|
Sol-Cor-Princeps:
percorsi e precorsi di una metafora
Paolo
Aldo Rossi
Storico
della Scienza ed Epistemologo - Docente di "Storia del
Pensiero Scientifico"
Università degli Studi di Genova
1.
Premessa
"Non
ex libris sed ex dissectionibus, non ex placitis
philosophorum sed fabrica naturae, discere et docere
anatomen... [ Non dai libri, ma dalle dissezioni, non dal
consenso dei filosofi, ma dalle opere della natura, si
impari e si insegni l'anatomia...] " (1) A quasi un
secolo dalla celeberrima invettiva vesaliana della Prefazione
al De humani corporis fabrica contro i dottori che
"cominciarono a disprezzare l'opera della mano ...
allontanando da sé la più importante ed antica branca
dell'arte medica quella che (ammesso che veramente ve ne
possa essere un'altra) si basa soprattutto
sull'investigazione della natura", W. Harvey sente
ancora la necessità di ribadire, in dedica alla sua opera
maggiore, che il proprio lavoro di anatomo-fisiologia è il
frutto di un colloquio diretto con la natura, il risultato
di una investigazione totalmente confortata dalla
disponibilità della Natura e lasciarsi interrogare soltanto
nel suo proprio linguaggio e ad essere indagata solo
mediante un "metodo naturale". In una nota lettera
di George Ent al Presidente ed ai Soci del Royal College of
Physicians di Londra, in cui I'allievo prediletto di Harvey
ricorda come convinse il Maestro a consegnargli per la
pubblicazione il manoscritto del De generatione animalium,
si riporta un celebre detto del grande medico inglese:
"La natura costituisce - diceva Harvey - il migliore ed
il più antico interprete dei suoi segreti; quello che essa,
in parte ed in modo oscuro rivela su di un punto, serve a
chiarire meglio e ad intendere un altro punto " ( 2).
Nella Introduzione al De Generatione Animalium non
v'e pagina dove egli non riporti frasi del tipo: "...
dobbiamo accostarci direttamente alla natura, ... battere le
strade che la natura ci indica,... seguire direttamente
cogli occhi, per vie difficili, ma sicure, la guida offerta
dalla natura " (3) perché la natura, egli aggiunge, è
"più antica d'ogni tradizione e di ogni ragione".
Per
l'uomo del XVII secolo essa ha ormai cessato d'esser dea,
come ribadisce Cartesio quando scrive: "Per natura io
non intendo una specie di divinità o altra potenza
immaginaria ma mi servo di questa parola per indicare la
stessa materia con le qualità che ad essa ho
attribuito..." (4), ma certamente per lo scienziato
essa è sovrana; l'unico modo per costringerla completamente
ai voleri dell'uomo (afferma Bacone in un paradosso di
enorme fecondità culturale) è di ubbidirle ciecamente [naturae
solum imperatur nisi parendo]; la natura non va misurata col
metro della storia e della cultura (aggiunge Harvey) perché
essa stessa è il metro della storia e della tradizione
culturale. L'uomo, per poter iniziare un fecondo dialogo con
essa, deve prima di tutto diventarne il filologo, e prendere
i segni di quello specifico linguaggio che le è proprio ed
interpretarli, comprenderne le parole e le frasi e quindi
tradurle fedelmente nel linguaggio della cultura. Il libro
della natura contiene (secondo quasi tutti i curiosi
dell'epoca) più meraviglie di quante secoli di filosofia ne
abbiano immaginate ed esso, dice Harvey (riprendendo, in Prefazione
alla sua opera di embriologia, una nota metafora
galileana) "sta tutto aperto dinanzi a noi ed e facile
leggerlo" (5)
Comprendere
la natura attraverso la natura sembra essere, quindi,
l'ideale epistemologico del secolo di Harvey e di Galileo.
Ciò implicava, pero, che si definisse esplicitamente il
metodo naturale di ricerca, un metodo, cioè, che si
fondasse sulla struttura stessa della natura e dipendesse
dalla storia solo per quella parte di esso che la tradizione
culturale aveva già codificato in quegli stessi termini.
Galileo, in una nota pagina del Dialogo, contro
coloro i quali reputavano che "... la natura prima
facesse il cervello a gli uomini e poi disponesse le cose
conforme a la capacità de' loro intelletti" ( 6)
ribadisce la sua personale visione del rapporto originario
fra Uomo e Natura: "Ma io stimerei più presto la
natura aver fatto prima le cose a suo modo e poi fabbricati
i discorsi umani abili a poter capire (ma pero con fatica
grande) alcuna cosa dei suoi segreti " (7) e del
conseguente metodo naturale di ricerca: "... dico che
l'intelletto umano ne intende alcune [proposizioni] cosi
perfettamente e ne ha cosi assoluta certezza quanto ne abbia
I'istessa natura; e tali sono le scienze matematiche pure,
cioè la geometria e l'aritmetica " (8) le quali
applicate allo studio della natura danno il frutto di una
conoscenza adeguata dei suoi segreti. La migliore, quindi,
delle sintonizzazioni fra l'umana conoscenza e la struttura
della natura è quella che, operato sull'insieme delle cose
il ritaglio dell'oggetto fisico- matematico, considera
proprio questo particolare modo di "... volgersi al
gran libro della natura che è l' proprio oggetto della
filosofia ", la più naturale forma di sapere: "la
filosofia - scrive Galileo in un celeberrimo passo de Il
Saggiatore - è scritta in questo grandissimo libro che
continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico
l'universo) ma non si può, intendere se prima non si impara
a conoscere i caratteri, nei quali è scritto in lingua
matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre
figure matematiche" (9). L'unico libro a cui bisogna
volgersi, dunque, non è un libro scritto dagli uomini, ma
è un "volume" a loro precedente, misura della
loro cultura e delle loro ragioni; in definitiva storia e
tradizione non danno indicazioni sicure alla scienza se non
per quella parte che, eccezionalmente, alcuni uomini già
avevano intuito e quindi codificato nei termini del
colloquio diretto fra Natura e Uomo. All'interno di questo
profondissimo mutamento di mentalità si ritrovano, però,
proprio nei padri della rivoluzione scientifica, alcune
valenze culturali (per la verità antiche quanto la storia
del pensiero dell'occidente) che pur non essendo il ricavo
di un colloquio diretto (o meglio condotto sulla chiave di
lettura dei libro della natura) fungono in senso forte sulla
nascita della nuova idea di natura: quella meccanicistica,
la quale anche dopo essersi imposta continua a prendere si
gli argomenti nel campo della fisica-matematica, ma non
cessa di prendere valori in quello delle interpretazioni
filosofiche del mondo. Ne vedremo ora alcuni esempi, per
altro così generali da non poter essere liquidati come
residui di una mentalità che stava rapidamente per
estinguersi
2.
La ripresa harveyana dell'antica metafora: cor-sol-princeps
"Il
cuore ha un posto preminente - scriveva nel 1538 Jean Riolan
Senior (il padre del celebre antagonista di W. Harvey) -
esso, infatti, svolge nel microcosmo un ruolo analogo a
quello che il sole ha nell'universo. Nel governo del corpo
esso è il primo come il re lo è nel suo stato ... La terra
è il medio matematico, il centro del mondo, mentre il sole
occupa il centro fisico, nel senso della compiutezza
dell'agire e della funzionalità, così per il nostro corpo
il cuore è quel che il sole è per il cosmo" (10).
Quasi un secolo più tardi, nel 1628, W. Harvey riprenderà
questa antichissima metafora, presente già nel tradizionale
epos omerico e quindi appartenente alle radici stesse del
pensiero occidentale, facendone uno, se non il maggiore, dei
capisaldi teoretici della sua immagine filosofica del mondo:
"Il cuore degli esseri animati - egli scrive nell'Epistola
Dedicatoria della sua massima opera fisiologica, il De
motu cordis et sanguinis in animalibus - è il
fondamento della vita, il signore di tutto ciò che è
connesso alla vita, il sole del microcosmo... In modo
analogo il Re costituisce il fondamento del suo regno, il
sole del suo microcosmo, il cuore dello stato" (11)
Formalmente
e apparentemente simile alla precedente, questa formulazione
è in realtà profondamente diversa da quella di Jean Riolan.
Se le sottoponiamo, infatti, ad analisi contestuale, sia
storica che ermeneutica, ci accorgiamo come esse
appartengano a due mondi culturali diversissimi fra loro, e
che entro la formulazione harveyana si annida, ancorché
allo stato embrionale, un elemento profondamente
disgregatore della classica filosofia della natura.
Nel
testo che abbiamo citato, J. Riolan sente la necessità di
precisare che il sole (ed implicitamente il cuore e il
principe) "tenet medium non rei, sed perfectionis et
commoditatis" il che, a mio avviso, significa che il
"sole non è il centro nel senso della sostanza, ma nel
senso della funzione e della compiutezza dell'agire".
Ciò detto in altre parole significa che, come il sole,
anche il cuore ha un ruolo predominante ed insostituibile
per la vita, ma non è la vita stessa. Giustamente F.
Alessio (nella sua Introduzione alla traduzione
italiana delle opere di W. Harvey) traduce quel "non
rei" con "non in senso fisico", anche se
Riolan appena qualche riga dopo scrive "sole vero
occupare medium phisicum" sconsigliando così banali
interpretazioni del tipo: la terra è il centro geometrico
dell' universo, mentre il sole è il centro fisico, dove
"fisico" va letto nella classica accezione del
termine "naturale". Riolan infatti dice: "solem
vero occupare medium phisicum" quando, dato che il
latino lo conosceva abbastanza bene, avrebbe potuto
benissimo usare "esse medium phisicum", se avesse
voluto dire che il sole è l'anima del mondo, il principio
della vita, il primum vivens e certamente non avrebbe
sentito il bisogno di aggiungere l'avvertimento che il sole
(e parallelamente il cuore e il principe) "tenet medium
non rei". In definitiva, quindi, il senso della
metafora per Riolan è che il cuore occupa il ruolo di
primum inter pares: signore della facoltà animale
dell'organismo, esso svolge sicuramente una funzione più
perfetta e importante della funzione vegetativa del fegato e
di quella nervosa del cervello, ma questi organi, nonostante
ciò, non sono suoi strumenti. In altre parole quand'anche
il cuore fosse la base fisica dell'anima, esso non ne
sarebbe il principio.
Jean
Fernel, quasi trent'anni dopo, avrebbe aperto la polemica
sia contro l'unificazione della triade degli spiriti
galenici di Miguel Servet che contro coloro i quali reputano
che: "Il cuore, dato che è I'organo più nobile e la
fonte della vita, è di per ciò stesso la sede ed il
principio dell'anima e di tutte le sue facoltà" mentre
reputano che "... il cervello, il fegato ed il
ventricolo e le altre parti sono soltanto strumenti di
quelle facoltà e che tutte siano radicate con profonde
radici nel cuore" (12). Avvertiva poi di
"ponderare con particolare diligenza" anche la
metafora cuore-principe, perché non è lecito ricavare
dalla nobiltà dell'organo il fatto che questo sia l'origine
di tutte le facoltà, poteri e proprietà essenziali.
"Come se il re - egli precisa - per il fatto di essere
il più nobile di tutto il suo regno, avesse in sé anche la
forza di tutti i suoi sudditi e, dal momento che ha diritto
di vita e di morte, i sudditi non dovessero per ciò stesso
aver forze proprie per procurarsi i beni".
Il
calibro teoretico che Fernel propone di usare è quello
della fisiologia trinitaria galenica in opposizione
all'embriologia aristotelica, per cui il cuore non è solo
l'organo addetto agli spiriti vitali, ma è anche il primum
vivens, il principio stesso della vita. Tale discrepanza fra
Aristotele e Galeno si farà infatti sentire in tutta la
polemica che dal XVI alla fine del XVII secolo appassionerà
medici e filosofi sul problema se sia il cuore o il sangue
il principio fondamentale della vita. Harvey infatti, il
quale spesso si richiama ad Aristotele (apud me semper
valuit Aristotelis auctoritas) non solo ribadisce la
funzione centrale che il cuore ha nell'economia
dell'organismo, ma enuncia anche il fondamentale ruolo di
sovranità che esso ha sul resto degli elementi che
compongono il vivente: "Ita cor principium vitae -
scrive nel De motu cordis et sanguinis in animalibus
- et sol microcosmi, ut proportionaliter sol cor mundi,
appellari meritur; cuius virtute et pulsu sanguis movetur,
perficitur, vegetatur, et a corruptione et grumefactione
vindicatur: suumque officium nutriendo, fovendo, vegetando
toto corpori praestat lar iste familiaris, fundamentum vitae
auctor omnium" ( 13)
Signore
assoluto della vita, ma anche causa efficiente di tutte le
cose, non solo, quindi, preminente su tutti gli altri
organi, ma fondamento, principio e condizione del loro
esistere. Causa efficiente a tutti i diritti, in quanto
causa fiendi ed essendi allo stesso tempo. Ciò per altro
era già ricavabile fin dall'Epistola dedicatoria in cui
l'analogia cuore-sovrano tendeva ad istituire un nesso
saldissimo tra la sovranità assoluta di un Re: Carlo I
(protettore, amico e paziente di W. Harvey, che come si sa
cercò di giocare la carta dell'assolutismo e governare
esautorando completamente il Parlamento) con la sovranità
assoluta di un organo che fino ad allora il galenismo
trionfante aveva considerato signore soltanto della funzione
termoregolatrice dell'organismo, cosi come il fegato lo era
di quella metabolica ed il cervello di quella psichica.
L'impostazione harveyana è in rottura con quella galenica
di Riolan e Fernel, ed è gravida di conseguenze che Harvey
non si sarebbe certamente sentito di sottoscrivere, ma che
proprio lui con la sua opera anatomo-fisiologica, e con
l'interpretazione aristotelica dei risultati di questa, rese
inevitabile.
L'aver
dichiarato il cuore principio di vita e sovrano delle altre
funzioni organiche ed averne nel medesimo spiegato natura e
funzioni ricorrendo ad un modello idraulico descritto in
termini quantitativi [ as by two clocks of a water bellow to
rayse water, Harvey annota, di propria mano,in inglese
all'interno di un testo latino per garantirsi di non essere
frainteso, ossia le valvole cardiache sono come le due
valvole di una pompa idraulica] non poteva che rigorizzare
teoreticamente la tematica centrale del meccanicismo
biologico: la tesi dell'animale macchina. Se infatti il
cuore è il principio della vita e, nello stesso tempo, esso
è un meccanismo pienamente descrivibile ricorrendo ai
principi della geometria e della meccanica, allora non vi
sarebbe stato alcun bisogno di ricorrere ad altro per dar
ragione del vivente. Era implicita in ciò anche la rottura
teoretica con il tabù del naturale (nulla ars imitari
solertiam naturae potest) e la ridefinizione delle naturalità
sulla base dell'obbedienza ai principi della geometria e
della fisica. Se infatti uno dei cardini dell'astrobiologia
aristotelica poteva venire pienamente spiegato mediante un
modello meccanico, cosi come anche il sole era riconducibile
entro gli schemi esplicativi della meccanica celeste, il
classico concetto di natura perdeva gran parte della sua
utilità teoretica. Harvey si accorse di ciò, sia pur
vent'anni più tardi, e ne paventò le conclusioni, che
Borelli e Malpighi ne avrebbero tratto di li ad un decennio
sul piano della fisiologia e che già allora Mersenne e
Cartesio stavano traendo sul piano della filosofia del
vivente ossia la iatromeccanica per i primi e la teoria
dell'animale macchina per i secondi.
Nell'Exercitatio
anatomica del 1649, e ancor più nel De generatione
animalium egli ritornò ad una sua tesi giovanile delle Praelectiones
del 1616, e cioè che il principio della vita è il sangue,
mentre il cuore è semplicemente la base fisico-meccanica
del movimento sanguigno e della termoregolazione. Egli
arriverà nella sua opera più matura il De generatione
animalium, fino al rifiuto di quell'Aristotele alla cui
autorità si faceva merito di richiamarsi: "Concludo
contro Aristotele che il sangue è la prima particella
genitale e il cuore rappresenta I'organo destinato alla
circolazione" .
Era
ormai però troppo tardi per disinnescare un processo
storico che egli stesso inconsapevolmente aveva messo in
atto: galenismo ed aristotelismo si troveranno accomunati
nel crollo della classica filosofia del vivente e Marcello
Malpighi potrà affermare con sicurezza: "So che è
ineffabile il modo con che I'anima nostra si serve del corpo
nell'operare; è però certo che nelle operazioni della
vegetazione, del senso e del moto, l'anima è necessitata ad
operare conforme la macchina alla quale è applicata, in
quella guisa che un orologio o molino è egualmente mosso da
un pendolo di piombo o sasso, o da un bruto, o da un uomo:
anzi, se un angelo, lo movesse faria la stessa mozione con
variazione di siti come fanno i bruti" (14)
3.
Valenze culturali della metafora sol-cor-princeps al sorgere
della scienza moderna
Harvey
a questo non seppe arrivare, o in altre parole non riuscì
ad intuire che la scienza poteva essere tale solo dopo
essersi liberata della filosofia e, mentre aveva saputo dare
alla moderna scienza medica il suo primo autentico
risultato, le leggi del moto cardiaco, egli non seppe
accontentarsi di stabilire il modo in cui il cuore si muove,
volendone fissare filosoficamente anche il perché. Limite
questo non suo, ma di tutta una tradizione filosofica della
natura, convinta che fosse limite, non grandezza, l'abbandono
dell'ideale classico del "tentar l'essenza". Sta
comunque che la domanda sul principio vitale; se esso fosse
aristotelicamente nel cuore, oppure nel sangue, continuerà
per tutto il XVII secolo. Entro la stessa opera di Harvey, e
analogamente nelle risposte alle polemiche obiezioni di
Cartesio, vi sono molti ripensamenti: la metafora
cuore-sole-principe muterà più volte di prospettiva.
Anche
entro la cultura e la storia del tempo i termini della
metafora si troveranno a volte tra loro opposti in modo
inconciliabile e contraddittorio: il sole verrà, secondo i
fisici, a consolidarsi sempre più al centro fisico e
geometrico del mondo, mentre, secondo i teologi, esso resterà
il periferico satellite del centro della creazione; i re
diverranno signori assoluti del loro regno, oppure
prigionieri in balia dei loro sudditi: uno, il Protettore di
W. Harvey, verrà giustiziato da quello stesso Parlamento
che aveva cercato di trasformare in un suo organo privo di
autonome volontà, mentre un altro verrà elevato al rango
di Re Sole, non solo elemento predominante dello Stato, ma
Stato egli stesso; il cuore, infine, sarà una semplice
macchina idraulica oppure l'alchemica spirituale fornace
entro cui gli spiriti vitali si rigenerano di calore, il
primum vivens oppure uno degli organi addetti al
mantenimento della vita. La metafora sembra a questo punto
cadere, lasciando ai suoi termini la possibilità di
prendere la strada a loro più propria, senza esser
costretti a seguire l'altrui destino.
In
altre parole, il sorgere della scienza come forma di sapere
non filosofico istituito non sulla totalità, ma su
particolari universi d'oggetti e su differenti punti di
vista, permetterà l'affermarsi di una astronomia
disancorata tanto dalla cosmologia che dall' astrologia
giudiziaria, di una medicina interessata più all'anatomo-fisiologia
ed alla terapeutica che all'antropologia filosofica ed
infine ad una dottrina dello Stato non più intesa a
"speculare" sulla miglior forma naturale di
governo, ma sul modo più funzionale di governare in
rapporto alle contingenze storiche. Il percorso storico
entro il quale son venute a dividersi le strade delle
dottrine dell'uomo, del cosmo e dello stato, coincide con il
cammino percorso dalla nuova consapevolezza della
distinguibilità di scienza e filosofia. Sta di fatto che,
però, tali strade non si sono separate all'improvviso,
divergendo in un punto preciso; per almeno due secoli esse
hanno camminato sovrapponendosi, tanto che ancora con
Galileo la metafora sole-cuore ha la forma del misticismo
solare neoplatonico.
In
una celebre Lettera del 23 marzo 1615 a Monsignor Pietro
Dini, Galileo mescola, infatti, la pagina copernicana con
quella biblica del Salmo (Deus in Sole posuit latibulum suum)
ed afferma una rappresentazione medico-cosmologica
sottoscrivibile altrettanto bene dallo Pseudo-Dionigi che da
Marsilio Ficino. Egli infatti costruisce un'immagine
cosmologica eliocentrica a partire dalla classica metafisica
della luce e dichiara che il sole posto al centro
dell'universo riceve la luce da tutte le stelle "...
che, standogli intorno sfericamente disposte, vibrano i
raggi loro, li quali concorrendo ed intersecandosi in esso
centro, accrescono ivi e per mille volte raddoppiano la luce
loro, onde ella poi, fortificata si riflette e si sparge
assai più vigorosa e rigenera, diro così di maschio e
vivace calore, e si diffonde e vivifica tutti i corpi che
intorno ad esso si raggirano; si che con certa similitudine,
come nel cuore dell'animale si ha continua rigenerazione di
spiriti vitali, che sostengono e vivificano tutte le membra
" (15). "Lux quidem est forma primi corporis prima
- aveva affermato Marsilio Ficino parlando della luce
solare, mentre, nel pieno rispetto dell'antica metafora
aveva ribadito che il calore cardiaco: "tenuissimum
quoddam lucidissimumque corpusculum quem spiritum appellamus,
a corde calore genitum ex parte sanguinis tenuissima,
diffusum inde per universum corpus" ( 16).
Luce
e calore sono "vita quae corpore per naturam vivificat"
(17) e tale tema, tipico della letteratura solare
neoplatonico-ficiniana in cui il sole "locatus in medio
planetarum ... ut cor in pectore" gioca il ruolo di
anima del mondo, ritorna in Galileo ed Harvey, i due
ricercatori cui la scienza moderna deve più che ad ogni
altro le sue origini ed i suoi primi rilevanti risultati di
fisica e fisiologia.
Ma
quel che è più indicativo è che ciò non sembra entrare
in contraddizione con la loro tematica scientifica.
L'immagine meccanicistica non è ancora per l'aristotelico
Harvey e per il platonico Galileo una immagine filosofica,
quanto piuttosto uno schema euristico e metodologico delle
loro discipline.
Essi
permisero il sorgere del meccanicismo, o meglio lo resero
inevitabile, ma non ne abbracciarono completamente i
presupposti teoretici, né le strumentazione ermeneutica di
lettura del mondo. In altre parole, l'opinione loro sembra
essere quella che non sta alla scienza il compito di dare
valore ai propri risultati: la meccanica celeste e la
fisiologica meccanicistica non sembrano quindi contraddire e
rendere inoperante il vitalismo da un lato e la mistica
metafisica della luce dall'altro.
1)
W. Harvey, De motu cordis et sanguinis in animalibus,
Dedica al Dott. Argent in Opere di W. Harvey, a cura
di F. Alessio, Torino 1963, p. 7.
2)
Cit. in F. Alessio, loc. cit.p. 830
3)
W. Harvey, De generatione animalium, in Opere di
W. Harvey, a cura di F. Alessio, Torino, 1963, pp.167 e
sgg.
4)
R. Descartes, Oeuvres de Descartes (ed. Adam et
Tannery, Paris 1897-1913, XI, 36.
5)
W. Harvey, De generatione animalium, in Opere di
W. Harvey, a cura di F. Alessio, Torino, 1963, pp.169 e
sgg.
6)
G.Galilei, Dialogo dei Massimi Sistemi, in Opere
di Galileo Galilei, Firenze, 1890-1909,VII, I.
7)
Ibidem.
8)
Ibidem. Vll. 1, 128.
9)G.Galilei,
Il Saggiatore, in Opere di Galileo Galilei,
Firenze, 1890-1909,VI, 232.
10)
J. Riolan, Universae medicinae compedia, Parigi,
1538, p. 48 a-b.
11)
W. Harvey, De motu cordis et sanguinis in animalibus,
Dedica al Dott. Argent in Opere di W. Harvey, a
cura di F. Alessio, Torino 1963, p. 4
12)
J. Fernel, Universa medicina - Physiologia de anima
facultatibus, Hannover, 1610, p. 11 et sgg.
13)
W. Harvey, De motu cordis et sanguinis in animalibus,
Dedica al Dott. Argent in Opere di W. Harvey, a
cura di F. Alessio, Torino 1963, p. 49.
14)
M. Malpighi, Risposta del dottor Marcello Malpighi alla
lettera intitolata:" De recentiorum medicorum studio
dissertatio epistolaris ad amicum" in Opere di
Marcello Malpighi, (a cura di L. Belloni), Torino, 1967,
P. 516.
15)
G.Galilei, Lettera a Monsignor Pietro Dini, in Opere
di Galileo Galilei, Firenze, 1890-1909,V, 302-5.
16)
Marsilio Ficino, Theologia platonica, VI, 7.
17)
ibidem,III, 2.
|