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Anno II

Numero I

Gennaio - Febbraio 1998

 

Sol-Cor-Princeps: percorsi e precorsi di una metafora

 

 

Paolo Aldo Rossi


Storico della Scienza ed Epistemologo - Docente di "Storia del Pensiero Scientifico"
Università degli Studi di Genova

 

 

 

1. Premessa

 

"Non ex libris sed ex dissectionibus, non ex placitis philosophorum sed fabrica naturae, discere et docere anatomen... [ Non dai libri, ma dalle dissezioni, non dal consenso dei filosofi, ma dalle opere della natura, si impari e si insegni l'anatomia...] " (1) A quasi un secolo dalla celeberrima invettiva vesaliana della Prefazione al De humani corporis fabrica contro i dottori che "cominciarono a disprezzare l'opera della mano ... allontanando da sé la più importante ed antica branca dell'arte medica quella che (ammesso che veramente ve ne possa essere un'altra) si basa soprattutto sull'investigazione della natura", W. Harvey sente ancora la necessità di ribadire, in dedica alla sua opera maggiore, che il proprio lavoro di anatomo-fisiologia è il frutto di un colloquio diretto con la natura, il risultato di una investigazione totalmente confortata dalla disponibilità della Natura e lasciarsi interrogare soltanto nel suo proprio linguaggio e ad essere indagata solo mediante un "metodo naturale". In una nota lettera di George Ent al Presidente ed ai Soci del Royal College of Physicians di Londra, in cui I'allievo prediletto di Harvey ricorda come convinse il Maestro a consegnargli per la pubblicazione il manoscritto del De generatione animalium, si riporta un celebre detto del grande medico inglese: "La natura costituisce - diceva Harvey - il migliore ed il più antico interprete dei suoi segreti; quello che essa, in parte ed in modo oscuro rivela su di un punto, serve a chiarire meglio e ad intendere un altro punto " ( 2). Nella Introduzione al De Generatione Animalium non v'e pagina dove egli non riporti frasi del tipo: "... dobbiamo accostarci direttamente alla natura, ... battere le strade che la natura ci indica,... seguire direttamente cogli occhi, per vie difficili, ma sicure, la guida offerta dalla natura " (3) perché la natura, egli aggiunge, è "più antica d'ogni tradizione e di ogni ragione".

Per l'uomo del XVII secolo essa ha ormai cessato d'esser dea, come ribadisce Cartesio quando scrive: "Per natura io non intendo una specie di divinità o altra potenza immaginaria ma mi servo di questa parola per indicare la stessa materia con le qualità che ad essa ho attribuito..." (4), ma certamente per lo scienziato essa è sovrana; l'unico modo per costringerla completamente ai voleri dell'uomo (afferma Bacone in un paradosso di enorme fecondità culturale) è di ubbidirle ciecamente [naturae solum imperatur nisi parendo]; la natura non va misurata col metro della storia e della cultura (aggiunge Harvey) perché essa stessa è il metro della storia e della tradizione culturale. L'uomo, per poter iniziare un fecondo dialogo con essa, deve prima di tutto diventarne il filologo, e prendere i segni di quello specifico linguaggio che le è proprio ed interpretarli, comprenderne le parole e le frasi e quindi tradurle fedelmente nel linguaggio della cultura. Il libro della natura contiene (secondo quasi tutti i curiosi dell'epoca) più meraviglie di quante secoli di filosofia ne abbiano immaginate ed esso, dice Harvey (riprendendo, in Prefazione alla sua opera di embriologia, una nota metafora galileana) "sta tutto aperto dinanzi a noi ed e facile leggerlo" (5)

Comprendere la natura attraverso la natura sembra essere, quindi, l'ideale epistemologico del secolo di Harvey e di Galileo. Ciò implicava, pero, che si definisse esplicitamente il metodo naturale di ricerca, un metodo, cioè, che si fondasse sulla struttura stessa della natura e dipendesse dalla storia solo per quella parte di esso che la tradizione culturale aveva già codificato in quegli stessi termini. Galileo, in una nota pagina del Dialogo, contro coloro i quali reputavano che "... la natura prima facesse il cervello a gli uomini e poi disponesse le cose conforme a la capacità de' loro intelletti" ( 6) ribadisce la sua personale visione del rapporto originario fra Uomo e Natura: "Ma io stimerei più presto la natura aver fatto prima le cose a suo modo e poi fabbricati i discorsi umani abili a poter capire (ma pero con fatica grande) alcuna cosa dei suoi segreti " (7) e del conseguente metodo naturale di ricerca: "... dico che l'intelletto umano ne intende alcune [proposizioni] cosi perfettamente e ne ha cosi assoluta certezza quanto ne abbia I'istessa natura; e tali sono le scienze matematiche pure, cioè la geometria e l'aritmetica " (8) le quali applicate allo studio della natura danno il frutto di una conoscenza adeguata dei suoi segreti. La migliore, quindi, delle sintonizzazioni fra l'umana conoscenza e la struttura della natura è quella che, operato sull'insieme delle cose il ritaglio dell'oggetto fisico- matematico, considera proprio questo particolare modo di "... volgersi al gran libro della natura che è l' proprio oggetto della filosofia ", la più naturale forma di sapere: "la filosofia - scrive Galileo in un celeberrimo passo de Il Saggiatore - è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l'universo) ma non si può, intendere se prima non si impara a conoscere i caratteri, nei quali è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure matematiche" (9). L'unico libro a cui bisogna volgersi, dunque, non è un libro scritto dagli uomini, ma è un "volume" a loro precedente, misura della loro cultura e delle loro ragioni; in definitiva storia e tradizione non danno indicazioni sicure alla scienza se non per quella parte che, eccezionalmente, alcuni uomini già avevano intuito e quindi codificato nei termini del colloquio diretto fra Natura e Uomo. All'interno di questo profondissimo mutamento di mentalità si ritrovano, però, proprio nei padri della rivoluzione scientifica, alcune valenze culturali (per la verità antiche quanto la storia del pensiero dell'occidente) che pur non essendo il ricavo di un colloquio diretto (o meglio condotto sulla chiave di lettura dei libro della natura) fungono in senso forte sulla nascita della nuova idea di natura: quella meccanicistica, la quale anche dopo essersi imposta continua a prendere si gli argomenti nel campo della fisica-matematica, ma non cessa di prendere valori in quello delle interpretazioni filosofiche del mondo. Ne vedremo ora alcuni esempi, per altro così generali da non poter essere liquidati come residui di una mentalità che stava rapidamente per estinguersi

 

2. La ripresa harveyana dell'antica metafora: cor-sol-princeps

 

"Il cuore ha un posto preminente - scriveva nel 1538 Jean Riolan Senior (il padre del celebre antagonista di W. Harvey) - esso, infatti, svolge nel microcosmo un ruolo analogo a quello che il sole ha nell'universo. Nel governo del corpo esso è il primo come il re lo è nel suo stato ... La terra è il medio matematico, il centro del mondo, mentre il sole occupa il centro fisico, nel senso della compiutezza dell'agire e della funzionalità, così per il nostro corpo il cuore è quel che il sole è per il cosmo" (10). Quasi un secolo più tardi, nel 1628, W. Harvey riprenderà questa antichissima metafora, presente già nel tradizionale epos omerico e quindi appartenente alle radici stesse del pensiero occidentale, facendone uno, se non il maggiore, dei capisaldi teoretici della sua immagine filosofica del mondo: "Il cuore degli esseri animati - egli scrive nell'Epistola Dedicatoria della sua massima opera fisiologica, il De motu cordis et sanguinis in animalibus - è il fondamento della vita, il signore di tutto ciò che è connesso alla vita, il sole del microcosmo... In modo analogo il Re costituisce il fondamento del suo regno, il sole del suo microcosmo, il cuore dello stato" (11)

Formalmente e apparentemente simile alla precedente, questa formulazione è in realtà profondamente diversa da quella di Jean Riolan. Se le sottoponiamo, infatti, ad analisi contestuale, sia storica che ermeneutica, ci accorgiamo come esse appartengano a due mondi culturali diversissimi fra loro, e che entro la formulazione harveyana si annida, ancorché allo stato embrionale, un elemento profondamente disgregatore della classica filosofia della natura.

Nel testo che abbiamo citato, J. Riolan sente la necessità di precisare che il sole (ed implicitamente il cuore e il principe) "tenet medium non rei, sed perfectionis et commoditatis" il che, a mio avviso, significa che il "sole non è il centro nel senso della sostanza, ma nel senso della funzione e della compiutezza dell'agire". Ciò detto in altre parole significa che, come il sole, anche il cuore ha un ruolo predominante ed insostituibile per la vita, ma non è la vita stessa. Giustamente F. Alessio (nella sua Introduzione alla traduzione italiana delle opere di W. Harvey) traduce quel "non rei" con "non in senso fisico", anche se Riolan appena qualche riga dopo scrive "sole vero occupare medium phisicum" sconsigliando così banali interpretazioni del tipo: la terra è il centro geometrico dell' universo, mentre il sole è il centro fisico, dove "fisico" va letto nella classica accezione del termine "naturale". Riolan infatti dice: "solem vero occupare medium phisicum" quando, dato che il latino lo conosceva abbastanza bene, avrebbe potuto benissimo usare "esse medium phisicum", se avesse voluto dire che il sole è l'anima del mondo, il principio della vita, il primum vivens e certamente non avrebbe sentito il bisogno di aggiungere l'avvertimento che il sole (e parallelamente il cuore e il principe) "tenet medium non rei". In definitiva, quindi, il senso della metafora per Riolan è che il cuore occupa il ruolo di primum inter pares: signore della facoltà animale dell'organismo, esso svolge sicuramente una funzione più perfetta e importante della funzione vegetativa del fegato e di quella nervosa del cervello, ma questi organi, nonostante ciò, non sono suoi strumenti. In altre parole quand'anche il cuore fosse la base fisica dell'anima, esso non ne sarebbe il principio.

Jean Fernel, quasi trent'anni dopo, avrebbe aperto la polemica sia contro l'unificazione della triade degli spiriti galenici di Miguel Servet che contro coloro i quali reputano che: "Il cuore, dato che è I'organo più nobile e la fonte della vita, è di per ciò stesso la sede ed il principio dell'anima e di tutte le sue facoltà" mentre reputano che "... il cervello, il fegato ed il ventricolo e le altre parti sono soltanto strumenti di quelle facoltà e che tutte siano radicate con profonde radici nel cuore" (12). Avvertiva poi di "ponderare con particolare diligenza" anche la metafora cuore-principe, perché non è lecito ricavare dalla nobiltà dell'organo il fatto che questo sia l'origine di tutte le facoltà, poteri e proprietà essenziali. "Come se il re - egli precisa - per il fatto di essere il più nobile di tutto il suo regno, avesse in sé anche la forza di tutti i suoi sudditi e, dal momento che ha diritto di vita e di morte, i sudditi non dovessero per ciò stesso aver forze proprie per procurarsi i beni".

Il calibro teoretico che Fernel propone di usare è quello della fisiologia trinitaria galenica in opposizione all'embriologia aristotelica, per cui il cuore non è solo l'organo addetto agli spiriti vitali, ma è anche il primum vivens, il principio stesso della vita. Tale discrepanza fra Aristotele e Galeno si farà infatti sentire in tutta la polemica che dal XVI alla fine del XVII secolo appassionerà medici e filosofi sul problema se sia il cuore o il sangue il principio fondamentale della vita. Harvey infatti, il quale spesso si richiama ad Aristotele (apud me semper valuit Aristotelis auctoritas) non solo ribadisce la funzione centrale che il cuore ha nell'economia dell'organismo, ma enuncia anche il fondamentale ruolo di sovranità che esso ha sul resto degli elementi che compongono il vivente: "Ita cor principium vitae - scrive nel De motu cordis et sanguinis in animalibus - et sol microcosmi, ut proportionaliter sol cor mundi, appellari meritur; cuius virtute et pulsu sanguis movetur, perficitur, vegetatur, et a corruptione et grumefactione vindicatur: suumque officium nutriendo, fovendo, vegetando toto corpori praestat lar iste familiaris, fundamentum vitae auctor omnium" ( 13)

Signore assoluto della vita, ma anche causa efficiente di tutte le cose, non solo, quindi, preminente su tutti gli altri organi, ma fondamento, principio e condizione del loro esistere. Causa efficiente a tutti i diritti, in quanto causa fiendi ed essendi allo stesso tempo. Ciò per altro era già ricavabile fin dall'Epistola dedicatoria in cui l'analogia cuore-sovrano tendeva ad istituire un nesso saldissimo tra la sovranità assoluta di un Re: Carlo I (protettore, amico e paziente di W. Harvey, che come si sa cercò di giocare la carta dell'assolutismo e governare esautorando completamente il Parlamento) con la sovranità assoluta di un organo che fino ad allora il galenismo trionfante aveva considerato signore soltanto della funzione termoregolatrice dell'organismo, cosi come il fegato lo era di quella metabolica ed il cervello di quella psichica. L'impostazione harveyana è in rottura con quella galenica di Riolan e Fernel, ed è gravida di conseguenze che Harvey non si sarebbe certamente sentito di sottoscrivere, ma che proprio lui con la sua opera anatomo-fisiologica, e con l'interpretazione aristotelica dei risultati di questa, rese inevitabile.

L'aver dichiarato il cuore principio di vita e sovrano delle altre funzioni organiche ed averne nel medesimo spiegato natura e funzioni ricorrendo ad un modello idraulico descritto in termini quantitativi [ as by two clocks of a water bellow to rayse water, Harvey annota, di propria mano,in inglese all'interno di un testo latino per garantirsi di non essere frainteso, ossia le valvole cardiache sono come le due valvole di una pompa idraulica] non poteva che rigorizzare teoreticamente la tematica centrale del meccanicismo biologico: la tesi dell'animale macchina. Se infatti il cuore è il principio della vita e, nello stesso tempo, esso è un meccanismo pienamente descrivibile ricorrendo ai principi della geometria e della meccanica, allora non vi sarebbe stato alcun bisogno di ricorrere ad altro per dar ragione del vivente. Era implicita in ciò anche la rottura teoretica con il tabù del naturale (nulla ars imitari solertiam naturae potest) e la ridefinizione delle naturalità sulla base dell'obbedienza ai principi della geometria e della fisica. Se infatti uno dei cardini dell'astrobiologia aristotelica poteva venire pienamente spiegato mediante un modello meccanico, cosi come anche il sole era riconducibile entro gli schemi esplicativi della meccanica celeste, il classico concetto di natura perdeva gran parte della sua utilità teoretica. Harvey si accorse di ciò, sia pur vent'anni più tardi, e ne paventò le conclusioni, che Borelli e Malpighi ne avrebbero tratto di li ad un decennio sul piano della fisiologia e che già allora Mersenne e Cartesio stavano traendo sul piano della filosofia del vivente ossia la iatromeccanica per i primi e la teoria dell'animale macchina per i secondi.

Nell'Exercitatio anatomica del 1649, e ancor più nel De generatione animalium egli ritornò ad una sua tesi giovanile delle Praelectiones del 1616, e cioè che il principio della vita è il sangue, mentre il cuore è semplicemente la base fisico-meccanica del movimento sanguigno e della termoregolazione. Egli arriverà nella sua opera più matura il De generatione animalium, fino al rifiuto di quell'Aristotele alla cui autorità si faceva merito di richiamarsi: "Concludo contro Aristotele che il sangue è la prima particella genitale e il cuore rappresenta I'organo destinato alla circolazione" .

Era ormai però troppo tardi per disinnescare un processo storico che egli stesso inconsapevolmente aveva messo in atto: galenismo ed aristotelismo si troveranno accomunati nel crollo della classica filosofia del vivente e Marcello Malpighi potrà affermare con sicurezza: "So che è ineffabile il modo con che I'anima nostra si serve del corpo nell'operare; è però certo che nelle operazioni della vegetazione, del senso e del moto, l'anima è necessitata ad operare conforme la macchina alla quale è applicata, in quella guisa che un orologio o molino è egualmente mosso da un pendolo di piombo o sasso, o da un bruto, o da un uomo: anzi, se un angelo, lo movesse faria la stessa mozione con variazione di siti come fanno i bruti" (14)

 

3. Valenze culturali della metafora sol-cor-princeps al sorgere della scienza moderna

 

Harvey a questo non seppe arrivare, o in altre parole non riuscì ad intuire che la scienza poteva essere tale solo dopo essersi liberata della filosofia e, mentre aveva saputo dare alla moderna scienza medica il suo primo autentico risultato, le leggi del moto cardiaco, egli non seppe accontentarsi di stabilire il modo in cui il cuore si muove, volendone fissare filosoficamente anche il perché. Limite questo non suo, ma di tutta una tradizione filosofica della natura, convinta che fosse limite, non grandezza, l'abbandono dell'ideale classico del "tentar l'essenza". Sta comunque che la domanda sul principio vitale; se esso fosse aristotelicamente nel cuore, oppure nel sangue, continuerà per tutto il XVII secolo. Entro la stessa opera di Harvey, e analogamente nelle risposte alle polemiche obiezioni di Cartesio, vi sono molti ripensamenti: la metafora cuore-sole-principe muterà più volte di prospettiva.

Anche entro la cultura e la storia del tempo i termini della metafora si troveranno a volte tra loro opposti in modo inconciliabile e contraddittorio: il sole verrà, secondo i fisici, a consolidarsi sempre più al centro fisico e geometrico del mondo, mentre, secondo i teologi, esso resterà il periferico satellite del centro della creazione; i re diverranno signori assoluti del loro regno, oppure prigionieri in balia dei loro sudditi: uno, il Protettore di W. Harvey, verrà giustiziato da quello stesso Parlamento che aveva cercato di trasformare in un suo organo privo di autonome volontà, mentre un altro verrà elevato al rango di Re Sole, non solo elemento predominante dello Stato, ma Stato egli stesso; il cuore, infine, sarà una semplice macchina idraulica oppure l'alchemica spirituale fornace entro cui gli spiriti vitali si rigenerano di calore, il primum vivens oppure uno degli organi addetti al mantenimento della vita. La metafora sembra a questo punto cadere, lasciando ai suoi termini la possibilità di prendere la strada a loro più propria, senza esser costretti a seguire l'altrui destino.

In altre parole, il sorgere della scienza come forma di sapere non filosofico istituito non sulla totalità, ma su particolari universi d'oggetti e su differenti punti di vista, permetterà l'affermarsi di una astronomia disancorata tanto dalla cosmologia che dall' astrologia giudiziaria, di una medicina interessata più all'anatomo-fisiologia ed alla terapeutica che all'antropologia filosofica ed infine ad una dottrina dello Stato non più intesa a "speculare" sulla miglior forma naturale di governo, ma sul modo più funzionale di governare in rapporto alle contingenze storiche. Il percorso storico entro il quale son venute a dividersi le strade delle dottrine dell'uomo, del cosmo e dello stato, coincide con il cammino percorso dalla nuova consapevolezza della distinguibilità di scienza e filosofia. Sta di fatto che, però, tali strade non si sono separate all'improvviso, divergendo in un punto preciso; per almeno due secoli esse hanno camminato sovrapponendosi, tanto che ancora con Galileo la metafora sole-cuore ha la forma del misticismo solare neoplatonico.

In una celebre Lettera del 23 marzo 1615 a Monsignor Pietro Dini, Galileo mescola, infatti, la pagina copernicana con quella biblica del Salmo (Deus in Sole posuit latibulum suum) ed afferma una rappresentazione medico-cosmologica sottoscrivibile altrettanto bene dallo Pseudo-Dionigi che da Marsilio Ficino. Egli infatti costruisce un'immagine cosmologica eliocentrica a partire dalla classica metafisica della luce e dichiara che il sole posto al centro dell'universo riceve la luce da tutte le stelle "... che, standogli intorno sfericamente disposte, vibrano i raggi loro, li quali concorrendo ed intersecandosi in esso centro, accrescono ivi e per mille volte raddoppiano la luce loro, onde ella poi, fortificata si riflette e si sparge assai più vigorosa e rigenera, diro così di maschio e vivace calore, e si diffonde e vivifica tutti i corpi che intorno ad esso si raggirano; si che con certa similitudine, come nel cuore dell'animale si ha continua rigenerazione di spiriti vitali, che sostengono e vivificano tutte le membra " (15). "Lux quidem est forma primi corporis prima - aveva affermato Marsilio Ficino parlando della luce solare, mentre, nel pieno rispetto dell'antica metafora aveva ribadito che il calore cardiaco: "tenuissimum quoddam lucidissimumque corpusculum quem spiritum appellamus, a corde calore genitum ex parte sanguinis tenuissima, diffusum inde per universum corpus" ( 16).

Luce e calore sono "vita quae corpore per naturam vivificat" (17) e tale tema, tipico della letteratura solare neoplatonico-ficiniana in cui il sole "locatus in medio planetarum ... ut cor in pectore" gioca il ruolo di anima del mondo, ritorna in Galileo ed Harvey, i due ricercatori cui la scienza moderna deve più che ad ogni altro le sue origini ed i suoi primi rilevanti risultati di fisica e fisiologia.

Ma quel che è più indicativo è che ciò non sembra entrare in contraddizione con la loro tematica scientifica. L'immagine meccanicistica non è ancora per l'aristotelico Harvey e per il platonico Galileo una immagine filosofica, quanto piuttosto uno schema euristico e metodologico delle loro discipline.

Essi permisero il sorgere del meccanicismo, o meglio lo resero inevitabile, ma non ne abbracciarono completamente i presupposti teoretici, né le strumentazione ermeneutica di lettura del mondo. In altre parole, l'opinione loro sembra essere quella che non sta alla scienza il compito di dare valore ai propri risultati: la meccanica celeste e la fisiologica meccanicistica non sembrano quindi contraddire e rendere inoperante il vitalismo da un lato e la mistica metafisica della luce dall'altro.

 

1) W. Harvey, De motu cordis et sanguinis in animalibus, Dedica al Dott. Argent in Opere di W. Harvey, a cura di F. Alessio, Torino 1963, p. 7.

2) Cit. in F. Alessio, loc. cit.p. 830

3) W. Harvey, De generatione animalium, in Opere di W. Harvey, a cura di F. Alessio, Torino, 1963, pp.167 e sgg.

4) R. Descartes, Oeuvres de Descartes (ed. Adam et Tannery, Paris 1897-1913, XI, 36.

5) W. Harvey, De generatione animalium, in Opere di W. Harvey, a cura di F. Alessio, Torino, 1963, pp.169 e sgg.

6) G.Galilei, Dialogo dei Massimi Sistemi, in Opere di Galileo Galilei, Firenze, 1890-1909,VII, I.

7) Ibidem.

8) Ibidem. Vll. 1, 128.

9)G.Galilei, Il Saggiatore, in Opere di Galileo Galilei, Firenze, 1890-1909,VI, 232.

10) J. Riolan, Universae medicinae compedia, Parigi, 1538, p. 48 a-b.

11) W. Harvey, De motu cordis et sanguinis in animalibus, Dedica al Dott. Argent in Opere di W. Harvey, a cura di F. Alessio, Torino 1963, p. 4

12) J. Fernel, Universa medicina - Physiologia de anima facultatibus, Hannover, 1610, p. 11 et sgg.

13) W. Harvey, De motu cordis et sanguinis in animalibus, Dedica al Dott. Argent in Opere di W. Harvey, a cura di F. Alessio, Torino 1963, p. 49.

14) M. Malpighi, Risposta del dottor Marcello Malpighi alla lettera intitolata:" De recentiorum medicorum studio dissertatio epistolaris ad amicum" in Opere di Marcello Malpighi, (a cura di L. Belloni), Torino, 1967, P. 516.

15) G.Galilei, Lettera a Monsignor Pietro Dini, in Opere di Galileo Galilei, Firenze, 1890-1909,V, 302-5.

16) Marsilio Ficino, Theologia platonica, VI, 7.

17) ibidem,III, 2.