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Paolo
Aldo Rossi
Direttore
scientifico di Anthropos & Iatria
"La
scienza è spesso accusata di aver addensato sull’uomo
pericoli terribili, fornendogli un potere eccessivo sulla
natura" (K. Lorenz).
Quella
riportata in esergo è una questione che va avanti dai
primordi della civiltà. Sfortunatamente gli uomini non si
sono mai messi d’accordo su quell’impegnativo termine
"potere eccessivo", che è l’autentica chiave di
volta per essere autorizzati, avendo istituito un minimo di
accordo sul logo semantico (il significato delle parole che
si usano), a disquisire sul logo apofantico (la verità o
falsità di quel che si dice). A sentire gli opposti
contendenti (val la pena ripeterlo: si tratta di una contesa
che si perde nella notte dei tempi) ci troviamo di fronte a
due posizioni assolutamente inconciliabili: per gli uni,
ogni stadio del "progresso scientifico e
tecnologico" ha rappresentato il momento di massimo
pericolo dato l’eccessivo potere acquisito dall’uomo nei
confronti della natura; gli altri, che pur molto apprezzano
qualsivoglia incremento di potere dell’uomo sulla natura,
continuano a lamentare l’esiguità di tale incremento e,
anzi, insistono a rammaricarsi del fatto che siamo ben
lontani dall’esercizio di un apprezzabile controllo del
mondo naturale.
In
sostanza si discute da sempre su un aggettivo relativo
(eccessivo) il quale, appunto per questa sua specifica
qualità grammaticale, ha bisogno di svolgere il proprio
onesto lavoro fra termini messi a confronto e magari
rigorosamente definiti in termini metrici. Per meglio dire,
la prima questione da mettere in chiaro dovrebbe essere la
seguente: quando una certa quantità (il livello dei mezzi
tecnici effettivamente utilizzati per intervenire sul mondo
naturale) supera (eccede da) una certa soglia? (il momento
critico per cui un feed-back impazzisce e da negativo si
trasforma in positivo distruggendo il sistema che dovrebbe
controllare).
Già
tentare di specificare un compito di questo genere è
impresa titanica; voler poi prendere alla lettera la
richiesta di discutere, nell’arco di qualche pagina,
quattro millenni di storia intellettuale nel corso dei quali
gli uomini hanno messo in discussione i pericoli insiti nel
progresso delle scienze e delle tecniche, è un invito ad
eludere il problema o a tentare l’impossibile. Potrebbe,
allora, valere la pena di tracciare un itinerario dal quale
il luogo comune ("la morale sprovvista di favola")
della pericolosità dell’eccessivo sapere ritorni ad
essere una problematica meritevole di essere discussa.
Si
tratta (e non è cosa da poco) di "passare dal dominio
dei luoghi comuni alla regione delle idee". Per far
questo è necessario ri-trasformare l’intera questione da
asserto ideologico in problema scientifico. Ovviamente,
questo non è il punto di partenza, ma quello di arrivo.
"Credere al progresso - avvertiva Kafka nei Diari - non
significa credere che un progresso vi sia già stato".
Il punto di partenza più ragionevole potrebbe essere
individuato alle origini stesse della storia della
civilizzazione dell’Occidente: la scienza (la conoscenza
in grado di garantire la validità o l’efficacia dei
propri procedimenti) promette la verità, mentre l’uomo
s’attende la felicità, tutto sta vedere se verità e
felicità coincidono.
Nel
corso del I millennio a. C., dal Dialogo del pessimismo fino
all’Ecclesiaste, ci si sente ripetere:" ... quanto più
cresce la scienza, tanto più crescono gli affanni e colui
che aumenta la conoscenza non fa altro che aumentare il
dolore" (Eccl. 1 - 18). Ancor prima, intorno alla metà
del II Millennio, nel mondo minoico-miceneo compare il
Labirinto, opera tecnica di Dedalo, l’uomo di scienza in
grado di trasformare il suo sapere in prodotto dell’arte;
perverso e bizzarro costrutto dell’intelletto, il
Labirinto è simbolo di perdizione, prefigurazione del logos
e, di conseguenza, strumento della rovina. Anche gli antichi
"racconti della caduta" sono al riguardo
chiarissimi: il male incomincia a percorrere la terra dopo
che gli uomini, abbandonata la strada della
"sapienza", hanno incominciato a percorrere i
sentieri della scienza. Illuminanti sono le prime pagine del
Genesi: "Allora il serpente disse alla donna: 'No, voi
non morrete, anzi Dio sa che il giorno in cui ne mangerete
vi si apriranno gli occhi e sarete come Dio: conoscitori del
bene e del male' [Gen. 3, 1-6] ... Poi il Signore Iddio
disse: 'Ecco, ora l’uomo è diventato come uno di noi
nella conoscenza del bene e del male. Ora dunque, non stenda
la mano e non colga anche l’albero della vita e ne mangi e
viva in eterno [Gen., 3, 22]". Inequivocabile il mito
greco delle origini e della caduta dell’uomo; la tragica
vicenda inizia dal dono prometeico del fuoco e delle arti di
Efesto e di Pallade (tevcnh e lovgo" sono la prima
scaturigine dell’ Ubriß) e termina con la punizione
divina: l’invio di Pandora (" ... essi riceveranno in
cambio del fuoco un male di cui gioiranno") la quale
apre il vaso di Zeus introducendo il male nel mondo
("...sparse i mali, versando sugli uomini pianti e
dolori" [Esiodo, Op. 53, sgg.]). La letteratura
religiosa (sia in ambito greco che nel mondo ebraico e
semita) ripete costantemente che la scienza e la tecnica
generano dolore e sono scaturigine dei mali. Dal vigoroso
incedere del dialogo fra Dio e Giobbe (che ha inizio con
l’ironica richiesta di Yhavè: "T’interrogherò e
tu ammaestrami!" e termina con la ritrattazione di
Giobbe del proprio tracotante sapere) fino all’apocrifo di
Enoc (in cui è detto chiaramente che la discesa degli
angeli ribelli portò agli uomini la conoscenza delle arti e
delle tecniche e, di conseguenza, la rovina del genere
umano: "E per la perdita dell’umanità, la loro voce
si alzò fino al cielo e li accusò" [Enoc. VII]), la
linea di pensiero veterotestamentaria sfocia nell’inno
paolino alla carità: "Quand’anche io avessi il dono
della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la
scienza ... se non ho la carità (agapev) io non sono
niente" [Cor. 13] e prosegue, per tutta l’età della
Santa Romana Repubblica, come contrapposizione fra la
sapienza del cuore e la conoscenza dell’intelletto: questa
genera affanni e dolori, quella li lenisce e introduce alla
"perfetta letizia". Di analogo segno (pur nella
diversità della cifra semantica) il discorso "sapienziale"
greco: dopo le devastanti introduzioni prometeiche delle
tecniche e delle arti, l’umanità ritrova la salvezza nei
doni di Dioniso e Demetra ("... beato colui che ha un
buon demone e conoscendo l’iniziazione degli dei vive
santamente e introduce la sua anima nella schiera
dionisiaca" [Eur. Bacc. 72]; " ... e Demetra mostrò
a tutti i riti misterici e i riti santi che non si possono
trasgredire né apprendere né proferire ... Felice colui
tra gli uomini viventi sulla terra che ha visto queste
cose" [Pindaro, Inno a Demetra]. Sapiente, nel mondo
greco arcaico, non è colui che sa attuare ed utilizzare le
tecniche, che eccelle in destrezza ed è capace di inventare
i più diversi espedienti. Odisseo non è sapiente, perchè
sapienza significa gettare luce nell’oscurità da parte di
chi si è concesso all’illuminazione. La scienza e le
tecniche non sono le strade che possono portare l’uomo
alla realizzazione dei suoi più profondi bisogni
spirituali, ma al contrario lo distolgono dal cammino della
sapienza e lo portano su quello della stoltezza. I beni
materiali promessi dalle tecniche sono vacui: "Quando
riflettei su tutte le operazioni che avevano eseguito le mie
mani e sulla fatica che avevo durato per compierle, ecco che
tutto era vanità e pascersi di vento" (Ecclesiaste, 2,
10), e i frutti dell’umano conoscere son poca cosa di
fronte alla vera Sapienza: "Per chi teme il Signore
tutto andrà a buon fine e nel giorno della fine sarà
benedetto. Principio di sapienza è temere il Signore
..." (Ecclesiastico, I, 43-44). In una prospettiva di
questo genere, il potere che scienza e tecnica forniscono
all’uomo è comunque sempre eccessivo se esse non portano
a Dio o, addirittura, lo allontanano da Lui [" ... dato
che ebbero tanta scienza da poter esplorare l’universo,
come mai non trovarono Colui che ne è il Signore. Infelici!
In cose morte essi ripongono le loro speranze"
(Sapienza, 13, 9-10)]. In altre parole, se il potere e la
conoscenza che gli uomini hanno sopra la natura non sono
intenzionati alla sfera spirituale, allora questo potere è
eccessivo rispetto all’autentico scopo dell’uomo dato
che lo portano fuori strada, ossia a perdersi. Ma vi è un
ulteriore significato dell’eccesso di potere: la
prepotenza dell’uomo che giunge fino al punto di credere
gli sia possibile opporsi alla divinità, ossia la Ubriß,
l’insolente orgoglio, che è l’esatto contrario del
biblico "temere il Signore", sinonimo di sapienza.
In una delle più basilari articolazioni del pensiero
religioso greco tutto questo è inequivocabilmente chiarito:
quando l’uomo diventa superbo e si ingelosisce degli dei,
quando l’ybris lo avvolge, allora per invidia del loro
potere concepisce l’insolente intenzione di andare oltre,
di rompere l’ordine fissato. E’ in quel momento che
scatta la fthonos, ossia la legge del contrappasso,
l’ineluttabile punizione che non può mai trasformarsi in
perdono perché il suo scopo è quello di ricomporre
l’ordine che l’intenzione (non l’azione) dell’uomo
aveva provato ad infrangere. L’andare oltre,
l’inoltrarsi nella regione del disordine, rappresenta per
il mondo greco l’autentico tentativo di sopraffazione del
chaos nei confronti del cosmo; significa l’aver sconfinato
nelle terre dove non v’è la presenza del dio e, di
conseguenza, dove non può esservi la sua immagine:
l’uomo. Sotto questa luce (e nei due sensi appena
delineati) la derivazione del pericolo dal livello del
potere sulla natura è motivata sia dall’aver chiarito,
nel primo caso, che lo scopo precipuo dell’uomo è
radicalmente diverso dal dominio sul mondo naturale (il
sapere non intenzionato alla sfera spirituale è vano e
dannoso) che dall’aver fissato, nel secondo caso, i limiti
oltre i quali l’umano agire travalica le proprie
possibilità (dove l’andare oltre significa
autodistruzione). Ovviamente, non metterebbe neppur conto di
dirlo, non è qui posta in discussione la legittimità
dell’attività noetica e pratica dell’uomo essenziali
per il raggiungimento e il mantenimento di un livello di
vita adeguato, ma il fatto che questo sia il suo fine unico
e ultimo e che tale attività pretenda di imporre le leggi
dell’utilità (per l’uomo) in contrapposizione e a
scapito dell’ordine naturale. Nate agli albori della
storia, queste due posizioni avrebbero potuto fornire ottime
armi all’accusa contro gli eccessi della scienza e delle
tecniche. Sfortunatamente sono state sottoposte a tali e
tante volgarizzazioni e son finite nelle mani di tali e
tanti ideologi da risultare ormai prive della loro forza
originaria.
Tale
forza potrebbe essere sintetizzata in due punti:
a)
il destino dell’uomo presenta un incontestabile valore di
trascendenza rispetto al mondo fisico e, quindi, tradire
tale destino significa tradire l’uomo;
b)
l’universo è retto da un ordine necessario che è
condizione della propria sopravvivenza, ogni infrazione di
tale armonia (sia pur finalizzata al benessere dell’umanità)
introduce il disordine nell’intero sistema, compresi i
suoi sottoinsiemi che sono i sistemi sociali.
La
critica più assidua cui, in prima istanza, sono state
sottoposte queste posizioni è sintetizzabile nel fatto che
esse impedirebbero il progresso e, in cambio, non sarebbero
in grado di mantenere le loro specifiche promesse:
l’ordine fisico e l’armonia etica. In secondo luogo,
all’accusa che il livello dei mezzi tecnico-scientifici
effettivamente utilizzati per intervenire sul mondo naturale
può superare la soglia del pericolo, si risponde affermando
che tale argomento non ha ragione di essere in quanto gli
eventi della storia avvengono nel senso più desiderabile
realizzando una crescente perfezione, ossia il progresso
della scienza e della tecnica corre di pari passo al
progresso dell’umanità. Tutto sta, ancora una volta, a
mettersi d’accordo sul significato dei termini usati; in
questo caso il termine incriminato è quello di progresso.
Il
concetto di progresso è una delle nozioni più dense di
significato, di implicazioni profonde e di suggestioni che
l’uomo abbia coniato. Esso comporta una precisa concezione
della storia o meglio una chiara definizione del posto che
l’uomo ha nel processo del divenire del mondo. Tale
concezione deve essere sia descrittiva che normativa,
comporta tanto una teorizzazione storica che filosofica.
Essa implica che siano elaborate precise nozioni circa il
progresso della conoscenza, i suoi usi, le sue possibilità,
il suo valore e le sue fonti. Ma dato che la conoscenza, pur
presentandosi con un incontestabile valore noetico, può
avere esiti pratici (le tecniche), è automatico porsi le
stesse domande anche per le tecniche, aggiungendo tutta una
serie di problematiche conseguenti di genere etico e sociale
che possono portare a questioni circa il progresso o il
regresso della felicità, del benessere sociale, del potere
politico e della virtù. Non va dimenticato che tale
concetto implica che sia messo in chiaro qual’è la
direzione desiderabile per poter parlare di progresso e non
di regresso, di stasi o di deviazioni. Sono, inoltre,
richiesti giudizi di valore d’ordine deontologico e etico
su ciò che dovrebbe essere e su ciò che si deve fare in
rapporto a se stessi, ai propri simili, alla natura e a Dio.
"In altri termini, - scrive Alistair Crombie - il
concetto di progresso è a un tempo profano e sacro, a un
tempo epistemologico, cosmologico e religioso, in quanto
implica convinzioni circa la conoscenza, circa ciò che
esiste, e inoltre circa le origini, le attese e le
responsabilità dell’uomo all’interno di quello che è
accettato come lo schema della conoscenza e
dell’esistenza". Sotto questa luce l’accusa di
impedire il progresso avrebbe poco senso se non venisse
detto di quale progresso si tratta.
Lo
riprenderemo nel prossimo numero.
Per
ora dichiariamo che cosa la maggior parte degli uomini
d'oggi crede che sia il progesso, facendone un esempio
vivente: Bill, l'uomo divenuto grazie all'informatica, il più
ricco del mondo. Il suo modello è Leonardo, un"omo
sanza lettere" capace, però, di comprendere la buona
letteratura e irridere a quelle dei "trombetti",
un artigiano in grado di rappresentare con la sua
testimonianza di vita il miraculum magnum della natura,
ossia di ripeterne i miracoli, uno"scienziato"
capace di unire la mano all'intelletto.Vissuto mezzo
millenio fà, esattamente fra i due secoli, la sua lettera
di presentazione a Lodovico Sforza, un vero e proprio
curriculum, è estremamente indicativa non solo della vastità
dei suoi interessi e delle competenze che vantava di avere
(e non aveva!), ma principalmente del fatto che la sua
scelta professionale puntava decisamente in quell'ambito di
conoscenza, controllo e intervento sulla natura portato in
ambito tecnologico. Le "macchine di Leonardo", che
hanno stupito generazioni e generazioni di uomini, sono
copiate da Keyser, da Guido da Vigevano, dall'Anonimo della
guerra hussita, dal Taccola, da Valturio, da Francesco di
Giorgio Martini... (per quelle che funzionano, ossia gli
orologi, i mulini, le pompe, le macchine utensili ...),
mentre le altre (ugualmente copiate: la macchina per volare
o per andare sottacqua, il carroarmato ...) sono giocattoli
su cui si sono divertiti dall'antichità in poi tutti i
tecnici. Eppure per la gran parte degli uomini il progresso
ha luogo da queste macchine e non dal metodo scientifico di
Galileo. Lo stesso è per Bill a cui il grande pubblico
riconosce di essere un genio dei computers, un benefattore
dell'umanità e l'autentico portavoce del progresso del XXI
secolo, e questo nonostante non abbia finito l'Università
(in America!), nonostante sia così poco ferrato in
informatica che uno studente (incauto!) non farebbe fatica a
coglierlo in errore, nonostante sia convinto (pro-trust e
antidemocraticamente!) che il mondo abbia bisogno di
livellarsi e comprimersi in unico sistema operativo e sui
prodotti di una singola azienda (la sua!). Cioè, uno che
potrebbe dire di se stesso di imparare dai propri errori, ma
di non farne mai. Luca Accomazzi, uno dei nostri migliori
informatici, alla domanda: "Ma Bill li usa i suoi
prodotti?" risponde: "No, ma non è questo il
punto". L'industriale non mangia i formaggi, i wurstel,
gli hamburger ... e non beve il vino o le bibite che lui
stesso produce (ci mancherebbe altro! ci tiene alla sua
salute), ma a differenza di Bill (e di quello che credono i
suoi fans) non si ritiene un benefattore del mondo e la
causa del suo rinnovamento, sviluppo e progresso; un nuovo
Leonardo insomma. Ma con due piccolissime differenze: dal
1452 al 1519 (l'arco della vita del grande vinciano) vivrà
sempre povero e alla ricerca di un lavoro, e, sopratutto,
sarà uno dei più grandi artisti dell'intera umanità e
proprio per questo contribuì al suo progresso.
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