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Assertività:
la triade comportamentale
Tristano
Ajmone
Master
in PNL, ricercatore presso l'ISI-CNV di Torino
"Se
tu getti una pietra nell’acqua, essa si affretta
per la via più breve fino al fondo. E così è di
Siddharta, quando ha una meta, un proposito.
Siddharta non fa nulla. Siddharta pensa, aspetta,
digiuna, ma passa attraverso le cose del mondo come
una pietra attraverso l’acqua, senza far nulla,
senza agitarsi: viene scagliato, ed egli si lascia
cadere. La sua meta lo tira a sé, poiché egli non
conserva nulla nell’anima propria, che potrebbe
contrastare a questa meta… Questo è ciò che gli
stolti chiamano magia, credendo che sia opera dei
demoni. Ognuno può compiere opera di magia, ognuno
può raggiungere i propri fini, se sa pensare, se sa
aspettare, se sa digiunare."
[H.Hesse
— "Siddharta"]
Essere
assertivi significa vivere esercitando i propri diritti in
modo naturale, senza provare disagio, riconoscendo agli
altri la reciprocità di questo assunto.
I
presupposti che stanno alla base della teoria assertiva sono
concetti "funzionalisti" che definiscono il
"galateo" dei rapporti sociali su regole
ampiamente condivise. Ne consegue che le abilità sociali
sono stili di comportamento atti a rendere efficace la
comunicazione e i rapporti tra le persone.
L'assertività
è una "filosofia" di vita che subordina l'amore e
il rispetto degli altri all'amore e al rispetto di sé. È
stata anche definita come la teoria del sano egoismo. Chi
non è felice non può dare felicità, chi non ha stima e
fiducia di sé non è in grado di dare agli altri sicurezza;
le interazioni sociali disarmoniche generano problemi di
diversa natura e gravità.
L'assertivo
interagisce con l'ambiente senza farsi sopraffare dai
condizionamenti, persegue il suo bene da persona libera e
saggia (ecologia delle scelte). Questo presuppone una buona
conoscenza di sé e delle modalità più efficaci per
esprimere le proprie idee, affetti, emozioni. Proprio questo
fa sì che la persona non cada in balia dell'ansia. In
questo senso l'assertività rappresenta una prevenzione per
i disturbi mentali. Essa è oggi utilizzata in ambito
clinico per trattamenti a largo spettro di nevrosi e
psicosi.
La
psicologia incomincia ad occuparsi con molto ritardo
dell'ansia sociale che, nelle sue forme estreme, assume
carattere fobico con componenti depressive.
Nel
1949, l'americano Salter, studioso del comportamento,
elabora le prime interessanti ipotesi sulle cause e gli
effetti dell'ansia sociale tracciando il primo profilo dell'assertività.
Negli
anni cinquanta fu il comportamentista J. Wolpe a dare un
vigoroso impulso a questi studi, fortemente permeati dalla
filosofia empirista, dalla opzione ambientalista e
operazionale. Da allora molti psicologi, appartenenti a
scuole diverse, hanno approfondito queste problematiche.
Gli
sviluppi successivi hanno dato vita a due filoni
applicativi: clinico e pedagogico. Quello clinico ricade
nell'ambito psicoterapeutico ed è quello che offre le
maggiori garanzie per chi deve migliorare sé stesso. Quello
pedagogico si è diffuso nell'ambito lavorativo come
aggiornamento professionale con risvolti indesiderati. Si è
infatti appurato che molte persone che frequentano corsi di
questo tipo cercano di applicare meccanicamente quanto
appreso, senza prima cambiare se stessi e riflettere
sul significato e sull'opportunità degli strumenti da
usare. Si confonde così l'efficienza tecnica con il
risultato da conseguire, il mezzo con il fine.
L'educazione
alla competenza sociale dovrebbe essere impartita ai bambini
fin dalla prima infanzia. È un obiettivo tanto ambizioso
quanto difficile, poichè implica una rieducazione della
popolazione adulta rispetto ai vari ruoli sociali che
ricopre nella propria vita.
LA
TRIADE COMPORTAMENTALE
Nell'ambito
dell'assertività i comportamenti , verbali e non verbali,
seguono una classificazione semplice che tiene conto del
significato e delle conseguenze che essi hanno per le
persone:
PASSIVI
- AGGRESSIVI - ASSERTIVI.
Questa
divisione è puramente teorica dato che ognuno di noi può
slittare da un comportamento all’altro sotto la pressione
degli eventi ambientali. Possiamo visualizzare questa
tipologia mettendola su una linea ideale:
Malgrado
ciò, uno di questi stili di condotta tende ad affermarsi
sugli altri in ognuno di noi. Si avranno quindi persone
fondamentalmente passive, altre aggressive ed altre
assertive. Quello che realmente conta è essere in grado di
discriminare tra questi tre modelli comportamentali e
muoversi verso un comportamento sempre più assertivo. I
comportamenti anassertivi sono inevitabilmente all’origine
dei disagi sociali che proviamo. Il comportamento assertivo
è la chiave del nostro successo e del nostro benessere.
I
pensieri sono considerati comportamenti subvocalici (si
pensa in realtà con tutto il corpo, con piccole contrazioni
muscolari involontarie e non percepibili) nella visione
"periferalista" (J. B. Watson e altri), oppure
espressione del sistema nervoso centrale secondo i "centralisti".
IL
COMPORTAMENTO PASSIVO
Per
"persona passiva" si intende una persona che si
distingue per una serie di comportamenti ed atteggiamenti
interiori che lo portano a subire gli altri provando
disagio. Subire gli altri può significare tanto il non
essere in grado di rifiutare un favore ad un amico quanto il
dover subire costantemente soprusi ed umiliazioni sul
lavoro. Vi sono diversi livelli di passività e diversi
livelli di disagio, ma le dinamiche sono sempre le stesse.
Questo
comportamento è il risultato di errate assunzioni riguardo
sè stessi e gli altri. Una volta individuati gli schemi
mentali che conducono alla passività e la struttura del
comportamento passivo, è possibile cambiare sè stessi ed
eliminare il disagio.
COMPORTAMENTI
PASSIVI:
-
SUBIRE
GLI ALTRI
-
INCAPACITÀ
DI ESPRIMERE LE PROPRIE OPINIONI E SENTIMENTI
-
DIFFICOLTÀ
NEL PRENDERE DECISIONI
-
RITENERE
GLI ALTRI MIGLIORI DI SE STESSI
-
TEMERE
IL GIUDIZIO ALTRUI
-
DIPENDENZA
DALL’APPROVAZIONE ALTRUI
-
INCAPACITÀ
DI RIFIUTARE RICHIESTE
-
AGIRE
SECONDO IL VOLERE ALTRUI (SOTTOMISSIONE)
-
INCAPACITÀ
DI PARTIRE DAL LIVELLO OPERANTE ALTRUI
Questi
atteggiamenti interiori e stili di comportamento conducono
l’individuo ad un elevato senso di frustrazione. Spesso
avviene che la persona passiva, dopo aver cumulato
un'eccessiva frustrazione, "scoppia" ed emette
comportamenti aggressivi nei confronti di chi egli subisce,
così facendo viene a sua volta aggredito o pone fine alla
relazione. Comunque sia, "scoppiando" incrementa
ulteriormente il suo disagio interiore e sviluppa sensi di
colpa, si pente e torna al suo abituale atteggiamento
passivo.
Subire
costantemente gli altri e sentirsi frustrati porta
l’individuo a sentirsi impotente e crearsi un immagine
negativa di sè stesso, come risultato tenderà ad isolarsi
sempre di più.
L’incapacità
a prendere da soli le proprie decisioni e la dipendenza dal
giudizio altrui, fanno sì che i Passivi tenderanno a
scegliere come "amici" persone aggressive sulle
quali contare. Molti anassertivi passivi sono ansiosi e
falliscono nell'interazione sociale a causa di un circolo
vizioso che si instaura tra sintomi fisici e previsioni
negative come evidenziato dalla figura 1.

IL
COMPORTAMENTO AGGRESSIVO
Essere
aggressivi non vuol dire necessariamente esercitare violenza
fisica sugli altri: fanno parte dell’aggressività tutta
una serie di atteggiamenti e modi di pensare che hanno in
comune la violazione dei diritti altrui e la noncuranza per
i loro stati d’animo.
Rendersi
conto della propria aggressività non è facile: spesso la
persona aggressiva riesce a ottenere ciò che vuole con la
prepotenza e quindi, per quanto lo riguarda, "tutto va
bene". In realtà l’Aggressivo paga a lungo termine
le conseguenze del suo modo d’essere: sarà emarginato e
finirà per circondarsi di persone tanto più passive quanto
più egli sarà aggressivo. Il costante considerare gli
altri degli inetti ed il volerli piegare al proprio volere
conduce ad una alienazione egocentrica. Essere circondati da
individui senza personalità, che dicono sempre "Si,
Signore!", non è appagante, eppure egli lavora proprio
in questa direzione, mettendosi in contrasto con gli
Aggressivi e gli Assertivi.
COMPORTAMENTI
AGGRESSIVI:
-
CALPESTARE
I DIRITTI ALTRUI (PREVARICAZIONE)
-
RITENERSI
SEMPRE NEL GIUSTO
-
ATTRIBUIRE
I PROPRII ERRORI E DISAGI ALLA RESPONSABILITA' ALTRUI
-
SOPRAVVALUTARSI
-
NON
ACCETTARE LE OPINIONI ALTRUI
-
INFLESSIBILITÀ
D’OPINIONE ANCHE DI FRONTE ALL’EVIDENZA
-
PRETENDERE
CHE GLI ALTRI AGISCANO SECONDO IL PROPRIO VOLERE
(PREVARICAZIONE)
-
COLPEVOLIZZARE
ED INFERIORIZZARE GLI ALTRI
-
SENTIRSI
IN DIRITTO DI GIUDICARE TUTTO E TUTTI
-
INCAPACITÀ
DI PARTIRE DAL LIVELLO OPERANTE ALTRUI
Dire
"mi piace / non mi piace" è assertivo. Dire
"è buono / non è buono" è aggressivo — stiamo
giudicando anche per gli altri con i nostri parametri. Una
persona può dire "la cucina macrobiotica è
disgustosa", in realtà è a lui che non piace. In
verità è, se la cucina macrobiotica ha un suo grosso
mercato, è perché vi sono milioni di persone a cui piace.
Le
persone aggressive devono imparare a distinguere tra le loro
opinioni e la realtà oggettiva: le cose non sono
"buone / cattive" di per sè stesse, sono tali
agli occhi di chi le giudica. È un nostro diritto giudicare
per noi stessi, ma non per gli altri.
La
figura 2 mostra la dinamica della relazione sociale che
rinforza il comportamento aggressivo:

Legenda:
-
A
= soggetto aggressivo
-
P
= soggetto passivo
IL
COMPORTAMENTO ASSERTIVO
La
persona Assertiva si colloca tra il Passivo e
l’Aggressivo: non è limitata dagli schemi mentali che
caratterizzano il Passivo e l’Aggressivo. Egli non
attribuisce realtà ai comportamenti aggressivi e quelli
passivi: egli sa che entrambi sono solo il risultato di
limitazioni; sa che le limitazioni possono essere superate
ed il disagio vinto.
COMPORTAMENTI
ASSERTIVI:
-
RISPETTARE
GLI ALTRI, I LORO DIRITTI E LE LORO OPINIONI
-
NON
PERMETTERE AGLI ALTRI DI ESSERE AGGRESSIVI NEI NOSTRI
CONFRONTI (NON SUBIRLI)
-
DISPONIBILITÀ
A MODIFICARE LE NOSTRE OPINIONI
-
NON
ESIGERE CHE GLI ALTRI SI COMPORTINO COME NOI VORREMMO
-
NON
ESSERE POSSESSIVI VERSO LE PERSONE CHE CI CIRCONDANO
-
NON
SENTERSI IN DIRITTO DI GIUDICARE GLI ALTRI
-
CAPACITÀ
DI PARTIRE DAL LIVELLO OPERANTE ALTRUI
L’Assertivo,
non cogliendo la "sfida" dell’Aggressivo, e non
infierendo sul Passivo, è in grado di gestire in modo
efficace le relazioni umane. Non cadrà nella trappola dello
pseudo-benessere. È infatti utile rendersi conto di come ci
si relaziona alle situazioni di benessere. Anche se esse non
sono per noi causa diretta di disagio sociale possono
tuttavia contenere schemi comportamentali ed assunzioni
erronee che sono alla base di altri disagi.
Si
rifletta sulla differenza che divide queste due affermazioni
d’amore:
"Tu
mi fai stare bene!"
"Stare
con te mi fa sentire bene!"
La
prima delle due affermazioni è centrata sull’altro,
conferendogli potere sulle nostre emozioni. La seconda
affermazione è una corretta valutazione di come noi viviamo
il rapporto con l’altro. Molte delusioni nei rapporti
affettivi sono dovute ad un errato modo di rapportarsi
all’altro
LA
SCELTA DI VITA ASSERTIVA
I
concetti finora espressi sono strumenti con i quali possiamo
difenderci ed affermarci nella vita: dobbiamo decidere in
prima persona, dipenderà da noi trasformarla in una favola
o in un incubo
Dovremmo
imparare a saper scivolare lungo il flusso della vita come
suggerisce Siddharta: senza ansia, senza fretta,
limitandoci a selezionare ciò che ci avvicina ai nostri
obiettivi e scartando ciò che ci allontana da essi. Così
facendo, agendo con tale pace d’animo, ci renderemo presto
conto che non siamo noi a muoverci nella vita: è
l’universo che ruota intorno a noi. Questo forse è il
vero segreto della Magia: non lasciare che sia l’ambiente
ad influenzare noi, ma essere noi a influenzare
l’ambiente. Dovremmo preoccuparci solo di essere noi
stessi, il resto verrà da sé. La selettività
discriminativa farà si che saranno i nostri obiettivi a
venirci incontro. Questo è possibile se saremo vigili verso
i mutamenti nell’orizzonte degli eventi e dentro di noi.
L’assertivo sa cosa vuole, e lo otterrà per la via più
breve.
Ecco
alcune caratteristiche dell'assertivo:
-
Si
pone obiettivi "ecologici ".
È
la chiave del successo a lungo termine. Questo richiede un
pensiero strategico, per obiettivi. Essi possono essere
applicati sia su microscala (per affrontare
specifiche situazioni) che su macroscala (per
pianificare la nostra vita, la nostra evoluzione).
Dalla
teoria generale dei sistemi (von Bertalanffy) discende una
visione dell'uomo come sistema aperto composto da
sistemi interni in sinergia tra loro: cognitivo, emozionale,
comportamentale. Egli interagisce con l'ambiente esterno,
strutturato anch'esso in sistemi: famiglia, scuola, lavoro,
sociale, comunitario e globale. Questi sistemi formano un’ecologia.
Qualsiasi cambiamento avvenga in uno di essi, può
ripercuotersi sull'ecologia personale, cambiando la
qualità della vita. Lo stato di un sistema può essere
caratterizzato da processi conservativi morfostatici
o da processi evolutivi morfogenetici (Maruyama).
Un
obiettivo è ecologico se produce benessere. Difendere
l'equilibrio del sistema (omeostasi) può essere saggio
quanto modificarlo (omeostasi evolutiva). I bisogni
personali, la capacità di discriminare l'ambiente,
l'auto-osservazione, le risorse personali (strategie),
l'epistemologia individuale sul mondo, i limiti obiettivi a
cui siamo sottoposti, determineranno le scelte che verranno
fatte.
Secondo
Bateson non esiste un modo migliore di un altro per
organizzare e suddividere la realtà. Un "sano" relativismo
culturale vi sarà di aiuto nella scelta degli obiettivi
funzionali al vostro benessere. Avere valori in cui credere
è importante. Essi sono come stelle nel cielo
dell'esistenza: orientano il cammino verso la nostra
"realizzazione". Non dobbiamo Tuttavia dimenticare
che i nostri valori sono appunto "nostri" e non
necessariamente i valori degli altri.
2)
Esercita l'autocontrollo cognitivo sugli obiettivi (Bandura,
Kanfer).
Self-efficacy
(auto-efficacia): crearsi corrette aspettative, essere
all’altezza delle scelte operate, ragionare per obiettivi
realistici, senza provare ansia o disagio e nel rispetto
delle " regole ".
Self-monitoring
(auto-monitoraggio): saper osservare il proprio ruolo e
i propri obiettivi. Sovente un obiettivo legittimo è troppo
arduo e sconvolgente per il nostro ecosistema. La sua
scomposizione in sotto-obiettivi lo rende realizzabile
(analisi dell'obiettivo).
Self-evaluation
(auto-valutazione): essere in grado di attribuire il
successo e l'insuccesso ai veri agenti di esso (a se stessi
o gli altri). L'incapacità a discriminare, la presenza di
idee irrazionali e di nevrosi, rendono questo piuttosto
arduo.
Self-reinforcement
(auto-rinforzamento): è buona regola gratificarsi
quando si raggiunge un obiettivo, anche se minimo. Potete
limitarvi a dire a voi stessi che siete stati " in
gamba ", o concedervi una qualsiasi gratificazione.
Questo consolida e incrementa i vostri comportamenti
positivi.
-
Possiede
inoltre le seguenti competenze:
Autonomia
emotiva: tutte le emozioni possono interferire
negativamente se la loro base biologica prevarica il
controllo razionale; è inoltre importante non far dipendere
le nostre emozioni dalla volontà altrui.
Libertà
espressiva: è la capacità di comunicare emozioni e
affetti. Nelle relazioni umane è di fondamentale importanza
per avere un buon rapporto.
Consapevolezza
dei diritti della persona: è la bussola dei rapporti
sociali. Implica il rispetto di sé e degli altri. Rende il
nostro agire chiaro e libero dai sensi di colpa.
Autostima:
discende da una positiva immagine di sè. Chi stima sè
stesso è disponibile a stimare gli altri, questo crea la
premessa per un corretto rapporto.
Capacità
di autorealizzazione: implica la padronanza di tutti i
precedenti prerequisiti, delle capacità di auto-controllo
cognitivo e di strategie idonee. È un'abilità complessa
che agisce su tutti i sistemi interni: il sistema nervoso
autonomo che regola le emozioni, quello cognitivo che regola
i pensieri, quello motorio che regola i comportamenti
volontari. Inoltre può modificare significativamente quelli
esterni più prossimi come quello familiare e sociale.
Le
cause dell'anassertività, sinteticamente, sono:
Mancato
apprendimento: molte persone sono cresciute in contesti
carenti di modelli assertivi, così non hanno avuto la
possibilità di apprendere le abilità sociali in modo
sufficiente.
Inibizione
ansiogena: altre persone pur possedendo le competenze
sociali non riescono ad esercitarle perché soggette alle
interferenze dell'ansia che le inibisce. In questa tipologia
troviamo i passivi, la quota più rilevante degli
anassertivi che chiede aiuto.
Discriminazione
errata: l'interazione sociale fallisce se una persona
non ha le sufficienti capacità attentive per discriminare
le informazioni rilevanti che provengono dall'ambiente e
rispondervi adeguatamente.
Individuare
le cause vi sarà di aiuto per capire quale tipo di lavoro
dovrete fare su voi stessi. Vi sono diversi paradigmi a cui
potrete ispirarvi:
condizionale:
di stampo neocomportamentale; da molta importanza
ai risvolti ansiogeni, al controcondizionamento e al locus
of control (i pensieri che generano ansia ed errori);
cibernetico:
proposto da Holding e Welford. Nel quadro della teoria dei
sistemi, privilegia l'apprendimento dei percorsi gerarchici
più idonei per raggiungere gli obiettivi senza commettere
errori, ponendo in primo piano il ruolo dell'informazione;
esperienziale:
ha le sue radici nello psicodramma, nel gioco dei ruoli;
pone l'enfasi sulla unicità dell'esperienza e sul suo
significato;
teleologico
cognitivo: è centrato sull'analisi dell'obiettivo da
raggiungere nel rapporto sociale per la via più breve a
scapito dei fattori non cognitivi.
Tutto
questo non ci deve far dimenticare che l'assertività è da
considerarsi un modello interpretativo della realtà.
In esso confluiscono contributi sperimentali validi che lo
rendono affidabile, tuttavia l'esperienza e il buon senso
sono ancora un valido supporto.
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