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La
medicina secondo Ippocrate
Davide
Arecco
Dottore
in filosofia e storico delle idee (Novi Ligure)
Una
nuova e recente traduzione della Antica medicina di
Ippocrate, a cura di Mario Vegetti, e la ristampa di un
classico quale Il coltello e lo stilo, sempre di
Vegetti, hanno riportato l'attenzione sui corpora di
testi ippocratico e galenico. Trattasi di una attenzione che
non rivela ormai più solo l'interesse qualificato di
specialisti del settore e di storici della scienza, ma anche
di comuni lettori o spesso di semplici curiosi desiderosi di
comprendere meglio una realtà per certi versi mitica che
trova nella sua lontana collocazione temporale un ulteriore
motivo di fascino. Si tratta in fondo di un fenomeno più
che comprensibile, ora che sono ormai molti i gradini saliti
dai secoli lungo la scala del tempo, oltretutto vivendo noi
in un'epoca così marcatamente segnata dalle dispute e
discussioni intorno alla bioetica e al suo complesso e
sfaccettato universo.
Una
decina di anni fa circa, un primo tentativo di indagine e
analisi sistematica della sfera medica nel mondo classico
era stato compiuto da Antie Krug nelle pagine di un testo
che rimane sotto molti aspetti fondamentale ancora oggi. Li
Ippocrate e Galeno erano i due protagonisti principali
portati sulla scena, intorno a loro ruotava tutto un vasto e
variegato mondo capace a sua volta di mettere in
comunicazione altri e diversi ambiti del sapere e della
ricerca, da quello scientifico a quello letterario, da
quello mitico a quello religioso, in un quadro di insieme
dalle mille sfumature che giocavano a rincorrersi
vicendevolmente per costituire una gamma di significati il
più possibile unitaria.
Lungo
le pieghe di un percorso che lo portava dalla contemplazione
della tradizione omerica all'indagine della weltanschauung
ellenistica, Krug posava gli occhi sul metodo ippocratico in
seguito ripreso e rinnovato da Galeno. Mentre in Ippocrate
riscontriamo una vera storia dell'arte medica, Galeno
utilizza criteri epistemologici differenti, rivolgendosi
alla prassi medica come disciplina dimostrativa che
costituisce poi il contenuto dei suoi scritti.
Nella
Grecia classica come in tutto il mondo antico le ferite da
arma da taglio ponevano luce diretta sugli organi interni
del corpo umano, sino alla determinazione - in tal modo -
dei primi principi di chirurgia militare o castrense. Nella
cultura antica lo studio degli animali morti era poi il
riferimento principale. Pensiamo alle pratiche sacrificali o
alla divinazione rituale per mezzo dell'esame delle viscere
degli animali, tecnica che nell'Etruria e nel Lazio avrebbe
portato il nome glorioso di ars aruspicina. Evidenti
sono i richiami ed i significati di carattere e natura
religiosa e sacrale, cui lo spazio del logos e della
parola veniva ricondotto, secondo le aspirazioni di un uomo
che - presocraticamente - viveva o cercava di vivere nell'unità.
Era questo, anche e soprattutto questo, il significato
riposto della parola arché, e dell'universo
onnicomprensivo di senso - il logos - al quale tale
termine metteva capo. La medicina era anche medicina
dell'anima. Nous e iatria l'uno di fronte
all'altra, astri che si fissano con gli occhi del cielo
cercando di parlare il linguaggio della terra. Nous e
iatria come Arturo e l'Orsa sua madre nella volta
celeste.
Ippocrate
nacque a Cos intorno al 460 e morì a Larissa intorno 377
a.C. Nel corso dei suoi viaggi ebbe modo di visitare Atene,
Taso in Tessaglia e, fuori dalla Grecia, l'Egitto, la Libia,
la Scizia. Il Corpus di scritti a lui attribuito
consta di circa sessanta opere in tutto. Il Corpus
come insieme di parti differenti era già presente nel
Medioevo sotto forma di corpora minora raggruppati
per contenuto e temi. I testi che la leggenda ippocratica
(Edelstein) attribuisce a tale medico vissuto nella seconda
metà del V secolo sono il risultato di una attività
pratica e di riflessione svolta dalla fine del IV al III
secolo. La quaestio, veramente vexata, appare
per molti versi analoga a quella omerica. Degli scritti
riuniti nel Corpus solo una parte sono realmente
attribuibili alla scuola di Cos, e alcuni soltanto
direttamente ad Ippocrate. Nel Corpus va visto il
risultato di un processo di riordino, presentando ciascuna
delle opere un insieme di argomenti e di contenuti ben
definiti, che gli storici della medicina distinguono
usualmente in una tripartizione che si esplicita nei casi
clinici (il più ricco dei tre blocchi, costituito dalla
trattazione di epidemie, malattie, ginecologia,
ortopedia...), nelle opere anatomo-fisiologiche (sul cuore,
la percezione sensoriale...) e quelle di carattere
metodologico circa la storia della medicina stessa, i suoi
caratteri e la sua giustificazione epistemologica come
scienza.
La
prima delle tre sezioni è un insieme di cartelle dedicate
ad un grande numero di sintomi e stati patologici con tutto
un ricco apparato di dati anche somatici sul paziente e con
una definizione ed un inquadramento concettuale della
sintomatologia inevitabilmente ed ovviamente diverso dagli
schemi odierni di rappresentazione. I casi clinici
costituiscono un insieme di materiali che consentono e
rendono legittimo lo studio teorico ed applicato della
malattia, la quale si va autonomizzando rispetto ad altri
stati patologici.
Il
linguaggio del Corpus Hippocraticum non è
descrittivo, ma ellittico e piuttosto serrato, non è per
nulla concepito per il pubblico e la divulgazione, mirando
semmai a costituire categorie di rappresentazione mentale
per organizzare ed interpretare i dati empirici raccolti.
Importante è nella medicina ippocratica il ruolo svolto
dall'esperienza, che, insieme con la teoria degli umori
vitali, arriva a costituire la vera prassi dell'esperienza
medica greca. Spesso quest'ultima si confronta - o perlomeno
cerca di farlo, nei limiti del quadro storico e geografico
di appartenenza - anche con quella di altri medici, come
testimoniato dalle epigrafi sulle loro tombe e dai monumenti
di medici dell'età arcaica. Il ritrovamento archeologico su
palesa quindi anche come strumento per la definizione dello
studio paleopatologico, in un incontro fra tradizione
storica e albori del pensiero scientifico. Tali fonti ci
prospettano una professione che passa di padre in figlio,
come riflette la leggenda mitica di Asclepio e dei suoi due
figli Macaone e Podalirio, riferita anche da Omero. Pur
nella rivalità congenita, abbiamo anche scambi culturali
fra le scuole di Cnido e di Cos, in particolare nel momento
in cui si afferma l'uso della scrittura.
Diversamente
da quella egiziana e assiro-babilonese, il carattere ed
insieme il tratto forse più distintivo della medicina greca
è la delicatezza, da intendersi nel duplice
significato di rispetto per il dolore del malato e per
l'individualità stessa della malattia. Quanto è da
rimarcare, è come sia difficile distinguere linguaggio
medico da linguaggio filosofico. Con la trasmissione per via
scritta il libro viaggia come il medico, si fa itinerante.
Va
poi considerato anche l'adattamento locale di strumenti
provenienti da altri luoghi, in una individuazione del
significato dello strumento medico da vedersi nel suo uso e
nella sua finalità pratica. A livello generale, la ritualità
e il formulario di natura magica continuano a convivere con
la medicina. Cronologicamente, quando con Ippocrate si
definisce la medicina come scienza, come téchne,
inizia a diffondersi anche la medicina templare o esoterica,
intesa come pratica terapeutica da celebrarsi all'interno
del sancta sanctorum, troppo comunemente ed
erroneamente ritenuta antitetica a quella razionale. I
confini, se e quando vi sono, restano assai labili.
L'empirismo che muove ed ispira i rituali magici pare spesso
essere fuso e confuso con la scienza medica, le intersezioni
talora continue e comunque reciproche. Alla medicina
esoterica spetta il merito di aver per prima proposto
l'enunciazione o addirittura la tematizzazione esplicita
dell'assurdo in seno alla scienza medica in generale.
Come
nel caso dell'astronomia greca e pre-greca, anche per quanto
riguarda la medicina, là dove la razionalità non riesce a
fornire le spiegazioni richieste inizia la divinità inizia
a ritagliarsi il suo spazio. Il ricorso ad essa, nel metodo
della medicina asclepiadea - una medicina del corpo come
dell'anima - era quello del sonno e del sogno,
entrambi intesi come aiuto a curarsi. Nel secondo dei due il
protagonista è lo stesso Asclepio, che informa il malato
circa le sue future condizioni di guarigione. Il malato
viene isolato all'interno dello spazio sacro del tempio,
ritualmente circoscritto, e sottoposto ad un trattamento
sintomatologico e patologico di tipo psicosomatico, sempre
in considerazione dei modi delle malattie inorganiche e
delle reazioni del singolo ad esse. Spesso non è assente un
ricorso a soluzioni estreme per verificare le risposte, un
ricorso perlopiù prettamente inconsapevole e
autogiustificantesi.
Nella
medicina templare si conosce la malattia, si cerca di
conoscerla, non per determinare le diete alimentari
appropriate - essenziali semmai per la medicina della
scuola, come quella ippocratica quale emerge dal trattato Le
arie, le acque, i luoghi. Il medico greco pensa, quello
egiziano agisce. Il medico ippocratico cerca di isolare le
cause della malattia, studia l'area geografica ed i
caratteri interni ed esterni del singolo individuo per
cercare di estendere il discorso al resto della comunità in
maniera funzionale. Gli interessi tra i due sono
profondamente differenti, e per la diffusione delle malattie
- come la talassemia in Egitto - e per gli stessi
orientamenti mentali.
In
ogni caso, per mentalità costitutiva il medico greco come
Ippocrate non teme né rifiuta i confronti - pensiamo alle
testimonianze di Erodoto e di Ecateo -, il suo genio risiede
nel costruire un raffinato edificio teorico cui rapportare
le conoscenze acquisite e che si vanno acquisendo. La
grandezza del genio medico e filosofico greco sta nella
capacità di astrarre.
Alla
attività prognostica della Pizia si rifaceva il singolo
individuo, non il medico ippocratico. La sanità di cui la
Pizia appariva manifestazione apollinea era di tipo
esclusivamente mentale. Le sue risposte per l'ottenimento
della salus esulavano dalla sfera della mera fisicità
per situarsi meta-fisicamente nella linea di silenzio
costituita dall'oltre. La prescrizione medica
concreta abitava in effetti un'altra dimora. Se l'oracolo
possedeva una effettiva capacità prognostica, al pari in
questo della medicina, la divinazione che era insieme la sua
cifra ed il suo valore non poteva che essere altra
rispetto alla realtà della prognosi medica. Nella
divinazione era scritta strumentalmente la parola attraverso
la quale si manifestava Apollo, il reggitore del carro del
Sole e dell'equilibrio del mondo.
I
casi clinici non compaiono nel secondo blocco del Corpus,
dedicato alla disposizione delle ossa nello scheletro umano
partendo dalla testa ed arrivando ai piedi, secondo una
linea di impostazione che si confermerà ancora sino
all'epoca di Vesalio. L'oggetto di trattazione di tale parte
del Corpus era già nell'antichità quella
maggiormente sottoposta a critiche. Aristotele lamentava la
scarsità di dissezioni, attribuibili forse solo ad Alcmeone
- ma la fonte rimane incerta - Eratostene ed Erofilo. Le
spiegazioni principali sono essenzialmente di due ordini.
Verso la pratica della dissezione forte era la critica
religiosa e sociale del tempo. Le conoscenze rimangono
relativamente scarse anche per la mancanza di interessi
precisi a conoscere l'anatomia come tale. Il vero
rinnovamento in tale campo si sarebbe avuto solo con la
scuola alessandrina di Galeno per poi rinascere e precisarsi
con Vesalio in età moderna.
Nella
medicina ippocratica non esisteva la distinzione fra arterie
e vene, e conseguentemente fra sangue venoso e sangue
arterioso. Il contatto con il mondo esterno avveniva tramite
percezione. L'ambiente era così il dato fondamentale per i
Greci, non la localizzazione della malattia. La medicina era
studio ed interpretazione anche dell'uomo. Un superamento
della tradizione presocratica si avrà con l'indagine del
mondo organico operata dalla biologia di Aristotele, utile
anche per la definizione degli argomenti da trattare.
Le
opere ippocratiche di carattere anatomo-fisiologico circa la
cura e la percezione rimangono in sostanza relativamente
poco numerose, concentrate in modo particolare sulla parte
solida delle argomentazioni. La lettura del Male sacro
appare in tal sensi indicativa. Il trattato ippocratico sul
cuore si apre con citazioni dal Timeo di Platone per
poi presentare una serie di analisi che pare appartenere ai
tre secoli successivi, il che costituisce per i filologi e
gli storici della medicina un annoso problema vivo ancor
oggi. In questa sede non è importante ripercorrerlo, quanto
piuttosto fissare nella memoria come la conoscenza quanto
tale non interessasse e come si badasse quasi esclusivamente
a non sbagliare terapia, pur nell'ambito di quella
ammirevole capacità di astrazione dal dato empirico già
menzionata.
Il
terzo gruppo delle opere ippocratiche comprende il Male
sacro, la Antica medicina ed una parte delle Epidemie.
Nella Antica medicina è presente un attacco
esplicito e manifesto nei confronti dei Cnidi, i quali
consideravano i segni della malattia in termini differenti
dai criteri medici della scuola di Cos. Contro di loro, il
medico ippocratico intende dare un senso alla malattia e
alla terapia, confrontandosi con il malato individualmente,
nella migliore maniera possibile.
La
Antica medicina ricostruisce nello stesso tempo anche
la storia della medicina greca, assai poco aggressiva e poco
spettacolare, portata a tenere conto fino all'estremo del
carattere individuale del malato e della malattia. Il Male
sacro è una esaltazione della medicina razionale contro
quella sciamanica, ma anche - più nascostamente - una forma
di diverso e superiore rispetto verso la divinità. Vi si
tratta dell'epilessia, la quale era all'epoca impossibile a
curarsi e quindi presto e facilmente ricondotta alla divinità.
Del male sacro il medico ippocratico rivendica la natura
organica, descrivendo insieme ad altri aspetti anche il
percorso delle vene. Di fronte al male sacro, la soluzione e
la salvezza riposavano all'interno delle mura del Tempio di
Asclepio, o nel rimettersi direttamente nelle mani del dio.
La
medicina greca è téchne profondamente radicata
nella cultura greca, come testimoniano anche svariate fonti
letterarie, dal Pluto di Aristofane in poi. Ad essa
guardava tutta la medicina del bacino del Mediterraneo, con
un'attenzione profonda per l'ambiente e le modifiche
esterne, nonché per la capacità del singolo individuo di
adattarsi alla terapia. Il Corpus Hippocraticum vuole
anche rappresentare il supporto teorico della medicina,
soprattutto quando dalla conoscenza di tipo anatomico -
l'anatomia in sé è diversamente considerata né è vista
come una pratica a sé stante - si passa alla conoscenza di
natura fisiologica, anche se di una fisiologia piuttosto
elementare. Sarà la scienza naturale di Aristotele a
fornire maggiori sviluppi ed informazioni. Qui qualsiasi
fisiologia del corpo umano è vista come un percorso. Lo
stesso rapporto aria/corpo umano è un percorso, al pari
della stessa emotività e del suo cammino. Le
funzioni fondamentali precisate dalla biologia aristotelica
saranno nutrizione e respirazione (in particolare),
sensazione e riproduzione (secondariamente).
L'idea
generale di Ippocrate è quella di legare l'essere umano al
mondo animale, anche storicamente. Il passaggio, che si
avverte nel Corpus, dalla vita ferina a quella civile
diviene attraverso la riflessione sulla vita stessa. Il
regime interno dell'uomo si stabilisce secondo l'anatomia
animale. Quest'ultima è considerata una rappresentazione in
piccolo del corpo umano e da essa si parte per studiare
analogicamente la ricostruzione di esso. Non si può ancora
parlare però di anatomia comparata. Essa sarà uno dei
grandi prodotti del genio di Leonardo.
In
Ippocrate la respirazione viene riconosciuta come un evento
legato ai polmoni, ma anche ai pori della pelle - la vera
funzione non sarà capita per molto tempo -, la respirazione
è vista in rapporto al calore del corpo. E' lo stesso
calore interno a suggerire l'idea di cozione. Ogni
trasformazione avviene sempre e solo da uno stato di freddo
a uno di caldo. Sono i presupposti per la definizione della
teoria degli umori. Per Ippocrate la causa della malattia
risiede nella discrasia umorale, in una sorta di cattivo
equilibrio degli umori secreti dai differenti organi
presenti nel corpo. Successivamente ad Ippocrate gli umori
diverranno quattro. Il numero complessivo in ogni caso varia
nel tempo, da quattro a dieci. Quattro sono sangue, flegma,
bile nera, bile gialla. Sarà Galeno a risistemare nel II
secolo dell'era volgare la teoria umorale ippocratica,
sempre e comunque nel rispetto del fondamento della
dottrina, tutto incentrata sul principio dell'armonia
corporis.
Comunque,
vari sono i percorsi, risalenti all'influsso della divinità
sugli umori presenti nel corpo, varie le diastasi. La
patologia è vista come alterazione della quantità di
umori. Lo stato patologico determina il disequilibrio di
tutte le funzioni principali, dalla secrezione stessa alla
respirazione come all'aspetto generale dell'individuo in
stato di salute (calore, equilibrio sia fisico che
mentale...). L'equilibrio stesso è salute, mentre il
disequilibrio è la patologia. Ippocrate riconosce la
malattia come manifestazione esterna della discrasia
umorale. Per parlare di malattia in relazione agli organi
dovranno passare ancora circa millecinquecento anni.
Ippocrate
mira con la sua medicina a comprendere quale degli umori
fondamentali va nella direzione per così dire sbagliata
oppure quali sono i termini di tale rapporto di
sproporzione. La casistica è infinita, il medico stesso
cerca di comprendere la malattia solo per via individuale.
I
quattro principi fondamentali di Ippocrate sono i medesimi
di Aristotele: caldo, freddo, secco e umido. La teoria degli
umori è, in fondo, abbastanza semplice in sé, mentre molto
più raffinate sono le conoscenze del medico. Per Ippocrate
lo strumentario con cui intervenire è quello delineato
dalla sua medicina, ossia modificare l'ambiente o
controllarlo; dove vi è eccesso di caldo riportare il
freddo, e viceversa - e così per gli altri casi in esame.
Si ragiona sempre in funzione dei quattro elementi che
precisano e determinano i quattro umori.
Al
tempo di Ippocrate esisteva tutta una farmacopea fondata sul
ricorso alle piante e anche sull'incisione chirurgica delle
vene, in base ad un apparato che diverrà e rimarrà
classico. Il medico ippocratico tende ad intervenire
soprattutto tramite modificazioni di tipo ambientale e
climatico in senso stretto, in aggiunta tramite il regime
alimentare, altrimenti ancora attraverso la devastazione
chirurgica, la quale rappresenta l'ultimo e meno auspicato
stadio riparatore alla malattia. Un passo oltre e ci si
ritrova direttamente nel dominio sacro della medicina
templare di Asclepio. A tale proposito una precisazione di
non indifferente portata. La dieta alimentare, il regime, i
bagni, una farmacopea di tipo fisico erano presenti ed usati
anche dai medici templari. La razionalità ippocratica viene
rivendicata proprio contro i Cnidi. Nelle scuole anche
successive ad Ippocrate, la malattia e non il malato diventa
il soggetto.
Il
tentativo di costruire su base teorica una medicina
razionale è l'aspetto più originale e rilevante del Corpus.
Per Ippocrate è la medicina la giusta téchne. Il
modo di operare e di intervenire ha un suo preciso
fondamento. Quella di Ippocrate non è vera ricerca
biologica, non esiste in lui la dissezione anatomica, domina
ancora l'immagine cosmica dell'uomo e la concezione della
medicina come forma di sapere unitario ed universale. Galeno
innesterà l'anatomia nel corpo della medicina ippocratica,
fissando limiti ancora più forti e definiti e trasformando
la malattia in patologia organica.
In
età medievale, con le traduzioni di Burgundio da Pisa e
l'attività della Scuola Salernitana, il nome di Ippocrate
sarà una delle auctoritates indiscusse - anche se
non la preminente - in tema di cultura medica, accanto a
Galeno, Avicenna, Costantino Africano, Rhazes e Isaac,
questi ultimi due in seguito rimossi a causa della loro
appartenenza a una cultura e una tradizione diversa da
quella cristiana e ad essa contrapposta. Il nome di
Ippocrate risalta nella Bolla di Papa Clemente sulla
definizione dei testi ufficiali della facoltà di medicina.
Federico II (1194-1250), aperto a differenti culture ed
interessi scientifici nel fissare limiti e mezzi della
ricerca medica, lo considera guida indiscussa negli studi di
scienze naturali. Nella scienza medica medievale di
ippocratico vi è soprattutto il debito della pratica verso
l'apparato teorico e una formazione di tipo filosofico cui
non si intende fare a meno.
Relegato
ad un ruolo maggiormente subordinato nella cultura araba, l'Ippocrate
della cultura medievale latina è un Ippocrate fortemente
retoricizzato. La sua medicina viene trattata quasi alla
stregua di una disciplina umanistica, al pari della musica.
Nella teorizzazione e nella costruzione della medicina
medievale, Ippocrate - con Galeno, il quale presenta a sua
vantaggio un innegabile spirito di sistema nel collegare le
componenti della teoria in una struttura unitaria - assurge
al ruolo di autore classico, così onnipresente da
rallentare persino il percorso della stessa medicina. Tale
mentalità muterà solo alla fine del XVI secolo, con gli
studi di anatomia di Andrea Vesalio (1514-1564) e la
comparsa dei trattati di chirurgia.
Sul
piano della biologia come della prassi medica, l'influenza
del filone tradizionale ippocratico tornerà a farsi sentire
più autenticamente in età moderna, anche e soprattutto
sulla scia del recupero umanistico della tradizione
classica, greca e latina. Convinti sostenitori del metodi
ippocratico saranno Nicolò Leoniceno (1428-1524), medico e
umanista, professore a Ferrara assai celebre per le
polemiche sulla Naturalis Historia di Plinio, il
quale era solito attribuire la propria longevità alle norme
dietetiche e igieniche di Ippocrate. Al nome di Leoniceno va
aggiunto quello di Giovanni Battista da Monte (1498-1551),
docente a Padova e tenace sostenitore dell'empirismo
ippocratico nella formazione del medico, tanto da iniziare
l'uso di insegnare la clinica al letto stesso dei pazienti
nell'ospedale di San Francesco.
A
tale considerazione ne va aggiunta un'altra di carattere
prettamente storico. La sunnominata prassi medica
ippocratica pone in gioco in età moderna l'uso di profumi e
fumi sacri durante le pestilenze per tenere lontani i
miasmi, malgrado spesso non fosse poi possibile identificare
con chiarezza se si trattasse veramente di peste oppure di
tifo, vaiolo o altro. Questo perché la peste non lasciava
tracce sul sistema osseo, a differenza dell'artrite o della
denutrizione legata alle carestie. Resta difficile ancor
oggi fornire luna analisi esatta. Nel caso della peste di
Londra, ritratta nella celebre descrizione di Defoe, le
autorità non intendevano neppure riconoscere che si
trattava di peste. Le notizie stesse erano in parte
travisate, in parte date con molta cautela. Uniche soluzioni
erano la fuga o l'isolamento - il che significava di fatto
la condanna del gruppo familiare o del singolo in questione.
Restavano i frati soltanto ad occuparsi dei malati per
ragioni caritative o per necessità. Ben poco poteva fare la
filosofia ippocratica dei remedia, tanto più che
essa parlava il linguaggio della vis medicatrix naturae
e delle condizioni da crearsi per agevolarne l'azione.
La
medicina ippocratica esiste ancora oggi in chi non crede
nell'odierna medicina scientifica e vuole attenersi
unicamente a quanto la natura offre all'uomo. Il desiderio
di lasciare che sia quest'ultima a riportare ordine - l'arché
di cui prima - dove regnano squilibrio e discrasia si
sposa spesso con una scelta di tipo religioso, legata alla
visione del cosmo ed a richiami dal sapore mitologico.
Rispetto
alla medicina ippocratica, la medicina popolare è
tutt'altra cosa ancora, non cercando le cause in Dio ma in
natura, confrontandosi spesso con le soluzioni offerte da
una erboristeria che al tempo di Ippocrate non esisteva
ancora. La tradizione dell'erboristeria, nata e sviluppatasi
prima per via orale ed empirica e poi scritta, si affermerà
solo con i grandi erbari realizzati dai botanici per
i medici.
Di
Ippocrate colpisce il lettore e lo studioso di oggi
soprattutto l'ancora splendido e per certi versi lirico ed
implorante Giuramento del medico. Scritto in realtà
successivo, resosi necessario quando la medicina arriva a
presentarsi come una disciplina a sé stante nel quadro
delle scienze e delle pratiche umane, il Giuramento
costituisce la prima testimonianza storica di deontologia
professionale, in cui la dimensione etica è strettamente
unita alla trattazione medica, l'esigenza fondazionale
all'impegno morale che Ippocrate - o chi per lui - chiede di
non dimenticare. Tale imperativo entra legittimamente a far
parte del quadro generale di interessi proprio del nostro
medico, quadro a sua volta pienamente conforme al pensiero
greco del V secolo a.C. in quanto a tecniche e metodo
scientifico.
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