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La
danza che cura
Cristina
Valle
Etnologa
(Savona)
Trovare
il giusto accordo tra utilizzo dinamico del corpo ed
equilibrio della mente rappresenta spesso un problema.
Quando, nel corso della mia ricerca e pratica della danza
indiana Bharata Natyam, mi sono trovata ad affrontare
questa dicotomia, ho realizzato quanto il corpo sia uno
strumento importante e quanto la crescita interiore abbia
come presupposto fondamentale una confidenza profonda con
questo nostro strumento.
Il
corpo, infatti, è tanto più sano quanto più si è in
grado di conoscerlo e gestirlo, per cui quanto più si
riesce a farlo tanto più si crea una situazione di
benessere.
Nel
momento in cui ci si pone come obiettivo la salute
dell’individuo, poi, occorre anche considerare il rapporto
con ciò che ci circonda ed il modo in cui si utilizzano o
si trascurano il corpo e le sue potenzialità.
I
gesti che compiamo nella vita quotidiana, ad esempio, sono
spesso meccanici ed automatici: riprendere il controllo su
di essi significa entrare in contatto con gli elementi che
usiamo ogni giorno, caricandoli di un preciso significato.
I
gesti compiuti con attenzione, infatti, fanno sì che il
mondo interiore entri in sintonia con quello esterno,
armonizzandosi con la natura e le sue leggi, ed è proprio
attraverso la danza, ritenuta una disciplina del corpo e
della mente, che è possibile raggiungere non solo quella
salute ed armonia dei movimenti a cui tutti aspiriamo, ma
anche liberare un corpo trascurato e vincolato da
preconcetti e cattive abitudini.
Tuttavia,
se è vero che possiamo attribuire ad ogni stile di danza
risultati di ordine pratico, come rafforzare il proprio
corpo, affrontare situazioni difficili ed acquisire agilità
e scioltezza, esistono però discipline che più di altre
migliorano lo stato di salute generale grazie ad un effetto
fortemente terapeutico.
Nell’ambito
della danza indiana Bharata Natyam, originaria
dell’India meridionale, ad esempio, si parla proprio di
compiere gesti caricandoli di una nuova consapevolezza e non
più in maniera distratta, oltre a mirare a trasfigurare e a
perfezionare la personalità umana.
Attraverso
il linguaggio gestuale di questa danza la personalità della
danzatrice può subire mutamenti, trasformandosi in
qualunque dio, demone o individuo essa impersoni.
Questo
concetto di danza o, più precisamente, di "danza
sacra", che permette alla danzatrice di superare la
condizione umana e, attraverso gesti precisi e codificati,
di identificarsi con la divinità che sta interpretando,
favorisce il raggiungimento di un nuovo stato di coscienza e
l’instaurarsi di una più completa armonia tra corpo e
mente.
Secondo
la tradizione indù, infatti, è possibile operare
cambiamenti nell’organismo, persino a livello cellulare,
influenzando il sistema neuro-vegetativo, i ritmi cardiaci e
respiratori, oltre ad ottenere la padronanza della
muscolatura liscia che normalmente, a differenza di quella
striata sfugge al controllo umano, grazie alla danza e a
particolari posizioni del corpo chiamate mudra. Per
questo motivo, la danza è fiorita unitamente alle
estenuanti pratiche ascetiche di coloro che praticano lo yoga,
come lunghi periodi di digiuno, rituali, esercizi di
controllo del respiro e di introversione assoluta.
L’asceta
per eccellenza, sempre per la tradizione indù, è
considerato il dio Siva, il quale è ritenuto anche
il Signore della Danza e colui dal quale questa antica forma
d’arte ha avuto inizio. Le leggende, secondo le quali la
danza non è che un rito che appartiene esclusivamente alle
divinità, spesso considerate abili danzatori, sono
innumerevoli e, del resto, la danza è collegata
tradizionalmente alla nascita del mondo.
Il
fatto che questa disciplina sia unita alla nascita
dell’universo e delle sue creature e che rappresenti il
prototipo dell’attività di creazione, si può spiegare
forse con il fatto che la danza possiede funzioni
cosmogoniche in grado di risvegliare energie latenti,
paragonabili a quelle che diedero origine al mondo. Questo,
tuttavia, non è il solo collegamento che si può trovare
tra l’utilizzo della danza a scopo terapeutico ed il fatto
che essa sia consuetudinalmente legata alla generazione
dell’universo: l’armonia e la precisione dei movimenti,
infatti, rispondono alla necessità di riportare ordine nel
caos che una malattia, come d’altronde il periodo che
precede la creazione, rappresenta.
Attraverso
gesti simbolici e rigorosamente codificati, inoltre,
l’individuo malato può essere ricondotto ad un periodo
mitico, ossia proprio all’inizio del mondo, soddisfando
così il costante bisogno dell’uomo di realizzare gli
archetipi.
Ogni
danzatore, quindi, in un certo senso, simboleggia e
ripropone costantemente questa attività creatrice, che egli
compie nella gioia. Il mondo, infatti, secondo la cultura
indù, non è stato creato una volta per tutte e, il tempo,
anche se può apparire un paradosso, non ha avuto inizio in
un determinato momento dell’eternità ma, al contrario,
l’attività creatrice si snoda ininterrottamente.
Inserendosi
in quel perpetuo flusso che sorge incessante dai primordi ad
oggi e lasciandosi investire da quelle energie rigeneratrici
in grado di proteggere e guarire dalle infermità, l’uomo
non può che trarne vantaggio.
Dal
momento che gli effetti fisiologici della danza sembrano
essere simili a quelli che procura il piacere, l’atto di
danzare presenta effetti narcotizzanti e stimolanti al tempo
stesso, assicurando benessere, felicità e sollievo in colui
che lo esegue.
Grazie
all’effetto che provocano il ritmo serrato e un movimento
costante ed intensivo, e cioè grazie alla produzione di
endorfine, non è raro che aumentino la resistenza e la
soglia del dolore e che diminuiscano lo sforzo fisico e
mentale. La validità e l’efficacia curativa della danza e
della musica, però, si accompagnano, soprattutto in India,
dove religione, arte e medicina sono indissolubilmente
legate, al loro aspetto sacro: l’aspetto terapeutico non
rappresenta, dunque, che una conseguenza di una cerimonia
religiosa atta a propiziare la divinità con la migliore
delle offerte, quella realizzata con il proprio corpo.
Il
campo di azione entro il quale i danzatori si muovono,
allora, diventa uno spazio privilegiato, separato
magicamente dal resto del territorio. In questo spazio,
qualitativamente diverso, il sacro si manifesta mediante una
rottura di livello che permette la comunicazione tra mondo
umano e mondo divino.
Nel
momento in cui si è introdotta la danza all’interno di
gruppi psicoterapici e, in particolare, nel corso dei primi
tentativi europei di utilizzo del Bharata Natyam a
scopo curativo, si è tenuto conto dell’aspetto sacro di
questa disciplina, seppure ponendo in primo piano la sua
capacità di prevenire e curare malattie e rinforzare
l’organismo. I movimenti ritmici e lo stato di esaltazione
che pervade il danzatore e che lo conduce in uno stato di
coscienza considerato diverso dal normale e su un livello
differente rispetto all’esperienza quotidiana, producono
anche un notevole allentamento delle tensioni psichiche.
D’altronde,
questa non è che l’emulazione di metodi di guarigione indù
antichi per cui tradizioni intere di sacerdoti inducevano,
attraverso la danza, psicosi di massa o stati ipnotici.
Questo tipo di suggestioni di gruppo o individuali venivano
utilizzate nel momento in cui si riteneva che agenti
soprannaturali fossero una delle cause principali della
malattia; agenti che si pensava fossero indipendenti dalla
volontà dell’individuo, come demoni o spiriti malefici,
trasferendo quindi la responsabilità dell’accaduto a
creature soprannaturali dette raksasa, che era
possibile propiziare con opportune offerte e libagioni.
Allo
scopo di indurre stati alterati di coscienza con funzione
terapeutica in un contesto rituale, viene utilizzata la
musica, la quale svolge un ruolo fondamentale nel
coordinamento motorio della danza stessa; attualmente, nella
maggior parte dei corsi di danza-terapia e nei casi di
malattia mentale in particolare, alcuni terapeuti sono
soliti accompagnare l’identità dei soggetti con l’uso
del movimento e del ritmo in un percorso di espressione,
comunicazione e socializzazione. Il sistema ritmico indiano,
estremamente sofisticato e basato su sistemi di note e
melodie chiamate raga, è, a questo proposito,
particolarmente adatto ed efficace in quanto, associando le
varie note a differenti tipi di emozione come la paura, la
gioia, l’amore, la quiete e la serenità, tiene in
considerazione non solo l’effetto gradevole all’orecchio
e quindi prettamente estetico, ma soprattutto l’efficacia
rituale e terapeutica che consiste nel provocare sensibili
cambiamenti nell’ascoltatore e nel porlo a contatto con
una realtà trascendente.
Durante
il primo tentativo di usare il Bharata Natyam a scopo
terapeutico in un centro di salute mentale di Madras, nel
1984, il metodo utilizzato è stato quello di associare un
suono a ciascuna delle posizioni di danza: secondo quanto
riporta Benedicte Bouquet des Chaux (1987), il gruppo di
ragazzi psicotici che partecipava all’esperimento doveva
memorizzare i suoni e i movimenti per poi cantarli ogni
volta in coro. Gli obiettivi che ci si prefiggeva erano
quelli di aiutare i ragazzi a migliorare la capacità di
coordinazione, la consapevolezza della loro unità
interiore, la concentrazione, la capacità di adattamento ed
i rapporti sociali.
Una
simile esperienza è stata anche realizzata nel 1985 in due
ospedali francesi, dove si è impiegata la danza Bharata
Natyam a scopo terapeutico su adulti schizofrenici. Nei
corsi organizzati dal "Centre de Thérapeutique
Expressionelle" dell’ospedale Esquirol di Saint
Maurice e dall’Ospedale Wagram di Parigi, i partecipanti
erano liberi di essere semplici spettatori o di unirsi al
gruppo di attività, al termine del quale erano invitati a
mettere per iscritto le loro impressioni e ciò che avevano
compreso. Il terapeuta proponeva ai pazienti di riprodurre
movimenti di danza che egli stesso eseguiva a ritmo di
musica. Ognuno, era poi invitato, a turno, a fare da esempio
agli altri. Questo metodo, che si basa sull’imitazione, ha
lo scopo di valorizzare la persona che serve da modello, la
quale, sentendosi osservata da tutto il gruppo, detiene
anche temporaneamente il "potere" che le delega il
terapeuta.
Anche
allo scopo di fornire ai malati una migliore organizzazione
sul piano psichico, i terapeuti introdussero, inoltre, un
supporto sonoro basato sul sistema musicale indiano ed
eseguito con il tala, uno strumento a percussione.
I
pazienti tentavano, così, di riprodurre la sequenza ritmica
con i battiti dei piedi, secondo tre velocità, poiché
riproducendo con i piedi o con le mani combinazioni ritmiche
complesse, essi giungevano a una strutturazione mentale che
comportava sia un lavoro di coordinazione che di
dissociazione di tutte le parti del corpo.
Ogni
gesto, infatti, tracciando linee precise in una rigorosa
costruzione spazio-temporale, permetteva ai pazienti di
avere sempre precisi punti di riferimento.
Lo
schizofrenico, del resto, secondo i terapeuti, è portato a
ristrutturare e ridurre lo spazio secondo rigide linee di
simmetria, comportamenti ripetitivi e compulsivi.
Talvolta,
poi, le costruzioni deliranti di un individuo schizofrenico
obbediscono alle stesse leggi delle nostre costruzioni
matematiche e delle nostre figure simmetriche: non a caso si
parla di "geometrismo" degli schizofrenici
riferendosi, in modo particolare, proprio alla
strutturazione dello spazio.
Inoltre,
i gesti simbolici che si inscrivono nello spazio patologico
dello schizofrenico riproducono certi archetipi delle
antiche religioni. Questo ha portato autori, come V.L.
Grottanelli, a citare in proposito la legge di regressione
secondo la quale la malattia mentale sgretolerebbe gli
strati più recenti del pensiero, facendo talvolta emergere
le immagini della magia primitiva o delle religioni antiche,
risvegliando gli archetipi addormentati.
Attraverso
l’utilizzo di simboli e forme primitive, dunque, la danza
indiana può, secondo i terapeuti, contribuire alla
ricostruzione dell’identità perduta nella malattia
mentale. Oltre all’azione catartica e liberatrice dal
punto di vista emozionale che la danza come attività
espressiva può, anche se solo temporaneamente, produrre, vi
è inoltre la possibilità di rappresentare un valido
strumento di comunicazione non verbale per esprimere
l’immaginario e lo stato d’animo di soggetti psicotici,
bloccati sull’uso della parola.
È
possibile, quindi, affermare che l’individuo malato, posto
all’interno di un sistema rigidamente codificato e che
riflette l’ordine cosmico, non attivi soltanto un
meccanismo di rivelazione dei contenuti inconsci e di
allentamento delle tensioni psichiche del malato stesso, ma
riesca anche a rigenerarsi, dal momento che la validità
terapeutica della danza dipende soprattutto dal fatto che i
linguaggi non verbali possiedono una maggiore universalità
ed efficacia.
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