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PIANTE E TUMORI
DALLA FITO-ONCOLOGIA EMPIRICA
ALLE TERAPIE SCIENTIFICAMENTE ACCREDITATE
Dott. Fernando Piterà
Medico Chirurgo — Dottore in Scienze
biologiche h.c.
Docente in Omeopatia, Fitoterapia e Bioterapie
- Genova
Non
dimentichiamo che tutte le credenze popolari,
anche quelle apparentemente più assurde,
si fondano su fatti reali, ma trascurati.
Disdegnarle significa perdere le tracce di una scoperta".
(Alexander Von Humboldt)
Per questo numero della
rivista mi era stato chiesto di scrivere un articolo sull’efficacia terapeutica
delle piante medicinali nella cura dei tumori. L’argomento, oltre che essere
di estremo interesse e attualità, presenta non poche difficoltà
data l’ingente mole di lavori ormai presente in letteratura. Avrei pertanto
potuto sviluppare l’argomento a temi monografici occupandomi di una pianta
medicinale alla volta, oppure fare una rassegna delle più importanti
e recenti acquisizioni sull’argomento. Lo scopo di questo lavoro, sarà
pertanto quello di passare in breve rassegna alcune tra le piante medicinali
con attività antimitotica che presentano una possibile utilizzazione
nella cura delle varie forme tumorali; dal più antico Colchicum
autumnale al Podophyllum peltatum, dalla Vinca rosea
(Catharanthus roseus) sino ai derivati semisintetici
ottenuti da alberi del genere Chelidonium majus Taxus baccata
e brevifolia e ai meno noti ma altrettanto importanti
Pittosporum toriba e Chamaerops excelsa. Mentre raccoglievo dati
e riordinavo le idee per scrivere sull’argomento, nella mente mi appariva
sempre più chiaro che le indicazioni "scientifiche" modernamente attribuite
ad ogni singolo vegetale, nella stragrande maggioranza dei casi, altro non
erano che la "nuova etichetta" di un lontano sapere. Qualcuno mi accuserà
di voler polemizzare a tutti costi, visto che la Fitoterapia, da sempre ignorata
dalla scienza ufficiale come molte altre metodiche terapeutiche, è
finalmente entrata (dopo qualche secolo di quarantena) nella ortodossa famiglia
delle "terapie scientificamente accreditate". Ma come si fa a ignorare e
dimenticare che molti degli gli stessi feroci detrattori di un tempo, sono
oggi diventati i promulgatori e i paladini di questo nuovo campo di ricerca?
Non molto tempo fa si assisteva in programmi televisivi sulle medicine definite
"alternative" a battute di spirito del tipo che curarsi col prezzemolo, basilico
ed erbette varie non poteva certo nuocere a nessuno, semmai bisognava stare
attenti a non confonderle con la cicuta; come a dire che se con basilico e
prezzemolo si poteva condire qualche pietanza, non sempre curarsi in modo
naturale poteva essere scevro da rischi! Il che equivale a dire che le piante
medicinali o non fanno nulla o avvelenano! Ebbene gli stessi intelligentoni,
tra i quali colleghi o tecnici esperti in ricerca farmacologica forse ignoravano
o facevano finta (voglio sperare) che oltre il 60% dei farmaci attualmente
in commercio altro non sono che la brutta copia di sintesi di ciò
che in natura esiste già dalla notte dei tempi. Potrei stancare il
lettore con una interminabile lista di farmaci ancora in uso da più
di un secolo e mai sostituiti da nessuna molecola farmacologica di sintesi
o mai scaturita dalla più avanzata ricerca tecnologica in grado di
sostituirla! La moderna fitoterapia rimette oggi in vigore rimedi antichi
la cui efficacia è altrettanto attiva delle droghe chimiche e che
per secoli sono stati ferocemente boicotatti o relegati al ruolo di cenerentole
della terapia, etichettati come "farmaci della nonna" o rimedi da donnicciole.
E’ possibile affermare
che la Fitoterapia è contemporanea alla comparsa dell’uomo. Da millenni
la specie umana utilizza in tutto il mondo numerose piante a scopo alimentare
e terapeutico. Probabilmente mediante avvelenamenti accidentali, svariate
prove e l’osservazione di animali che si nutrono di particolari piante solo
in determinate circostanze, a poco a poco l’uomo imparò a conoscere
le proprietà dei vegetali e a distinguere le piante da quelle che
potevano essere utilizzate come alimento o come rimedio. Non esiste infatti
civiltà che non abbia legato il suo stato di conoscenza dell’uomo
e della natura all’arte di guarire. In tutte le scoperte terapeutiche che
si sono avvicendate nel corso dei millenni sino a quelle contemporanee esiste
un profondo legame e sembra che esse siano collegate tra di loro da un unico
denominatore ad una tradizione millenaria. Rimedi conosciuti e utilizzati
in passato vengono oggi riscoperti per entrare a far parte di nuovi presidi
farmacologici.
Erroneamente si crede
che sia stata la scienza ufficiale ad insegnarci ad utilizzare le proprietà
terapeutiche delle piante medicinali e a scoprirne le virtù curative:
in realtà, solo in epoca molto recente la scienza "ufficiale" ha rapidamente
assimilato le conoscenze accumulate in secoli di storia della terapia che
l’hanno preceduta, raccogliendo spesso immeritate benemerenze per aver prima
osteggiato e definite ciarlatanesche certe pratiche fitoterapiche e poi per
aver dato, ravvedendosi, contenuto e rigore scientifico a "scoperte" di un
lontano sapere. Per ciò che riguarda le piante medicinali dotate di
attività antimitotica e antineoplastica queste sono note da lungo
tempo per essere state utilizzate in medicina popolare - o come oggi si usa
dire in etnomedicina - ancora prima che se ne comprendesse pienamente il
loro meccanismo d’azione.
In realtà, la
moderna farmacologia occidentale ha una storia recentissima, compresa nell’arco
di tempo di poco più di un secolo e potrebbe essere riassunta, per
quanto riguarda i farmaci di derivazione naturale, in un breve elenco di
nomi di sostanze tuttora in uso o con indicazioni terapeutiche ancora attuali.
A titolo di solo esempio ricordiamo il chinino (1643), la digitale
(1785), la morfina (1803), la colchicina (1763), l’ergotamina
(1804), la nicotina (1828), la codeina
(1832), l’acido salicilico (1827), l’atropina (1831), la pilocarpina
(1874), la fisostigmina o eserina (1855), la cocaina
(1880), l’acido acetilsalicilico (1899), l’efedrina (1924),
il curaro (1932), la penicillina (1941). Ma come dimenticare
l’ajmalina, gli antociani e antocianosidi, gli antrachinoni, l’apomorfina,
l’arbutina, il balsamo del Perù, la bleomicina, la bromelina, la caffeina,
il carotene e i carotenoidi, la chinidina, la clorochina, la colchicina,
il cortisone, il creosoto, le cumarine, la curcumina, la diacereina, la digitossina,
la digotossina, la digossina, la diidroergocristina e diidroergotamina, la
diosmina, l’emetina, l’ergonovina, l’ergotamina, l’escina, l’eugenolo, il
farnesolo, i flavonoidi, il guajacolo, gli idrochinoni, l’idrossiantracene,
l’ipecacuana, la katina, la leucoblastina, la lobelina, la lorajmina, il mannitolo,
la metilergotamina, il metisergide maleato, la mitomicina, le mucillagini,
la papaina, la papaverina, il piretro, la podoffillina, la quecetina, la
reserpina, la rutina, le saponine, la silimarina, la stricnina, la strofantina,
i sucralfati, il taxolo, il tiocolchioside, la vinblastina, la vinburnina,
la vincaleucocristina, la vincristina, la vincamina, la warfarina? Era solo
per fare qualche nome tra quelli che la memoria mi suggerisce all’istante
tra i molti farmaci che sono di derivazione vegetale. Le sostanze ormonali
e gli steroidi presenti in alcune piante hanno struttura simile a quella presente
nell’uomo: il progesterone, per esempio, è il precursore degli ormoni
maschili e femminili e possiede una struttura che è correlata a quella
del colesterolo e del cortisolo. Un classico esempio sono le sostanze steroidee
che costituiscono la struttura di base del cortisone e dei contraccettivi.
Nel recente passato sia il cortisone che gli anticoncezionali venivano estratti
dalle radici di Dioscorea villosa che era a tale scopo estesamente
coltivata in Messico. Ricordiamoci che la Digitale, per più
di due secoli, è stata, ed è tuttora un insostituibile farmaco
cardiologicamente attivo (e non solo). La stessa cosa dicasi per lo Strofanto.
Citiamo ancora l’efedrina ricavata da Ephedra vulgaris, la china e i derivati
chininici, gli alcaloidi della Secale cornuta, la Rauwolfia serpentina per
la cura dell’ipertensione e strati depressivi. Gli esempi si sprecherebbero
sino ad occupare interi volumi, ma per arrivare in tema di neoplasie, le
piante si sono dimostrate anche in questo campo altamente attive con i loro
principi. Cosa farebbe un anestesista e quindi il chirurgo senza l’atropina
e il curaro? Cosa farebbero gli oncologi senza vincristina e vinblastina
visto che queste due sostanze entrano a far parte di almeno una dozzina
di protocolli polichemioterapici antitumorali in varie combinazioni con
doxorubicina, 6-mercaptopurina, bleomicina, ciclofosfomide, etoposide, cisplatino,
metrotexate, mecloretamina, procarbazina, dactinomicina e prednisone ? E
non dimentichiamo che pure la bleomicina , la daunirubicina,
la mitomicina C, e la mitramicina sono state isolate da piante
inferiori o funghi. Eppure, anche la Vinca rosea, dalla quale queste sostanze
sono state isolate, era ritenuta dai sapientoni di turno "un’erbetta." A
tal proposito mi è caro ricordare come Luigi Oreste Speciani, straordinaria
figura di medico e padre della Medicina Integrata in Italia, facesse notare
che fino agli inizi degli anni sessanta era considerata ciarlataneria somministrare
decotti di Vinca rosea e peruviana ad ammalati di cancro, secondo l’antica
medicina popolare peruviana, sino a che gli alcaloidi purificati Vincristina
e Vinblastina entrarono nella pratica medica di tutti i centri anticancro
del mondo con l’etichetta di "Scienza", anche se di diverso da prima non
c’era che il vetro del flaconcino.
Da qualche tempo una
nuova scienza l’Etnomedicina si dedica a studiare affannosamente,
prima che sia troppo tardi, l’immane moltitudine di rimedi vegetali ignoti
ai più, ma utilizzati con successo da popolazioni che abbiamo arrogantemente
considerate "selvagge". Così intere troup di competenti specialisti
finanziati da governi e multinazionali del farmaco hanno dovuto riconoscere
l’esistenza di una "scienza botanica" di gran lunga superiore alla nostra,
rimanendo attoniti dalla conoscenza così profonda delle immense possibilità
del mondo vegetale che si può riscontrare in quelle popolazioni non
ancora del tutto raggiunte o rovinate dalla civilizzazione bianca. Mi riferisco
ad esempio agli indiani dell’America del Sud o ad alcune tribù africane.
E’ stato infatti necessario creare una nuova disciplina, l’Etnobotanica
appunto, per individuare, studiare e catalogare una seppur minuscola parte
di dati così preziosi che sarebbero andati sicuramente persi. Un tentativo
estremo, dell’ultima ora, per reintegrare nel nostro patrimonio culturale
e biologico ciò che la "Scienza" ufficiale da sempre ha presuntuosamente
escluso e di cui aveva perso persino il ricordo. Diversi ricercatori hanno
finalmente capito che il recupero di antiche culture tribali poteva essere
di grande utilità per identificare ed estrarre dalle piante nuovi
rimedi, da sempre utilizzati nelle tradizioni popolari, trasmesse di generazione
in generazione solo oralmente. L’occasione di recuperare questa conoscenza
si va però rapidamente perdendo poiché molte di tali culture
tribali stanno scomparendo ed interi gruppi etnici hanno perdudo o stanno
perdendo il loro tradizionale modo di vivere, e con esso, la conoscenza fitoterapica.
In questo tipo di conoscenza, in questa "selvaggia scienza del concreto" -
non frammentaria come la nostra ufficiale e astratta scienza (astratta perché
paradossalmente avulsa ed estrapolata dall’uomo e dal suo sentire), il campo
del sapere è paradossalmente più unitario e coagula piante
e animali, uomini e dei, naturale e sovrannaturale, visibile e invisibile,
coesi da molteplici legami, sottili ma percettibili, solidi, concreti.
Per secoli e secoli,
nozioni della tradizione risalenti alla notte dei tempi e osservazioni empiriche
hanno coesistito l’una accanto alle altre nel grembo di un sapere unitario
non necessariamente antitetico. Col passare del tempo, si venne però
a creare una profonda scissione che diede vita a due diverse correnti di
pensiero; la seconda e più recente, basata sulla sperimentazione pratica
e sulla cartesiana teoria razionale che si costituì a partire da questa,
pretese poi arrogantemente, una volta sicura di se stessa, di detenere il
monopolio della verità, proclamando l’inutilità della tradizione,
del sapere e della "conoscenza" che non fosse "scienza", tacciando di eresia
tutto ciò che non si accordava più con il nuovo metodo scientifico.
Figlia dell’impostazione meccanicistica e positivistica del Sapere, la Medicina
scientifica nasce e si afferma come cultura analitica. Tutto il pensiero
medico-filosofico occidentale diviene, dopo il "trauma Galileiano", refrattario
ad ogni substrato di empirismo. Crollato il mito dei "testi sacri", tutto
il sapere viene messo in dubbio; ogni nozione e argomentazione viene riesaminata,
misurata, analizzata. Si frantuma così irrimediabilmente il sapere
delle tradizioni. La conoscenza trasmessa oralmente nei secoli, di generazione
in generazione, le tradizioni culturali e terapeutiche di interi gruppi etnici,
saranno spazzate vie dal nuovo fervore intellettuale illuminista. Le scienze
mediche saranno presto e a lungo influenzate dal pensiero di Erlich,
Morgagni e Virchow. Il secolo positivista
della chimica e dell’anatomia patologica non potrà più tollerare
nessuna Medicina che non sia sperimentale e critica. Anche la patologia e
la fisiopatologia diventano i cardini e le nuove fondamenta di un sapere
sempre più tecnicistico, il quale, nel delirio esaltante di scoperte
sempre nuove, rischia di inseguire il mito dell’uomo artificiale.
Tuttavia molti dati e
troppe variabili rimanevano fuori del campo, singolarmente limitato, di investigazione
scientifica: infatti ogni volta che la Scienza è incapace di dare
una spiegazione ad un qualsiasi fenomeno, quest’ultima preferisce infatti
ignoralo o si limita a rifiutarlo, come se non esistesse. Ben presto però,
così come sempre succede con tutte le "vere", le "uniche", le "perfette"
e "inconfutabili" ortodossie, siano esse scientifiche, religiose o politiche,
queste prima o poi devono eliminare l’avversario, e sappiamo quali mezzi
esse in genere siano capaci di utilizzare a tal fine.
La distanza che si è
creata tra l’uomo e il mondo della natura ha fatto si che egli perdesse la
certezza sovrana che guida invece automaticamente altri esseri viventi nell’utilizzazione
del loro ambiente. In realtà, ciò che oggi sembra così
inaccettabile non sono le conclusioni a cui molti nostri predecessori erano
giunti ma il principio filosofico sul quale si basava il loro metodo. Già
molto tempo fa gli uomini di "scienza" hanno rifiutato tutte queste "insulsaggini",
gettando via preziose opportunità. Ma l’universo ha senso solo per
chi sa leggere i segni che esso contiene, per chi sa entrare in sintonia
con questo sistema di sottili corrispondenze, in cui segni e simboli rappresentano
segreti soltanto agli occhi e alle menti presuntuose che non si fidiamo più
di nessun ordine, se non quello che ingenuamente o arrogantemente pensano
di aver essi stessi instaurato.
DALL’ETONOMEDICINA ALLA RICERCA SCIENTIFICA
Conclusioni
Esiste una notevole varietà
di composti vegetali capaci di impedire la mitosi cellulare. Molti di questi
composti sono derivati da piante superiori dei più svariati generi
e tutti sono potenzialmente utilizzabili come antitumorali. Alcuni, come
la vinblastina e la vincristina (Caiharanthus roseus), sono già
estesamente impiegati e rappresentano i primi farmaci antineoplastici ad
essere stati introdotti in terapia e tuttora fanno parte della maggioranza
dei protocolli polichemioterapeutici in tutto il mondo. Un altro composto
vegetale, il paclitaxel (Taxus brevifolia) è stato utilizzato
in questi ultimi anni e promette di contribuire significativamente al progresso
della terapia del carcinoma ovarico epiteliale; un suo derivato semisintetico
ancora più recente, il docetaxel, ha dimostrato di essere particolarmente
efficace nel trattamento del cancro mammario metastatizzato resistente alle
antracicline.
Nella ricerca biologica
e farmaceutica la Fito-oncologia è un campo di indagine ancora tutto
da esplorare, soprattutto se consideriamo che delle oltre 600.000 specie
vegetali esistenti sul nostro pianeta soltanto il 5% di esse sono state sinora
studiate specificamente dal punto di vista chimico e farmacologico, potremo
allora renderci conto del grande e inesauribile potenziale terapeutico che
la natura ancora nasconde e ci offre spesso casualmente, oppure con indicazioni
che appartengono già alla tradizione secolare. Ma la cosa più
stimolante è che, come spesso è avvenuto in passato, i composti
di origine vegetale sicuramente attivi, oltre al loro valore terapeutico,
hanno fornito spunti e caratteristiche per servire da modello e da incentivo
per ulteriori settori della ricerca che possono accrescere le probabilità
di individuare nuovi farmaci in grado di contribuire al progresso della terapia.
Avvertenza:
L’Autore declina ogni
responsabilità per l’uso incongruo e autoterapico di piante medicinali
riportate in questo articolo. Le informazioni sono state tratte da testi
medici tradizionali e da recenti studi scientifici sulle piante medicinali
e sono qui riportate a scopo di divulgazione, consultazione e studio. L’utoterapia
senza una corretta diagnosi può essere estremamente dannosa alla salute.
Il consiglio di esperti e qualificati operatori sanitari è quindi
sempre indispensabile, soprattutto se la patologia appartiene all’argomento
in oggetto. Per quanto concerne il caso di melanoma citato a proposito
della Larrea, dobbiamo ricordarci che esso è una tra le più
aggressive forme tumorali che richiede assolutamente un precoce trattamento
medico polispecialistico.
PIANTE ANTITUMORALI
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PIANTE
Responsabili
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Sindrome
DIGESTIVA
Buccofaringea
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Sindrome
GASTRO
INTESTINALE
|
Sindrome
CARDIO
VASCOLARE
|
Sindrome
NEURO-
LOGICA
|
Sindrome
RESPI-
RATORIA
|
Sindrome
URINARIA
|
Sindrome
CUTANEA
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ALTRI
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Apocynum
Cannabinum
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+
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Cardiotossico
In cardiopatici
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Diuretico
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Arnica
Montana
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+
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Cardiotossico
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Allucinazioni
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Allergia
Dermatite
Pruriginosa
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Cetraria
Islandica
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Atrofia organi
sessuali, blocco
ormonale
gonodotropico
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Cnicus
Benedictus
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Bruciori,
irritazioni
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Vomito
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Colchicum
Autumnalis *
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+
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+
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+
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+
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+
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Coronilla varia
L. *
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+
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Cyclamen
Persicum Mill*
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Emetocatartico
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Emolisi
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Cynoglossum
Officinale *
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Epatotossico
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Depressione
S.N.C.
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PIANTE
Responsabili
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Sindrome
DIGESTIVA
Buccofaringea
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Sindrome
GASTRO
INTESTINALE
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Sindrome
CARDIO
VASCOLARE
|
Sindrome
NEURO-
LOGICA
|
Sindrome
RESPI-
RATORIA
|
Sindrome
URINARIA
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Â
CUTANEO
|
Â
ALTRI
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Ecballium
Elaterium Rich
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Diarrea + +
|
+
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+
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Echium vulgare L. *
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+
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|
+
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Heliotropum
Europaeum L.*
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Paralisi delle
Terminazioni
Nervose
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Larrea
Tridentata
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Nausea, vomito
Crampi
Addominali, epatotossicità
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Lithospermum
Officinale
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Atrofia degli
organi sessuali,
blocco degli
ormoni,
gonodotrophes
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Petasites albus
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Narcotico
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PIANTE
Responsabili
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Sindrome
DIGESTIVA
Buccofaringea
|
Sindrome
GASTRO
INTESTINALE
|
Sindrome
CARDIO
VASCOLARE
|
Sindrome
NEURO-
LOGICA
|
Sindrome
RESPI-
RATORIA
|
Sindrome
URINARIA
|
Â
CUTANEO
|
Â
ALTRI
|
|
Podophyllum
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|
Irritazione
Delle mucose
Intestinali
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Senecio
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Epatotossico
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Cancerogeno
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Solanum
Dulcamara
|
+
|
Diarrea + +
Vomito
Epatotossico
|
Bradicardia
Iposistolia
|
Parasimpatico-
Litico, Turbe
Neurosensoriali,
Vertigini,
paralisi
convulsioni
|
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|
|
Sonchus
Oleraceus L.
|
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Idragogo
+
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Tabebuia
Cassinoides
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Nausea
Vomito
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Emorragiparo
Anticoagulante
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Taxus
Brevifolia
|
|
Epatotossico
|
Cardiotossico
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Veleno bulbare
Narcotico
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|
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Ecchimosi
Azione sulle
Noyaux et les
Mitochondries
|
|
Viscum album
|
|
Diarrea + +
Vomito
|
Ipotensivo
|
Eccitazione
S.N.C.
Depressione
S.N.C.
|
|
Diuretico
+
|
|
Sangue:
diminuzione dei globuli rossi Leucopenia
Purpura
|
BIBLIOGRAFIA
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