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Musica sciamanica
Per un accesso musicale alla cultura sciamanica
"Chi è convinto che l'altro non sa can-tare, basta che ne
definisca il canto come un vo-ciare e un gracchiare per immaginarsi di
avere ragione. Non v'è che da ap-plicare che una certa
ter-mi-no-logia per trasformare age-volmente dei in idoli, volti in
maschere grot-te-sche, immagini votive in feticci, discussioni in
chiacchierate e per riaf-fermare su oggetti e su situa-zioni og-gettive
le proprie prevenzioni'
(Janheinz Jahn)
ASCOLTARE COME
Nella nostra condizione di ‘udenti’ siamo soliti privilegiare il
significato e l’a-spetto fisico rispetto a quello culturale (orecchio
biologico e orecchio cultu-rale): sottovalutare l’importanza di questa
dialettica dell’udire, il suo conti-nuo interagire e interscambiarsi,
significa semplificare il gesto di udire fino a ridurlo a una causa,
una conseguenza del suono/rumore, disconoscendo la capacità
dell’uomo di trasformare fattori culturali in fattori biologici.
"Ciò che vediamo come culturale nell’Australopiteco, per noi,
che viviamo oggi, fa ormai parte dell’essere biologico. La
capacità e l’esigenza di vivere socialmente, la caccia o altra
attività coordinata, organizzata e premeditata, l’agilità
del braccio e della mano per lanciare una pietra o un dardo, o per
usare una penna da scrivere, all’origine erano fattori di
accul-turazione, per l’uomo di oggi fanno parte del bagaglio biologico
e sono elementi della struttura fisica, muscolare e mentale".
Ancora più direttamente questa ‘chiusura dell’orecchio’
significa ne-gare (e negarsi) possibilità di ‘ascolto’,
limitando le proprie orecchie all’esperienza so-nora di pochi
stereotipi acquisiti culturalmente e pertanto accettati come
‘veri’(‘musica vera’). La capacità percettiva "... non funziona
sul vuoto ma implica dei contenuti sui quali esercitarsi e questi
contenuti non possono non essere propri di una data cultura, di un
certo sistema" .
Un esempio verosimile in questo senso ci viene offerto dalla storia
della mu-sica e dai concetti/capacità che ne derivano: insieme
alla musica dei quattro quinti del pianeta viene di-menticata, e
disprezzata, anche tutta la mu-sica tradi-zionale e popolare. Prende
forma il concetto di eurocolto: tutto ciò che si allontana da
questo modello viene considerato ininfluente, eccezio-nale, primi-tivo,
lontano cioè dalle regole della civiltà. Ma,
paradossal-mente, il caso partico-lare è proprio quello della
mu-sica eurocolta, e non per-ché sia intrinseca-mente
supe-riore, quanto invece perché è fondamen-tal-mente
‘altro’, e non solo ri-spetto alla globalità della ‘materia
so-nora,’ ma anche perché esclude la stragrande maggio-ranza dei
fe-nomeni sonori, a causa del-l’arbitrio solitamente insito nella
distinzione tra suono e rumore.
"...Bisogna innanzitutto determinare se termini corrispondenti a queste
no-zioni europee di ‘musica’ e ‘rumore’ esistono, e soprattutto se
possiedono lo stesso campo semantico dei termini della lingua
utilizzata dal ricercatore, cosa poco probabile nel caso di lingue
euro-pee. E’ per questo che nel pre-sente la-voro apriamo la parte
consacrata alle concezioni con un inventario del vocabo-lario musicale
dei dan (indigeni della Costa d’Avorio, n.d.t.). Il pericolo di
compren-dere in modo sbagliato le in-formazioni o reinterpretarle
secondo una conce-zione eurocentrica della musica è
particolarmente grande in questo campo".
L’utilizzo di codici culturali così ristretti e definitivi come
quelli della musica eurocolta, ha prodotto ‘strumenti di misura’, e
quindi di valutazione, tal-mente specifici da risultare inapplicabili
ad altro: si può parlare così anche di ‘taratura
cultu-rale’ dell’orec-chio, fatto che diviene un limite nel momento
dello studio, con-fronto e valu-tazione di culture musicale ‘altre’.
Questa premessa vuole da un lato ‘aprire’ possibilità di
compren-sione di una musica a noi così lontana com’è
quella sciamanica, e dall’altro intende dare motivazione della scarsa
attenzione e cosiderazione nella quale viene tenuta dalla cultura
eurocentrica.
SCIAMANI
"Lo sciamano è un esperto della comunicazione estatica tra il
naturale e il so-prannaturale. Il suo compito è quello di
trovare i mezzi più adeguati atti a ri-solvere una crisi
già in atto o a prevenire crisi future. Il rito sciamanico
è un tentativo di risolvere i problemi del mondo naturale
attraverso il contatto esta-tico con il soprannaturale" .
Lo sciamano non utilizza mo-delli coscienti, e non può quindi
nemmeno tra-smet-terli per mezzo di strutture di comunicazione
razionali, nem-meno quando in-segna a un allievo-sciamano. Per
comprendere non solo la musica, ma il senso/sognificato di tutta la
cultura sciamanica bisogna quindi cer-care di pe-ne-trare nelle
strutture stesse che lo scia-mano costruisce: cerche-remo qui di
isolare gli elementi musicali dall’a-gire sciamanico, un in-sieme di
suoni, canti, gesti, colori, ecc, che formano quello che si può
definire ‘codice sciamanico’. Isolare elementi singoli, estra-en-doli
dalla totalità che formano, è però una scelta
funzionale ai nostri modelli cultu-rali, e pre-senta evidenti limiti
che sarà necessario te-nere pre-senti, soprattutto quando ci si
allontana dalle pure e semplici descrizioni. Questo esame/confronto
delle varie manife-stazioni sciamaniche, è realizzato per mezzo
dell’os-ser-vazione di molti casi e varianti, in differenti etnie e
si-tua-zioni, con-centrate soprat-tutto nell’area ve-nezue-lana.
Pur presentando tutti i limiti delle generalizza-zioni, rite-niamo sia
ugualmente proponibile per tentare di dare una prima
sistema-tiz-zazione a un mondo complesso com’è
quello sciamanico. Rimane comun-que valido il criterio per cui
un’at-tuazione scia-manica, un rito o anche un semplice canto
tradizionale, non possiedono ‘un doppio’ o ‘una copia’, e quindi
nemmeno ‘patterns’ troppo rigidi : ogni volta si tratta, in effetti, di
un ‘unicum’.
MUSICA
"Ogni qualvolta un rito magico raggiunge l’apice assistiamo a un canto,
a una recitazione enfatica o mormorata, a un ruggito o ad un grido, ad
un si-bilo o ad altri suoni prodotti dagli stre-goni".
Curt Sachs ha suggerito che l’origine della musica è da cercare
nel potere magico del suono sulla materia. Innumerevoli miti, ad ogni
latitudine, confermano questa af-ferma-zione. La musica appare subito
come elemento costitutivo del rito e gli strumenti musi-cali in que-sto
conte-sto mitologico hanno una fun-zione simbolica. Abbiamo così
strumenti maschili e femminili, che possono essere suonati
rispetti-vamente solo da uomini o solo da donne. I sonagli a collana o
a braccialetto, che sottolinea-no ritmica-mente i movi-menti della
danza, sono a loro volta degli amuleti. La sona-gliera di zucca, o
maraca, è uno stru-mento particolarmente magico uti-liz-zato
dagli sciamani per co-mu-ni-care con i poteri soprannatu-rali o con gli
spi-riti degli antenati. Il tam-buro è da sempre uno stru-mento
sacro, dotato di di-versi attributi se-condo il tipo/funzione: tamburi
reali, guerrieri o funebri. A questa spe-cializzazione è seguita
poi la dif-fe-renziazione dei suoni/strumenti. Il tamburo è
as-sociato alla terra, alla luna, ai riti di fertilità, cosi
come al cielo, al tuono e alla piog-gia. Gli idiofoni a sfregamento
(raspadores) gene-ralmente ve-ngono associati alla morte e ai riti
fu-nebri. I flauti sono legati a un simboli-smo fallico e ai riti
collegati con l’idea di ferti-lità e di resur-rezione. La tromba
si associa con la morte, coi riti crepuscolari e alla guerra. La tromba
ricavata dalla conchiglia ma-rina partecipa a un simbolismo tanto
complesso quanto univer-sale, che la associa alla fecondità,
alla morte e resurrezione, al vento e a soffio divino.
Di seguito andiamo a esporre le principali manifestazioni sciamani-che,
rife-rendoci all’espres-sione (gesto) e alla sua comunicazione
(effetto), vale a dire al si-gnificante e al significato, che
rappresen-tano il contesto dell’agire degli sciamani, e che
de-terminano il valore che hanno gli strumenti e i diversi oggetti di
cui si av-valgono.
IL MITO IN FUNZIONE
(significante e significato)
1 Questo aspetto rappresenta lo sfondo di tutta
l’at-tività sciamanica, che rifun-zionalizza il mito
esprimendolo prima di tutto pro-prio at-traverso il canto (e il testo).
Lo scia-mano in trance , 'viaggia' verso le terre degli dei o degli
antenati morti, finché questi non si impossessano del suo corpo
e parlano direttamente per mezzo dello scia-mano stesso; in altri casi
divinità e spiriti intervengono formando un microcosmo den-tro
il petto dello scia-mano, conferendo allo sciamano la forza/condizione
di cui ha bisogno..
Lo sciamano è depositario delle cosmogonie, dei miti che
spiegano l’ori-gine del mondo e della sua gente, così come
è custode delle tradi-zioni della sua tribù, e ha
l’incarico di trasmetterle ai neofiti: riguardo questa fun-zione/ruolo
e al metodo di trasmissione, ab-biamo una dettagliata descri-zione
nell’ ‘Apologetica storica’ di Frà Bartolomè de Las
Casas: "Vi erano tra queste popolazioni alcuni sacerdoti, detti nella
loro lingua Piachas, molto esperti nell’arte magica, tanto che si
ri-vestiva di loro il diavolo e diceva per bocca loro molte
falsità, con la qual cosa li teneva prigionieri al suo servizio,
ben siste-mati e senza preoccupazioni; e tengono questi Piachas come
sa-cri, e in grande riverenza e stima. Scelgono tra i ragazzi, fra i
dieci e dodici anni, quelli che per certe con-getture che fanno
sembrano loro essere per natura in-clini e disposti ad es-sere istruiti
nel-l’arte magica, così come da noi per certi segni
conget-turiamo che i nostri ragazzi siano più abili che altri
per studiare grammatica o altre materie. E questi scelti li mandavano
in certi luoghi ap-partati nei monti solitari, dove vivono alcuni di
quei Piachas, vecchissimi maestri di questa arte, sotto la cui regola e
disciplina stanno, come in colle-gio, con grande severità e
asprezza di vita.
Non mangiano cosa che produca sangue o lo produca; li alle-vano
soltanto con erbe e be-vendo acqua; si astengono non solo da ogni
opera, ma da ogni pen-siero carnale; e in quei due anni non li vede
nessuno, né padre, né ma-dre, né parente,
né amico. Durante il giorno non vedono i loro ma-estri, ma
questi vanno da loro di notte e allora dettano e insegnano loro certi
canti e pa-role con cui svegliano, incitano, provocano o chiamano i
demoni, in-sieme con le cerimonie e l’arte per curare gli ammalati;
passati i due anni tornano alle loro case con una testimonianza dei
Piachas loro maestri, che hanno già abbastanza cono-scenza
del-l’arte che hanno ap-preso: come da noi quello che esce dagli studi
o università, con l’arte della medicina o di altra
facoltà, porta il suo titolo. I pa-renti, vicini o amici, nelle
loro malattie non chia-mano i loro, perchè li curino,
bensì gli estranei".
Lo sciamano deve innanzitutto 'trovare' gli spiriti. Per questo compie
un 'viaggio' rituale, in direzione dei luoghi ove risiedono gli
spiriti; di questo viaggio, solitamente un volo a 'cieli superiori',
raccontano le narrazioni epiche fatte dagli sciamani anche dopo il loro
'rientro' dallo stato di trance e di possessione.
Tra gli Yanomami-Sanema, lo sciamano, o sablì, invoca una corte
di spi-riti, o hìkola, che vanno a formare un microcosmo
elaboratissimo che si situa all'interno del petto dello sciamano
stesso; animali e vegetali, ognuno con un ruolo e con una funzione
specifica, danno vita a una straordinaria 'popolazione': l’uccello
mosca (tucusito), che è deputato all’estra-zione degli oggetti
patogeni dalla bocca del ma-lato; due scimmie pasò, una grande e
una piccola che portano un ramo di albero (manohoi), per basto-nare
l’infermità quando viene trovata; la scimmia volante, che
trasmette allo sciamano la propria notevole forza; la moffetta che
porta il curaro, o un al-tro veleno, per distruggere i col-pevoli
dell’infermità; il grande albero scia-manico (axis mundi),
l’amohain, che canta con le sue foglie per calmare il malato, e parla
di Omao, il dio; il colombaccio, messaggero di Omao, che narra la
storia del dio e del popolo Sanema - Yanoami; il pappa-gallo ara dalle
piume azzurre che estrae gli oggetti patogeni dal petto del malato; i
tre armadilli, uno grande, uno mediano e uno piccolo, che curano
differenti in-fermità; gli spiriti hìkola senza nome, che
cu-rano le febbri e sono cantori meravi-gliosi; lo spirito
hìkola del Sole, che per mezzo dei sui raggi, appesi ad un
setaccio, permette allo sciamano di vedere all’interno del malato; lo
spirito hìkola del fuoco, l’airone, una stella, il passero;
viene poi il modo fluviale, acquatico, la pietra saponaria, le rapide
fluviali, il cane d’acqua o nu-tria, il granchio, la lucertola, il
passero mangia-cacao, l’uccellino manaka-talì, il ser-pente
anaconda, lo sca-rafaggio nero, il pokoshi o pesce ca-raibico, il
caimano e, in fine, numerosi fol-letti sot-terranei. Tutto questo
può essere messo in pe-ricolo da spiriti che, fin-gendo di
es-sere hìkola, possono causare la morte del paziente e sono
rappresentati da una serpe con testa bianca e corpo nero. Se-guono
ancora: il pesce tremo-lante, il rospo, lo scoiattolo, il
manashì con il suo nido miste-rioso (o recinto sacro), il
giaguaro kironamì o giaguaro ce-leste che dà sicurezza,
il passero carpentiere che è il gran mes-saggero di Omao e ne
rac-conta la storia e aiuta lo sciamano; la tar-taruga di mare
az-zurra, sua amica intima che lancia frecce ai gia-guari nemici; il
capo su-premo, il grifone reale, genio pro-tettore del po-polo Sanema.
Questo mi-crocosmo minimo può essere inde-fini-tamente
am-pliato: il suo peso eccessivo può però uccidere lo
sciamano, che non sop-porta per più di sette giorni gli
hìkola. Alla fine nel canto di libe-razione giunge
l’uccello-raganella o il martin pescatore, ma il sablì deve
sempre proseguire nel suo canto, poiché dentro al proprio petto
ha ancora un mi-crocosmo di piccoli hìkola. Giunge allora lo
sparviero bianco, che distrugge il mondo degli hìkola, i quali
si di-sper-dono ai quattro punti del cielo e della terra. Così
si libera an-cora una volta lo sciamano, che però deve ancora
pro-seguire il suo canto fintanto che non incontra una pava de monte
(tacchino di monte) o un paujì. Finalmente anche lo sparviero
bianco esce dal suo petto e ritorna al cielo della luna". In
questa complessa cosmogonia appare evidente come l’ideologia sciamanica
possa essere fatta risalire alle concezioni del mondo dei popoli
cacciatori, profondamente segnate da spiriti zoomorfi e da simbolismi
legati alla caccia. Anche rispetto alla preponderante presenza degli
uccelli, possiamo fare rife-rimento al fatto che "...spesso gli uccelli
sono presi come simbolo degli an-geli, cioè degli stati
superiori"
2 "Lo sciamano deve avere buona voce,
conoscere i canti più usuali e imitare varie voci; il suo
compito sarà facilitato dalla conoscenza di varie lin-guaggi, o
di almeno al-cune pa-role o frasi. di questi" .
Le pratiche di cura cominciano con preghiere o canti di invocazione
rivolti agli spi-riti. Il canto è la principale forma di
tra-smissione del mito. "Il nostro linguaggio è stato
inizialmente molto più musicale e si è prosizzato,
‘stonato’ solo man mano per diventare più simile al suono, se
proprio si intende de-gradare questa parola, mentre deve diventare di
nuovo canto" . Lo scia-mano può cantare da solo, in duo con un
allievo oppure in forma responso-riale, con la partecipazione dei
pre-senti. Il testo del canto si esprime in di-verse ma-niere, sia per
mezzo di un linguaggio segreto, esclusivo, che tramite una
suc-ces-sione di fonemi o di grida imitative di animali e canti di
uccelli. E’ condi-zione indispensabile per lo sciamano avere un buon
controllo dei mezzi vocali e sapere interpretare o imitare molte voci
differenti; talvolta è neces-sario che sia ventriloquo.
"Ingrossano, modificano e modulano la voce, con intonazioni e ritmiche
va-riatissime (sembrano ventriloqui); ora la alzano, ora la abbassano;
ora l’inten-sificano, poi la affievo-liscono, sempre al suono e al
ritmo della ma-raca sacra, imitando, più o meno
rea-listica-mente, il fischio, il gracchiare, il tubare e il
canto degli uccelli, il ronzare e il frinire degli insetti e il
gru-gnito, il muggito e il bramito degli animali; tutto con tal arte,
intonazione e mae-stria, che in-cantano e ipnotizzano con gran forza"
La differenziazione delle risorse vocali ha un preciso e partico-lare
signifi-cato rispetto al richiamo, alla identificazione e alla
riconoscibilità (soprattutto collettiva) di spiriti, animali e
cose, ancora più rilevante quando sono gli spiriti stessa
a parlare per bocca dello sciamano. "Uno di questi (canti), chiamato
‘Piasán remu’, (Canto di Piasan), è molto lungo, lento e
gra-ve. Lo sciamano comin-cia sempre il proprio rito di cura
utilizzando toni bassi, con voce ventriloqua e calma, con varia-zoni
che nella prima parte non supe-rano l’intervallo to-nica-domi-nante.
Quando l’infuso di acqua e ta-bacco, che beve fre-quente-mente,
comincia a fare effetto, egli si eccita e si esalta, e allora intona
una scala cromatica ascendente, che però non va oltre la
sensibile, e qui la voce viene emessa senza pronun-ciare parole, con un
fastidioso ‘jejeo’ fra la quarta e la quinta, inter-rotto solo per
imitare il sussurro e il fischio degli spi-riti che si avvicinano
par-lando il loro misterioso linguaggio, comprensibile solo allo
sciamano.
Questo canto è accompagnato dal fruscio prodotto da rami
di foglie secche che tiene in mano, e che sostitui-scono
l’accompagnamento della maraca, utiliz-zate presso al-tre tribù.
Questi rami vengono battuti una volta in aria, un’altra contro il suolo
e un’altra ancora contro un pan-chetto di le-gno, ottenendo così
suoni differenti.
Questi suoni ritmici, unitamente al canto ripetitivo e uniforme,
pro-ducono una specie di sopore, o stato ipnotico, risultato voluto dal
guaritore per pre-di-sporre più facil-mente l’in-fermo, e coloro
che ascoltano, all’arrio degli spi-riti che scendono a parlare con lui.
E’ una melodia reiterata e priva di parole e solo nell’ultima parte
compaiono alcune varia-zioni.
Invece il ‘Mauari remu’, (Canto del Mauarí), è più
corto e variato, con un contenuto più ‘artistico’. Si
tratta di una evocazione, o ri-chiamo, che il Piasán rivolge
agli spiriti Mauarí perchè calmino la loro collera e re
la salute all’infermo. (...)
Questo canto è formato da un ritornello senza parole
significanti; è un ‘tararero’ armo-nioso e di ritmo libero, tra
il piano e il mez-zoforte, che co-min-cia con una nota acuta e
pro-segue con una ca-denza fino a arrivare alla domi-nante, e qui la
voce viene ogni volta più in-debolita, fino ad estinguersi. La
strofa è un grido, una esortazione rivolta agli spiriti,
affin-chè si affret-tino ad arrivare. La prima strofa è
un richiamo rivolto a tutti gli spiriti in gene-rale, mentre nelle
seguenti, con una figura retorica, la metonimia , anzichè
evocare diret-tamente gli spiriti, vengono ‘chiamati’ i vari monti dove
gli spiriti vivono. Queste strofe variano a seconda dei luoghi in cui
lo sciamano pratica le sue cure, per la ragione che cia-scuna
tribù loca-lizza gli spiriti in monti/spazi di-versi.
Per ultimo il ‘Piaima remu’, (Canto del Piaimá), è la
canzone che gli scia-mani cantano agli indios infermi quando sono
posse-duti da febbri pre-cedute da freddo intenso; il palu-dismo
tipico. (...)Non pare che gli indios abbiano una parola apposita per
designare que-sta infermità, però la descrivono
inconfon-dibilmente nel canto a cui ci riferiamo, poichè parlano
della gran feb-bre (‘uadapaima’) causata dalla zanzara che chiamano
‘uadá’, e del freddo che fa tremare (‘keneteyi-pe’). E’
procurata da Piaimá, che fu il primo sciamano, colui che
in-segnò l’arte della magia. A volte gli è attruibuito
l’a-spetto di uomo, a volte quello di un uc-cello notturno. Cammina
nell’oscurità e di notte gira per i monti ‘seminando’ ar-madilli
o trappole perchè gli indios, durante il giorno, possano
cacciare. Le condensazioni di vapore (nebbie) che di mattina appaiono
al fianco delle montagne, sono chiamate ‘Piaima kere-sen’, (‘fumo di
Piaimá’) poi-chè gli indios credono che, durante la
notte, di lì sia passato questo spirito e abbia appicato il
fuoco"
Il canto ricopre all’interno di ogni mito di creazione un ruolo
centrale: so-stanza originaria che partorisce il cosmo, che regge il
mondo. Per cercare di comprendere questo occorre però supe-rare
il senso ordinario del termine Parola, avvicinandosi a quella che
potva essere la concezione originaria: Marius Schneider propone
così concetti meno circoscritti quali Grido, Suono, o Sillaba
risuonante, capaci di restituire la sostanza musicale primigenia. In
questo senso possiamo cominciare ad intendere quali distanze separano
il canto sciamanico dal canto così come è inteso nella
nostra cultura.
"La parola dovrebbe (...) essere rivestita di tutti i colori del suono,
perchè la via che porta al senso della parola attraversa
l’orecchio!"
3 Sia le espressioni musicali che quelle
extramusicali, vengono improv-visate sulla base di tradizioni
tramandate da sciamano a scia-mano. La natura di questa
improvvisazione, di difficile valutazione, lascia emergere tradizioni
stilistiche’ che sono evidentemente l’esito dell’iniziazione alla quale
il neofita si sottopone per po-tere diventare sciamano a sua volta: una
trasmissione di tecniche e di conoscenze sul canto, il mimo, la danza
che viene, nell’agire concreto, espressa in una forma individualmente
drammatizzata. La libera creazione dello sciamano, ispirata
di-rettamente dagli spiriti, è sempre subordinata alla
riconoscibilità collet-tiva del suo operare: anche a
questa coerenza consapevole è dovuta una certa adesione a
stili e generi. L’iniziazione che conduce alla condizione di scia-mano
prevede alcune condizioni preliminari (sensibilità, visioni,
sogni), spesso de-terminate fino dalla nascita e prodotte generalmente
dagli spiriti: in questo senso anche una verificata ereditarietà
del ruolo/condizione di scia-mano è giustificata non solo da uno
status sociale, ma soprattutto dal fatto che gli antenati sciamani
diven-gono spiriti, e possono rappresentare uno strumento di protezione
che assicura la trasmissione tra una generazione e l’altra delle
capacità sciamaniche. La condi-zione di sciamano non è
ritenuta privilegiata, anzi, pericolosa e, in quanto predestinata,
determinata e ‘necessaria’ allo sciamano stesso: quasi paradossalmente
possiamo dire che lo sciamano opera innanzitutto in risposta a un
proprio 'bisogno', per cu-rare sè stesso.
Tra i Wuyú, per diventare sciamano occorre compiere una serie di
di riti e cerimonie preparatorie allo scopo di far sì che lo
spirito 'segua/tuteli' lo scia-mano nella sua attività. Quando
lo spirito/divinità discende, entra nel corpo dello sciamano e
gli conferisce la condizione di sciamano. Questa iniziazione estatica,
intrisa di visioni, è una progressiva conoscenza dell’agire e
delle tecniche specifiche del ruolo che andrà ad occupare
all’interno del gruppo sociale, il quale a sua volta riconoscerà
il ruolo dello sciamano stesso, atti-vandone la funzione.
"... la capacità (sciamanica) è basata sull’invocazione
dello spirito che in re-altà è il vero saggio, l’unico
vero guaritore, l’onnipotente che può pro-curare la pioggia e
scacciare la peste e l’epidemia, e la cui scienza si manifesta tra-mite
l’uomo-medicina che realizza i propri disegni. Il piache in sè
per sè non vale niente. E’ un uomo qualsiasi, sottomesso come
gli altri alle in-fluenze demo-niache degli spiriti delle malattie e
della morte; il suo va-lore fondamen-tale sta nell’assorbimento di uno
spirito po-tente che lo colloca in con-dizioni di uguaglianza con gli
spiriti dell’altro mondo"
"...il giovane apprendista è allenato nel utilizzo del diaframma
e della re-spira-zione per ot-tenere i suoni rantolanti caratteristici
della comunica-zione con gli hebu. Alla fine l’ap-prendista è
istruito sul vocabolario degli hebu, incom-pren-sibile per il Warao
co-mune..."
Per quanto riguarda il canto vero e proprio, gli Yaruros credono che i
pro-pri spiriti compongono musica e parole, che vengono suggerite, o
ispirate allo sciamano che si trova in stato di trance. Nel sud, nel
Chaco paraguaiano, tra i Guaraní, è credenza che l’uomo
ri-ceva i canti dalle divinità. Alcuni conoscono/possiedono due
o tre canti, mentre altri, più virtuosi, ne possiedono molti.
Sono questi gli uomini più ammirati e ri-spet-tati nella
comunità.
I Guaranì hanno due tipi di canti: quelli che possono essere
ascoltati da tutti e quelli che in-vece possono essere rivelati solo ai
membri della tribù che go-dono dell’assoluta fiducia degli
sciamani.
In accordo con quanto detto osserviamo che lo studio dei neofiti ha
come oggetto l’apprendere a cantare e a suonare so-prattutto la maraca
(strumento sacro); questo però con la fi-nalità precisa
di mettersi in contatto con gli spi-riti e le divinità che sono,
in ultima istanza, coloro che determi-nano la ma-lat-tie e la sua cura.
Questo processo è quasi identico in molti gruppi aborigeni.
Può bastare l’e-sempio dei Warao, tra i quali "l’apprendista,
convertito in wisidatu per mezzo dell’iniziazione, è il
de-posi-tario di un hebu all’interno della sua stuttura corpo-rea e
acquisisce gli attri-buti che gli consentono di cu-rare le
infermità hebu"
4 Gli sciamani si accompagnano con strumenti a
percussione: sonagli, solitamente maracas, utilizzate spesso
singo-larmente e riservate al rito sciamanico. A volte vengono agitati
semplici rami oppure un bastone-so-nagliera che porta appese unghie di
pecari. E’ an-che diffuso presso alcune culture l’uso di tam-buri che
contengono pietre e altri stru-menti a percussione, come il carapace di
tartaruga, che può essere per-cosso o sfregato.
Tanto le maracas come i tamburi sono solitamente disegnati o di-pinti,
con figure incise o intagliate e adornati di piume. Le maracas che
usano gli scia-mani Makiritares "contengono piccole pietre prese nel
letto di qualche fiu-miciat-tolo, che son state ‘disegnate’ dalla
natura: l’indio riconosce nelle forme, a volte assai curiose, qualche
animale benefico e le conserva gelosa-mente" Le maracas si
suonano con una tecnica specifica, anche se la parola tecnica non
può essere intesa nella ac-cezione a noi nota, perchè si
tratta piut-tosto di una conoscenza che deve es-sere in ac-cordo con le
funzioni svolte. Così tra i Warao "...La maraca, agi-tata
lentamente e in modo disor-dinato sopra il corpo del pa-ziente, viene
fermata all’im-provviso con un gesto secco, e il ritmo dei sas-solini
segue la medesima ca-denza
"Il ritmo è l'archittetura dell'essere, la dinamica interna che
gli dà la forma; è la pura espressione della forza
vitale. Il ritmo è lo shock che genera la vi-brazione, è
la forza che, tramite i sensi, afferra alla radice il nostro essere. Il
ritmo si esprime attraverso i mezzi più materiali: mediante
linee, colori, superfici e forme nella pittura, nella plastica e
nell'architet-tura; mediante ac-centi nella poesia e nella musica;
mediante movimenti nella danza. Nella mi-sura in cui s'incarna
sensibilmente, il ritmo illumina lo spirito"
Contribuiscono alla ‘forza magica’ della maracas (e degli strumenti in
gene-rael) anche altri aspetti: la forma, le decorazioni e i materiali
con cui vengono costruite.
"Il simbolismo ... del pennacchio rosso e delle piume bianche e nere
del Carpintero Real (Picchio reale), detto anche Passero di Dio, posti
all’e-stre-mità della maraca sciamanica Yekuana, ha un
significato molto pro-fondo, e si collega alla storia della morte e
della rina-scita del figlio unico e beneamato di Wanadi. E lo sciamano
e tutti gli Yekuana sanno che ogni volta che si uti-liza la maraca con
gli attributi del Picchio reale, si rinnova questo atto mi-tico
iniziale, con questo ricostruendo il modello esem-plare dal quale deve
pro-dursi la stessa sessione sciamanica: il recupero, il ritrovamento o
resurre-zione di una Energia Vitale consumata o per-duta...(...) La
maraca sciamanica Yekuana apparente-mente non ha alcun foro. Racchiude
i Widiiki, (o pietre di quarzo azzurro, che l’essere Supremo adora) e
alcune radici delle due piante sciamaniche..."
"Lo strumento pricipale del trattamento del wisidatu è una
sonagliera o ma-raca hebu-ma-taro, che può essere decorata nella
sua parte superiore con un collare di piume... Perchè lo
strumento non perda la sua efficacia le piume de-vono provenire da
pappagalli vivi "
"... scanalature simmetriche orrizontali e verticali, le quali
rappresentano le ‘aperture’ doko della maraca. Dentro vi sono dei
sassolini kareko; questi hanno hebu, però in una di-sposizione
benevola, poichè insieme con le scan-a-la-ture, svolgono un
ruolo importantis-simo nell’estrazione dell’in-fer-mità-hebu dal
corpo del paziente"
Anche gli oggetti (sassolini, piccoli semi o ossa) contenuti nelle
maracas sa-cre hanno precisi significati, e concorrono, con tutto il
resto al significato complessivo. "Il quarzo nero rappresenta sia il
‘proprietario’ del giaguaro che di co-loro che vivono nel mondo
trascendente. Le pietre bianche rappresentano le ‘frecce’ delle
in-fermità che lo sciamano ha ‘succhiato’ dal corpo di un
pa-ziente". Le pietre di forma ovale corrispon-dono invece al
proprie-tario della yuca dolce - uno spirito -, e quelle più
grandi, al proprie-tario della yuca amara"
5 Fra gli strumenti musicali utilizzati nei vari
riti ci sono spesso aerofoni: flauti, trombe, chiarine e clarinetti,
costruiti con ma-teriali vegetali e animali come canna, corteccia di
albero, ossa di animali (tibie di giaguaro e anche umane), conchiglie
marine, ecc. Alcuni di questi strumenti hanno animali dise-gnati o
scolpiti in argilla; questi ultimi appaiono so-prattutto in pezzi
ar-cheologici, sottoforma di giaguari, rane, serpi, ecc. Altri hanno
incise figure geometriche.
Gli strumenti musicali conservano i poteri dell’albero (o comunque
della materia da cui sono rica-vati), oppure dell’animale che
rap-presentano: quando lo sciamano li utilizza, acquista le
proprietà dell’animale o dello spirito che lo strumento
rappresenta, o dei quali riproduce la voce. Così quando lo
sciamano dei Baure del Rio Bianco suona il flauto o la tibia di
giaguaro, è il gia-guaro stesso che è presente, con tutti
i valori che gli vengono attribuiti dalla tribù.
Il botuto (tromba di corteccia), favorisce un raccolto abbondante tra i
Puinave. "Alcuni indios anziani, sostengono di essere più dotti
degli altri ri-spetto alle divinità; è a loro che
è affidato il famoso botuto, ... che suonano sotto le palme allo
scopo di propiziare un raccolto abbondante. Sulle rive del-l’Ori-noco
non esiste altro idolo, così come tra altri popoli che si sono
mantenuti fedeli ai primi culti origi-nari; ma è il botuto,
tromba sacra, ad es-sersi tra-sformato in og-getto di
culto/venerazione. Per essere iniziato ai mi-steri del botuto è
indispen-sabile mantenere costumi puri ed essere ce-libe. Gli iniziati
si sottomettono a fla-gellazioni, digiuni e altri dolorosi esercizi. Di
que-ste trombe sacre ne esiste un piccolo nu-mero. La più antica
e conosciuta è quella che si trova circa alla con-fluenza del
Tomo e del Guainía. Sostengono che si senta fino alle rive del
Tuamini e nella mission di San Miguel de Davipe, a una di-stanza di 10
leghe. Padre Cereso ci as-sicurò che gli indios parlano di
questo botuto come di un oggetto di culto, comune a molte tribù
della zona. Vicino alla tromba sacra vengono posti frutti e bibite
ubriacanti. A volte il Grande Spirito (Chachimana) suona egli stesso il
botuto, mentre altre volte si accontenta di manifestare la propria
volontà per mezzo di co-loro a cui ha affidato la custodia dello
strumento"
6 L’estasi rappresenta il mezzo con cui lo sciamano
acquista poteri so-prannaturali che gli consentono di mettersi in
contatto con gli spititi; lo stato di estasi, che, gradualmente, da
leggere alterazioni giunge sino alla catalessi, può essere
considerata una reazione psichica provocata da suggestione o con
l'utilizzo sostanze artificiali. Le sostanze psicotrope variano tra i
differenti gruppi di abo-rigeni: assumono yopo (Sanema - Yacuma);
ayuuco e kaahi (due piante molto attive degli Yekuana), yague, ecc., o
masticano ta-bacco, coca o altre piante narcotiche, come la manilla dei
Guajiros, oppure inspirano il fumo del tabacco.
Il succo che ‘masticano’ non ha solo lo scopo d alterare l'equilibrio
psichico dello sciamano favorendone la trance, ma viene anche
utilizzato per asper-gere, sputando o spruzando, il corpo dell’infermo,
le pareti e i confini della casa, come accade nella Guajira, dove per
mezzo di spruzzi di manilla vengono scacciati gli spi-titi maligni.
Nello stato più profondo di estasi/trance, si realizzano
fenomeni di posses-sione: gli spiriti, trovati nel ‘volo sciamanico’
entrano nel corpo stesso dello sciamano e lo ‘sostituiscono’ nel loro
agire: ci sono casi nei quali gli scia-mani posseduti parlano lingue
che in stato normale non concoscono. Di norma di questi stati di
alterazione non rimane nessun ricordo o consapevo-lezza.
7 Fumigazioni e insufflazioni sono altre risorse
dello sciamano in trance. Il fumo può essere soffiato
direttamente sulle parti malate dell’infermo op-pure nell’ambiente nel
quale si trova ad operare. Il soffio, così come il fumo,
possiede la virtù di scacciare gli spiriti av-versi Tra i
Piapoco lo scia-mano al-lontana uno spirito nocivo che proviene dal
cadavere di uomini cat-tivi sof-fiando sopra la casa del defunto, sulle
abitazioni e, soprattutto, sui bambini per proteggerli da questo
pe-ricolo. Tra i Warao il fumo del sigaro wina è il veicolo che
trasmette la condizione di wisidatu dal maestro al-l’apprendista.
"Quando il wisitadu fuma, trasferisce hebu dal suo petto al sigaro.
successi-vamente, nel momento culminante della iniziazione del
wisitadu, l’apprendi-sta fuma a sua volta, acqui-sendo nel proprio
petto hebu del maestro"
Il wisitadu soffia il fumo anche dentro la sua maraca che contiene i
sassi portatori di hebu, perchè "il tabacco è il cibo
degli hebu"
8 In molti casi lo sciamano si serve di colpi che si
dà sul petto oppure sul ter-reno. Appartengono al rituale anche
altri rumori, come colpi di tosse, schiocchi di lingua, gargarismi e
battito di rami, allo stesso modo dei fruscii prodotti da gonne o
collari di paglia durante i balli.
I colpi sul petto o sul terreno hanno lo scopo di fare risuo-nare
l’ener-gia vi-tale che è appunto contenuta dentro il petto e
nella terra-madre. Gli al-tri mezzi sonori hanno lo scopo di scac-ciare
gli spiriti maligni. "Il rumore delle foglie apre le porte delle
montagne dove vivono i mauri, che sono spiriti terribili così
come gli orodán o spiriti disin-carnati"
9 Grida, imitazioni dei versi degli animali,
grugniti e ventrili-quio sono ul-teriori risorse dello sciamano, che
deve possedere la capacità di variare in modo rilevante la
propia voce, per realizzare l’imitazione del gracidare delle rane, del
frinire della cicala, il la-trato, il grugnito del giaguaro, le grida
delle scimmie, canti dei passeri, ecc. Tutte queste imitazioni hanno lo
scopo di se-gnalare la pre-senza degli spiriti convocati. Il gracidare
della rana e il canto delle cicale, come avviene anche nella
realtà, annunciano la fine di una sic-cità. In alcuni
casi si ascolta la voce di uno ‘Spirito adiutore’ che suole essere uno
sciamano morto, che viene convocato perchè parli o canti per
bocca dello sciamano. Per quello che riguarda le grida di animali, non
sono da porre in relazione solo con animali vivi, reali, ma con
simbolizzazioni totemiche zoomorfe.
10 Durante l’atto di cura, lo sciamano getta terra
attorno al malato, lo pizzica, gli sputa tabacco o altre sostanze sul
corpo. Quando sputa verso il cielo calma le tempeste. Se lo fa verso il
fiume può calmare una piena. Soffia o succhia la ferita o aspira
nel punto che duole. Altre volte sputa verso il cielo o verso il fiume.
Tutto questo allo scopo di allontanare o scacciare lo spirito maligno,
causa dell’infermità. Talvolta lo sciamano mostra al malato o a
coloro che presenziano al rito, il supposto motivo
dell’infermità, che può essere un sassolino, un animale o
un og-getto che teneva nascosto.
11 Lo sciamano entra in trance e comincia un viaggio
mitico. Tra gli Yekuana il neofita "muore simbolicamente quando cade al
suolo du-rante il ballo sacro" In questo caso può
gestico-lare, essere preso da con-vulsioni e perfino subire una
sincope. Tra gli Yekuana, quando si produce il sonno letargico o morte
simbolica del neofita (catalessi), avviene il suo volo estatico agli
otto cieli. Questo sonno dura varie ore e al risveglio, comin-cia il
suo canto in una lingua segreta con la narrazione del volo effettuato
tra i di-versi cieli.
12 La danza può fare parte del rito: lo
sciamano balla solo o da-vanti ad un cerchio di persone, attorno al
malato, oppure guida altri danza-tori. Gli sciamani Piaroa ballano
durante il rito di pubertà dei maschi, con maschere a forma di
pecari e coperti di frange di paglia.
"I balli sacri sono pantomime che rappresentano la creazione del mondo
e sono di diffi-cile esecuzione poiche i ballerini sono mascherati e
portano lun-ghe sottane di paglia"
Nel ballo gli sciamani imitano costantemente gli animali, al fine di
ot-tenerne i poteri, come nel caso dei pecari degli Yekuana o i Piaroa.
Oppure lo spirito convocato può dirigere la danza per mezzo
dello sciamano.
"la danza è un fatto mitico, il danzatore è il
personaggio mitico, una attua-zione mi-tica, non una semplice
riproduzione...il mito originale non è una prosa nar-rativa: si
canta e si danza"
Evidentemente gli esempi menzionati potrebbero continuare
all’in-finito. Ci siamo solo proposti di dimostrare come ciascuno dei
sin-goli elementi espressivi del mito possiede un significato
molto preciso, che si ripresenta in differenti tribù, e come la
complessa espressione musicale (o sonora se preferiamo chiamarla
così) non può essere separata dall’espressione mitica
to-tale poichè ver-rebbe svuotata del proprio significato
più autentico.
Stefano Zuffi
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