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Anno II

Numero V

Settembre - Ottobre 1998

 

La città assediata dall'interno da un nemico invisibile

 

Prof. Paolo Aldo Rossi

 

 

Storia del Pensiero Scientifico - Università degli Studi di Genova

 

 

Che il pericolo venisse dal di fuori, gli uomini lo avevano sempre saputo. Nessuna civilizzazione ha mai ignorato la regola che un qualunque agglomerato di edifici acquista il ruolo di spazio del sociale soltanto dopo che lo si è fornito di opportuni sistemi di difesa, ossia quando un insieme di case vien cinto da mura e diventa "città fortificata".

Mura, porte, torri, fossati e bastioni sono cantati dai poeti come "i più begli ornamenti delle città" e, come le splendide armature dei suoi guerrieri ed i gioielli delle sue donne, le fortificazioni entrano costantemente in incisive metafore che non mancano mai nelle descrizioni dei viaggiatori e nelle celebrazioni degli storici e spesso si trasformano in forme proverbiali del genere "dalle mura conosci la città".

Allo straniero, vagabondo, mercante o soldato, che le scorge da lontano incutono stupore e timore; a chi vive entro la cinta offrono sicurezza e contribuiscono a dissipare la paura. Infinite sono le descrizioni dei sistemi di difesa delle città che le letterature dei vari popoli ci hanno tramandato. Non a caso Archiloco ha sintetizzato l'archetipo urbano della fortificazione sentenziando: "La volpe conosce infinite astuzie, il porcospino ne sa una sola, ma la più necessaria". Al di là delle iperboli letterarie, degli intenti celebrativi e dell' orgoglio di patria, le varie raffigurazioni delle strutture difensive presentano tutte un elemento costante: dato che il nemico è lo straniero, colui che viene dall'esterno, queste sono necessarie per respingere la paura fuori dalle proprie mura, per mitigare il naturale senso di insicurezza con il ricorso ad un imponente spiegamento di protezioni, per attutire con opportune precauzioni il ricorrente senso del pericolo ed esorcizzare l'insopportabile ansia di una fine spaventosa tenendo sempre vivo il simbolo dell'infinito spavento.

Sarebbe impossibile tracciare una storia delle città senza ricorrere costantemente al complesso delle relazioni che intercorrono fra il dentro e il fuori le mura, senza tener conto dei passi fortificati, dei ponti presidiati, dei porti protetti e muniti, delle porte difese da innumerevoli congegni di sicurezza, delle torri ben fornite di uomini armati, delle continue interruzioni precauzionali delle vie di comunicazione.

Quando, però, questo complesso sistema difensivo si stravolge e si rivolta contro chi lo ha messo in atto ed a lui ha affidato tutte le sue speranze di sicurezza, allora Deimos (il Timore) e Fobos (la Paura) diventano gli dei implacabili del terrore, generano la disperazione, gli uomini smarriti e naufraghi comprendono che non vi è più alcuna offerta adatta a conciliare le due tremende personificazioni dello spavento, salvo accettare al passivo l'ineluttabile fine.

Mai gli uomini avevano dovuto sperimentare questa infinita disperazione nei propri mezzi difensivi. A introdurre ciò nella storia dell' umanità si incaricò la peste: un nemico invisibile, invincibile, inafferrabile che s'era annidato entro le mura donde non fu mai più possibile stanarlo; fu allora che le porte, i bastioni, le torri, i fossati divennero inservibili e restarono a presidiare una città impotente, annichilita dallo stupore che nulla potesse servire ad allontanare la paura ed essere l'analogo di quelle mura che per millenni avevano attutito le ansie degli abitanti.

In tempo di peste non sorgono i mitici eroi capaci di reggere da soli l'urto degli assedianti, non si tramandano esempi di atti di eroismo o di sacrifici individuali o collettivi per salvare la città, non esistono tregue, accordi cavallereschi, patteggiamene con il nemico, non v'è epopea di vinti e di vincitori; la peste non ha regole umane, non segue alcuna logica comprensibile, non ha un volto, una bandiera e, spesso, neppure un nome. Essa è l'archetipo stesso dello Straniero Invasore, colui del quale si ignorano lingua, usi e costumi, mentre si sa per certo che da questi si deve sempre attendere una cieca ferocia omicida ed una inconciliabile furia distruttiva. Ed è appunto alla logica dell'invasione, condotta secondo la rigorosa strategia della "soluzione finale", la completa distruzione degli abitanti dei territori occupati, che si rifà Procopio di Cesarea nel descrivere l'avanzata della peste del 54243 d.C. "Per questo flagello, però, non si riesce a esprimere a parole né a ipotizzare col ragionamento una radice qualsiasi: non resta che ricondurlo a Dio [... ] Sembrava procedere secondo una regola e sostare dovunque per un periodo determinato, non danneggiando nessuno in modo superficiale, ma diffondendosi nelle due parti del mondo fino all' estremità della terra, quasi temendo che le sfuggisse qualche decesso". (1)

Non si tratta di un qualcosa di simile alle migrazioni armate, alle occupazioni dei territoti, ai saccheggi ed agli stanziamene dei popoli barbari con cui l'Impero e gli Imperi romani avevano imparato a convivere da secoli. Se proprio volessimo rimanere fedeli alla metafora della cieca ferocia distruttiva a ciò intenzionata non dall'umana volontà, ma dal castigo divino, dovremmo riandare con la memoria alla comparsa del terrore personificato a cui si temette addirittura di dare un nome proprio: esso venne chiamato Godelgisel (Cottesgeissel), ossia flagellum Dei. Ma quando Attila mori (nel 454) erano già passati più di cinquant'anni dacchè il suo popolo di uomini-cavallo, comparso dal nulla emergendo dalle nebbie del bassopiano dell'Ister, aveva travolto il vallo confinario danubiano. "Una nuova piaga - scrive Sidonio Apollinare vescovo di Clermont - s'è abbattuta: le schiere sciamanti di sfrenata ferocia, tremende, avide di bottino, sanguinane e giudicate barbare dagli stessi barbari" e il dalmata Girolamo di Stridone "... dalla lontana Palude Meotide, dal vertice orientale del Mar Nero e dal fiume Dnestr, sciamavano schiere di Unni".

Giordane nel tracciare le origini del flagello unno inaugura una linea di pensiero destinata a dare i suoi ci frutti diversi secoli dopo quando al comparire delle pestilenze si inizierà a tracciare la teoria della grande congiura satanica. Per lo storico goto il popolo unno nasce da alcune donne malvagie (le streghe haljarunae cacciate dalla Scozia dal re goto Filimero) le quali si accoppiarono a spiriti maligni ed ebbero "l'orrenda prole che dapprima visse nelle paludi". "Furono tra di noi senza che sapessimo donde venivano" recita una tavoletta anonima di Antiochia. Agli inizi di quel tragico IV secolo il terrore si sparge per tutto l'Impero: dalla Francia meridionale Paolino è desolato di fronte all'impotenza dell'esercito

"... vengono sconfitti coloro che la paura ha atterrato ancor prima della battaglia" e ribadisce che l'unico modo per allontanare la piaga è quella " ... di recidere i bubboni degli antichi vizi", mentre dalla Terra Santa il grande Padre Girolamo prega: "Possa Cesù tener lontane queste fiere dall'impero romano. Sono apparse dove meno le si aspettava e hanno preceduto in rapidità la loro fama. Non hanno alcuna religione e nessuna è da loro rispettata. Non hanno risparmiato né ceto né età, né provano pietà per i bambini inermi. Hanno messo a morte lattanti

appena in vita [... ] (2)

I toni e i modi del periodare sono simili a quelli usati da Agostino, San Girolamo, Orosio, Sozomeno, Rutilio Namanziano per descrivere il sacco di Alarico, ma la sostanza è molto diversa. Non a caso il moralista marsigliese Salviano afferma circa l'incendio di Roma: "Pur trattandosi di un avvenimento molto recente, potrebbe sembrare, a chi osserva la moltitudine del popolo romano e ne ascolta il tumultuare, che non sia accaduto nulla, se il ricordo dell'incendio non fosse tenuto vivo dalle rovine ". In effetti non è accaduto nulla di inatteso non si dice dal popolo, abituato ormai da secoli ad una sempre più effimera stabilità sociale e al totale disinteresse verso il politico, ma anche dagli uomini della Chiesa per i quali il mondo declina alla sua ultima età e la Città di Dio si fa precedere dai segni che preannunciano i giorni del giudizio finale. Ben diverso fu il terrore provocato dalle orde sciamanti degli Unni, gli esecutori di una irragionevole condotta bellica tesa esclusivamente alla distruzione.

Un conto, infatti, è paventare l'accadere di un evento atteso, un altro è il trovarsi ad essere i testimoni dell'incomprensibile, dover assumere il compito di render ragione dell'incommensurabile.

Gli Unni, come la peste, rappresentarono nella storia dell'Occidente l'inintelleggibile, un quid di inesplicabile che poteva soltanto essere riferibile alla logica della catastrofe intenzionata dal castogo divino, da un lato, ed alla pedagogia della sofferenza dall'altro.

Il flagello unno ha tutte le caratteristiche della soluzione finale. La condotta di questi angeli vendicatori, che sbucano dal nulla in groppa a piccoli cavalli, è quella tipica dell'esecutore di un disegno che travalica sia la logica del cittadino romano che quella dei barbari germani: essi non conquistano territori per insediarvicisi, non occupano le case, non s'impadroniscono dei campi, non istallano governi, ma, come le catastrofi naturali, colpiscono senza alcun discernimento, seminano la distruzione e scompaiono con la stessa rapidità con cui sono apparsi. Diluvio delle genti, fuoco vendicatore, voraci cavallette, pestilenza ... essi sono la personificazione di tutte le piaghe bibliche e ribadiscono nello stesso tempo i segni dell'Apocalisse e la pedagogia del Dio della Vendetta.

"Dici che la spada dei barbari - scrive S. Agostino in una lettera del 409 a Vittoriano - ha ucciso buoni e zelanti cristiani. Ma che importa se è stata la febbre o la spada a separarli dal corpo? Dei suoi servi a Dio non importa la causa, ma il modo in cui si separano dalla vita per venire a Lui ".

Quando arriva la fine del mondo, continua a ripetere il Santo vescovo di Ippona, bisogna migrare dal mondo e non tenervi attaccato il proprio cuore. Nella logica dell'Avvento della Città di Dio la fame, la guerra e la peste hanno un loro preciso ruolo semantico, ma laddove il ferro, il fuoco e la fame appartengono al consueto itinerario storico costantemente sperimentato dagli uomini, la peste rappresenta il nuovo, l'inatteso, l'inesplicabile. I segni della peste acquistano allora tutte le caratteristiche del prologo della rappresentazione degli ultimi giorni.

"Molti allora - scrive Paolo Diacono ricorrendo ad evidenti prestiti biblici - videro con i loro occhi l'angelo buono e l'angelo cattivo che giravano di notte per la città: quante volte, a un cenno dell'angelo buono, l'angelo cattivo percuoteva con uno spiedone che aveva in mano la porta di una casa, tanti entro il giorno seguente vi morivano " (3), analogamente, a sei secoli di distanza, Matteo Villani ribadisce la consueta visione biblica della teodicea:"Trovasi nella santa Scrittura che, avendo il peccato corrotto ogni via della umana carne, Iddio mando il diluvio sopra la terra [..] dappoi per li tempi multiplicando la gente, sono stati alquanti diluvi particolari mortalità, corruzioni e pistolenze, fami e molti altri mali che Iddio ha permesso venire sopra gli uomini per li loro peccati " ' . Stessi toni e stessi accenti ha il Memoriale ai Milanesi di San Carlo Borromeo: "Era già questa città come quell'arboro grande, veduto in sonno da Nabucodonosor [...] all' improvviso venne un vigilante e santo dal Cielo, e gridò forte con queste voci: Tagliate su quest'arbore [... ] Ecco in un tratto dal Cielo che vien la pestilenza, che è la mano di Dio, e in un tratto fu abbassata a tuo dispetto la tua superbia; sei fatta in un subito dispregio ne gli occhi del mondo; sei ristretta dentro dei tuoi muri, son rinchiuse ne i tuoi confini le tue mercanzie, le tue abondanze, i tuoi traffichi; non era piu' chi venisse ad abitar teco, a nutrirsi de i tuoi frutti, a provvedersi ne i besogni delle tue mercanzie, a vestirsi de i tuoi panni, a riposar ne i tuoi letti, a godere delle tue commodità"'

All’interno della visione cristiana della storia la teoria del "flagellum Dei" quale spiegazione elle catastrofi ha una sua logica inoppugnabile e fornisce, oltretutto, sul piano psicologico la non indifferente gratificazione di poter motivare l'inutilità delle proprie difese con l'onnipotenza di Colui che ha potuto vanificarle.

L'incommensurabilità fra la ratio divina e quella umana consente di accettare con lo spirito di Giobbe anche gli eventi più incomprensibili, motivandoli all' interno di una fede che non cerca altre ragioni se non quelle della fede stessa. Quali altre ragioni, quindi, si potevano accampare a spiegazione delle terribili pestilenze di cui ci parlano Procopio, Paolo Diacono, Gregorio di Tours ed altri, se non quelle legate ad un superiore e non investigabile disegno divino? "Dov'eri tu - chiede Dio a Giobbe - quando io stabilivo i fondamenti dell'universo? Parla dunque se possiedi tanta scienza" A che vale, dunque, porre domande e cercare risposte quando le vere ragioni delle cose le conosce soltanto il Creatore?

Fu con il sorgere del nuovo millennio che, come noto, s'istaurò un nuovo rapporto fra fede e ragione, o per meglio dire si incominciò a cercar ragioni anche laddove fino ad allora era bastata la sola fede. Specie per quanto attiene la causa delle catastrofi naturali l'altomedioevo vi aveva sempre riconosciuta la mano di Dio e si era limitato ad indicare i peccati degli uomini come momento scatenante della dialettica colpa-pena. Sulla scorta di sagge guide come Sant'Agobardo di làone o San Bonifacio si era sempre negato che potessero esistere uomini malvagi capaci di operare malefici, scatenare tempeste, provocare danni alla salute con mezzi magici o stregonici. Contro coloro che credevano poter agire in tal senso con intenzioni malvage sia il diritto penale che i penitenziali altro non riconoscevano che il peccato di superstizione aggravato dall'intenzione di operare il male, ben consci che solo Dio può agire sugli eventi naturali modificandone il corso. Ma, come ben sappiamo, tutto questo cominciò ad essere messo in dubbio e, sia pur con la lentezza tipica dei profondi cambi delle forme della men lità, iniziò a farsi spazio l'idea che l'operazione malefica non fosse soltanto intenzionale, ma sicuramente reale.

Nel 1109 il Beato Landolfo da N Vergiate, vescovo di Asti, ottenne dai magistrati della città che alcune donne, sospettate di pratiche malefiche ad amorem et mortem, fossero condannate al rogo quali responsabili di una immane veneficio. Infuriava allora una terribile pestilenza che, secondo le cronache dell'epoca, già aveva mietuto ventottomila vittime e, come sempre in tempo di epidemia, l'impari lotta contro il "nemico invisibile" aveva indotto gli uomini, ormai pietrificati dal terrore, a trovare una via d'uscita alla loro forzata passività, indicando alla pubblica vendetta i responsabili della strage.

Poco importa che per ragioni di opportunità politica, e grazie all'alto rango di alcune di queste "streghe", la pena sia stata commutata, la loro condanna resta, fra innumerevoli altre eseguite, a memoria di una rotta del comportamento sociale che, non certo inaugurata dal presule astigiano, era rimasta costante e avrebbe continuato il suo inarrestabile cammino per secoli.

La teoria della "grande congiura" rappresenta una spiegazione dell'epidemia decisamente più "accettabile" e "ragionevole" di quanto non lo siano il castigo divino, le perfide congiunzioni astrali, la malignità delle comete, le esalazioni putride del terreno ed altre consimili ragioni motivabili con la fisica o la teodicea. Dare un nome ai colpevoli, scoprire le ragioni del loro agire, individuare le loro strategie, descrivere le armi che essi utilizzano significava perlomeno tentare una difesa, mutare la passività in attività, esorcizzare il terrore trasformandolo in odio. Ciò significava portare la guerra sul piano del sociale, territorio più consono alla lotta, piuttosto che scendere a impossibile contesa contro Dio e la Natura.

L’idea della "grande congiura" si presenta già nel mondo classico (greco e romano) con le stesse caratteristiche di liturgia del sospetto e della vendetta tipiche dei "temps du desespoir" del medioevo. Ne valgano i due autorevolissimi esempi di Tucidide e Livio.

La città assediata dall'interno, infatti, non è più difendibile ricorrendo a complesse opere militari, nè le leggi "scolpite nel cuore dei cittadini" potevano ancora valere. Quando il nemico è fra noi non è possibile non sospettare che esso abbia l'appoggio di qualcuno dei nostri.

E' così che le leggi perfettamente in grado di tenere a bada - in tempo di pace - i vari corpi estranei alla società criminali, disadattati, diversi ... ) divengono - in tempo di guerra - più rigide, inappellabili, prive di misericordia.

E' però solo nei tempi della disperazione che il sistema giuridico si stravolge e si frantuma, non è più in grado di fornire garanzie, non accetta ragioni, non costruisce e non spiega i dati, ma si limita ai soli fatti interpretati secondo la logica del "ogni evento ha un responsabile". Si tratta di scovare i colpevoli (l'antica scansione dialettica, tipica della Grecia arcaica, per cui la nozione di causa è uguale a quella di colpa) e punirli secondo l'ineluttabile legge naturale del contrappasso. Essi, i colpevoli, pur abitando la città, non ne fanno parte, sono l'archetipo stesso dello Straniero, colui del quale si ignorano lingua, usi e costumi, mentre si sa per certo che da questi si deve sempre attendere una cieca ferocia omicida ed una inconciliabile furia distruttiva. Costoro rappresentano quella marca fluttuante di emarginati, diversi, disintegrati, devianti che popolano gli spazi lasciati deserti dal mondo dei normali. Sono l'inesauribile serbatoio dal quale estrarre i "capri espiatori" nei tempi negati alla speranza. Ebrei e moriscos di cui non si condividono le credenze religiose, non si comprende la cultura ed a cui si invidiano eventuali ricchezze o riuscite sociali, i miserabili ed i vagabondi la cui scandalosa esistenza rinnova costantemente nella memoria dei benestanti un tremendo senso di colpa, i lebbrosi colpiti da un male che troppo tarda a portarli alla tomba e la cui presenza costantemente accresce l'indice della paura e il senso dell’impotenza contro la malattia, gli eretici destabilizzatori dell'ordine politico e religioso, ed infine le streghe.

Con un'arma tanto ben collezionata la controffensiva al venefico contagio (anche l'eresia e la stregoneria sono spesso definite malefica peste) diveniva automatica. Le paure che avevano popolato le menti di un popolo abituato a individuare i colpevoli delle sue sofferenze fra gli emarginati dal corpo sociale, non potevano che ritornare ancor più massicce in tempo di pestilenza:

L’idea che la morte provenisse da una infezione dell'aria e delle acque fece imputare agli Ebrei la contaminazione dei pozzi, delle acque e dell'aria. La gente si rivoltò ferocemente contro di loro, al punto che in Germania ed in altri luoghi dove risiedevano degli Ebrei, ne furono uccise, massacrate e bruciate dai cristiani parecchie migliaia. [... ] Furono trovati, si dice, molti cattivi cristiani che, essi pure, avvelenavano i pozzi...(6)

Nel 1321 scoppiò e si propagò in tutta la Francia, dal Sud all'Ovest, una terribile persecuzione contro i lebbrosi e gli Ebrei, accusati di aver avvelenato i pozzi. Dopo la sanguinosa vendetta, voluta ed eseguita o direttamente dal popolo o con il suo attivo consenso, i lebbrosi vennero legalmente segregati a vita e separati dal resto del corpo sociale.

Si diceva - scriveva un anonimo cronista del XIV secolo - che gli ebrei fossero complici dei lebbrosi in questo crimine: e per questo molti di loro furono bruciati insieme ai lebbrosi. Il popolino si faceva giustizia da sé, senza chiamare né il prevosto né il balivo: chiudeva la gente nelle case, insieme col bestiame e le masserizie, e appiccava il fuoco.(7)

La cosa si ripete in modo ancor più feroce in tempo di peste conclamata. Quando nel 1347 le galee genovesi, provenienti da Costantinopoli, portarono a Messina il contagio, e la peste si propagò rapidamente in tutta Europa, allora ci si ricordò nuovamente della grande congiura. Mutarono i mandanti (al posto del re di Granada si sostituiscono via via varie potenze straniere nemiche), restarono costanti i finanziatori-mediatori (gli Ebrei), mentre si arricchì di nuove categorie sociali la massa degli esecutori (lebbrosi, mendicanti, poveri, folli, eretici e streghe). Un intero mondo di emarginati è assunto al ruolo di capro espiatorio. Nessuno, fra gli appartenenti al ceto popolare, può essere certo di salvarsi dalla persecuzione, proprio perchè le guerre, le carestie e le epidemie possono da un momento all'altro far si che chiunque possa precipitare nel baratro delle classi emarginate.

Ogni rapporto sociale sarà, allora, avvelenato dal sospetto, ogni momento della vita segnato dal timore di una probabile denuncia; si ingenera, quindi, un diffuso senso di insicurezza e sulle macerie di una società frantumata dall'intolleranza sorgerà lo spazio storico della disperazione. Il Satana che è dentro di noi, il demone che abita in ogni uomo, si risveglia ogniqualvolta ci si sente braccati, impossibilitati a chiamare in causa il diritto, incapaci di tollerare il sopruso e l'arbitrio.

Non è facile evocare un tale demone dalla coscienza collettiva di un'intera società, bisogna aver sostituito i valori con la confusione, aver proliferato le norme fino al vuoto formalismo, aver fatto del politico lo spazio dell'abuso e della sopraffazione, svuotato la fede dell'emozione d'amore, mortificata e derisa l'intelligenza. Fu così che al dramma di una città assediata dall'interno da un nemico invisibile s'aggiunse I' angoscia profonda provocata dalla scoperta che il vero avversario da combattere non era tanto la morte quanto l'oscuro fantasma che tormenta e scatena i demoni di Deimos e Fobos.

 

Note

1-Procopio di Cesarea, De Bello Gotico, 1, 2, cap. XX

2-San Girolamo, Epistulae, ed I. Hilberg, CSEL, 19101918

3- Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, Rusconi, Milano, 1974, pp. 187-88.

4-Giovanni Villani, Cronica, Einaudi, Torino, 1979.

5-San Carlo Borromeo, Memoriale ai milanesi, Milano, 1579.

6- Benáerts e Samaran, Choix de textes historiques de la France de 1228 à 1610, Parigi, 1926, pp. 34-35

7-Dom M. Bouquet, Recoeuil des historien de la Gaule ... Parigi, 1877-1904.Specie i libri XX, XXI e XXIII contengono le diverse cronache della presunta congiura Ebrei-lebbrosi per avvelenare i pozzi. In breve, Jean l'Archéveque fa pervenire a Filippo V la confessione di uno dei capi dei lebbrosi il quale ammette di aver ricevuto da un ebreo, dietro una somma di denaro e promesse di importanti cariche a vittoria ottenuta, il veleno per inquinare le fonti idriche. Manco a dirlo gli ingredienti del veleno sono dal più al meno gli stessi che ritornano nelle confessioni delle streghe. L'organigramma della grande congiura era così strutturato: il re di Granada, non potendo vincere i cristiani con la forza, ricorre all'astuzia assoldando degli Ebrei i quali a loro volta assoldano i lebbrosi, dopo aver fatto loro abiurare la religione ed averli legati a Satana. A compenso dell'intero affare gli Ebrei si sarebbero prese le ricchezze dei nobili e dei facoltosi cristiani e i lebbrosi ne avrebbero ereditato le cariche nobiliari o religiose.