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Il
caso Radetzky: storia di una guarigione omeopatica
Fernando
Piterà
Medico
chirurgo (Genova) Docente di Omeopatia, Fitoterapia e
Bioterapie
"COLORO
I QUALI HANNO ASSISTITO ALLE GRANDI GUARIGIONI MEDIANTE
L’OMEOPATIA E TUTTAVIA SI OPPONGONO ALLA VERITA’ DEVONO
POSSEDERE UNA IMMENSA OTTUSITA’ ED ESSERE TOTALMENTE PRIVI
DI INGEGNO. ANCHE SE UNO RISORGESSE DAL REGNO DEI MORTI,
ESSI NON CI CREDEREBBERO COSI’ E’ LA VITA MEDICA."
(J.C. Burnett)
La
guarigione del Maresciallo Radetzky ebbe, nel secolo scorso,
grande risonanza europea tranne che in Italia, dove avvenne.
L’evento fu "dimenticato" dagli storici e dalle
riviste italiane dell’epoca in quanto i patrioti italiani
cercarono di ignorare tutto ciò che portava il marchio
dell’oppressore. Il Maresciallo era affetto da un tumore
all’occhio destro che i medici di Milano avevano
rinunciato a curare. Il Prof. Jaeger, il più eminente
oculista della Corte d’Austria, fu mandato
dall’Imperatore presso l’illustre malato, ma senza alcun
risultato. Fu allora che Radetzky si rivolse
all’Omeopatia. CosÏ avvenne che il Dottor Hartung lo guarì
radicalmente in sei settimane con l’Omeopatia.
Alcuni
mesi fa fui invitato dal Professor Paolo Aldo Rossi a tenere
delle lezioni di Omeopatia presso l’Università di Genova
al Corso di Storia del Pensiero Scientifico – Sezione di
Epistemologia. Al termine delle lezioni non mancano mai
domande provocatorie che assomigliano a biopsie mirate del
tipo: "L’Omeopatia può curare anche i tumori?".
Una risposta equilibrata a tale domanda implica
necessariamente una vasta gamma di considerazioni storiche,
metodologiche e bioetiche che non è possibile sviluppare e
valutare in un solo contesto o in un breve arco di tempo.
D'altronde la domanda cosÏ formulata necessita di una
risposta del tipo "si" o "no". Per
rispondere in senso affermativo basterebbe citare la
letteratura omeopatica del passato e trincerarsi dietro di
essa lasciando ai predecessori tutti i meriti e la
responsabilità professionale e deontologica del loro
operato; ma ciò significa innescare pericolose aspettative
negli ascoltatori e muoversi in un terreno estremamente
impervio e minato. Rispondere "no" equivale
comunque a mentire e ciò non è moralmente e
intellettualmente corretto. Se è vero che oggi, nessun
medico assennato che pratica l’omeopatia può prendersi in
cura un caso di cancro (privando il paziente in prima
istanza di terapie convenzionali efficaci), è altrettanto
vero che l’Omeopatia può fare molto per alleviare le
sofferenze di quel malato e migliorarne la qualità di vita.
Succede infatti che pazienti "abbandonati" dalla
medicina convenzionale, e quindi non "sottratti" a
terapie consolidate, si siano rivolti all’Omeopatia
traendone beneficio.
Facendo
dunque le dovute premesse del caso, ho scelto di rispondere
alla domanda citando un caso storico poco noto ma oltremodo
significativo e importante: - la guarigione del
Maresciallo Radetzky - perché l’evento medico in
questione oltre a rispondere (in parte) alla domanda, segna
di fatto il momento storico dell’inizio dell’Omeopatia
in Italia e rappresenta una curiosa pagina della storia
della medicina. Ho cercato così di tracciare le fasi
essenziali della malattia e della cura di questo caso, in
quanto la sua guarigione, dato l’altisonante nome del
personaggio, ebbe all’epoca ampia risonanza e l'interesse
che suscitò contribuì a diffondere l'Omeopatia nel Regno
Lombardo Veneto e poi in tutta Italia.
L’Omeopatia
nacque circa 200 anni or sono in Sassonia dalle
sperimentazioni e dalle geniali osservazioni della mente
innovatrice di Samuel Friedrich Christian Hahnemann
(1755-1843). Nonostante gli attacchi più feroci e
l’esplicita condanna della classe medica imperante, il
nuovo metodo terapeutico si diffuse ben presto in Europa
seguendo il corso degli eventi bellici. Prima in Germania e
Austria, poi in Italia al seguito delle truppe austriache e
successivamente in Francia, Inghilterra, in Asia e nelle
Americhe. L'Omeopatia era gi‡ profondamente affermata e
diffusa fra i medici militari dell’armata austriaca che
all’epoca presidiavano il Nord Italia. Per l’odio
radicato contro l’invasore, tutto ciò che portava la
marca asburgica era sistematicamente rifiutato e boicottato
sia dalla classe intellettuale che dalla popolazione locale;
la stessa sorte toccò all’Omeopatia in quanto prerogativa
dei medici delle truppe di occupazione. Condividere le idee
del nemico era venire meno allo spirito patriottico. CosÏ,
proprio dove avrebbe avuto le maggiori possibilità di
diffusione, l’Omeopatia si sviluppò in sordina e in
ritardo rispetto alle altre regioni. Molti medici italiani
ne avevano sicuramente sentito parlare dai loro colleghi
austriaci, ma per loro era difficile apprendere e praticare
la nuova terapia in quanto la popolazione locale, restia ad
assimilare tutto ciò che portasse il marchio del nemico,
poteva tacciare di filo-austriaco e traditore perfino un
medico che la praticasse. Questo spiega il silenzio sulla
vicenda e giustifica in parte le polemiche e i tentativi di
allora messi in atto per ridicolizzare e distruggere
l’Omeopatia. Anche uomini di elevata intelligenza si
rifiutavano a priori di documentarsi seriamente
sull’Omeopatia lasciandosi trasportare da una mancanza
assoluta di critica e di obiettività scientifica. Molti
italiani erano irredentisti e il giogo dello straniero era
pesante: qualsiasi tentativo di ribellione veniva soffocato
sul nascere mediante dura repressione. La storia del nostro
Risorgimento è piena di esempi dove intellettuali,
scrittori, artisti, musicisti e poeti con ogni mezzo a loro
disposizione combatterono una "guerra fredda"
contro l’oppressore. Il disprezzo che si esprimeva in
tutte le polemiche riguardanti l’Omeopatia era dovuto
soprattutto al fatto che la nuova scienza terapeutica era
l’espressione delle odiate alte sfere dell’esercito. Per
spezzare ogni preconcetto, era necessario un evento
eccezionale che facesse scalpore e portasse l'Omeopatia alla
ribalta, all'onore della cronaca. Ed è proprio ciò che
accadde. Ma veniamo ora ai personaggi della vicenda e ai
fatti.
IL
MARESCIALLO RADETZKY
Il
Conte Johann Joseph Wenzel Radetzky, "Duca di Custozza"
nacque nel castello di Tzrebnitz in Boemia il 2 Novembre
1766 e morì a Milano il 5 Gennaio 1858. La sua tomba si
trova a Wetzdorf e suoi monumenti furono eretti a Praga, a
Lubiana e a Vienna. Prese parte giovanissimo alla guerra
austro-russo-turca negli anni 1778-79 conclusasi con la pace
di Fassy. Ufficiale dell’esercito austriaco, nel 1784
percorse una brillante e lunga carriera militare
partecipando ai più importanti avvenimenti bellici tra due
secoli densi di eventi storici. Nel 1796 era in Italia
contro Napoleone. Partecipò alle campagne del 1799-1800 e
1805, anno nel quale fu promosso generale. L’imperatore lo
scelse come capo dello S.M. imperiale e in tale qualità
partecipò alle campagne del 1813-14-15 contro la Francia.
Dal 1831 ebbe il comando Supremo delle truppe austriache nel
Lombardo-Veneto e nelle Legazioni. Nel 1836 era gi‡
Feldmaresciallo. Sorpreso dalla rivoluzione di Milano del 18
Marzo 1848, pensò di domarla ma poi si ritirò con tutte le
truppe della Lombardia, a Verona. Il 23 Marzo 1849 vinse
l’esercito piemontese a Novara. Negli anni 1848-49
Radetzky era stato supremo comandante in Italia ed era una
figura importantissima a Milano; Governatore del Regno
Lombardo Veneto, aveva a Milano praticamente potere
illimitato. Radetzky era stato Generale in capo durante le
guerre di liberazione sotto il diretto comando del Conte di
Schwarzenberg il quale si faceva curare omeopaticamente ed
era stato paziente dello stesso Hahnemann. Fu poi
Governatore del Lombardo-Veneto fino alla sua morte dopo
aver, nel 1857, lasciato il servizio attivo. Lasciò
numerosi scritti dei quali il più notevole quello dal
titolo "Esame sulla situazione dell’Austria.".
IL
DOTTOR HARTUNG
Christoph
Hartung (1779-1853) era contemporaneo e compatriota di
Hahnemann essendo nato l'11 Maggio 1779 a Romilda nella
Sassonia inferiore. Abbracciò la carriera di medico
militare nell'esercito austriaco e prese parte alle guerre
napoleoniche attraversando la Polonia, la Francia, la
Germania e l'Italia. Nel 1806, nuovamente a Vienna, frequentò
l'Accademia Giuseppina, scuola superiore per medici
militari, dove si specializzò nel 1808 in medicina. Ritornò
presto in mezzo alle truppe e partecipò ad altre campagne
col grado di capitano medico. La battaglia di Lipsia, che si
svolse il 16-17-19 Ottobre 1813, ebbe per lui importanza
decisiva, perché in quella occasione sentì per la prima
volta parlare delle famose cure di un medico, un certo
Hahnemann, a cui si era rivolto con successo il Principe di
Schwarzenberg, generale dell’armata austriaca e comandante
degli eserciti alleati, il vincitore di Napoleone. Dopo le
guerre Hartung ritornÚ in Austria e fu nominato Direttore
dell'Ospedale Militare a Salisburgo; in questa citt‡ ebbe
la possibilità di approfondire lo studio dell’Omeopatia
che già tanto favore aveva incontrato presso i medici
militari e di metterla in pratica. La sua permanenza in
quella bella cittadina austriaca non fu però lunga: un
ordine del Ministero della Guerra, lo trasferì a Verona,
una delle fortezze del quadrilatero ed un contrordine gli
assegnò poi la sede di Milano, dove a seguito della
guarigione del Maresciallo Radetzky, iniziÚ la brillante
carriera di libero professionista. Il Dott. Christoph
Hartung, allora ufficiale dell'esercito austriaco di
occupazione del Regno Lombardo Veneto, non avrebbe mai
immaginato che sarebbe stato il primo medico ad introdurre
l’Omeopatia in Italia. Fu proprio lui che riuscì a
vincere la resistenza da parte dei medici e dei pazienti
italiani. L'occasione di salvare la vita e la vista al
Maresciallo Radetzky, data l'alta posizione del suo
paziente, gli valse l'appoggio dello stesso e soprattutto
una notorietà che varca i limiti della ristretta cerchia
degli occupanti per dilagare nell'alta aristocrazia
milanese. Hartung pubblica in seguito un lavoro dove
descriveva accuratamente un rilevante numero di casi curati
con la terapia omeopatica e lo dedicò con una lunga lettera
ad Hahnemann, residente allora a Parigi. Invia ad Hahnemann
il manoscritto del suo lavoro e ne ricevette in dono, come
riconoscimento dell'opera da lui svolta in favore
dell'Omeopatia, un anello nel quale era incastonata una
corniola con il profilo di Hahnemann; a sua volta Hartung
ricambiò la gentilezza inviando ad Hahnemann una copia
della medaglia ricordo in oro che aveva ricevuto da Radetzky.
Christoph Hartung fu messo a riposo nel 1846 e si ritirÚ
dall’attivit‡ professionale stabilendosi a Baden, vicino
a Vienna, dove morÏ nel 1853. Come in Austria spesso
succedeva, a suo figlio fu più tardi decretato, per le
benemerenze del padre il titolo nobiliare ereditario sotto
il nome di Hartung von Hartungen.
IL
CASO INCURABILE:
Già
da qualche tempo la salute del Feldmaresciallo Radetzky era
piuttosto cagionevole; fin dal 1836 si ammalava
periodicamente ogni primavera di febbre catarrale
infiammatoria che spariva con qualche giorno di riposo e
cure mediche (Petroz e Roth, Revue de la Matiére Mèdicale
Spécifique; e dal Giornale di Medicina Omeopatica, Anno
III, Vol. VIII, 9 Settembre 1841, pag. 200); inoltre era
affetto da frequenti crisi di cefalea frontale, dispepsia,
eruttazioni acide, prurito anale e frequenti episodi di
diarrea. Nel 1839 lo stato di salute si complica
ulteriormente e Radetzky ebbe una improvvisa congestione al
capo accompagnata da violente vertigini con perdita
dell'equilibrio, tali da farlo cadere in terra, sintomi che
scomparvero quando da Milano si reca al campo di Pordenone.
Al suo ritorno a Milano le condizioni di salute peggiorarono
ulteriormente: egli comincia a lamentare un forte senso di
pressione all'occhio destro accompagnato da un dolore di
tipo compressivo localizzato alla fronte e presentava
un’infiammazione della palpebra corrispondente. Talvolta
sembrava che l'occhio destro sporgesse dall'orbita. Dopo
alcuni giorni di cure questi sintomi molesti scomparvero, ma
rimase una fastidiosa infiammazione alla palpebra inferiore.
Un
anno dopo, nel 1840, Radetzky ebbe un nuovo e isolato
attacco di vertigini con una continua lacrimazione
dall'occhio destro. Il 9 Ottobre dello stesso anno, dopo
essere stato lungamente esposto al sole e al vento, si
ammala di un violento episodio febbrile con dolori
soprattutto localizzati alla fronte; l'occhio destro era
nuovamente infiammato e sporgeva lievemente dall'orbita.
Dopo questa manifestazione acuta, al Maresciallo rimase una
tumefazione non dolorosa situata nell'angolo esterno
superiore dell'occhio destro. La tumefazione aumenta e verso
la fine del mese di Ottobre aveva raggiunto la grandezza di
un fagiolo che comprimeva l’occhio e lo spingeva fuori
dall'orbita, mentre un'altra neoformazione andava formandosi
nell'angolo interno dello stesso occhio. Dai medici
tradizionali gli fu diagnosticato un fungo dell'occhio
destro e vennero prescritti cataplasmi che ebbero un
effetto deleterio sullo stato infiammatorio oculare. Altre
medicine successivamente consigliate si dimostrano anch'esse
del tutto inutili. Fu così convocato il medico
omeopatico Christoph Hartung.
LA
CURA E LA GUARIGIONE:
Hartung
in quell’occasione, dopo aver attentamente valutato lo
stato del paziente, prescrisse una serie di medicamenti
soprattutto per evitare un attacco apoplettico che pareva
imminente e per cercare di arrestare lo sviluppo del
fungo. Furono somministrati i seguenti rimedi: Aconitum,
Baryta carbonica, Zincum metallicum, Anacardium orientalis,
Calcarea carbonica, Euphrasia officinalis, Mercurius
solubilis, Mercurius corrosivus, Antimonium crudum,
Digitalis purpurea, tutti a dosi omeopatiche. Radetzky a
seguito di queste cure ebbe un sensibile e immediato
miglioramento: riprese infatti le forze, scomparvero le
vertigini con tutti gli altri sintomi che lo affliggevano.
Rimase solamente un lieve indolenzimento al capo; ma la
neoformazione oculare continuava inesorabilmente il suo
decorso, malgrado il miglioramento generale. Oltre alla
tumefazione primitiva situata nell'angolo interno
dell’orbita ed una seconda che si era sviluppata
nell'angolo esterno, ne comparve una terza, localizzata
sotto la palpebra inferiore "Öfungosa, elastica,
granellosa, color rosso pallido, indolore.".
Il bulbo oculare a causa della compressione fu spinto
maggiormente fuori dall'orbita deviando dal suo asse
normale; la pupilla era così rivolta verso l'esterno e
verso l'alto ed i movimenti dell'occhio erano notevolmente
ridotti, benché la vista non fosse ancora menomata.
Poichè
l'occhio continuava inesorabilmente ad aggravarsi, Hartung
chiese un consulto con il Dottor Flarer di Pavia che
era un illustre Professore di Oftalmologia. I due medici
concordarono nella diagnosi, ma da un punto di vista
prognostico il Prof. Flarer fu molto più pessimista di
Hartung: in presenza di altri medici egli dichiarò "Non
possiamo far più nulla" ed aggiunse:
"né l'Allopatia né l'Omeopatia, né
l'Idroterapia, né qualunque altro metodo vi fosse, poteva
guarire questo caso" aggiungendo che il Conte
"sarebbe morto di consunzione o di
attacco apoplettico.". A conferma di
quanto aveva appena affermato, il Prof. Flarer rifiutò di
fare qualsiasi prescrizione medica ritenendola assolutamente
inutile e, solamente dopo le insistenze di Hartung, al fine
di non demoralizzare il paziente, egli acconsentì e
prescrisse del Mercurio. Dopo qualche giorno di cura, il
Dottor Hartung dovette però sospendere questo nuovo
medicinale e ricorrere ad un antidoto in quanto al paziente
erano ritornate le violente congestioni al capo.
Data
la gravità della situazione, fu inviata a Vienna una
dettagliata relazione sullo stato di salute del Maresciallo
Radetzky e l'Imperatore ordinÚ immediatamente al Professor Jaeger,
eminente oftalmologo di Vienna, di partire subito per
Milano. Lo stato generale del paziente era ancora buono, ma
il tumore cresceva inesorabilmente e anche la vista
cominciava ad essere seriamente compromessa. Quella che
segue fu la descrizione dell’illustre oculista dopo che
ebbe accuratamente esaminato l’occhio del paziente: "Öpi˘
di otto linee di larghezza, turchino grigio, duro, a
cercini, sÏ estendeva a forma di arco verso l'angolo
interno, lungo la palpebra superiore, si restringeva a poco
a poco e si assottigliava. All'angolo interno un altro
tumore di un turchino grigio che formava contro l'occhio una
parete perpendicolare e si perdeva inclinandosi verso il
naso. Il tumore dell'angolo interno si era triplicato ed era
divenuto rosso, ineguale e duro. Il tumore rosso pallido,
situato fra il globo oculare e la palpebra inferiore, si
avanzava per un terzo di pollice di distanza e permetteva
così di riconoscere facilmente la natura fungosa del
prodotto morboso che si formava in tutta la circonferenza
dell'orbita, e non si manifestava al di sopra dell'angolo
esterno che per il colore turchiniccio della pelle che lo
ricopriva. Questo fungo cagionava diversi dolori:
trafitture, lacerazioni, ardori e prurito; l'occhio faceva
sangue facilmente. La vista era attaccata, l'infermo vedeva
tutti gli oggetti in nero e non poteva distinguerli. La
congiuntiva era rilassata, d'un rosso scuro tirante al
turchiniccioÖ", e la minuziosa descrizione
continuava.
Questo
era lo stato del Maresciallo Radetzky quando il Prof. Jaeger
giunse a Milano: presente al consulto, oltre ad Hartung, vi
era il Prof. Flarer di Pavia. La diagnosi e la prognosi di
Jaeger furono praticamente identiche a quelle di Flarer;
egli dichiarò il male inguaribile ritenendolo una discrasia
che rendeva inutile ogni intervento chirurgico e che a
sua conoscenza non vi era alcun medicamento utile da usare:
"Öperché questa malattia non era mai stata
guarita.". Dopo questa ultima dichiarazione,
che anche Hartung condivideva, con molto tatto il Vice-Re
comunicÚ a Radetzky solo una parte dell’esito del
consulto, avvertendolo che sarebbe rimasto affidato alle
cure esclusive di Hartung ma che probabilmente la
tumefazione dell’occhio sarebbe ancora cresciuta e poi
andata in suppurazione e che, logicamente, egli avrebbe
avuto sofferenze e dolori, ma ogni mezzo sarebbe stato messo
in atto per rendere la sua malattia il meno penosa
possibile. "Amico mio" - disse
Radetzky rivolgendosi ad Hartung, - "sono partiti
tutti. Fate di me tutto quello che volete. Ho piena fiducia
in voi e non voglio più vedere nessun altro medico.".
Il
Dott. Hartung si trovava dunque in una posizione
assai scomoda e imbarazzante: le diagnosi degli illustri
clinici, che concordavano con la sua, non lasciavano più
alcuna speranza al suo paziente. Data la notorietà
dell’illustre personaggio, molte erano le pressioni e
svariati i consigli che giungevano da ogni parte; la
responsabilità di Hartung, era davvero grave. Considerato
che la medicina ufficiale non lasciava più adito ad alcuna
speranza, Hartung decise di affidarsi unicamente
all'Omeopatia e si rimise nuovamente e pazientemente
all'opera. Il primo medicamento che pensò di somministrare
a Radetzky fu l’Arsenicun album alla 30ma
diluizione centesimale: ma subito dopo la prima dose
Radetzky ebbe violenti dolori al capo e trascorse una notte
agitatissima; il secondo, terzo, quarto giorno non furono
migliori del primo e al dolore si aggiunsero sintomi di
insonnia, diarrea, astenia, debolezza, aumento della
tumefazione e della protrusione dell'occhio destro. Il
quinto giorno dall'inizio della cura con l’Arsenicum,
Hartung si rende conto di dover cambiare medicinale e
somministra allora Psorinum alla 30 CH; il risultato
di altri quattro giorni di cura fu la diminuzione della
cefalea e del senso di pressione interna dell'occhio, ma al
quarto giorno comparve una lieve emorragia oculare mentre la
tumefazione continuava ad aumentare. Di nuovo Hartung cambia
medicinale e somministra Herpetinum 30 CH per altri
otto giorni con un nulla di fatto: non solo la tumefazione
continuava ad estendersi, ma di tanto in tanto si
verificavano lievi fatti emorragici oculari, mentre la
cefalea, l'astenia, le vertigini e il senso di pressione
continuavano regolarmente a tormentare il paziente.
Ancora
una volta Hartung decide di somministrare un altro rimedio
prescrivendo Carbo animalis alla 30 CH. Dopo quattro
giorni di cura si potevano già notare alcuni miglioramenti
dei sintomi: scomparve il senso di pressione al capo e
contemporaneamente si verificò un aumento del prurito e
della lacrimazione e, cosa ben più importante, il tumore
non cresceva pi˘, ma nemmeno diminuiva. I
primi tre medicinali prescritti (Arsenicum, Psorinum e
Herpetinum) avevano aggravato il male del paziente, mentre
il quarto (Carbo animalis) ne aveva solo arrestato la
crescita. Hartung pareva procedere nella terapia per
misurati tentativi e sembrava non avere altri elementi utili
per una più corretta prescrizione secondo le leggi
dell’Omeopatia. Quando egli si ricordò di aver già
guarito in altre occasioni con un rimedio denominato Thuya
occidentalis, - la cui sperimentazione e patogenesi si
deve direttamente ad Hahnemann, - le ipertrofie e gli
indurimenti delle tonsille, le escrescenze verrucose, i
polipi, gli scirri alle mammelle ecc.. Hartung allora
somministrÚ Thuya occidentalis 30 CH e Carbo
Animalis 30 CH, in ragione di una dose ogni otto giorni.
Prescrisse anche la Thuya per uso esterno mediante
lavaggi oculari. Il primo giorno di cura vi fu un
ritorno dei vecchi sintomi: ricomparvero la cefalea
frontale; la tosse particolarmente notturna; il mal di reni
accompagnato dall’emissione di un deposito rosso sabbioso
nelle urine e ritornò l’eruzione pruriginosa alla
superficie interna delle cosce. Il secondo giorno si
aggiunsero anche dei dolori migranti. Il terzo giorno i
dolori cessarono e comparve un intenso prurito all'angolo
interno dell'occhio con trasudazione da tutta la
circonferenza del fungo di un liquido simile a fior
di latte fresco. Il quarto, quinto, sesto e settimo
giorno l'ammalato finalmente non accusò più alcun dolore.
Nei
giorni successivi il trasudato dell'occhio divenne sempre più
abbondante ed il fungo, con grande meraviglia di
tutti, diminuì finalmente di volume. Scrisse Hartung in
quell’occasione: "Ö il tumore dell'angolo interno
ed il tumore teso sono diminuiti anch'essi: l'infermo ora può
distinguere gli oggetti, buona la salute generale, lo
spirito ha tutto il solito vigore, il corpo la sua attività
e la sua forza. Continuo il trattamento omeopatico" -
prosegue Hartung, - "Ö ma non posso sperare di
guarire una malattia tanto pericolosa.". E
più avanti: "Ö il trattamento è stato tanto
efficace... adesso posso sperare nella guarigione
completa... il fungo che aveva una circonferenza di quattro
pollici, ora non è che un piccolo tumore, visibile solo
quando si rovescia la palpebra inferiore... non oso
lusingarmi del successo" – continua -
"finché il male non sia affatto scomparso, non posso
vantare abbastanza l'effetto dei mezzi omiopatici.".
Egli
continua così il trattamento con Thuya occ. per
lavaggio esterno e Thuya occidentalis 30 CH e Carbo
animalis 30 CH per uso interno in dose di tre globuli
della trentesima diluizione la sera dell'ottavo giorno e la
mattina del nono giorno. Il 16 Marzo 1841, Hartung
poteva scrivere: "Ö in capo a sei settimane il
fungo scomparve completamente, l'occhio recuperÚ forza e
mobilit‡, solo la palpebra inferiore era ancora un po’
gonfia e un poco lacrimante.". Di
fronte a questi due sintomi lievi e abituali Hartung non
considerò opportuno continuare la cura dato che la
tumefazione oculare era completamente scomparsa e l'occhio
ormai guarito. Da allora l'occhio non diede più alcun
disturbo al Maresciallo Radetzky, e non ricomparvero più
gli altri disturbi di cui in passato egli aveva tanto
sofferto: quali le crisi di cefalea, la tosse, i dolori
renali, i pruriti anali, le eruttazioni acide ecc.. Ma, cosa
più importante, non vi furono più recidive del tumore
nell’arco dei successivi 17 anni, sino alla sua morte,
avvenuta nel 1858 per altre cause.
Il
Dottor Varlez, membro dell’Accademia Reale di
Medicina di Bruxelles, che incredulo voleva la conferma del
fatto, ricevette dallo stesso Radetzky la seguente lettera: (ConfÈrence
sur l'Homoeopathie, par le Dr. Michel Granier, Paris,
Ballière, 1855, pag. 91.).
"Signore,
è con piacere e riconoscenza che io dichiaro che è a M.
Hartung, medico omiopatico, che sono debitore della
guarigione di una malattia gravissima dell'occhio.
Trovandomi già abbandonato dagli altri medici è
all'Omeopatia che io debbo la vista, oltre che la vita. I
dettagli sul decorso della malattia e del relativo
trattamento si trovano sulla Gazzetta Universale Omeopatica
dell’Anno 1841.".
Ricevete,
ecc.... Firmato: Radetzky.
Il
Dott. Hartung divenne famoso a Milano con la guarigione di
Radetzky meritandosi così la sua riconoscenza. Nel 1843,
per testimoniare la loro gratitudine, amici e pazienti della
migliore società milanese, con a capo Radetzky, fecero
coniare per Hartung una medaglia d’oro, incisa
dall’artista Broggi la quale recava la seguente dicitura: "I
clienti ed amici in segno di gratitudine ed amicizia -
Milano XI Maggio MLCCCXLIII.". Nell'altra faccia vi
era inciso: "Al primo omeopatico in Lombardia.".
La medaglia fu offerta ad Hartung ufficialmente insieme ad
un diploma di riconoscimento che portava la firma di 46
donatori. L’immagine di quella medaglia ricordo venne
pubblicata nel Giornale Popolare di Omeopatia di Lipsia (1940,
n. 4). Esemplari di queste monete appartengono ad un
collezionista di Filadelfia e di Vienna e un'altra al Dott.
Prof. Hartung von Hartungen, medico omeopatico diretto
discendente di questa grande famiglia di omeopati.
CRITICHE
E DISSENSI
Come
già detto, nelle riviste italiane dell’epoca, tranne
quelle omeopatiche, non si trova nessuna traccia di questo
evento e tanto meno nessun commento alla guarigione di
Radetzky; questo perché i patrioti italiani ignoravano di
proposito tutto ciò che riguardava l’oppressore. In
Germania, invece, il caso Radetzky ebbe ampia risonanza e
molto fu scritto in onore e a maggior fama del Dott. Hartung.
Ma come sempre accade in questi casi e soprattutto quando si
tratta di una guarigione omeopatica il caso suscitò anche
critiche e perplessità.
A
tal proposito vi fu un articolo di un certo Dott. G.L.
pubblicato nell’Allgemeine Zeitung fur Chirurgie dello
stesso anno che citava: "Tutti attribuiscono
all’Omeopatia gli onori della guarigione, mentre questa
non ebbe luogo che in seguito ad un consulto tenuto dopo che
i rimedi omeopatici erano stati inutilmente impiegati per
tre anni". Questa bizzarra versione fu smentita
formalmente dalla pubblicazione dello stesso Hartung e
soprattutto dalle dichiarazioni dello stesso Radetzky. Ma ad
infirmare l’attendibilit‡ e la malafede di questo medico
che non aveva avuto nemmeno il coraggio di firmarsi e che si
celava dietro la sigla G.L., vi fu anche il fatto che, dopo
essersi proclamato pronto a produrre le prove delle sue
asserzioni, sollecitato a farlo, il misterioso autore
dell’articolo non fornÏ mai quanto asserito. Un’altra
critica riportata negli Annales D’Oculistique (Tomo
XIV, 1845) si deve al Dottor Griesselich il quale
all’epoca non contestava nÈ la diagnosi di tumore, né la
natura di quel male, nè la sua guarigione, ma attribuiva
quest’ultima esclusivamente alle applicazioni di Tintura
Madre di Thuya sull’occhio, negando l’efficacia degli
altri rimedi omeopatici impiegati per uso interno. Tra gli
autori successivi soltanto Giuseppe Ovio, nella sua Storia
dell’Oculistica (I, 1950) accenna brevemente alla
malattia di Radetzky che attribuisce ad una probabile
Tenonite, ovvero ad una semplice infiammazione (Sic!) e
conclude: "Il Prof. Flarer di Pavia e F. Jaeger di
Vienna, chiamati a consulto, dichiararono il caso gravissimo
e furono pronunziate le parole di scirro, cancro, necessità
di asportazione dell’occhio. Il Maresciallo non si fidÚ
che del suo proprio medico, l’omeopatico Hartung, e finì
per guarire. Naturalmente Hartung si attribuisce tutto il
merito di una diagnosi giusta e della guarigione.".
CONSIDERAZIONI
Chi
pratica Omeopatia avrà senz’altro riconosciuto in Thuya
occidentalis il rimedio che ha sicuramente guarito il
Maresciallo Radetzky. Thuya, il capostipite dei rimedi
sicotici, presenta infatti tutti i sintomi presenti allora
nel paziente: la cefalea cronica frontale, l’eruzione
palpebrale e l’infiammazione oculare, la dispepsia, il
peristaltismo intestinale, le crisi diarroiche , il prurito
anale, le eruzioni che si presentano solo nelle regioni
coperte del corpo, l’intertrigine inguinale e delle cosce
e l’intertrigo femoro-scrotale. I soggetti Thuya si
aggravano inoltre col freddo umido, mentre i loro dolori
peggiorano col caldo, hanno vertigini chiudendo gli occhi,
cefalea con sensazione di avere un corpo convesso premente
sul cranio, cefalea dopo essere stato all’aria aperta con
pesantezza delle palpebre. Thuya esprime tutta la sua
potenza medicamentosa sulle escrescenze, sulle
neoformazioni, le verruche, i polipi e i tumori vegetanti.
La patologia oculare che necessita del rimedio Thuya Ë
altrettanto importante: nel Repertorio di Kent nella
rubrica Eye (Occhi) alla voce Cancer
(p. 235/b) troviamo solo sette rimedi tra cui Thuya al
primo grado. Alla voce Cancer, fungus, (p.
236/a) compare nuovamente Thuya al primo grado;
mentre troviamo Carbo animalis come unico rimedio al secondo
grado per il cancro delle ghiandole lacrimali.
Ritroviamo ancora Thuya al secondo grado alla voce Tumors
a p. 268/b.
Per
quanto invece concerne la critica del Dott. Griesselich, il
quale attribuiva all’applicazione esterna di Thuya il solo
merito di aver guarito il tumore oculare, questo illuminato
collega avrebbe dovuto ben sapere che nella storia della
medicina (sia allopatica che omeopatica) non è mai esistito
un caso di tumore guarito solo con i lavaggi esterni di una
qualsiasi sostanza e tantomeno con dei semplici lavaggi
oculari. Se fosse stato così semplice egli stesso avrebbe
potuto durante la sua carriera prescrivere un po’ di
collirio alla Thuya e guarire tutti i casi di tumori oculari
dichiarati incurabili! Ma non ci risulta che ciò sia mai
accaduto o sia mai stato pubblicato. Pensate come il
pregiudizio puÚ rendere ciechi: un clinico esperto
condivide in pieno e conferma una diagnosi di tumore maligno
del bulbo oculare e poi, pur di non accettare il dato
inconfutabile dell’azione delle diluizioni omeopatiche per
uso interno, arriva ad ammettere che un po’ di tintura di
Thuya applicata localmente può guarire da sola un tumore
maligno! Nemmeno se questo fosse stato una semplice verruca!
Ma cosa poteva sapere costui delle leggi di guarigione
omeopatica? Se solo avesse letto o si fosse seriamente
documentato, prima di esprimere il solito becero e saccente
parere, avrebbe saputo che lo stesso Hahnemann consigliava
questo doppio trattamento che consiste nel somministrare
contemporaneamente il rimedio interno ad un’alta
diluizione, associandolo con una applicazione esterna a
bassa diluizione dello stesso rimedio indicato. Questo
metodo serve solo ad accelerare la durata del trattamento e
ad abbreviare il processo di guarigione, il quale comunque
non potrebbe mai verificarsi senza il trattamento interno
con lo stesso rimedio diluito omeopaticamente.
Un’altra
inesorabile prova che avvalora l’azione curativa del
rimedio per uso interno è il verificarsi di quella
condizione che avviene solo durante un trattamento
omeopatico e che in Omeopatia è definita come: "legge
di guarigione di Constantine Hering". In
altri termini: quando un rimedio è giustamente
prescritto secondo le regole omeopatiche, si verificano nel
paziente la comparsa e la scomparsa dei sintomi della
malattia secondo un ordine ben preciso. In primo luogo i
sintomi scompaiono in ordine inverso alla loro comparsa,
ovvero quelli cronologicamente più recenti vengono
sostituiti da quelli caratteristici del primo stadio della
malattia. Ne consegue come corollario che alcune
manifestazioni della malattia, che furono soppresse da un
trattamento errato in una precedente fase della vita del
paziente, riappariranno non appena verrà somministrato il
rimedio più appropriato. In secondo luogo i sintomi si
spostano dagli organi più vitali a quelli meno vitali e
dall’interno del corpo verso l’esterno, verso la cute.
In terzo luogo i sintomi si muoveranno dall’alto verso il
basso, scomparendo prima dalla testa, poi dal tronco e
infine dalle estremit‡. Se analizziamo il racconto di
Hartung vediamo che durante la somministrazione di Thuya, e
non prima, i sintomi di Radetzky seguono proprio la legge di
guarigione di Hering: mentre il tumore comincia a
migliorare, compaiono nel paziente i sintomi antichi,
infatti: "il primo giorno di cura vi fu un ritorno
dei vecchi sintomi; ricomparvero la cefalea frontale; la
tosse particolarmente notturna; il mal di reni accompagnato
dall’emissione di un deposito rosso sabbioso nelle urine e
ritornò l’eruzione pruriginosa alla superficie interna
delle cosce. Il secondo giorno si aggiunsero anche dei
dolori migranti. Il terzo giorno i dolori cessarono e
comparve un intenso prurito all'angolo interno dell'occhio
con trasudazione da tutta la circonferenza del fungo di un
liquido simile a fior di latte fresco. Il quarto, quinto,
sesto e settimo giorno l'ammalato finalmente non accusò più
alcun dolore e non ricomparvero più gli altri disturbi di
cui in passato egli aveva tanto sofferto: quali le crisi di
cefalea, la tosse, i dolori renali, i pruriti anali, le
eruttazioni acide ecc.." e ancora: "Ö il
tumore dell'angolo interno ed il tumore teso sono diminuiti
anch'essi: l'infermo ora può distinguere gli oggetti, buona
la salute generale, lo spirito ha tutto il solito vigore, il
corpo la sua attività e la sua forza."
Ogni
volta che una guarigione omeopatica travalica i limiti del
"curabile" assistiamo puntualmente e
inesorabilmente al ripetersi delle solite frasi del tipo
"la diagnosi precedente non era esatta", oppure:
"a volte i tumori possono guarire spontaneamente"
- oppure si attribuisce la guarigione all’effetto placebo
(come se questo valesse solo per chi pratica l’Omeopatia);
oppure si dice che la malattia è regredita spontaneamente o
che essa è migliorata solo a causa del rapporto di fiducia
col medico omeopata e corbellerie simili. Negli altri casi
invece, quando il paziente è in cura con metodi
tradizionali, ovviamente tutto ciò non vale più e quella
guarigione entra subito a far parte della statistica
scientifica a conferma ineccepibile dell’efficacia della
terapia ortodossa. Ebbene, anche se oggi non possiamo più
avere gli elementi sufficienti per giudicare su basi certe
la malattia oculare guarita da Hartung, rimangono
inconfutabilmente a suo favore le testimonianze e le
diagnosi di due tra i più grandi luminari dell’Oculistica
del tempo, i Professori F. Flarer e F. Jaeger e la
testimonianza autografa dello stesso Radetzky.
La
storia dell’Omeopatia Ë costellata di innumerevoli
episodi e casi clinici simili a quello del Maresciallo
Radetzky. Un lunghissimo elenco di medici, scienziati,
statisti e grandi uomini di cultura potrebbe essere stilato
sino a riempire intere pagine. Ma pochi sanno e molti fanno
finta di non sapere che questi uomini, grandi e meno grandi,
tutti accomunati dalla sofferenza e dalla malattia si
convertirono all’Omeopatia non per un atto di fede, ma
solo e a seguito della propria guarigione o a quella dei
propri familiari, quando le cure della medicina classica
avevano fallito il loro compito. Neanche il fatto che geni
della levatura di Madame Curie (premio nobel per la fisica)
e del suo sposo e collaboratore fossero medici omeopatici;
oppure che scienziati e uomini illustri come Boerhaave,
Carlo Darwin, Faure, Giolitti, Lakhovsky, Lordat, Hufeland,
Huchard, Lombroso, Puccinotti, Antonio Rosmini, Francesco
Severi, Tommasini, Bruschi, Amalio Cimeno, fossero convinti
assertori dell’Omeopatia a nessuno più importa. E cosa
dire allora dei grandi statisti o dei Pontefici curati e
guariti dall’Omeopatia dopo aver inutilmente tentato le
cure convenzionali prescritte dai migliori specialisti che
avevano a disposizione? Mi riferisco proprio a Gregorio XVI,
Leone XII, Leone XIII, Pio VIII, Pio IX e Pio XII !
Ovviamente tutto ciò è di poco conto, quel che più conta
oggi è il giudizio "attendibile" di presunti
sapientoni sempre pronti a ribadire l’ormai scontata e
logora frase: "l’omeopatia Ë solo acqua fresca,
nient’altro che acqua fresca" per poi asserire
subito dopo che: "vi sono casi documentati in cui i
rimedi omeopatici hanno provocato reazioni allergiche, fino
allo shock anafilattico". (Sic!). A questo punto
non serve nemmeno prendersela più di tanto, le cose si
commentano da sè; c’è solo da chiedersi se certi
individui pensano seriamente che tutti siano degli ingenui
imbecilli, oppure viene spontaneo domandarsi se hanno
davvero la consapevolezza di quello che dicono e scrivono!
Anche l’individuo più incolto, maldestro e sprovveduto
noterebbe in tale contraddittoria asserzione l’espressione
della più palese ignoranza in materia o della più livida
malafede! Ma forse la ragione è un’altra: essi possono
dire tutto e il contrario di tutto senza rischiare mai
nulla, senza mai provare vergogna e pudore per le loro
assurde asserzioni perché pensano arrogantemente di
possedere sempre la verità. Purtroppo in ogni tempo
l’incredulità e l’ottusità hanno i loro entusiasti,
come la superstizione. "Lo scetticismo"
– diceva Claud Bernard, maestro della medicina
sperimentale – "perde le basi su cui edificare
scientificamente; la sterilità del suo animo risulta ad un
tempo dai difetti del suo sentimento e dall’imperfezione
della sua ragione.".
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