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La
linfa della Vita immortale
Prof. Giovanni Pierini
Medico chirurgo e Professore al
Dipartimento di
Medicina e Sanità pubblica dell'Università di Bologna
La
pianta di vite possiede radici profonde, che al di là del
fatto storico-economico si approfondano nella struttura del
mito e della poesia.
Il
mito può infatti offrire a tratti una lettura diversa da
quella epica e storica a tutti nota, ponendo in evidenza il
ruolo magico delle piante, intese come potenza in atto di
virtù celesti.
Una
potenza che però si accompagna sempre con un lato oscuro,
mortale, opposto a quello salutifero, come a indicare che
nel dominio dell'esperienza sensibile data all'uomo non si
può fuggire dalla prigione del dualismo.
L'archetipo
primigenio di Dioniso fra gli dei e quello di Ulisse fra gli
uomini guardano sé stessi, su uno specchio immobile
all'interno di una caverna oppure, per il secondo, mobile,
d'acqua marina, simbolo perfetto dello stato di coscienza,
mediata dall'immagine forte e dolcemente umana della Vite.
Mediatrici
le piante di Potere, l'uomo percorrerà tutti gli aspetti
della manifestazione del divino nella propria vita, farà
proprie tutte le esperienze di contrapposizione provando
nella propria carne la forza dell'insegnamento potente
quanto duro dei contrasti come manifestazione dell'Uno, la Concordia
discors, vero emblema della dignità del percorso di
nascita ad una nuova condizione di vita, superiore a quella
con la quale si viene al Mondo.
Pianura
in silenzio, accanto lo specchio del mare notturno dove si
riflettono le stelle di Orione, affiancato dal suo cane
Sirio, dal quale effonde un chiarore rossastro e fosco,
nefasto all'uomo, che solo i venti Etesii possono appena
disperdere.
Quella
zona del cielo fra le costellazioni del Toro e dei Gemelli
è tragica per la scena di caccia e morte che tutte le notti
vi si celebra[16], rappresentazione celeste del dramma del
sacrificio che rispecchia il tema archetipico del risveglio
di una vita in sé indistruttibile, fin da tempi
immemorabili.
Quel
cielo è stato sempre visto e interpretato così: un
archetipo, fondamento di tutti i miti arcaici, e primo fra
tutti quello dell'origine iperborea polare degli Ariani,
tanto che ancora oggi "artico" come appellativo
della zona polare Nord rimanda alla radice greca arktos,
orso, comune nella trasposizione desinenziale -berg a tutte
le fondazioni di città del nord Europa.
E'
un rimando sia al concetto di vita che continua dopo la
morte attraverso la discendenza umana, sia a quel livello di
coscienza che si può acquisire con l'iniziazione
all'interno del singolo ed individuale ciclo di vita.
E'
ciò che permette di giungere ad uno stato di conoscenza
superiore e di gettare le basi per il ponte fra mondo fisico
come può essere visto con i sensi e quello del mondo nella
totalità delle sue espressioni.
I
testimoni di una tale impresa , i curatori del passaggio su
un ponte di tale impegno, sono da sempre i pontefici, ovvero
i maestri fabbricatori di questo arco, veri custodi del
mito, chiavi indispensabili per accedere alla forza
dell'archetipo, perchè solo questa permette il passaggio su
un ponte del genere, non avvicinabile dalla sola forza
razionale dell'uomo.
L'essere
umano ne può essere solo testimone e custode, costruttore
delle iniziative, da cui appunto il termine pontefice.
I
termini in greco per definire la vita nel suo insieme
rispetto a quella individuale erano zoh e bion. La vita non
può concludere mai e non conclude [64].
Zoh
fluisce eternamente, non individualizzata se non
relativamente alla meteora della vita individuale, Bion,
che, invece, si ribella al caos indeterminato, separandosi
in tal modo dalla corrente universale della vita, a
reclamare una propria individualità, opponendosi così al
movimento che è una caratteristica specifica delle
trasformazioni, perché queste sono sempre , per il punto di
vista di bion, una perdita dello stato anteriore, assenza di
speranza e morte, quando ancora non sia giunta la garanzia
dello stato successivo.
Il
dualismo di opposizione non agisce quindi nella stessa unità
temporale, ma per serie successive di tempi, come pause
musicali fra le note, che possono illustrare bene un esempio
per una esemplificazione[52].
Se
fra un elemento e l'altro dell'opposizione ne nasce un
altro, infinitesimo tempo che lega i due, a rappresentare ciò
che è stato e ciò che ancora non è, viene ad apparire
quasi una sospensione di attesa, e, per continuare l'esempio
musicale, risulta indispensabile al formarsi dell'edificio
della composizione, al suo senso[11].
Si
tramanda che nei libri sacri la parola di Dio sia negli
spazi fra le parole, intervalli nei quali l'anima da attiva
diviene passiva, ricettiva, costruendo il proprio silenzio
interiore nel quale fluirà la Sapienza, il mu-shin o
vuoto nell'Io personale.
Per
tale motivo nella visione sapienziale Zoh rappresenta il
flusso come amore che muta e redime tramite il cambiamento,
rispetto alla realtà circoscritta di ogni singola
manifestazione di bion.
La
magia positiva è il tentativo di ricomporre la separazione,
sciogliendo i falsi legami ad imitazione della primitiva
volontà divina: come insegna lo sciamanesimo, magia è
l'utilizzo sapiente delle energie libere dall'impegno di
leggere il mondo ordinario così come ci appare nella vita
quotidiana, come dire che tale mondo perde altrimenti molte
delle sue qualità, per apparirci sotto vesti semplificate e
mortificate, schegge di materia non ordinata.
A
questo tema rimanda il termine sanscrito per
"mondo": è detto maya, inganno, apparenza,
dalla radice ma- che significa misura (gli aspetti
quantitativi che prevalgono su quelli qualitativi
essenziali).
L'archetipo
del risveglio e il dramma della caccia.
Ogni
catena di miti confluisce in una radice archetipica, e prima
di giungervi passa per un libro sacro come ultima porta del
mondo degli uomini. Per il tema del risveglio il più remoto
fra questi è il Rg Veda, che mette radici oltre l'orizzonte
della storia; è ricco di fronde che sussurrano storie e
mitologie, inclinato secondo la strada del Sole, come a
guardare verso un Occidente popolato sempre più nei secoli
da umane società avviate verso il medesimo Tramonto.
La
prima parola sanscrita che incontriamo per la nostra ricerca
è Bhodi, centrale successivamente per lo sviluppo
religioso orientale. Il Bodhi del Buddismo significa
non tanto "risveglio", come comunemente accettato,
quanto piuttosto l'imperativo "svegliati!" [16],
ricordando come tale forma del verbo appaia solo nelle forme
iniziatiche fino a tutto il medioevo nelle investiture dei
cavalieri Templari [26].
L'imperativo
è pronunciato senza parole da una fanciulla, Usas l'Aurora,
che ridendo provoca gli uomini scoprendosi il seno come nei
vasi cretesi, folti capelli e stelle negli occhi, fino al
loro alzarsi dalla condizione di accettazione del mondo
ingannevole, luce di un'aurora che per aver tanto colpito
l'uomo si era forse manifestata in lande iperboree, in
un'altra Terra, come insegnato da Platone [45].
Esiste
anche un volto oscuro, di colpa e di sacrificio, in Usas.
L'Aurora ha cambiato nel tempo la posizione del suo apparire
nel cielo del mattino, spostandosi sempre più lontano da
Orione e dal suo cane venatorio Sirio, come temendo lo
scoccare della freccia impugnata dal cacciatore celeste, che
brilla con tre nodi all'altezza della sua cintura.
Orione
è figlio e congiunzione di mare e cielo, come indica il suo
nome omerico:"interlocutore".
La
freccia è il tempo, quel tempo che nel mito precede la
razionalizzazione di Ipparco sotto forma di precessione
degli equinozi, e che rimanda qui invece al più profondo
nodo archetipico di un risveglio che impone anche la
consapevolezza del tempo, il segno del confronto rispetto
alla condizione precedente, facendo apparire allo sguardo
della mente, ovvero di bion, l'individuale, la condizione
dell'invecchiare e del morire.
Dal
momento in cui si formò questo archetipo, ogni espressione
di forza sarà sempre intesa accompagnata dal suo lato
oscuro, in tutti i miti: l'Arte iniziatica dalla magia, il
farmaco dal veleno, il sacrificio dalla morte.
Tutto
è narrato secondo Poesia, perchè essa nasce al finire
dell'esoterismo [13] essendo due i modi del conoscere,
quello storico, catena iterante dei fatti dell'uomo
registrati e collegati causalmente da Istor, la Storia, e
quello tradizionale rappresentato dalla Sapienza, vaso sacro
di un sapere che nel segno del femminile accoglie, conserva
e fa crescere la radice della umana individualità.
Piante
di potere e succhi
Questa
radice del sapere, gignoskw, è identica a gignomai, essere
in atto, e significa che conoscere fa essere, che diveniamo
ciò che pensiamo, eterno enigma che fa sì che chi conosca
si trasformi, come Ulisse fino ad Amleto [64].
La
radice custode della vita di ogni pianta offrirà sostanze
di potere o il rispettivo lato oscuro, linfa (Soma) o
veleno, entrambi misteriosamente uniti nella pianta come il
fusto che cresce verso il sole mentre la radice si orienta
alle tenebre, a significare che la complessità dell'Uno può
essere percepita dall'uomo solo come opposizione,
contraddizione.
Un
dualismo solo apparente, che viene risolto nelle iniziazioni
rituali. I veggenti, come i poeti, sono rappresentati ciechi
rispetto alla vista perché il loro sguardo è rivolto
all'interno, all'interiore dell'uomo, anzi di tutti gli
uomini, come incarica il destino dell'essere poeta.
Rispetto
alla luce solare del principio maschile che rende viva la
sommità vegetativa delle piante, la luce che cresce il
movimento notturno, lunare e opposto al precedente della
radice è quella del lampo dell'intuizione del mondo degli dèi,
immobile rispetto al movimento di risalita dalla caduta che
caratterizza invece la dimensione del mondo umano.
L'attività
del pensiero può anche essere devastante, l'ebbrezza
dell'ubriachezza e dell'ottundimento, se porti alla luce un
oggetto di trasformazione interiore in assenza della
protezione di una adeguata preparazione o iniziazione, che
ripari appunto nel contatto con l'Assoluto.
Siamo
lontanissimi dalla rassicurante visione di Kant, esplicitata
nella famosa frase della ragion Pratica :" il cielo
stellato sopra di me e la legge morale dentro di me".
Il
volto dell'Assoluto, del Nascosto è metafisicamente una
luce non accessibile per una via solamente speculativa,
concetto reso da sempre con l'accezione di Gloria per il suo
manifestarsi.
Non
è possibile compiere alcun viaggio vero, iniziatico, per
giungere rapidamente alla casa interiore, volando sul mare
del profondo senza neppure sfiorarlo, anzi accelerando la
velocità con l'operazione magica e non filosofica di
alterare il rapporto rituale con sostanze di potere, tolte
alla loro funzione di conoscenza, proprio per non sentire
dolore alcuno, e azzerando invece il pensiero, anticipando
l'attesa per eliminare il dolore, una attesa che si sposa
utilmente con la frustrazione dell'attendere a formare il
dolore, perché questo è infatti la base indispensabile per
ogni pensiero.
Il
mare delle profondità interiori è infatti di colore livido
come il vino, archetipo di ogni bevanda, veleno e potere,
morte dell'uomo vecchio per la nascita dell'uomo nuovo [42].
Il
veleno è nascosto nella bevanda, cos' come indicato dalla
parola propinare, fino ai giorni nostri, quando ci si
riferisca alle modalità di un avvelenamento.
Dioniso
ne rappresenta la forma mitica, in cui si cela l'archetipo
della vita indistruttibile nello spazio e nel tempo,
congiunzione fra cielo e terra, maschile e femminile, fra la
luce di Zeus e le tenebre di Persefone, che cogliendo il
grande narciso prima di essere violentata da Ade, costella
l'animo maschile di luce di conoscenza superiore.
E'
il lato nascosto e notturno del solare Apollo, il dio che
vincendo Marsia nella gara musicale lo priva della pelle con
cui è nato, trascendendolo ad una dimensione superiore
[60,61].
Gli
dei si manifestano all'uomo emergendo o tuffandosi come
delfini oltre la superficie di questo mare, confine fra
individualità e Mondo al di là delle sue apparenze,
riemergendo nella verde vitalità delle multiformi piante,
ciascuna dotata però di una sola delle qualità presenti
invece tutte assieme nell'insondabile Uno: sono i corpi
semplici della antica Farmacopea, presidi alla conoscenza e
alla salute dell'uomo in viaggio per il grande Ritorno, e Philosophia
regredimur sarà il motto dei neoplatonici ficiniani nel
Rinascimento fiorentino.
Le
anime dice la Tradizione entrano nel cielo dell'uomo
attraverso la costellazione del Cancro, per uscirne poi
nella posizione del Capricorno, da sempre segno
dell'iniziazione, indirizzate ad una vita superiore, un
movimento dei cieli che risponde sulla terra nell'armonia
fra le proprietà dei corpi semplici, ciascuno dotato
appunto di una sola delle proprietà trascendenti.
E'
una lingua solo apparentemente ermetica, che al pari della
profezia accenna senza esplicitare, occulta nelle virtù di
fiori e succhi, a indicare fermamente di iniziare, per
ciascuno, il viaggio.
Vino
di vite, vino di palma, birra, miele e idromele sono
vestimenti di valori mitici, ciascuno con un proprio ciclo
storico, nei quali si cela il tema archetipico, quello del
Soma o haoma, fonte di ebbrezza lacerante, sacra a Dioniso
[36].
Si
avverte che ingerire può essere operazione mortale, senza
un rito di protezione attraverso la potenza
dell'insegnamento, monito appena apprezzabile ancora oggi
nelle tecniche culinarie, a poco a poco svuotate del rigore
iniziale: i maestri del passato sapevano bene che il
fascinans si accompagnava sempre al tremendum.
Come
dice anche Rilke: il bello è il primo elemento che ti viene
incontro del Terribile.
La
Teofania come insegnano i miti può incenerire, che è il
modo di uccidere della luce.
Il
vino è quindi il miglior veicolo per i veleni, come per gli
abortivi secondo Plinio e Dioscoride.
Da
un contenitore il vino avvelenato esce come luce nera, un
fiume che rende sterile (in ebraico shekol, sterilità,
veneficio [19]), e i fiumi sono infatti segni letterari che
stanno per luce, come per abbondanza anche nel linguaggio
corrente, rivi che irrompono dall'apertura di ciò che è
occulto, fasti o nefasti a seconda del modo col quale si è
pervenuti alla conoscenza.
Nel
Rg Veda la Linfa è chiamata Soma, o Pianta, o resina sul
tronco della Pianta, o succo degli steli, capostipite di
tutte le sostanze di poter.
La
resina che cresceva sulla corteccia della Pianta si narrava
che fosse bevuta al cospetto degli dei, oggi invisibili, un
richiamo ad una età di consapevolezza oggi scomparsa, tanto
che gli dei possono solo essere chiamati, invocati con
quello che del misterioso Soma è rimasto: l'oggetto
rituale, il succo di una pianta in questa accezione
definibile correttamente come "di potere", unico
modo per ricordare e rientrare nella dimensione del contatto
col divino.
Alla
bevanda si dava l'appellativo di Re-Soma, perchè rendeva
l'uomo Re sulle apparenze del Mondo, su Maja, l'Illusione
dei sensi non addestrati.
Il
Soma rappresenta quindi l'archetipo di tutte le bevande
ottenute per fermentazione, segno della vita che sempre
riappare nel mondo ordinario, e che sempre può condurre
l'uomo a partecipare di quello straordinario.
La
fermentazione avveniva in sacchi chiusi, koris, e molte città
portano il ricordo archetipico nel proprio nome, come
Corinto [36]; il sacco traslittera in montagna, come nelle
rappresentazioni delle Dee madri della civiltà minoica, una
montagna dalla quale scaturisce una grande luce: la forza
dell'insegnamento dell'archetipo, i due gradi del vivere che
ritornano come promessa delle stagioni e come incitamento
per il ritorno all'Unità.
In
ogni tipo di fermentazione si forma della schiuma, dalla
quale nascono mostri quanto dei, simbolo di una potenza tale
da essere presente in tutte le tradizioni, dalle espressioni
pittoriche, al rituale del bere la schiuma di cacao in
Mesoamerica, alla parola alos, sale, simbolo poi di
congiunzione in Alchimia.
Anche
la fermentazione possiede il suo lato oscuro, definito in
ebraico come in arabo alah, forma presente però solo nel
salmo 14 e cantato nel tempo antico esclusivamente nei
monasteri del Mar Morto [19].
La
scrittura dell'Universo
Al
vino come alle bevande fermentate si accompagna il canto,
segno mitico della scrittura secondo il tempo dell'Universo,
il tempo segnato dalla freccia di Orione.
Canto
e vino dunque, ma il vino come via metafisica chiederebbe
invece il silenzio. Quale canto allora?. Il vero canto segue
regole tonali e armoniche a partire da scale ormai desuete:,
legate all'armonia dei cieli (Kosmos):
|
Zodiaco
|
|
terra
|
luna
|
merc.
|
ven.
|
sole
|
marte
|
gio.
|
sat.
|
|
Diapason
pitagorico
|
|
1T
|
1/2T
|
1/2T
|
1,5T
|
1T
|
1/2T
|
1/2T
|
1,5T
|
|
DO
|
RE
|
RE#
|
MI
|
SOL
|
LA
|
LA#
|
SI
|
(da
saturno modo dorico, da giove modo frigio )
(cfr.
Tarocchi, sol/luna)
Il
canto apre le porte della percezione perchè percorre in
perfezione di geometrici rapporti fra pianeti i pieni e i
vuoti di una scrittura dell'Universo di ordine superiore,
palesata dall'archetipo del Soma e della fermentazione,
segni dei due aspetti della manifestazione della vita: zoh e
bion.
Senza
preparazione il lato notturno può essere percepito come
entità autonoma, terrifica, o addirittura se ne ricerca la
potenza a scopo di arrovesciamento magico dell'Ordine.
E'
interessante notare che il tema del canto malefico o dei
sussurri incantatori ricorre spesso, iniziando dall'episodio
dell'incontro con le Sirene, diversamente ripreso poi da
Virgilio, e quindi da S.Agostino a proposito dei danni
arrecabili alle messi con tale artificio diabolico, in
opposizione al canto come manifestazione e imitazione
dell'armonia celeste.
Farmacista
e incantatrice furono sinonimi per un lungo periodo, poiché
in origine le droghe erano somministrate con un rituale
cantato, preponderante per importanza. Se era invece la
sostanza a possedere un valore preponderante, si parlava
allora di incantesimo.
Il
mito di Dioniso e Arianna
La
base archetipica del mito delle bevande fermentate e del
vino in particolare (conosciuta assieme al vino di palma e
alla fermentazione del miele e alla birra in Egitto fin
dalla XVIII Dinastia (3.000 A.C ), si fonda su Dioniso e i 4
elementi del Mondo, rappresentati dal toro, dal serpente,
dall'edera e dal vino, segno nell'insieme della zoh (cultura
minoica).
L'edera
appare a Cnosso sui monumenti, sulle monete come poi sui
sarcofagi etruschi ricorda nella sua stilizzazione il
papiro, segno principale nella forma dei capitelli
colonnati, aperto o chiuso a seconda che indichi,
rappresentando l'albero del Mondo, l'ingresso di sale aperte
alla ragione o piuttosto all'iniziazione.
Sia
la pianta di vite che l'edera vanno entrambe incontro a
metamorfosi nella loro vita, come la vita mitica di Dioniso:
luce e smembramento nella pigiatura, fermentazione nella
tomba del koris e resurrezione. Il serpente rappresenta il
fluire incessante della vita, e lo smembramento della stessa
come iniziazione ad un ordine superiore veniva in effetti
attuato nei riti strappando i serpenti nati in primavera,
per preparare poi la fermentazione del miele, primo mito
dell'archetipico Soma, nel momento in cui è possibile
catturare il massimo della Luce, quando il Sole entra in
estate nella costellazione dei Cani (canicola), onde poterla
restituire al ciclo successivo.
Per
Kereny il mito progredisce da due archetipi più remoti,
l'incesto e il serpente.
La
seduzione di Persefone ctonia e sotterranea da parte
dell'opposto solare Zeus suo padre sotto forma di serpente
rimanda all'agilità con cui questo penetra nella
concatenazione dei miti, portando il messaggio della vita
indifferenziata all'interno della differenziazione in catene
di vite individuali, di padri e di figli, un incesto
sotterraneo garante della Vita.
Zoh
può essere graduata in tre parti, al maschile
(seme/serpente indicanti generazione di sé stessi nell'Uno,
poi embrione come manifestazione nel Mondo di forme di vita
più animale che spirituale, v. Minotauro, quindi il Kissos
o Dioniso); e, specularmente, al femminile (Rea Dea Madre,
poi Arianna e infine Arianna sposa mistica di Dioniso).
Arianna
è la Signora del labirinto, lo spazio che veniva percorso
con danze e canti appropriati, e che rappresenta la base
della Montagna della grande Madre, al cui interno, in una
grotta, sorge la luce della Vita che ritorna, con a fianco i
due cani della costellazione dei Canes venatici, appunto da
caccia, perchè inizia qui la caccia di Orione all'Aurora,
almeno fino a quando il salire nel cielo autunnale della
costellazione dello Scorpione non porrà fine al ciclo, come
rappresentato dall'afferramento di Orione da parte delle
inesorabili chele nei vasi greci dei primi periodi.
Dioniso
è quindi la realtà archetipica di Zoh mentre la moglie
simbolica Arianna rappresenta il sorgere alla coscienza di sé
dell'anima (airw), flusso delle anime che entrano nel Mondo
attraverso la porta zodiacale del Cancro, genesi del mondo
fra maschile e femminile.
La
nascita di Dioniso avviene al momento in cui il dio si
guarda allo specchio, il Sé che pronunciando "Io
sono" dà vita all'Io. Il formarsi dell'Io è un atto
che può essere rivisto, dopo la nascita e la sua fusione al
corpo, solo da un iniziato, il quale rappresenta la visione
sotto forma di energia naturale proiettata al di fuori di sé,
in genere sotto forma di fiera, una belva che rappresenta la
forza non ancora individualizzata [34,36] come l'iniziando
che si osserva come fiera selvaggia allo specchio nelle
Nozze Chimiche di Valentin Andreae [58].
A
questo stato "alto" della percezione si
contrappone quello "basso" del normale
procedimento del conoscere, o critica del giudizio: aitia,
causa, nasce come culla della causalità e della
spiegazione, ma anche allora della colpa, per la separazione
analitica del conoscere dividendo anziché percependo nella
totalità.
Un
mito in particolare può essere di aiuto per comprendere
meglio questo tema, ed è quello della separazione dei
serpenti che copulavano ad operata di un saggio: la coppia
dei rettili rappresenta il flusso della vita, l'Unità
indifferenziata secondo le categorie del giudizio dell'uomo,
un uomo che nei panni del saggio apre nella loro separazione
la via analitica del conoscere, preludio di una sintesi
conoscitiva che non è di questo mondo, se si seguano le
regole dell'Arte.
Ogni
storia, infatti, quando raggiunge il proprio limite di
descizione incontra sempre un serpente, un albero e l'acqua,
figure archetipiche che si trasformano lentamente nei secoli
nella diversità apparente dei miti e che una volta
affrontate diventano più mansuete, offrendo anzi aiuto e
potere.
Il
sonno dell'ebbrezza e la colpa
Secondo
Eraclito: "chi è nel sonno opera e coopera agli eventi
del mondo [25]. Questo sonno è quello del racconto vedico,
con Brahma che narra:" ... il mondo è nato
dall'interruzione di un sonno, e la veglia è la nostra
unica prova da dare all'uomo della sua esistenza" in
perfetta concordanza con il mito della divisione dei due
serpenti all'origine della differenziazione del mondo dal
Caos unitario. E per questo l'opera del Medico è
rappresentata da uno solo dei serpenti del caduceo di
Ermete, asse del mondo.
Nella
operazione dell'analisi conoscitiva, la mente dell'uomo è
come un magro braccio di scimmia [16] che per afferrare un
frutto su un albero rimane come afferrata dal frutto stesso.
Nella
vita mentale chi prende è afferrato dall'oggetto mentale, e
questa è la radice dell'inganno di Mania.
La
parola rispetto all'intuizione genera la colpa, perchè
chiude nella sola razionalità concetti relativi o oggetti,
senza aver possibilità di farsi carico della loro essenza,
che è e rimane rispetto ad essi trascendente.
La
conoscenza superiore è invece legata al Sonno, un sonno non
ordinario, ma legato alle virtù e alla forza della bevanda
archetipica: sonno di Noè, dei santi, degli dei che nel
sonno generano il mondo, sonno di Penelope, mentre teme per
il figlio lontano sul mare, pallida figura addormentata, che
Atena visita sotto forma di spirito, insinuandosi attraverso
la serratura della porta della camera, confine fra
essoterico e esoterico, sedendosi poi sulla testa della
regina chiusa nell'altra stanza, quella del sonno, come un
daimon incombente, un incubo che porta sollievo
all'angoscia.
I
momenti sacri del bere si formano poeticamente sempre alla
presenza di un cratere, dove la forma a coppa ricorda
simbolicamente la terra, e la superficie il livello di
coscienza dell'uomo, sotto il quale occorre fare un viaggio,
sotterraneo e notturno, letterariamente rappresentato come
viaggio nel regno dei morti.
La
superficie del liquido presenta l'unione dello Spirito con
il limite dell'uomo, e il cratere è spesso coronato di
elementi figurati al bordo, forse lo Zodiaco.
Il
sonno dopo l'ebrezza può essere mortale: solo il mago, come
il Maestro, può separare il venenum bonum dal malum,
identificando ed eliminando per depurazione la malignitas,
in perfetta corrispondenza dell'androginia simbolica dei
frutti e dei loro significati, come appunto malum/mela.
Il
mago è figura del principio di separazione analitica come
via alla conoscenza: il diaballein del diavolo e del
serpente edenico sull'albero del Bene e del Male prima uniti
nell'Uno.
Il
tema dell'androgino, dell'indifferenziato, ricorre in quello
della fermentazione del miele, prima della separazione
analitica in residuo e bevanda di idromele, con una potenza
tale da insinuarsi nella radice della parola malattia,
richiamo all'alternanza di malum/mela ovvero di separazione
del lato mortifero rispetto all'Unum indifferenziato
rispecchiato dal pomo.
Tale
alternanza verrà segretamente insegnata con l'allusione
alla via maschile e femminile nella consultazione dei
tarocchi come nella divisione delle lettere dell'alfabeto
arabo come nelle opposizioni del gioco degli scacchi, al
modo dorico o jonico delle scale musicali mistiche,
allusioni che emanano dalla regia impostazione in Via secca
e Via umida per la realizzazione della Grande Opera in
Alchimia.
S.Martino
dice che il vino del sacrificio cristiano è l'agente attivo
e generatore della Grande Opera, lo zolfo del simbolismo
alchemico.
Lo
zolfo esprime lo spirito, il mercurio l'anima. Lo zolfo
corrisponde all'Ordine divino, al fiat lux grazie al quale
il mondo, emergendo dal caos, si fa cosmo, un movimento che
procede dal centro dell'essere, un atto spirituale che
trascende il piano del pensiero discorsivo per produrre un
duplice effetto sull'anima: dilatazione e approfondimento
del senso dell'essere e chiarificazione stabilizzazione dei
contenuti essenziali della coscienza.
Magia
e scienza del vino
La
struttura botanica di ogni pianta è quindi segno vivente
dell'opposizione in uno, così come il veleno è il lato
oscuro del principio semplice là contenuto, utilizzabile
come presidio e farmaco.
Come
l'elemento notturno, lunare, la vite costruisce a poco a
poco la figura del femminile dispensatore di morte, in
opposizione simbolica al femminile portatore di vita,
assorbendo in entrambi i casi la luce e la forza del
principio solare maschile, e questo colore seguirà tutte le
occupazioni dell'alchimia verde deviata, quella orientata
alla preparazione dei vini abortivi e adulterati con veleni
mentre lo studio dei "semplici" fornirà i primi
farmaci, pur rimanendo, come dai tempi remoti, unico rimedio
al dolore, come la birra.
Ricordiamo
infatti che una delle principali caratteristiche del veleno
è reputata essere la mescolanza di parti che naturaliter
fossero state diversamente indirizzate dalla Natura, e che
l'uomo per magia devia dal corso preparato allo scopo di
apportare anzichè vita morte: corpo semplice come presidio
e corpo composto come veleno è un concetto ancora presente
fino alla fine del XVII° secolo.
Con
Zacchia a metà `600 [53] viene quindi posto il punto sulla
questione dell' ebbrezza come veleno capace di modificare
senza speranza il carattere: il tema della fatuitas, sulla
base dell'osservazione che la fatuitas nasce dal
raffreddamento degli umori, dovuta all'azione soffocante
dell'apoplessia quando si sia bevuto in eccesso (Consilium
XXV ex Qaest.Med.leg, f.47,15), e senza che al vino
si possa dare alcun significato di sostanza nutriente, e così
i per i suoi derivati tipo acquavite.
Il
vino non è solo alcool: fino al `700 francese si dice
ancora che estrarre i costituenti dall'acqua minerale per
poi riunirli in acqua semplice non riprodurrà le virtù
dell'acqua naturale. Il vinum è inteso qui come Vis
Numerorum, rispettoso di rapporti fra cielo e terra che non
sopravvivono alla sola via analitica della chimica quando si
cerchi invece Sapienza, ottenendosi solo alcool per
distillazione, e perdendo l'Essenza.
Alcool
deriva da al-chol, in arabo fuoco che brucia, quanto fuoco
dell'essenziale contenuto nel vino e nei suoi derivati. E
non è detto che occorra bere vino visibile per arrivare a
vedere il sole dal calice secondo il grande mistico Omar
Kayyam. Infatti il Corano, che pure vieta l'uso di bevande
alcoliche, tratta delle anime che prima che i tempi fossero
erano come ebbre di vino.
La
vite assume allora il significato di albero della
conoscenza, l'albero del Bene e del Male del perduto Eden
secondo la tradizione della Mishnah della tradizione ebraica
orale, l'albero cosmico di tutte le Tradizioni, l'asse del
mondo.
Un
albero le cui radici si dirigono in profondità,
dolorosamente e con il rischio di aprirsi il passaggio in
una terra feconda che è però anche terra dei morti, prima
di assicurare la base per la salita dell'intera pianta verso
il cielo, come tutti gli alberi sacri insegnano, ma qui in
particolare, per la vite, che la vita è eterna.
Il
sacerdote di questo insegnamento è Dioniso, divinità delle
linfe degli alberi sacri, e del Soma che tutte le riunisce
sotto un unico nome, nell'aspetto della fermentazione come
motore del simbolo di resurrezione, Dioniso come unico Dio
mago della tradizione antica, sciamano che rompe le barriere
dell'Io specchiandosi da piccolo nella caverna, insegnando
all'uomo a credere che il proprio limite individuale non è
la morte della vita.
E
lo specchiarsi comportò l'essere fatto a pezzi e bruciato,
mentre il suo sangue imbeveva una terra dalla quale
sarebbero nate il melograno e la vite, segni di una forza
che rompe ogni bipolarismo fra conscio e inconscio,
individuale e collettivo, visibile e invisibile, mondo come
appare alla vita umana e Mondo nella sua essenza.
Ancora
oggi il vino è considerato creatura viva, che si evolve,
come l'iniziato che nasce, dolorosamente, due volte come
Dioniso. Duplice è anche l'aspetto della pianta di vite nel
suo sviluppo lungo le stagioni, una vite che fino al periodo
classico veniva celebrata come segno della presenza dei
morti fra i viventi nelle Antesterie ateniesi, con il nome
di Kissos, Dioniso.
Una
duplicità che informerà anche miti più lontani
geograficamente, legando le stagioni alle forme di passaggio
in serpente, toro e pantera (o capro, il tragos radice a sua
volta della Tragedia).
La
vite dell'iconografia antica veniva spesso raffigurata
crescere in un deserto, disegno delle aride piane anatoliche
della sua origine botanica quanto segno sottile che rimanda
ad un altro deserto, all'erevot ebraico quanto all'erev con
cui si connotava la Sera dell'uomo[19], segno scritturale di
ciò che viene dalla distesa sterminata della propria
trascendenza, detto anche il Cavaliere del Tramonto nel
Libro dei salmi [19], in stretta analogia al latino ascendens
per deserta dei mistici, in omaggio a quell'albero sacro
che piegato al nostro tramonto promette una grande speranza
all'interno della vita che non conclude e che mai si
conclude [63].
Il
vino: definirlo secondo quantità lascia l'ambiguità di un
qualcosa che sfugge, a meno che non venga rivalutato
l'antico matrimonio fra materia e spirito, attraverso la
recuperata dignità degli aspetti qualitativi. Dionisos è
radice, ma noi possiamo solo vedere Mercurio che vola dalla
Tradizione sino a noi, messaggero dei simboli che parlano
all'anima dell'uomo, indirizzandolo al Mondo e
risvegliandolo rispetto alla sua apparenza.
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