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Anno III

Numero IV

Ottobre - Dicembre 1999


Medicina astrologica, tradizione dotta
e cultura popolare nel Medioevo
e nell’opera di Pietro d’Abano e Michele Scoto


Dott. Davide Arecco
 Storico della scienza – Novi Ligure (AL)


A partire dal XIII secolo, con l’affermarsi dell’istituzione ospedaliera, nasce anche l’istituzione medica vera e propria, in base ad una divisione tra le due già presente nell’antichità. Si vengono a determinare parametri scientifici in virtù dei quali l’infermo, moralmente il malato, diviene il paziente, la sofferenza è vista come insieme ordinato di simboli e non più solo come il segno divino della visione cristiana, oggetto di studio e di intervento. Mentre si sviluppano complessi rapporti fra anima e corpo, si raccolgono i dati empirici e si inizia a costruire una casistica sintomatologica per poi giungere alla definizione della terapia. Il paziente non è più visto solamente alla stregua di anima da salvare ma anche come corpo da curare.
Nei suoi confronti, il medico deve mantenersi distaccato, secondo un presupposto valido per tutti gli ambiti della scienza medica, anche di estrazione orientale, al fine di arrivare alla definizione vera e propria di malato come oggetto di una determinata teoria medico-scientifica. Il rapporto fra paziente e medico è di subordinazione del primo verso il secondo e comunque non paritetico. Il medico è detentore unico del suo sapere e del suo operare. Ne può seguire un rapporto talora quasi di potere, soprattutto in seno ad una struttura sovraindividuale qual è quella ospedaliera.
Uno dei limiti dell’odierna scienza medica è forse proprio l’aver perso questa capacità di parlare e guardare al malato, identificato con la malattia. Il medico medievale deve trasformare i segni della sofferenza in un sistema conoscitivo ed il sapere degli esperti risulta in tal senso fondamentale. Per medico si intende un professionista, un accademico con a disposizione una casistica, mentre per l’operatore è maggiormente importante il legame di natura magico-simbolica.
Ora, nella costruzione medievale della scienza medica sono forti se non imprescindibili gli interscambi fra le due componenti. La medicina nel Medioevo resta prassi individuale; terapeuti ed assistenti sono destinati alla popolazione mentre i medici ufficiali alle classi agiate. Le due figure ed istituzioni principali sono quelle del barbiere-chirurgo-speziale, che cura gli squilibri umorali, le fratture e le lussazioni, e dei lebbrosari, particolarmente diffusi sul suolo italiano ed europeo.
Solamente a partire dal primo Quattrocento faranno la loro comparsa le guardie mediche contro le epidemie e gli assistenti di anatomia nella facoltà di medicina, vale a dire i prosectores, stando al termine che compare nei trattati del tempo. Il bagno pubblico antico è differente da quello medievale.

Proprio nel Medioevo si va affermando la bagnoterapia, insieme a due nuove figure semi-colte, a cavallo fra dotti e non-dotti, quali le ostetriche e le donne-medico, queste ultime attive soprattutto alla Scuola medica di Salerno durante il regno di Federico II (1194-1250), addette oltre che alla pratica chirurgica – scienza all’epoca abbastanza avanzata – anche alla cosmesi, all’assistenza dei malati ed alle cure nei nascenti orfanotrofi, figure destinate a scomparire dal XIV secolo in poi perché viste negativamente. Tra esse, è da ricordare Ildegarda di Bingen, grande mistica e santa protettrice della Germania, consigliera personale di Federico Barbarossa ed autrice di trattati di medicina assai profondi e dettagliati, nonché estremamente utili per la definizione dello stato della medicina del tempo. Nelle pagine dei suoi trattati il malato è visto come Cristo vivente e sofferente. Ildegarda è anche studiosa del rapporto armonico che lega la coppia ed è anche la prima ad analizzare la sfera della sessualità. Al suo nome va aggiunto quello di Trotula, vissuta a Salerno e anch’essa lì operante. Quanto alle figure degli infermieri, erano comparse già nel VI secolo come apotecarii, ossia erboristi e medici a un tempo, attivi in particolare presso i conventi, e come pigmentarii, vale a dire addetti alla preparazione dei farmaci in medicina ed alchimia. In sintesi, a partire dal XII secolo, negli ospedali si possono trovare

(I) il medico, ossia il conoscitore della teoria medica, l’odierno primario,
(II) un fisico, assistente del primo,
(III) i chirurghi, destinati a battersi sempre più per il riconoscimento del proprio ruolo, visti come un retaggio dell’antichità e conoscitori della tecnica anatomica,
(IV) i guaritori popolari, distinti in litotomi, dentisti improvvisati e levatrici, a loro volta differenti dalle ostetriche.

La progressiva demonizzazione della figura femminile, destinata a diventare strega, costituisce un problema storico ed una fonte di ulteriori problemi per la storia della medicina medievale e la sua corretta comprensione e valutazione, mentre il medico possiede un suo proprio statuto di regole che comporta una precisa preparazione e formazione professionale, come esemplificato dall’opera medica di Costantino Africano, l’Omero della storia della medicina. Negli scritti di quest’ultimo, non privi nei contenuti di una certa propensione all’idealizzazione, troviamo delineata una necessaria forma di devozione nei confronti del maestro – secondo le linee didattiche di un apprendimento dall’alto – la precisazione della figura del medico quale missionario religiosamente pio, la presa di distanza dalla terapeutica intesa come separazione dagli schemi concettuali della teoria medica, la definizione di un’etica professionale attraverso una legittimazione del silenzio che riguarda tanto l’accademico quanto il confessore - nella qual cosa va letto un altro ed ulteriore rimando di carattere sia religioso che scientifico -, la richiesta e conservazione dell’aiuto divino. Nel contesto universitario, la precedenza teoretica è quella data alla logica vetus aristotelica, con in sé il limite connaturato della medicina interpretata alla luce della retorica. L’esperienza sia teorica sia pratica si sviluppa particolarmente al tempo di Federico II, che chiama presso di sé scienziati e magi d’Oriente e d’Occidente e si dimostra aperto a differenti culture e interessi scientifici nel fissare limiti e mezzi delle scienze mediche e naturali, confermando la necessità inderogabile di saper ben padroneggiare la logica, mentre la novità storica è l’introduzione della chirurgia come parte integrante della medicina, in anticipo di due secoli sulle innovazioni apportate nel corso del Rinascimento. Quanto all’anatomia, essa era già conosciuta, così come i testi e i documenti ad essa relativi. Cresce l’importanza di Ippocrate e Galeno, la pratica medica si rivela fortemente debitrice della mentalità teorica e di una formazione filosofica in prevalenza retorica, sino alla delineazione di forme di scienza medica quasi umanistiche – al pari della musica. Un possibile schema di suddivisione interna della medicina medievale può essere quello in due branche principali, vale a dire la teorica – avente per oggetto, non senza richiami alla patologia, lo studio di res naturales, res non naturales e res praeter naturam – e la pratica – a sua volta distinta in chirurgia e farmacia, intendendo quest’ultima lo studio della così detta materia medica.  L’equilibrio perfetto ed ideale non esiste mai in natura, ma, nonostante ciò, esso viene cercato e mantenuto come rapporto di armonia. Si descrive la funzione degli organi per poterne isolare il comportamento. In una visione nella quale domina ancora il carattere magico e simbolico, si fa spesso ricorso alla pratica musicale come miglior cura terapeutica. Rispetto al sapere tradizionale di origine greca, nella medicina medievale troviamo correzioni soprattutto in seno alla patologia – per un ecosistema peraltro ovviamente diverso – e la comparsa nel mondo dell’Occidente cristiano di malattie sino a quel momento sconosciute. Il medico vissuto nel Medioevo considera anche maggiormente la componente della reazione individuale alle malattie, con non pochi riferimenti alla situazione delineata attraverso lo studio del quadro astrologico. La malattia sorge per cause o agenti quali possono essere disturbi interni – organici e patogeni -, esterni – in relazione alle particolari configurazioni planetarie, con congiunzioni ed opposizioni – o ancora legati alla normale consunzione. Nel Medioevo, la medicina ufficiale incontra spesso sulla sua strada la magia-astrologia e la cultura popolare, come ampiamente testimoniato dalla folta e rilevante presenza di erbari e ricettari anonimi. In questi ultimi in particolare – della tradizione dei primi diremo fra poco – troviamo, tra le altre cose, raffigurata e descritta la panacea, il medicinale sognato da tutti in ogni epoca, universale perché in grado di guarire tutti i mali. Taluni procedimenti del medico-astrologo medievale si avvicinano di molto a quelli dell’alchimia e medesimo è anche il principio pratico, quello della continua distillazione unita al frequente ricorrere, in sede di pronunciazione del cerimoniale, del tre quale numero sacro e simbolico, mentre il principio della teoria dei quattro umori ritorna nel tema della disintossicazione dai veleni. Un altro medicinale ritratto nei ricettari è l’acqua miracolosa, un altro esempio eccellente dei remedia universali di cui è piena la letteratura popolare dell’epoca, anche per la grande presenza in età medievale di malattie dermatologiche.  Se per la tradizione è Apollo lo scopritore dell’arte medica – costituendo egli con le sue vie lo stesso percorso della medicina attraverso passato, presente e futuro, e simboleggiando con il suo arco l’inizio e la fine della vita -, è con i XX libri delle Ethymologiae di Isidoro di Siviglia (560- 636) che filosofia e medicina si trovano intimamente legate, con conseguente conferimento alla seconda della dignità di scienza. La medicina è per l’enciclopedista latino una sorta di scientia secunda, di philosophia secunda, essendo ovviamente la teologia la prima e più perfetta forma di sapere. La medicina si trova divisa in empirica e logica, ossia razionale, teoretica. Il vero medico fa uso del logos accanto all’esperienza, creando in tal modo il presupposto principale della ripresa aristotelica. La definizione di medicina tiene conto di funzioni e regole, è atta a conservare e ristabilire la salute fisica e spirituale dell’uomo, per cui curare è più importante di preservare. Ruggero Bacone attacca gli pseudo (quando non falsi) medici che ignorano lo studio della filosofia naturale e non conoscono le tre lingue fondamentali della cultura medica – araba, ebraica e caldea -, che rifiutano l’uso dei semplici e l’erboristeria a scopo farmacologico e che non tengono in adeguata considerazione gli astri. Nel XIII secolo, l’astrologia entra pertanto a far parte della scienza medica attraverso i richiami alla corrispondenza fra macrocosmo e microcosmo, ripresa  durante il Rinascimento anche da Della Porta e Cardano fra gli altri. Per Bacone, è indispensabile conoscere le tecniche dell’agricoltura e soprattutto l’alchimia, intesa come pratica concreta che trasforma la materia vile – in medicina il corpo del malato – in materia nobile – vale a dire l’individuo fisicamente e spiritualmente rinato. L’interconnessione storica fra scienza medica e tradizione mistico-esoterica può essere esemplificata anche dal legame che unisce, nell’immaginario ermetico ed alchemico, la ricerca della pietra filosofale – il massimo simbolo di perfezione – e l’elisir di lunga vita. Nelle Università, a partire dal XII secolo, si incomincia a privilegiare la patologia sulla filosofia ed acquisiscono importanza sempre maggiore la diagnostica percettiva e l’auscultazione, sempre secondo le norme di uno schema logico che orienta il ragionamento. Le malattie vengono distinte in mortali, pericolose, incurabili, facilmente o difficilmente curabili, acute, croniche - queste ultime due definizioni destinate ad essere recuperate dalla moderna scienza medica. Oltre a ciò, si deve anche costruire una teoria medica. E’ quanto fanno, a partire dal Duecento, il Canon medicinae ed il Liber sufficientiae di Avicenna (980-1037) ed i testi dei neo-aristotelici, definendo i parametri delle sette res naturales e le quattro condizioni degli organi umani in base alla fisiognomica. Tale impianto viene integrato dalla teoria degli influssi celesti, marcatamente presente anche e soprattutto in ambito universitario con l’attività di Pietro d’Abano e degli altri magistri operanti allo Studio di Padova, di cui fra breve tratteremo.
Nella medicina greca, la definizione galenica di complexio stava a indicare la costituzione fisica, a sua volta distinta in due tipi, ovverosia generale e individuale. In età medievale la costituzione fisica è variabile ma ugualmente determinabile, la terapeutica appare come il vero sapere, lo stato di salute è dato dal possibile equilibrio mentre dalla complexio possono venire definiti i farmaci d’uso caso per caso. Terapia e patologia corrono pertanto parallelamente, si cerca la percentuale di squilibrio portando il discorso matematico entro l’ambito delle considerazioni mediche. Matematiche ed astrologia fanno la loro comparsa in medicina dal XIII secolo in poi. La massima auctoritas è quella di Tolomeo, di cui si studiano il Centiloquium, il Tetrabiblos e, naturalmente, l’Almagestum. In virtù di uno schema concettuale per cui un determinato pianeta o segno zodiacale influenza le parti del corpo umano, è la Luna a venire particolarmente studiata. La spiegazione di natura astrologica è ad esempio, insieme con quella che fa ricorso a cause divine, la teoria cui si ritorna con le esplosioni di peste nera, le quali costituiscono indubbiamente un freno alla crescita storica della pratica medica. Se il quadro astrologico arriva a comprendere anamnesi, diagnostica e terapeutica, anche le matematiche – di cui si sviluppano particolarmente, a partire dal primo Duecento, algebra e geometria applicata – risultano atte per il medico medievale a perfezionare diagnostica e terapeutica, consentendo in tal modo di supportare quantitativamente la teoria in sé puramente qualitativa degli umori vitali. Si continua peraltro ad ignorare il vero agente delle varie malattie, oltre al persistere di diversi punti di ambiguità che si conserveranno nei secoli fino a ripresentarsi nell’opera dedicata alla medicina da Fracastoro. Nonostante ciò, il sapere medico si struttura o cerca di farlo, per poi rischiare di dividersi tra chi intende conferirgli unicamente scientificità – in tal senso il medico è un puro filosofo – e chi gli attribuisce invece necessità di ordine eminentemente pratico, come fanno gli empirici. La comparsa di regole sanitarie nella medicina occidentale si lega all’igiene, da sempre tenuta presente nell’arte medica nel mondo greco in forma di precetti dal sapore magico-religioso. Ora, in epoca medievale, il regime di regole  della salute, malgrado una lontana ascendenza ippocratica e galenica riscontrabile anche in Plutarco, si rivela nella sua essenza per lo più di derivazione popolare, come confermano riferimenti anche profondi attinenti alla cultura agricola e contadina. Una valida e probante eccezione al discorso sinora svolto può essere vista nella Epistola di Antimo, scritta al Re dei Franchi Teodorico, la quale si discosta dall’ambiente europeo e bizantino per riferire di usanze maggiormente legate al mondo nordico. Le regole sanitarie risultano essere profondamente differenti per la presenza di una aristocrazia militare e di un monachesimo intimamente segnato dalla necessità di annullare ogni forma di passione corporale. Accanto a ciò si situano le regole per il popolo, quasi nulle se non inesistenti.  Intanto, dal secolo XI compaiono nell’Occidente latino i testi medici arabi tradotti da Costantino Africano, fra cui si segnala per importanza l’Isagoge. Alcune indicazioni restano però valide solamente per l’area semitica, confermando nella zona medio-orientale del continente eurasiatico una netta influenza di regole sia sanitarie che religiose non occidentali, situate al punto di incontro fra cultura popolare e tradizione dotta, incontro così tipico dell’opera medica del salernitano e della stessa cultura che lui – o chi per lui - esprime. Quest’ultimo si fonda più sul senso comune che su altro, come d’altra parte Isidoro di Siviglia, secondo i dettami di una forte ed onnipresente valenza simbolica. Nascono frattanto guide per i pellegrinaggi che contemplano e ricomprendono anche la sfera dell’igiene con apposite serie di regole. Si tratta, fra le altre cose, della purificazione dell’acqua tramite l’uso di particolari filtri, di cui si ignora ancora oggi l’esatta costruzione materiale, ad eccezione della presenza di cera quale sostanza componente. Mentre fanno la loro comparsa i primi elenchi storicamente attestati di malattie possibili, si inizia anche a pensare a come affrontare la costante emergenza rappresentata dalla epidemie di peste.

Erbari, bestiari e lapidari

Nel Medioevo, dopo la così detta rinascita del XII secolo, il discorso storico sugli sviluppi della medicina si lega da vicino a quello circa la tradizione, perennemente viva, di erbari, bestiari e lapidari. Fuori dalle Università si manifestano l’attenzione e l’interesse per il mondo minerale, animale e vegetale. I latini ereditano dagli arabi le opere e la mentalità, i commenti latini si arricchiscono di informazioni di portata locale, mentre un’altra novità in ambito medico è la ripresa dell’anatomia. Le traduzioni arabe di Galeno vengono riprese, nonostante la chirurgia conservi sempre il carattere di pratica esterna all’insegnamento universitario. Incomincia a diffondersi su vasta scala il manuale trecentesco di anatomia di Mondino de’ Luzzi, mentre nello Studio di Bologna ci si avvale dell’autopsia nell’esame delle tre principali cavità (testa, torace e addome) e poi in quello dell’apparato muscolare e dello scheletro. L’opera anatomica di Mondino sarà in uso ancora quando Vesalio giungerà a Padova negli anni Venti del Cinquecento. A mutare lo statuto, anche ontologico, dell’arte medica sono semmai le tragiche ricadute dovute alla peste, in particolare all’epidemia del biennio 1347/48. I medici medievali non riescono a spiegarla, si comprende solo e lentamente che è il contagio a propagare la malattia piuttosto che la situazione astrale, mentre si continuano ad usare cauteri ed incisioni. La diminuzione delle pestilenze si avrà, com’è noto, con una maggiore precauzione igienica e con l’istituzione stabile di lazzaretti e pratiche di isolamento.  Frattanto, e non senza relazioni anche profonde con il quadro appena delineato, accanto agli studi di carattere e ascendenza universitaria sopravvive tutta una cultura di estrazione popolare, che si rifà, più che ai concetti, ad immagini simboliche e allegoriche caricate di valenza morale e fortemente antropomorfizzate, come la mandragora ritratta nel manoscritto Medicinalia quam plurima (IX-XI secolo). Tutto questo prima della comparsa di erbari organizzati morfologicamente. Si diffondono numerosi manuali ad uso eminentemente pratico, differenti dai trattati nati in ambiente accademico e dedicati all’erborizzazione con poche ma estremamente significative illustrazioni iconografiche, per lo più indipendenti dal testo. Di piante come la citata mandragora si dà un’interpretazione simbolica, in base ad una catena di riferimenti allegorico-morali che andrà ulteriormente scomparendo con il tempo, anche perché il copista non legge concettualmente. Alcuni splendidi trattati sul mondo naturale sono composti alla corte di Federico II, con abilissime miniature e illustrazioni, mentre il problema per lo storico odierno è quello di ricondurre il disegno ad un preciso richiamo nel testo. I medici necessitano delle piante per scopi farmacologici – pensiamo alla botanica medicinale di Plinio – il che produce una indispensabile esigenza di risistemazione descrittiva e terminologica. Nel rifiorire degli erbari fa la sua ricomparsa proprio la botanica descrittiva. Siamo, per dirla con Jacques Le Goff, nel tempo del mercante, il quale diffonde dai lontani mondi orientali un significativo ampliamento culturale. Gli oggetti naturali conosciuti crescono con progressione quasi geometrica, si fissano e moltiplicano i termini, sebbene alla fine l’apparato iconografico sarà costretto a tagliere i ponti con la lettura simbolica. Ma, per ora, si tiene ancora conto degli elementi nascosti (le virtutes) propri delle piante. Le piante magiche vengono raccolte in funzione del Sole e dei suoi presunti spostamenti nella volta celeste, sempre con alle spalle un discorso di natura e portata magico-simbolica legato ad un particolare rituale da osservare, a differenza delle pratiche in uso presso gli speziali. Se nel regno animale dominano procedimenti di valenza onomatopeica per cui il simile conosce il simile, nelle ricette delle streghe spesso si usano, solamente sotto altri nomi, gli stessi metodi della scienza medica ufficiale. Nei manuali medievali rimastici, indicazioni di carattere magico si trovano infatti spesso accanto a spiegazioni scientifiche o pseudo-tali. Fra le piante utilizzate dalle streghe sono da annoverarsi l’orchidea, la già citata mandragora – un’altra panacea, protagonista anche della commedia di Machiavelli -, usata per stati patologici particolarmente dolorosi, mandragora la cui radice antropomorfa ne fa una pianta demonica adatta soprattutto alle pratiche negromantiche, ed infine lo stesso oppio. Quest’ultimo compare associato, nei codici manoscritti medievali, a determinate malattie il cui elenco si trova accanto a quello delle cure. Nel Taccuino di Villard de Honnecourt conservato alla Biblioteca Nazionale di Parigi (ms. 19093, f. 33) troviamo la ricetta di una pozione per guarire le piaghe, insieme ad un metodo per conservare i colori naturali dei fiori di un erbario. Una analoga attenzione è rivolta da Villard alla valenza allegorica insita nei bestiari medievali, con un ricco insieme di tavole che hanno fatto pensare non a torto a certe parti dei quaderni di Leonardo.   
La tradizione eterna degli erbari è d’altra parte la stessa di bestiari e lapidari, prodotti da e per la cultura popolare, apertamente non accademica. Il bestiario in particolare è forse la produzione letteraria che persiste più a lungo. Nel De animalibus di Alberto Magno troviamo una classificazione zoologica di stampo aristotelico, con in sé pregi e limiti da storicizzare con cura ed attenzione. Il bestiario della tradizione popolare ha struttura differente dai testi della così detta cultura ufficiale. Deve fornire dati fisiologici e anatomici per dare una descrizione morale dell’animale. Un esempio, di natura più letteraria che scientifica, è il Bestiario moralizzato di Gubbio (XIII secolo), che tratta, tra gli altri, dell’unicorno, del leone e del falco. Sono poi da ricordare le xilografie del De proprietatibus animalium, la cui iconografia costituisce peraltro un’aggiunta successiva al volume e nella quale la descrizione visiva del mondo animale si pone sulla scia degli studi di botanica, con successive influenze di natura letteraria sulla mineralogia e geologia generale del Cinquecento. Il trattato Della compositione del mondo scritto da un monaco contemporaneo di Dante, Ristoro d’Arezzo, tratta di ogni cosa, dai cieli alle grotte, presentando elementi tratti da culture differenti quali l’araba, la greca e la latina, reputando valido tutto quanto viene riferito. E’ un testo in sé straordinario, risalente al 1282 e rimasto manoscritto sino al 1880, espressione precisa ed immediata della cultura trecentesca. Vi si tratta di tutto quello che avviene dalla sfera delle stelle fisse al centro del pianeta Terra e vi è contenuto il primo collegamento storicamente attestato fra diluvio universale, montagne e fossili, impostando in tal modo le linee essenziali di un problema destinato a risultare centrale per i naturalisti di età successiva. Si inizia ad osservare, prima ancora di Leonardo, che le montagne presentano resti di conchiglie, il fossile per eccellenza. L’impianto di lettura del diluvio universale non è più qui solo teologico, l’evento non viene visto più solo come miracolistico ma anche come un fatto naturalistico degno di tale considerazione. Con l’opera di Ristoro d’Arezzo, natura e testo biblico cominciano a sembrare differenti, nonostante una fusione di contenuti che sarà ancora parzialmente viva nel Seicento in Stenone e nel Settecento in Vallisneri e Vandelli. Il monaco aretino trae spunto dagli argomenti del suo trattato per inneggiare alla magnificenza ed onnipotenza della creazione operata da Dio. L’opera enciclopedica di Ristoro d’Arezzo contiene anche un florilegio ed offre una serie di grandi letture dei cieli e del mondo sublunare, in cui non è difficile leggere un’influenza derivante dalla cultura dei planetari circolanti nel Medioevo maturo e tardo, ad uso e consumo dello strato intermedio di pubblico di cui qui ci occupiamo in particolare, fra e dotti e non dotti. Pertanto, se  fino al XII secolo si registra solamente un tipo di discorso impostato su basi presso che unicamente erboristiche, la successiva introduzione di strumenti ed elementi del mondo naturale e soprattutto minerale – come il diamante, simbolo della forza nei lapidari medievali – mutano i termini della discussione sino alla creazione di una farmacopea a sfondo mineralogico, qual è quella illustrata nei lapidari.

Pietro d’Abano e lo Studio di Padova

Con Pietro d’Abano incontriamo la prima figura precisa con cui si presenta il sapere scientifico nella cultura veneta fra XIII e XIV secolo. La serie dei medici, come del resto quella di grammatici e giuristi, che accompagna la complessa vicenda dello Studio di Padova dai suoi inizi nel secondo decennio del Duecento al suo primo vero sviluppo alle soglie del Trecento resta tutto sommato ancora poco certa e determinata. Al massimo, si conosce una serie di nomi e segni di effimera celebrità presso il pubblico coevo. In ogni caso, per quanto concerne la storia delle scienze nel Veneto tra Due e Trecento, rimane fuor di dubbio che Pietro occupi un posto a dire poco centrale.
Pietro d’Abano (1257-1315 circa), insieme filosofo e scienziato, tipica intelligenza comunale del secondo Duecento, proveniente da una famiglia notarile – come Marsilio da Padova – passata dal contado alle mura cittadine, fu convinto assertore di una forma di philosophia perennis, tesa a prospettare una visione organica della Natura e del sapere che ha il compito di studiarla e rispecchiarla. Dall’industrioso mondo bizantino di traffici e commerci, scambi ed esplorazioni, gli vennero diversi tra i materiali che confluirono nella sistemazione della sua dottrina medica. Da vero filologo della scienza medica, Pietro condusse un’intensa e matura attività di ricerca e recupero dei testi classici    a Bisanzio, erede della più affascinante ed antica tradizione scientifica nonché capitale orientale di una grande rinascita delle medicine. La sua attività di traduttore dal greco, grosso modo inquadrabile nel ventennio 1270-1290, rivela la profonda esigenza di un contatto e di una conoscenza diretti del mondo scientifico e culturale ellenico, prescindendo da quell’intermediazione araba così caratteristica dell’età medievale – pensiamo alle citate versioni toledane e salernitane del 1100. La figura, realmente precorritrice, di Pietro si può in tal senso accostare a quelle di Guglielmo di Moerbeke e Roberto di Lincoln, sino a costituire quella che George Sarton ha definito una pietra miliare nella storia dell’umanesimo scientifico.
Sulla scia dei contatti approfonditi che la realtà mercantile veneta e veneziana intrattenne con il mondo orientale – Pietro conobbe tra gli altri anche Marco Polo, dal quale ricevette notizie sull’Asia – Bisanzio si rivelò al magistro patavino quale culla di due forme culturali, il galenismo e l’enciclopedismo, che saranno poi fortemente riecheggiate nelle pagine del Conciliator, straordinaria testimonianza di un credo medico che alla speculazione teorica associa l’applicazione concreta. L’impegno consapevole, in merito ai codici scientifici, di scoperta dell’ignoto e riscoperta del poco (e male) noto, condusse Pietro a intendere la medicina, piuttosto che alla stregua di un dono di Dio, quale costruzione interamente umana della Natura. Pietro esplora monumenti dell’antico sapere medico, riscopre codici ancora sconosciuti in Occidente di Dioscoride e riporta alla luce un esemplare greco dei Problemata attribuiti ad Aristotele, inserendosi con ciò, e non senza importanti conseguenze, nella antica letteratura dei Problemata, la quale annovera anche i nomi di Alessandro di Afrodisia e di Cassio Iatrosofista. Proprio il codice ed il commento di Pietro giungeranno per mano di Marsilio da Padova all’averroista parigino Giovanni di Jandun. Sempre bizantino è il materiale che consentirà a Pietro di completare la precedente versione di Burgundio da Pisa della Methodus galenica.  Negli ultimi due lustri del Duecento e nel primo del Trecento, Pietro è a Parigi, dove entra in contatto con la cultura naturalistica delle Artes, e dove la separazione metodologica da lui operata tra scienze naturali - coltivate alla luce di fisiognomica ed astrologia - e teologia sacra – così viva nelle discussioni dello Studio parigino – gli recheranno le prime ventate di sospetto da parte degli Inquisitori Domenicani, accuse di fronte alle quali Pietro farà sempre decisa professione di ortodossia. Ancora nel De motu octavae sphaerae composto dal Grande Lombardo, il concetto tanto scandaloso di eternità del mondo è concepito e presentato alla stregua di una mera ipotesi. E’ doveroso ricordare, a questo punto, le importanti incentivazioni che giungono nel medesimo periodo dal regalismo antiteocratico di Filippo il Bello nel dare impulso e protezione allo sviluppo delle scienze naturali e meccaniche, matematiche e medico-astrologiche. Proprio la medicina, dalla riconosciuta ed attestata dignità filosofica, è nell’opera di Pietro il ponte gettato fra Cielo e Terra, tra umano e divino. Dopo il soggiorno parigino, Pietro, le cui iniziative si vanno sempre situando entro il più ampio contesto storico e culturale del suo tempo, fa ritorno a Padova per trascorrervi gli ultimi dieci anni di vita (1305-1315 circa). Sono gli anni della Compilatio Physionomiae, marcatamente segnata dall’influenza di Rhazes e di Michele Scoto, e della versione latina del corpus astrologico di Abraham Ben Ezra, tradotta in precedenza anche da Enrico Bate di Maline e successivamente inserita, come la Astrologia Ippocratis, nelle stampe veronesi e veneziane dei testi del lombardo edite fra XV e XVI secolo. In Pietro, la fisiognomica in particolare – viene fatto di pensare a Cecco d’Ascoli - unisce e lega intimamente ordini e piani differenti della realtà, espressione della legge di natura e poggiante a sua volta su di un sicuro e precisamente delineato fondamento astrologico. Quanto alla ripresa dell’alchimia, tenuta distinta e separata dalla magia, essa consente di operare e penetrare sui nessi intimi e costitutivi propri della natura e dell’uomo che ne partecipa, entro l’antico legame di macrocosmo e microcosmo. Il De venenis, databile intorno al 1315 circa, nel suo genere ben più di una semplice opera di erudizione e compilazione, affronta il tema dei veleni minerali, vegetali ed animali, arrivando a costituire la controparte dotta di quanto si può rinvenire nella ricordata cultura popolare di lapidari, erbari e bestiari. Dove nel caso di questi ultimi lo sfondo si fa moraleggiante e mistico-allegorico, nell’opera di Pietro si mantiene sempre entro i binari della trattazione di stampo universitario.  Medicina ed astrologia, voci singole ma strettamente interconnesse di un’unica indistinta cultura da cui platonicamente discendono, sono le grandi protagoniste dei due capolavori composti da Pietro, il Lucidator dubitabilium astronomiae e il Conciliator differentiarum philosophorum. Quest’ultimo è stato definito da Lynn Thorndike come una vera summa di scienze occulte, grandioso ed ordinato prospetto di una natura controllata dalle stelle, astri a loro volta dotati di potentia e virtus occulta. La stessa astrologia si configura in Pietro come una scienza e nella sua luce viene riletta l’intera storia umana, non senza alcuni significativi rimandi alla mistica pitagorica dei numeri. Le due opere dette si rivelano una ricca testimonianza di vaste ed attente letture di testi filosofici, medici ed astronomico-astrologici sia antichi che coevi. Si parla dei classici – ai nomi sin qui riportati va aggiunto quello di Tolomeo – e dei loro commentatori greci e musulmani – come Simplicio e Averroè. Le fonti filosofiche e scientifiche arabe cui Pietro fa riferimento – Algazali, Alkindi, Alfarabi, Alhazen, Mashalla, Mesue – sono sono le stesse di cui si sono nutriti nel Duecento Ruggero Bacone e Tommaso d’Aquino. Le quasi sempre puntuali letture ed esposizioni dei testi, il loro appropriato utilizzo unito alla capacità di coordinarli sapientemente nelle conclusiones, dimostrano come tutto l’enorme materiale non sia solamente citato o richiamato, ma realmente posseduto.  In tal senso, si può affermare che la figura e l’operato di Pietro svolgano un ruolo veramente stimolante ed iniziatore per le scienze, non soltanto mediche, del tempo. Il procedimento da lui seguito negli scritti ricordati è quello delle quaestiones che, presentate come differentiae, sono più di duecento nel testo del Conciliator, e sette, delle dieci complessivamente preannunciate, nel caso del Lucidator. Alla chiara e dettagliata esposizione di ogni argomento segue l’elenco delle diverse opinioni espresse in merito dalle autorità precedenti. Infine, Pietro espone la propria teoria e controbatte le contrarie. Ricordiamo, tra i temi trattati, la descrizione dell’occhio, della polarità della calamita e del compromesso astronomico messo a punto da Eraclide Pontico. Ma, su tutto, si può dire che troneggi il tentativo, manifestato in particolare nelle prime differentiae dei due scritti, di fissare i tratti distintivi della disciplina che si va affrontando. Il rigore logico del corretto argomentare non deve far pensare al criterio della doppia verità di Sigieri di Brabante, d’altra parte mai espressamente chiamato in causa da Pietro, quanto piuttosto ad una precisa connotazione della philosophia naturalis ed alla assegnazione di un metodo suo proprio ad ogni disciplina filosofica e scientifica, da seguirsi con cura perché garanzia di conclusioni corrette. Si tratta di una precisazione metodologica da parte di Pietro non facile a trovarsi nel suo tempo, in cui non tutti dimostrano di saper pienamente maneggiare l’astronomia-astrologia, mancando della sua capacità di trovare un armonico equilibrio tra livello teorico del discorso e versante pratico ed applicativo. Con Pietro d’Abano, l’insegnamento della scienza medica allo Studio di Padova agli albori del XIV secolo si presenta pertanto strettamente connesso a quello dell’astrologia. Tale impostazione è destinata a prolungarsi oltre la divisione accademica delle due discipline – pare, malgrado la fonte sia controversa, che all’incirca nel 1338 l’insegnamento dell’astrologia nell’Università patavina fosse impartito indipendentemente da quello della medicina da Guglielmo di Montorso – e rigogliosi sviluppi della scienza medica si avranno grazie alla solida impostazione su basi astronomiche data da Pietro. Un altro elemento, di antica tradizione ed attestato nei suoi scritti, contribuirà ad arricchirla. Si tratta della costruzione di strumenti ostensivi delle teorie astronomiche, che nel mezzo secolo seguente raggiungerà, con l’astrarium di Giovanni Dondi dall’Orologio, risultati straordinari. Infatti, all’inizio del Conciliator, lo stesso Pietro afferma che, al fine di chiarire un tema astronomico particolarmente complesso quale il movimento dell’ottava sfera - ossia il nostro moto di precessione degli equinozi – ha ritenuto opportuno non soltanto comporre l’apposito trattato sopra ricordato, ma anche di costruire un modello materiale dimostrativo.  La saggezza e la ricchezza di Pietro gli procurarono presto l’avversione di un collega, che lo denunziò al Tribunale dell’Inquisizione di Padova. I suoi scritti vennero fatti bruciare, e, una volta avvenuta la sua morte, la medesima sorte toccò al suo cadavere. Nonostante la condanna dell’Inquisizione veneta, Federico duca di Urbino volle innalzargli una statua davanti al proprio palazzo. Le sue opere vennero pubblicate nel corso del Cinquecento da ermetisti quali Tritemio e Agrippa. E ancora nel XVII secolo, lo zoroastriano Gabriel Naudé cercò di liberare il suo nome dal pesante marchio dell’eresia. Pietro credeva - oltre che in una profetologia oroscopica a sfondo stellare - nella geomanzia, la forma di arte divinatoria capace di svelare il futuro in base alla figura formata dal terriccio gettato casualmente su di una tavola. A lui si deve anche l’invenzione di un semplice metodo divinatorio. Se si tracciano su una carta quattro file di punti di numero indeterminato e se ne cancellano due per volta, quelli rimanenti risulteranno essere due oppure uno per ciascuna delle quattro linee. Si otterrà in tal modo una delle seguenti cifre: 2222, 2221, 2211, 2111 e così via di seguito. Fra le sedici combinazioni possibili, le quali sono in rapporto con i segni ed i pianeti dello Zodiaco e che sono in grado – se rettamente interpretati - di predire il futuro, otto sono propizie e le altre otto invece sfavorevoli. A molti riuscirà difficile credere che quello che oggigiorno è un innocuo passatempo abbia un tempo messo in pericolo la vita del suo ideatore.
 
Cenni storici su Michele Scoto

Scienziato e astrologo, visse tra la seconda metà del secolo XII e la prima del XIII. Incerto è il suo luogo di nascita, posto da alcuni in Scozia tra il 1170 ed il 1175, da altri a Salerno o a Toledo in quegli stessi anni. Morì, pare, verso e non oltre il 1236. Nel 1217 è a Toledo, dove tradusse in latino il De sphaera di Alpetragio, il De animalibus, il De caelo et mundo, il De anima, e, pare, la Fisica e la Metafisica di Aristotele con i commenti di Averroè, nonché il commentario di Averroè al De generatione, ai Meteorologica e ai Parva naturalia. Tutte queste traduzioni contribuirono validamente a far conoscere il pensiero aristotelico e i filosofi arabi in Occidente. Nel 1220 si recò in Italia, dove ottenne benefici ecclesiastici da Onorio III e Gregorio IX. Avvicinatosi in seguito a Federico II, venne nominato astrologo di corte e nel 1230 dedicò all’imperatore la sua versione del De animalibus di Avicenna. Di suo compose una grande opera astrologica, dedicata all’imperatore Federico II, in tre parti, Liber introductorius, Liber de particularibus e Physionomia, e ancora, durante il soggiorno spagnolo, una Divisio philosophiae, che segue fedelmente l’opera omonima di Gundisalvi - di cui ci rimane solo qualche frammento - e le Quaestiones Nicolai peripatetici – andate interamente perdute. Famoso cultore di magia, è collocato da Dante nella bolgia degli indovini, fra coloro che vanno errando nell’ottavo cerchio (Inferno, XX, 116-117). Il suo trattato di fisiognomica è composto secondo la lezione tradizionale di cui partecipa anche Pietro d’Abano. Scoto studia il volto dell’uomo sul quale i pianeti hanno contrassegnato le vicende della vita di ognuno. Gli astri esercitano la loro influenza sulla generazione umana ed imprimono i loro sigilli sui suoi lineamenti, dai quali è possibile leggere quanto dai corpi celesti è stato stabilito. Scoto interpreta i sogni e crede anch’egli, come i suoi contemporanei, nelle meravigliose proprietà di erbe e pietre. Riconosce alchimia e arti divinatorie, e, al di fuori dell’esercizio medico, non si dedica ad altro che alle scienze occulte, ignorando completamente la teologia sacra. Nel suo trattato astronomico studia le sette regioni dell’aria, gli spiriti dei pianeti e delle immagini astrali, fornendo preghiere e segni di scongiuro per ogni momento del giorno e della notte e sommando studi di meccanica celeste a digressioni storiche sulla stessa astronomia, tra le prime in assoluto, anche e soprattutto a livello di fonte documentaria. Fu molto stimato dai contemporanei. Ruggero Bacone credette erroneamente che a lui si dovesse l’introduzione di Aristotele in Occidente. Leonardo Pisano gli dedicò la seconda stesura del 1228 del Liber abaci presentando Scoto come il suo maestro, mentre Tommaso di Cantimpré, Bartolomeo di Inghilterra e Vincenzo di Beauvais lo considerarono un’autorità. A criticarlo con severità fu invece Alberto Magno, il quale gli rimproverò di non essere veramente riuscito a comprendere lo Stagirita, nonostante usasse poi anch’egli la sua traduzione della Historia animalium. Scoto definì come esperimenti numerose operazioni di natura magica e, a parole, si diede un gran da fare per censurare magia e negromanzia, distinguendone la struttura ed il procedere da quelli della scienza astrologica. Di fatto, non si ritrasse dall’occuparsi di ogni forma di arte magica esistente alla sua epoca, trattandone troppo e troppo minutamente.
A lui è attribuito anche un Liber luminis luminum, non lontano dalla mistica apofatica dello Pseudo Dionigi l’Areopagita.

L’autore desidera ringraziare, per i consigli ed i suggerimenti relativi alle prime due parti, le dottoresse Ida Li Vigni e Nicoletta Morello.

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