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Ho'Oponopo:
una tradizionale terapia Hawaiana
Dott.
Cristina
Notarangelo
Laureata
in Lingue
La
parola ho 'oponopono, che letteralmente significa
"correggere", indica una tradizionale terapia di
gruppo praticata dagli indigeni delle isole Hawaii e rivolta
alla cura di malattie sia di genere patologico che
sociale.
Nell'Hawaiian
Dictionary di M. K. Pukui e S. H. Elbert, fra i vari
significati della parola, leggiamo che ho'oponopono
significa: "Purificazione mentale: consultazioni
familiari nelle quali venivano corrette (ho' oponopono) le
relazioni attraverso la preghiera, la discussione, la
confessione, il pentimento, e la restituzione ed il perdono
reciproci" (1986: 341).
La
seduta di ho'oponopono può essere considerata un
rimedio ad un ordine duplice di problemi fra loro collegati,
poiché il suo scopo è quello di ristabilire l'ordine sia a
livello individuale che sociale.
Nel
primo caso infatti ristabilire l'ordine individuale
significa guarire da una malattia. Se si tratta di una
patologia organica l'ho'oponopono viene praticato
come supporto psicologico ed affiancato a terapie mediche di
stampo occidentale, mentre se il disturbo è di origine
psicosomatica l'ho'oponopono può sfociare nella
completa guarigione dell'individuo interessato.
Il
desiderio di mantenere o ristabilire l'ordine per mezzo
dell' ho `oponopono investe anche i rapporti sociali.
Relazioni interpersonali disturbate, devianti in modo palese
dal modello ideale di rapporto fra sé e gli altri, in
particolare fra parenti, devono essere corrette alla stregua
di altre malattie.
Il
disordine sociale è anch'esso molto pericoloso poiché non
solo genera dolore, malattia e morte, ma perché è indice
di malessere, di malattia della società. I due ordini di
problemi risultano così collegati, per cui la malattia
individuale e quella sociale possono essere allontanate
ristabilendo relazioni corrette ed ordinate a livello
vertica le - fra discendenti, antenati e dei - ed a livello
orizzonta le - nell'ambito del la famiglia nucleare, di
quella allargata e del gruppo sociale più prossimo.
Non
ovviare al disordine favorisce invece sventura e morte. Ecco
allora che il medesimo procedi mento è utilizzato per
ottenere risultati solo in apparenza molto diversi; in tutti
i casi l'ambizione di fondo è ristabilire l'armonia con se
stessi, con gli altri e con le potenze del mondo invisibile.
Mi
limiterò perciò a delineare il modello ideale di questa
terapia tradizionale hawaiana, attual < mente praticata
in contesti differenti e con numerose varianti. Tuttavia,
prima di descrivere l'ho'oponopono in dettaglio, è
opportuno analizzare le credenze che hanno originato questa
pra tica terapeutica e la concezione che i Nativi hawaiani
(1) hanno del sé in rapporto agli altri, concezione in
parte sopravvissuta al passato e caratterizzante in modo
eviden te il relazionarsi dei Nativi con l'esterno
II
Sé e gli Altri.
La
tradizionale concezione hawaiana del sé era radicata nelle
relazioni instaurate dall'individuo con altri esseri umani,
il mondo naturale e le forze divine. Queste ultime,
rappresentate dai grandi dèi, gli Akua, e dagli antenati
familiari divinizzati, gli 'Aumakua, si potevano
manifestare nei fenomeni naturali e nelle forme animali,
vegetali e minerali.
Il
temporale, l'arcobaleno, lo squalo, il fiore o la roccia
potevano essere tutte trasfigurazioni, cioè kinolau, di
Akua ed 'Aumakua, con i quali la
comunità umana tracciava i propri rapporti in termini di
parentela. La concezione del sé era di tipo interpersonale,
valutata in base alla qualità dei rapporti con la famiglia
allargata, (`ohana), il gruppo sociale
e gli esseri divini, eventualmente visibili nel mondo
circostante.
L'orientamento
delle persone era quindi di tipo gregario, teso a produrre
nei limiti del possibile relazioni sociali armoniche. I
rapporti dinamici che si creavano dalle relazioni reciproche
operanti potevano tuttavia mettere in moto energie
ambivalenti, positive, confortanti e protettive, oppure
negative, deleterie e distruttive. (Gallimore, Howard,1968:
10-16; Ito, 1985: 301-310).
Attualmente
le mutate condizioni socio-politiche delle Hawaii e il
prolungato contatto degli indigeni con gruppi etnici
differenti hanno creato una situazione molto fluida, nella
quale elementi socio-culturali di varia origine si sono in
qualche modo mescolati.
Tuttavia,
nonostante i massicci tentativi di deculturazione subiti
dalla popolazione indigena, alcune credenze e pratiche
sociali tradizionali sono sopravvissute, sia in ambito
rurale che urbano. A partire dall'inizio degli anni
Settanta, in seguito all'affermarsi dell'Hawaiian Movement
(2), credenze e pratiche tradizionali sono state rivalutate
e rivitalizzate.
Marshall
Sahlins ha affermato che la cultura hawaiana è di tipo
"performativo", vale a dire che è una cultura
nella quale gli attori sociali determinano "i propri
rapporti sulla base del loro interagire", favorendo in
questo modo il cambiamento storico.
Questo
aspetto la differenzia dalle culture di tipo "prescrittivo"
le quali, fornite di "modelli meccanici" che
guidano l'agire dei soggetti agenti, risultano più
permeabili all'analisi antropologica perché più
strutturate e rigide di fronte agli eventi della storia. (Sahlins,
1986: 20-24).
La
tipologia proposta da Sahlins risulta più utile se
applicata, anziché secondo una prospettiva interculturale,
all'analisi dei diversi ambiti di una stessa società e
cultura, all'interno della quale esisteranno presumibilmente
aspetti più prescrittivi ed altri più performativi.
Si
può quindi affermare che se gli hawaiani hanno
reinterpretato molti aspetti della loro cultura adattandoli
al contesto, modificandoli oppure integrandoli rapidamente
con altri elementi, essi si sono dimostrati molto più
"prescrittivi" in relazione ai modelli
tradizionali di aggregazione sociale, in particolare quelli
che in passato erano tipici della gente comune (maka'ainana).
Accanto
alla fede nel Dio cristiano convive così la credenza
negli 'Aumakua; mentre l'atteggiamento individualista
della cultura euro-americana ha soppiantato raramente quello
indigeno maggiormente orientato verso l'interdipendenza e
l'armonia nel gruppo sociale. La famiglia è rimasta inoltre
il contesto principale di riferimento nella vita
dell'individuo.
Ancora
oggi molti indigeni hawaiani definiscono se stessi in base
alla qualità dei rapporti, in particolare di tipo
affettivo, instaurati all'interno del gruppo sociale più
prossimo. Per i nativi la persona ideale è espansiva,
allegra, sincera, umile, ospitale, generosa e disponibile
poiché agisce guidata dallo spirito dell'aloha, 1'
"amore", esteso e ricevuto in forma
generalizzata (Ito, 1985: 300303). Essa antepone al proprio
tornaconto personale l'interesse della famiglia e del gruppo
sociale ed evita conflitti e confronti diretti, origine di
disarmonia e disgregazione sociale (Gallimore, Howard,
1968:10-11).
Anche
i modelli di inculturazione indigeni si collegano ai modelli
di comportamento adulto, favorendo fin dall'infanzia lo
sviluppo di un'acuta sensibilità, una sorta di
"antenna sociale", secondo la definizione di
alcuni studiosi, per percepire il modo ed il momento più
appropriati per esprimersi ed agire senza suscitare reazioni
indesiderate da parte degli adulti.
Scopo
principale del modello di socializzazione non è rendere
l'individuo indipendente, ma interdipendente nell'ambito
della famiglia e del gruppo sociale (Ibidem: 14; Gallimore,
Boggs, Jordan, 1974: 62-67).
Il
privilegiare la comunicazione indiretta impedisce il sorgere
di aperti conflitti, ma può anche essere fonte di profondi
fraintendimenti i quali, a loro volta, possono generare una
sorta di ostilità latente il cui erompere si deve fare in
modo di prevenire o controllare.
Gli
hawaiani, infatti, pur privilegiando il mantenimento di
relazioni interpersonali armoniche, sono individui e come
tali si possono offendere, arrabbiare o deprimere. Quando ciò
accade, al fine di prevenire oppure attenuare eventuali
disturbi psicosomatici, causati da stati emotivi di ordine
negativo che possono essere a loro volta generati da
relazioni sociali disturbate, esistono specifiche terapie
"folk" (3), tra le quali l'ho'oponopono,
che prevedono un confronto di tipo più diretto. Come ho già
detto, l'ho'oponopono, oltre ad essere un rimedio in
caso di malattia del singolo, è anche un espediente per
risolvere conflitti interpersonali, e quindi potenziali
malattie sociali che condurrebbero al disordine.
Anche
se l'argomento qui trattato è l'ho'oponopono in
quanto seduta e terapia praticata soprattutto in ambito
familiare, bisogna rilevare che nelle varianti attuali esso
può essere altresì praticato come raduno per risolvere
problemi nelle istituzioni scolastiche dove è presente
un'alta percentuale di indigeni, oppure come una riunione ed
una confessione collettiva all'interno di una comunità
ecclesiastica.
I
concetti di hala e hihia
Ho
già accennato alla fondamentale importanza che la qualità
positiva delle relazioni interpersonali assume tra i Nativi
hawaiani. Conseguenza del forte accento posto dagli
individui sull'ideale armonico delle relazioni tra sé e gli
altri è il profondo disagio psicologico degli stessi in
caso di devianza dal modello di comportamento prescritto o
comunque privilegiato.
Troviamo
così nella lingua hawaiana due parole che delineano il
crescente vortice di malessere e conflittualità che può
prendere avvio ed espandersi da una qualche trasgressione
iniziale: esse sono hala e hihia.
Hala
indica un errore, un'offesa, una trasgressione. Pukui
suggerisce di visualizzare il concetto di hala come
una corda "che lega il colpevole alla sua azione ed
alla sua vittima. La vittima si tiene a questa corda e
diviene egualmente legata" (Pukui, Haertig, Lee, 1972,
vol. l: 71).
Quindi
chi commette un torto e chi lo riceve entrano entrambi in un
circolo di comunicazione distorto all'interno del quale le
relazioni sono interrotte solo apparentemente; infatti
l'esistenza della trasgressione lega più strettamente gli
individui coinvolti e li trascina in una dinamica di cause
ed effetti che si alimentano vicendevolmente.
In
questo legame di negatività l'ira, il rancore ed il
desiderio di vendetta della vittima si mescolano con il
rimorso ed il senso di colpa del trasgressore, in un certo
senso punito dalla sua stessa azione.
Si
creano così in entrambi i protagonisti sensazioni
opprimenti e penose (Idem). Il conflitto tra due persone può
inoltre espandersi e trascinare al suo interno intere
famiglie. In questo caso si parla di hihia, che
significa "intrico", "groviglio" e che
Pukui immagina metaforicamente come una rete vasta e fitta
nella quale molte corde sono unite in più intrecci.
Essa
afferma inoltre che "Hihia è un intrico di
emozioni, azioni e reazioni, tutte con connotazioni negative
e problematiche" (Idem); se non vengono frenate esse si
autoalimentano sempre di più, imprigionando le persone
implicate nel disagio e nel malessere, in un generale clima
negativo.
È
interessante notar come in passato i kahuna, cioè gli
esperti, operassero una distinzione fra malattie differenti,
adottando in base alla diagnosi i rimedi più appropriati.
Le
malattie mandate dall'esterno, vale a dire inflitte dagli
dei oppure causate da atti di stregoneria, venivano perciò
distinte dalle "malattie del corpo", chiamate ma`
i kino. Vi era infine un altro tipo di malattia che
consisteva in disturbi di carattere psicosomatico causati da
incomprensioni, liti e rancori all'interno della famiglia.
Il rimedio per quest'ultimo tipo di disturbi, considerati
come derivanti "dal di dentro", era appunto l'ho'oponopono
che in genere veniva presieduto dal kahuna stesso
(Pukui, Haertig, Lee, 1972, vo1.2: 147-150).
L'
ho`oponopono.
La
versione moderna di questa pratica terapeutica,
particolarmente appropriata per risolvere conflitti di vario
genere all'interno di famiglie culturalmente hawaiane e così
per prevenire o curare anche malattie di origine
psicosomatica, venne sviluppata e delineata dall'Hawaiian
Culture Commitee del Queen Liliuokalanl Children's
Center (4) a partire dalla metà degli anni Sessanta.
Ripresa
successivamente in vari testi finalizzati alla divulgazione
della tradizione hawaiana e diffusa perfino attraverso
Internet, essa viene attualmente praticata anche in centri
di assistenza e di cura per Nativi hawaiani, istituiti a
seguito dell'approvazione del Native Hawaiian Health Care
Act avvenuta nel 1988.
Il
metodo dell'ho'oponopono è oggi strutturato in base
ad un modello condiviso che, pur lasciando nella pratica un
ampio raggio di flessibilità, prevede alcuni punti
fondamentali in relazione ad atteggiamenti e procedure da
tenere. Consideriamo in primo luogo chi decide di convocare
la seduta di ho `oponopono e quali sono i
prerequisiti necessari affinché si possa prendere una tale
decisione.
Mentre
in passato erano i Kihuna oppure i membri più
anziani della famiglia a decidere l'opportunità di svolgere
l'ho'oponopono prima, durante o dopo l'utilizzo di
differenti rimedi nella cura di un paziente, oppure per
risolvere svariati tipi di conflitti interpersonali,
attualmente questo compito può spettare ad un assistente
sociale, che conosce bene questo tipo di pratica, oppure
ancora oggi esso spetta ad un membro anziano della famiglia.
La
decisione viene presa soltanto se vi è una
ragionevole possibilità di riuscita nella risoluzione del
problema in questione, sia che si tratti di malattia, di
conflitto sociale o di entrambe le cose.
Nei
partecipanti deve quindi esserci la reale volontà di venire
a capo del problema e di restaurare la qualità positiva di
relazioni sociali che hanno assunto una piega indesiderata,
ed eventualmente provocato effetti spiacevoli. Ai
partecipanti è richiesta lealtà, sincerità e
disponibilità a mettere a nudo ed in discussione sentimenti
e pensieri, cuore ed intelletto; è inoltre necessario che,
se una parte ha commesso un torto, questa sia favorevole ad
una qualche forma di restituzione o di risarcimento ed
entrambe le parti siano propense al perdono reciproco.
Occorre
anche individuare un mediatore riconosciuto come tale da
tutti i partecipanti. Dato il ruolo fondamentale da lui
svolto e la piena autorità attribuitagli nel corso dell'ho'oponopono,
il prescelto deve essere una persona di fiducia, sopra
le parti e particolarmente intuitiva.
Questo
in quanto per mezzo suo viene canalizzato lo sfogo emotivo
dei partecipanti; essendo infatti l'ho'oponopono una
pratica di discussione e di chiarimento, è necessario
evitare l'eccessivo surriscaldarsi degli animi, situazione
che potrebbe produrre effetti più nocivi che concilianti.
Per
questo motivo la regola impone agli astanti di non parlarsi
direttamente e di rivolgere i propri discorsi esclusivamente
al mediatore, che è colui che pone domande, dirige la
discussione e decreta, quando è necessario, momenti di
silenzio chiamati ho `omalu, il cui scopo è
invitare i presenti alla riflessione e alla preghiera e
calmare in questo modo un ambiente che tende a diventare
teso.
Il
mediatore controlla così la catarsi emozionale, l'erompere
eccessivo di emozioni ed aggressività potenzialmente
distruttive. Portare sentimenti ed emozioni in superficie può
infatti essere rischioso; controllare la discussione vuol
dire far sì che non si creino nuove cause di risentimento.
Un
altro punto da considerare preventivamente è l'utilizzo
della lingua con la quale è più opportuno esprimersi.
Poiché non è detto che tutti coloro che intraprendono l'ho'oponopono
conoscano o utilizzino quotidianamente la lingua
hawaiana, si può utilizzare indifferentemente, a seconda
delle situazioni concrete, l'hawaiano, il pidgin (5) oppure
l'inglese.
Chiaramente
l'intelligibilità dell'intera discussione a tutti i
partecipanti è un requisito indispensabile per il successo
della seduta (Pukui, Haertig, Lee, 1972, vol.l: 60-70; Ka'ano'i,
1992:14-16).
La
procedura che in genere viene seguita si basa sullo schema
seguente:
- momento di preghiera; - enunciazione del problema da
trattare;
- introspezione e discussione;
- confessione;
- restituzione;
- perdono reciproco.
Si comincia con la recitazione di una preghiera rivolta agli
'aumakua, al dio cristiano oppure ad entrambi. La
dimensione spirituale è ritenuta molto importante, perché
viene considerato implicito che gli individui siano in
comunicazione con forze soprannaturali che possono illu
minarli e guidarli nei pensieri e nelle azioni, rendendoli
maggiormente disponibili ad indirizzare le proprie energie
in senso costruttivo. Le forze intellettive e spirituali del
gruppo vengono così unite per perseguire uno scopo comune.
Viene
poi enunciato il problema che si intende trattare. I motivi
espliciti per cui si svolge l'ho'oponopono sono di
diverso tipo: le incomprensioni all'interno della famiglia
nucleare o allargata possono infatti riguardare
appropriazioni indebite di oggetti altrui, essere dispute
relative al possesso della terra oppure liti derivanti da
fraintendimenti nelle interazioni comunicative e conseguenti
infrazioni dell'etichetta negli atteggiamenti e nel
comportamento.
Ad
ogni modo il più delle volte si decide di intraprendere l'ho'oponopono
perché un membro della famiglia è malato e se ne deve
ricercare la causa. Ovviamente questo rimedio da solo non
sempre può curare la malattia, che potrebbe non dipendere
da fattori psicosomatici, tuttavia anche in caso di
patologie nelle quali è opportuno ricorrere a cure mediche,
l'ho`oponopono può essere un valido supporto
psicologico e quindi aiutare la persona ammalata a reagire
meglio alle cure.
Durante
l'ho `oponopono, partendo dalla motivazione più
superficiale, si scava sempre più in profondità strati
successivi di problemi che emergono nel corso della
discussione e li si risolve uno alla volta. Il tentativo è
quello di rintracciare origine e struttura delle relazioni
interpersonali che si vogliono correggere. Questo processo
è chiamato mahiki.
Ogni
persona deve raccontare in modo onesto e veritiero la
propria versione della storia in questione e nel contempo
compiere una sorta di autoanalisi discutendo emozioni,
sentimenti, atteggiamenti e condotta individuale. Quando è
necessario il mediatore pone domande e, alla fine, se ciò
non è già avvenuto, fa in modo che tutti eliminino le
resistenze e confessino apertamente malcontenti, rancori e
azioni scorrette nei confronti degli altri.
Prima
di arrivare al perdono reciproco, quando è necessario ed è
possibile, si cerca di trovare un accordo in relazione alla
restituzione o al risarcimento nei confronti della persona o
degli individui inizialmente lesi.
La
seduta si dovrebbe concludere con il perdono reciproco e la
liberazione delle persone implicate dai legami negativi. Le
parole hawaiane per indicare quest'ultima fase sono mihi e
kala; la prima significa appunto
"pentirsi", "confessarsi",
"scusarsi", mentre kala vuol dire
"liberare", "sciogliere", "lasciar
andare". Kala significa andare oltre il perdono,
liberarsi reciprocamente e in modo definitivo di colpe,
rancori, recriminazioni ed imbarazzi.
Le
scuse ed il perdono non è detto che siano formulati in modo
esplicito, poiché gli hawaiani sono molto più inclini ad
un comportamento di tipo informale; così accade spesso che,
alla fine dell'ho'oponopono, le persone
manifestino i loro mutati atteggiamenti con pianti, baci e
abbracci reciproci. L'aloha viene in questo modo
restaurato.
Se
la seduta si conclude nel modo auspicato, il mediatore
decreta l'ho'omalu, cioè il silenzio, sull'intera
materia di discussione e recita assieme agli altri la
preghiera finale.
In
passato l'ho'oponopono era seguito da rituali di
chiusura che consistevano in bagni purificatori nell'oceano,
in offerte di polli e maiali agli dei ed in una festa per
celebrare la ritrovata armonia. Oggi, soltanto quest'ultimo
aspetto è rimasto in uso; la seduta viene così seguita da
una festa, un luau, durante la quale si mangia assieme e si
suona della musica.
È
considerato particolarmente appropriato all'occasione
cucinare taro e poi, una pasta fatta di cormo di taro
polverizzato, diluito con acqua e cotto. Il taro era in
passato un alimento base della dieta hawaiana e rappresenta
il simbolo della famiglia.
Accade
però che l' ho `oponopono non sempre si concluda nel
modo desiderato e che la richiesta di perdono venga
rifiutata. Questo può accadere per due motivi e le
conseguenze sono diverse.
Se
colui che ha commesso inizialmente l'infrazione non ha
chiesto perdono con la reale intenzione di farlo, quindi con
il cuore, oppure se l'ha fatto senza lasciar passare il
tempo necessario affinché l'altra parte potesse smorzare
rabbia e risentimento, il rifiuto del perdono è considerato
comprensibile.
In
questo caso si pensa che il trasgressore abbia nuovamente
agito egoisticamente, commettendo un errore nel valutare la
situazione e nessuna sanzione è attribuibile a colui che
rifiuta di perdonare.
Al
contrario se il trasgressore iniziale è genuinamente
pentito e desideroso di correggere la relazione ma gli viene
ugualmente rifiutato il perdono, colpevole diverrà colui
che trattiene il rancore e ciò si tradurrà in una
conseguente vulnerabilità alla sfortuna, alla malattia e
perfino alla morte.
Secondo
gli Hawaiani non è infatti possibile ignorare un sincero
sforzo volto a correggere rapporti interpersonali
deteriorati; ristabilire l'armonia sociale guidata dal
sentimento dell'aloha deve essere un impegno primario
e condiviso (Pukui, Haertig, Lee, 1972, vol.l: 6079; Ka'ano'i,
1992:14-16; Ito, 1985: 315-321).
Il
procedimento sopra delineato è una generalizzazione della
struttura e delle caratteristiche dell'ho'oponopono;
tuttavia, come affermato da Sahlins, la rigidità non è una
caratteristica degli indigeni di queste isole, pronti ad
adattare molte delle loro tradizioni alle diverse
contingenze storiche e sociali.
Così,
in una guida ai valori ed alle pratiche hawaiane, scritta
per incentivare ed esortare i Nativi a riprendere nuovamente
familiarità con le proprie tradizioni, assieme alla
descrizione delle regole rali dell'ho'oponopono,
leggiamo l'invito rivolto ai lettori affinché creino un
"ambiente o delle tradizioni" loro congeniali,
vale a dire "condivise" dalle persone che prendono
parte a questa peculiare pratica terapeutica in diverse
situazioni e circostanze. (Ka'ano'i, 1992:14).
NOTE
1
Utilizzo indifferentemente i termini Nativo hawaiano,
Indigeno hawaiano e Hawaiano per indicare qualsiasi
individuo i cui antenati abitavano le isole Hawaii prima
dell'arrivo di J. Cook nel 1778. Tali termini vengono
scritti con la lettera maiuscola quando sono sostantivi.
2
L'Hawaiian Movement è un movimento di revival etnico con
implicazioni sia politiche che culturali creatosi fra gli
Indigeni hawaiani a partire dalla fine degli anni Sessanta.
3
L'aggettivo "folk" indica in questo caso terapie
tradizionali praticate nell'ambito di comunità indigene
rurali ed urbane sopravvissute all'interno di una società
complessa, nella quale prevale l'utilizzo della medicina di
stampo occidentale.
4
Il Queen Lili'uokalani Children's Center è un'istituzione a
beneficio dei bambini hawaiani, creata nella forma attuale
nel 1966 grazie a fondi ricavati dal Lili'uokalani Trust,
un'amministrazione fiduciaria a beneficio dei bambini
orfani, principalmente di origine hawaiana, istituita dalla
regina Lili'uokalani, l'ultima regnante della monarchia
hawaiana, nel 1909.
5
Il Pidgin è l'inglese creolo delle Hawaii, che si sviluppò
a partire dalla seconda decade del nostro secolo fra gli
Hawaiani e la seconda generazione di immigrati giunti alle
Hawaii per lavorare nelle piantagioni.
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