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L'arco
e la lira
Antropologia
del dolore nella filosofia classica
Prof. Paolo Aldo Rossi
Storia del pensiero scientifico Università
degli Studi di Genova
I dolori
sono insegnamenti.
Il termine
greco "pasco", che starebbe per "ciò che si prova,
passivamente, nel bene o nel male, nel fisico o nel morale",
indica, appunto con il verbo, proprio lo stato passivo
dove è capitato un accidente, un caso, una contingenza
ad una determinata persona. Seppur il verbo presenti
un duplice significato che, inizialmente, sta per "provo
una impressione, una sensazione, un sentimento gradito
o spiacevole", alla fine lo si usa, generalmente, per
"soffro, sopporto, subisco ... dolori, mali, sventure,
pene, sofferenze".
Il latino
patior e 1'italiano patire sono chiari:
ciò che si patisce è sempre pena, patimento,
sofferenza, miseria, danno, sciagura, digrazia, calamità,
sconfitta ... ma mai una gioia. La gioia, "Freunde,
schóöne Góötterfunken, Tochter
aus Elysium" "splendida scintilla divina, figlia
dell'Eliso", appicca 1'incendio al tutto e tutti ne aspirano
a farne parte, perchè essa deve essere condivisa
da più persone che ne sono beneficiate anche a
diverso livello; iniziata, al passivo, come una scintilla
che dovunque si applica, essa da passio si trasfoma
subito in actio ed esige che più di una persona
ne faccia parte.
Addirittura,
molte più persone ne sono partecipi, più una gioia
diventa "perfetta". Si veda nei casi di grandi gioie
dovute a vittorie sportive o politiche, dove tutti ne
sono "facenti parte": dal comune tifoso, che passa la
notte a urlare la propria gioia con migliaia di altri,
allo staff tecnico e ai vincitori propriamente detti
che non la smettono di esultare, felicitarsi e rallegrarsi
1'un con 1'altro."Il dolore può bastare a se stesso,
- scrisse Mark Twain in Following the Equator -
ma una gioia, per apprezzarla a fondo bisogna avere qualcuno
con cui dividerla".
Il noto
proverbio "Mal comune, mezzo gaudio" si riferisce all'evento
che un dolore da più persone sofferto, per il
solo fatto di essere intersoggettivabile e comunicabile,
cessa di essere patimento e si trasforma in un qualcosa
di molto simile al disagio o al malessere, ossia alla
mezza contentezza. Un qualcosa di condivisibile con gli
altri uomini, sia sul piano della cognizione e dell'esperienza
che su quello della ragione, ci fa comprendere d'essere
pezzi di qualcosa, di non essere delle isole ma parti
di un continente, d'essere uomini che sanno di godere
e di tribolare insieme.
Un uomo,
è vero, ha sempre la pretesa di patire di più di
chiunque altro perchè non partecipa con altri uomini di
tale passione e quindi del suo dolore: questo, per il
fatto d'essere unico ed irripetibile, sarà anche
indefinibile e incomunicabile. Nella Grecia antica l'espressione
Paqos è ogni affezione dell'anima che sia accompagnata
dal piacere o dal dolore, dove il piacere e il dolore
sono segno di una reazione immediata dell'essere vivente
ad una situazione favorevole o sfavorevole tale che questi
sia disposto ad affrontare la situazione con tutti i
mezzi di cui sia in possesso.
Platone,
nel Filebo (17, 31 d, 32 a) , dichiara che il dolore
si ha quando la proporzione delle parti che compongono
1'essere vivente risulta predominata, compromessa o
controllata di modo che manchi 1'armonia, mentre si ha il
piacere quando tale armonia venga ristabilita.
Egli
afferma: "... quanto v'è di utile nel suono musicale
è stato dato all'udito a ragione dell'armonia. L'armonia, i
cui movimenti sono affini alle rivoluzioni periodiche
dell'anima (Periodoi) che sono in noi, non serve - come
qualcuno crede - ad irragionevoli diletti, ma a chi si
giova delle Muse con intelligenza, dalle Muse stesse
la riceve in dono per comporre in modo ordinato e rendere
consono a se stesso (katakosmhsin kai sumfwnia) il moto
periodico dell'anima che fosse divenuto discorde in noi;
e così il ritmo, che per nostra costituzione sarebbe
in noi privo di misura e di grazia, fu dato da quelle
come aiuto allo stesso scopo" (1) .
L'anima
dell'uomo, quindi, può congiungersi all'anima del mondo in
sinfonia armonica (in perfetta comunicazione
teleologicamente auto regolata) con una serie continua di
retroazioni tendenti costantemente ad un fine: mantenere in
equilibrio dinamico 1'ordine psichico e 1'ordine cosmico
secondo inviolabili leggi regolate da Necessità.
Nella fase aurorale del pensiero greco, il tempo in cui
germinano i concetti che più tardi si dispiegheranno
nella possente speculazione attica, la nozione di causalità
rimanda a una connessione razionale intesa come concatenazione
di eventi regolati secondo giustizia (correttezza logica
a armonia etica) al fine di mantenere l'armonia del cosmo
in un incessante processo di equilibrio dinamico.
La rottura
dell'equilibrio, condizione ineludibile del divenire,
è la minaccia estrema, 1'accadere è incominciare
a essere o uscire dal niente, è la colpa radicale che esige
di necessità la riparazione e 1'espiazione tramite
la pena. Il farsi altro dall"'apeiron" è percorrere
i sentieri della metamorfosi, le strade dell'apparire
e dello scomparire, del nascere e del morire (l'origine
da l'annullarsi in). In definitiva: è 1'ingresso
nella storia e il sottomettersi al destino. Nella dinamica
per cui dal Chaos nasce il Cosmo (grazie al logos,
la parola che genera e mantiene 1'Armonia) si assiste,
come a una immane battaglia fra il principio dell'ordine
e quello del disordine, una contesa che dura dall'inizio
dei tempi e percorre incessantemente gli spazi della
storia dell'universo secondo un ciclo di incessanti alternanze.
L'andare
oltre, l'inoltrarsi nella regione del disordine, rappresenta
per il mondo greco 1'autentico tentativo di sopraffazione
della morte nei confronti della vita, significa 1'aver
sconfinato nelle terre dove non v'è la presenza
del dio e, di conseguenza, dove non può esservi
la sua immagine: 1'uomo. Laddove non v'è ordine
non v'è armonia, dove non vi è armonia
non vi è vita, dove non c'è vita non vi è
1'uomo, dove non vi è l'uomo non vi è la polis -
e qui il cerchio si chiude - dove non vi è la
polis non vi è ordine. La quadruplice armonia
pitagorica (basata sulla sacra tetrakis) era stata teorizzata
fin dall'inizio in questi termini: armonia fra arco e
corda, fra corpo e anima, fra cittadino e stato, fra
le sfere e il cielo stellato.
Il pensiero
greco ha intuito che 1'armonia si genera dalla lotta,
l'ordine dal disordine, la vita dalla morte. "L'armonia
- dice Filolao - si origina dai contrari, poiché essa
è fusione del molteplice a concordia del discorde"(2).
Allorché Platone, nel costruire il mirabile mito
cosmologico del Timeo, volle delineare il Caos
precedente all'ordinamento demiurgico del mondo, secondo
la classica scansione che progressivamente perviene alla
realizzazione della sintassi fisica, dell'armonia etica
e della verità logica, scrive:"Tutti questi
elementi erano disposti allora senza ragione e senza
misura ... erano in quello stato in cui è naturale
sia ogni cosa quando Dio non è presente" (3).
Il dio
greco che è ordinatore, ma non creatore, pone ordine
nel caos, ricompone le sparse membra dell'universo, traccia
limiti e confini risuggellando 1'illimitato indeterminato
entro precise strutture ordinate; egli è presente
laddove c'è vita e s'allontana nel momento in
cui la morte riconferma il disordine. Egli è il
demiurgo, 1'artigiano che opera secondo i dettami di
armonia. Il termine platonico dhmiuorgsss (demiurgo)
sta letteralmente per "colui che lavora per il pubblico",
ossia 1'artigiano. A differenza del "poeta" (da Poiesi
= generare), che esercita 1'arte creativa del "mettere
al mondo", il demiurgo è 1'artefice che sa connettere
e accordare, secondo un disegno coerente, le parti di
un tutto.
Il verbo
che indica 1'azione del demiurgo è armozw (armozo) e
sta per "accordare, comporre, connettere ...", da
cui armonia (collegamento, giuntura, connessione, trama) .
Non è casuale che la lingua greca, la cui ricchezza
semantica è davvero imponente, utilizzi lo stesso
termine per indicare sia 1'arco che la vita (biss) (4).
L'arco e la lira, che hanno medesima forma, ma diversa
funzione, sono gli strumenti di Apollo, il dio che con
l'arco produce la morte e con la lira conserva la vita,
producendo 1'armonia che regge 1'ordine del mondo. L'arco
è la morte, è la materia che si agita discorde,
il corpo senza vita; dalla vibrazione della sua corda
si genera il moto che spinge le frecce che portano il
disordine della morte, mentre dalle vibrazioni delle
corde della lira nasce la sinfonia che mette concordia
nell'inesauribile lotta fra gli elementi.
Nel Fedone
il pitagorico Simmia dichiara che l'anima è armonia
e che essa sta al cosmo come 1'armonia del numero pari
sta alla lira. Come 1'incorporea musica si integra al
corpo della lira anche "L'anima si integra nel corpo
per mezzo del numero e della immortale armonia ... L'anima
ama il corpo perché senza di esso non potrebbe usare i
sensi" (5). Fra la vita e la morte, fra 1'ordine e il
disordine, vi sono degli stati tipici dell'uomo che è
attratto dall'armonia e respinto dal caos, che è
attratto dalla gioia e respinto dal dolore. In altre
parole: per Platone gli stati di piacere e di dolore
sono fondamentali per 1'essere del vivente in questo
mondo, perchè essi sono i modi di sentire l'armonia.
"Ha vera musica in sè colui che ha composto una
sinfonia accordando 1'armonia del corpo con quella dell'anima."
(6)
Aristotele
i piaceri li tratta come attuazione di abiti, desideri o
stati naturali e i dolori al contrario: "Sia definito
che il piacere è un determinato movimento dell'animo è
un ritorno totale e sensibile allo stato naturale, e
che il dolore è il contrario. Necessariamente,
dunque, è piacevole per lo più il tendere
allo stato di natura, ... ciò che non è
forzato; infatti la costrizione è contro natura;
... Gli affanni, i travagli, gli sforzi sono dolorosi,
giacché sono imposti da neces-sità e forzati, se
non vi si è abituati: ... E ciò di cui sia in noi
il desiderio è sempre piacevole; il desiderio
è infatti impulso verso una cosa piacevole." (7)
Il ristabilimento
e il repristino di una condizione naturale o la ricostituzione
di un moto naturale (sia del corpo che dell'anima) valgono
per lui, in fisica come in antropologia: "il desiderio
è infatti impulso verso una cosa piacevole" come
il moto naturale. "Definiamo che la paura è un
dolore o un turbamento proveniente dall'immaginazione
di un male che può giungere, portante distruzione
o dolore; infatti, non si temono tutti i mali, ad esempio
di essere ingiusto o tardo di mente, bensì solo
quelli che possono procurare gravi dolori e distruzioni; e
occorre anche che questi mali non appaiano lontani, ma
prossimi e tali da essere imminenti.
Infatti
quelli molto lontani non si temono; tutu gli uomini infatti
sanno che moriranno, ma poiché la morte non è prossima,
non se ne preoccupano per nulla. Se questo è il
timore, è necessario che le cose che lo suscitano
siano tutte tali da sembrar avere grande potenza di distruggere
o di provocare danni che producano un grande dolore.
Perciò persino i segni di tali cose sono temibili;
infatti la cosa che si teme appare prossima; e appunto
in ciò consiste il pericolo, nell'avvicinarsi
di una cosa temibile". (8)
Con questa
analisi, metafisicamente opposta a quella platonica,
Aristotele definisce il dolore come il temuto e la gioia
come il desiderato, non in quanto essi sono 1'imperfetto e
il perfetto in sè, ma quanto appunto perfetto perchè
voluto, ambito, cercato, 1'imperfetto perchè paventato.
Ora il dolore è un indice della situazione ostile
e sfavorevole in cui 1'essere vivente si trova, e al
contrario la gioia indica una situazione favorevole;
esse sono delle emozioni ed hanno delle funzioni nella
economia dell'esistenza umana: in Platone indici di armonia/disarmonia,
mentre in Aristotele indici di desiderabile/indesiderabile
o anche come valori in positivo a in negativo.
Per gli
Stoici le emozioni non sono nè degli istinti ne delle
ragioni, ma solo delle opinioni prive di senso o dei giudizi
errati. Cicerone (9) le definisce fenomeni di stoltezza e
di ignoranza che fanno si che "si giudichi di sapere
ciò che non si sa". Il saggio ne è immune
per il fatto stesso di essere saggio, egli mette in atto
1'apatia; ben sa che esistono quattro fondamentali emozioni:
la brama de beni futuri e il timore de mali futuri e
la letizia dei beni presenti e 1'afflizione de mali presenti,
ma lui contro di questi fa intetvenire la volontà,
la gioia, e la precauzione, i tre stati di equilibrio
razionale.
Sant'Agostino,
a questo punto, fa intervenire la volontà, il principio
dell'azione dove qualunque essere vivente agisce in vista
della soddisfazione di un bisogno, dell'appagamento di
un desiderio o della realizzazione di un fine: "La volontà,
egli disse, è in tutti i moti dell'animo; anzi,
tutti i moti dell'animo non sono altro che volontà.
Che cosa sono infatti la cupidigia a la letizia se non
volontà consenziente alle cose desiderate? E che
cosa sono la paura e la tristezza se non volontà
che ripugna da cose non volute? Secondo la diversità
delle cose che si desiderano o si fuggono, la volontà
umana, rimanendone attratta o ripugnandone si muta e
si volge in questa o quest'altra emozione". (10)
Siano
i dolori considerati come indice di disarmonia, come valore
in negativo, come espressione della volontà, essi valgono
come Paqhmata-maqhata, ossia "I dolori sono
insegnamenti". "La saggezza - aveva scritto
Eschilo nell'Agamennone - si conquista attraverso la
sofferenza".
1) Platone,
Timeo, 47d.
2) Filolao,
DK, 32 B 10.
3) Platone,
Timeo, 52 d 2.
4) Dell'arco,
invero, il nome è vita, ma l'opera è morte (Eraelito,
DK 22 B 48). Alcuni non comprendono come, disgiungendosi,
con se stesso si accordi, una trama di rovesciamenti,
come appunto quella dell'arco a della lira (Eraclito,
DI, 22 B 51).
5) DKB611
22.
6) Platone,
Timeo, IX, 591 d.
7) Ret.
1, 11, 1369 b 33 a anche Et. a Nicom. VII, 13, 1153 a
14.
8) Ret.
Il, 5, 1382, a, 20.
9) Tusc.
4, 26.
10) De
Civ. Dei, XIV, 6.
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