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Paolo
Aldo Rossi
Direttore
scientifico di Anthropos & Iatria
Tutti
lavoriamo per procurarci il riposo: è quindi la pigrizia
che ci rende laboriosi.
(J.
J. Rousseau, Saggio sull’origine delle lingue)
L'attività
è il vero godimento della vita
(Schlegel,
Lezioni drammatiche)
Esiste
nella lingua greca, di solito così ricca e precisa, il caso
curioso di uno stesso vocabolo che sta sia per
"pigro" che per "agile e veloce". Ciò
può apparire, a prima vista, semanticamente contraddittorio
(ossia un "ignavo efficiente"). Il termine è
ajrgov" (argòs).
Chi
non ricorda Argo, l’insonne e instancabile pastore dai
cento occhi, vinto da Ermes, o anche Argo, il cane di
Ulisse, che Omero chiama "il veloce" per
antonomasia? Non per niente il capoluogo dell’Argolide era
detta
"la
città bianco-lucente", a riprendere il primo dei
significati del termine, quello che richiama la luce che in
sè racchiude
gli
attributi specifici dell’argòs: la rapidità, la velocità,
la lucentezza e la nitidezza. Più tardi, la lingua greca si
trovò ad adottare lo stesso termine per dire cose
diametralmente opposte, ossia la pigrizia,
l’infingardaggine, l’ozio, l’inerzia. Il ricavo
etimologico di quest’altro "argòs" è evidente:
esso deriva da ajergov" (a - ergòs) dove l’alfa
privativo rovescia e rende negative tutte le proprietà del
lavoro (l'ergòn), da cui l’ozio, l’inoperosità,
l’inerzia che sono i frutti della pigrizia.
Messa
così, la cosa sembra un incidente di percorso in cui è
incappata la lingua greca, ma le cose si complicano allorché
in Omero si trova il termine "argòs" per
descrivere un animale "grasso e ben pasciuto" che
pascola "pigramente". A ben vedere, comunque, solo
un animale grasso e ben pasciuto si può permettere di
oziare; diversamente, se fosse macilento e affamato, gli
toccherebbe darsi da fare (e, mancandogli il vigore, forse
non ci riuscirebbe neppure) per trovare il cibo, e
possibilmente in abbondanza. Un enorme dispendio energetico,
insomma, per divenire così pinguemente robusto da
permettersi un indolente riposo.
Ma
c’è di più. Platone, nelle Leggi, usa il termine "argòs"
nel significato di "immune da fatica" o
"esentato dall’onere del lavoro", cosa che alla
fine coincide con l’essere liberi da un grave travaglio da
"schiavi", ossia essere "uomini".
Eschilo arriva ad usare la parola nel significato di
"riluttante" o "restio", il che non è
sinonimo di passiva pigrizia, bensì di attiva resistenza a
fare cose inutili, noiose o troppo dispendiose quando
fossero commisurate al risultato.
In
effetti questo tipo di pigrizia è una delle migliori e più
sicure manifestazioni dell’intelligenza.
Ma
il "jucundum nihil agere" (il dolce far niente) di
Plinio il Giovane, che Virgilio ammette essere un dono
divino, è temperato dalla richiesta dei filosofi di
coniugare l’ozio con le lettere, unica condizione per cui
"l’insopportabile fatica di non far niente"
diviene la condizione fondamentale per l’esercizio delle
superiori facoltà della mente.
E’
qui che l’inerzia si nobilita, l’inattività acquisisce
un senso profondo, l’inoperosità fa da sfondo alla più
alta delle opere, quelle del pensiero e della ragione. Tutto
ciò richiede sia soddisfatta una sola condizione: che la
Ragione resti costantemente in attività, non come il mitico
Argo che tiene sempre aperti i suoi cento occhi per scrutare
ciò che sta fuori (l'esteriorità), ma per indagare
costantemente ciò che sta dentro (l'interiorità).
Ma,
già fin dai primi tempi della filosofia greca, qualcuno a
cui era stato chiesto di giocare il ruolo dell’insonne
scrutatore degli enigmi della conoscenza, s’era
evidentemente stancato e, ormai vinto da un sonno
insopportabile, aveva trovato una buona ragione per
abbandonare il posto di vedetta. C’è chi dice che costui
fosse un megarico o forse un sofista, chi addirittura lo
individuò in Protagora, lo "spacciaimposture", i
cui libri vennero messi al rogo.
Sia
come sia, costui si diede da fare per procurarsi finalmente
il riposo e ragionò così: " ... non è possibile per
l’uomo ricercare né ciò che sa né ciò che non sa;
infatti, non potrebbe cercare ciò che sa, perché lo sa già,
e intorno a ciò non occorre ricercare, né intorno a ciò
che non sa, perché in tal caso non sa cosa ricercare"
(Platone, Menone, 80, e).
In
effetti, questo padre della Ragion Pigra non lasciò mai
scritto nulla su tale argomento, ma evidentemente la cosa
era passata di bocca in bocca, fino a finire in quella di
Socrate, che se ne impadronisce per farne il
"prologo" alla sua teoria della metempsicosi e del
conoscere come ricordare: "... l’anima dell’uomo è
immortale e quando termina la vita terrena, il che si chiama
anche morire, rinasce e non perisce mai ... e poiché
l’anima è immortale ed è più volte rinata, e poiché ha
veduto tutte le cose, e quelle di questo mondo e quelle
dell’Ade, non v’è nulla che non abbia imparato; sicché
non è cosa sorprendente che essa sia capace di ricordarsi
intorno alla virtù e alle altre cose che già in precedenza
sapeva" (Platone, Menone, 81 d).
A
questo punto il gioco è fatto, "il ricercare e
l’apprendere sono in generale un ricordare"; basta
non scoraggiarsi e, prima o poi, meglio se con l’aiuto di
un valido maestro che faccia da ostetrico, i ricordi
riemergeranno e vedranno la luce.
Qualcuno
potrebbe, malignamente, dire che si tratta di un "argòs
logos" portato alle estreme conseguenze: se ti trovi a
dover vivere, a morire e continuamente a rinascere, questo
ti assicura un continuo aumento della tua conoscenza.
L’improvvido
Protagora, "l’attaccabrighe, maestro del
disputare", s’era evidentemente dato troppo da fare
e, non contento di aver trovato un valido argomento per
riposarsi delle fatica del filosofare, l’aveva applicato a
un tema da sempre scottante: la divinità. Di lui dice
Timone Filasio nel secondo libro dei Silli: " ... in
cenere vollero ridurre i suoi scritti perché scrisse di non
sapere, di non poter comprendere gli dèi, chi sono, come e
quali sono, attenendosi a un imparziale giudizio".
Qui,
purtroppo, Protagora ci abbandona. Si potrebbe dire che
sarebbe bastato ricordarsi che gli dèi già li avevi
incontrati in una tua vita precedente e, proprio se si fosse
voluto strafare, descriverne le fattezze e i caratteri.
E
Socrate, che pur sosteneva la teoria del "conoscere
come ricordare", si trovò a essere condannato come
empio, corruttore dei giovani, negatore degli dèi. E sì
che Protagora non affermava che gli dèi non ci sono, ma
solo il fatto di non poterne dire nulla! E’ forse per
questo che non fu messo a morte! (i maligni dicono che si
fosse salvato con la fuga).
Forse
la morte serviva a Socrate per andare a imparare ancora
qualcosa d’altro, mentre Protagora, angustiato dalla
brevità della vita umana altro non seppe fare che dare il
seguente sconsiderato consiglio, riportato da Epicuro:
"Bisogna incominciare a studiare da giovani". Per
poi, divenuto anziano, esser mandato in esilio.
Alcuni
uomini dei nostri tempi hanno capito che, su questo punto,
Protagora aveva torto e, di conseguenza, non cessano di
sostenere di essere i detentori di una sapienza iniziatica,
i proprietari di una conoscenza che non si può acquisire in
altro modo che attraverso una serie interminabile di
rinascite, i titolari di una saggezza che non tutti possono
avere, essendo questa un dono divino.
Costoro
non hanno studiato da giovani, né tantomeno cominceranno a
farlo ora che hanno raggiunto una certa età, né mettono in
essere alcun esercizio di conoscenza in quanto la loro
scienza non ne ha bisogno. La loro arte maieutica consiste
nel far riemergere i ricordi di innumerevoli vite trascorse,
dove ognuno di loro fu il Faraone e non il suo schiavo,
l’Imperatore e non il suo stalliere, il Filosofo e non un
cuoco senza lettere, l’Artista e non un semplice falegname
... tanto che viene da chiedersi dove è finita tutta quella
bassa plebe che tarda tanto a reincarnarsi.
Ma
d’altra parte i "reincarnati", in questo gioco
"distensivo", avranno pur diritto di scegliere,
visto che più di quel tanto male non possono fare. Basta
lasciarli fra loro a raccontarsi le "fabulose historie"
di quando erano la Regina di Saba, Nefertiti, Cleopatra ...
o Salomone, Akenaton, Giulio Cesare ... ; analoghe alle
storie del Bar Sport (di donne, di alpini, di caccia e pesca
...), dove ognuno lascia il racconto agli altri, per poi
averlo al proprio turno, e ognuno crede all’altro per
essere a sua volta creduto.
Ma,
pericoloso e letale, è l’iperattivo Argo, l’insonne e
instancabile pastore dai cento occhi, che non ozia, ma sta
in guardia, è solerte, alacre, zelante, esattamente come il
cane di Ulisse che aspetta il suo padrone da anni, perché
lui, da solo, non saprebbe cosa fare. E’ un botolo
ringhioso abituato ad abbaiare a quelli che il suo signore
reputa "nemici", anche perché le uniche idee che
ha, sono quelle del suo proprietario. E’ dinamico,
efficiente, operoso - che poi son tutte "qualità"
che deve avere il sottoposto, il dipendente, il suddito, ma
non il capo, che deve saper solo comandare ed esigere la più
ferma obbedienza. Questo, come la Duchessa e la Regina, in
Alice nel paese delle meraviglie, utilizza una sola
frase:"Fategli mozzare la testa", e tutti gli
altri a lisciare e blandire il dirigente, egemone e
autoritario, per fare in modo di non farsi decapitare. Ma
come al solito il re è nudo e nessuno se ne accorge.
Proprio
Lewis Carrol, mette in scena una splendida parodia dell’iperattivismo.
L’inutile e folle cerimonia del "tè del Cappellaio
matto" si sintetizza nella esilarante ammissione, fatta
per giustificare l’interminabile corsa circolare intorno
al tavolo: "- Qui da noi è sempre l’ora del té, e
durante gli intervalli non abbiamo il tempo di lavare le
tazze. - E allora continuate a cambiare di posto intorno al
tavolo - disse Alice. - Esattamente - confermò il
Cappellaio - via via che le tazze si sporcano. - Ma che cosa
succede quando siete alla fine del giro - azzardò a
chiedere Alice. - Perché non cambiamo argomento - interloquì
il Leprotto". Quando nella discussione si rischia di
perdere, allora si cambia argomento.
L'
iperattivismo, o meglio il principio della Ragion
Efficiente, viene ripreso poco dopo: "Mi vuoi dire, per
favore, quale strada devo prendere per uscire di qui? -
Dipende in gran parte da dove vuoi andare - rispose il
Gatto. - Non mi importa dove - disse Alice. - Allora non
importa nemmeno quale strada prendi - replicò il Gatto. -
Purché io arrivi da qualche parte - aggiunse Alice come
spiegazione. - Ma da qualche parte ci arrivi di sicuro -
disse il Gatto, - se vai sempre avanti senza fermarti."
"Gli
uomini - dice , infatti, Schopenhauer - hanno bisogno di una
qualche attività esterna, perché sono inattivi dentro.
Ma
anche la Ragion Pigra può tranquillamente continuare a
sopravvivere. W. H. Thacheray, in Le memorie di Barry Lyndon
scrive: "Il pigro senza ambizione si esenta interamente
dall’operare e decreta a se stesso il nome di
Filosofo". Ma siccome tale qualifica è oggi tanto
inflazionata da essere usata anche per indicare degli
inutili leaders di minuscole formazioni politiche,
allenatori di calcio, artisti e cantautori ... li chiameremo
semplicemente "guide spirituali".
Nel
numero di marzo di Le Scienze, il Direttore si lamenta del
fatto che 90.000 giovani studenti italiani, che hanno
visitato il Museo della Scienza e della Tecnica di Milano,
per una buona maggioranza, alla domanda "Chi è il più
importante scienziato del nostro secolo?" abbiano
risposto "Il professor Di Bella".
In
primo luogo, crediamo che questa notizia sia stata presa
male dallo stesso Di Bella, perché egli sa che come medico
egli non è il più (o il meno) importante scienziato del
nostro secolo, per il semplice fatto di non essere uno
scienziato.
A
differenza delle diverse "scienze", il cui fine è
istituzionalmente noetico (la conoscenza di ...), la
medicina sembra avere finalità eminentemente pratiche (la
cura della salute e della malattia); generalmente, essa
viene considerata un'arte fortemente connotata dalla perizia
dell'artista (il medico), il quale attinge nozioni
dall'emporio del sapere scientifico e abilità pragmatiche
dal bagaglio delle tecnologie, raggiungendo i propri
obiettivi con una corretta applicazione della scienza. Si è
sempre detto che la medicina è l’unica professione che
lotta incessantemente per distruggere la ragione della
propria esistenza. Ortega y Gasset afferma che: "... La
medicina non è una scienza, ma una professione, è un fatto
pratico [...] che alla scienza si rivolge per sfruttare
tutti quei risultati che le sembrano utili, ma che lascia
cadere tutto il resto. E lascia cadere, in particolare, ciò
che è più caratteristico della scienza, l’esercizio del
dubbio e l’approccio problematico". P. Skrabanek e J.
Mac Cormick ribadiscono, in modo ancor più radicale, che:
" In certo qual senso scienza e medicina sono agli
antipodi, la scienza cerca una risposta sperimentale a
quesiti generali, la medicina cerca una risposta specifica
al problema specifico del paziente ... Lo scienziato amplia
le basi delle conoscenze comuni, il medico accumula
esperienza personale. Mentre lo scienziato non fa che
cercare problemi nuovi e smette di interessarsene quando
sono stati risolti, il medico che ha trovato una soluzione
è ben contento di specializzarsi proprio nella applicazione
di quella soluzione".
So
che il Direttore de Le Scienze (Enrico Bellone), essendo un
fisico e un grande storico della scienza, capisce il mio
discorso epistemologico riguardo alla medicina. Se non altro
perché dire che un medico non è uno scienziato, non
significa dire che se uno non è un fisico, un biologo, un
geologo ... allora è un perfetto cretino, solo che la
medicina è una professione unica, straordinaria, esclusiva.
La
rozzezza culturale non è solo dei politici di destra e
sinistra, ma anche dei "cani da guardia" della
scienza che, a furia di abbaiare dai loro programmi
televisivi, sono riusciti a far sorgere una grande zona di
"antiscienza" che non avrebbe mai potuto esistere
senza di loro.
Emanuele
Severino, come è noto, afferma che l’andare oltre,
l’inoltrarsi nella regione del disordine, nel divenire,
rappresenta il tentativo di sopraffazione della morte nei
confronti della vita, ma questo è un discorso filosofico;
quando si passa alla via della doxa allora si è nel campo
della scienza. Anche perché in un caso si adotta il metodo
della Sinngebung (il conferimento di senso) e nell’altro
quello della spiegazione.
L’ideale
crociano di un pensiero laico che non accetta alcun limite
che sia posto fuori di sé, è smantellato proprio da questi
"sedicenti" scienziati. Il farmacologo che passa
il suo tempo alla televisione a parlare della "vera
medicina", il deputato (già medico) che si presenta
come un "noto oncologo", come se le due
professioni (deputato-medico) potessero convivere, i cortei
di "scienziati dibelliani" dove chi grida più
forte ha ragione, gli oncologi nominati "tutori"
di ragazzi ammalati di tumore al posto del padre e della
madre, l’embriologia e la genetica trattate come un
qualcosa che è buona solo se le persone di cui ci si occupa
sono sposate, i difensori estremi della statistica come
metodo di spiegazione, come se il ricavo di un dato (il tot
% di ) non esigesse di essere, lui pure, spiegato ...
Non
sono i cultori della New Age a inficiare e a demolire la
scienza (anche perché non può essere messa fuori uso da
uno strumento che non c’è), ma invece è screditata e
sciupata da individui che la invocano ogni momento come se
fosse "un dio pantocratore" che sta al di sopra di
tutto. In questo senso ha ragione Guido Ceronetti che questa
scienza "non pensa, ma asservisce il pensiero". E
allora, mi spiace dirlo (perché potrei essere non capito)
preferisco la New Age, almeno non è così tragica,
drammatica e penosa come l’ingegnere Roberto Vacca che,
durante una trasmissione sportiva, se l’è presa con gli
oroscopi di Van Wood (chitarrista olandese), quando erano
fatti solo come presa in giro di una squadra e per divertire
la gente.
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