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Anno III

Numero II

Aprile - Giugno 1999

 

La linfa della Vita immortale

 

Prof. Giovanni Pierini

Medico chirurgo e Professore al Dipartimento di
Medicina e Sanità pubblica dell'Università di Bologna

 

 

La pianta di vite possiede radici profonde, che al di là del fatto storico-economico si approfondano nella struttura del mito e della poesia.

Il mito può infatti offrire a tratti una lettura diversa da quella epica e storica a tutti nota, ponendo in evidenza il ruolo magico delle piante, intese come potenza in atto di virtù celesti.

Una potenza che però si accompagna sempre con un lato oscuro, mortale, opposto a quello salutifero, come a indicare che nel dominio dell'esperienza sensibile data all'uomo non si può fuggire dalla prigione del dualismo.

L'archetipo primigenio di Dioniso fra gli dei e quello di Ulisse fra gli uomini guardano sé stessi, su uno specchio immobile all'interno di una caverna oppure, per il secondo, mobile, d'acqua marina, simbolo perfetto dello stato di coscienza, mediata dall'immagine forte e dolcemente umana della Vite.

Mediatrici le piante di Potere, l'uomo percorrerà tutti gli aspetti della manifestazione del divino nella propria vita, farà proprie tutte le esperienze di contrapposizione provando nella propria carne la forza dell'insegnamento potente quanto duro dei contrasti come manifestazione dell'Uno, la Concordia discors, vero emblema della dignità del percorso di nascita ad una nuova condizione di vita, superiore a quella con la quale si viene al Mondo.


Pianura in silenzio, accanto lo specchio del mare notturno dove si riflettono le stelle di Orione, affiancato dal suo cane Sirio, dal quale effonde un chiarore rossastro e fosco, nefasto all'uomo, che solo i venti Etesii possono appena disperdere.

Quella zona del cielo fra le costellazioni del Toro e dei Gemelli è tragica per la scena di caccia e morte che tutte le notti vi si celebra[16], rappresentazione celeste del dramma del sacrificio che rispecchia il tema archetipico del risveglio di una vita in sé indistruttibile, fin da tempi immemorabili.

Quel cielo è stato sempre visto e interpretato così: un archetipo, fondamento di tutti i miti arcaici, e primo fra tutti quello dell'origine iperborea polare degli Ariani, tanto che ancora oggi "artico" come appellativo della zona polare Nord rimanda alla radice greca arktos, orso, comune nella trasposizione desinenziale -berg a tutte le fondazioni di città del nord Europa.

E' un rimando sia al concetto di vita che continua dopo la morte attraverso la discendenza umana, sia a quel livello di coscienza che si può acquisire con l'iniziazione all'interno del singolo ed individuale ciclo di vita.

E' ciò che permette di giungere ad uno stato di conoscenza superiore e di gettare le basi per il ponte fra mondo fisico come può essere visto con i sensi e quello del mondo nella totalità delle sue espressioni.

I testimoni di una tale impresa , i curatori del passaggio su un ponte di tale impegno, sono da sempre i pontefici, ovvero i maestri fabbricatori di questo arco, veri custodi del mito, chiavi indispensabili per accedere alla forza dell'archetipo, perchè solo questa permette il passaggio su un ponte del genere, non avvicinabile dalla sola forza razionale dell'uomo.

L'essere umano ne può essere solo testimone e custode, costruttore delle iniziative, da cui appunto il termine pontefice.

I termini in greco per definire la vita nel suo insieme rispetto a quella individuale erano zoh e bion. La vita non può concludere mai e non conclude [64].

Zoh fluisce eternamente, non individualizzata se non relativamente alla meteora della vita individuale, Bion, che, invece, si ribella al caos indeterminato, separandosi in tal modo dalla corrente universale della vita, a reclamare una propria individualità, opponendosi così al movimento che è una caratteristica specifica delle trasformazioni, perché queste sono sempre , per il punto di vista di bion, una perdita dello stato anteriore, assenza di speranza e morte, quando ancora non sia giunta la garanzia dello stato successivo.

Il dualismo di opposizione non agisce quindi nella stessa unità temporale, ma per serie successive di tempi, come pause musicali fra le note, che possono illustrare bene un esempio per una esemplificazione[52].

Se fra un elemento e l'altro dell'opposizione ne nasce un altro, infinitesimo tempo che lega i due, a rappresentare ciò che è stato e ciò che ancora non è, viene ad apparire quasi una sospensione di attesa, e, per continuare l'esempio musicale, risulta indispensabile al formarsi dell'edificio della composizione, al suo senso[11].

Si tramanda che nei libri sacri la parola di Dio sia negli spazi fra le parole, intervalli nei quali l'anima da attiva diviene passiva, ricettiva, costruendo il proprio silenzio interiore nel quale fluirà la Sapienza, il mu-shin o vuoto nell'Io personale.

Per tale motivo nella visione sapienziale Zoh rappresenta il flusso come amore che muta e redime tramite il cambiamento, rispetto alla realtà circoscritta di ogni singola manifestazione di bion.

La magia positiva è il tentativo di ricomporre la separazione, sciogliendo i falsi legami ad imitazione della primitiva volontà divina: come insegna lo sciamanesimo, magia è l'utilizzo sapiente delle energie libere dall'impegno di leggere il mondo ordinario così come ci appare nella vita quotidiana, come dire che tale mondo perde altrimenti molte delle sue qualità, per apparirci sotto vesti semplificate e mortificate, schegge di materia non ordinata.

A questo tema rimanda il termine sanscrito per "mondo": è detto maya, inganno, apparenza, dalla radice ma- che significa misura (gli aspetti quantitativi che prevalgono su quelli qualitativi essenziali).

L'archetipo del risveglio e il dramma della caccia.

Ogni catena di miti confluisce in una radice archetipica, e prima di giungervi passa per un libro sacro come ultima porta del mondo degli uomini. Per il tema del risveglio il più remoto fra questi è il Rg Veda, che mette radici oltre l'orizzonte della storia; è ricco di fronde che sussurrano storie e mitologie, inclinato secondo la strada del Sole, come a guardare verso un Occidente popolato sempre più nei secoli da umane società avviate verso il medesimo Tramonto.

La prima parola sanscrita che incontriamo per la nostra ricerca è Bhodi, centrale successivamente per lo sviluppo religioso orientale. Il Bodhi del Buddismo significa non tanto "risveglio", come comunemente accettato, quanto piuttosto l'imperativo "svegliati!" [16], ricordando come tale forma del verbo appaia solo nelle forme iniziatiche fino a tutto il medioevo nelle investiture dei cavalieri Templari [26].

L'imperativo è pronunciato senza parole da una fanciulla, Usas l'Aurora, che ridendo provoca gli uomini scoprendosi il seno come nei vasi cretesi, folti capelli e stelle negli occhi, fino al loro alzarsi dalla condizione di accettazione del mondo ingannevole, luce di un'aurora che per aver tanto colpito l'uomo si era forse manifestata in lande iperboree, in un'altra Terra, come insegnato da Platone [45].

Esiste anche un volto oscuro, di colpa e di sacrificio, in Usas. L'Aurora ha cambiato nel tempo la posizione del suo apparire nel cielo del mattino, spostandosi sempre più lontano da Orione e dal suo cane venatorio Sirio, come temendo lo scoccare della freccia impugnata dal cacciatore celeste, che brilla con tre nodi all'altezza della sua cintura.

Orione è figlio e congiunzione di mare e cielo, come indica il suo nome omerico:"interlocutore".

La freccia è il tempo, quel tempo che nel mito precede la razionalizzazione di Ipparco sotto forma di precessione degli equinozi, e che rimanda qui invece al più profondo nodo archetipico di un risveglio che impone anche la consapevolezza del tempo, il segno del confronto rispetto alla condizione precedente, facendo apparire allo sguardo della mente, ovvero di bion, l'individuale, la condizione dell'invecchiare e del morire.

Dal momento in cui si formò questo archetipo, ogni espressione di forza sarà sempre intesa accompagnata dal suo lato oscuro, in tutti i miti: l'Arte iniziatica dalla magia, il farmaco dal veleno, il sacrificio dalla morte.

Tutto è narrato secondo Poesia, perchè essa nasce al finire dell'esoterismo [13] essendo due i modi del conoscere, quello storico, catena iterante dei fatti dell'uomo registrati e collegati causalmente da Istor, la Storia, e quello tradizionale rappresentato dalla Sapienza, vaso sacro di un sapere che nel segno del femminile accoglie, conserva e fa crescere la radice della umana individualità.

Piante di potere e succhi

Questa radice del sapere, gignoskw, è identica a gignomai, essere in atto, e significa che conoscere fa essere, che diveniamo ciò che pensiamo, eterno enigma che fa sì che chi conosca si trasformi, come Ulisse fino ad Amleto [64].

La radice custode della vita di ogni pianta offrirà sostanze di potere o il rispettivo lato oscuro, linfa (Soma) o veleno, entrambi misteriosamente uniti nella pianta come il fusto che cresce verso il sole mentre la radice si orienta alle tenebre, a significare che la complessità dell'Uno può essere percepita dall'uomo solo come opposizione, contraddizione.

Un dualismo solo apparente, che viene risolto nelle iniziazioni rituali. I veggenti, come i poeti, sono rappresentati ciechi rispetto alla vista perché il loro sguardo è rivolto all'interno, all'interiore dell'uomo, anzi di tutti gli uomini, come incarica il destino dell'essere poeta.

Rispetto alla luce solare del principio maschile che rende viva la sommità vegetativa delle piante, la luce che cresce il movimento notturno, lunare e opposto al precedente della radice è quella del lampo dell'intuizione del mondo degli dèi, immobile rispetto al movimento di risalita dalla caduta che caratterizza invece la dimensione del mondo umano.

L'attività del pensiero può anche essere devastante, l'ebbrezza dell'ubriachezza e dell'ottundimento, se porti alla luce un oggetto di trasformazione interiore in assenza della protezione di una adeguata preparazione o iniziazione, che ripari appunto nel contatto con l'Assoluto.

Siamo lontanissimi dalla rassicurante visione di Kant, esplicitata nella famosa frase della ragion Pratica :" il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me".

Il volto dell'Assoluto, del Nascosto è metafisicamente una luce non accessibile per una via solamente speculativa, concetto reso da sempre con l'accezione di Gloria per il suo manifestarsi.

Non è possibile compiere alcun viaggio vero, iniziatico, per giungere rapidamente alla casa interiore, volando sul mare del profondo senza neppure sfiorarlo, anzi accelerando la velocità con l'operazione magica e non filosofica di alterare il rapporto rituale con sostanze di potere, tolte alla loro funzione di conoscenza, proprio per non sentire dolore alcuno, e azzerando invece il pensiero, anticipando l'attesa per eliminare il dolore, una attesa che si sposa utilmente con la frustrazione dell'attendere a formare il dolore, perché questo è infatti la base indispensabile per ogni pensiero.

Il mare delle profondità interiori è infatti di colore livido come il vino, archetipo di ogni bevanda, veleno e potere, morte dell'uomo vecchio per la nascita dell'uomo nuovo [42].

Il veleno è nascosto nella bevanda, cos' come indicato dalla parola propinare, fino ai giorni nostri, quando ci si riferisca alle modalità di un avvelenamento.

Dioniso ne rappresenta la forma mitica, in cui si cela l'archetipo della vita indistruttibile nello spazio e nel tempo, congiunzione fra cielo e terra, maschile e femminile, fra la luce di Zeus e le tenebre di Persefone, che cogliendo il grande narciso prima di essere violentata da Ade, costella l'animo maschile di luce di conoscenza superiore.

E' il lato nascosto e notturno del solare Apollo, il dio che vincendo Marsia nella gara musicale lo priva della pelle con cui è nato, trascendendolo ad una dimensione superiore [60,61].

Gli dei si manifestano all'uomo emergendo o tuffandosi come delfini oltre la superficie di questo mare, confine fra individualità e Mondo al di là delle sue apparenze, riemergendo nella verde vitalità delle multiformi piante, ciascuna dotata però di una sola delle qualità presenti invece tutte assieme nell'insondabile Uno: sono i corpi semplici della antica Farmacopea, presidi alla conoscenza e alla salute dell'uomo in viaggio per il grande Ritorno, e Philosophia regredimur sarà il motto dei neoplatonici ficiniani nel Rinascimento fiorentino.

Le anime dice la Tradizione entrano nel cielo dell'uomo attraverso la costellazione del Cancro, per uscirne poi nella posizione del Capricorno, da sempre segno dell'iniziazione, indirizzate ad una vita superiore, un movimento dei cieli che risponde sulla terra nell'armonia fra le proprietà dei corpi semplici, ciascuno dotato appunto di una sola delle proprietà trascendenti.

E' una lingua solo apparentemente ermetica, che al pari della profezia accenna senza esplicitare, occulta nelle virtù di fiori e succhi, a indicare fermamente di iniziare, per ciascuno, il viaggio.

Vino di vite, vino di palma, birra, miele e idromele sono vestimenti di valori mitici, ciascuno con un proprio ciclo storico, nei quali si cela il tema archetipico, quello del Soma o haoma, fonte di ebbrezza lacerante, sacra a Dioniso [36].

Si avverte che ingerire può essere operazione mortale, senza un rito di protezione attraverso la potenza dell'insegnamento, monito appena apprezzabile ancora oggi nelle tecniche culinarie, a poco a poco svuotate del rigore iniziale: i maestri del passato sapevano bene che il fascinans si accompagnava sempre al tremendum.

Come dice anche Rilke: il bello è il primo elemento che ti viene incontro del Terribile.

La Teofania come insegnano i miti può incenerire, che è il modo di uccidere della luce.

Il vino è quindi il miglior veicolo per i veleni, come per gli abortivi secondo Plinio e Dioscoride.

Da un contenitore il vino avvelenato esce come luce nera, un fiume che rende sterile (in ebraico shekol, sterilità, veneficio [19]), e i fiumi sono infatti segni letterari che stanno per luce, come per abbondanza anche nel linguaggio corrente, rivi che irrompono dall'apertura di ciò che è occulto, fasti o nefasti a seconda del modo col quale si è pervenuti alla conoscenza.

Nel Rg Veda la Linfa è chiamata Soma, o Pianta, o resina sul tronco della Pianta, o succo degli steli, capostipite di tutte le sostanze di poter.

La resina che cresceva sulla corteccia della Pianta si narrava che fosse bevuta al cospetto degli dei, oggi invisibili, un richiamo ad una età di consapevolezza oggi scomparsa, tanto che gli dei possono solo essere chiamati, invocati con quello che del misterioso Soma è rimasto: l'oggetto rituale, il succo di una pianta in questa accezione definibile correttamente come "di potere", unico modo per ricordare e rientrare nella dimensione del contatto col divino.

Alla bevanda si dava l'appellativo di Re-Soma, perchè rendeva l'uomo Re sulle apparenze del Mondo, su Maja, l'Illusione dei sensi non addestrati.

Il Soma rappresenta quindi l'archetipo di tutte le bevande ottenute per fermentazione, segno della vita che sempre riappare nel mondo ordinario, e che sempre può condurre l'uomo a partecipare di quello straordinario.

La fermentazione avveniva in sacchi chiusi, koris, e molte città portano il ricordo archetipico nel proprio nome, come Corinto [36]; il sacco traslittera in montagna, come nelle rappresentazioni delle Dee madri della civiltà minoica, una montagna dalla quale scaturisce una grande luce: la forza dell'insegnamento dell'archetipo, i due gradi del vivere che ritornano come promessa delle stagioni e come incitamento per il ritorno all'Unità.

In ogni tipo di fermentazione si forma della schiuma, dalla quale nascono mostri quanto dei, simbolo di una potenza tale da essere presente in tutte le tradizioni, dalle espressioni pittoriche, al rituale del bere la schiuma di cacao in Mesoamerica, alla parola alos, sale, simbolo poi di congiunzione in Alchimia.

Anche la fermentazione possiede il suo lato oscuro, definito in ebraico come in arabo alah, forma presente però solo nel salmo 14 e cantato nel tempo antico esclusivamente nei monasteri del Mar Morto [19].

La scrittura dell'Universo

Al vino come alle bevande fermentate si accompagna il canto, segno mitico della scrittura secondo il tempo dell'Universo, il tempo segnato dalla freccia di Orione.

Canto e vino dunque, ma il vino come via metafisica chiederebbe invece il silenzio. Quale canto allora?. Il vero canto segue regole tonali e armoniche a partire da scale ormai desuete:, legate all'armonia dei cieli (Kosmos):

 

Zodiaco

terra

luna

merc.

ven.

sole

marte

gio.

sat.

Diapason pitagorico

1T

1/2T

1/2T

1,5T

1T

1/2T

1/2T

1,5T

DO

RE

RE#

MI

SOL

LA

LA#

SI

(da saturno modo dorico, da giove modo frigio )

(cfr. Tarocchi, sol/luna)

 

Il canto apre le porte della percezione perchè percorre in perfezione di geometrici rapporti fra pianeti i pieni e i vuoti di una scrittura dell'Universo di ordine superiore, palesata dall'archetipo del Soma e della fermentazione, segni dei due aspetti della manifestazione della vita: zoh e bion.

Senza preparazione il lato notturno può essere percepito come entità autonoma, terrifica, o addirittura se ne ricerca la potenza a scopo di arrovesciamento magico dell'Ordine.

E' interessante notare che il tema del canto malefico o dei sussurri incantatori ricorre spesso, iniziando dall'episodio dell'incontro con le Sirene, diversamente ripreso poi da Virgilio, e quindi da S.Agostino a proposito dei danni arrecabili alle messi con tale artificio diabolico, in opposizione al canto come manifestazione e imitazione dell'armonia celeste.

Farmacista e incantatrice furono sinonimi per un lungo periodo, poiché in origine le droghe erano somministrate con un rituale cantato, preponderante per importanza. Se era invece la sostanza a possedere un valore preponderante, si parlava allora di incantesimo.

Il mito di Dioniso e Arianna

La base archetipica del mito delle bevande fermentate e del vino in particolare (conosciuta assieme al vino di palma e alla fermentazione del miele e alla birra in Egitto fin dalla XVIII Dinastia (3.000 A.C ), si fonda su Dioniso e i 4 elementi del Mondo, rappresentati dal toro, dal serpente, dall'edera e dal vino, segno nell'insieme della zoh (cultura minoica).

L'edera appare a Cnosso sui monumenti, sulle monete come poi sui sarcofagi etruschi ricorda nella sua stilizzazione il papiro, segno principale nella forma dei capitelli colonnati, aperto o chiuso a seconda che indichi, rappresentando l'albero del Mondo, l'ingresso di sale aperte alla ragione o piuttosto all'iniziazione.

Sia la pianta di vite che l'edera vanno entrambe incontro a metamorfosi nella loro vita, come la vita mitica di Dioniso: luce e smembramento nella pigiatura, fermentazione nella tomba del koris e resurrezione. Il serpente rappresenta il fluire incessante della vita, e lo smembramento della stessa come iniziazione ad un ordine superiore veniva in effetti attuato nei riti strappando i serpenti nati in primavera, per preparare poi la fermentazione del miele, primo mito dell'archetipico Soma, nel momento in cui è possibile catturare il massimo della Luce, quando il Sole entra in estate nella costellazione dei Cani (canicola), onde poterla restituire al ciclo successivo.

Per Kereny il mito progredisce da due archetipi più remoti, l'incesto e il serpente.

La seduzione di Persefone ctonia e sotterranea da parte dell'opposto solare Zeus suo padre sotto forma di serpente rimanda all'agilità con cui questo penetra nella concatenazione dei miti, portando il messaggio della vita indifferenziata all'interno della differenziazione in catene di vite individuali, di padri e di figli, un incesto sotterraneo garante della Vita.

Zoh può essere graduata in tre parti, al maschile (seme/serpente indicanti generazione di sé stessi nell'Uno, poi embrione come manifestazione nel Mondo di forme di vita più animale che spirituale, v. Minotauro, quindi il Kissos o Dioniso); e, specularmente, al femminile (Rea Dea Madre, poi Arianna e infine Arianna sposa mistica di Dioniso).

Arianna è la Signora del labirinto, lo spazio che veniva percorso con danze e canti appropriati, e che rappresenta la base della Montagna della grande Madre, al cui interno, in una grotta, sorge la luce della Vita che ritorna, con a fianco i due cani della costellazione dei Canes venatici, appunto da caccia, perchè inizia qui la caccia di Orione all'Aurora, almeno fino a quando il salire nel cielo autunnale della costellazione dello Scorpione non porrà fine al ciclo, come rappresentato dall'afferramento di Orione da parte delle inesorabili chele nei vasi greci dei primi periodi.

Dioniso è quindi la realtà archetipica di Zoh mentre la moglie simbolica Arianna rappresenta il sorgere alla coscienza di sé dell'anima (airw), flusso delle anime che entrano nel Mondo attraverso la porta zodiacale del Cancro, genesi del mondo fra maschile e femminile.

La nascita di Dioniso avviene al momento in cui il dio si guarda allo specchio, il Sé che pronunciando "Io sono" dà vita all'Io. Il formarsi dell'Io è un atto che può essere rivisto, dopo la nascita e la sua fusione al corpo, solo da un iniziato, il quale rappresenta la visione sotto forma di energia naturale proiettata al di fuori di sé, in genere sotto forma di fiera, una belva che rappresenta la forza non ancora individualizzata [34,36] come l'iniziando che si osserva come fiera selvaggia allo specchio nelle Nozze Chimiche di Valentin Andreae [58].

A questo stato "alto" della percezione si contrappone quello "basso" del normale procedimento del conoscere, o critica del giudizio: aitia, causa, nasce come culla della causalità e della spiegazione, ma anche allora della colpa, per la separazione analitica del conoscere dividendo anziché percependo nella totalità.

Un mito in particolare può essere di aiuto per comprendere meglio questo tema, ed è quello della separazione dei serpenti che copulavano ad operata di un saggio: la coppia dei rettili rappresenta il flusso della vita, l'Unità indifferenziata secondo le categorie del giudizio dell'uomo, un uomo che nei panni del saggio apre nella loro separazione la via analitica del conoscere, preludio di una sintesi conoscitiva che non è di questo mondo, se si seguano le regole dell'Arte.

Ogni storia, infatti, quando raggiunge il proprio limite di descizione incontra sempre un serpente, un albero e l'acqua, figure archetipiche che si trasformano lentamente nei secoli nella diversità apparente dei miti e che una volta affrontate diventano più mansuete, offrendo anzi aiuto e potere.

Il sonno dell'ebbrezza e la colpa

Secondo Eraclito: "chi è nel sonno opera e coopera agli eventi del mondo [25]. Questo sonno è quello del racconto vedico, con Brahma che narra:" ... il mondo è nato dall'interruzione di un sonno, e la veglia è la nostra unica prova da dare all'uomo della sua esistenza" in perfetta concordanza con il mito della divisione dei due serpenti all'origine della differenziazione del mondo dal Caos unitario. E per questo l'opera del Medico è rappresentata da uno solo dei serpenti del caduceo di Ermete, asse del mondo.

Nella operazione dell'analisi conoscitiva, la mente dell'uomo è come un magro braccio di scimmia [16] che per afferrare un frutto su un albero rimane come afferrata dal frutto stesso.

Nella vita mentale chi prende è afferrato dall'oggetto mentale, e questa è la radice dell'inganno di Mania.

La parola rispetto all'intuizione genera la colpa, perchè chiude nella sola razionalità concetti relativi o oggetti, senza aver possibilità di farsi carico della loro essenza, che è e rimane rispetto ad essi trascendente.

La conoscenza superiore è invece legata al Sonno, un sonno non ordinario, ma legato alle virtù e alla forza della bevanda archetipica: sonno di Noè, dei santi, degli dei che nel sonno generano il mondo, sonno di Penelope, mentre teme per il figlio lontano sul mare, pallida figura addormentata, che Atena visita sotto forma di spirito, insinuandosi attraverso la serratura della porta della camera, confine fra essoterico e esoterico, sedendosi poi sulla testa della regina chiusa nell'altra stanza, quella del sonno, come un daimon incombente, un incubo che porta sollievo all'angoscia.

I momenti sacri del bere si formano poeticamente sempre alla presenza di un cratere, dove la forma a coppa ricorda simbolicamente la terra, e la superficie il livello di coscienza dell'uomo, sotto il quale occorre fare un viaggio, sotterraneo e notturno, letterariamente rappresentato come viaggio nel regno dei morti.

La superficie del liquido presenta l'unione dello Spirito con il limite dell'uomo, e il cratere è spesso coronato di elementi figurati al bordo, forse lo Zodiaco.

Il sonno dopo l'ebrezza può essere mortale: solo il mago, come il Maestro, può separare il venenum bonum dal malum, identificando ed eliminando per depurazione la malignitas, in perfetta corrispondenza dell'androginia simbolica dei frutti e dei loro significati, come appunto malum/mela.

Il mago è figura del principio di separazione analitica come via alla conoscenza: il diaballein del diavolo e del serpente edenico sull'albero del Bene e del Male prima uniti nell'Uno.

Il tema dell'androgino, dell'indifferenziato, ricorre in quello della fermentazione del miele, prima della separazione analitica in residuo e bevanda di idromele, con una potenza tale da insinuarsi nella radice della parola malattia, richiamo all'alternanza di malum/mela ovvero di separazione del lato mortifero rispetto all'Unum indifferenziato rispecchiato dal pomo.

Tale alternanza verrà segretamente insegnata con l'allusione alla via maschile e femminile nella consultazione dei tarocchi come nella divisione delle lettere dell'alfabeto arabo come nelle opposizioni del gioco degli scacchi, al modo dorico o jonico delle scale musicali mistiche, allusioni che emanano dalla regia impostazione in Via secca e Via umida per la realizzazione della Grande Opera in Alchimia.

S.Martino dice che il vino del sacrificio cristiano è l'agente attivo e generatore della Grande Opera, lo zolfo del simbolismo alchemico.

Lo zolfo esprime lo spirito, il mercurio l'anima. Lo zolfo corrisponde all'Ordine divino, al fiat lux grazie al quale il mondo, emergendo dal caos, si fa cosmo, un movimento che procede dal centro dell'essere, un atto spirituale che trascende il piano del pensiero discorsivo per produrre un duplice effetto sull'anima: dilatazione e approfondimento del senso dell'essere e chiarificazione stabilizzazione dei contenuti essenziali della coscienza.

Magia e scienza del vino

La struttura botanica di ogni pianta è quindi segno vivente dell'opposizione in uno, così come il veleno è il lato oscuro del principio semplice là contenuto, utilizzabile come presidio e farmaco.

Come l'elemento notturno, lunare, la vite costruisce a poco a poco la figura del femminile dispensatore di morte, in opposizione simbolica al femminile portatore di vita, assorbendo in entrambi i casi la luce e la forza del principio solare maschile, e questo colore seguirà tutte le occupazioni dell'alchimia verde deviata, quella orientata alla preparazione dei vini abortivi e adulterati con veleni mentre lo studio dei "semplici" fornirà i primi farmaci, pur rimanendo, come dai tempi remoti, unico rimedio al dolore, come la birra.

Ricordiamo infatti che una delle principali caratteristiche del veleno è reputata essere la mescolanza di parti che naturaliter fossero state diversamente indirizzate dalla Natura, e che l'uomo per magia devia dal corso preparato allo scopo di apportare anzichè vita morte: corpo semplice come presidio e corpo composto come veleno è un concetto ancora presente fino alla fine del XVII° secolo.

Con Zacchia a metà `600 [53] viene quindi posto il punto sulla questione dell' ebbrezza come veleno capace di modificare senza speranza il carattere: il tema della fatuitas, sulla base dell'osservazione che la fatuitas nasce dal raffreddamento degli umori, dovuta all'azione soffocante dell'apoplessia quando si sia bevuto in eccesso (Consilium XXV ex Qaest.Med.leg, f.47,15), e senza che al vino si possa dare alcun significato di sostanza nutriente, e così i per i suoi derivati tipo acquavite.

Il vino non è solo alcool: fino al `700 francese si dice ancora che estrarre i costituenti dall'acqua minerale per poi riunirli in acqua semplice non riprodurrà le virtù dell'acqua naturale. Il vinum è inteso qui come Vis Numerorum, rispettoso di rapporti fra cielo e terra che non sopravvivono alla sola via analitica della chimica quando si cerchi invece Sapienza, ottenendosi solo alcool per distillazione, e perdendo l'Essenza.

Alcool deriva da al-chol, in arabo fuoco che brucia, quanto fuoco dell'essenziale contenuto nel vino e nei suoi derivati. E non è detto che occorra bere vino visibile per arrivare a vedere il sole dal calice secondo il grande mistico Omar Kayyam. Infatti il Corano, che pure vieta l'uso di bevande alcoliche, tratta delle anime che prima che i tempi fossero erano come ebbre di vino.

La vite assume allora il significato di albero della conoscenza, l'albero del Bene e del Male del perduto Eden secondo la tradizione della Mishnah della tradizione ebraica orale, l'albero cosmico di tutte le Tradizioni, l'asse del mondo.

Un albero le cui radici si dirigono in profondità, dolorosamente e con il rischio di aprirsi il passaggio in una terra feconda che è però anche terra dei morti, prima di assicurare la base per la salita dell'intera pianta verso il cielo, come tutti gli alberi sacri insegnano, ma qui in particolare, per la vite, che la vita è eterna.

Il sacerdote di questo insegnamento è Dioniso, divinità delle linfe degli alberi sacri, e del Soma che tutte le riunisce sotto un unico nome, nell'aspetto della fermentazione come motore del simbolo di resurrezione, Dioniso come unico Dio mago della tradizione antica, sciamano che rompe le barriere dell'Io specchiandosi da piccolo nella caverna, insegnando all'uomo a credere che il proprio limite individuale non è la morte della vita.

E lo specchiarsi comportò l'essere fatto a pezzi e bruciato, mentre il suo sangue imbeveva una terra dalla quale sarebbero nate il melograno e la vite, segni di una forza che rompe ogni bipolarismo fra conscio e inconscio, individuale e collettivo, visibile e invisibile, mondo come appare alla vita umana e Mondo nella sua essenza.

Ancora oggi il vino è considerato creatura viva, che si evolve, come l'iniziato che nasce, dolorosamente, due volte come Dioniso. Duplice è anche l'aspetto della pianta di vite nel suo sviluppo lungo le stagioni, una vite che fino al periodo classico veniva celebrata come segno della presenza dei morti fra i viventi nelle Antesterie ateniesi, con il nome di Kissos, Dioniso.

Una duplicità che informerà anche miti più lontani geograficamente, legando le stagioni alle forme di passaggio in serpente, toro e pantera (o capro, il tragos radice a sua volta della Tragedia).

La vite dell'iconografia antica veniva spesso raffigurata crescere in un deserto, disegno delle aride piane anatoliche della sua origine botanica quanto segno sottile che rimanda ad un altro deserto, all'erevot ebraico quanto all'erev con cui si connotava la Sera dell'uomo[19], segno scritturale di ciò che viene dalla distesa sterminata della propria trascendenza, detto anche il Cavaliere del Tramonto nel Libro dei salmi [19], in stretta analogia al latino ascendens per deserta dei mistici, in omaggio a quell'albero sacro che piegato al nostro tramonto promette una grande speranza all'interno della vita che non conclude e che mai si conclude [63].

Il vino: definirlo secondo quantità lascia l'ambiguità di un qualcosa che sfugge, a meno che non venga rivalutato l'antico matrimonio fra materia e spirito, attraverso la recuperata dignità degli aspetti qualitativi. Dionisos è radice, ma noi possiamo solo vedere Mercurio che vola dalla Tradizione sino a noi, messaggero dei simboli che parlano all'anima dell'uomo, indirizzandolo al Mondo e risvegliandolo rispetto alla sua apparenza.
 
 

Bibliografia

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