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Anno III

Numero III

Luglio - Settembre 1999

 

Paolo Aldo Rossi

 

Direttore scientifico di Anthropos & Iatria

 

Gli uomini prima sentono il necessario, di poi badano all'utile, appresso avvertiscono il comodo, piú innanzi si dilettano del piacere, quindi si dissolvono nel lusso, e finalmente impazzano in istrapazzar le sostanze. (Vico, La scienza nuova)

 

La nozione di progresso comunica e partecipa un interesse, un significato ed un valore, sia descrittivo che normativo, della persona nel tempo e nella storia, del rapporto tra il suo passato con il suo futuro, del cammino della conoscenza, dei suoi usi, delle sue condizioni e presupposti, delle sue cause o motivi, le quali concernono inoltre i principi e l'evoluzione (o l'involuzione) della felicità, del potere e della morale. Questa idea sottintende l'esistenza di una direttrice auspicabile e sperabile, ma anche la probabilità di cambiamenti di direzione e digressioni dal desiderabile; e, ancora, i criteri di valore su ciò che avrebbe dovuto essere e su ciò che non avrebbe dovuto essere, su ciò che si opera nei rapporti fra l'uomo e la natura, con se stessi, con i propri simili o con Dio.

 

Il concetto di progresso è epistemologico, gnoseologico, ontologico, cosmologico, naturalistico, laico e religioso, profano e sacro, terreno e soprannaturale poichè coinvolge opinioni intorno alla conoscenza, circa ciò che esiste, e inoltre riguardo alle origini, alle aspettative e alle responsabilità dell'uomo all'interno di ciò che è la propria visione del mondo e del proprio conferimento di senso.

Di solito si afferma che l’unica accezione che il mondo classico forniva al concetto di progresso fosse la seguente: "Una qualsiasi serie di eventi che avviene nel senso del maggior bene degli uomini, quindi in senso desiderabile", mentre "La credenza che gli eventi della storia avvengano nel senso più desiderabile realizzando una crescente perfezione" è concezione loro sconosciuta e tipicamente moderna. Ciò è in gran parte vero, se non altro perchè l’idea moderna di progresso deriva sostanzialmente da una precisa filosofia della storia che nell’antichità non aveva avuto alcuna comparsa. Inoltre è evidente che si tratta di due cifre semantiche radicalmente diverse: la prima consente la critica agli eccessi della "scienza", la seconda reputerebbe tale critica un eccesso. In ogni caso se il "senso della storia" rappresenta la condizione necessaria per la problematizzazione del destino dell’uomo nel mondo, la soluzione in senso ottimistico del divenire del mondo umano è solo una delle possibili soluzioni. L'idea di progresso la si può trovare soltanto in società che posseggano una documentazione storica scritta e un senso della storia, ossia una tradizione storiografica ed una filosofia sostanzialistica della storia. Tutte le filosofie sostanzialiste della storia condividono fra di loro la nozione di "mondo storico" intendendolo come la totalità dei modi di essere e delle creazioni umane nel processo del loro divenire. Il punto diversificante è appunto sul come viene diversamente interpretato il processo del divenire (da cui appunto si deriva la nozione di progresso).

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A grandi linee, tali interpretazioni possono essere sintetizzate in quattro punti: 1) Il divenire in senso vettoriale delle età del mondo, a sua volta suddivisibile in: a) visione pessimistica (vettore negativo): dottrina della decadenza delle età del mondo; b) visione ottimista (vettore positivo): dottrine del progresso. 2) Il divenire in senso ciclico delle età del mondo. 3) Il divenire inteso come sviluppo di un piano provvidenziale (sia storico che extrastorica). 4) Il divenire in senso casuale degli eventi.

La concezione ottimistica del vettore sul quale corre il divenire del mondo umano o teoria del progresso sembra essere sconosciuta nel mondo classico. L'esperienza quotidiana del tempo che tutto rovina e tutto degrada, così ben espressa nell'oraziana "Damnosa quid non imminuit dies?" non poteva che portare i greci e i latini ad adottare la teoria della decadenza. D'altro lato non potevano sfuggire alla loro osservazione i molti segni del sia pur lento progredire delle civiltà, per cui la teoria dei cicli universali (cosi diffusa da potere essere considerata il portato ortodosso del pensiero storico classico), riesce a rendere fra loro coerenti il percorso del progresso con quello del regresso, considerandoli come le opposte forme di un unico moto periodico uniforme, comunque puntato in senso positivo. Come ha ben dimostrato il Bury in Storia dell'idea di progresso: "Le idee hanno i loro climi intellettuali e i climi intellettuali dell'antichità classica e delle età successive non furono propizi alla nascita della dottrina del progresso. Solo col XVII secolo si cominciano a superare gli ostacoli che si frappongono alla sua apparizione e si andò propagando gradatamente una atmosfera favorevole".

Anche se l'interpretazione più rigorosa della teoria del progresso sarà quella di Giovan Battista Vico, il quale fece da tramite fra la dottrina delle età e quella dei cicli assumendo la nozione di piano provvidenziale in senso non trascendente e quello di progresso in senso problematico, l'idea ottimistica di progresso come linea interpretativa della storia dell'umanità era comparsa in Europa circa due secoli prima del Vico: dalla Firenze medicea all'Inghilterra elisabettiana, dalla Francia di Enrico IV alla Praga di Rodolfo d'Asburgo, venne imponendosi quella visione ottimistica del cammino umano che funse da terreno di cultura sul quale germogliò la moderna idea di progresso. Il senso della novità, la consapevolezza del venire a conoscenza di quanto mai era stato visto prima, la coscienza di vivere un'epoca di profonde modificazioni pervade il grand siécle. Il secolo che si apre è foriero di infinite e interminabili novità, sembra avviarsi un'età felice e l'impressione generale al riguardo è ottimistica. M. Mersenne scrive a Peyresc:"Il nostro secolo è padre di un rivolgimento universale" e Cartesio nel Discorso sul metodo dichiara "Il nostro secolo mi sembrava quanto mai florido e ricco di begli ingegni più di qualsiasi dei precedenti". Come non credere di conseguenza ad una umanità finalmente liberata? Come non indulgere al sogno cartesiano di una fisica che affranca dai bisogni, di una medicina che toglie la sofferenza e di un'etica che fonda finalmente una politica adatta alla dignità dell'uomo? Il segno dell'utopia pare essere il segno distintivo dell'epoca: oltre alle notissime opere di Tommaso Moro e Campanella, troveremo la Christianopolis di J.Valentin Andreae, la Nuova Atlantide di Bacone, la Nova Solyma di Samuel Gott, dove aleggia l'idea che la riforma del mondo deve necessariamente venire di li a poco, per opera di un Collegio scientifico: " ... possiamo vantarci di vivere a buon diritto - leggiamo nella Fama Fraternitatis dei Fratelli della Rosa Croce - in un tempo felice in cui Egli non solo ci ha rivelato quella metà del mondo fino ad ora a noi sconosciuta e celata e ci ha fatto conoscere molte meravigliose opere e creature della natura mai viste prima, ma ha anche fatto sorgere uomini di grande sapienza che potrebbero in parte rinnovare e condurre a perfezione tutte le arti cosicchè l'uomo possa finalmente comprendere la sua nobiltà e il suo valore e perchè sia chiamato microcosmo e quanto la sua conoscenza si estenda sulla natura". In una prospettiva di questo genere, confortata per di più dall'ideologia della sostanziale simmetria fra verità e utilità, non poteva che nascere una visione del progresso come credenza che gli eventi della storia avvengano nel senso più desiderabile realizzando una crescente perfezione. Bacone, su questo punto, è esplicito: il progresso dell'umanità corre parallelo a quello delle scienze e delle tecniche e punta decisamente verso un luogo immaginario che sta fra Eden e Utopia.

In questo preciso ambito di idee le accuse contro l'eccessivo potere della scienza e delle tecniche si rovescia contro gli avversari in quanto la scienza è intesa come strumento di conversione dell'uomo verso le creature e quindi verso il Creatore, essa è strumento di salvezza in quanto significa elevazione, liberazione dell'uomo dai suoi bisogni materiali in favore di quelli spirituali. Dato lo scopo, ovviamente, i suoi frutti non possono essere eccessivi, semmai difetteranno, costringendo l'uomo ad attendere ulteriormente che si realizzi il più antico dei suoi sogni. In cammino verso il raggiungimento di tale scopo, la Confessio Fraternitatis (il secondo manifesto rosacrociano) recita: "... se farete ciò [ricerca e divulgazione scientifica e tecnologica] il vantaggio che ne trarrete sarà che tutti quei beni prodigiosi disseminati dalla natura nell'universo, vi verranno concessi tutti insieme e vi alleggeriranno facilmente di tutti gli ostacoli che si frappongono alla conoscenza dell'uomo e che impediscono di compiere tutte le sue opere ..." Alla fine del 600, con il Fontenelle e l'Abbé de Saint Pierre, la cultura dell'occidente elaborò l'ulteriore idea di un continuo e indefinito sviluppo della civiltà sulla traccia del progresso non solo del sapere, ma anche della morale e della politica. Tale progresso non venne però considerato come necessario, ma possibile e quindi realizzabile come un cammino verso un più alto livello di esistenza, la quale non si conserva né perdura automaticamente ma è una strada costellata di progressi e regressi. E' in questa prospettiva che la visione vichiana della storia rappresenta il momento più indicativo della linea interpretativa in esame. A riprendere il Vico e la teoria vichiana del progresso problematico furono, come è noto, gli illuministi. Di nuovo vi aggiunsero il criterio della misura del progresso: la ragione liberata dai vincoli del pregiudizio ed assunta a guida del singolo come della società. Con l'Illuminismo vennero poste le basi per lo sviluppo di una nuova valutazione degli scopi della scienza o per meglio dire su queste basi si operò la separazione di umanesimo e scienza: il primo, consapevole che il destino dell'uomo è trascendente rispetto alla scena di questo mondo, sa che quel conta per l'uomo appartiene ad un ordine differente da quello naturale e, di conseguenza, non si rivolge più ad esso per cercare le proprie radici, ma solo per convertirlo al proprio piano: il metastorico; la seconda, invece, prende su di se quello che è il destino contingente, i bisogni e le richieste della storia. L'approfondirsi di questa separazione, che ha fatto sorgere l'incolmabile iato fra le scienze della natura e le scienze dello spirito, funge ancor oggi in senso talmente forte che rappresenta quasi il marchio del nostro tempo. E' qui che oggi possiamo parlare di una "crisi dell'uomo" alla quale nè la scienza nè l'umanesimo sanno dare indicazioni, in quanto ambedue sembrano aver perso di vista i loro rispettivi scopi. Il paradigma della razionalità scientifica risulta essere nel mondo contemporaneo il modello vincente della razionalità, la scienza in altre parole incombe in modo quasi totale sul nostro modo di vivere, mentre al contrario è quasi trascurabile il suo peso culturale. Perchè in una civiltà che ha il suo asse portante sulla struttura scientifico-tecnologica dal punto di vista della concretezza della condizione esistenziale, la dimensione scientifica sta fuori dall'ambito culturale? Cos'è infatti la cultura se non il risultato dell'insieme di conoscenze trasformate in criteri di giudizio, in parametri di valutazione, in capacità di unificazione sintetica, in conferimento di senso alla vita, alla storia, alla realtà? Non è vero che, al livello appena descritto, esistono due culture, esiste solo la cultura umanistica e la scienza non interviene in questo discorso E si che la scienza assorbe oggi il meglio delle intelligenze che, in realtà, vengono sotratte proprio alla elaborazione di quei fini, di quei parametri di giudizio, di quei criteri di valore sui quali in fondo la società contemporanea gioca la propria esistenza. Si è così rovesciata la figura dell'intellettuale, colui che dopo aver seminato il dubbio approda ad una conoscenza che davvero sia in grado non solo di spiegare i meccanismi per cui funziona la natura, ma fondamentalmente le ragioni dell'essere dell'uomo, colui che sa dedicarsi all'interpretazione del conoscere, al conferimento di senso ai risultati della scienza, alla loro applicazione nella costruzione di sistemi che reggano non solo le avventure del corpo e della mente, ma siano capaci di fornire all'uomo la coscienza di un suo destino trascendente. In questo senso oggi non assistiamo ad una crisi (nel senso classico in cui termine sta per "giudizio"), ma ad una inimmaginabile serie di certezze, travestite e contrabbandate da rivoluzioni (termine che la lingua greca, con fine ironia, traduceva con "stasi"); assistiamo, cioè, ad una scienza che risolve sempre più gli enigmi della natura e sempre più si distacca dall'uomo e da un umanesimo che ha perso il senso della dotta ignoranza e si è vestito dei panni dell'ermetico manipolatore di parole vuote di significato, ma cariche di suggestione. E' in tale dimensione ideologica che si è operato il passaggio dalla regione delle idee al dominio dei luoghi comuni ed allo scambio di reciproche accuse non più basate su un conferimento di senso, ma su un differimento dal consenso. Giunti a questo punto non resta che porci un'ultima domanda: è proprio vero che l'idea di progresso era sconosciuta ai Greci? Certamente si, se limitiamo la nostra indagine alle mere concezioni storico-politiche, ma ben diverso quando ci rivolgiamo alle grandi cosmogonie orfico-pitagoriche e platoniche le quali si son fatte portatrici di tre concetti basilari: "in principio v’era il disordine" e "in seguito la parola ordinatrice funge da elemento generatore e rigeneratore dell’armonia tramite una continua ricostituzione, in termini dinamici, dell’equilibrio", "l’universo tende al bene, esso è un corpo vivente e intelligente in cui la dialettica fa ordine e disordine è legge naturale e nel contempo storico-sociale in grado di mantenere o ricostituire continuamente il cammino dell’ordine che è il cammino della vita contro la morte".Il cerchio sembra così chiudersi e collegare in modo quasi olografico l’arco dei tempi della storia dell'Occidente; per la maggior parte della nostra storia la natura è stata considerata come un qualcosa di già dotato di un progetto e, nella stragrande maggioranza dei casi tale progetto è stato considerato come un qualcosa di operante per il meglio. Indubbiamente, per tanti aspetti l’uomo ha considerato se stesso come elemento primario di tale progetto se non addirittura il progettatore. La recita della storia vien messa in scena da due personaggi che sono poi gli stessi che la costruiscono (o l’hanno costruita o la costruiranno): l’appagato ottimista che dichiara che questo nel quale noi viviamo è il migliore dei mondi possibili e il pessimista incontentabile che resta costantemente perplesso temendo che ciò possa essere vero. Resta da vedere se colui che accusa la scienza di aver addensato sull'uomo pericoli terribili, fornendogli un potere eccessivo sulla natura sia l'ottimista o il pessimista. Ho il sospetto che la cosa non sia così chiara come potrebbe apparire a prima vista.

Stando al significato proprio dei vocaboli, parrebbe che un libero pensatore dovrebbe essere un uomo che vuole pochi o nessun vincoli al pensiero, o meglio alla manifestazione del pensiero, poiché il pensiero interno è libero, liberissimo, e non si può volere togliere vincoli che non esistono. Invece, nel fatto, il libero pensatore è un credente che vuole imporre la sua religione e vincolare il pensiero di chi non la pensa come lui. (Vilfredo Pareto, Trattato di sociologia generale).

Prendiamo alcuni "liberi pensatori" famosi in Italia tanto da essere portati ad esempio e a modello ai giovani.

Umberto Eco, che firma una serie di CD "Encyclomedia" per l'Espresso (reclamizzata da un mese su tutti i giornali, riviste, radio e televisioni), fa presente che questi dischi "girano" solo "Per Windows 95-98", escludendo qualsiasi altra piattaforma soft diversa da quella di Bill Gates. A parte che non costava nulla (cioè zero lire!) usare o PDF oppure "Mac-Windows" (cosa da sempre fatta da Panorama, "di proprietà della reazione"), resta il fatto che l'utente Mac, data l'enorme velocità del suo clock, con una spesa di L. 120.000, può comprarsi un programma (Mac Real o Virtual PC) con cui leggere perfettamente quei CD "solo per Windows", restando, comunque, a far parte di quel 15% di persone non dipendenti da Microsoft.

I "liberi pensatori" dell'Espresso, però, han meditato di eliminare chi non la pensava come loro.

Piero Angela, noto conduttore di programmi televisivi "scientifici", è riuscito ad imporci (reti RAI) anche suo figlio Alberto, per "costruire" e "guidare' delle trasmissioni "letterarie-umanistiche" (ma non è nepotismo, si badi bene!). In realtà c'era bisogno di un qualcosa di "meno preciso", ma fatto in casa e così ben costruito (e manierato), da togliere anche questa possibilità ai "nemici della scienza" (cioè ai nemici del signor Angela!). In un film di Alberto Sordi, "Sono un fenomeno paranormale", un cultore del razionalismo ad oltranza e conduttore di programmi televisivi (chi sarà mai!?), di fronte alla possibilità di convertirsi, pensa: "Dopo tutta una vita passata a scoprire e a smascherare i maghi non posso io dare segno di cedimento ...".

I "liberi pensatori" di RAI 1 hanno vincolato il pensiero di chi non la pensa come loro.

Silvio Garattini, un farmacologo considerevolmente attratto dalle telecamere, dice che gli omeopati sono "una setta eretica, una massoneria di scettici che non crede alle promesse della scienza ufficiale", per gli agopuntori, invece, usa questo marchingegno "chi ritiene di avere ricavato un giovamento dall'agopuntura diventa spontaneamente un suo sostenitore, mentre coloro che non ottengono alcun risultato di solito si guardano bene dal raccontare la propria esperienza, temendo di passare per gonzi, soprattutto se il mago cinese (o l'imbroglione italiano) gli ha sfilato dal portafogli un bel pacco di banconote", mentre la fitoterapia o "l'erboristeria occupa un posto a sé. Meno astratta dell'omeopatia, meno esoterica dell'agopuntura, ha un sapore casereccio." e così via ... (Scoppiare di salute, Rizzoli). Costui ha sempre preso posizione contro tutti i "nemici della vera medicina", attaccando medici non schierati e pazienti che desideravano provare anche le medicine "altre" (dalla sua ovviamente!). Il "libero pensatore" dell'Istituto "Mario Negri" è un credente che vuole imporre la sua religione a tutto il mondo.

Che hanno in comune questi personaggi? Appartengono tutti al CICAP. "Un'organizzazione che promuove un'indagine scientifica e critica nei confronti delle discipline dogmatiche e del tutto illusorie che, pur proclamandosi scientifiche, non possiedono le caratteristiche tipiche della scienza e possono pertanto essere definite pseudoscienze" (sic!).

Sembrerebbe, proprio, che il libero pensatore sia un uomo che vuole vincoli (fortissimi) al pensiero (degli altri o di chi non la pensa come lui).

Diceva Totò: "Alla faccia del bicarbonato di soda!"