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Anno III

Numero I

Gennaio - Marzo 1999

 

Paolo Aldo Rossi

 

Direttore scientifico di Anthropos & Iatria

 

Tutti lavoriamo per procurarci il riposo: è quindi la pigrizia che ci rende laboriosi.

(J. J. Rousseau, Saggio sull’origine delle lingue)

L'attività è il vero godimento della vita

(Schlegel, Lezioni drammatiche)

 

Esiste nella lingua greca, di solito così ricca e precisa, il caso curioso di uno stesso vocabolo che sta sia per "pigro" che per "agile e veloce". Ciò può apparire, a prima vista, semanticamente contraddittorio (ossia un "ignavo efficiente"). Il termine è ajrgov" (argòs).

Chi non ricorda Argo, l’insonne e instancabile pastore dai cento occhi, vinto da Ermes, o anche Argo, il cane di Ulisse, che Omero chiama "il veloce" per antonomasia? Non per niente il capoluogo dell’Argolide era detta

 

"la città bianco-lucente", a riprendere il primo dei significati del termine, quello che richiama la luce che in sè racchiude

gli attributi specifici dell’argòs: la rapidità, la velocità, la lucentezza e la nitidezza. Più tardi, la lingua greca si trovò ad adottare lo stesso termine per dire cose diametralmente opposte, ossia la pigrizia, l’infingardaggine, l’ozio, l’inerzia. Il ricavo etimologico di quest’altro "argòs" è evidente: esso deriva da ajergov" (a - ergòs) dove l’alfa privativo rovescia e rende negative tutte le proprietà del lavoro (l'ergòn), da cui l’ozio, l’inoperosità, l’inerzia che sono i frutti della pigrizia.

Messa così, la cosa sembra un incidente di percorso in cui è incappata la lingua greca, ma le cose si complicano allorché in Omero si trova il termine "argòs" per descrivere un animale "grasso e ben pasciuto" che pascola "pigramente". A ben vedere, comunque, solo un animale grasso e ben pasciuto si può permettere di oziare; diversamente, se fosse macilento e affamato, gli toccherebbe darsi da fare (e, mancandogli il vigore, forse non ci riuscirebbe neppure) per trovare il cibo, e possibilmente in abbondanza. Un enorme dispendio energetico, insomma, per divenire così pinguemente robusto da permettersi un indolente riposo.

Ma c’è di più. Platone, nelle Leggi, usa il termine "argòs" nel significato di "immune da fatica" o "esentato dall’onere del lavoro", cosa che alla fine coincide con l’essere liberi da un grave travaglio da "schiavi", ossia essere "uomini". Eschilo arriva ad usare la parola nel significato di "riluttante" o "restio", il che non è sinonimo di passiva pigrizia, bensì di attiva resistenza a fare cose inutili, noiose o troppo dispendiose quando fossero commisurate al risultato.

In effetti questo tipo di pigrizia è una delle migliori e più sicure manifestazioni dell’intelligenza.

Ma il "jucundum nihil agere" (il dolce far niente) di Plinio il Giovane, che Virgilio ammette essere un dono divino, è temperato dalla richiesta dei filosofi di coniugare l’ozio con le lettere, unica condizione per cui "l’insopportabile fatica di non far niente" diviene la condizione fondamentale per l’esercizio delle superiori facoltà della mente.

E’ qui che l’inerzia si nobilita, l’inattività acquisisce un senso profondo, l’inoperosità fa da sfondo alla più alta delle opere, quelle del pensiero e della ragione. Tutto ciò richiede sia soddisfatta una sola condizione: che la Ragione resti costantemente in attività, non come il mitico Argo che tiene sempre aperti i suoi cento occhi per scrutare ciò che sta fuori (l'esteriorità), ma per indagare costantemente ciò che sta dentro (l'interiorità).

Ma, già fin dai primi tempi della filosofia greca, qualcuno a cui era stato chiesto di giocare il ruolo dell’insonne scrutatore degli enigmi della conoscenza, s’era evidentemente stancato e, ormai vinto da un sonno insopportabile, aveva trovato una buona ragione per abbandonare il posto di vedetta. C’è chi dice che costui fosse un megarico o forse un sofista, chi addirittura lo individuò in Protagora, lo "spacciaimposture", i cui libri vennero messi al rogo.

Sia come sia, costui si diede da fare per procurarsi finalmente il riposo e ragionò così: " ... non è possibile per l’uomo ricercare né ciò che sa né ciò che non sa; infatti, non potrebbe cercare ciò che sa, perché lo sa già, e intorno a ciò non occorre ricercare, né intorno a ciò che non sa, perché in tal caso non sa cosa ricercare" (Platone, Menone, 80, e).

In effetti, questo padre della Ragion Pigra non lasciò mai scritto nulla su tale argomento, ma evidentemente la cosa era passata di bocca in bocca, fino a finire in quella di Socrate, che se ne impadronisce per farne il "prologo" alla sua teoria della metempsicosi e del conoscere come ricordare: "... l’anima dell’uomo è immortale e quando termina la vita terrena, il che si chiama anche morire, rinasce e non perisce mai ... e poiché l’anima è immortale ed è più volte rinata, e poiché ha veduto tutte le cose, e quelle di questo mondo e quelle dell’Ade, non v’è nulla che non abbia imparato; sicché non è cosa sorprendente che essa sia capace di ricordarsi intorno alla virtù e alle altre cose che già in precedenza sapeva" (Platone, Menone, 81 d).

A questo punto il gioco è fatto, "il ricercare e l’apprendere sono in generale un ricordare"; basta non scoraggiarsi e, prima o poi, meglio se con l’aiuto di un valido maestro che faccia da ostetrico, i ricordi riemergeranno e vedranno la luce.

Qualcuno potrebbe, malignamente, dire che si tratta di un "argòs logos" portato alle estreme conseguenze: se ti trovi a dover vivere, a morire e continuamente a rinascere, questo ti assicura un continuo aumento della tua conoscenza.

L’improvvido Protagora, "l’attaccabrighe, maestro del disputare", s’era evidentemente dato troppo da fare e, non contento di aver trovato un valido argomento per riposarsi delle fatica del filosofare, l’aveva applicato a un tema da sempre scottante: la divinità. Di lui dice Timone Filasio nel secondo libro dei Silli: " ... in cenere vollero ridurre i suoi scritti perché scrisse di non sapere, di non poter comprendere gli dèi, chi sono, come e quali sono, attenendosi a un imparziale giudizio".

Qui, purtroppo, Protagora ci abbandona. Si potrebbe dire che sarebbe bastato ricordarsi che gli dèi già li avevi incontrati in una tua vita precedente e, proprio se si fosse voluto strafare, descriverne le fattezze e i caratteri.

E Socrate, che pur sosteneva la teoria del "conoscere come ricordare", si trovò a essere condannato come empio, corruttore dei giovani, negatore degli dèi. E sì che Protagora non affermava che gli dèi non ci sono, ma solo il fatto di non poterne dire nulla! E’ forse per questo che non fu messo a morte! (i maligni dicono che si fosse salvato con la fuga).

Forse la morte serviva a Socrate per andare a imparare ancora qualcosa d’altro, mentre Protagora, angustiato dalla brevità della vita umana altro non seppe fare che dare il seguente sconsiderato consiglio, riportato da Epicuro: "Bisogna incominciare a studiare da giovani". Per poi, divenuto anziano, esser mandato in esilio.

Alcuni uomini dei nostri tempi hanno capito che, su questo punto, Protagora aveva torto e, di conseguenza, non cessano di sostenere di essere i detentori di una sapienza iniziatica, i proprietari di una conoscenza che non si può acquisire in altro modo che attraverso una serie interminabile di rinascite, i titolari di una saggezza che non tutti possono avere, essendo questa un dono divino.

Costoro non hanno studiato da giovani, né tantomeno cominceranno a farlo ora che hanno raggiunto una certa età, né mettono in essere alcun esercizio di conoscenza in quanto la loro scienza non ne ha bisogno. La loro arte maieutica consiste nel far riemergere i ricordi di innumerevoli vite trascorse, dove ognuno di loro fu il Faraone e non il suo schiavo, l’Imperatore e non il suo stalliere, il Filosofo e non un cuoco senza lettere, l’Artista e non un semplice falegname ... tanto che viene da chiedersi dove è finita tutta quella bassa plebe che tarda tanto a reincarnarsi.

Ma d’altra parte i "reincarnati", in questo gioco "distensivo", avranno pur diritto di scegliere, visto che più di quel tanto male non possono fare. Basta lasciarli fra loro a raccontarsi le "fabulose historie" di quando erano la Regina di Saba, Nefertiti, Cleopatra ... o Salomone, Akenaton, Giulio Cesare ... ; analoghe alle storie del Bar Sport (di donne, di alpini, di caccia e pesca ...), dove ognuno lascia il racconto agli altri, per poi averlo al proprio turno, e ognuno crede all’altro per essere a sua volta creduto.

Ma, pericoloso e letale, è l’iperattivo Argo, l’insonne e instancabile pastore dai cento occhi, che non ozia, ma sta in guardia, è solerte, alacre, zelante, esattamente come il cane di Ulisse che aspetta il suo padrone da anni, perché lui, da solo, non saprebbe cosa fare. E’ un botolo ringhioso abituato ad abbaiare a quelli che il suo signore reputa "nemici", anche perché le uniche idee che ha, sono quelle del suo proprietario. E’ dinamico, efficiente, operoso - che poi son tutte "qualità" che deve avere il sottoposto, il dipendente, il suddito, ma non il capo, che deve saper solo comandare ed esigere la più ferma obbedienza. Questo, come la Duchessa e la Regina, in Alice nel paese delle meraviglie, utilizza una sola frase:"Fategli mozzare la testa", e tutti gli altri a lisciare e blandire il dirigente, egemone e autoritario, per fare in modo di non farsi decapitare. Ma come al solito il re è nudo e nessuno se ne accorge.

Proprio Lewis Carrol, mette in scena una splendida parodia dell’iperattivismo. L’inutile e folle cerimonia del "tè del Cappellaio matto" si sintetizza nella esilarante ammissione, fatta per giustificare l’interminabile corsa circolare intorno al tavolo: "- Qui da noi è sempre l’ora del té, e durante gli intervalli non abbiamo il tempo di lavare le tazze. - E allora continuate a cambiare di posto intorno al tavolo - disse Alice. - Esattamente - confermò il Cappellaio - via via che le tazze si sporcano. - Ma che cosa succede quando siete alla fine del giro - azzardò a chiedere Alice. - Perché non cambiamo argomento - interloquì il Leprotto". Quando nella discussione si rischia di perdere, allora si cambia argomento.

L' iperattivismo, o meglio il principio della Ragion Efficiente, viene ripreso poco dopo: "Mi vuoi dire, per favore, quale strada devo prendere per uscire di qui? - Dipende in gran parte da dove vuoi andare - rispose il Gatto. - Non mi importa dove - disse Alice. - Allora non importa nemmeno quale strada prendi - replicò il Gatto. - Purché io arrivi da qualche parte - aggiunse Alice come spiegazione. - Ma da qualche parte ci arrivi di sicuro - disse il Gatto, - se vai sempre avanti senza fermarti."

"Gli uomini - dice , infatti, Schopenhauer - hanno bisogno di una qualche attività esterna, perché sono inattivi dentro.

Ma anche la Ragion Pigra può tranquillamente continuare a sopravvivere. W. H. Thacheray, in Le memorie di Barry Lyndon scrive: "Il pigro senza ambizione si esenta interamente dall’operare e decreta a se stesso il nome di Filosofo". Ma siccome tale qualifica è oggi tanto inflazionata da essere usata anche per indicare degli inutili leaders di minuscole formazioni politiche, allenatori di calcio, artisti e cantautori ... li chiameremo semplicemente "guide spirituali".

 

Nel numero di marzo di Le Scienze, il Direttore si lamenta del fatto che 90.000 giovani studenti italiani, che hanno visitato il Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, per una buona maggioranza, alla domanda "Chi è il più importante scienziato del nostro secolo?" abbiano risposto "Il professor Di Bella".

In primo luogo, crediamo che questa notizia sia stata presa male dallo stesso Di Bella, perché egli sa che come medico egli non è il più (o il meno) importante scienziato del nostro secolo, per il semplice fatto di non essere uno scienziato.

A differenza delle diverse "scienze", il cui fine è istituzionalmente noetico (la conoscenza di ...), la medicina sembra avere finalità eminentemente pratiche (la cura della salute e della malattia); generalmente, essa viene considerata un'arte fortemente connotata dalla perizia dell'artista (il medico), il quale attinge nozioni dall'emporio del sapere scientifico e abilità pragmatiche dal bagaglio delle tecnologie, raggiungendo i propri obiettivi con una corretta applicazione della scienza. Si è sempre detto che la medicina è l’unica professione che lotta incessantemente per distruggere la ragione della propria esistenza. Ortega y Gasset afferma che: "... La medicina non è una scienza, ma una professione, è un fatto pratico [...] che alla scienza si rivolge per sfruttare tutti quei risultati che le sembrano utili, ma che lascia cadere tutto il resto. E lascia cadere, in particolare, ciò che è più caratteristico della scienza, l’esercizio del dubbio e l’approccio problematico". P. Skrabanek e J. Mac Cormick ribadiscono, in modo ancor più radicale, che: " In certo qual senso scienza e medicina sono agli antipodi, la scienza cerca una risposta sperimentale a quesiti generali, la medicina cerca una risposta specifica al problema specifico del paziente ... Lo scienziato amplia le basi delle conoscenze comuni, il medico accumula esperienza personale. Mentre lo scienziato non fa che cercare problemi nuovi e smette di interessarsene quando sono stati risolti, il medico che ha trovato una soluzione è ben contento di specializzarsi proprio nella applicazione di quella soluzione".

So che il Direttore de Le Scienze (Enrico Bellone), essendo un fisico e un grande storico della scienza, capisce il mio discorso epistemologico riguardo alla medicina. Se non altro perché dire che un medico non è uno scienziato, non significa dire che se uno non è un fisico, un biologo, un geologo ... allora è un perfetto cretino, solo che la medicina è una professione unica, straordinaria, esclusiva.

La rozzezza culturale non è solo dei politici di destra e sinistra, ma anche dei "cani da guardia" della scienza che, a furia di abbaiare dai loro programmi televisivi, sono riusciti a far sorgere una grande zona di "antiscienza" che non avrebbe mai potuto esistere senza di loro.

Emanuele Severino, come è noto, afferma che l’andare oltre, l’inoltrarsi nella regione del disordine, nel divenire, rappresenta il tentativo di sopraffazione della morte nei confronti della vita, ma questo è un discorso filosofico; quando si passa alla via della doxa allora si è nel campo della scienza. Anche perché in un caso si adotta il metodo della Sinngebung (il conferimento di senso) e nell’altro quello della spiegazione.

L’ideale crociano di un pensiero laico che non accetta alcun limite che sia posto fuori di sé, è smantellato proprio da questi "sedicenti" scienziati. Il farmacologo che passa il suo tempo alla televisione a parlare della "vera medicina", il deputato (già medico) che si presenta come un "noto oncologo", come se le due professioni (deputato-medico) potessero convivere, i cortei di "scienziati dibelliani" dove chi grida più forte ha ragione, gli oncologi nominati "tutori" di ragazzi ammalati di tumore al posto del padre e della madre, l’embriologia e la genetica trattate come un qualcosa che è buona solo se le persone di cui ci si occupa sono sposate, i difensori estremi della statistica come metodo di spiegazione, come se il ricavo di un dato (il tot % di ) non esigesse di essere, lui pure, spiegato ...

Non sono i cultori della New Age a inficiare e a demolire la scienza (anche perché non può essere messa fuori uso da uno strumento che non c’è), ma invece è screditata e sciupata da individui che la invocano ogni momento come se fosse "un dio pantocratore" che sta al di sopra di tutto. In questo senso ha ragione Guido Ceronetti che questa scienza "non pensa, ma asservisce il pensiero". E allora, mi spiace dirlo (perché potrei essere non capito) preferisco la New Age, almeno non è così tragica, drammatica e penosa come l’ingegnere Roberto Vacca che, durante una trasmissione sportiva, se l’è presa con gli oroscopi di Van Wood (chitarrista olandese), quando erano fatti solo come presa in giro di una squadra e per divertire la gente.