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Anno II

Numero IV

Luglio - Agosto 1998

 

SULL’IMPIEGO DEGLI ACIDI NUCLEICI
DILUITI E DINAMIZZATI NEL TRATTAMENTO
DELLE PATOLOGIE DEGENERATIVE



Dott. MAURICE JENAER, Dott. BERNARD MARICHAL, Dott. PIETRO TUCCERI
Istituto Europeo di Immunoterapia a Dosi infinitesimali .
Institut 3 IDI - Parigi - Bruxelles
Direttore: Dott. Maurice Jenaer.

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L’ACIDO DESOSSIRIBONUCLEICO (ADN)



Descrivendo la molecola dell’ADN, Watson e Crick si riferirono a una struttura dinamica suscettibile di poter assumere diverse configurazioni spaziali (1,3,2).
Successive ricerche volte a indagarne meglio la plasticità, consentirono la compiuta interpretazione del meccanismo attraverso il quale i geni comunicano con gli elementi di regolazione della molecola (1,3,2).
I primi citogenetisti che cercarono di decodificare la molecola dell’ADN, furono sorpresi osservandone la presenza di sequenze virtualmente non codificanti che chiamarono introni. Essi rilevarono inoltre che in certe fasi del ciclo cellulare quella eterocromatina apparentemente muta scompariva. Agli occhi di taluni, certamente vittime di una poco attenta osservazione, sembrò trattarsi di una sorta di "scarto", per cui le trascurarono a vantaggio di quelle codificanti o exoni. Recentemente gli introni sono stati rivalutati, da quando si è scoperto che sono formati da reiterate sequenze di Adenina-Timina e Guanina-Citosina (1,3,2).
Nell’interfase, quanto l’ADN è diluito nel succo nucleare, quella eterocromatina si dispone in blocchi alla periferia nucleare per poter meglio veicolare le informazioni all’interno della molecola.
Nel 1977 Welles individuava un’altra peculiarità della molecola dell’ADN: quella della teleazione, attraverso la quale si può spiegare come un segnale proveniente dall’ambiente cellulare viene captato dal gene che sarà trascritto, inducendo così un’oscillazione vibratoria nella molecola compendiantesi nella "respirazione" dell’ADN (1,3,2).


Gli introni sono appannaggio delle cellule eucariote: ne consegue che, per esempio nei batteri, l’ADN fluttua liberamente nel protoplasma ed è costituito da sole sequenze codificanti. Questa caratteristica si potrebbe invocare come prova di un loro più avanzato stadio evolutivo, verosimilmente condizionato dalla brevità del ciclo generazionale (4).
Le cellule eucariote risultano dalla fusione di un nucleo cosiddetto ancestrale con un aubatterio. Da esse sarebbero poi derivati i mitocondri e i cloroplasti. Ma, accanto a questo lento iter filogenetico, dovuto alla maggior longevità degli eucarioti, bisogna ricordare che la più rapida evoluzione degli eubatteri verso le forme attuali è avvenuta attraverso una serie di generazioni che hanno facilitato l’eliminazione degli introni (4).
La presenza degli introni e degli exoni nelle cellule eucariote consente di poter organizzare al meglio la struttura a mosaico dei geni. Dopo la trascrizione dall’ADN all’ARN, si compie un processo maturativo che, segnatamente all’ARN, è finalizzato alla trasmissione delle sole sequenze codificanti (1,3,4,2).




L’ACIDO RIBONUCLEICO (ARN)

    Esso sostituisce il desossiribosio dell’ADN con un altro zucchero, il ribosio, e la timina con l’uracile; il suo ruolo è prioritario nella fisiologia cellulare, atteso che per suo tramite si esprime il messaggio genetico (1,3,2).
    Sembra ormai certo che gli albori della vita sul pianeta, circa cinque miliardi di anni fa, proprio l’ARN si formò per primo nel brodo primordiale. Il fenomeno è stato riprodotto in laboratorio, consentendo così di osservare l’organizzazione di brevi sequenze di ARN nel mezzo acquoso; esse tendono a unirsi poi reciprocamente, formando catene più lunghe e perciò più attive (1,2).
    Anche la molecola dell’ARN può immagazzinare le informazioni. Attraverso un processo di trascrizione, da essa sarebbe derivato l’ADN, provvisto di una maggiore stabilità. Tracce dell’enzima transcrittasi inversa sono presenti in tutte le cellule eucariote (4), dimostrando così che quel meccanismo esisteva già nelle cellule primordiali. Sino a poco tempo fa, si riteneva invece che esso fosse specifico dei retrovirus, che sono virus a ARN, per la produzione di una copia dell’ARN capace di integrasi nel genoma dell’ospite (1,2).
    Ma torniamo all’ARN cellulare. Lo facciamo per poter meglio considerare il ruolo svolto dall’ARNm. Dopo aver subito una prima maturazione nel nucleo, esso va incontro a escissioni e a saldature: di conseguenza esistono diverse molecole di ARNm, ciascuna delle quali presiede alla sintesi di altrettante proteine. Inoltre, sulla base delle informazioni provenienti dall’ambiente limitrofo, avvengono processi maturativi esitanti nella sintesi di altrettante molecole di ARNm. Quindi esso raggiunge i ribosomi per controllare la sintesi proteica (1,3). I ribosomi sono strutture formate da un’impalcatura di ARNr disposta lungo il filamento dell’ARNm, proprio per consentire la fissazione alla costituenda catena polipeptidica degli aminoacidi recanti dall’ARNt (1,3,2).



    Il substrato informativo della molecola dell’ADN è condizionato dalla peculiare ubicazione dei nucleotidi. Durante la trascrizione dall’ADN all’ARN, interviene l’ARN polimerasi: un enzima capace di fissarsi su una specifica sequenza aminoacidica che ne promuove la dislocazione lungo uno dei filamenti dell’ADN, il quale prende così a srotolarsi fino a quando non arriva il segnale di interruzione. Allora ogni tripletta di nucleotidi successivi forma un codone che porta alla sintesi di un determinato aminoacido (3).
    Lungo tali sequenze, a un certo punto si incontra una tripletta di nucleotidi: si tratta dell’anticodone, che a sua volta è specifico dell’aminoacido recato dall’ARNm. Quando il ribosoma si dispone lungo il filamento dell’ARNm, proprio dall’organizzazione spaziale dei codoni si stabilisce la successione con la quale saranno poi fissati gli ARNt relativi agli anticodoni complementari e, di conseguenza, ai rispettivi aminoacidi. Così si rende anche ragione del perché  l’ubicazione degli aminoacidi nella proteina corrisponde a quella dei codoni dell’ARNm (1,3,2).
    Di fronte a un evento patologico la cellula reagisce procedendo a un riassetto metabolico per poter meglio interpretare la nuova situazione. Questo riassetto adattativo coincide con la sintesi di un ARNm rimaneggiato, condizionato dai siti interessati dalle escissioni e dalle saldature. Un ARNm modificato comporta la sintesi di recettori di membrana speculari alla reazione della cellula malata. A ciò corrisponde la scelta di un determinato rimedio, dal momento che recettore e sintomatologia sono la conseguenza del processo adattativo a quella specifica perturbazione. Pertanto, entrambi si appellano al principio di similitudine, facendo scegliere un rimedio che, di fronte al proprio recettore, può agire rapidamente.
    Ci preme ancora ribadire l’impronta dinamica della struttura degli acidi nucleici, visto che sono ancora molti coloro che continuano ad assimilarli a rigide strutture preposte all’immutabile conservazione del patrimonio genetico delle specie. La loro dinamicità spiega come le cellule primordiali, i protobionti, si sono rese autonome provvedendosi della membrana cellulare, consentendo così la diversificazione delle specie attraverso le mutazioni subite dalla molecola dell’ARN. Quando quelle mutazioni si sono dimostrate filogeneticamente vantaggiose e quindi ricche di intrinsecità evolutiva, allora esse si sono allogate in una nicchia biologica.
    Dalla ricusazione di brusche transizioni nel processo di diversificazione delle specie, gli avversari del darwinismo rigettano questa ipotesi, la quale, per confermarsi valida, esigerebbe l’individuazione delle forme intermedie fra le diverse specie. Essa dovrà essere necessariamente rivista alla luce delle future scoperte scientifiche.
    Con gli stessi argomenti gli irriducibili rimangono arroccati al concetto di creazione della specie. Ci sembra senz’altro più equilibrato ritenere invece che la comparsa delle prime molecole di ARN e di ADN abbia coinciso col momento della creazione intesa in senso biblico.
    Rifacendosi a queste considerazioni, il biologo Ewin Conklin ha affermato che: <<…Esistono tante possibilità che la vita sia comparsa fortuitamente, quante se ne hanno per ottenere un dizionario completo dall’esplosione di una tipografia…>>.
Per avere un’idea della straordinaria ricchezza del nostro genotipo, è sufficiente immaginare che qualora fosse possibile scrivere tutte le informazioni contenute nel nostro ADN, si dovrebbe compilare almeno un migliaio di libri di seicento pagine ciascuno.




LE IMPLICAZIONI MEDICHE.


    Facciamo riferimento alle esperienze condotte nel Centro di Immunologia di Villejuif.
Nel 1980, l’Istituto "Gustave Roussy" convocava una conferenza stampa per annunciare   alla   comunità   scientifica   l’imminente  commercializzazione del "PolyA-PolyU", dopo i promettenti risultati derivati in oncologia dal protocollo sperimentale di Lacour. Il "PolyA-PolyU" era un poliribonucleotide di sintesi a doppia elica: dunque, era un analogo dell’ARN.
Di fronte ai promettenti risultati ottenuti dal protocollo Lacour nel cancro mammario del topo, dal 1972 furono selezionate 300 pazienti con neoplasia mammaria di medie dimensioni (stadiazione T2-T3), con o senza interessamento dei linfonodi ascellari, ma libere da metastasi clinicamente apprezzabili. A seconda dell’interessamento o meno dei linfonodi ascellari, all’intervento chirurgico veniva associata la radioterapia. Quelle pazienti vennero poi ripartite in due lotti randomizzati: il primo ricevette settimanalmente per sei settimane 30 mg. endovena di "PolyA-PolyU", mentre il secondo ricevette placebo (5,6,7).
Quell’esperienza si protrasse fino al 1979, obiettivando una significativa differenza di sopravvivenza a favore del gruppo trattato col "PolyA-PolyU". In particolare si rese evidente che le pazienti in post menopausa avevano una sopravvivenza a cinque anni senza metastasi né recidive pari al 72%, contro il 53% del gruppo placebo. La differenza appariva ancora più significativa nei casi con interessamento linfonodale, nei quali ma mortalità era del 31% nel gruppo di controllo e del 18% in quello trattato (5,6,7).
Il "PolyA-PolyU", che era stato annunciato come un "potente stimolante dell’immunità cellulare e tumorale", doveva essere commercializzato entro l’anno. Se non che, da allora, inspiegabilmente, non se ne è più parlato. Le ragioni di quel ripensamento sono verosimilmente da ricondursi a un inconveniente intuibile per ciascun omeopata: non bisogna sottovalutare infatti che il principio di similitudine, perché di esso si tratta, ricorre anche con la posologia ponderale. Addirittura, in tale evenienza, si prospetta la sollecitazione di una induzione patogenetica comportante l’innesco di un processo di facilitazione implicante un più aggressivo ritorno della malattia (8).




GLI ADN-ARN DILUITI E DINAMIZZATI.

    Le nostre prime prescrizioni risalgono al 1967: quindi a cinque anni prima a quelle di Lacour (8,9,10,11). I primi risultati relativi al loro impiego oncologico si riferiscono al 1972, quando li comunicammo al Congresso Internazionale di Omeopatia di Bruxelles: dunque a otto anni prima di quelli di Lacour. Allora il nostro intento era quello di poter trasporre in omeopatia l’azione svolta da quelle sostanze in dosi ponderali (8,9,10,11).


    Quelle esperienze ci consentirono di delineare le prime indicazioni e le relative controindicazioni sull’impiego degli ADN-ARN diluiti e dinamizzati.
Un paziente di 81 anni si dimostrò particolarmente sensibile a quei rimedi. Il suo disturbo consisteva nel ricorso di episodi sincopali epilettiformi riconducibili alla presenza di una spina irritativa cerebrale di origine vascolare. La notte successiva all’assunzione di una dose di ADN 6D, costui presentò una crisi epilettica talmente intensa da imporre il ricorso a una dose di Valium in vena. Dopo qualche settimana ricevette una dose di ARN 30K, alla quale seguì un’altra crisi epilettiforme più leggera della precedente.
Sulla base di quell’osservazione potemmo delineare una prima obiettivazione clinica degli ADN-ARN diluiti e dinamizzati, anche perché in proposito trovammo un solo riferimento: quello di Bonnier, che aveva somministrato ad adolescenti nord africani in stato carenziale due fiale al giorno di 66 mgr. Ciascuna di acidi nucleici (12). Due di quegli adolescenti, che erano veramente epilettici, manifestarono un certo nervosismo che ne consigliò la riduzione posologica (12).
L’evidente sproporzione ricorrente fra le dosi prescritte nelle due evenienze, le reazioni evocate da quei rimedi, ma anche l’esistenza di un substrato epilettico certamente più evidente in quei giovani dalle reazioni senz’altro più steniche dell’anziano, valsero a dimostrare che adottando la metodica della diluizione e della dinamizzazione era possibile esaltare le proprietà degli acidi nucleici.
Grazie a quella prima osservazione, ci fu perciò possibile dimostrare: l’attività dei rimedi, la validità del loro assorbimento sublinguale, l’esacerbazione delle loro proprietà mediante la preparazione omeopatica, ma anche l’esistenza di effetti collaterali.
Bisogna tuttavia precisare che da allora non abbiamo più incontrato pazienti così sensibili a quei rimedi. Normalmente, lo stimolo generale e cerebrale che essi manifestano si traduce in un minor bisogno di sonno. Questa loro azione stimolante è stata sfruttata dagli studenti sotto esami: ma si tratta di un’indicazione minore per dei rimedi che svolgono invece un’azione ben più profonda.
Finora sono centinaia i malati oncologici che beneficiano di questo trattamento. Ragioni di spazio non ci consentono di entrare nei dettagli, per cui ci limitiamo a riferire la sopravvivenza per undici anni di un paziente con adenocarcinoma del retto-sigma e metastasi epatiche. Forse fu il passaggio a un regime di discontinua assunzione di quei rimedi la causa della recidiva che lo condusse all’obitus dopo undici anni di esistenza trascorsa pressoché normalmente.
Lo stesso accade con un altro paziente affetta da leucemia linfatica cronica in fase di acutizzazione, il quale fu quasi resuscitato da quei rimedi che ricevette tre mesi dopo la sospensione del trattamento allopatico, quando ormai le sue disperate condizioni fisiche lasciavano prevedere imminente l’esito fatale. Da allora egli riprese un’esistenza normale che durò sei anni, dopo di che manifestò una recidiva causata dall’intempestivo arresto del trattamento che egli ritenne di poter ormai effettuare considerato l’ottimo stato di salute.








DURATA DEL TRATTAMENTO.


    Quando non si può intervenire chirurgicamente, è più difficile poter confidare in un’autentica guarigione con l’impiego dei soli ADN-ARN diluiti e dinamizzati. In questi casi normalmente riusciamo a stabilire solo una tregua.
    Tuttavia, si pone un quesito: per quanto tempo è consigliabile eseguire il trattamento con gli acidi nucleici diluiti e dinamizzati? Finché il tumore è manifesto, non ci sono dubbi: bisogna somministrarli, sia pure nel rispetto di specifiche modalità.
    Ma, quando si può asportare il tumore, eventualmente in associazione con la radio-e/o-chemioterapia, la somministrazione degli ADN-ARN diluiti e dinamizzati è raccomandata almeno per tre anni. Non bisogna sottovalutare infatti la situazione di immunodeficienza che ha costituito il substrato dello sviluppo neoplastico. D’ordinario l’organismo è capace di rimuovere le cellule cancerose che quotidianamente produce.
    Quando ricorre una deflessione della risposta immunitaria, esso perde tale capacità. Si tratta di una situazione che viene a consolidarsi nell’arco di alcuni anni che anticipano la manifestazione clinica della neoplasia: perciò non è superfluo in queste circostanze somministrare rimedi come gli ADN-ARN diluiti e dinamizzati che sono capaci di ripristinare l’omeostasi immunitaria, tanto più che nel frattempo sono stati adottati alcuni presidi immunodeficienti che vanno dall’astenia generale ricevuta in occasione degli interventi chirurgici subiti, all’eventuale radio-e/o-chemioterapia (12).
    Alla luce di queste considerazioni, riteniamo giustificati i tre anni di trattamento con gli acidi nucleici diluiti e dinamizzati. Comunque, quando il dubbio sussiste, in assenza di recidive, ma senza avere neppure la certezza delle completa rimozione neoplastica, consigliamo di attendere almeno cinque anni prima di interrompere il trattamento. Senza pretendere nulla di formale, riteniamo importante l’adozione di questo criterio.
    Attraverso queste precisazioni, si introduce un altro quesito: perché consigliamo si sospendere il trattamento con gli ADN-ARN diluiti e dinamizzati dopo quel lasso di tempo? Perché l’esperienza sperimentale e clinica che abbiamo accumulato in questi anni ci consente di poter affermare che quei rimedi rispettano effettivamente il principio di similitudine.
Già durante le sperimentazioni condotte con il Prof. Gengoux, era emerso che certi protocolli di più lunga durata comportavano il rischio di facilitazione. In quella circostanza, la somministrazione degli acidi nucleici diluiti e dinamizzati, si protraeva per più di un anno: ma si trattava di un periodo di tempo piuttosto lungo se rapportato alla longevità del topo.
Non a caso, i protocolli per il tumore di Landschutz che avevano preceduto quella sperimentazione, erano durati appena qualche settimana (14,15).
Analoghi risultati li conseguimmo con il Prof. Roberfroid. Con lui ci accorgemmo che somministrando quei rimedi prima della cancerizzazione, producevamo un’azione di facilitazione e non di inibizione come invece succedeva dandoli ad avvenuta cancerizzazione (14,15).






Un esempio clinico può aiutarci a capire meglio questo aspetto. Giunse alla nostra osservazione una paziente con epatite cronica aggressiva. Il trattamento con gli acidi nucleici diluiti e dinamizzati normalizzò in breve tempo il quadro clinico e laboratoristico, suscitando la scalpore del gastroenterologo che la seguiva.
Quella paziente, quindici anni prima, era stata operata per una neoplasia mammaria. Durante l’intervento di mastectomia, contrasse un’epatite post trasfusionale evolutasi poi in cirrosi. Due anni e mezzo di trattamento con i nostri rimedi sembravano averla guarita. Invece, da allora, si manifestò un ingravescente calo ponderale, cui seguì la comparsa di ripetizioni polmonari.
Come potevamo interpretare quella situazione? Indubbiamente tenendo conto della presenza di metastasi latenti a causa dell’epatite in atto. Del resto è dimostrato che una malattia intercorrente può sopirne un’altra in corso fino a quando, risolta la prima, ricompare la seconda. Ma poteva anche darsi che in quella malata, il sui sistema immunitario era stato alterato dalla neoplasia seguita dalla virosi, due anni e mezzo di trattamento con gli acidi nucleici diluiti e dinamizzati potevano aver indotto un processo di facilitazione patogenetica. Ad avvalorare quella ipotesi deponeva la concomitanza di circostanze famigliari che l’avevano notevolmente depressa.




I COMPLEMENTI.


    Ci limitiamo ad accennare a due soli rimedi dimostratisi capaci di normalizzare la cellula maligna in coltura: il DMSO (Dimetilsulfossido) e la Tiazolidina (16,17,18).
Dobbiamo a Gosalvez la scoperta del ruolo svolto dalla Tiazolidina nelle colture di cellule maligne; Brugarolas ne ha seguito l’impiego clinico nel suo servizio oncologico di Oviedo (16,17,18).
    Nonostante le promesse suscitate, da allora nessuno ha più parlato di quelle sostanze. Verosimilmente, anche allora, un ruolo determinante deve averlo svolto il dosaggio. Il che, comunque, non ne compromette l’efficacia. La loro importanza è rilevante nel nostro caso, poiché esse ci consentono di attuare un più razionale impiego degli ADN-ARN diluiti e dinamizzati, facendoli operare con un più ampio margine di sicurezza.
    Il nostro modulo terapeutico contempla, fra l’altro, l’impiego di sostanze che, come l’E.G.F. (Epidermic Growth Factor) e il P.D.G.F. (Platelet Derived Growth Factor), sono proteine codificate dai nostri oncogeni (19).
    Può sembrare strano che tra i nostri geni ve ne siano alcuni capaci di promuovere la degenerazione neoplastica, almeno col ricorso di determinate circostanze. Si tratta degli stessi oncogeni presenti nei retrovirus, i quali li avrebbero attinti a loro volta dalle cellule eucariote: perciò essi sono assimilabili ai proto-oncogeni, vale a dire a quei geni che sono presenti non solo nei vertebrati, ma anche nei lieviti, nella mosca drosophila…. Essi svolgono un ruolo fisiologico: alcuni lo assolvono durante lìembriogenesi, dopo di che vengono repressi.



    Nei retrovirus essi difettano di questa prerogativa, per cui risultano intensamente stimolati dalla vicinanza di altri geni deputati alla sintesi delle proteine dell’involucro cellulare (19).
    Gli oncogeni codificano le protein-chinasi, cioè sostanze altamente reattive. La nostra esperienza dimostra che l’impiego dell’E.G.F. in alta diluizione può inibire l’oncogene o il fattore di crescita, che è poi il suo prodotto. Di qui il nostro intento di riuscire a contenere l’effetto facilitante insito nell’impiego degli acidi nucleici diluiti e dinamizzati, dal momento che, oltre a svolgere un’azione preventiva, l’E.G.F. è capace di bloccare lo stesso processo proliferativo (19).




CONCLUSIONE.


    In conclusione, ci preme insistere su due aspetti essenziali ai fini della comprensione della nostra metodica terapeutica.
    In primo luogo  intendiamo ribadire che il nostro organismo è fatto di informazione, la quale si offre nel duplice aspetto energetico e materiale. La comprensione di questa peculiarità si rapporta al concetto di informazione cellulare, il quale a sua volta è sotteso a un principio biopsichico che regola questi meccanismi. Non ci addentriamo nell’argomento per non rischiare di sconfinare nel metafisico, atteso che l’Omeopatia non ha nulla in comune con esso.
    Quanto alla componente energetica degli organismi viventi, ricordiamo solo che essa è obiettivabile in diversi modi, che spaziano dall’effetto kirlian ad attrezzature più sofisticate che sono capaci di registrare l’energia elettromagnetica dei rimedi che viene poi inviata al paziente.
    In secondo luogo, bisogna ricordare la nostra origine dallo stadio monocellulare, attraverso il quale siamo passati nel momento del concepimento. Già allora, forse giova ricordarlo, eravamo noi stessi, con tutte le nostre caratteristiche somatiche e psichiche. Il nostro futuro era già scritto in quella molecola di ADN, conseguenza della più o meno felice fusione degli ADN nei nostri genitori. Tutto il resto è stato la sola espressione di quanto era già codificato in quella cellula. Le influenze esercitate su si essa dall’ambiente limitrofo hanno avuto un’importanza relativa e solo segnatamente all’aspetto esteriore di quel codificato divenire.
    Queste considerazioni rendono ragione del perché quel che si applica all’individuo si applica a maggior ragione alla cellula. Questa realtà biologica è stata ben compresa dai nostri predecessori, tra i quali merita di essere ricordato Ortega, i quali hanno sostituito il concetto di "miasma" con quello di "comportamento cellulare.".

 BIBLIOGRAFIA



1) - LOUISOT, P.: "Les acides nucléiques", Biologie structurale, Simap.
2) - WATSON, J.: "La double hélice", Jeune Science, Laffont, 1968.
3) - DAVIDSON, J.N.: "La biochimie des acides nucléiques", Paris, 1960.
4) - MARGULIS, L.: "L’origine des cellules eucariotes", La Recherche, 163, Vol. 16, Fev., 85.
5) - LACOUR, J.: "Adjuvant treatment with polyadenylic-polyurydilic acid (PolyA-PolyU) in operable breast cancer", The Lancet, July 26, 1980.
6) - CANCER DU SEIN: "PolyA-PolyU est le dernier succès de l’immunothérapie", Conference de presse de l’Institut Gustave Roussy, Quotidien du Médecin, Juin, 1980.
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8) - JENAER, M.: "Commentaires sur la pathogénésie des acides nucléiques", Homéopathie Francaise, 10, Déc., 1973.
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10) - JENAER, M.: "Aprés quatre années d’emploi des acides nuchéiques dynamisés en thérapautique homéopathique", Rev., Belge d’Hom., 2, 1972.
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