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Mas' ala fi' l-samàc
(Dell'ascoltar la musica)
La
teiresi Araba e gli affetti ed effetti della musica
Prof. Stefano A. E. Leoni
Conservatorio A. Vivaldi
(Alessandria)
Per
poter apprezzare la specificità della teoresi musicale
islamica è bene ricordare, almeno a grandissime linee,
qual'è lo status della trattatistica occidentale. Si tratta
di una situazione che pur nella sua complessità tende a
delinearsi con forti connotazioni
"antipragmatiche": esse la differenziano, in
questo senso abbastanza nettamente, dalla produzione
musicografica di cultura araba.
Nella trattatistica medioevale e rinascimentale cristiana vi
è sicuramente una minore (se non nessuna) esplicitazione
dell'ascolto, anche se il problema, specie nell'etica
cristiana agostiniana e boeziana viene affrontato; certo ciò
non avviene su basi mistiche, né estatiche: qualcosa di
questo genere lo avremo con la mistica tardo-rinascimentale.
Tanto
il pensiero cristiano medioevale, quanto quello
arabo-musulmano, tendono a concepire le discipline musicali
dividendo più o meno nettamente ciò che è pratica della
musica da ciò che ne è concezione filosofica, ciò che è
fatto compositivo-esecutivo da ciò che è immaginario
musicale e storia dell'idea di musica.
In
entrambi i casi, comunque, sono riscontrabili
corrispondenze, quando non vere e proprie interconnessioni e
influenze, tra oriente ed occidente mediterraneo.
La
questione dei debiti, veri o presunti, che la cultura
musicale occidentale ha contratto nei secoli nei confronti
di quella araba, nell'ambito della pratica musicale, è
stata a lungo dibattuta e, se è pur vero che per molti
versi non è stata ancora detta una parola definitiva, è
altrettanto vero che i contatti tra i due universi musicali
sono più che attestati e son stati al pari studiati.
Volendo
riassumere brevemente possiamo affermare che l'influenza
nella pratica musicale che la cultura araba esercita su
quella cristiana occidentale si esplica essenzialmente e
circostanziatamente nel campo dell'organologia ed in quello
delle forme.
Un
discorso a parte meriterebbe la musica sacra araba e i suoi
parallelismi con quella occidentale, a partire dalla
sostanziale impermeabilità del repertorio, o meglio della
liturgia, che però trova esiti esecutivi assai diversi in
ambito musicale come diverse sono le culture che professano
l'Islam (2).
Varrebbe
senz'altro la pena di affrontare con maggiore attenzione
questo repertorio, pur sottolineando che ad una prima
ricognizione paiono emergere più affinità ed analogie che
vere e proprie reciproche influenze. Ma aldilà
dell'interesse per le "interferenze" nella pratica
musicale, un aspetto relativamente poco studiato, e per
converso assai ricco di spunti, è quello della storia della
teoria musicale, quella che in arabo vien definita al musîqî,
come pure dell'immaginario musicale e della
trattatistica in generale.
Nelle
biblioteche europee, anche solo limitandoci ai secoli Xl-XIV,
troviamo oggi copie di una ventina di trattati arabi per
ogni secolo, per un totale di una novantina di titoli
diversi; buona parte di essi riguarda strumenti e acustica,
ma anche musica speculativa, cosmologie musicologiche e
dottrine panarmoniche nonché questioni legate all'influenza
della musica sul corpo e sulla mente umana e non.
Gli
scritti di musica arabi da un lato si allineano ad una
tradizione di omnicomprensività, persistente a lungo anche
in Occidente, che arriva a concernere l'intero dominio della
storia, della filosofia, della cosmologia, della medicina,
della teologia, implicando vastissimi interessi nei
confronti della Musica (musîqí) ma dall'altro
prevedono pure una profonda venerazione per essa e per i
suoi "misteri" dal punto di vista dell'ascolto (samàc),
sia che si parli di pratica profana (tarab), sia sacra (samàc
; dhikr); basti pensare alla mistica musicale sufita legata
alla pratica dell'estasi indotta anche attraverso la musica,
attraverso il suo "ascolto", o le numerose pagine
dedicate a questi argomenti da teorici arabi a partire dal Kitâb
âdâb al-samâc wa al-wajd (Libro sui buoni
usi dell'ascolto e della trance) di al-Ghazz âlî (3).
Al-Hudjwiri,
vissuto nel X secolo, autore del più antico trattato
persiano di mistica, il Kashf al-mahdjub, scrive nel
capitolo dedicato alla musica che "chiunque dica di non
trovare piacere nei suoni, nelle melodie e nella musica è o
un bugiardo ed un ipocrita o è fuori di senno e si trova al
di fuori della categoria dei viventi (uomini e bestie)"
(4).
Infatti
uno dei concetti prevalenti dai primi scritti sulla musica
fino ai nostri giorni sarà quello legato agli arcani ed
irresistibili poteri della musica, capace di esercitare
un'influenza che va dal singolo individuo, alle società,
all'intero ordine universale. Del resto un analogo
occidentale, più tardo invero, si ritrova nella connessione
tra i poteri della musica con gli 'spiriti', gli affetti e
le affezioni melanconiche nel De Triplici Vita di
Marsilio Ficino (5).
Comunque
nella cultura araba, come per la Grecia o per l'Occidente
cristiano più evoluto, lo studio della musica, più teorico
che pratico, diviene obbligatorio per ogni uomo acculturato;
dal X secolo fioriscono trattati di filosofi e letterati che
indagano sulla natura della musica, sul suo fine, sul suo
significato e la sua origine; ciascuno studioso fornisce
risposte che riflettono il suo background intellettuale e
ideologico.
Un
vero e proprio turning point nella ricerca di
carattere musicografico prende comunque avvio nel IX secolo
come risultato della grande impresa di traduzione di un
cospicuo numero di trattati greci, alcuni dei quali dal
siriaco. Nascono in questo periodo i primi trattati arabi
che appartengono a pieno titolo alla categoria della musica
speculativa (6).
La
mistica araba, che ha sostanzialmente origine già nel VII
secolo e si organizza in quello successivo, aspira ad
un'esperienza immediata e personale della realtà divina
ricercando l'unità con l'essere superiore e tentando di
superare la scissione dell'io attingendo alla pienezza
dell'essere.
Il
misticismo islanmico vede, nel corso dei secoli,
atteggiamenti assai diversificati che trovarono nel sufismo
un movimento, per quanto dinamico, sufficientemente unitario
dove prevalgono, a partire dal IX secolo, due grandi
scuole/tendenze, una più radicale, Khurasariana, che vede
in Abn Yazid al-Bistami e in al-Hallaj due sicuri punti di
riferimento, e una, quella di Baghdad, più integrata nel
legalismo islamico (Al-Harith al-Muhasabi).
Con
la traduzione in arabo dei classici greci e siriaci,
l'influsso della filosofia plotiniana si fece gradatamente
sentire e il neoplatonismo portò le correnti mistiche a
riflettere sulle analogie macro-microcosmiche che si
integrarono perfettamente con una visione magico-miracolosa
della vita e del rito religiosi.
E'
proprio dalla mistica, soprattutto dal sufismo che abbiamo
le maggiori attestazioni dell'importanza della musica e del
particolare connotato che assume il fare, ma ancor di più
il disporsi ad ascoltare la musica: l'effetto della musica,
le passioni, più ancora che le emozioni, prodotte dalla
musica, l'estasi e la trance musicali. Il termine utilizzato
in questo caso è alquanto ambiguo e pericolosamente
instabile: samac.
Per
l'Islam sufita sia la musica che agisce sull'ascoltatore che
l'ascolto musicale sono samac, in contrasto con
l'arte musicale profana, denominata in vario modo (ma che
pur può portare ad una certa estasi: tarab ) e con la
teoresi, la filosofia della musica o la normativa
compositiva che vien chiamata, dal greco, mûsîqî.
Il
samac è definibile, nell'ambito sufita, come la
categoria degli oggetti d'ascolto(7). Scrive al-Ghazzàli
fin dalla prima pagina del suo trattato: "Per
l'estrazione delle cose segrete del cuore, non esiste altra
via che l'acciarino dell'ascolto (samâc) e non
vi è ingresso nel cuore se non attraverso l'anticamera
delle orecchie"; la categoria delsamac si
costituisce a livello del percettore; la trance estatica ha
manifestazioni assai diverse a seconda che avvenga o meno
durante ilsamac: in questo caso essa è
rivelazione e ispirazione.
Il
buon uso del samac consiste nel non abbandonarsi
ad esso e nel dominare le sue manifestazioni e l'agitazione.
Il superamento della trance (wajd), quando viene
completamente controllato, dominato e sublimato giunge alle
soglie dell'estasi (fanâc) che è uno stato di
annullamento delle facoltà umane in Dio: spesso
quest'estasi è il risultato di un'altra pratica, quella del
dhikr.
Esso
assume due forme: dhikr solitario o dei privilegiati
o segreto e dhikr collettivo o volgare o pubblico.Il
p rimo comporta tre livelli di ascesi e sfocia nell'estasi,
il secondo è una ricerca della trance ad un solo livello di
ascesi. Il primo è silenzioso, interiorizzato, il secondo
ha a che vedere moltissimo con la musica e la danza: è
quest'ultimo che può sfociare nelle danze dei dervisci o,
al limite, nei fenomeni di fachirismo.
Ma
poi, come sempre accade in un universo proteiforme e
dinamico come quello islamico, non è facile stabilire dove
inizia il dhikr e dove termina il samâc;
dove l'uno sostituisca l'altro, dove vi siano analogie, dove
contrapposizioni di casta o diversificazioni temporali o
geografiche.
Nell'affrontare
la questione del samac, infatti, non possiamo che
considerare e non possiamo che riferirci a un'analogia
sostanziale con l'immagine che ci vien data (e da sé
stesso), nel corso dei secoli, e fin dalla scomparsa di
Maometto (631/32 E.V.), dell'Islam.
Siamo
di fronte all'emergere di un panorama di distinzioni, quando
non di divisioni o di atteggiamenti scismatici che,
oggettivamente, per ragioni diverse, non ultime quelle della
genericità e soggettività del messaggio religioso e
soprattutto della mancanza di un forte gerarchi sino
centralizzato ecclesiastico (precocemente presente e
vincente invece nella Chiesa Cristiana d'Occidente) che
segna distintamente la storia dell'Islam.
E'
vero infatti che, fors'anche per il fatto che nessuna
religione rivelata è più facile da abbracciare dell'Islam,
con la recitazione della ben nota professione di fede (shahada)
che da accesso alla comunità dei credenti: "Non vi
è altro Dio all'infuori di Dio e Maometto è l'inviato di
Dio" e che implica la sottomissione (taslim) a Dio e
l'imitazione (taqlid) del Profeta e che hanno nel Corano,
quindi nella Sunna , con la tradizione dell'hadith
(i detti) e della sira (la vita del Profeta), i testi di
riferimento.
Ma
già a questo punto le divergenze tra le varie sette si fan
sentire, dalle differenze tra la sira sunnita e quella
sciita e, prima ancora, financo sulla legittimità e
preminenza della Sunna, fino alle divergenze
riguardanti le fonti soggettive dell'Islam; per tutto ciò
rimando, comunque, alla
ricca bibliografia disponibile anche in lingua italiana.
Ricorrendo
peraltro tutte queste distinzioni e diversificazioni in una
cultura che molto spesso fa coabitare, se non coincidere,
l'ambito del sacro e del profano, religione e società,
negli scritti di argomento musicale, in un'ottica più o
meno lata, o che comunque di musica vengono ad occuparsi,
ritroviamo le stesse polemiche, gli stessi contrasti e,
talvolta, le stesse contraddizioni che hanno da sempre
connotato l'Islam, sia all'intento della società civile
come di quella religiosa.
Fino
a produr re un lessico ricchissimo e di difficoltosa
interpretazione anche per ciò che attiene il concetto di
Musica visto da varie ottiche e varia mente connotato nel
tempo, nello spazio e nelle occasioni. Così valga per il
termine samâc, utilizzato essenzialmente in ambiente
mistico come termine d'elezione per indicare sia l'ascol to
musicale che la musica che vien ascoltata, il "concer
to spirituale", come talora malamente, dato il conte
sto, vien tradotto.
Vediamone
l'utilizzazione nell'occidente arabo, un luogo geografico e
culturale islamico per varie e ben note ragioni assai
vicino, e non solo fisicamente, al rapporto con le altre
"Genti del Libro" Contatti stretti tra mondo
orientale e mondo cristiano vi sono in Spagna (ed il centro
principale sarà Saragozza) dal IX-X secolo in poi, e non
solo in Spagna, ovviamente.
Da
un lato esistono comunque matrici comuni dal punto di vista
speculativo, pur nelle differenze nella gestione del
patrimonio culturale greco-bizantino che sta alla base dell'ars
musica come della mûsîqî dall'altro persistono comuni
matrici per ciò che attiene i processi compositivi, più
ancora che le forme, che accomunano per lungo tempo le genti
mediterranee.
Prima
dunque delle Crociate esiste un'osmosi tra le due culture, o
meglio, tra parti di esse, dovuta a fattori di vicinanza
fisica, di relazioni politiche, culturali, mercantili.
Quel
che è fondamentale della chiamata al Santo Sepolcro è
l'opportunità di superare barriere geo-sociali da parte di
strati sociali e di genti che non avevano un contatto
diretto se non assai sporadico o ne godevano di uno for
temente mediato, con il pensiero, i costumi, la lingua, di
tutto il bacino meridionale e orientale del Mediterraneo: si
tratta di riper cussioni sull'immaginario collettivo, di
estrema importanza, oltreché di importazione di abitudini o
di mezzi (strumenti); val la pena però di dimensionarne i
portati.
Ma
è pur vero che nella pratica musicale colta (documentabile)
e nella Teoria Musicale, gli eventuali debiti alla cultura
araba sono sostanzialmente collo cati in un ambito
cronologico assai più vasto di quello dell'epoca delle
crociate e soprattutto assai anteriore ad esso.
Dalla
metà dell'XI e fino al XIII secolo si sviluppa in Europa
una nuova atmosfera, un risveglio intellettuale che coincide
con una prima idea di "europeismo", come qualità
tipicamente europea, cui l'impresa politico-culturale
federiciana darà un con tributo essenziale.
Accanto
a rapporti commer ciali con l'Oriente si fa così strada
l'idea di una vera e propria campagna di espan sionismo
coloniale, che trova nelle crociate una forte
giustificazione spirituale: si tratta anche di far
presidiare e proteggere le basi mercantili europee in
oriente da parte di guarnigioni.
Se
dall' VIII secolo la Spagna era stata occupata dagli
"arabi" e si stava ora conso lidando il piano di
riconqui sta, sostanzialmente attuato intorno alla metà del
XIII secolo e completato definiti vamente con la cacciata di
"mori" ed ebrei tra la fine del XV e l'inizio del
XVII secolo, ora gli Europei tentavano l'occupa zione
di territori arabi.
Il
sapere arabo, che è anche "traduzione" del sapere
greco-romano entra sempre più in contatto con il cuore
dell'Europa, non solo attraverso la parta pirenaica, non
soltanto in zone ben delimitate lega te a traffici o
schermaglie militari o all'assorbimento normanno della
cultura siculo-araba.
Nella
stessa idea di Università c'è forse più che un ricordo
delle scuole arabo-persiane in oriente ma soprattutto in
Spagna, con conseguente parziale affrancamento da un
controllo estremamente rigido della Chiesa.
Non
è questa la sede per ricordare l'origine araba di una
pletora di vocaboli relativi alle scienze medievali. Anche
la scienza musicale risente di questi influssi: forse meno
di altre in quanto essa sola, tra le discipline quadriviali,
mantiene un rapporto intenso con la cultura chiesastica che,
nel bene e nel male, può rappresentare un freno a
sincretismi arditi come quelli ponibili in opera da e
attraverso il binomio mûsîqî- samâc.
Il
continuo richiamo alla pratica, anche nel caso delle scuole
più tradizionali, la continua sperimentazione sull' cud,
nonché la conoscenza di alcuni trattati greci in cui
vengono esposte non solo posizioni cosiddette
"canoniste", ma anche "armoniste", hanno
senz'altro segnato il destino della speculazione
teoricomusicale.
Se
da un lato essa ha mantenuto i suoi caratteri più
cosmologico-etici, dall'altro ha affrontato il Problema
Acustico relativo alla divisione degli intervalli
dell'ottava musicale, ed al loro temperamento, con ampio
anticipo rispetto alla trattatistica occidentale cristiana,
pur non arrivando a nessun risultato definitivo fors'anche
per ragioni di differenziazione razziale, culturale,
politica, sociale che hanno caratterizzato ed ancora
caratterizzano, anche da questo punto di vista, il mondo
"arabo" attuale; giovi ricordare che solo nel
1932, nel corso di un Congresso Musicologico panarabo sono
state fissate alcune direttive relative a forme, ritmi e
modi, nonché accordature.
La
questione dell'accettazione o meno del samâc
nell'ambiente maghrebino e spagnolo è questione assai
delicata: tende qui a prevalere, fin dall'VIII secolo
dell'era cristiana la corrente malikita che si collegherà
ad una precisa scuola giuridica e rimase il principale
elemento costitutivo dell'identità religiosa della Spagna
musulmana; è vero peraltro che fin dal IX secolo si
diffondono in questi territori la teologia musulmana e il
mutazilismo provenienti dall'ambiente persiano, con una
amalgama di escatologia e teologia cristiana, mistica,
profetologia e giurismo ebraici, idee neoplatoniche, sciite
e sufi; pur se le tendenze mistiche vennero sempre viste con
sospetto e ne fu contenuta al massimo ogni estemazione
pubblica.
Nell'ambiente
a noi forse più vicino, quello ispanicomaghrebino, abbiamo,
nel corso del tempo, varie prese di posizione sul samac,
vorremmo qui compendiarne alcune a dimostrazione della
mutevolezza di atteggiamento nei confronti di questa
pratica.
lbn
al-`Arabi è uno dei massimi sufi che l'Islam abbia
conosciuto, tanto da esser conosciuto come alshaykh
al-akbar (il grande maestro). Nacque a Murcia nel 1165
E.C. e morì in Damasco nel 1240. All'età di otto anni si
reca a Siviglia dove vive fino al 1194; lascia quindi la
Spagna alla volta di Tunisi, Fez, la Mecca, dove resta due
anni, visita quindi l'Egitto, Baghdad, ed infine Damasco,
nel 1230.
La
sua tomba, come spesso accadde per i grandi personaggi della
religione islamica in odor di santità, fu oggetto di culto.
Egli stesso ci dice d'aver scritto circa trecento lavori, di
cui due, il futûhât al-makkiyya e il fusûs
al-hikam gli diedero la fama di massimo tra i mistici.
Si considerò illuminato da Dio e molti teologi rigoristi
gridarono allo scandalo per le espressioni a volte ai limiti
di un'apparente blasfemia, presenti nelle sue opere.
In
diversi suoi scritti troviamo riferimenti al samâc:
quattro capitoli dell' Akhlâk al-sufiyya (Modi e
costumi dei sufi) sono dedicati a questa pratica. Nel XII
esso vien lodato, ne viene stabilita la versione legittima,
viene connesso alla poesia cantata, alla bellezza della
voce, all'estasi, alla danza e ne viene esaltato il potere
di influsso; nel capitolo seguente si commenta criticamente
il sostanziale tradimento intellettuale e religioso che
caratterizza il samâc eccessivo e spettacolare
di certe categorie di mistici; nel XIV capitolo vien
rigettato l'uso di qualsiasi mezzo artificiale nel samâc:
si otterrebbe un estasi di conseguenza artificiale,
quindi imperfetta: il mistico che raggiunge il grado di
elevazione divina del samâc spirituale non
necessita di altre stimolazioni o di esser eccitato
esternamente (questo punto è poi ripreso nel futûhât
al-makkiyya) .
Il
XV capitolo reca una serie di indicazioni normative
sulla buona condotta del samâc e sulla
gestualità mistica di colui che conduce la pratica, lo
shaykh. La summa della scienza mistica di Ibn al`Arabi è il
testo intitolato al-Futûhât al-makkiyya, (Le
rivelazioni della Mecca) scritto tra il 1202 e il 1231.
L'opera
è divisa in sei grandi sezioni suddivise a loro volta in
560 capitoli che delineano un vero e proprio compendio
descrittivo e normativo della scienza mistica. I capitoli
182 e 183 della seconda sezione sono dedicati al samâc
vi si trattano le due categorie di samâc: il
mutlak (libero o privo di suono) e il mukayyad (legato
alla musica), quest'ultimo può esser di tre tipi: ilâhî
(divino), rûhânî (spirituale) e tabîcî
(naturale o sensuale).
Il
samâc ilâhî è "da ogni cosa, in
tutte le cose e per tutte le cose"; coloro che
raggiungono questo livello parlano con Dio anche quando
conversano con le sua creature, comprendono Dio perché Egli
è in atto in tutto ciò che essi odono; il samâc
spirituale consiste nell'udire con un orecchio
spirituale come tutte le cose cantino la Gloria di Dio, nel
cogliere e assaporare il loro senso; la vita passata è una
pagina bianca, mentre il mondo e i suoi abitanti sono un
libro scritto; le lingue delle creature sono le penne con
cui Dio scrive la creazione: di conseguenza ci si deve
comportare conformemente alle parole, suoni e lettere
scritte dalle penne di Dio dopo averle udite con l'orecchio
spirituale e aveme colto il significato; l'ascolto naturale
o sensuale riguarda il samâc protocollare
così come vien praticato dai sufi, esso è collegato,
attraverso le quattro corde del cûd, ai quattro
elementi e ai quattro temperamenti.
Nel
capitolo 183 si dice che non si può rinunziare al samâc
libero o privo di suoni (mutlak), quel che i sufi
anziani abbandonano è il samâc mukayyad, legato
alla musica. Dice al-Shiblî: "il samâc
vien proibito al neofita e non è necessario all'anziano,
solo la categoria di mezzo ne abbisogna", mentre segue
un elenco di casi in cui il samâc non
viene raccomandato.
Ibn
a l-cArabî scrive anche un trattato sul
microcosmo: alTadbîràt al-ilâhiyya fi islâh
al-mamlaka al-insâniyya (Le regole divine nel riformare
il regno umano).
Nell'ultimo
capitolo, il ventunesimo, del libro, intitolato "Sulle
cause dei gemiti, delle voci e dei movimenti del corpo
connessi al samâc egli si occupa del samâc
come di uno dei misteri divini, caratteristica
dell'esistenza suprema; vengono enumerate due categorie di
ascoltatori: coloro che ascoltano con l'anima e quelli che
ascoltano con la mente; questi ultimi sentono in, da e
attraverso ogni cosa, indipendentemente dalla musica in sé,
la loro estasi si esprime in uno stato di stupore e
immobilità; quelli invece che ascoltano con l'anima possono
soltanto sentire attraverso ritmi e melodie piacevoli e la
loro estasi viene esternata con il movimento del corpo.
Altre
sono le posizioni di lbn al-Hâdjdj, giurista
malikita del XIV secolo nato al Cairo e conosciuto per il
trattato Introduzione alla venerabile legge (Madkhal
al-shar ' al-sharf). L'intendimento di al-Hâdjdi
è quello di divulgare, volgarizzare le proprie conoscenze
nell'intento di collegare strettamente atti e intenzioni,
azione e conoscenza.
Vi
è nell'opera un capitolo dedicato al samâc
, diviso in undici paragrafi, dove si leggono prese
di posizione di rifiuto della pratica musicale estatica di
ogni tipo: si rimprovera l'esagerazione dei praticanti il samâc
contestandone il convincimento che la musica e la danza
porterebbero ad uno stato di estasi e di unione mistica:
l'autore ritiene che questo stato, una volta raggiunto
grazie ad atti illeciti, sia piuttosto un'illusione
diabolica.
Le
pratiche legate a questo samâc andrebbero
messe fuorilegge, così come va rifiutata la celebrazione
del dhikr nelle moschee quando includa danze ed uso
di strumenti (come il kadîb) inventati dai
"senza dio" per far allontanare i musulmani dal
Libro di Dio.
Vien
condannata anche la musica come pratica artistica profana (ghina'),
l'ascoltare il canto delle fanciulle, e gli strumenti
musicali (malâhi). Di più: la musica ha un effetto
distruttivo e dannoso sul comportamento e sulle capacità di
giudizio e raziocinio, inducendo le persone a comportarsi
come dei folli.
Malgrado
questo sembra possibile, da parte di personaggi
autorevolmente pii e devoti, praticare il sarnác o il
dhikr. Un Kitâb al-imtâc wa'l-intifâc
fi mas'alat samâc al-samâc
(Il libro della gioia e dell'utile nell'ascoltar la
musica) viene attri buito dai più a Muhammad ben Ibrâhîm
al-Shalahî, probabil mente un musicista spagnolo vissuto
nel XIV secolo.
Il
libro fu scritto per il Sultano almoravide Abû Yackûb
ben abî Abd al-Hakk, che regnò tra il 1286 e il 1307. Da
quanto dice il titolo stesso, si tratta di un'opera
favorevole all'utilizzazione della musica, pur in un momento
storico in cui, anche grazie alla pre senza almoravide in
Spagna, il malikismo avverso alla pratica musicale tendeva a
prevalere.
Non
siamo di fronte ad uno scritto sufi, e la musica vi è
trattata nei suoi aspetti più vari: organologi ci,sociali,
religiosi, giuridici. Al termi ne del secondo dei tre
capitoli in cui è
diviso il lavoro si danno una serie di informazioni sul samâc
sufita.
Fortemente
avversa al samâc è peraltro una delle
maggiori autorità giuridico-tradizioniste del mondo arabo,
al-Turtûshî, nato a Tortosa, appunto, intorno alla metà
dell'XI secolo. Studiò a Tortosa e a Saragozza per poi
intraprendere il pellegrinaggio alla Mecca che lo portò
pure a Baghdad, Bassora, Damasco, Gerusalemme, il Cairo ed
Alessandria.
E'
proprio da un suo trattato che prende il titolo questo
lavoro: Mas'ala fi'l-samâc . E' una
risposta ad una domanda relativa al samâc dei
sufi, al loro canto con l'accompagnamento del kadîb, alla
danza da loro praticata e alla trance. La risposta non
ammette repliche: tutte le pratiche sufite sono vane,
fallaci e stolte; l'unica dottrina dell'Islam è quella che
fa assegnamento sul Libro di Dio e sulle nonne dettate dal
Profeta.
La
danza dei sufi è del tutto simile alla danza intorno al
Vitello d'Oro che è tipica dei "senza dio", il
battere ritmico del kadîb è un'invenzione
manicheista per sviare i musulmani dalla via del Libro di
Dio. Chiunque accetti il samâc è un
eretico, un ateo e questa pratica dovrebbe esser bandita
dalle moschee.
Ancora
più chiara è la posizione di al-Turtûshî come si delinea
nel Kitâb tahrîm al-samâc (Libro sulla
proibizione dell'ascoltar la musica). Il rito malikita
proibisce la musica e il suo ascolto: il canto e la danza
vengono collegati al bere vino e alla fornicazione e han
preso origine con Satana; gli strumenti sono proibiti e non
è legittimo che i musicisti pretendano denaro per le loro
empie prestazioni.
Gli
effetti della musica son come quelli instupidenti,
depravanti e degradanti del vino. In risposta poi a coloro
che citano l'hadith in favore della musica, intesa
come ghinâ' in quanto il termine sarebbe stato
proferito dal Profeta stesso, al-Turtûshî spiega che il
termine ghinâ', dal punto di vista etimologico,
significa innalzamento della voce: è stato usato per il
canto, e la musica in generale, solo per estensione.
Gli
attacchi al samâc e al sufismo si
sprecano: c'è troppo fasto nelle loro cerimonie estatiche,
troppi eccessi, e i benefici effetti della musica sono
inesistenti. Si tratta solo di alcune indicazioni,
fortemente connotate geograficamente. Fiumi di parole son
stati scritti da parte di letterati, giuristi, teologi,
guide spirituali, sufi e filosofi sul samâc: Il
dibattito ha visto posizioni assai diverse e divergenti
che vanno dalla completa negazione alla totale ammissione di
ogni forma o atteggiamento musicale, compresa la danza,
passando per ogni possibile grado intermedio.
Saranno
soprattutto gli ordini mistici, per i quali la musica e la
danza rappresentano una parte cospicua degli esercizi
spirituali e del cammino verso la trance estatica, a
partecipare attivamente a polemi che infinite che non
trovane nel Corano alcun modello comportamentale
certo ed esemplare. Nessuna autorità giuridica o religiosa
è in grado di proibire o autorizzare alcunchè a priori sulla
base di una decisione personale: ogni argomentazione in un
senso o nell'altro deve obbligatoriamente basarsi o su
riferimenti precisi ai testi sacri, o sull'analogia.
E
se il testo di maggior sacra lità è ovviamente il Corano,
ad esso ricorreranno sia coloro che si oppongono, sia
coloro che ricorrono alle pratiche musicali legate ad
aspetti spirituali e/o estatici; il fatto è che nel Corano
non viene fatto alcun riferimento esplicito alla musica
e ci si rivolge così all'esegesi, citando la Sura XXXI,5
dove si dice che "Tra gli uomini vi è chi compra
storie ridicole per traviare gli uomini dal sentiero di
Allah e burlarsi di esso" (in alcune lezioni abbiamo
"storie facete") e vedendo in questo un qualche
richiamo alla musica che alcuni commentatori leggono come
l'acquisto di donne canterine, altri interpretano come la
preferenza accordata al canto e agli strumenti musicali
piuttosto che al Corano; del resto questa sura, con altre
29, per una particolarità legata all' esegesi, conterrebbe
versetti "non espliciti", la cui interpretazione
allegorica è nelle mani di Dio.
Per
converso, i sostenitori della musica (e qui intendiamo il
samàc) fan riferimento alla Sura XXXV,1 : "Egli
aggiunge alla creazione quello che vuole" riferendolo
ad una voce meravigliosa, un tema lungamente discusso nella
letteratura musicale araba, sia riferita all'ambito sacro
che profano.
Così
i versi della Sura XXXIX, 17-18 vengono riferiti al canto:
"Così do buoni consigli ai miei servi che danno
ascolto all' al-qawl (la parola parlata) e seguono quelle più
amabili"; del resto, il termine al-qawl viene ancor
oggi usato nella musica popolare per indicare l'intonazione
cantata della poesia popolare; ma le traduzioni sono sempre
approssimative, se quella italiana rivista e controllata
dottrinalmente dalla Unione delle Comunità ed
Organizzazioni Islamiche in Italia suona invece:
"Annuncia la lieta novella ai Miei servi che ascoltano
[attenti] la Parola é obbediscono a quanto di meglio essa
contiene".
Gli
argomenti son poveri dall'una e dall'altra parte, e fors'anche
azzardati nell'interpretazione musicale: vien in mente, a
proposito del primo, un passo molto conosciuto della mistica
ebraica proveniente dal Talmud Babilonese, nel libro
denominato Masseket Hagigah si parla dell'apostasia
di Elishà ben Avuyàh, per ciò detto Aher, l'Altro;
"il canto greco non cessò dalle sue labbra" si
dice di lui; questa affermazione darà poi origine ad un
apologo ben più tardo del Talmud, ove la ragione
dell'abiura (per diventare forse gnostico dualista) starebbe
nell'aver intonato troppe canzonette greche: nell'essersi
troppo invischiato nelle questioni della filosofia, secondo
qualche commento, superando ogni questione canora o
musicale.
In
mancanza di sicuri riferimenti coranici la polemica si
sposta sull'hadîth, la raccolta dei detti del
Profeta, di cui esistono varie versioni che raccolgono
alcune migliaia di aneddoti scelti tra diverse centinaia di
migliaia. Ma anche qui vi son frecce per l'arco di chiunque.
La pratica del samâc non è quindi
rappresentativa della concezione musicale di tutto l'Islam,
né può o deve esser considerata una tradizione formante o
generalizzata nel tempo e nello spazio.
La
tendenza alla non separazione di un'autorità religiosa da
un potere civile, la dottrina e la vocazione
"sociale" dell'Islam, hanno tra l'altro
contribuito, nel campo della musica, ad attenuare
enormemente, fin dal VII secolo, la dicotomia riscontrabile
invece in occidente tra musicus e cantor proponendo
una figura di musicus perfectus che per esser tale
deve possedere una naturale disposizione per la musica,
creatività e virtuosismo tecnico, uniti ad una somma di
conoscenze di carattere enciclopedico richieste
dall'educazione del tempo.
La
pratica musicale comunque non entra a far parte dell'iter
educativo istituzionale per il sospetto generato nella
generalità dei filosofi arabi dalle reazioni di
sovraeccitazione e dalla carica di sensualità evocate dalla
musica e viste quali elementi di disgregazione del ricercato
equilibrio sia psicofisico che sociale; tra i non sufi il samàc,
per esempio, è equiparato, in negativo, al mahâhî quale
stato di distoglimento, come afferma il teologo e giurista
Ibn abi` l-Dunyâ (IX sec).
L'atteggiamento
nei confronti della musica è sempre stato dunque
ambivalente proprio perché mai passivo, comunque
coinvolgente, anche quando non si raggiungono parossismi
collettivi o estasi private. In gruppi marginali i rituali
collegati alla musica (samàc e dhikr) posso
no prevedere comportamenti di tipo fachirico: i partecipanti
si strappano le vesti, pervengono a stati di modificazione
di coscienza che permettono il camminare sulla brace o il
tener tra le labbra carboni ardenti, il masticar vetri, le
automutilazioni.
Tra
questi gruppi troviamo la comunità di esorcisti marocchini
degli Hamâdîsha, i Bûrî tunisini, la
confraternita nera degli Ghnâwî del Nord Africa, il
gruppo errante degli Haddâwa del Marocco, i dervisci
Qalandar "gioiosi in Dio", i Y azîdiyya.
La gran parte delle comunità mistiche si limita però
ad utilizzare i rituali di tipo musicale per giungere al wadjd,
la trance.
Questa
può esser "musicata" o "musicante" e
cioè coinvolgere chi ascolta (o agisce danzando) o chi
suona. Un esempio assai conosciuto è quello dato dai
Mevlevi, i cosiddetti "dervisci rotanti" nel corso
della cerimonia detta mukabele. I danzatori (semazen)
si pongono sul palco attorno alla loro guida (semazen
bashi) ed indossano ampie gonne bianche, mantelli neri e
berretti appuntiti per simboleggiare nel corso della danza
la vittoria nei confronti della morte e la connessione di ciò
che è terreno al mondo celeste; la danza infatti prevede
una sorta di trance (quando viene realizzata nelle cerimonie
e non ad uso spettacolare) dovuta al roteare dei danzatori
su loro stessi e al lento traslare attorno alla loro guida
in una sorta di danza mimetica del movimento delle sfere
celesti.
Questo
rituale molto curato, intellettualizzato e fortemente
spirituale talora contrasta con la trance frenetica che si
ottiene nel corso del dhikr pubblico, anche se è pur
vero che spesso le due pratiche tendono a confondersi.
Nella
ricca letteratura sulla danza sacra ed estatica nei mistici
possiamo rilevare che l'atto del danzare vien normalmente
associato al cantare, al batter le mani e al suonare
strumenti: un tutto composito che assume il nome di samâc
. La danza estatica è un mezzo per raggiungere il
sublime, aiuta coloro che hanno raggiunto un grado avanzato
di gnosticismo a giungere più vicini a Dio, ma la sua
pratica da parte di un neofita è da considerarsi
pericolosa; in essa la concentrazione e la meditazione
portano all'unione mistica.
Malgrado
questo ci sono diversi maestri delle prime generazioni del
misticismo che disapprovano la danza e l'eccitazione fisica
come metodi per raggiungere la trance estatica, perché
spesso essa vien come indotta artificialmente, o peggio
simulata.
Così
le autorità mistiche avversano fortemente certe pratiche
considerate stravaganti, come le esibizioni intimamente
false ed ingannevoli dei dervisci che danzano nelle piazze
ed in luoghi pubblici, o danno spettacoli, di coloro che
ostentano pratiche di fachirismo, come il sedere su carboni
ardenti, il trangugiare cocci di vetro, o l'automutilarsi;
essi abusano della cerimonia del samâc che ha
tutt'altra profondità e motivazione.
E'
ovvio che gli attacchi più violenti in questo senso vengano
dai canonisti e teologi che considerano qualsiasi forma di
danza una depravazione o peggio ancora, fino a vedere in
essa i segni dell'eresia, del politeismo, dell'apostasia.
Viene spesso fatto riferimento alla danza "atea"
intorno al Vitello d'Oro.
Comunque
sia, questo samàc' danzato contiene delle costanti
che ci vengono, dall'una o dall'altra fonte, tramandate.
Questa danza è in effetti, nei suoi aspetti più generali,
un movimento fisico eseguito collettivamente da iniziati che
stanno tutti in fila o in cerchio; spalla a spalla, qualche
volta battendo le mani o ripetendo ossessivamente frasi
prefissate, i fedeli ondeggiano avanti e indietro, alzandosi
e abbassandosi, ciondolando energicamente il capo, seguendo
la voce del precettore, talvolta, il pulsare ritmico di
tamburi o altri strumenti.
Accanto
a pratiche di questo tipo la mistica musicale araba pone
rituali di guarigione (hadra) basati sull'eccitamento
estatico del paziente dovuto sovente alla danza comune di
guaritori e malati; gli Hamâdisha del Marocco ed
altre comunità egiziane e sudanesi praticano danze,
talvolta accompagnate da atti di automutilazione, di tipo
esorcistico.
La
questione dell'azione della musica sull'animo umano, pur
appartenendo a tutte le culture, ha trovato nella società
islamica un terreno particolarmente fertile affiancandosi a
pratiche relative alla musica non religiosa e correndo su
binari paralleli a quelli della musica sacra legata alla
liturgia e innestandosi su di un substrato mistico
particolarmente vivo e vitale che mette comunque l'uomo come
essere percipiente e come destinatario finale del messagio
divino, al centro dell'universo dei segni e dei sensi.
Shukran calâ kulli shay. Dumtum
Grazie di tutto. Vivete a lungo
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STEUENS,
JOHN,Words and Music in the Mialdle Ages, Cambridge,
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1
Una versione ridotta, in inglese, di questo articolo è
stata pubblicata in G:Stefani, E.Tarasti, L.Marconi, (a cura
di), Musical Signification Between Rhetoric and
Pragmatics. Proceeahngs of the 5th International Congress
ori Musical Signification - BOLOGNA 14-16 NOV. 1996,
Bologna, Clueb,1998, pp. 329 sgg.
2
Cfr., ad esempio: Mahmoud Guettat, "La musique sacrée
dans le monde arabo-musulman", in: Arcangeli P.G. (a
cura di), Musica e liturgia nella cultura mediterranea, Firenze,Olschki,1988
3
Si veda a questo proposito il capitolo "Musica e trance
preso gli Arabi" in: Gilbert Rouget, Musica e
trance, Torino, Einaudi,1986, pp. 343 e sgg.
4 al-Hujwiri, Kashf al-mahjub, tr. ingl. di R.A.
Nicholson, London, 1911; cit. in: Amnon Shiloah, The
Theory of musi c in arabic writings, RISM, BX, Miinchen,
Henle Verlag,1979, p. 1.
5 Per Ficino l'universo è un essere vivente: in esso vi è
un principio vitale universale, (Anima del Mondo, che
infonde alle membra del corpo mondano una vita altamente
organizzata, modulata da leggi aritmo-musicali. Ne risulta
un generale vincolo di simpatia tra le membra del mondo e le
forme di vita del mondo sensibile. La musica non è dunque
più esclusivamente metafora di un universo matematico, ma
una stupenda potenza cosmica, sottoponibile a qualsivoglia
forma di empirismo. Attraverso la vis imaginativa il
poeta-musico può "catturare" le emanazioni dei
pianeti imitando con appropriati ritmi l`ethos' divino, e
indurne benefici per lo spirito umano fruitore. Ecco
concepita la connessione tra teoria e pratica musicale e
concezioni praticoastrologiche che Ficino sfrutterà per
spiegare in termini razionali gli `antichi effetti della
musica sull'uomo. Cfr., tra (altro, Stefano Leoni, "La
melanconia e i poteri della musica: affetti, spiriti, furori
e passioni nel pensiero musicale occidentale", in Ars
Regia, 111, 14, 1993.
6 Cfr., ha l'altro, per una visione d'insieme riassuntiva
della teoresi musi cale in lingua araba, S. Leoni, "Kanz
al tuhaf al-musîqî..: " in: IRASM, Intemational
Review of Aesthetics and Sociology af Music, Zagreb, I,
1997, in pubbl
7 Cfr Rouget, loc cit
8
Cfr. per esempio: Ira M. Lapidus, Storia delle società
islamiche, 3 voll.,Torino, Einaudi,1993-95 o Henri
Laoust, Gli scismi nell'Islam (tr. it. di S. Leoni),
Genova, ECIG, 1990.
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