spiegazione" (nel senso di "dare ragioni" e non soltanto "cause") dell'intero svolgersi 9della malattia.

Da appena un ventennio Giovanni Alfonso Borelli aveva dato alle stampe (Cosenza 1649) quello che può essere assunto come il manifesto della iatromeccanica e cioè il Delle cagioni delle febbri maligne della Sicilia negli anni 1647 e 1648. In quest'opera, ad una fisiologia costruita sul modello della meccanica corpuscolare (la teoria del moto delle innumerabili partes quantae di cui è composto anche il corpo del vivente), si conformava una patologia intesa come ricerca delle alterazioni del moto delle particelle nelle strutture che compongono la macchina organismica.

Nel 1670 uscirà, con la Prefazione di J. Locke, il Methodus curandi febres di Thomas Sydenham, opera che già dal titolo allude a profonde differenze rispetto al manifesto del Borelli e che rappresenterà con le appena posteriori Observationes circa morborum acutorum historiam et curationem (dedicata da Sydenham a Locke) il manifesto della medicina empirica.

Da questo momento avrà inizio, in età moderna, la polemica fra la medicina empirica e la medicina razionale.

Thomas Sydenham oppone infatti, sulla falsariga della classica polemica fra empirici e razionali, all'a-priori dei razionali l'aforisma di Celso: Ars medica tota in observationibus. Alla loro concezione della malattia come "squilibrio funzionale" (scompensi meccanici e chimici, alterazioni dei liquidi e lesioni dei solidi, sconcerto nella composizione delle minute macchine, impedimenti ai moti interni delle particelle ecc.) egli risponde con una nosologia in cui il morbo è studiato nelle sue particolarità ed accidentalità. In altre parole: alla terapeutica della medicina razionale derivata nel senso della consequenzialità logica dalla teoria biologica (nel caso in questione, dalla teoria meccanicistica del vivente) la medicina empirica oppone una terapeutica basata su descrizioni precise (per catalogazione e raggruppamento) dei sintomi, su puntuali cronache del decorso del morbo, a seconda della somministrazione di rimedi specifici, sulla costituzione di quadri clinici sempre meglio definiti.

All'esperimento viene opposta la semplice esperienza, in quanto la natura va osservata così come si presenta e non costretta entro gli angusti limiti della sperimentazione. Alla concezione razionalistica della scienza, per cui sapere significa "dedurre entro la teoria", si oppone un uso restrittivamente pragmatico dell'induzione. Alla illusione di poter pervenire, per via speculativa, alla conoscenza del vero modo d'operare della natura si sostituisce la consapevolezza che l'umana conoscenza deve accontentarsi di descrivere ciò che è stato raccolto osservativamente.. "L'arte della medicina - dice appunto Sydenham - può essere correttamente appresa solo dalla pratica e dall'esercizio".

Impostare, però, secondo una dicotomizzazione tanto semplificativa i termini della polemica fra medicina empirica e medicina razionale può essere utile, al più, per fissare a grandi linee i confini teoretici della questione. L'indulgere ulteriormente ad adusate immagini bipolari (quali le contrapposizioni: induzione-deduzione, a-priori-a-posteriori, osservazione-speculazione ecc.) servirebbe certo per dimensionare storicamente le linee di sviluppo del pensiero medico biologico nel XVII secolo.

Gli esiti settecenteschi della lunga gestazione che le scienze del vivente ebbero nel secolo precedente non lasciano certo intravedere vincitori e vinti o meglio, non rimandano ad una vittoria della scuola empirica di Sydenham sulle scuole razionali, quanto piuttosto ad una rivalutazione di quel senso dell'empiria che, pur così profondamente presente nella scuola medica italiana di credo epistemologico galileano, era stato offuscato dalla presenza di rimandi interpretativi di tipo metafisico.

Le due maggiori scuole mediche degli inizi del XVIII secolo: la scuola solidistica di H. Boerhaave e quella anatomo-clinica di G. B. Morgagni non si riconoscono, infatti, nell'empirismo di Sydenham quanto piuttosto nella tradizione metodologica razionalistica che, nata con Vesalio, Fabrici, Colombo e rinsaldata da Santorio, Galileo e Harvey nell'ateneo padovano, aveva prodotto la scuola pisana del Borelli e quella felsinea del Malpighi.

Considerare quindi la medicina settecentesca come l'esito in senso empiristico della polemica fra Sydenham e la medicina razionale equivale, a nostro avviso, al riconoscere a tale polemica un rilievo storico ch'essa in realtà non ha avuto.

Sono d'altronde convinto che la polemica fra gli empirici ed i razionali non ha rappresentato il momento della rottura teoretica con il passato, e di conseguenza l'atto costitutivo di una nuova mentalità clinica e biologica. Tant'è vero che G. B. Morgagni alla morte del Malpighi prenderà la penna in difesa del Maestro proprio contro i partigiani della setta empirica e H. Boerhaave, pur non entrando direttamente nel merito della polemica, quando presenta il solidismo, tematica portante della sua scuola, si rifà palesemente alla lettura metodologica malpighiana della iatromeccanica.

Laddove poi la medicina del XVIII secolo assentirà ad escludere dall'ambito delle discipline biologiche i "presupposti metafisici" (o nella terminologia degli empirici "le ipotesi") allora essa perseguirà l'altra strada che Sydenham reputava vietata: quella dell'anatomo-clinica. G. B. Morgagni porterà infatti a compimento la lezione clinica malpighiana sull'uso sistematico dell'autopsia per confrontare lo Stato di sanità con quello morboso: metodo questo che tanto il Locke quanto il Sydenham reputavano inutile ai fini sia dell'ars medendi sia - cosa questa di più difficile comprensione - della descrizione dell'evoluzione della malattia .

La scuola di Leida, poi, terrà ancora in minor conto la denuncia degli empirici contro la pretesa dei razionali di "scoprire le cause lontane e segrete" dell'evento morboso. Costante preoccupazione della scuola solidistica sarà infatti quella di costruire una fisica del vivente in grado di dare ragione di ogni evento o attività biologica, ricorrendo soltanto ai princìpi della chimica e della fisica. I due più famosi allievi di H. Boerhaave: J. O. de Lamettrie e A. von Haller, pur essendo fra loro in profondo disaccordo sui princìpi della fisiologia, reputavano che solo dopo aver fissato tali princìpi è possibile fondare una scienza del vivente e di conseguenza istituire l'ars medendi.

Si potrebbe comunque obiettare che le accuse degli empirici contro i razionali centrano perfettamente il bersaglio, nonostante il fatto che, almeno da principio, questi ultimi abbiano dato l'impressione di non tenerne conto. Tant'è vero che proprio nella scuola di Leida, accanto alle controversie accademiche fra i teorici, fiorì un'attività terapeutica di tipo empirico, più legata all'opera dei farmacisti dell'orto botanico, degli analisti di laboratorio e dei clinici di corsia, che non a quella dei teorici del teatro anatomico che predicavano il verbo ufficiale della scuola.

Analogo discorso si potrebbe fare anche per la scuola anatomo-clinica padovana del Morgagni, aggiungendovi per di più che verso la fine del secolo medici come Bordeu e Cabanis (legati a quella scuola di Montpellier dalla quale proveniva lo stesso Locke) valuteranno l'opera del grande clinico padovano proprio in contrapposizione a quella dei "dogmatici medici meccanici".

Aggiungeremo, infine, che proprio von Haller (che fu il massimo continuatore della fisiologia del Boerhaave) opererà una tal conversione all'empirismo da dichiarare la propria opera fisiologica un compendio in cui sono ordinati null'altro che dati osservativi. Egli infatti, nella convinzione di poter essere per la medicina quel che Newton era per la fisica, dichiara che nella sua fisiologia, rigorosamente sperimentale, non trovano posto le ipotesi. Nell'elaborare la teoria dell'irritabilità, difatti, afferma:

... mi sono contentato di qualificare come sensibili e motrici le parti del corpo che vedevo sentire e muoversi

Prima però di prendere in considerazione le precedenti obiezioni vale la pena di rimetter ordine nelle idee e riconsiderare nei dettagli le proposte metodologiche della medicina empirica.

Nel far ciò, cercheremo di tener distinto il pensiero di Locke dalla sua trasformazione in prescrizioni operative da parte di Sydenham. "È necessario scrivere - già abbiamo sentito dire dal Locke - la storia naturale di ciascuna malattia scartando rigorosamente ogni ipotesi".

Ammaestrato infatti dalla sterile polemica fra Harvey e Cartesio, se fosse il sangue oppure il cuore il principio e la causa della vita, e certamente consapevole del fatto che la biologia cartesiana (che già iniziava ad esser mitizzata come il verbo medico) era intessuta di molte ipotesi metafisiche più dannose che inutili per il clinico (Stenone e Swammerdam avevano infatti da poco dimostrato il primo la fantasiosità della ghiandola pineale ed il secondo l'improponibilità dello schema idrostatico nella conduzione nervosa), J. Locke dichiara, un decennio prima di Newton, il suo "Hypoteses non fingo". Il suo rigoroso rifiuto di ogni ipotesi è però (come sarà anche per Newton) non certo imputabile ad una immatura metodologia empiristica, bensì il frutto della consapevolezza che il contrabbando di "presupposti metafisici" nella scienza farebbe regredire questa al livello prebaconiano e pregalileiano.

In verità la denuncia di Locke, e conversamente quella di Newton, contro l'uso delle "ipotesi" (il termine, val la pena di ripeterlo, è usato nel senso del classico semantema greco, che oggi traduciamo con "postulato" o "presupposto") non è gratuita. Il principale bersaglio polemico è evidentemente la teoria cartesiana del mondo vivente, alla quale proprio in quegli stessi anni era stata data ampia pubblicità (il De homine viene pubblicato infatti nel 1662 e la sua versione francese nel 1664; inoltre ci pare improbabile che proprio negli anni in cui Locke fu a Montpellier non avesse avuto modo di discutere con Barbeyrac la concezione cartesiana dell'uomo).

La presenza nella biologia cartesiana di molte ipotesi ad hoc, inventate proprio per far quadrare i conti dell'osservabile con il sistematizzato, ma (nella terminologia logica newtoniana) "non deducibili dai fenomeni", giustifica ampiamente la critica lockiana ad una dottrina del vivente che pretenda di fondarsi come scienza ricorrendo ai princìpi della metafisica. Che invece Locke non avesse nulla a che ridire sull'uso di autentiche ipotesi scientifiche (nel senso che oggi diamo a tale termine) può essere facilmente verificato dal fatto che, ad esempio, nell'VIII capitolo del II Libro del Saggio sull'intelletto umano egli, per impostare la fisica delle qualità secondarie, ricorre proprio a quella ipotesi corpuscolare sulla quale, da Galileo in poi, la scuola medica italiana aveva costruito l'intera teoria biologica e non soltanto l'estesiologia.

Ciò spiega, secondo noi, anche perché il massimo teorico dell'empirismo medico non abbia avvertito il bisogno di criticare le teorie del più fecondo dei medici razionali della sua epoca, Marcello Malpighi, le opere del quale non potevano, peraltro, essergli ignote, in quanto l'editore del grande anatomista bolognese era proprio quella Royal Society della quale J. Locke fa parte dal 1668 (lo stesso anno in cui il Malpighi vi verrà cooptato come membro corrispondente) ed alla quale riconosce il merito d'esser depositaria della tradizione empiristica inaugurata in Inghilterra da Lord Verulamio. Proprio a questo riguardo non ci par inutile ricordare che G. Mosca, il primo biografo del Morgagni, nel tracciare la linea didattica maestro-allievo, scrive del grande clinico padovano:

"... seguitando questo valent'uomo a camminar sulle vestigia del Malpighi... tutto ciò volle fare non per lo mezzo delle ipotesi, ma per quello del senso, dell'esperienza e dell'induzione, tenuto per verissimo e sicuro dal gran Bacone da Verulamio" .

Vedremo infatti, in seguito, con quanta cura il Malpighi rifugge dall'utilizzazione di presupposti metafisici (le cosiddette ipotesi) nella sua teoresi medico-biologica tanto che, ad esempio, egli è il primo a voler tenere distinte le basi fisiche della mente dalla mente, avvertendo che solo il primo aspetto della questione trova posto nell'ambito delle discipline medico-biologiche.

Chiarito, quindi, il senso del rifiuto lockiano delle ipotesi o, in altre parole, la pars destruens implicita nella sua proposta, ci resta da prendere in esame la pars costruens, ossia l'utilizzazione dell'historical plain method per scrivere la storia naturale di ciascuna malattia. A tal fine non possiamo che rimandare, in ultima istanza, allo sviluppo rigoroso del metodo quale è esposto nel Saggio sulI'intelletto umano, in cui (pur spostato il campo d'interesse alla teoria della conoscenza) Locke, a detta dello storico e clinico Bordeu:

" ...ragiona come un medico: ovunque segue il cammino e lo sviluppo degli effetti prodotti dagli oggetti delle sensazioni all'interno degli organi " .

Per comprendere appieno il senso del mutamento metodologico operato dal Locke nel pensiero del XVII secolo bisogna infatti evidenziare il fatto che:

"... anziché far perno - sintetizza G. Bontadini - come Hobbes sulla concezione meccanicistica della natura che sta alla base di questo modo d'intendere la sensazione [la fisica della mente], si porta la considerazione sui contenuti stessi della coscienza in generale, sulle idee, nell'intento di darne una teoria esauriente" .

"Non mi attarderò a studiare la mente - scrive infatti J. Locke nella Prefazione del Saggio - da un punto di vista fisico naturalistico, né m'affannerò a definire in che consiste la sua essenza o quali movimenti dei nostri cosiddetti spiriti vitali o quali alterazioni corporee debbano avvenire affinché i nostri organi producano delle idee mentali o delle sensazioni e se alcune di queste idee, o anche tutte, dipendono, o no, dalla materia per quel che concerne la loro formazione" .

Egli infatti oppone a tali impostazioni il suo historical plait Metkod, col quale si propone di:

"... render conto dei modi con cui il nostro intelletto giunge ad avere le nozioni delle cose che possediamo" .

A differenza di Hobbes e di Galileo, egli non studia la mente (che per lui è "capacità di pensare") da un punto di vista fisiconaturalistico; a differenza di Cartesio, non sostanzializza il pensiero; a differenza della fisiologia vitalista, egli si disinteressa degli spiriti vitali ed infine, a differenza dei fisiologi materialisti, non considera il rapporto fra le alterazioni corporee, sensazioni e pensieri.

Suo scopo è quello di indagare la possibilità ed i limiti della conoscenza ("seguire i limiti della certezza della nostra conoscenza , i fondamenti delle opinioni... scoprire le proprietà dell'intelletto, la sua estensione, ciò che è di sua competenza e fin dove può aiutarci a trovare la verità" ) al fine di determinare le leggi dell'agire e le regole della umana condotta. L'uomo quindi deve conoscere se stesso e non le cose naturali, perché il suo scopo è quello di condursi nella vita. Se, quindi, la gnoseologia di Locke, è storia naturale dello spirito umano, fenomenologia degli eventi mentali, la sua medicina non potrà che essere la storia naturale degli eventi biologici che segnano la storia del corpo umano, la fenomenologia degli eventi morbosi e la loro risoluzione.

Disancora, quindi, il Locke la teoria della conoscenza dalle teorie psico-fisiologiche e la medicina da quelle fisiche e tenta la strada della fondazione dell'antropologia (e quindi delle scienze dell'uomo) mediante il connubio fra storia naturale della mente e storia naturale dell'umano organismo vivente. Nasce quindi, incubata in questa impostazione, la distinzione (che tanta fortuna avrà nell'ambito delle teorie che assumono l'uomo come loro oggetto) fra le scienze che affondano le loro radici teoretiche entro l'universo concettuale della fisica o, alternativamente, entro quello dell'antropologia filosofica. Le scienze medico-biologiche, in questa prospettiva, godranno spesso il ruolo di discipline di frontiera fra le tematiche psicologiche e quelle fisiologiche.

Con ciò, quel che Locke afferma essere il ruolo dell'antropologia medica nella scienza dell'uomo non può che esser condiviso; al contrario, quel che egli nega alle discipline del vivente, e cioè la legittimità di una utilizzazione dell'indagine fisico naturalistica, è una limitazione accettabile soltanto al prezzo di una biologia esclusivamente descrizionista e di una clinica strettamente empirica. In realtà, Locke non s'occuperà mai di queste implicanze, dato che abbandonerà ben presto la pratica medica (alla teoresi medica non s'era mai dedicato appieno) in funzione delle discipline socio-politiche, alle quali il suo discorso non poteva che attagliarsi perfettamente.

Al contrario, Sydenham prima e la scuola empirica poi avevano estremizzato tale discorso metodologico, trasformandolo in una serie di prescrizioni operative che reggevano l'ars medendi della medicina empirica. In primo luogo viene, fra queste, il rifiuto del procedimento ipotetico-deduttivo e la dichiarazione di inutilità dell'anatomo-fisiologia e dell'anatomo-clinica, con il risultato di trascurare le grandi scoperte del XVII secolo quali l'anatomia microscopica, l'anatomo-fisiologia dei vegetali e degli insetti, l'anatomia comparata, la micrografia, le utilizzazioni cliniche dell'anatomo-patologia, l'ematologia ecc.

Ne viene poi l'abbandono della modellistica chimico-meccanica nella costruzione dei sistemi biologici, e ciò sulle basi del presupposto scetico dell'inconoscibilità del mondo naturale e del "veto", tipico nella medicina empirica, ad utilizzare l'esperimento a complemento dell' esperienza . Questo per quel che concerne il vietato; per ciò che riguarda il prescritto, il medico empirico propugnava la libera osservazione della natura, che andava tradotta in una serie di descrizioni di fatti fra loro collegati nel senso della serie continua di eventi e non entro un modello di tipo causale; in altre parole, una storiografia dell'evento morboso di tipo strettamente descrizionista. A questa si doveva conformare una methodus medendi costruita sull'esperienza della riuscita o meno delle prescrizioni farmacologiche specifiche, ossia adatte a particolari quadri clinici sempre meglio precisati.

A ciò la medicina razionale non poteva che rispondere che, per quanto riguardava l'ars medendi, nulla vietava che si potesse pervenire agli stessi risultati pratici anche all'interno del metodo razionale e, difatti, l'attività clinico-terapeutica del Malpighi è giusto condotta annotando le storie medico-anatomiche, l'insorgere ed il decorrere del morbo, l'esperienza terapeutica, le guarigioni e nel caso di morte, la descrizione mediante l'autopsia, dell'esito finale della malattia. Ma, a giustificazione e al fianco di questa attività clinica, il medico razionale istituisce la ricerca sul modo d'operare dell'organismo vivente, confronta lo stato di salute con quello morboso, cercando le cause dei mali ed infine opera di conseguenza con una terapeutica adatta.

Con questo tipo di lavoro, il medico razionale si propone di ricavare l'ars medendi dalla scienza medica, in quanto non s'accontenta di una medicina che sia solo "arte" pretendendo appunto ch'essa sia anche e principalmente una "scienza".

Con ciò possiamo rispondere all'obiezione che sia nella scuola di Leida che in quella di Padova i progressi più notevoli furono fatti nell'ambito di discipline mediche condotte con una metodologia consimile a quella proposta dagli empirici e cioè la farmaceutica, la dietetica, la clinica medica, e l'anatomo-clinica. In realtà, tali discipline facevano già parte del bagaglio operativo delle due scuole razionali e da queste erano già state coltivate come aspetto pragmatico della teoresi che le alimentava, o in altre parole, già componevano il quadro dell'arte e non della scienza medica. Il loro notevole sviluppo nel XVII secolo è evidentemente il frutto di una sempre maggior conoscenza delle attività biologiche e solo in casi eccezionali (di solito se ne sa citare uno solo, e cioè la scoperta della china-china) il frutto di tentativi empirici.

La controversia fra Marcello Malpighi e Gian Girolamo Sbaraglia

"... Subito fatto medico, cominciai a vedere scritture pungenti contro la dottrina che privatamente e con ossequioso rispetto verso tutti professavo. Ho poi letto, nel progresso del tempo, libri stampati contro di me con titoli ignominiosi e ripieni di scherzi. Ho udito pubbliche lezioni, particolarmente anatomiche, pungenti. Nelle accademie si son fatti discorsi contro le mie cose che erano pure satire. Si son veduti lunari ed alrnanacchi ignominiosi, conclusioni sostenute pubblicamente che erano puri libelli ed ultimamente una lettera circolare contro li miei studi intitolata De recentiorum medzcorum studio dissertatio epistolaris ad amicum, nella quale l'autore detesta ed impugna la medicina razionale e si sforza di provare l'inutilità dell'anatomia, abbracciando la medicina empirica".

Con queste parole s'apre la Risposta del Dottor Marcello Malpighi all'ultimo, e certamente anche il più sofferto, attacco polemico al suo lavoro di medico e biologo. Tale lavoro, infatti, era ormai stato definitivamente consacrato dalla pubblicazione, avvenuta nel biennio 1686-87 a cura della Royal Society, dell'Opera Omnia malpighiana.

Già fin dall'esergo, in cui si cita il noto detto ippocratico:"Ciascuno fra le cose di cui difetta giudica superflue quelle che abbondano in un altro", e, nelle pagine d'apertura, in cui attacca personalmente (lasciandone chiaramente trasparire il nome) G. G. Sbaraglia, autore anonimo del libello e suo collega all'Arciginnasio felsineo, il Malpighi abbandona il suo consueto fair-play per scendere al livello sarcastico della polemica personale.

Il mio ignoto avversario, insinua infatti l'Autore, si presenta sotto le vesti di un anonimo studioso di Gottinga solo perché, se si presentasse con il suo vero nome, mostrerebbe appieno la sua malafede. Questi infatti tiene a Bologna una delle cattedre anatomiche "professando con grosso onorario la medicina razionale", procede sia come ricercatore che come insegnante secondo i dettami di tale Scuola e "nella città, medica e consulta con il metodo dei razionali".

Aggiungiamo a questa apertura il fatto che tra il Malpighi e lo Sbaraglia esisteva una lunga acredine, radicata in inimicizie non già soltanto (che sarebbe bastante!) esercitate all'interno dell'Ateneo bolognese, ma addirittura da lungo tempo sofferte fra le rispettive famiglie. Potremo allora comprendere come tale polemica sia stata inquadrata dagli storici come una di quelle beghe personali alle quali talvolta s'abbassano anche i grandi. Il fatto, poi, che la polemica sia continuata anche dopo la morte del Malpighi ad opera del più geniale dei suoi allievi, G. B. Morgagni, viene a sua volta trascurato in ragione della presumibile difesa che da un allievo è moralmente dovuta alla memoria del Maestro. Da parte nostra siamo invece convinti che la Risposta del Malpighi rivesta per la storia della medicina un valore teoretico che va ben oltre l'invelenita polemica accademica.

Formalmente lo Sbaraglia inizia il suo libello fingendo di polemizzare non con la persona del Malpighi, ma con "li medici di questo secolo" i quali, a suo dire, limitano la medicina allo studio della "notomia delle parti minime, l'animale e la comparata", tanto che:

"Se io mostrarò - egli dichiara - per questa triplice notomia o poco o niente serva a11a più soda medicina pratica, incontinente apparirà ben chiaro che molti sono accesi da! desiderio di medicare, ma che assai pochi a ben medicare si indirizzano ".

Il Malpighi ha ben capito d'esser lui il bersaglio polemico dell'avversario ed infatti scrive che costui

"... avendo in animo di levarmi il credito di medico pratico e d'avvilire li miei studi, invece d'intitolare la lettera: De studio Marcelli Malpighi ha colorato la sua buona volontà facendo universale il titolo De recenhbrum medicorum studio."

Pur tuttavia fa in modo che la risposta sia essa pure sotto la forma più generale della difesa degli studi dei medici moderni, facendo però in modo che, con ciò, fosse esplicitamente data un'appassionata difesa della sua stessa opera. Ben presto quindi ci accorgiamo che la lettera del Malpighi (che ha in realtà dimensioni di saggio) perde il corto alito della polemica personale per acquistare, come è spesso nell'opera dell'uomo di genio, l'ampio respiro di un saggio storico metodologico sull'ancor giovane scienza medica del suo tempo. La Risposta del Malpighi al De recentiorum medicorum studio non è infatti soltanto una difesa personale dalle accuse della rinascente setta empirica, ma rappresenta, oltre che il testamento scientifico del grande anatomista, anche l'analisi teoreticamente e metodologicamente più rigorosa che possediamo della medicina dell'epoca, nonché uno dei documenti chiave per lo studio della storia della medicina del XVII secolo.

Con questa sua ultima opera, idealmente raccordabile con la giovanile Risposta all'opposizioni registrate nel Trionfo dei Galenisti contro "filosofi e medici che modernamente sono stati inventori nel corpo umano d'alcune parti ed operazioni incognite agli antichi professori della medicina" (redatta a Messina nel 1665), che era stata la sua difesa del metodo dei razionali contro i dogmatici, il Malpighi si pone nella storia della cultura occidentale come il primo storico della medicina con coscienza autenticamente epistemologica. La polemica contro i dogmatici prima e gli empirici in seguito è condotta infatti con una sensibilità storiografica anomala per quei tempi: il suo fare storia è finalizzato al suo fare scienza, ossia la sua ispezione dei metodi e dei risultati delle scuole di medicina empirica, dogmatica e razionale, dall'età classica all'epoca moderna, lo portano a capire esattamente come e dove i dogmatici s'erano arenati e perché la corrente empirica non avrebbe potuto che produrre teorie troppo povere per reggere uno schema del vivente con intenti noetici ed una pratica medica consapevole del suo operare terapeutico.

I1 lettore, poi, che non conoscesse i retroscena personali della polemica, potrebbe addirittura ricavare dalla lettura del testamento scientifico del Malpighi l'impressione che l'anonimo avversario sia quasi uno di quei personaggi che la tradizione stilistica della letteratura filosofica di tipo dialogico ha codificato da Platone in poi come "spalla" del personaggio principale. Le accuse dello Sbaraglia sembrano fatte apposta per dare al Malpighi l'occasione di presentare compiutamente i vari aspetti della metodologia dei razionali, cosa che nelle sue opere scientifiche, dedicate a temi particolarmente tecnici, egli non aveva potuto fare che per brevi incisi. Se infatti il lettore, invece di confrontare le due opere (quelle del Malpighi e quella dello Sbaraglia) nella loro veste originale, utilizzasse l'intelligente versione di L. Belloni in cui, intercalata al testo malpighiano ed in corpo minore appare la traduzione italiana (di Stefano Danielli, allievo dello Sbaraglia) del De recentiorum, allora ne avrebbe rafforzata l'impressione che le ragioni dello Sbaraglia servano al Malpighi come tesi opposte e, quindi, da rettificare o escludere con una tecnica "dialogica" tipica della struttura argomentativa delle Summae medievali: videtur quod non; sed contra; respondeo dicendum.

Con ciò, il testamento scientifico del Malpighi si pone come un'opera che trova la sua genesi in un atto polemico ed il suo valore nella trattazione storico-metodologica della teoresi che ha alimentato la medicina razionale. O, in definitiva, esso rappresenta una delle più chiare analisi del sorgere della scienza medica nel XVII secolo e la difesa di questa contro le istanze di coloro che ne volevano ottundere gli intenti noetici.

Prima però di passare alla presentazione di alcuni aspetti (ché un'analisi completa meriterebbe un volume) del testo malpighiano, può valere la pena di fissare i limiti cronologici della polemica.

Tra il 1670 ed il 1676 compaiono le due opere già ricordate di T. Sydenham (la prima con Prefazione di J. Locke e la seconda a questi dedicata), che rappresentano il manifesto della medicina empirica. Nel 1688 la Bibliothèque Universelle et Historique pubblica, a cura di Le Clerc, un ampio riassunto del Saggio sull'intelletto umano (edito in forma completa nel 1690) in cui è presentata la metodologia empiristica ed in particolare l'historzcal plain method che già l'Autore aveva avuto modo di raccomandare come metodo principe della medicina empirica.

Nel 1689 (anche se l'Autore, presto sbugiardato dal Malpighi data: "Scribebam raptim Gottingae idibus septembris 1687") esce a Bologna l'anonima lettera De Recentiorum medicorum studio dissertatio epistolaris ad amicum nella quale Giovanni Girolamo Sbaraglia, convertito alla medicina empirica, "detesta ed impugna la medicina razionale e si sforza di provare l'inutilità dell'anatomia abbracciando la medicina empirica".

Immediatamente giunge la Risposta del Malpighi (ripubblicata poi nella Opera posthuma), in cui le ragioni dello Sbaraglia vengono passate al vaglio di una discussione ampia ed articolata, dato che a differenza dell'avversario (il quale aveva affermato: Scribebam raptim) il grande anatomista bolognese avverte: "Materia così importante non si doveva trattare con celerità e di passaggio" .

L'opera malpighiana dovette sembrare all'avversario certamente molto ardua da smontare, se la sua controrisposta non viene che dieci anni dopo la morte del Malpighi. L'opera: Oculorum et mentis vlgillae ad distinguendum studium anatomicum et ad praxin medtcam dirigendam, in cui lo Sbaraglia ripropone in modo di certo più rigoroso la tematica empiristica del 1689, sarà contrattaccata l'anno dopo da due brevi lettere di G. B. Morgagni (celatosi sotto gli pseudonimi di Orazio de Florianis e Luca Terranova) il quale, ben lungi dall'accettare, anche solo in parte, l'istanza empiristica, inizierà proprio qui a ripensare metodologicamente quell'eredità del razionalismo malpighiano a partire dalla quale costruirà la grande scuola anatomo-clinica padovana.

Il confronto fra il metodo razionale ed il metodo empirico nella Risposta del Malpighi

"La medicina ha avuto il suo nascimento dall'esperienza, ma con tale rozzezza e oscurità, che vi è stato bisogno dell'arte che, trovando altra strada, ha ridotto le cose osservate in metodo e regole con le quali compone e divide la materia medica. Di questa si serve a suo tempo e in casi determinati passando anche alla cura dei mali nuovi, e alla complicazione di vari mali dei quali non si può avere l'esperimento. Ma finalmente la medicina razionale contiene tutta l'empirica e di vantaggio vi aggiunge la cognizione delle cause e il progresso a-priori. Sicché l'impossessarsi di questa non è un impoverire né ingannare la gioventù che studia ".

Brani di questo tenore ricorrono più volte nella Risposta del Malpighi, dando il segno della linea di difesa adottata: l'analisi storico-strutturale del pensiero medico-biologico nel suo progresso temporale, al fine di evidenziare come la medicina razionale rappresenti il momento più rigoroso e comprensivo raggiunto dallo sviluppo della disciplina, in quanto essa completa l'arte componendosi con la scienza.

Lo schema della difesa si sviluppa quindi in momenti sincronici, in cui si discutono l'impianto metodologico e la struttura teoretica della medicina razionale ed in momenti diacronici, in cui si analizza lo sviluppo storico della medicina dal punto di vista della progressiva costruzione della scienza del vivente a seconda dell'affinarsi, anche in seguito a declini e cadute, della mentalità razionale.

"La medicina - avverte quasi per inciso - ebbe la sua origine dai filosofi li quali, osservando gli effetti e cercandone le cause, s'assicuravano degli eventi e ne fecero a-priori un'arte che con il progresso s'è andata aumentando e perfezionando. Onde, benché per l'avanti vi fossero istorie mediche dei mali e dei remedii, fino a tanto che non furono considerate dai filosofi ed indicate le cause delle malattie e la natura dei medicamenti, fattone un metodo per servirsene, non ebbero mai specie di medicina né d'arte ".

Con ciò il Malpighi non intende certo prendere posizione a favore di coloro che consideravano la medicina una sorta di disciplina filosofica, o meglio una delle branche della classica filosofia della natura quale era stata codificata, prima di Galileo, in termini aristotelici.

Egli è ben consapevole della lunga battaglia combattuta contro i dogmatici dagli anatomisti padovani dell'epoca del Vesalio, tanto che egli medesimo nella sua polemica giovanile contro i Galenisti Messinesi aveva avuto accenti simili a quelli della famosa Prefazione vesaliana al De fabrica contro coloro che sulla natura "hanno speculato tutte le passate migliaia d'anni" senza peraltro scoprire quanto è possibile in questo secolo "con due guardate fatte con l'occhiale dell'immortal Galileo" . Allo stesso modo in cui nella Risposta al Trionfo dei Galenisti egli aveva attaccato coloro che tentavano speculativamente l'essenza e volevano con ciò fare della medicina una specie di antropologia filosofica, così nella Risposta al De recentiorum egli attacca gli empirici i quali (prevede il Malpighi dando segno di rara sensibilità storiografica) "in quella guisa appunto che fecero gli Stoici li quali per farsi singolari, applicandosi alla sola morale", finiranno essi pure col trascurare la medicina in favore dell'etica (il che è appunto quel che in sostanza farà il Locke).

Filosofia, per il Malpighi, è lo stesso che per Galileo: ossia quel che oggi potremo approssimativamente tradurre con "conoscenza scientifica" che con maggior precisione potremo rimandare ai risultati epistemologici della "svolta galileana".

I due elementi che compongono il procedimento scientifico galileano, sensata esperienza e discorso, sono gli stessi che Marcello Malpighi propugna come termini definitori del metodo razionale, sì che avendoli difesi contro i dogmatici negli stessi termini del Saggiatore e, cioè "non voler essere di quelli così sconoscenti ed ingrati verso la natura e Dio che avendomi dato sensi e discorso io voglia pospor sì gran doni alla fallacia di un uomo", egli, sempre seguendo i precetti dell'epistemologia galileana, li difenderà, ad opposto titolo, anche contro gli empirici.

L'esperienza infatti, ripete più volte il Malpighi, se non è aiutata dal discorso non serve a comprendere il modo d'operar della natura.

Ciò che ci può far sperare di poter capire "alcune cose dei suoi segreti" non è la semplice esperienza, ma l'esperimento, il quale senza il discorso non può né essere istituito né in seguito venire generalizzato in legge.

"... L'empirica - dice infatti l'autore - secondo i suoi settari è un'esperienza repetita in diversi tempi e soggetti, fatta da sè per intuitum di quelle cose che spesse volte sono succedute nella stessa maniera, e però essendo questa una raccolta di storie individuali, senza l'aiuto dell'intelletto non può formare concetti universali, ma un semplice esercizio".

Inoltre, nello spirito del galileano "l'intender la cagione onde ciò avvenga supera d'infinito intervallo la semplice notizia auta dalle altrui attestazioni ed anco da molte replicate esperienze", egli avverte gli empirici che se si precludono la strada dell'intender cagione dei fenomeni naturali, e quindi quella di "poterne render ragione a-priori", essi non solo perseguono una insufficiente forma di conoscenza, ma corrono il rischio del dogmatico mascherando, sotto il ricorso all'indagine della natura scevra da costrizioni, il pericolo del principio d'autorità.

"Essendo impossibile, moralmente parlando, che un medico veda una lunga serie di osservazioni in qualsiasi male, ne seguirà necessariamente ch'egli non potrà, non dico perfezionare, ma costituire buona parte della medicina, nella quale, se vorrà operare, bisognerà che si serva della fede e credulità d'altrui; onde alcuni Empirici antichi furono sforzati d'aggiungere alle esperienze proprie quelle degli antecessori e le chiamarono memoria ".

Nel solco quindi di quella grande tradizione razionale che dal Vesalio in poi aveva iniziato ad applicare alla costruzione delle discipline mediche i risultati della ricerca sulla scienza e sul metodo svoltasi dal XV al XVII secolo nell'ateneo patavino, il Malpighi contrappone alla povertà del metodo empirico la complessità noetica della teoresi razionale.

Completa infatti il Malpighi un cammino iniziato dal Vesalio (moderno riscopritore del connubio galenico fra la via experimenti e la via rationis) il quale aveva avvertito che:

" ... i dottori, se non vogliono accostarsi avventatamente all'arte loro né prescrivere e applicare rimedi che affliggono il corpo, debbono considerare quelle facoltà che ci governano, di quanti generi esse siano e per quale caratteristica ciascuna d'esse è conosciuta e in quale membro dell'animale ciascuna d'esse sia costituita e quale medicamento esse ricevono" .

Alla riscoperta vesaliana, quindi, dell'ipotesi galenica secondo cui l'uso delle parti è il fine della loro struttura, il Malpighi, che già stava fissando i termini del passaggio dell'ars dissetrix all'ars dissutrix ponendosi il problema del piano di ricomposizione nei termini:

"Nella costruzione di macchine gli artigiani usano fabbricare preliminarmente le singole parti in modo che prima si vedano separatamente i pezzi che debbono poi venire fra loro compaginati" ,

ripropone l'ipotesi galenica ponendola alla base di una fisiologia costituendosi per successive ricomposizioni di quelle parti che con l'anatomia il medico è riuscito a scomporre ed analizzare.

Quel che il fisiologo deve fare quindi (in analogia con il lavoro dell'artigiano) è scoprire il piano generale di costruzione della macchina biologica, l'uso a cui essa è finalizzata e come le funzioni delle diverse strutture che la compongono sono intenzionate a tale fine. Diversamente, le varie parti descritte fuor dal contesto del progetto della macchina e dell'intero sistema di meccanismi restano fine a se stesse.

In questa prospettiva, il tema dell'animale macchina, in ambito filosofico, passa nel campo delle scienze del vivente in funzione di idea guida, schema interpretativo dei risultati ottenuti mediante l'ars dissutrix. Ai dati osservativi quindi (cioè agli inventi anatomici), il Malpighi aggiunge a compimento dello schema, desunto dal galileano procedimento ex suppositione, gli altri due elementi della transizione dati-ipotesi-verifica, e cioè l'ipotesi dell'animale macchina e la sua verifica sui successivi modelli meccanici (di complessità crescente a seconda delle minute macchine implicate) delle varie parti che compongono l'organismo.

"Nelle cose adunque di natura - scrive il Nostro a sintesi della biologia meccanicista - che opera per necessità sempre uniforme, la sagacità dell'uomo non è di così poca attività che non possa arrivare a svelare buona parte dei suoi artifici. Così vediamo con ammirazione gli scoprimenti nell'astronomia, nelle meteore, delle quali l'ingegno umano penetra le loro cause, ed inoltre si avanza formando iridi piogge, ghiacci e i fulmini stessi, che purtroppo proviamo più crudeli di quelli della natura.

Lo stesso potiamo dire delle macchine del nostro corpo che sono la base della medicina: atteso che queste sono composte di corde, di filamenti, di travi, di tele, di leve, di fluidi scorrenti, di cisterne, di canali, di feltri, di crivelli e di somiglianti macchine. L'uomo esaminando queste parti con l'anatomia, con la filosofia e con la meccanica si è impossessato della struttura e dell'uso di esse, e procedendo anche a-priori è arrivato a formarne modelli con li quali pone sotto l'occhio la causalità di quell'effetto e ne rende ragione a-priori, e con la serie di queste aiutato dal discorso, intendendo il modo d'operar della natura fonda la fisiologia e patologia e successivamente l'arte della medicina " .

All'aforisma del Proemium celsiano: "La natura è incomprensibile", rinverdito dagli empirici sotto la forma che impenetrabile è il modo d'operar della natura, per cui è d'uopo accontentarsi di descrivere quanto i sensi ci pongono di fronte senza volerne tentar spiegazioni, il Malpighi risponde affermando con rigore il suo metodo e la propria concezione della natura. A tal riguardo, egli ancora insiste e specifica:

"La natura per esercitar le mirabili operazioni negli animali e nei vegetabili, si è compiaciuta comporre il loro corpo organico con moltissime macchine, le quali, per necessità sono fatte di parti minutissime, in tal maniera configurate e situate, che formano un mirabile organo... Il metodo poi della natura nel comporre tutte le cose che noi abbiamo sotto gli occhi è di servirsi di parti picciole cioè di sali, di filamenti e somiglianti: e con queste minime compone tutte le cose, tanto grandi di mole, come le picciole. Nei viventi, poi, si serve dei fluidi - che sono composti di picciolissimi corpi, ma vari - per il moto locale, per le cozioni, per le fermentazioni, per le sensazioni e per l'altre simili operazioni.

E perché questi fluidi devono scorrere e trafilarsi per varie macchine, quindi è che le organizzazioni delle parti saranno necessariamente minute. E siccome la natura è degna di lode e non di biasimo, così il medico che le osserva, per quanto può, è degno di lode e non di biasimo, dovendo anche correggere e riparare per quanto è possibile le dette macchine ogni volta che sono sconcertate ".

Da queste premesse segue coerentemente come il medico debba procedere nella sua pratica clinica: dal rilevamento fenomenologico dell'evento morboso e dalla descrizione della sua storia si passa all'analisi dei processi fisiologici interessati (alla ricerca cioè dell'alterazione dei fluidi e dei guasti alle parti solide), si tende infine (ricorrendo alla sia pur carente chemiatria e farmacopea delI'epoca) a ristabilire l'equilibrio umorale e a rappezzare i danni subiti dai solidi.

Il lettore che volesse verificare nelle opere dello stesso Autore l'applicazione di tale metodo, non ha che da sfogliare a caso le pagine dei suoi Consulti (contenenti le copie delle lettere di Consulto, ch'egli conserva anche per fini didattici), dove si trovano prescrizioni del tipo:

"... l'arte deve procurar di rifare e ridurre la massa del sangue alla sua prima natura di dolcezza e di mistura, acciocché successivamente le parti solide non restino lacerate; e gli altri fluidi e fermenti corrotti" ;

oppure:

"... portar fuori per via d'orine i sieri stagnati, corroborare le viscere e se si può promuovere le solite e necessarie escrezioni " ;

e ancora:

"... ripurgare la massa del sangue dalle parti acide, render fluidi gli umori, aprire le vie ed i vasi escretori.."

Nei Consulti, infatti, egli applica rigorosamente all'ambito terapeutico il suo "metodo razionale" e cioè dalla natura turbata, o se vogliamo dalla fenomenologia clinica, egli cerca di pervenire al termine di confronto: la costruzione della macchina organica idealmente perfetta.

Ricavate da questo confronto le ragioni dello sconcerto delle minute macchine (le lesioni dei solidi e le alterazioni chimiche dei fluidi), dà inizio al lavoro terapeutico di " reparar le rote o la loro composizione guasta" al fine di poter ricomporre almeno le alterazioni dei liquidi, se non proprio le lesioni dei solidi. In uno dei Consulti si legge infatti:

"Sicché le indicazioni sono di levare le fissazioni e irritazioni, per quanto si può, raddolcendo i fluidi e consolidar le parti solide lacerate o troppo aperte, di rinutrire il corpo e corroborare i fermenti delle viscere " .

A questo riguardo egli propone un bagaglio chemioterapico e dietetico non certo meno ricco di quello degli Empirici e di certo meno pericoloso

"Li rimedi - egli annota - che vulgarmente vengono stimati invenzione del caso e parti dell'Empirica, pure hanno necessità d'esser esaminati dalI'ingegno e ridotti a natura sicura d'operare" .

Tale farmacologia era stata costruita in modo rigorosamente sperimentale, prima ancora che nell'esperienza clinica, nella sperimentazione di laboratorio e in particolare durante le autopsie mediante reazioni chimiche con i sieri, liquidi e tessuti organici implicati nel morbo in questione. Essa inoltre teneva particolarmente conto della composizione chimica e fisica dei fluidi e dei solidi allo stadio di sanità e di malattia.

Troviamo tra le sue prescrizioni di cure: olii lubrificanti, sali erosivi, sieri e fermenti lattici, emollienti, astringenti, lassativi, edulcoranti, acque minerali ecc. atti a controbilanciare gli scompensi meccanici (quali le occlusioni, ostruzioni, irrigidimenti dei canali, agglutinamenti e colliquazioni dei fluidi), oppure gli scompensi chimici (quali le infiammazioni, coagulazioni, flussioni, fermentazioni..) .

A sintesi quindi dell'intero lavoro, a cui egli stesso diede contributi sostanziali, svolto nell'ambito della medicina razionale, egli scrive:

"Io so che li moderni hanno riformato e mutata in parte la pratica, atteso che dopo gli inventi anatomici, hanno ordinato e disposto la serie dei mali, la loro generazione e cura con l'ordine della economia animale, seguitando il passaggio del cibo mutato in chilo, del chilo cangiato in sangue, del sangue spurgato in varie viscere della bile e del sugo nerveo e d'altri fluidi separati dal sangue, esponendo le varie mutazioni morbose che succedono in questa economia, e da esse, deducendo a priori le indicazioni nelle quali hanno procurato di soddisfare proponendo rimedi noti a-priori et a-posteriori .

A differenza di questi, invece, i rimedi proposti dagli Empirici e ricavati dalla sola esperienza clinica (l'a-posteriori del Malpighi) hanno dovuto esser passati al vaglio del metodo razionale per poter venire usati efficacemente:

"Ciò vediamo nell'uso della china-china, la quale usata senz'arte non solo forma recidive, ma anche causa fissazioni e spesso malabito di corpo; onde è stato necessario, per il sicuro suo uso, cavarne tinture, darla a poco a poco e con cautele cavate a priori".

Il medicamento, quindi, non può che essere ricavato per ricorso a sensate esperienze coadiuvate dal discorso. La scoperta della cura più adatta presuppone la scoperta del corretto funzionamento della macchina organica e la conoscenza delle ragioni del suo attuale sconcerto ossia delle cause della malattia:

"L'evidenza di questo fatto è così nota a tutti che non v'è popolare che condanni lo studio delle cause, né medico, benché inetto, che non procuri d'indagare il modo dell'operar di natura, per poterlo secondare con l'arte cercando tutte le possibili cognizioni, dolendosi solamente che la natura le abbia nascoste e ricoperte col velo dell'ignoranza, onde, per svelarle, vi sia necessaria una gran fatica e giudizio concesso a pochi ".

In definitiva alla pars costruens della medicina empirica (che abbiamo già sintetizzato nei seguenti punti: stretta coincidenza della medicina con l'osservazione e l'esperienza clinica; costruzione della nosologia come storia naturale dell'entità morbosa attraverso la precisazione dei quadri clinici nel modo più specifico possibile e cioè per individuazione, catalogazione e raggruppamento dei sin tomi, per puntuali cronache del decorso del morbo, per sperimentazione clinica dei rimedi ed annotazione dei loro esiti terapeutici), il Malpighi non può che rispondere che, a questo titolo, "la medicina razionale contiene tutta l'empirica e vi aggiunge la cognizione delle cause ed il progresso a-priori" senza le quali cose l'ars medendi sarebbe "semplice esercizio", dato che verrebbe ripetuta indefinitamente quella cura che, essendosi rivelata utile un certo numero di volte, è stata presupposta utile in assoluto senza indagare le ragioni di tale efficacia.

Senza il ricorso al procedimento scientifico quindi, ossia all'utilizzazione di sensate esperienze e discorso, la medicina non può progredire. Tanto più che il canone principe propugnato dagli empirici, l'osservazione, qualora non fosse accompagnata dal metodo si rivelerebbe sterile:

"L'osservazione - fa infatti notare il Malpighi forzando la roccaforte empirica - non è mestiere così facile come altri pensa. Vi vogliono grandissime cognizioni per dirigere il metodo, copiosissime serie d'osservazioni, per vedere la catena e il filo che unisce il tutto, una mente disappassionata con finezza di giudizio e però non è mestiere per tutti".

La difesa dell'anatomia dall'accusa di inutilità clinica

Risposto quindi all'Empirica che il metodo da essa propugnato è troppo povero per poter reggere non solo la costruzione della scienza, ma anche dell'arte medica, il Malpighi si trova ad aver esaurito la prima parte dell'accusa dello Sbaraglia:

"Molti sono in questo secolo che si mostrano bramosi di medicare, ma assai pochi che rettamente si dispongono a medicar bene",

avendo infatti quest'ultimo identificato il medicar bene con l'osservanza stretta della methodus medendi dell'empirica. A questo il Malpighi aveva ancora aggiunto:

Qui si deve avvertire che altro è che l'esperienza insegni una tal cosa essere medicamento ed entrare nella materia medica; altro è, in che quantità, qualità e qual modo e in qual occasione si debba operare. [In questo passo riecheggiano elementi caratteristici della retorica classica, in particolare le "circumstantiae" e cioè "ciò che sta intorno al soggetto", quello che i Gesuiti chiamavano "ricostruzione d'ambiente". In altre parole quando parlo (o indago) su di un certo soggetto debbo considerare il "quis, quid, ubi, quando, quantum, quomodo, quale"]. Il primo si può avere dall'esperienza ma non sempre, alla quale si richiede anche una ricerca per sapere la natura del remedio trovato. Il secondo poi, ha bisogno delle indicazioni che si prendono a-priori dalle notizie fisiologiche e patologiche.

Al contrario, lo Sbaraglia, aveva scagliato i suoi fulmini contro i medici di questo secolo che si applicano esclusivamente a

" ...tre cose: cioè la notomia delle parti minime, quella delle piante e la comparata

tanto che se io evidenzierò che

" ... questa triplice notomia a poco o niente serva alla più soda medicina pratica, allora sarà dimostrato che una cosa è l'appressarsi a medicar bene con l'aiuto del metodo razionale e l'altro è riuscirvi ".

In primo luogo, il Malpighi risponde che i medici moderni non si sono limitati allo studio di queste tre anatomie, ma hanno di tanto allargato i loro interessi

"... che non v'è parte della medicina che non sia, non dirò maneggiata, ma illustrata e arricchita dai medici di questo secolo".

Egli infatti elenca una lunga serie di discipline medico-biologiche che non rappresentano soltanto un indice completo dello stato raggiunto nel XVII secolo dal progresso delle scienze del vivente, ma anche una sintesi della sua stessa opera.

"... li medici di questo secolo - egli infatti scrive - non solo privatamente studiano e pubblicamente professano, ma con le stampe ancora comunicando li loro inventi, arricchiscono la chimica applicandola alle operazioni che succedono nel nostro corpo e de' viventi, e all'invenzion de' rimedi, altri attendono alla meccanica, spiegando con li princìpi di essa il moto de' fluidi nel corpo, l'operazion de' muscoli, le cozioni, filtrazioni e somiglianti operazioni fatte nelle viscere degli animali, molti vanno investigando la generazione degli animali esplorando le mutazioni che succedono nella loro formazione, non pochi sono solleciti intorno alla sede de' mali, con l'osservare nell'infirmità li sintomi e successivamente ne' cadaveri li prodotti di polipi, di fissazioni, d'erosioni di colliquazioni, d'escrescenze e di rotture di parti solide, moltissimi espongono alla notizia pubblica le materie fisiologiche e patologiche con il fondamento dell'anatomia, meccanica e chimica, altri raccolgono centurie mediche d'istorie rare, o per li sintomi o per la novità della complicazione de' mali, o per l'invenzione di qualche remedio appropriato, e molti danno alla luce pratiche mediche, antidotari e farmacopee, alcuni illustrano la parte chirurgica con la cognizione meccanica e la chimica introducendo un metodo più facile per medicare le ferite, fermare le emorragie ecc. molti studiano e travagliano intorno alla botanica: e non contentandosi della figura esterna delle piante, ma distillandole e preparandole cavano li sali componenti o spiriti, per indagare la loro composizione e per arricchire la materia medica".

Fatta quindi giustizia di un'accusa che non avrebbe avuto ragion d'essere se l'avversario avesse compulsato le pubblicazioni mediche contenute nelle Philosophical Transactions, i saggi raccolti nella Biblioteca anatomica ed, in definitiva, le opere dei maggiori cultori della disciplina, il Malpighi passa alla difesa dall'accusa di inutilità dell'anatomia.

Molte ed ampiamente articolate sono le sue ragioni, che egli appoggia non solo sui risultati storicamente concretatisi parallelamente allo sviluppo delle conoscenze anatomiche, sia in fisiologia che in clinica, ma anche sull'analisi dei metodi di ricerca, delle tecniche interpretative dei risultati e degli schemi di intelligibilità del mondo vivente. Troppo lungo sarebbe (ed invero anche tedioso) seguire l'intero sviluppo di tale difesa, la quale inoltre non disdegna, nell'assenso ad una stilistica barocca, d'arricchire di molte ed inutili orpelli il discorso. Le citazioni dell'autorità degli antichi, gli attacchi ad personam, le pompose difese dei moderni, pur non intaccando lo spirito del discorso, appesantiscono la lettura.

Preferiamo, pertanto, limitarci a presentare i punti più rilevanti di questa difesa. In particolare ciò riguarderà lo sviluppo delle discipline anatomo-fisiologiche per quella parte che è stata sviluppata dallo stesso Malpighi. Egli, in fondo, avrebbe potuto benissimo rimandare alla sua Opera Omnia per difendersi dalle accuse dello Sbaraglia: le sue grandissime scoperte anatomiche, infatti, sia nel campo dell'anatomia microscopica che in quello dell'anatomopatologia vegetale e dell'anatomia comparata, hanno portato enormi vantaggi "alla più soda medicina pratica". Quando lo abbiamo sentito affermare: "io so che li moderni hanno riformata e mutata in parte la pratica" mediante lo studio dell'ordine dell'economia naturale ed in particolare con la scoperta del ciclo vitale di trasformazione del cibo in chilo e del chilo in sangue, attraverso la macchina cuore-polmoni-viscere, egli ha la precisa coscienza del fatto che è a lui medesimo che si deve il completamento della scoperta harveyana.

La macchina alveolo-polmonare (che il Malpighi aveva iniziato a teorizzare fin dal 1661 nel De pulmonibus, opera che giustamente L. Belloni, definisce il Sidereus Nuncius dell'anatomia microscopica) avente la duplice funzione miscelatoria (in cui si compie l'ematosi) e fermentativa (con cui si compie la termogenesi e la fluidificazione sanguigna) ha difatti nella storia della medicina un'importanza notevolissima. In primo luogo, essa completa il modello idrodinamico harveyano mediante una genialissima sintesi fra iatrochimica e iatromeccanica. In quest'opera, chimica e meccanica vengono assunte come due aspetti complementari della macchina organismica, composta appunto da innumerevoli minute macchine: alcune ad azione chimica (fermentativa), altre ad azione meccanica (idropneumatica e miscelatoria) ed altre ancora ad azione mista: le macchine ghiandolari della secrezione con funzione di crivello e di ghiandole secernenti.

In secondo luogo, la modellistica del De pulmonibus passata attraverso il De polypo cordis (tipica opera anatomo-patologica in cui sottoposto il sange ad anatomia sottile e scoperta la struttura chimica del coagulo, si ipotizza l'insorgenza dei polipi come di pendenti da coagulazione intravitale) gli permette di mettere in pratica il metodo anatomo-clinico dei razionali: confrontare lo stato della macchina in cui le parti sono sconcertate o guaste con quello della macchina idealmente perfetta. La necessità quindi di riparare la macchina guasta gli impone di elaborare il modello di confronto: la macchina strutturalmente e funzionalmente perfetta.

Nel caso particolare in questione, la macchina allo stato di sanità è quella che assicura l'azione concorde nel processo fermentativo di termogenesi ed ematosi e permette quindi la trasformazione del chilo in sangue e la miscelazione delle parti rosse e bianche in un prodotto fluido esente da coagulazione intravitale. A questo processo (il processo vegetativo per eccellenza in quanto è quello per cui si compie il ciclo vitale della trasformazione del cibo nel fluido basilare della vita) concorrono le macchine cuore-polmoniviscere, che il Malpighi compagina per la prima volta in un unico sistema organico. Il cuore assicura con il moto locale del sangue oltre che la distribuzione del medesimo a tutte le parti del corpo, la fluidità per turbolenza miscelatoria dei suoi componenti, globuli rossi e fibrina, i quali sono per altro agitati, mescolati e fluidificati in una prima istanza fermentativa ed ematosica al livello di alveolo polmonare.

Fisiologia ed anatomo-patologia concorrono quindi alla istituzione della "soda medicina pratica" e cioè:

"... dalla cognizione delle cause con che opera la natura quando non è impedita (cioè dalla sanità) e quando è turbata (che è lo stesso che dire nei mali) avanzandosi con la cognizione della natura dei medicamenti acquistata con l'esperimento e le meccaniche, istituire la cura" .

In terzo luogo, dato che la natura (già abbiamo sentito più volte ricordare) compone il corpo vivente con un intreccio di minutissime macchine, il medico che le deve riparare quando si guastano deve di necessità conoscere la loro struttura, uso, funzione e composizione e per ottenere questo non può che ricorrere all'anatomia sottile. A ciò infatti egli si applica con particolare fervore proprio perché è consapevole che solo per questa strada si possono ottenere i frutti di "più soda medicina pratica" del "secondar la natura con l'arte".

Considerato già dai contemporanei "alter microcosmi Columbus", il Malpighi aggiungerà alla macchina alveolo polmonare un certo numero di altri meccanismi ricavati dall'indagine microscopica che gli aveva fatto scoprire "innumeros novos orbes in sola viscerum structura", i modelli meccanochimici del sistema recettore, i meccanorecettori del gusto e del tatto, i modelli idrostatici della conduzione nervosa, i modelli meccanochimici del sistema circolatorio, le macchine della secrezione, digestione e diuresi, furono le maggiori scoperte dell'applicazione malpighiana della anatomia microscopica.

Le stesse tecniche di anatomia microscopica che gli abbiamo già visto utilizzare in campo anatomo-patologico per costruire l'ematologia e la conseguente ematopatologia (monumento vivente in difesa dell'accusa che l'anatomia sottile non porta giovamento alla medicina pratica), il Malpighi utilizzerà nello studio dell'anatomia degli insetti, dei vegetali e in micrografie dei minerali. Nell'Anatomes plantarum egli scrive:

"La natura delle cose si svela solo col metodo analogico. Di qui la necessità di percorrerla tutta intiera, in modo da poter scomporre le macchine più complicate attraverso la mediazione delle più semplici e più facilmente accessibili all'esperienza sensibile... Mi arrise quindi l'indagine degli insetti, ma anche questa comporta le sue difficoltà. Finii quindi per rivolgermi alI'indagine delle piante, in modo che la lunga esplorazione di questo mondo mi aprisse la strada per ritornare ai primi studi partendo dalla natura vegetante. Ma forse nemmeno questo basterà, dato che la precedenza spetta al mondo più semplice dei minerali e degli elementi ".

La sua analisi della struttura dei vegetali approda, come già era stato per la fisiologia umana e quella degli insetti (il De Bombyce), ad una morfogenetica meccanica, a partire dalla quale ipotizza analoghe funzioni fra le minute macchine (zoologiche e botaniche) aventi analoga struttura.

Proprio nel campo dell'anatomia comparata egli dimostrerà l'utilità di questi studi di indagine microscopica. La costante utilizzazione del metodo analogico-comparato lo porterà a confrontare le minute macchine scoperte nei tre regni naturali, ricavandone non solo analogie strutturali e funzionali, ma anche analogie fra le patologie vegetali e quelle animali. Nei suoi studi sulle ossa, denti e peli lo troviamo spesso occupato a descrivere le analogie fra cristallizzazione e ossificazione, fra le stratificazioni concentriche che compongono il corpo vegetale e quelle analoghe che compongono le ossa ed i peli.

Al livello patologico il Malpighi si dedica a rapportare "aberrazioni", quali il polipo del cuore, con alcuni tumori delle piante, ad analoga eziologia: la coagulazione intravitale del sangue con le alterazioni della fluidità della linfa vegetale, oppure i contagi provocati dall'insetto per ovoproduzione, inoculazione e ovoposizione sulla pelle dell'animale e sulla corteccia, foglia o stelo del vegetale, il confronto fra la scabbia e le galle delle piante lo porta a confrontare fra loro l'acaro della scabbia e la terebra delle galle, ipotizzandone un'analoga funzione patogenetica.

Con ciò egli da avvio ad una nuova disciplina: l'istopatologia vegetale e continua, sulle orme del Redi e del Bonomo, lo studio della teoria del contagio vivo. In ambedue i casi egli studia una terapeutica adatta e la conforma al modello che già aveva sperimentato più volte "per reparar le rote o la loro composizione guasta". L'idea cioè è sempre la solita: riportare i liquidi (linfa e sangue) al loro stato iniziale e tentare quindi di riparare i solidi.

Da ultimo vorremmo evidenziare la consapevolezza che il Malpighi ha del pericolo che la medicina, abbandonata anatomia, filosofia e meccanica, perda di vista il suo universo d'oggetti ed il suo compito originario. La strada battuta dai dogmatici nel far della medicina una branca dell'antropologia filosofica e quella degli empirici che, mancando di strumenti interpretativi di tipo scientifico, avrebbero corso il rischio di mescolare il fisico con lo psichico con la conseguenza di non saper più tener distinti il problema delle basi fisiche della mente dalla mente, sono dal Malpighi considerate ambedue pericolose, in quanto potrebbero far perdere di vista il fatto che la medicina si occupa soltanto del primo dei due problemi.

"So che è ineffabile - egli dice - il modo con che l'anima nostra si serve del corpo nell'operare; è però certo che nelle operazioni della vegetazione, del senso e del moto, I'anima è necessitata ad operare conforme la macchina alla quale è applicata, in quella guisa che un orologio o molino è egualmente mosso da un pendolo di piombo o sasso o da un bruto o da un uomo; anzi se un angelo lo movesse faria la stessa mozione con variazione di siti, come fanno li bruti ecc. Sicché non sapendo io il modo dell'operazione dell'angelo, ma la struttura esatta del molino intenderei detto moto e azione, e sconcertandosi il molino cercherei di reparar le rote e la loro composizione guasta, tralasciando l'indagare il modo dell'operar dell'angelo movente.

E, in analogia con questo esempio, il Malpighi conclude che il medico deve curare non le facoltà dell'anima operante, ma levare gli impedimenti e ciò che turba li movimenti della parte".