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Paolo
Aldo Rossi
Direttore
scientifico di Anthropos & Iatria
Gli
uomini prima sentono il necessario, di poi badano all'utile,
appresso avvertiscono il comodo, piú innanzi si dilettano
del piacere, quindi si dissolvono nel lusso, e finalmente
impazzano in istrapazzar le sostanze. (Vico, La scienza
nuova)
La
nozione di progresso comunica e partecipa un interesse, un
significato ed un valore, sia descrittivo che normativo,
della persona nel tempo e nella storia, del rapporto tra il
suo passato con il suo futuro, del cammino della conoscenza,
dei suoi usi, delle sue condizioni e presupposti, delle sue
cause o motivi, le quali concernono inoltre i principi e
l'evoluzione (o l'involuzione) della felicità, del potere e
della morale. Questa idea sottintende l'esistenza di una
direttrice auspicabile e sperabile, ma anche la probabilità
di cambiamenti di direzione e digressioni dal desiderabile;
e, ancora, i criteri di valore su ciò che avrebbe dovuto
essere e su ciò che non avrebbe dovuto essere, su ciò che
si opera nei rapporti fra l'uomo e la natura, con se stessi,
con i propri simili o con Dio.
Il
concetto di progresso è epistemologico, gnoseologico,
ontologico, cosmologico, naturalistico, laico e religioso,
profano e sacro, terreno e soprannaturale poichè coinvolge
opinioni intorno alla conoscenza, circa ciò che esiste, e
inoltre riguardo alle origini, alle aspettative e alle
responsabilità dell'uomo all'interno di ciò che è la
propria visione del mondo e del proprio conferimento di
senso.
Di
solito si afferma che l’unica accezione che il mondo
classico forniva al concetto di progresso fosse la seguente:
"Una qualsiasi serie di eventi che avviene nel senso
del maggior bene degli uomini, quindi in senso
desiderabile", mentre "La credenza che gli eventi
della storia avvengano nel senso più desiderabile
realizzando una crescente perfezione" è concezione
loro sconosciuta e tipicamente moderna. Ciò è in gran
parte vero, se non altro perchè l’idea moderna di
progresso deriva sostanzialmente da una precisa filosofia
della storia che nell’antichità non aveva avuto alcuna
comparsa. Inoltre è evidente che si tratta di due cifre
semantiche radicalmente diverse: la prima consente la
critica agli eccessi della "scienza", la seconda
reputerebbe tale critica un eccesso. In ogni caso se il
"senso della storia" rappresenta la condizione
necessaria per la problematizzazione del destino dell’uomo
nel mondo, la soluzione in senso ottimistico del divenire
del mondo umano è solo una delle possibili soluzioni.
L'idea di progresso la si può trovare soltanto in società
che posseggano una documentazione storica scritta e un senso
della storia, ossia una tradizione storiografica ed una
filosofia sostanzialistica della storia. Tutte le filosofie
sostanzialiste della storia condividono fra di loro la
nozione di "mondo storico" intendendolo come la
totalità dei modi di essere e delle creazioni umane nel
processo del loro divenire. Il punto diversificante è
appunto sul come viene diversamente interpretato il processo
del divenire (da cui appunto si deriva la nozione di
progresso).
A
grandi linee, tali interpretazioni possono essere
sintetizzate in quattro punti: 1) Il divenire in senso
vettoriale delle età del mondo, a sua volta suddivisibile
in: a) visione pessimistica (vettore negativo): dottrina
della decadenza delle età del mondo; b) visione ottimista
(vettore positivo): dottrine del progresso. 2) Il divenire
in senso ciclico delle età del mondo. 3) Il divenire inteso
come sviluppo di un piano provvidenziale (sia storico che
extrastorica). 4) Il divenire in senso casuale degli eventi.
La
concezione ottimistica del vettore sul quale corre il
divenire del mondo umano o teoria del progresso sembra
essere sconosciuta nel mondo classico. L'esperienza
quotidiana del tempo che tutto rovina e tutto degrada, così
ben espressa nell'oraziana "Damnosa quid non imminuit
dies?" non poteva che portare i greci e i latini ad
adottare la teoria della decadenza. D'altro lato non
potevano sfuggire alla loro osservazione i molti segni del
sia pur lento progredire delle civiltà, per cui la teoria
dei cicli universali (cosi diffusa da potere essere
considerata il portato ortodosso del pensiero storico
classico), riesce a rendere fra loro coerenti il percorso
del progresso con quello del regresso, considerandoli come
le opposte forme di un unico moto periodico uniforme,
comunque puntato in senso positivo. Come ha ben dimostrato
il Bury in Storia dell'idea di progresso: "Le idee
hanno i loro climi intellettuali e i climi intellettuali
dell'antichità classica e delle età successive non furono
propizi alla nascita della dottrina del progresso. Solo col
XVII secolo si cominciano a superare gli ostacoli che si
frappongono alla sua apparizione e si andò propagando
gradatamente una atmosfera favorevole".
Anche
se l'interpretazione più rigorosa della teoria del
progresso sarà quella di Giovan Battista Vico, il quale
fece da tramite fra la dottrina delle età e quella dei
cicli assumendo la nozione di piano provvidenziale in senso
non trascendente e quello di progresso in senso
problematico, l'idea ottimistica di progresso come linea
interpretativa della storia dell'umanità era comparsa in
Europa circa due secoli prima del Vico: dalla Firenze
medicea all'Inghilterra elisabettiana, dalla Francia di
Enrico IV alla Praga di Rodolfo d'Asburgo, venne imponendosi
quella visione ottimistica del cammino umano che funse da
terreno di cultura sul quale germogliò la moderna idea di
progresso. Il senso della novità, la consapevolezza del
venire a conoscenza di quanto mai era stato visto prima, la
coscienza di vivere un'epoca di profonde modificazioni
pervade il grand siécle. Il secolo che si apre è foriero
di infinite e interminabili novità, sembra avviarsi un'età
felice e l'impressione generale al riguardo è ottimistica.
M. Mersenne scrive a Peyresc:"Il nostro secolo è padre
di un rivolgimento universale" e Cartesio nel Discorso
sul metodo dichiara "Il nostro secolo mi sembrava
quanto mai florido e ricco di begli ingegni più di
qualsiasi dei precedenti". Come non credere di
conseguenza ad una umanità finalmente liberata? Come non
indulgere al sogno cartesiano di una fisica che affranca dai
bisogni, di una medicina che toglie la sofferenza e di
un'etica che fonda finalmente una politica adatta alla
dignità dell'uomo? Il segno dell'utopia pare essere il
segno distintivo dell'epoca: oltre alle notissime opere di
Tommaso Moro e Campanella, troveremo la Christianopolis di
J.Valentin Andreae, la Nuova Atlantide di Bacone, la Nova
Solyma di Samuel Gott, dove aleggia l'idea che la riforma
del mondo deve necessariamente venire di li a poco, per
opera di un Collegio scientifico: " ... possiamo
vantarci di vivere a buon diritto - leggiamo nella Fama
Fraternitatis dei Fratelli della Rosa Croce - in un tempo
felice in cui Egli non solo ci ha rivelato quella metà del
mondo fino ad ora a noi sconosciuta e celata e ci ha fatto
conoscere molte meravigliose opere e creature della natura
mai viste prima, ma ha anche fatto sorgere uomini di grande
sapienza che potrebbero in parte rinnovare e condurre a
perfezione tutte le arti cosicchè l'uomo possa finalmente
comprendere la sua nobiltà e il suo valore e perchè sia
chiamato microcosmo e quanto la sua conoscenza si estenda
sulla natura". In una prospettiva di questo genere,
confortata per di più dall'ideologia della sostanziale
simmetria fra verità e utilità, non poteva che nascere una
visione del progresso come credenza che gli eventi della
storia avvengano nel senso più desiderabile realizzando una
crescente perfezione. Bacone, su questo punto, è esplicito:
il progresso dell'umanità corre parallelo a quello delle
scienze e delle tecniche e punta decisamente verso un luogo
immaginario che sta fra Eden e Utopia.
In
questo preciso ambito di idee le accuse contro l'eccessivo
potere della scienza e delle tecniche si rovescia contro gli
avversari in quanto la scienza è intesa come strumento di
conversione dell'uomo verso le creature e quindi verso il
Creatore, essa è strumento di salvezza in quanto significa
elevazione, liberazione dell'uomo dai suoi bisogni materiali
in favore di quelli spirituali. Dato lo scopo, ovviamente, i
suoi frutti non possono essere eccessivi, semmai
difetteranno, costringendo l'uomo ad attendere ulteriormente
che si realizzi il più antico dei suoi sogni. In cammino
verso il raggiungimento di tale scopo, la Confessio
Fraternitatis (il secondo manifesto rosacrociano) recita:
"... se farete ciò [ricerca e divulgazione scientifica
e tecnologica] il vantaggio che ne trarrete sarà che tutti
quei beni prodigiosi disseminati dalla natura nell'universo,
vi verranno concessi tutti insieme e vi alleggeriranno
facilmente di tutti gli ostacoli che si frappongono alla
conoscenza dell'uomo e che impediscono di compiere tutte le
sue opere ..." Alla fine del 600, con il Fontenelle e
l'Abbé de Saint Pierre, la cultura dell'occidente elaborò
l'ulteriore idea di un continuo e indefinito sviluppo della
civiltà sulla traccia del progresso non solo del sapere, ma
anche della morale e della politica. Tale progresso non
venne però considerato come necessario, ma possibile e
quindi realizzabile come un cammino verso un più alto
livello di esistenza, la quale non si conserva né perdura
automaticamente ma è una strada costellata di progressi e
regressi. E' in questa prospettiva che la visione vichiana
della storia rappresenta il momento più indicativo della
linea interpretativa in esame. A riprendere il Vico e la
teoria vichiana del progresso problematico furono, come è
noto, gli illuministi. Di nuovo vi aggiunsero il criterio
della misura del progresso: la ragione liberata dai vincoli
del pregiudizio ed assunta a guida del singolo come della
società. Con l'Illuminismo vennero poste le basi per lo
sviluppo di una nuova valutazione degli scopi della scienza
o per meglio dire su queste basi si operò la separazione di
umanesimo e scienza: il primo, consapevole che il destino
dell'uomo è trascendente rispetto alla scena di questo
mondo, sa che quel conta per l'uomo appartiene ad un ordine
differente da quello naturale e, di conseguenza, non si
rivolge più ad esso per cercare le proprie radici, ma solo
per convertirlo al proprio piano: il metastorico; la
seconda, invece, prende su di se quello che è il destino
contingente, i bisogni e le richieste della storia.
L'approfondirsi di questa separazione, che ha fatto sorgere
l'incolmabile iato fra le scienze della natura e le scienze
dello spirito, funge ancor oggi in senso talmente forte che
rappresenta quasi il marchio del nostro tempo. E' qui che
oggi possiamo parlare di una "crisi dell'uomo"
alla quale nè la scienza nè l'umanesimo sanno dare
indicazioni, in quanto ambedue sembrano aver perso di vista
i loro rispettivi scopi. Il paradigma della razionalità
scientifica risulta essere nel mondo contemporaneo il
modello vincente della razionalità, la scienza in altre
parole incombe in modo quasi totale sul nostro modo di
vivere, mentre al contrario è quasi trascurabile il suo
peso culturale. Perchè in una civiltà che ha il suo asse
portante sulla struttura scientifico-tecnologica dal punto
di vista della concretezza della condizione esistenziale, la
dimensione scientifica sta fuori dall'ambito culturale? Cos'è
infatti la cultura se non il risultato dell'insieme di
conoscenze trasformate in criteri di giudizio, in parametri
di valutazione, in capacità di unificazione sintetica, in
conferimento di senso alla vita, alla storia, alla realtà?
Non è vero che, al livello appena descritto, esistono due
culture, esiste solo la cultura umanistica e la scienza non
interviene in questo discorso E si che la scienza assorbe
oggi il meglio delle intelligenze che, in realtà, vengono
sotratte proprio alla elaborazione di quei fini, di quei
parametri di giudizio, di quei criteri di valore sui quali
in fondo la società contemporanea gioca la propria
esistenza. Si è così rovesciata la figura
dell'intellettuale, colui che dopo aver seminato il dubbio
approda ad una conoscenza che davvero sia in grado non solo
di spiegare i meccanismi per cui funziona la natura, ma
fondamentalmente le ragioni dell'essere dell'uomo, colui che
sa dedicarsi all'interpretazione del conoscere, al
conferimento di senso ai risultati della scienza, alla loro
applicazione nella costruzione di sistemi che reggano non
solo le avventure del corpo e della mente, ma siano capaci
di fornire all'uomo la coscienza di un suo destino
trascendente. In questo senso oggi non assistiamo ad una
crisi (nel senso classico in cui termine sta per
"giudizio"), ma ad una inimmaginabile serie di
certezze, travestite e contrabbandate da rivoluzioni
(termine che la lingua greca, con fine ironia, traduceva con
"stasi"); assistiamo, cioè, ad una scienza che
risolve sempre più gli enigmi della natura e sempre più si
distacca dall'uomo e da un umanesimo che ha perso il senso
della dotta ignoranza e si è vestito dei panni
dell'ermetico manipolatore di parole vuote di significato,
ma cariche di suggestione. E' in tale dimensione ideologica
che si è operato il passaggio dalla regione delle idee al
dominio dei luoghi comuni ed allo scambio di reciproche
accuse non più basate su un conferimento di senso, ma su un
differimento dal consenso. Giunti a questo punto non resta
che porci un'ultima domanda: è proprio vero che l'idea di
progresso era sconosciuta ai Greci? Certamente si, se
limitiamo la nostra indagine alle mere concezioni
storico-politiche, ma ben diverso quando ci rivolgiamo alle
grandi cosmogonie orfico-pitagoriche e platoniche le quali
si son fatte portatrici di tre concetti basilari: "in
principio v’era il disordine" e "in seguito la
parola ordinatrice funge da elemento generatore e
rigeneratore dell’armonia tramite una continua
ricostituzione, in termini dinamici,
dell’equilibrio", "l’universo tende al bene,
esso è un corpo vivente e intelligente in cui la dialettica
fa ordine e disordine è legge naturale e nel contempo
storico-sociale in grado di mantenere o ricostituire
continuamente il cammino dell’ordine che è il cammino
della vita contro la morte".Il cerchio sembra così
chiudersi e collegare in modo quasi olografico l’arco dei
tempi della storia dell'Occidente; per la maggior parte
della nostra storia la natura è stata considerata come un
qualcosa di già dotato di un progetto e, nella stragrande
maggioranza dei casi tale progetto è stato considerato come
un qualcosa di operante per il meglio. Indubbiamente, per
tanti aspetti l’uomo ha considerato se stesso come
elemento primario di tale progetto se non addirittura il
progettatore. La recita della storia vien messa in scena da
due personaggi che sono poi gli stessi che la costruiscono
(o l’hanno costruita o la costruiranno): l’appagato
ottimista che dichiara che questo nel quale noi viviamo è
il migliore dei mondi possibili e il pessimista
incontentabile che resta costantemente perplesso temendo che
ciò possa essere vero. Resta da vedere se colui che accusa
la scienza di aver addensato sull'uomo pericoli terribili,
fornendogli un potere eccessivo sulla natura sia l'ottimista
o il pessimista. Ho il sospetto che la cosa non sia così
chiara come potrebbe apparire a prima vista.
Stando
al significato proprio dei vocaboli, parrebbe che un libero
pensatore dovrebbe essere un uomo che vuole pochi o nessun
vincoli al pensiero, o meglio alla manifestazione del
pensiero, poiché il pensiero interno è libero,
liberissimo, e non si può volere togliere vincoli che non
esistono. Invece, nel fatto, il libero pensatore è un
credente che vuole imporre la sua religione e vincolare il
pensiero di chi non la pensa come lui. (Vilfredo Pareto,
Trattato di sociologia generale).
Prendiamo
alcuni "liberi pensatori" famosi in Italia tanto
da essere portati ad esempio e a modello ai giovani.
Umberto
Eco, che firma una serie di CD "Encyclomedia" per
l'Espresso (reclamizzata da un mese su tutti i giornali,
riviste, radio e televisioni), fa presente che questi dischi
"girano" solo "Per Windows 95-98",
escludendo qualsiasi altra piattaforma soft diversa da
quella di Bill Gates. A parte che non costava nulla (cioè
zero lire!) usare o PDF oppure "Mac-Windows" (cosa
da sempre fatta da Panorama, "di proprietà della
reazione"), resta il fatto che l'utente Mac, data
l'enorme velocità del suo clock, con una spesa di L.
120.000, può comprarsi un programma (Mac Real o Virtual PC)
con cui leggere perfettamente quei CD "solo per
Windows", restando, comunque, a far parte di quel 15%
di persone non dipendenti da Microsoft.
I
"liberi pensatori" dell'Espresso, però, han
meditato di eliminare chi non la pensava come loro.
Piero
Angela, noto conduttore di programmi televisivi
"scientifici", è riuscito ad imporci (reti RAI)
anche suo figlio Alberto, per "costruire" e "guidare'
delle trasmissioni "letterarie-umanistiche" (ma
non è nepotismo, si badi bene!). In realtà c'era bisogno
di un qualcosa di "meno preciso", ma fatto in casa
e così ben costruito (e manierato), da togliere anche
questa possibilità ai "nemici della scienza" (cioè
ai nemici del signor Angela!). In un film di Alberto Sordi,
"Sono un fenomeno paranormale", un cultore del
razionalismo ad oltranza e conduttore di programmi
televisivi (chi sarà mai!?), di fronte alla possibilità di
convertirsi, pensa: "Dopo tutta una vita passata a
scoprire e a smascherare i maghi non posso io dare segno di
cedimento ...".
I
"liberi pensatori" di RAI 1 hanno vincolato il
pensiero di chi non la pensa come loro.
Silvio
Garattini, un farmacologo considerevolmente attratto dalle
telecamere, dice che gli omeopati sono "una setta
eretica, una massoneria di scettici che non crede alle
promesse della scienza ufficiale", per gli agopuntori,
invece, usa questo marchingegno "chi ritiene di avere
ricavato un giovamento dall'agopuntura diventa
spontaneamente un suo sostenitore, mentre coloro che non
ottengono alcun risultato di solito si guardano bene dal
raccontare la propria esperienza, temendo di passare per
gonzi, soprattutto se il mago cinese (o l'imbroglione
italiano) gli ha sfilato dal portafogli un bel pacco di
banconote", mentre la fitoterapia o
"l'erboristeria occupa un posto a sé. Meno astratta
dell'omeopatia, meno esoterica dell'agopuntura, ha un sapore
casereccio." e così via ... (Scoppiare di salute,
Rizzoli). Costui ha sempre preso posizione contro tutti i
"nemici della vera medicina", attaccando medici
non schierati e pazienti che desideravano provare anche le
medicine "altre" (dalla sua ovviamente!). Il
"libero pensatore" dell'Istituto "Mario
Negri" è un credente che vuole imporre la sua
religione a tutto il mondo.
Che
hanno in comune questi personaggi? Appartengono tutti al
CICAP. "Un'organizzazione che promuove un'indagine
scientifica e critica nei confronti delle discipline
dogmatiche e del tutto illusorie che, pur proclamandosi
scientifiche, non possiedono le caratteristiche tipiche
della scienza e possono pertanto essere definite
pseudoscienze" (sic!).
Sembrerebbe,
proprio, che il libero pensatore sia un uomo che vuole
vincoli (fortissimi) al pensiero (degli altri o di chi non
la pensa come lui).
Diceva
Totò: "Alla faccia del bicarbonato di soda!"
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