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Ragionamento causale
e ragionamento teleologico in medicina
La disputa fra medicina dogmatica, empirica e
razionale nel pensiero di M. Malpighi
Prof. Paolo Aldo Rossi
Storia del pensiero scientifico Università degli Studi
di Genova

Premessa
"L'osservare
non è mestiere cosi facile come altri pensa". [Marcello Malpighi]
Già fin
dai primi anni della seconda metà del XVII secolo, quando cioè la
medicina razionale (saldamente rifondata attraverso l'elaborazione
dell'immagine meccanicista del mondo vivente) stava celebrando il
momento del suo massimo splendore, un giovane medico inglese, John
Locke, impegnato al fianco di Thomas Sydenham nella prevenzione e cura
delle malattie infettive (in special modo le ricorrenti epidemie di
vaiolo) avvertiva:
E'
necessario scrivere la storia naturale di ciascuna malattia scartando
rigorosamente ogni ipotesi: essa [l'esperienza clinica] è l'unico
mezzo per scoprire le cause, se non le cause lontane e segrete
(speranza chimerica) almeno le cause immediate e prossime, che noi
possiamo rilevare e che ci indicano i rimedi
Per la
prima volta dalla nascita del meccanicismo biologico si assiste, con J.
Locke, all'esplicita messa in discussione della conseguente medicina
razionale, non sulle basi di obiezioni su particolari contenuti della
teoria (cosa già fatta peraltro da Sylvius, che aveva temperato la
iatromeccanica imponendole il complemento iatrochimico o come di lì a
poco farà Ernst Sthal, che opporrà al meccanicismo il modello
vitalistico), bensì sulle basi di una differente metodologia sia
clinica che teoretica.
In altri
termini non si persegue più l'indagine naturalistica (intesa alla
ricerca delle cause dell'evento morboso nello sconcerto delle strutture
fisico-chimiche della macchina organismica) ma si propone di
sostituirle l'indagine storico-fenomenologica intesa alla "spiegazione"
(nel senso di "dare ragioni" e non soltanto "cause") dell'intero
svolgersi 9della malattia.
Da appena
un ventennio Giovanni Alfonso Borelli aveva dato alle stampe (Cosenza
1649) quello che può essere assunto come il manifesto della
iatromeccanica e cioè il Delle cagioni delle febbri maligne della
Sicilia negli anni 1647 e 1648. In quest'opera, ad una fisiologia
costruita sul modello della meccanica corpuscolare (la teoria del moto
delle innumerabili partes quantae di cui è composto anche il
corpo del vivente), si conformava una patologia intesa come ricerca
delle alterazioni del moto delle particelle nelle strutture che
compongono la macchina organismica.
Nel 1670
uscirà, con la Prefazione di J. Locke, il Methodus curandi
febres di Thomas Sydenham, opera che già dal titolo allude a
profonde differenze rispetto al manifesto del Borelli e che
rappresenterà con le appena posteriori Observationes circa morborum
acutorum historiam et curationem (dedicata da Sydenham a Locke) il
manifesto della medicina empirica.
Da questo
momento avrà inizio, in età moderna, la polemica fra la medicina
empirica e la medicina razionale.
Thomas
Sydenham oppone infatti, sulla falsariga della classica polemica fra
empirici e razionali, all'a-priori dei razionali l'aforisma di Celso:
Ars medica tota in observationibus. Alla loro concezione della
malattia come "squilibrio funzionale" (scompensi meccanici e chimici,
alterazioni dei liquidi e lesioni dei solidi, sconcerto nella
composizione delle minute macchine, impedimenti ai moti interni delle
particelle ecc.) egli risponde con una nosologia in cui il morbo è
studiato nelle sue particolarità ed accidentalità. In altre parole:
alla terapeutica della medicina razionale derivata nel senso della
consequenzialità logica dalla teoria biologica (nel caso in questione,
dalla teoria meccanicistica del vivente) la medicina empirica oppone
una terapeutica basata su descrizioni precise (per catalogazione e
raggruppamento) dei sintomi, su puntuali cronache del decorso del
morbo, a seconda della somministrazione di rimedi specifici, sulla
costituzione di quadri clinici sempre meglio definiti.
All'esperimento
viene opposta la semplice esperienza, in quanto la natura va osservata
così come si presenta e non costretta entro gli angusti limiti della
sperimentazione. Alla concezione razionalistica della scienza, per cui
sapere significa "dedurre entro la teoria", si oppone un uso
restrittivamente pragmatico dell'induzione. Alla illusione di poter
pervenire, per via speculativa, alla conoscenza del vero modo d'operare
della natura si sostituisce la consapevolezza che l'umana conoscenza
deve accontentarsi di descrivere ciò che è stato raccolto
osservativamente.. "L'arte della medicina - dice appunto Sydenham - può
essere correttamente appresa solo dalla pratica e dall'esercizio".
Impostare,
però, secondo una dicotomizzazione tanto semplificativa i termini della
polemica fra medicina empirica e medicina razionale può essere utile,
al più, per fissare a grandi linee i confini teoretici della questione.
L'indulgere ulteriormente ad adusate immagini bipolari (quali le
contrapposizioni: induzione-deduzione, a-priori-a-posteriori,
osservazione-speculazione ecc.) servirebbe certo per dimensionare
storicamente le linee di sviluppo del pensiero medico biologico nel
XVII secolo.
Gli esiti
settecenteschi della lunga gestazione che le scienze del vivente ebbero
nel secolo precedente non lasciano certo intravedere vincitori e vinti
o meglio, non rimandano ad una vittoria della scuola empirica di
Sydenham sulle scuole razionali, quanto piuttosto ad una rivalutazione
di quel senso dell'empiria che, pur così profondamente presente nella
scuola medica italiana di credo epistemologico galileano, era stato
offuscato dalla presenza di rimandi interpretativi di tipo metafisico.
Le due
maggiori scuole mediche degli inizi del XVIII secolo: la scuola
solidistica di H. Boerhaave e quella anatomo-clinica di G. B. Morgagni
non si riconoscono, infatti, nell'empirismo di Sydenham quanto
piuttosto nella tradizione metodologica razionalistica che, nata con
Vesalio, Fabrici, Colombo e rinsaldata da Santorio, Galileo e Harvey
nell'ateneo padovano, aveva prodotto la scuola pisana del Borelli e
quella felsinea del Malpighi.
Considerare
quindi la medicina settecentesca come l'esito in senso empiristico
della polemica fra Sydenham e la medicina razionale equivale, a nostro
avviso, al riconoscere a tale polemica un rilievo storico ch'essa in
realtà non ha avuto.
Sono
d'altronde convinto che la polemica fra gli empirici ed i razionali non
ha rappresentato il momento della rottura teoretica con il passato, e
di conseguenza l'atto costitutivo di una nuova mentalità clinica e
biologica. Tant'è vero che G. B. Morgagni alla morte del Malpighi
prenderà la penna in difesa del Maestro proprio contro i partigiani
della setta empirica e H. Boerhaave, pur non entrando direttamente nel
merito della polemica, quando presenta il solidismo, tematica portante
della sua scuola, si rifà palesemente alla lettura metodologica
malpighiana della iatromeccanica.
Laddove
poi la medicina del XVIII secolo assentirà ad escludere dall'ambito
delle discipline biologiche i "presupposti metafisici" (o nella
terminologia degli empirici "le ipotesi") allora essa perseguirà
l'altra strada che Sydenham reputava vietata: quella
dell'anatomo-clinica. G. B. Morgagni porterà infatti a compimento la
lezione clinica malpighiana sull'uso sistematico dell'autopsia per
confrontare lo Stato di sanità con quello morboso: metodo questo che
tanto il Locke quanto il Sydenham reputavano inutile ai fini sia dell'ars
medendi sia - cosa questa di più difficile comprensione - della
descrizione dell'evoluzione della malattia .
La scuola
di Leida, poi, terrà ancora in minor conto la denuncia degli empirici
contro la pretesa dei razionali di "scoprire le cause lontane e
segrete" dell'evento morboso. Costante preoccupazione della scuola
solidistica sarà infatti quella di costruire una fisica del vivente in
grado di dare ragione di ogni evento o attività biologica, ricorrendo
soltanto ai princìpi della chimica e della fisica. I due più famosi
allievi di H. Boerhaave: J. O. de Lamettrie e A. von Haller, pur
essendo fra loro in profondo disaccordo sui princìpi della fisiologia,
reputavano che solo dopo aver fissato tali princìpi è possibile fondare
una scienza del vivente e di conseguenza istituire l'ars medendi.
Si
potrebbe comunque obiettare che le accuse degli empirici contro i
razionali centrano perfettamente il bersaglio, nonostante il fatto che,
almeno da principio, questi ultimi abbiano dato l'impressione di non
tenerne conto. Tant'è vero che proprio nella scuola di Leida, accanto
alle controversie accademiche fra i teorici, fiorì un'attività
terapeutica di tipo empirico, più legata all'opera dei farmacisti
dell'orto botanico, degli analisti di laboratorio e dei clinici di
corsia, che non a quella dei teorici del teatro anatomico che
predicavano il verbo ufficiale della scuola.
Analogo
discorso si potrebbe fare anche per la scuola anatomo-clinica padovana
del Morgagni, aggiungendovi per di più che verso la fine del secolo
medici come Bordeu e Cabanis (legati a quella scuola di Montpellier
dalla quale proveniva lo stesso Locke) valuteranno l'opera del grande
clinico padovano proprio in contrapposizione a quella dei "dogmatici
medici meccanici".
Aggiungeremo,
infine, che proprio von Haller (che fu il massimo continuatore della
fisiologia del Boerhaave) opererà una tal conversione all'empirismo da
dichiarare la propria opera fisiologica un compendio in cui sono
ordinati null'altro che dati osservativi. Egli infatti, nella
convinzione di poter essere per la medicina quel che Newton era per la
fisica, dichiara che nella sua fisiologia, rigorosamente sperimentale,
non trovano posto le ipotesi. Nell'elaborare la teoria
dell'irritabilità, difatti, afferma:
... mi
sono contentato di qualificare come sensibili e motrici le parti del
corpo che vedevo sentire e muoversi
Prima però
di prendere in considerazione le precedenti obiezioni vale la pena di
rimetter ordine nelle idee e riconsiderare nei dettagli le proposte
metodologiche della medicina empirica.
Nel far
ciò, cercheremo di tener distinto il pensiero di Locke dalla sua
trasformazione in prescrizioni operative da parte di Sydenham. "È
necessario scrivere - già abbiamo sentito dire dal Locke - la storia
naturale di ciascuna malattia scartando rigorosamente ogni ipotesi".
Ammaestrato
infatti dalla sterile polemica fra Harvey e Cartesio, se fosse il
sangue oppure il cuore il principio e la causa della vita, e certamente
consapevole del fatto che la biologia cartesiana (che già iniziava ad
esser mitizzata come il verbo medico) era intessuta di molte ipotesi
metafisiche più dannose che inutili per il clinico (Stenone e
Swammerdam avevano infatti da poco dimostrato il primo la fantasiosità
della ghiandola pineale ed il secondo l'improponibilità dello schema
idrostatico nella conduzione nervosa), J. Locke dichiara, un decennio
prima di Newton, il suo "Hypoteses non fingo". Il suo rigoroso
rifiuto di ogni ipotesi è però (come sarà anche per Newton) non certo
imputabile ad una immatura metodologia empiristica, bensì il frutto
della consapevolezza che il contrabbando di "presupposti metafisici"
nella scienza farebbe regredire questa al livello prebaconiano e
pregalileiano.
In verità
la denuncia di Locke, e conversamente quella di Newton, contro l'uso
delle "ipotesi" (il termine, val la pena di ripeterlo, è usato nel
senso del classico semantema greco, che oggi traduciamo con "postulato"
o "presupposto") non è gratuita. Il principale bersaglio polemico è
evidentemente la teoria cartesiana del mondo vivente, alla quale
proprio in quegli stessi anni era stata data ampia pubblicità (il De
homine viene pubblicato infatti nel 1662 e la sua versione francese
nel 1664; inoltre ci pare improbabile che proprio negli anni in cui
Locke fu a Montpellier non avesse avuto modo di discutere con Barbeyrac
la concezione cartesiana dell'uomo).
La
presenza nella biologia cartesiana di molte ipotesi ad hoc, inventate
proprio per far quadrare i conti dell'osservabile con il
sistematizzato, ma (nella terminologia logica newtoniana) "non
deducibili dai fenomeni", giustifica ampiamente la critica lockiana ad
una dottrina del vivente che pretenda di fondarsi come scienza
ricorrendo ai princìpi della metafisica. Che invece Locke non avesse
nulla a che ridire sull'uso di autentiche ipotesi scientifiche (nel
senso che oggi diamo a tale termine) può essere facilmente verificato
dal fatto che, ad esempio, nell'VIII capitolo del II Libro del Saggio
sull'intelletto umano egli, per impostare la fisica delle qualità
secondarie, ricorre proprio a quella ipotesi corpuscolare sulla quale,
da Galileo in poi, la scuola medica italiana aveva costruito l'intera
teoria biologica e non soltanto l'estesiologia.
Ciò
spiega, secondo noi, anche perché il massimo teorico dell'empirismo
medico non abbia avvertito il bisogno di criticare le teorie del più
fecondo dei medici razionali della sua epoca, Marcello Malpighi, le
opere del quale non potevano, peraltro, essergli ignote, in quanto
l'editore del grande anatomista bolognese era proprio quella Royal
Society della quale J. Locke fa parte dal 1668 (lo stesso anno in cui
il Malpighi vi verrà cooptato come membro corrispondente) ed alla quale
riconosce il merito d'esser depositaria della tradizione empiristica
inaugurata in Inghilterra da Lord Verulamio. Proprio a questo riguardo
non ci par inutile ricordare che G. Mosca, il primo biografo del
Morgagni, nel tracciare la linea didattica maestro-allievo, scrive del
grande clinico padovano:
"...
seguitando questo valent'uomo a camminar sulle vestigia del Malpighi...
tutto ciò volle fare non per lo mezzo delle ipotesi, ma per quello del
senso, dell'esperienza e dell'induzione, tenuto per verissimo e sicuro
dal gran Bacone da Verulamio" .
Vedremo
infatti, in seguito, con quanta cura il Malpighi rifugge
dall'utilizzazione di presupposti metafisici (le cosiddette ipotesi)
nella sua teoresi medico-biologica tanto che, ad esempio, egli è il
primo a voler tenere distinte le basi fisiche della mente dalla mente,
avvertendo che solo il primo aspetto della questione trova posto
nell'ambito delle discipline medico-biologiche.
Chiarito,
quindi, il senso del rifiuto lockiano delle ipotesi o, in altre parole,
la pars destruens implicita nella sua proposta, ci resta da
prendere in esame la pars costruens, ossia l'utilizzazione dell'historical
plain method per scrivere la storia naturale di ciascuna malattia.
A tal fine non possiamo che rimandare, in ultima istanza, allo sviluppo
rigoroso del metodo quale è esposto nel Saggio sulI'intelletto umano,
in cui (pur spostato il campo d'interesse alla teoria della conoscenza)
Locke, a detta dello storico e clinico Bordeu:
"
...ragiona come un medico: ovunque segue il cammino e lo sviluppo degli
effetti prodotti dagli oggetti delle sensazioni all'interno degli
organi " .
Per
comprendere appieno il senso del mutamento metodologico operato dal
Locke nel pensiero del XVII secolo bisogna infatti evidenziare il fatto
che:
"...
anziché far perno - sintetizza G. Bontadini - come Hobbes sulla
concezione meccanicistica della natura che sta alla base di questo modo
d'intendere la sensazione [la fisica della mente], si porta la
considerazione sui contenuti stessi della coscienza in generale, sulle
idee, nell'intento di darne una teoria esauriente" .
"Non mi
attarderò a studiare la mente - scrive infatti J. Locke nella Prefazione
del Saggio - da un punto di vista fisico naturalistico, né
m'affannerò a definire in che consiste la sua essenza o quali movimenti
dei nostri cosiddetti spiriti vitali o quali alterazioni corporee
debbano avvenire affinché i nostri organi producano delle idee mentali
o delle sensazioni e se alcune di queste idee, o anche tutte,
dipendono, o no, dalla materia per quel che concerne la loro
formazione" .
Egli
infatti oppone a tali impostazioni il suo historical plait Metkod,
col quale si propone di:
"...
render conto dei modi con cui il nostro intelletto giunge ad avere le
nozioni delle cose che possediamo" .
A
differenza di Hobbes e di Galileo, egli non studia la mente (che per
lui è "capacità di pensare") da un punto di vista fisiconaturalistico;
a differenza di Cartesio, non sostanzializza il pensiero; a differenza
della fisiologia vitalista, egli si disinteressa degli spiriti vitali
ed infine, a differenza dei fisiologi materialisti, non considera il
rapporto fra le alterazioni corporee, sensazioni e pensieri.
Suo scopo
è quello di indagare la possibilità ed i limiti della conoscenza
("seguire i limiti della certezza della nostra conoscenza , i
fondamenti delle opinioni... scoprire le proprietà dell'intelletto, la
sua estensione, ciò che è di sua competenza e fin dove può aiutarci a
trovare la verità" ) al fine di determinare le leggi dell'agire e le
regole della umana condotta. L'uomo quindi deve conoscere se stesso e
non le cose naturali, perché il suo scopo è quello di condursi nella
vita. Se, quindi, la gnoseologia di Locke, è storia naturale dello
spirito umano, fenomenologia degli eventi mentali, la sua medicina non
potrà che essere la storia naturale degli eventi biologici che segnano
la storia del corpo umano, la fenomenologia degli eventi morbosi e la
loro risoluzione.
Disancora,
quindi, il Locke la teoria della conoscenza dalle teorie
psico-fisiologiche e la medicina da quelle fisiche e tenta la strada
della fondazione dell'antropologia (e quindi delle scienze dell'uomo)
mediante il connubio fra storia naturale della mente e storia naturale
dell'umano organismo vivente. Nasce quindi, incubata in questa
impostazione, la distinzione (che tanta fortuna avrà nell'ambito delle
teorie che assumono l'uomo come loro oggetto) fra le scienze che
affondano le loro radici teoretiche entro l'universo concettuale della
fisica o, alternativamente, entro quello dell'antropologia filosofica.
Le scienze medico-biologiche, in questa prospettiva, godranno spesso il
ruolo di discipline di frontiera fra le tematiche psicologiche e quelle
fisiologiche.
Con ciò,
quel che Locke afferma essere il ruolo dell'antropologia medica nella
scienza dell'uomo non può che esser condiviso; al contrario, quel che
egli nega alle discipline del vivente, e cioè la legittimità di una
utilizzazione dell'indagine fisico naturalistica, è una limitazione
accettabile soltanto al prezzo di una biologia esclusivamente
descrizionista e di una clinica strettamente empirica. In realtà, Locke
non s'occuperà mai di queste implicanze, dato che abbandonerà ben
presto la pratica medica (alla teoresi medica non s'era mai dedicato
appieno) in funzione delle discipline socio-politiche, alle quali il
suo discorso non poteva che attagliarsi perfettamente.
Al
contrario, Sydenham prima e la scuola empirica poi avevano estremizzato
tale discorso metodologico, trasformandolo in una serie di prescrizioni
operative che reggevano l'ars medendi della medicina empirica.
In primo luogo viene, fra queste, il rifiuto del procedimento
ipotetico-deduttivo e la dichiarazione di inutilità
dell'anatomo-fisiologia e dell'anatomo-clinica, con il risultato di
trascurare le grandi scoperte del XVII secolo quali l'anatomia
microscopica, l'anatomo-fisiologia dei vegetali e degli insetti,
l'anatomia comparata, la micrografia, le utilizzazioni cliniche
dell'anatomo-patologia, l'ematologia ecc.
Ne viene
poi l'abbandono della modellistica chimico-meccanica nella costruzione
dei sistemi biologici, e ciò sulle basi del presupposto scetico
dell'inconoscibilità del mondo naturale e del "veto", tipico nella
medicina empirica, ad utilizzare l'esperimento a complemento dell'
esperienza . Questo per quel che concerne il vietato; per ciò che
riguarda il prescritto, il medico empirico propugnava la libera
osservazione della natura, che andava tradotta in una serie di
descrizioni di fatti fra loro collegati nel senso della serie continua
di eventi e non entro un modello di tipo causale; in altre parole, una
storiografia dell'evento morboso di tipo strettamente descrizionista. A
questa si doveva conformare una methodus medendi costruita
sull'esperienza della riuscita o meno delle prescrizioni farmacologiche
specifiche, ossia adatte a particolari quadri clinici sempre meglio
precisati.
A ciò la
medicina razionale non poteva che rispondere che, per quanto riguardava
l'ars medendi, nulla vietava che si potesse
pervenire agli stessi risultati pratici anche all'interno del metodo
razionale e, difatti, l'attività clinico-terapeutica del Malpighi è
giusto condotta annotando le storie medico-anatomiche, l'insorgere ed
il decorrere del morbo, l'esperienza terapeutica, le guarigioni e nel
caso di morte, la descrizione mediante l'autopsia, dell'esito finale
della malattia. Ma, a giustificazione e al fianco di questa attività
clinica, il medico razionale istituisce la ricerca sul modo d'operare
dell'organismo vivente, confronta lo stato di salute con quello
morboso, cercando le cause dei mali ed infine opera di conseguenza con
una terapeutica adatta.
Con questo
tipo di lavoro, il medico razionale si propone di ricavare l'ars
medendi dalla scienza medica, in quanto non s'accontenta di una
medicina che sia solo "arte" pretendendo appunto ch'essa sia anche e
principalmente una "scienza".
Con ciò
possiamo rispondere all'obiezione che sia nella scuola di Leida che in
quella di Padova i progressi più notevoli furono fatti nell'ambito di
discipline mediche condotte con una metodologia consimile a quella
proposta dagli empirici e cioè la farmaceutica, la dietetica, la
clinica medica, e l'anatomo-clinica. In realtà, tali discipline
facevano già parte del bagaglio operativo delle due scuole razionali e
da queste erano già state coltivate come aspetto pragmatico della
teoresi che le alimentava, o in altre parole, già componevano il quadro
dell'arte e non della scienza medica. Il loro notevole sviluppo nel
XVII secolo è evidentemente il frutto di una sempre maggior conoscenza
delle attività biologiche e solo in casi eccezionali (di solito se ne
sa citare uno solo, e cioè la scoperta della china-china) il frutto di
tentativi empirici.
La
controversia fra Marcello Malpighi e Gian Girolamo Sbaraglia
"...
Subito fatto medico, cominciai a vedere scritture pungenti contro la
dottrina che privatamente e con ossequioso rispetto verso tutti
professavo. Ho poi letto, nel progresso del tempo, libri stampati
contro di me con titoli ignominiosi e ripieni di scherzi. Ho udito
pubbliche lezioni, particolarmente anatomiche, pungenti. Nelle
accademie si son fatti discorsi contro le mie cose che erano pure
satire. Si son veduti lunari ed alrnanacchi ignominiosi, conclusioni
sostenute pubblicamente che erano puri libelli ed ultimamente una
lettera circolare contro li miei studi intitolata De recentiorum
medzcorum studio dissertatio epistolaris ad amicum, nella quale
l'autore detesta ed impugna la medicina razionale e si sforza di
provare l'inutilità dell'anatomia, abbracciando la medicina empirica".
Con queste
parole s'apre la Risposta del Dottor Marcello Malpighi
all'ultimo, e certamente anche il più sofferto, attacco polemico al suo
lavoro di medico e biologo. Tale lavoro, infatti, era ormai stato
definitivamente consacrato dalla pubblicazione, avvenuta nel biennio
1686-87 a cura della Royal Society, dell'Opera Omnia
malpighiana.
Già fin
dall'esergo, in cui si cita il noto detto ippocratico:"Ciascuno fra le
cose di cui difetta giudica superflue quelle che abbondano in un
altro", e, nelle pagine d'apertura, in cui attacca personalmente
(lasciandone chiaramente trasparire il nome) G. G. Sbaraglia, autore
anonimo del libello e suo collega all'Arciginnasio felsineo, il
Malpighi abbandona il suo consueto fair-play per scendere al livello
sarcastico della polemica personale.
Il mio
ignoto avversario, insinua infatti l'Autore, si presenta sotto le vesti
di un anonimo studioso di Gottinga solo perché, se si presentasse con
il suo vero nome, mostrerebbe appieno la sua malafede. Questi infatti
tiene a Bologna una delle cattedre anatomiche "professando con grosso
onorario la medicina razionale", procede sia come ricercatore che come
insegnante secondo i dettami di tale Scuola e "nella città, medica e
consulta con il metodo dei razionali".
Aggiungiamo
a questa apertura il fatto che tra il Malpighi e lo Sbaraglia esisteva
una lunga acredine, radicata in inimicizie non già soltanto (che
sarebbe bastante!) esercitate all'interno dell'Ateneo bolognese, ma
addirittura da lungo tempo sofferte fra le rispettive famiglie. Potremo
allora comprendere come tale polemica sia stata inquadrata dagli
storici come una di quelle beghe personali alle quali talvolta
s'abbassano anche i grandi. Il fatto, poi, che la polemica sia
continuata anche dopo la morte del Malpighi ad opera del più geniale
dei suoi allievi, G. B. Morgagni, viene a sua volta trascurato in
ragione della presumibile difesa che da un allievo è moralmente dovuta
alla memoria del Maestro. Da parte nostra siamo invece convinti che la Risposta
del Malpighi rivesta per la storia della medicina
un valore teoretico che va ben oltre l'invelenita polemica accademica.
Formalmente
lo Sbaraglia inizia il suo libello fingendo di polemizzare non con la
persona del Malpighi, ma con "li medici di questo secolo" i quali, a
suo dire, limitano la medicina allo studio della "notomia delle parti
minime, l'animale e la comparata", tanto che:
"Se io
mostrarò - egli dichiara - per questa triplice notomia o poco o niente
serva a11a più soda medicina pratica, incontinente apparirà ben chiaro
che molti sono accesi da! desiderio di medicare, ma che assai pochi a
ben medicare si indirizzano ".
Il
Malpighi ha ben capito d'esser lui il bersaglio polemico
dell'avversario ed infatti scrive che costui
"...
avendo in animo di levarmi il credito di medico pratico e d'avvilire li
miei studi, invece d'intitolare la lettera: De studio Marcelli
Malpighi ha colorato la sua buona volontà facendo universale il
titolo De recenhbrum medicorum studio."
Pur
tuttavia fa in modo che la risposta sia essa pure sotto la forma più
generale della difesa degli studi dei medici moderni, facendo però in
modo che, con ciò, fosse esplicitamente data un'appassionata difesa
della sua stessa opera. Ben presto quindi ci accorgiamo che la lettera
del Malpighi (che ha in realtà dimensioni di saggio) perde il corto
alito della polemica personale per acquistare, come è spesso nell'opera
dell'uomo di genio, l'ampio respiro di un saggio storico metodologico
sull'ancor giovane scienza medica del suo tempo. La Risposta
del Malpighi al De recentiorum medicorum studio non è infatti
soltanto una difesa personale dalle accuse della rinascente setta
empirica, ma rappresenta, oltre che il testamento scientifico del
grande anatomista, anche l'analisi teoreticamente e metodologicamente
più rigorosa che possediamo della medicina dell'epoca, nonché uno dei
documenti chiave per lo studio della storia della medicina del XVII
secolo.
Con questa
sua ultima opera, idealmente raccordabile con la giovanile Risposta
all'opposizioni registrate nel Trionfo dei Galenisti contro
"filosofi e medici che modernamente sono stati inventori nel corpo
umano d'alcune parti ed operazioni incognite agli antichi professori
della medicina" (redatta a Messina nel 1665), che era stata la sua
difesa del metodo dei razionali contro i dogmatici, il Malpighi si pone
nella storia della cultura occidentale come il primo storico della
medicina con coscienza autenticamente epistemologica. La polemica
contro i dogmatici prima e gli empirici in seguito è condotta infatti
con una sensibilità storiografica anomala per quei tempi: il suo fare
storia è finalizzato al suo fare scienza, ossia la sua ispezione dei
metodi e dei risultati delle scuole di medicina empirica, dogmatica e
razionale, dall'età classica all'epoca moderna, lo portano a capire
esattamente come e dove i dogmatici s'erano arenati e perché la
corrente empirica non avrebbe potuto che produrre teorie troppo povere
per reggere uno schema del vivente con intenti noetici ed una pratica
medica consapevole del suo operare terapeutico.
I1
lettore, poi, che non conoscesse i retroscena personali della polemica,
potrebbe addirittura ricavare dalla lettura del testamento scientifico
del Malpighi l'impressione che l'anonimo avversario sia quasi uno di
quei personaggi che la tradizione stilistica della letteratura
filosofica di tipo dialogico ha codificato da Platone in poi come
"spalla" del personaggio principale. Le accuse dello Sbaraglia sembrano
fatte apposta per dare al Malpighi l'occasione di presentare
compiutamente i vari aspetti della metodologia dei razionali, cosa che
nelle sue opere scientifiche, dedicate a temi particolarmente tecnici,
egli non aveva potuto fare che per brevi incisi. Se infatti il lettore,
invece di confrontare le due opere (quelle del Malpighi e quella dello
Sbaraglia) nella loro veste originale, utilizzasse l'intelligente
versione di L. Belloni in cui, intercalata al testo malpighiano ed in
corpo minore appare la traduzione italiana (di Stefano Danielli,
allievo dello Sbaraglia) del De recentiorum, allora ne avrebbe
rafforzata l'impressione che le ragioni dello Sbaraglia servano al
Malpighi come tesi opposte e, quindi, da rettificare o escludere con
una tecnica "dialogica" tipica della struttura argomentativa delle Summae
medievali: videtur quod non; sed contra; respondeo dicendum.
Con ciò,
il testamento scientifico del Malpighi si pone come un'opera che trova
la sua genesi in un atto polemico ed il suo valore nella trattazione
storico-metodologica della teoresi che ha alimentato la medicina
razionale. O, in definitiva, esso rappresenta una delle più chiare
analisi del sorgere della scienza medica nel XVII secolo e la difesa di
questa contro le istanze di coloro che ne volevano ottundere gli
intenti noetici.
Prima però
di passare alla presentazione di alcuni aspetti (ché un'analisi
completa meriterebbe un volume) del testo malpighiano, può valere la
pena di fissare i limiti cronologici della polemica.
Tra il
1670 ed il 1676 compaiono le due opere già ricordate di T. Sydenham (la
prima con Prefazione di J. Locke e la seconda a questi
dedicata), che rappresentano il manifesto della medicina empirica. Nel
1688 la Bibliothèque Universelle et Historique pubblica, a cura
di Le Clerc, un ampio riassunto del Saggio sull'intelletto umano
(edito in forma completa nel 1690) in cui è presentata la metodologia
empiristica ed in particolare l'historzcal plain method che già
l'Autore aveva avuto modo di raccomandare come metodo principe della
medicina empirica.
Nel 1689
(anche se l'Autore, presto sbugiardato dal Malpighi data: "Scribebam
raptim Gottingae idibus septembris 1687") esce a Bologna l'anonima
lettera De Recentiorum medicorum studio dissertatio epistolaris ad
amicum nella quale Giovanni Girolamo Sbaraglia, convertito alla
medicina empirica, "detesta ed impugna la medicina razionale e si
sforza di provare l'inutilità dell'anatomia abbracciando la medicina
empirica".
Immediatamente
giunge la Risposta del Malpighi (ripubblicata poi nella
Opera posthuma), in cui le ragioni dello Sbaraglia vengono passate
al vaglio di una discussione ampia ed articolata, dato che a differenza
dell'avversario (il quale aveva affermato: Scribebam raptim) il
grande anatomista bolognese avverte: "Materia così importante non si
doveva trattare con celerità e di passaggio" .
L'opera
malpighiana dovette sembrare all'avversario certamente molto ardua da
smontare, se la sua controrisposta non viene che dieci anni dopo la
morte del Malpighi. L'opera: Oculorum et mentis vlgillae ad
distinguendum studium anatomicum et ad praxin medtcam dirigendam,
in cui lo Sbaraglia ripropone in modo di certo più rigoroso la tematica
empiristica del 1689, sarà contrattaccata l'anno dopo da due brevi
lettere di G. B. Morgagni (celatosi sotto gli pseudonimi di Orazio de
Florianis e Luca Terranova) il quale, ben lungi dall'accettare, anche
solo in parte, l'istanza empiristica, inizierà proprio qui a ripensare
metodologicamente quell'eredità del razionalismo malpighiano a partire
dalla quale costruirà la grande scuola anatomo-clinica padovana.
Il
confronto fra il metodo razionale ed il metodo empirico nella Risposta
del Malpighi
"La
medicina ha avuto il suo nascimento dall'esperienza, ma con tale
rozzezza e oscurità, che vi è stato bisogno dell'arte che, trovando
altra strada, ha ridotto le cose osservate in metodo e regole con le
quali compone e divide la materia medica. Di questa si serve a suo
tempo e in casi determinati passando anche alla cura dei mali nuovi, e
alla complicazione di vari mali dei quali non si può avere
l'esperimento. Ma finalmente la medicina razionale contiene tutta
l'empirica e di vantaggio vi aggiunge la cognizione delle cause e il
progresso a-priori. Sicché l'impossessarsi di questa non è un
impoverire né ingannare la gioventù che studia ".
Brani di
questo tenore ricorrono più volte nella Risposta del Malpighi,
dando il segno della linea di difesa adottata: l'analisi
storico-strutturale del pensiero medico-biologico nel suo progresso
temporale, al fine di evidenziare come la medicina razionale
rappresenti il momento più rigoroso e comprensivo raggiunto dallo
sviluppo della disciplina, in quanto essa completa l'arte componendosi
con la scienza.
Lo schema
della difesa si sviluppa quindi in momenti sincronici, in cui si
discutono l'impianto metodologico e la struttura teoretica della
medicina razionale ed in momenti diacronici, in cui si analizza lo
sviluppo storico della medicina dal punto di vista della progressiva
costruzione della scienza del vivente a seconda dell'affinarsi, anche
in seguito a declini e cadute, della mentalità razionale.
"La
medicina - avverte quasi per inciso - ebbe la sua origine dai filosofi
li quali, osservando gli effetti e cercandone le cause, s'assicuravano
degli eventi e ne fecero a-priori un'arte che con il progresso s'è
andata aumentando e perfezionando. Onde, benché per l'avanti vi fossero
istorie mediche dei mali e dei remedii, fino a tanto che non furono
considerate dai filosofi ed indicate le cause delle malattie e la
natura dei medicamenti, fattone un metodo per servirsene, non ebbero
mai specie di medicina né d'arte ".
Con ciò il
Malpighi non intende certo prendere posizione a favore di coloro che
consideravano la medicina una sorta di disciplina filosofica, o meglio
una delle branche della classica filosofia della natura quale era stata
codificata, prima di Galileo, in termini aristotelici.
Egli è ben
consapevole della lunga battaglia combattuta contro i dogmatici dagli
anatomisti padovani dell'epoca del Vesalio, tanto che egli medesimo
nella sua polemica giovanile contro i Galenisti Messinesi aveva avuto
accenti simili a quelli della famosa Prefazione vesaliana al De
fabrica contro coloro che sulla natura "hanno speculato tutte le
passate migliaia d'anni" senza peraltro scoprire quanto è possibile in
questo secolo "con due guardate fatte con l'occhiale dell'immortal
Galileo" . Allo stesso modo in cui nella Risposta al Trionfo
dei Galenisti egli aveva attaccato coloro che tentavano
speculativamente l'essenza e volevano con ciò fare della medicina una
specie di antropologia filosofica, così nella Risposta al De
recentiorum egli attacca gli empirici i quali (prevede il Malpighi
dando segno di rara sensibilità storiografica) "in quella guisa appunto
che fecero gli Stoici li quali per farsi singolari, applicandosi alla
sola morale", finiranno essi pure col trascurare la medicina in favore
dell'etica (il che è appunto quel che in sostanza farà il Locke).
Filosofia,
per il Malpighi, è lo stesso che per Galileo: ossia quel che oggi
potremo approssimativamente tradurre con "conoscenza scientifica" che
con maggior precisione potremo rimandare ai risultati epistemologici
della "svolta galileana".
I due
elementi che compongono il procedimento scientifico galileano, sensata
esperienza e discorso, sono gli stessi che Marcello Malpighi propugna
come termini definitori del metodo razionale, sì che avendoli difesi
contro i dogmatici negli stessi termini del Saggiatore e, cioè
"non voler essere di quelli così sconoscenti ed ingrati verso la natura
e Dio che avendomi dato sensi e discorso io voglia pospor sì gran doni
alla fallacia di un uomo", egli, sempre seguendo i precetti
dell'epistemologia galileana, li difenderà, ad opposto titolo, anche
contro gli empirici.
L'esperienza
infatti, ripete più volte il Malpighi, se non è aiutata dal discorso
non serve a comprendere il modo d'operar della natura.
Ciò che ci
può far sperare di poter capire "alcune cose dei suoi segreti" non è la
semplice esperienza, ma l'esperimento, il quale senza il discorso non
può né essere istituito né in seguito venire generalizzato in legge.
"...
L'empirica - dice infatti l'autore - secondo i suoi settari è
un'esperienza repetita in diversi tempi e soggetti, fatta da sè per
intuitum di quelle cose che spesse volte sono succedute nella stessa
maniera, e però essendo questa una raccolta di storie individuali,
senza l'aiuto dell'intelletto non può formare concetti universali, ma
un semplice esercizio".
Inoltre,
nello spirito del galileano "l'intender la cagione onde ciò avvenga
supera d'infinito intervallo la semplice notizia auta dalle altrui
attestazioni ed anco da molte replicate esperienze", egli avverte gli
empirici che se si precludono la strada dell'intender cagione dei
fenomeni naturali, e quindi quella di "poterne render ragione
a-priori", essi non solo perseguono una insufficiente forma di
conoscenza, ma corrono il rischio del dogmatico mascherando, sotto il
ricorso all'indagine della natura scevra da costrizioni, il pericolo
del principio d'autorità.
"Essendo
impossibile, moralmente parlando, che un medico veda una lunga serie di
osservazioni in qualsiasi male, ne seguirà necessariamente ch'egli non
potrà, non dico perfezionare, ma costituire buona parte della medicina,
nella quale, se vorrà operare, bisognerà che si serva della fede e
credulità d'altrui; onde alcuni Empirici antichi furono sforzati
d'aggiungere alle esperienze proprie quelle degli antecessori e le
chiamarono memoria ".
Nel solco
quindi di quella grande tradizione razionale che dal Vesalio in poi
aveva iniziato ad applicare alla costruzione delle discipline mediche i
risultati della ricerca sulla scienza e sul metodo svoltasi dal XV al
XVII secolo nell'ateneo patavino, il Malpighi contrappone alla povertà
del metodo empirico la complessità noetica della teoresi razionale.
Completa
infatti il Malpighi un cammino iniziato dal Vesalio (moderno
riscopritore del connubio galenico fra la via experimenti e la via
rationis) il quale aveva avvertito che:
" ... i
dottori, se non vogliono accostarsi avventatamente all'arte loro né
prescrivere e applicare rimedi che affliggono il corpo, debbono
considerare quelle facoltà che ci governano, di quanti generi esse
siano e per quale caratteristica ciascuna d'esse è conosciuta e in
quale membro dell'animale ciascuna d'esse sia costituita e quale
medicamento esse ricevono" .
Alla
riscoperta vesaliana, quindi, dell'ipotesi galenica secondo cui l'uso
delle parti è il fine della loro struttura, il Malpighi, che già stava
fissando i termini del passaggio dell'ars dissetrix all'ars
dissutrix ponendosi il problema del piano di ricomposizione nei
termini:
"Nella
costruzione di macchine gli artigiani usano fabbricare preliminarmente
le singole parti in modo che prima si vedano separatamente i pezzi che
debbono poi venire fra loro compaginati" ,
ripropone
l'ipotesi galenica ponendola alla base di una fisiologia costituendosi
per successive ricomposizioni di quelle parti che con l'anatomia il
medico è riuscito a scomporre ed analizzare.
Quel che
il fisiologo deve fare quindi (in analogia con il lavoro
dell'artigiano) è scoprire il piano generale di costruzione della
macchina biologica, l'uso a cui essa è finalizzata e come le funzioni
delle diverse strutture che la compongono sono intenzionate a tale
fine. Diversamente, le varie parti descritte fuor dal contesto del
progetto della macchina e dell'intero sistema di meccanismi restano
fine a se stesse.
In questa
prospettiva, il tema dell'animale macchina, in ambito filosofico, passa
nel campo delle scienze del vivente in funzione di idea guida, schema
interpretativo dei risultati ottenuti mediante l'ars dissutrix. Ai dati
osservativi quindi (cioè agli inventi anatomici), il Malpighi aggiunge
a compimento dello schema, desunto dal galileano procedimento ex
suppositione, gli altri due elementi della transizione
dati-ipotesi-verifica, e cioè l'ipotesi dell'animale macchina e la sua
verifica sui successivi modelli meccanici (di complessità crescente a
seconda delle minute macchine implicate) delle varie parti che
compongono l'organismo.
"Nelle
cose adunque di natura - scrive il Nostro a sintesi della biologia
meccanicista - che opera per necessità sempre uniforme, la sagacità
dell'uomo non è di così poca attività che non possa arrivare a svelare
buona parte dei suoi artifici. Così vediamo con ammirazione gli
scoprimenti nell'astronomia, nelle meteore, delle quali l'ingegno umano
penetra le loro cause, ed inoltre si avanza formando iridi piogge,
ghiacci e i fulmini stessi, che purtroppo proviamo più crudeli di
quelli della natura.
Lo stesso
potiamo dire delle macchine del nostro corpo che sono la base della
medicina: atteso che queste sono composte di corde, di filamenti, di
travi, di tele, di leve, di fluidi scorrenti, di cisterne, di canali,
di feltri, di crivelli e di somiglianti macchine. L'uomo esaminando
queste parti con l'anatomia, con la filosofia e con la meccanica si è
impossessato della struttura e dell'uso di esse, e procedendo anche
a-priori è arrivato a formarne modelli con li quali pone sotto l'occhio
la causalità di quell'effetto e ne rende ragione a-priori, e con la
serie di queste aiutato dal discorso, intendendo il modo d'operar della
natura fonda la fisiologia e patologia e successivamente l'arte della
medicina " .
All'aforisma
del Proemium celsiano: "La natura è incomprensibile",
rinverdito dagli empirici sotto la forma che impenetrabile è il modo
d'operar della natura, per cui è d'uopo accontentarsi di descrivere
quanto i sensi ci pongono di fronte senza volerne tentar spiegazioni,
il Malpighi risponde affermando con rigore il suo metodo e la propria
concezione della natura. A tal riguardo, egli ancora insiste e
specifica:
"La natura
per esercitar le mirabili operazioni negli animali e nei vegetabili, si
è compiaciuta comporre il loro corpo organico con moltissime macchine,
le quali, per necessità sono fatte di parti minutissime, in tal maniera
configurate e situate, che formano un mirabile organo... Il metodo poi
della natura nel comporre tutte le cose che noi abbiamo sotto gli occhi
è di servirsi di parti picciole cioè di sali, di filamenti e
somiglianti: e con queste minime compone tutte le cose, tanto grandi di
mole, come le picciole. Nei viventi, poi, si serve dei fluidi - che
sono composti di picciolissimi corpi, ma vari - per il moto locale, per
le cozioni, per le fermentazioni, per le sensazioni e per l'altre
simili operazioni.
E perché
questi fluidi devono scorrere e trafilarsi per varie macchine, quindi è
che le organizzazioni delle parti saranno necessariamente minute. E
siccome la natura è degna di lode e non di biasimo, così il medico che
le osserva, per quanto può, è degno di lode e non di biasimo, dovendo
anche correggere e riparare per quanto è possibile le dette macchine
ogni volta che sono sconcertate ".
Da queste
premesse segue coerentemente come il medico debba procedere nella sua
pratica clinica: dal rilevamento fenomenologico dell'evento morboso e
dalla descrizione della sua storia si passa all'analisi dei processi
fisiologici interessati (alla ricerca cioè dell'alterazione dei fluidi
e dei guasti alle parti solide), si tende infine (ricorrendo alla sia
pur carente chemiatria e farmacopea delI'epoca) a ristabilire
l'equilibrio umorale e a rappezzare i danni subiti dai solidi.
Il lettore
che volesse verificare nelle opere dello stesso Autore l'applicazione
di tale metodo, non ha che da sfogliare a caso le pagine dei suoi Consulti
(contenenti le copie delle lettere di Consulto,
ch'egli conserva anche per fini didattici), dove si trovano
prescrizioni del tipo:
"...
l'arte deve procurar di rifare e ridurre la massa del sangue alla sua
prima natura di dolcezza e di mistura, acciocché successivamente le
parti solide non restino lacerate; e gli altri fluidi e fermenti
corrotti" ;
oppure:
"...
portar fuori per via d'orine i sieri stagnati, corroborare le viscere e
se si può promuovere le solite e necessarie escrezioni " ;
e ancora:
"...
ripurgare la massa del sangue dalle parti acide, render fluidi gli
umori, aprire le vie ed i vasi escretori.."
Nei Consulti,
infatti, egli applica rigorosamente all'ambito terapeutico il suo
"metodo razionale" e cioè dalla natura turbata, o se vogliamo dalla
fenomenologia clinica, egli cerca di pervenire al termine di confronto:
la costruzione della macchina organica idealmente perfetta.
Ricavate
da questo confronto le ragioni dello sconcerto delle minute macchine
(le lesioni dei solidi e le alterazioni chimiche dei fluidi), dà inizio
al lavoro terapeutico di " reparar le rote o la loro composizione
guasta" al fine di poter ricomporre almeno le alterazioni dei liquidi,
se non proprio le lesioni dei solidi. In uno dei Consulti si
legge infatti:
"Sicché le
indicazioni sono di levare le fissazioni e irritazioni, per quanto si
può, raddolcendo i fluidi e consolidar le parti solide lacerate o
troppo aperte, di rinutrire il corpo e corroborare i fermenti delle
viscere " .
A questo
riguardo egli propone un bagaglio chemioterapico e dietetico non certo
meno ricco di quello degli Empirici e di certo meno pericoloso
"Li rimedi
- egli annota - che vulgarmente vengono stimati invenzione del caso e
parti dell'Empirica, pure hanno necessità d'esser esaminati
dalI'ingegno e ridotti a natura sicura d'operare" .
Tale
farmacologia era stata costruita in modo rigorosamente sperimentale,
prima ancora che nell'esperienza clinica, nella sperimentazione di
laboratorio e in particolare durante le autopsie mediante reazioni
chimiche con i sieri, liquidi e tessuti organici implicati nel morbo in
questione. Essa inoltre teneva particolarmente conto della composizione
chimica e fisica dei fluidi e dei solidi allo stadio di sanità e di
malattia.
Troviamo
tra le sue prescrizioni di cure: olii lubrificanti, sali erosivi, sieri
e fermenti lattici, emollienti, astringenti, lassativi, edulcoranti,
acque minerali ecc. atti a controbilanciare gli scompensi meccanici
(quali le occlusioni, ostruzioni, irrigidimenti dei canali,
agglutinamenti e colliquazioni dei fluidi), oppure gli scompensi
chimici (quali le infiammazioni, coagulazioni, flussioni,
fermentazioni..) .
A sintesi
quindi dell'intero lavoro, a cui egli stesso diede contributi
sostanziali, svolto nell'ambito della medicina razionale, egli scrive:
"Io so che
li moderni hanno riformato e mutata in parte la pratica, atteso che
dopo gli inventi anatomici, hanno ordinato e disposto la serie dei
mali, la loro generazione e cura con l'ordine della economia animale,
seguitando il passaggio del cibo mutato in chilo, del chilo cangiato in
sangue, del sangue spurgato in varie viscere della bile e del sugo
nerveo e d'altri fluidi separati dal sangue, esponendo le varie
mutazioni morbose che succedono in questa economia, e da esse,
deducendo a priori le indicazioni nelle quali hanno procurato di
soddisfare proponendo rimedi noti a-priori et a-posteriori .
A
differenza di questi, invece, i rimedi proposti dagli Empirici e
ricavati dalla sola esperienza clinica (l'a-posteriori del Malpighi)
hanno dovuto esser passati al vaglio del metodo razionale per poter
venire usati efficacemente:
"Ciò
vediamo nell'uso della china-china, la quale usata senz'arte non solo
forma recidive, ma anche causa fissazioni e spesso malabito di corpo;
onde è stato necessario, per il sicuro suo uso, cavarne tinture, darla
a poco a poco e con cautele cavate a priori".
Il
medicamento, quindi, non può che essere ricavato per ricorso a sensate
esperienze coadiuvate dal discorso. La scoperta della cura più adatta
presuppone la scoperta del corretto funzionamento della macchina
organica e la conoscenza delle ragioni del suo attuale sconcerto ossia
delle cause della malattia:
"L'evidenza
di questo fatto è così nota a tutti che non v'è popolare che condanni
lo studio delle cause, né medico, benché inetto, che non procuri
d'indagare il modo dell'operar di natura, per poterlo secondare con
l'arte cercando tutte le possibili cognizioni, dolendosi solamente che
la natura le abbia nascoste e ricoperte col velo dell'ignoranza, onde,
per svelarle, vi sia necessaria una gran fatica e giudizio concesso a
pochi ".
In
definitiva alla pars costruens della medicina empirica (che
abbiamo già sintetizzato nei seguenti punti: stretta coincidenza della
medicina con l'osservazione e l'esperienza clinica; costruzione della
nosologia come storia naturale dell'entità morbosa attraverso la
precisazione dei quadri clinici nel modo più specifico possibile e cioè
per individuazione, catalogazione e raggruppamento dei sin tomi, per
puntuali cronache del decorso del morbo, per sperimentazione clinica
dei rimedi ed annotazione dei loro esiti terapeutici), il Malpighi non
può che rispondere che, a questo titolo, "la medicina razionale
contiene tutta l'empirica e vi aggiunge la cognizione delle cause ed il
progresso a-priori" senza le quali cose l'ars medendi sarebbe "semplice
esercizio", dato che verrebbe ripetuta indefinitamente quella cura che,
essendosi rivelata utile un certo numero di volte, è stata presupposta
utile in assoluto senza indagare le ragioni di tale efficacia.
Senza il
ricorso al procedimento scientifico quindi, ossia all'utilizzazione di
sensate esperienze e discorso, la medicina non può progredire. Tanto
più che il canone principe propugnato dagli empirici, l'osservazione,
qualora non fosse accompagnata dal metodo si rivelerebbe sterile:
"L'osservazione
- fa infatti notare il Malpighi forzando la roccaforte empirica - non è
mestiere così facile come altri pensa. Vi vogliono grandissime
cognizioni per dirigere il metodo, copiosissime serie d'osservazioni,
per vedere la catena e il filo che unisce il tutto, una mente
disappassionata con finezza di giudizio e però non è mestiere per
tutti".
La
difesa dell'anatomia dall'accusa di inutilità clinica
Risposto
quindi all'Empirica che il metodo da essa propugnato è troppo povero
per poter reggere non solo la costruzione della scienza, ma anche
dell'arte medica, il Malpighi si trova ad aver esaurito la prima parte
dell'accusa dello Sbaraglia:
"Molti
sono in questo secolo che si mostrano bramosi di medicare, ma assai
pochi che rettamente si dispongono a medicar bene",
avendo
infatti quest'ultimo identificato il medicar bene con l'osservanza
stretta della methodus medendi dell'empirica. A questo il
Malpighi aveva ancora aggiunto:
Qui si
deve avvertire che altro è che l'esperienza insegni una tal cosa essere
medicamento ed entrare nella materia medica; altro è, in che quantità,
qualità e qual modo e in qual occasione si debba operare. [In questo
passo riecheggiano elementi caratteristici della retorica classica, in
particolare le "circumstantiae" e cioè "ciò che sta intorno al
soggetto", quello che i Gesuiti chiamavano "ricostruzione d'ambiente".
In altre parole quando parlo (o indago) su di un certo soggetto debbo
considerare il "quis, quid, ubi, quando, quantum, quomodo, quale"]. Il
primo si può avere dall'esperienza ma non sempre, alla quale si
richiede anche una ricerca per sapere la natura del remedio trovato. Il
secondo poi, ha bisogno delle indicazioni che si prendono a-priori
dalle notizie fisiologiche e patologiche.
Al
contrario, lo Sbaraglia, aveva scagliato i suoi fulmini contro i medici
di questo secolo che si applicano esclusivamente a
" ...tre
cose: cioè la notomia delle parti minime, quella delle piante e la
comparata
tanto che
se io evidenzierò che
" ...
questa triplice notomia a poco o niente serva alla più soda medicina
pratica, allora sarà dimostrato che una cosa è l'appressarsi a medicar
bene con l'aiuto del metodo razionale e l'altro è riuscirvi ".
In primo
luogo, il Malpighi risponde che i medici moderni non si sono limitati
allo studio di queste tre anatomie, ma hanno di tanto allargato i loro
interessi
"... che
non v'è parte della medicina che non sia, non dirò maneggiata, ma
illustrata e arricchita dai medici di questo secolo".
Egli
infatti elenca una lunga serie di discipline medico-biologiche che non
rappresentano soltanto un indice completo dello stato raggiunto nel
XVII secolo dal progresso delle scienze del vivente, ma anche una
sintesi della sua stessa opera.
"... li
medici di questo secolo - egli infatti scrive - non solo privatamente
studiano e pubblicamente professano, ma con le stampe ancora
comunicando li loro inventi, arricchiscono la chimica applicandola alle
operazioni che succedono nel nostro corpo e de' viventi, e
all'invenzion de' rimedi, altri attendono alla meccanica, spiegando con
li princìpi di essa il moto de' fluidi nel corpo, l'operazion de'
muscoli, le cozioni, filtrazioni e somiglianti operazioni fatte nelle
viscere degli animali, molti vanno investigando la generazione degli
animali esplorando le mutazioni che succedono nella loro formazione,
non pochi sono solleciti intorno alla sede de' mali, con l'osservare
nell'infirmità li sintomi e successivamente ne' cadaveri li prodotti di
polipi, di fissazioni, d'erosioni di colliquazioni, d'escrescenze e di
rotture di parti solide, moltissimi espongono alla notizia pubblica le
materie fisiologiche e patologiche con il fondamento dell'anatomia,
meccanica e chimica, altri raccolgono centurie mediche d'istorie rare,
o per li sintomi o per la novità della complicazione de' mali, o per
l'invenzione di qualche remedio appropriato, e molti danno alla luce
pratiche mediche, antidotari e farmacopee, alcuni illustrano la parte
chirurgica con la cognizione meccanica e la chimica introducendo un
metodo più facile per medicare le ferite, fermare le emorragie ecc.
molti studiano e travagliano intorno alla botanica: e non contentandosi
della figura esterna delle piante, ma distillandole e preparandole
cavano li sali componenti o spiriti, per indagare la loro composizione
e per arricchire la materia medica".
Fatta
quindi giustizia di un'accusa che non avrebbe avuto ragion d'essere se
l'avversario avesse compulsato le pubblicazioni mediche contenute nelle
Philosophical Transactions, i saggi raccolti nella Biblioteca
anatomica ed, in definitiva, le opere dei maggiori cultori della
disciplina, il Malpighi passa alla difesa dall'accusa di inutilità
dell'anatomia.
Molte ed
ampiamente articolate sono le sue ragioni, che egli appoggia non solo
sui risultati storicamente concretatisi parallelamente allo sviluppo
delle conoscenze anatomiche, sia in fisiologia che in clinica, ma anche
sull'analisi dei metodi di ricerca, delle tecniche interpretative dei
risultati e degli schemi di intelligibilità del mondo vivente. Troppo
lungo sarebbe (ed invero anche tedioso) seguire l'intero sviluppo di
tale difesa, la quale inoltre non disdegna, nell'assenso ad una
stilistica barocca, d'arricchire di molte ed inutili orpelli il
discorso. Le citazioni dell'autorità degli antichi, gli attacchi ad
personam, le pompose difese dei moderni, pur non intaccando lo spirito
del discorso, appesantiscono la lettura.
Preferiamo,
pertanto, limitarci a presentare i punti più rilevanti di questa
difesa. In particolare ciò riguarderà lo sviluppo delle discipline
anatomo-fisiologiche per quella parte che è stata sviluppata dallo
stesso Malpighi. Egli, in fondo, avrebbe potuto benissimo rimandare
alla sua Opera Omnia per difendersi dalle accuse dello
Sbaraglia: le sue grandissime scoperte anatomiche, infatti, sia nel
campo dell'anatomia microscopica che in quello dell'anatomopatologia
vegetale e dell'anatomia comparata, hanno portato enormi vantaggi "alla
più soda medicina pratica". Quando lo abbiamo sentito affermare: "io so
che li moderni hanno riformata e mutata in parte la pratica" mediante
lo studio dell'ordine dell'economia naturale ed in particolare con la
scoperta del ciclo vitale di trasformazione del cibo in chilo e del
chilo in sangue, attraverso la macchina cuore-polmoni-viscere, egli ha
la precisa coscienza del fatto che è a lui medesimo che si deve il
completamento della scoperta harveyana.
La
macchina alveolo-polmonare (che il Malpighi aveva iniziato a teorizzare
fin dal 1661 nel De pulmonibus, opera che giustamente L.
Belloni, definisce il Sidereus Nuncius dell'anatomia
microscopica) avente la duplice funzione miscelatoria (in cui si compie
l'ematosi) e fermentativa (con cui si compie la termogenesi e la
fluidificazione sanguigna) ha difatti nella storia della medicina
un'importanza notevolissima. In primo luogo, essa completa il modello
idrodinamico harveyano mediante una genialissima sintesi fra
iatrochimica e iatromeccanica. In quest'opera, chimica e meccanica
vengono assunte come due aspetti complementari della macchina
organismica, composta appunto da innumerevoli minute macchine: alcune
ad azione chimica (fermentativa), altre ad azione meccanica
(idropneumatica e miscelatoria) ed altre ancora ad azione mista: le
macchine ghiandolari della secrezione con funzione di crivello e di
ghiandole secernenti.
In secondo
luogo, la modellistica del De pulmonibus passata attraverso il De
polypo cordis (tipica opera anatomo-patologica in cui sottoposto il
sange ad anatomia sottile e scoperta la struttura chimica del coagulo,
si ipotizza l'insorgenza dei polipi come di pendenti da coagulazione
intravitale) gli permette di mettere in pratica il metodo
anatomo-clinico dei razionali: confrontare lo stato della macchina in
cui le parti sono sconcertate o guaste con quello della macchina
idealmente perfetta. La necessità quindi di riparare la macchina guasta
gli impone di elaborare il modello di confronto: la macchina
strutturalmente e funzionalmente perfetta.
Nel caso
particolare in questione, la macchina allo stato di sanità è quella che
assicura l'azione concorde nel processo fermentativo di termogenesi ed
ematosi e permette quindi la trasformazione del chilo in sangue e la
miscelazione delle parti rosse e bianche in un prodotto fluido esente
da coagulazione intravitale. A questo processo (il processo vegetativo
per eccellenza in quanto è quello per cui si compie il ciclo vitale
della trasformazione del cibo nel fluido basilare della vita)
concorrono le macchine cuore-polmoniviscere, che il Malpighi compagina
per la prima volta in un unico sistema organico. Il cuore assicura con
il moto locale del sangue oltre che la distribuzione del medesimo a
tutte le parti del corpo, la fluidità per turbolenza miscelatoria dei
suoi componenti, globuli rossi e fibrina, i quali sono per altro
agitati, mescolati e fluidificati in una prima istanza fermentativa ed
ematosica al livello di alveolo polmonare.
Fisiologia
ed anatomo-patologia concorrono quindi alla istituzione della "soda
medicina pratica" e cioè:
"... dalla
cognizione delle cause con che opera la natura quando non è impedita
(cioè dalla sanità) e quando è turbata (che è lo stesso che dire nei
mali) avanzandosi con la cognizione della natura dei medicamenti
acquistata con l'esperimento e le meccaniche, istituire la cura" .
In terzo
luogo, dato che la natura (già abbiamo sentito più volte ricordare)
compone il corpo vivente con un intreccio di minutissime macchine, il
medico che le deve riparare quando si guastano deve di necessità
conoscere la loro struttura, uso, funzione e composizione e per
ottenere questo non può che ricorrere all'anatomia sottile. A ciò
infatti egli si applica con particolare fervore proprio perché è
consapevole che solo per questa strada si possono ottenere i frutti di
"più soda medicina pratica" del "secondar la natura con l'arte".
Considerato
già dai contemporanei "alter microcosmi Columbus", il Malpighi
aggiungerà alla macchina alveolo polmonare un certo numero di altri
meccanismi ricavati dall'indagine microscopica che gli aveva fatto
scoprire "innumeros novos orbes in sola viscerum structura", i modelli
meccanochimici del sistema recettore, i meccanorecettori del gusto e
del tatto, i modelli idrostatici della conduzione nervosa, i modelli
meccanochimici del sistema circolatorio, le macchine della secrezione,
digestione e diuresi, furono le maggiori scoperte dell'applicazione
malpighiana della anatomia microscopica.
Le stesse
tecniche di anatomia microscopica che gli abbiamo già visto utilizzare
in campo anatomo-patologico per costruire l'ematologia e la conseguente
ematopatologia (monumento vivente in difesa dell'accusa che l'anatomia
sottile non porta giovamento alla medicina pratica), il Malpighi
utilizzerà nello studio dell'anatomia degli insetti, dei vegetali e in
micrografie dei minerali. Nell'Anatomes plantarum egli scrive:
"La natura
delle cose si svela solo col metodo analogico. Di qui la necessità di
percorrerla tutta intiera, in modo da poter scomporre le macchine più
complicate attraverso la mediazione delle più semplici e più facilmente
accessibili all'esperienza sensibile... Mi arrise quindi l'indagine
degli insetti, ma anche questa comporta le sue difficoltà. Finii quindi
per rivolgermi alI'indagine delle piante, in modo che la lunga
esplorazione di questo mondo mi aprisse la strada per ritornare ai
primi studi partendo dalla natura vegetante. Ma forse nemmeno questo
basterà, dato che la precedenza spetta al mondo più semplice dei
minerali e degli elementi ".
La sua
analisi della struttura dei vegetali approda, come già era stato per la
fisiologia umana e quella degli insetti (il De Bombyce), ad una
morfogenetica meccanica, a partire dalla quale ipotizza analoghe
funzioni fra le minute macchine (zoologiche e botaniche) aventi analoga
struttura.
Proprio
nel campo dell'anatomia comparata egli dimostrerà l'utilità di questi
studi di indagine microscopica. La costante utilizzazione del metodo
analogico-comparato lo porterà a confrontare le minute macchine
scoperte nei tre regni naturali, ricavandone non solo analogie
strutturali e funzionali, ma anche analogie fra le patologie vegetali e
quelle animali. Nei suoi studi sulle ossa, denti e peli lo troviamo
spesso occupato a descrivere le analogie fra cristallizzazione e
ossificazione, fra le stratificazioni concentriche che compongono il
corpo vegetale e quelle analoghe che compongono le ossa ed i peli.
Al livello
patologico il Malpighi si dedica a rapportare "aberrazioni", quali il
polipo del cuore, con alcuni tumori delle piante, ad analoga eziologia:
la coagulazione intravitale del sangue con le alterazioni della
fluidità della linfa vegetale, oppure i contagi provocati dall'insetto
per ovoproduzione, inoculazione e ovoposizione sulla pelle dell'animale
e sulla corteccia, foglia o stelo del vegetale, il confronto fra la
scabbia e le galle delle piante lo porta a confrontare fra loro l'acaro
della scabbia e la terebra delle galle, ipotizzandone un'analoga
funzione patogenetica.
Con ciò
egli da avvio ad una nuova disciplina: l'istopatologia vegetale e
continua, sulle orme del Redi e del Bonomo, lo studio della teoria del
contagio vivo. In ambedue i casi egli studia una terapeutica adatta e
la conforma al modello che già aveva sperimentato più volte "per
reparar le rote o la loro composizione guasta". L'idea cioè è sempre la
solita: riportare i liquidi (linfa e sangue) al loro stato iniziale e
tentare quindi di riparare i solidi.
Da ultimo
vorremmo evidenziare la consapevolezza che il Malpighi ha del pericolo
che la medicina, abbandonata anatomia, filosofia e meccanica, perda di
vista il suo universo d'oggetti ed il suo compito originario. La strada
battuta dai dogmatici nel far della medicina una branca
dell'antropologia filosofica e quella degli empirici che, mancando di
strumenti interpretativi di tipo scientifico, avrebbero corso il
rischio di mescolare il fisico con lo psichico con la conseguenza di
non saper più tener distinti il problema delle basi fisiche della mente
dalla mente, sono dal Malpighi considerate ambedue pericolose, in
quanto potrebbero far perdere di vista il fatto che la medicina si
occupa soltanto del primo dei due problemi.
"So che è
ineffabile - egli dice - il modo con che l'anima nostra si serve del
corpo nell'operare; è però certo che nelle operazioni della
vegetazione, del senso e del moto, I'anima è necessitata ad operare
conforme la macchina alla quale è applicata, in quella guisa che un
orologio o molino è egualmente mosso da un pendolo di piombo o sasso o
da un bruto o da un uomo; anzi se un angelo lo movesse faria la stessa
mozione con variazione di siti, come fanno li bruti ecc. Sicché non
sapendo io il modo dell'operazione dell'angelo, ma la struttura esatta
del molino intenderei detto moto e azione, e sconcertandosi il molino
cercherei di reparar le rote e la loro composizione guasta,
tralasciando l'indagare il modo dell'operar dell'angelo movente.
E, in
analogia con questo esempio, il Malpighi conclude che il medico deve
curare non le facoltà dell'anima operante, ma levare gli impedimenti e
ciò che turba li movimenti della parte".
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