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La
città assediata dall'interno da un nemico invisibile
Prof.
Paolo Aldo Rossi
Storia
del Pensiero Scientifico - Università degli Studi di Genova
Che
il pericolo venisse dal di fuori, gli uomini lo avevano
sempre saputo. Nessuna civilizzazione ha mai ignorato la
regola che un qualunque agglomerato di edifici acquista il
ruolo di spazio del sociale soltanto dopo che lo si è
fornito di opportuni sistemi di difesa, ossia quando un
insieme di case vien cinto da mura e diventa "città
fortificata".
Mura,
porte, torri, fossati e bastioni sono cantati dai poeti come
"i più begli ornamenti delle città" e, come le
splendide armature dei suoi guerrieri ed i gioielli delle
sue donne, le fortificazioni entrano costantemente in
incisive metafore che non mancano mai nelle descrizioni dei
viaggiatori e nelle celebrazioni degli storici e spesso si
trasformano in forme proverbiali del genere "dalle mura
conosci la città".
Allo
straniero, vagabondo, mercante o soldato, che le scorge da
lontano incutono stupore e timore; a chi vive entro la cinta
offrono sicurezza e contribuiscono a dissipare la paura.
Infinite sono le descrizioni dei sistemi di difesa delle
città che le letterature dei vari popoli ci hanno
tramandato. Non a caso Archiloco ha sintetizzato l'archetipo
urbano della fortificazione sentenziando: "La volpe
conosce infinite astuzie, il porcospino ne sa una sola, ma
la più necessaria". Al di là delle iperboli
letterarie, degli intenti celebrativi e dell' orgoglio di
patria, le varie raffigurazioni delle strutture difensive
presentano tutte un elemento costante: dato che il
nemico è lo straniero, colui che viene dall'esterno, queste
sono necessarie per respingere la paura fuori dalle proprie
mura, per mitigare il naturale senso di insicurezza con il
ricorso ad un imponente spiegamento di protezioni, per
attutire con opportune precauzioni il ricorrente senso del
pericolo ed esorcizzare l'insopportabile ansia di una fine
spaventosa tenendo sempre vivo il simbolo dell'infinito
spavento.
Sarebbe
impossibile tracciare una storia delle città senza
ricorrere costantemente al complesso delle relazioni che
intercorrono fra il dentro e il fuori le mura, senza tener
conto dei passi fortificati, dei ponti presidiati, dei porti
protetti e muniti, delle porte difese da innumerevoli
congegni di sicurezza, delle torri ben fornite di uomini
armati, delle continue interruzioni precauzionali delle vie
di comunicazione.
Quando,
però, questo complesso sistema difensivo si stravolge e si
rivolta contro chi lo ha messo in atto ed a lui ha
affidato tutte le sue speranze di sicurezza, allora Deimos
(il Timore) e Fobos (la Paura) diventano gli dei implacabili
del terrore, generano la disperazione, gli uomini smarriti e
naufraghi comprendono che non vi è più alcuna offerta
adatta a conciliare le due tremende personificazioni dello
spavento, salvo accettare al passivo l'ineluttabile fine.
Mai
gli uomini avevano dovuto sperimentare questa infinita
disperazione nei propri mezzi difensivi. A introdurre ciò
nella storia dell' umanità si incaricò la peste: un nemico
invisibile, invincibile, inafferrabile che s'era annidato
entro le mura donde non fu mai più possibile stanarlo; fu
allora che le porte, i bastioni, le torri, i fossati
divennero inservibili e restarono a presidiare una città
impotente, annichilita dallo stupore che nulla potesse
servire ad allontanare la paura ed essere l'analogo di
quelle mura che per millenni avevano attutito le ansie degli
abitanti.
In
tempo di peste non sorgono i mitici eroi capaci di reggere
da soli l'urto degli assedianti, non si tramandano esempi di
atti di eroismo o di sacrifici individuali o collettivi per
salvare la città, non esistono tregue, accordi
cavallereschi, patteggiamene con il nemico, non v'è epopea
di vinti e di vincitori; la peste non ha regole umane, non
segue alcuna logica comprensibile, non ha un volto, una
bandiera e, spesso, neppure un nome. Essa è l'archetipo
stesso dello Straniero Invasore, colui del quale si ignorano
lingua, usi e costumi, mentre si sa per certo che da questi
si deve sempre attendere una cieca ferocia omicida ed una
inconciliabile furia distruttiva. Ed è appunto alla logica
dell'invasione, condotta secondo la rigorosa strategia della
"soluzione finale", la completa distruzione degli
abitanti dei territori occupati, che si rifà Procopio di
Cesarea nel descrivere l'avanzata della peste del 54243 d.C.
"Per questo flagello, però, non si riesce a esprimere
a parole né a ipotizzare col ragionamento una radice
qualsiasi: non resta che ricondurlo a Dio [... ] Sembrava
procedere secondo una regola e sostare dovunque per un
periodo determinato, non danneggiando nessuno in modo
superficiale, ma diffondendosi nelle due parti del mondo
fino all' estremità della terra, quasi temendo che le
sfuggisse qualche decesso". (1)
Non
si tratta di un qualcosa di simile alle migrazioni armate,
alle occupazioni dei territoti, ai saccheggi ed agli
stanziamene dei popoli barbari con cui l'Impero e gli Imperi
romani avevano imparato a convivere da secoli. Se proprio
volessimo rimanere fedeli alla metafora della cieca ferocia
distruttiva a ciò intenzionata non dall'umana volontà, ma
dal castigo divino, dovremmo riandare con la memoria alla
comparsa del terrore personificato a cui si temette
addirittura di dare un nome proprio: esso venne chiamato
Godelgisel (Cottesgeissel), ossia flagellum Dei. Ma quando
Attila mori (nel 454) erano già passati più di
cinquant'anni dacchè il suo popolo di uomini-cavallo,
comparso dal nulla emergendo dalle nebbie del bassopiano
dell'Ister, aveva travolto il vallo confinario danubiano.
"Una nuova piaga - scrive Sidonio Apollinare vescovo di
Clermont - s'è abbattuta: le schiere sciamanti di sfrenata
ferocia, tremende, avide di bottino, sanguinane e giudicate
barbare dagli stessi barbari" e il dalmata Girolamo di
Stridone "... dalla lontana Palude Meotide, dal vertice
orientale del Mar Nero e dal fiume Dnestr, sciamavano
schiere di Unni".
Giordane
nel tracciare le origini del flagello unno inaugura una
linea di pensiero destinata a dare i suoi ci frutti diversi
secoli dopo quando al comparire delle pestilenze si inizierà
a tracciare la teoria della grande congiura satanica. Per lo
storico goto il popolo unno nasce da alcune donne malvagie
(le streghe haljarunae cacciate dalla Scozia dal re goto
Filimero) le quali si accoppiarono a spiriti maligni ed
ebbero "l'orrenda prole che dapprima visse nelle
paludi". "Furono tra di noi senza che sapessimo
donde venivano" recita una tavoletta anonima di
Antiochia. Agli inizi di quel tragico IV secolo il terrore
si sparge per tutto l'Impero: dalla Francia meridionale
Paolino è desolato di fronte all'impotenza dell'esercito
"...
vengono sconfitti coloro che la paura ha atterrato ancor
prima della battaglia" e ribadisce che l'unico modo per
allontanare la piaga è quella " ... di recidere i
bubboni degli antichi vizi", mentre dalla Terra Santa
il grande Padre Girolamo prega: "Possa Cesù tener
lontane queste fiere dall'impero romano. Sono apparse dove
meno le si aspettava e hanno preceduto in rapidità la loro
fama. Non hanno alcuna religione e nessuna è da loro
rispettata. Non hanno risparmiato né ceto né età, né
provano pietà per i bambini inermi. Hanno messo a morte
lattanti
appena
in vita [... ] (2)
I
toni e i modi del periodare sono simili a quelli usati da
Agostino, San Girolamo, Orosio, Sozomeno, Rutilio Namanziano
per descrivere il sacco di Alarico, ma la sostanza è molto
diversa. Non a caso il moralista marsigliese Salviano
afferma circa l'incendio di Roma: "Pur trattandosi di
un avvenimento molto recente, potrebbe sembrare, a chi
osserva la moltitudine del popolo romano e ne ascolta il
tumultuare, che non sia accaduto nulla, se il ricordo
dell'incendio non fosse tenuto vivo dalle rovine ". In
effetti non è accaduto nulla di inatteso non si dice dal
popolo, abituato ormai da secoli ad una sempre più effimera
stabilità sociale e al totale disinteresse verso il
politico, ma anche dagli uomini della Chiesa per i quali il
mondo declina alla sua ultima età e la Città di Dio si fa
precedere dai segni che preannunciano i giorni del giudizio
finale. Ben diverso fu il terrore provocato dalle orde
sciamanti degli Unni, gli esecutori di una irragionevole
condotta bellica tesa esclusivamente alla distruzione.
Un
conto, infatti, è paventare l'accadere di un evento atteso,
un altro è il trovarsi ad essere i testimoni
dell'incomprensibile, dover assumere il compito di render
ragione dell'incommensurabile.
Gli
Unni, come la peste, rappresentarono nella storia
dell'Occidente l'inintelleggibile, un quid di inesplicabile
che poteva soltanto essere riferibile alla logica della
catastrofe intenzionata dal castogo divino, da un lato, ed
alla pedagogia della sofferenza dall'altro.
Il
flagello unno ha tutte le caratteristiche della soluzione
finale. La condotta di questi angeli vendicatori, che
sbucano dal nulla in groppa a piccoli cavalli, è quella
tipica dell'esecutore di un disegno che travalica sia la
logica del cittadino romano che quella dei barbari germani:
essi non conquistano territori per insediarvicisi, non
occupano le case, non s'impadroniscono dei campi, non
istallano governi, ma, come le catastrofi naturali,
colpiscono senza alcun discernimento, seminano la
distruzione e scompaiono con la stessa rapidità con cui
sono apparsi. Diluvio delle genti, fuoco vendicatore, voraci
cavallette, pestilenza ... essi sono la personificazione di
tutte le piaghe bibliche e ribadiscono nello stesso tempo i
segni dell'Apocalisse e la pedagogia del Dio della Vendetta.
"Dici
che la spada dei barbari - scrive S. Agostino in una lettera
del 409 a Vittoriano - ha ucciso buoni e zelanti cristiani.
Ma che importa se è stata la febbre o la spada a separarli
dal corpo? Dei suoi servi a Dio non importa la causa, ma il
modo in cui si separano dalla vita per venire a Lui
".
Quando
arriva la fine del mondo, continua a ripetere il Santo
vescovo di Ippona, bisogna migrare dal mondo e non tenervi
attaccato il proprio cuore. Nella logica dell'Avvento della
Città di Dio la fame, la guerra e la peste hanno un loro
preciso ruolo semantico, ma laddove il ferro, il fuoco e la
fame appartengono al consueto itinerario storico
costantemente sperimentato dagli uomini, la peste
rappresenta il nuovo, l'inatteso, l'inesplicabile. I segni
della peste acquistano allora tutte le caratteristiche del
prologo della rappresentazione degli ultimi giorni.
"Molti
allora - scrive Paolo Diacono ricorrendo ad evidenti
prestiti biblici - videro con i loro occhi l'angelo buono e
l'angelo cattivo che giravano di notte per la città: quante
volte, a un cenno dell'angelo buono, l'angelo cattivo
percuoteva con uno spiedone che aveva in mano la porta di
una casa, tanti entro il giorno seguente vi morivano "
(3), analogamente, a sei secoli di distanza, Matteo Villani
ribadisce la consueta visione biblica della teodicea:"Trovasi
nella santa Scrittura che, avendo il peccato corrotto ogni
via della umana carne, Iddio mando il diluvio sopra la terra
[..] dappoi per li tempi multiplicando la gente, sono stati
alquanti diluvi particolari mortalità, corruzioni e
pistolenze, fami e molti altri mali che Iddio ha permesso
venire sopra gli uomini per li loro peccati " ' .
Stessi toni e stessi accenti ha il Memoriale ai Milanesi di
San Carlo Borromeo: "Era già questa città come quell'arboro
grande, veduto in sonno da Nabucodonosor [...] all'
improvviso venne un vigilante e santo dal Cielo, e gridò
forte con queste voci: Tagliate su quest'arbore [... ] Ecco
in un tratto dal Cielo che vien la pestilenza, che è la
mano di Dio, e in un tratto fu abbassata a tuo dispetto la
tua superbia; sei fatta in un subito dispregio ne gli occhi
del mondo; sei ristretta dentro dei tuoi muri, son rinchiuse
ne i tuoi confini le tue mercanzie, le tue abondanze, i tuoi
traffichi; non era piu' chi venisse ad abitar teco, a
nutrirsi de i tuoi frutti, a provvedersi ne i besogni delle
tue mercanzie, a vestirsi de i tuoi panni, a riposar ne i
tuoi letti, a godere delle tue commodità"'
All’interno
della visione cristiana della storia la teoria del "flagellum
Dei" quale spiegazione elle catastrofi ha una sua
logica inoppugnabile e fornisce, oltretutto, sul piano
psicologico la non indifferente gratificazione di poter
motivare l'inutilità delle proprie difese con l'onnipotenza
di Colui che ha potuto vanificarle.
L'incommensurabilità
fra la ratio divina e quella umana consente di accettare con
lo spirito di Giobbe anche gli eventi più incomprensibili,
motivandoli all' interno di una fede che non cerca altre
ragioni se non quelle della fede stessa. Quali altre
ragioni, quindi, si potevano accampare a spiegazione delle
terribili pestilenze di cui ci parlano Procopio, Paolo
Diacono, Gregorio di Tours ed altri, se non quelle legate ad
un superiore e non investigabile disegno divino?
"Dov'eri tu - chiede Dio a Giobbe - quando io stabilivo
i fondamenti dell'universo? Parla dunque se possiedi tanta
scienza" A che vale, dunque, porre domande e cercare
risposte quando le vere ragioni delle cose le conosce
soltanto il Creatore?
Fu
con il sorgere del nuovo millennio che, come noto, s'istaurò
un nuovo rapporto fra fede e ragione, o per meglio dire si
incominciò a cercar ragioni anche laddove fino ad allora
era bastata la sola fede. Specie per quanto attiene la causa
delle catastrofi naturali l'altomedioevo vi aveva sempre
riconosciuta la mano di Dio e si era limitato ad indicare i
peccati degli uomini come momento scatenante della
dialettica colpa-pena. Sulla scorta di sagge guide come
Sant'Agobardo di làone o San Bonifacio si era sempre negato
che potessero esistere uomini malvagi capaci di operare
malefici, scatenare tempeste, provocare danni alla salute
con mezzi magici o stregonici. Contro coloro che credevano
poter agire in tal senso con intenzioni malvage sia il
diritto penale che i penitenziali altro non riconoscevano
che il peccato di superstizione aggravato dall'intenzione di
operare il male, ben consci che solo Dio può agire sugli
eventi naturali modificandone il corso. Ma, come ben
sappiamo, tutto questo cominciò ad essere messo in dubbio
e, sia pur con la lentezza tipica dei profondi cambi delle
forme della men lità, iniziò a farsi spazio l'idea che
l'operazione malefica non fosse soltanto intenzionale, ma
sicuramente reale.
Nel
1109 il Beato Landolfo da N Vergiate, vescovo di Asti,
ottenne dai magistrati della città che alcune donne,
sospettate di pratiche malefiche ad amorem et mortem,
fossero condannate al rogo quali responsabili di una immane
veneficio. Infuriava allora una terribile pestilenza che,
secondo le cronache dell'epoca, già aveva mietuto
ventottomila vittime e, come sempre in tempo di epidemia,
l'impari lotta contro il "nemico invisibile" aveva
indotto gli uomini, ormai pietrificati dal terrore, a
trovare una via d'uscita alla loro forzata passività,
indicando alla pubblica vendetta i responsabili della
strage.
Poco
importa che per ragioni di opportunità politica, e grazie
all'alto rango di alcune di queste "streghe", la
pena sia stata commutata, la loro condanna resta, fra
innumerevoli altre eseguite, a memoria di una rotta del
comportamento sociale che, non certo inaugurata dal presule
astigiano, era rimasta costante e avrebbe continuato il suo
inarrestabile cammino per secoli.
La
teoria della "grande congiura" rappresenta una
spiegazione dell'epidemia decisamente più
"accettabile" e "ragionevole" di quanto
non lo siano il castigo divino, le perfide congiunzioni
astrali, la malignità delle comete, le esalazioni putride
del terreno ed altre consimili ragioni motivabili con la
fisica o la teodicea. Dare un nome ai colpevoli, scoprire le
ragioni del loro agire, individuare le loro strategie,
descrivere le armi che essi utilizzano significava perlomeno
tentare una difesa, mutare la passività in attività,
esorcizzare il terrore trasformandolo in odio. Ciò
significava portare la guerra sul piano del sociale,
territorio più consono alla lotta, piuttosto che scendere a
impossibile contesa contro Dio e la Natura.
L’idea
della "grande congiura" si presenta già nel mondo
classico (greco e romano) con le stesse caratteristiche di
liturgia del sospetto e della vendetta tipiche dei "temps
du desespoir" del medioevo. Ne valgano i due
autorevolissimi esempi di Tucidide e Livio.
La
città assediata dall'interno, infatti, non è più
difendibile ricorrendo a complesse opere militari, nè le
leggi "scolpite nel cuore dei cittadini" potevano
ancora valere. Quando il nemico è fra noi non è possibile
non sospettare che esso abbia l'appoggio di qualcuno dei
nostri.
E'
così che le leggi perfettamente in grado di tenere a bada -
in tempo di pace - i vari corpi estranei alla società
criminali, disadattati, diversi ... ) divengono - in tempo
di guerra - più rigide, inappellabili, prive di
misericordia.
E'
però solo nei tempi della disperazione che il sistema
giuridico si stravolge e si frantuma, non è più in grado
di fornire garanzie, non accetta ragioni, non costruisce e
non spiega i dati, ma si limita ai soli fatti interpretati
secondo la logica del "ogni evento ha un
responsabile". Si tratta di scovare i colpevoli
(l'antica scansione dialettica, tipica della Grecia arcaica,
per cui la nozione di causa è uguale a quella di colpa) e
punirli secondo l'ineluttabile legge naturale del
contrappasso. Essi, i colpevoli, pur abitando la città, non
ne fanno parte, sono l'archetipo stesso dello Straniero,
colui del quale si ignorano lingua, usi e costumi, mentre si
sa per certo che da questi si deve sempre attendere una
cieca ferocia omicida ed una inconciliabile furia
distruttiva. Costoro rappresentano quella marca fluttuante
di emarginati, diversi, disintegrati, devianti che popolano
gli spazi lasciati deserti dal mondo dei normali. Sono
l'inesauribile serbatoio dal quale estrarre i "capri
espiatori" nei tempi negati alla speranza. Ebrei e
moriscos di cui non si condividono le credenze religiose,
non si comprende la cultura ed a cui si invidiano eventuali
ricchezze o riuscite sociali, i miserabili ed i vagabondi la
cui scandalosa esistenza rinnova costantemente nella memoria
dei benestanti un tremendo senso di colpa, i lebbrosi
colpiti da un male che troppo tarda a portarli alla tomba e
la cui presenza costantemente accresce l'indice della paura
e il senso dell’impotenza contro la malattia, gli eretici
destabilizzatori dell'ordine politico e religioso, ed infine
le streghe.
Con
un'arma tanto ben collezionata la controffensiva al venefico
contagio (anche l'eresia e la stregoneria sono spesso
definite malefica peste) diveniva automatica. Le paure che
avevano popolato le menti di un popolo abituato a
individuare i colpevoli delle sue sofferenze fra gli
emarginati dal corpo sociale, non potevano che ritornare
ancor più massicce in tempo di pestilenza:
L’idea
che la morte provenisse da una infezione dell'aria e delle
acque fece imputare agli Ebrei la contaminazione dei pozzi,
delle acque e dell'aria. La gente si rivoltò ferocemente
contro di loro, al punto che in Germania ed in altri luoghi
dove risiedevano degli Ebrei, ne furono uccise, massacrate e
bruciate dai cristiani parecchie migliaia. [... ] Furono
trovati, si dice, molti cattivi cristiani che, essi pure,
avvelenavano i pozzi...(6)
Nel
1321 scoppiò e si propagò in tutta la Francia, dal Sud
all'Ovest, una terribile persecuzione contro i lebbrosi e
gli Ebrei, accusati di aver avvelenato i pozzi. Dopo la
sanguinosa vendetta, voluta ed eseguita o direttamente dal
popolo o con il suo attivo consenso, i lebbrosi vennero
legalmente segregati a vita e separati dal resto del corpo
sociale.
Si
diceva - scriveva un anonimo cronista del XIV secolo - che
gli ebrei fossero complici dei lebbrosi in questo crimine: e
per questo molti di loro furono bruciati insieme ai
lebbrosi. Il popolino si faceva giustizia da sé, senza
chiamare né il prevosto né il balivo: chiudeva la gente
nelle case, insieme col bestiame e le masserizie, e
appiccava il fuoco.(7)
La
cosa si ripete in modo ancor più feroce in tempo di peste
conclamata. Quando nel 1347 le galee genovesi, provenienti
da Costantinopoli, portarono a Messina il contagio, e la
peste si propagò rapidamente in tutta Europa, allora ci si
ricordò nuovamente della grande congiura. Mutarono i
mandanti (al posto del re di Granada si sostituiscono via
via varie potenze straniere nemiche), restarono costanti i
finanziatori-mediatori (gli Ebrei), mentre si arricchì di
nuove categorie sociali la massa degli esecutori (lebbrosi,
mendicanti, poveri, folli, eretici e streghe). Un intero
mondo di emarginati è assunto al ruolo di capro espiatorio.
Nessuno, fra gli appartenenti al ceto popolare, può essere
certo di salvarsi dalla persecuzione, proprio perchè le
guerre, le carestie e le epidemie possono da un momento
all'altro far si che chiunque possa precipitare nel baratro
delle classi emarginate.
Ogni
rapporto sociale sarà, allora, avvelenato dal sospetto,
ogni momento della vita segnato dal timore di una probabile
denuncia; si ingenera, quindi, un diffuso senso di
insicurezza e sulle macerie di una società frantumata
dall'intolleranza sorgerà lo spazio storico della
disperazione. Il Satana che è dentro di noi, il demone che
abita in ogni uomo, si risveglia ogniqualvolta ci si sente
braccati, impossibilitati a chiamare in causa il diritto,
incapaci di tollerare il sopruso e l'arbitrio.
Non
è facile evocare un tale demone dalla coscienza collettiva
di un'intera società, bisogna aver sostituito i valori con
la confusione, aver proliferato le norme fino al vuoto
formalismo, aver fatto del politico lo spazio dell'abuso e
della sopraffazione, svuotato la fede dell'emozione d'amore,
mortificata e derisa l'intelligenza. Fu così che al dramma
di una città assediata dall'interno da un nemico invisibile
s'aggiunse I' angoscia profonda provocata dalla scoperta che
il vero avversario da combattere non era tanto la morte
quanto l'oscuro fantasma che tormenta e scatena i demoni di
Deimos e Fobos.
Note
1-Procopio
di Cesarea, De Bello Gotico, 1, 2, cap. XX
2-San
Girolamo, Epistulae, ed I. Hilberg, CSEL, 19101918
3-
Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, Rusconi,
Milano, 1974, pp. 187-88.
4-Giovanni
Villani, Cronica, Einaudi, Torino, 1979.
5-San
Carlo Borromeo, Memoriale ai milanesi, Milano, 1579.
6-
Benáerts e Samaran, Choix de textes historiques de la
France de 1228 à 1610, Parigi, 1926, pp. 34-35
7-Dom
M. Bouquet, Recoeuil des historien de la Gaule ...
Parigi, 1877-1904.Specie i libri XX, XXI e XXIII contengono
le diverse cronache della presunta congiura Ebrei-lebbrosi
per avvelenare i pozzi. In breve, Jean l'Archéveque fa
pervenire a Filippo V la confessione di uno dei capi dei
lebbrosi il quale ammette di aver ricevuto da un ebreo,
dietro una somma di denaro e promesse di importanti cariche
a vittoria ottenuta, il veleno per inquinare le fonti
idriche. Manco a dirlo gli ingredienti del veleno sono dal
più al meno gli stessi che ritornano nelle confessioni
delle streghe. L'organigramma della grande congiura era così
strutturato: il re di Granada, non potendo vincere i
cristiani con la forza, ricorre all'astuzia assoldando degli
Ebrei i quali a loro volta assoldano i lebbrosi, dopo aver
fatto loro abiurare la religione ed averli legati a Satana.
A compenso dell'intero affare gli Ebrei si sarebbero prese
le ricchezze dei nobili e dei facoltosi cristiani e i
lebbrosi ne avrebbero ereditato le cariche nobiliari o
religiose.
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