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Anno II

Numero II - III

Marzo - Giugno 1998

 

Il caso Radetzky: storia di una guarigione omeopatica

 

 

Fernando Piterà

 

Medico chirurgo (Genova) Docente di Omeopatia, Fitoterapia e Bioterapie


 

"COLORO I QUALI HANNO ASSISTITO ALLE GRANDI GUARIGIONI MEDIANTE L’OMEOPATIA E TUTTAVIA SI OPPONGONO ALLA VERITA’ DEVONO POSSEDERE UNA IMMENSA OTTUSITA’ ED ESSERE TOTALMENTE PRIVI DI INGEGNO. ANCHE SE UNO RISORGESSE DAL REGNO DEI MORTI, ESSI NON CI CREDEREBBERO COSI’ E’ LA VITA MEDICA." (J.C. Burnett)

 

La guarigione del Maresciallo Radetzky ebbe, nel secolo scorso, grande risonanza europea tranne che in Italia, dove avvenne. L’evento fu "dimenticato" dagli storici e dalle riviste italiane dell’epoca in quanto i patrioti italiani cercarono di ignorare tutto ciò che portava il marchio dell’oppressore. Il Maresciallo era affetto da un tumore all’occhio destro che i medici di Milano avevano rinunciato a curare. Il Prof. Jaeger, il più eminente oculista della Corte d’Austria, fu mandato dall’Imperatore presso l’illustre malato, ma senza alcun risultato. Fu allora che Radetzky si rivolse all’Omeopatia. CosÏ avvenne che il Dottor Hartung lo guarì radicalmente in sei settimane con l’Omeopatia.

 




Alcuni mesi fa fui invitato dal Professor Paolo Aldo Rossi a tenere delle lezioni di Omeopatia presso l’Università di Genova al Corso di Storia del Pensiero Scientifico – Sezione di Epistemologia. Al termine delle lezioni non mancano mai domande provocatorie che assomigliano a biopsie mirate del tipo: "L’Omeopatia può curare anche i tumori?". Una risposta equilibrata a tale domanda implica necessariamente una vasta gamma di considerazioni storiche, metodologiche e bioetiche che non è possibile sviluppare e valutare in un solo contesto o in un breve arco di tempo. D'altronde la domanda cosÏ formulata necessita di una risposta del tipo "si" o "no". Per rispondere in senso affermativo basterebbe citare la letteratura omeopatica del passato e trincerarsi dietro di essa lasciando ai predecessori tutti i meriti e la responsabilità professionale e deontologica del loro operato; ma ciò significa innescare pericolose aspettative negli ascoltatori e muoversi in un terreno estremamente impervio e minato. Rispondere "no" equivale comunque a mentire e ciò non è moralmente e intellettualmente corretto. Se è vero che oggi, nessun medico assennato che pratica l’omeopatia può prendersi in cura un caso di cancro (privando il paziente in prima istanza di terapie convenzionali efficaci), è altrettanto vero che l’Omeopatia può fare molto per alleviare le sofferenze di quel malato e migliorarne la qualità di vita. Succede infatti che pazienti "abbandonati" dalla medicina convenzionale, e quindi non "sottratti" a terapie consolidate, si siano rivolti all’Omeopatia traendone beneficio.

 

Facendo dunque le dovute premesse del caso, ho scelto di rispondere alla domanda citando un caso storico poco noto ma oltremodo significativo e importante: - la guarigione del Maresciallo Radetzky - perché l’evento medico in questione oltre a rispondere (in parte) alla domanda, segna di fatto il momento storico dell’inizio dell’Omeopatia in Italia e rappresenta una curiosa pagina della storia della medicina. Ho cercato così di tracciare le fasi essenziali della malattia e della cura di questo caso, in quanto la sua guarigione, dato l’altisonante nome del personaggio, ebbe all’epoca ampia risonanza e l'interesse che suscitò contribuì a diffondere l'Omeopatia nel Regno Lombardo Veneto e poi in tutta Italia.

 

L’Omeopatia nacque circa 200 anni or sono in Sassonia dalle sperimentazioni e dalle geniali osservazioni della mente innovatrice di Samuel Friedrich Christian Hahnemann (1755-1843). Nonostante gli attacchi più feroci e l’esplicita condanna della classe medica imperante, il nuovo metodo terapeutico si diffuse ben presto in Europa seguendo il corso degli eventi bellici. Prima in Germania e Austria, poi in Italia al seguito delle truppe austriache e successivamente in Francia, Inghilterra, in Asia e nelle Americhe. L'Omeopatia era gi‡ profondamente affermata e diffusa fra i medici militari dell’armata austriaca che all’epoca presidiavano il Nord Italia. Per l’odio radicato contro l’invasore, tutto ciò che portava la marca asburgica era sistematicamente rifiutato e boicottato sia dalla classe intellettuale che dalla popolazione locale; la stessa sorte toccò all’Omeopatia in quanto prerogativa dei medici delle truppe di occupazione. Condividere le idee del nemico era venire meno allo spirito patriottico. CosÏ, proprio dove avrebbe avuto le maggiori possibilità di diffusione, l’Omeopatia si sviluppò in sordina e in ritardo rispetto alle altre regioni. Molti medici italiani ne avevano sicuramente sentito parlare dai loro colleghi austriaci, ma per loro era difficile apprendere e praticare la nuova terapia in quanto la popolazione locale, restia ad assimilare tutto ciò che portasse il marchio del nemico, poteva tacciare di filo-austriaco e traditore perfino un medico che la praticasse. Questo spiega il silenzio sulla vicenda e giustifica in parte le polemiche e i tentativi di allora messi in atto per ridicolizzare e distruggere l’Omeopatia. Anche uomini di elevata intelligenza si rifiutavano a priori di documentarsi seriamente sull’Omeopatia lasciandosi trasportare da una mancanza assoluta di critica e di obiettività scientifica. Molti italiani erano irredentisti e il giogo dello straniero era pesante: qualsiasi tentativo di ribellione veniva soffocato sul nascere mediante dura repressione. La storia del nostro Risorgimento è piena di esempi dove intellettuali, scrittori, artisti, musicisti e poeti con ogni mezzo a loro disposizione combatterono una "guerra fredda" contro l’oppressore. Il disprezzo che si esprimeva in tutte le polemiche riguardanti l’Omeopatia era dovuto soprattutto al fatto che la nuova scienza terapeutica era l’espressione delle odiate alte sfere dell’esercito. Per spezzare ogni preconcetto, era necessario un evento eccezionale che facesse scalpore e portasse l'Omeopatia alla ribalta, all'onore della cronaca. Ed è proprio ciò che accadde. Ma veniamo ora ai personaggi della vicenda e ai fatti.

 

IL MARESCIALLO RADETZKY

 

Il Conte Johann Joseph Wenzel Radetzky, "Duca di Custozza" nacque nel castello di Tzrebnitz in Boemia il 2 Novembre 1766 e morì a Milano il 5 Gennaio 1858. La sua tomba si trova a Wetzdorf e suoi monumenti furono eretti a Praga, a Lubiana e a Vienna. Prese parte giovanissimo alla guerra austro-russo-turca negli anni 1778-79 conclusasi con la pace di Fassy. Ufficiale dell’esercito austriaco, nel 1784 percorse una brillante e lunga carriera militare partecipando ai più importanti avvenimenti bellici tra due secoli densi di eventi storici. Nel 1796 era in Italia contro Napoleone. Partecipò alle campagne del 1799-1800 e 1805, anno nel quale fu promosso generale. L’imperatore lo scelse come capo dello S.M. imperiale e in tale qualità partecipò alle campagne del 1813-14-15 contro la Francia. Dal 1831 ebbe il comando Supremo delle truppe austriache nel Lombardo-Veneto e nelle Legazioni. Nel 1836 era gi‡ Feldmaresciallo. Sorpreso dalla rivoluzione di Milano del 18 Marzo 1848, pensò di domarla ma poi si ritirò con tutte le truppe della Lombardia, a Verona. Il 23 Marzo 1849 vinse l’esercito piemontese a Novara. Negli anni 1848-49 Radetzky era stato supremo comandante in Italia ed era una figura importantissima a Milano; Governatore del Regno Lombardo Veneto, aveva a Milano praticamente potere illimitato. Radetzky era stato Generale in capo durante le guerre di liberazione sotto il diretto comando del Conte di Schwarzenberg il quale si faceva curare omeopaticamente ed era stato paziente dello stesso Hahnemann. Fu poi Governatore del Lombardo-Veneto fino alla sua morte dopo aver, nel 1857, lasciato il servizio attivo. Lasciò numerosi scritti dei quali il più notevole quello dal titolo "Esame sulla situazione dell’Austria.".

 

 

IL DOTTOR HARTUNG

 

Christoph Hartung (1779-1853) era contemporaneo e compatriota di Hahnemann essendo nato l'11 Maggio 1779 a Romilda nella Sassonia inferiore. Abbracciò la carriera di medico militare nell'esercito austriaco e prese parte alle guerre napoleoniche attraversando la Polonia, la Francia, la Germania e l'Italia. Nel 1806, nuovamente a Vienna, frequentò l'Accademia Giuseppina, scuola superiore per medici militari, dove si specializzò nel 1808 in medicina. Ritornò presto in mezzo alle truppe e partecipò ad altre campagne col grado di capitano medico. La battaglia di Lipsia, che si svolse il 16-17-19 Ottobre 1813, ebbe per lui importanza decisiva, perché in quella occasione sentì per la prima volta parlare delle famose cure di un medico, un certo Hahnemann, a cui si era rivolto con successo il Principe di Schwarzenberg, generale dell’armata austriaca e comandante degli eserciti alleati, il vincitore di Napoleone. Dopo le guerre Hartung ritornÚ in Austria e fu nominato Direttore dell'Ospedale Militare a Salisburgo; in questa citt‡ ebbe la possibilità di approfondire lo studio dell’Omeopatia che già tanto favore aveva incontrato presso i medici militari e di metterla in pratica. La sua permanenza in quella bella cittadina austriaca non fu però lunga: un ordine del Ministero della Guerra, lo trasferì a Verona, una delle fortezze del quadrilatero ed un contrordine gli assegnò poi la sede di Milano, dove a seguito della guarigione del Maresciallo Radetzky, iniziÚ la brillante carriera di libero professionista. Il Dott. Christoph Hartung, allora ufficiale dell'esercito austriaco di occupazione del Regno Lombardo Veneto, non avrebbe mai immaginato che sarebbe stato il primo medico ad introdurre l’Omeopatia in Italia. Fu proprio lui che riuscì a vincere la resistenza da parte dei medici e dei pazienti italiani. L'occasione di salvare la vita e la vista al Maresciallo Radetzky, data l'alta posizione del suo paziente, gli valse l'appoggio dello stesso e soprattutto una notorietà che varca i limiti della ristretta cerchia degli occupanti per dilagare nell'alta aristocrazia milanese. Hartung pubblica in seguito un lavoro dove descriveva accuratamente un rilevante numero di casi curati con la terapia omeopatica e lo dedicò con una lunga lettera ad Hahnemann, residente allora a Parigi. Invia ad Hahnemann il manoscritto del suo lavoro e ne ricevette in dono, come riconoscimento dell'opera da lui svolta in favore dell'Omeopatia, un anello nel quale era incastonata una corniola con il profilo di Hahnemann; a sua volta Hartung ricambiò la gentilezza inviando ad Hahnemann una copia della medaglia ricordo in oro che aveva ricevuto da Radetzky. Christoph Hartung fu messo a riposo nel 1846 e si ritirÚ dall’attivit‡ professionale stabilendosi a Baden, vicino a Vienna, dove morÏ nel 1853. Come in Austria spesso succedeva, a suo figlio fu più tardi decretato, per le benemerenze del padre il titolo nobiliare ereditario sotto il nome di Hartung von Hartungen.

 

IL CASO INCURABILE:

 

Già da qualche tempo la salute del Feldmaresciallo Radetzky era piuttosto cagionevole; fin dal 1836 si ammalava periodicamente ogni primavera di febbre catarrale infiammatoria che spariva con qualche giorno di riposo e cure mediche (Petroz e Roth, Revue de la Matiére Mèdicale Spécifique; e dal Giornale di Medicina Omeopatica, Anno III, Vol. VIII, 9 Settembre 1841, pag. 200); inoltre era affetto da frequenti crisi di cefalea frontale, dispepsia, eruttazioni acide, prurito anale e frequenti episodi di diarrea. Nel 1839 lo stato di salute si complica ulteriormente e Radetzky ebbe una improvvisa congestione al capo accompagnata da violente vertigini con perdita dell'equilibrio, tali da farlo cadere in terra, sintomi che scomparvero quando da Milano si reca al campo di Pordenone. Al suo ritorno a Milano le condizioni di salute peggiorarono ulteriormente: egli comincia a lamentare un forte senso di pressione all'occhio destro accompagnato da un dolore di tipo compressivo localizzato alla fronte e presentava un’infiammazione della palpebra corrispondente. Talvolta sembrava che l'occhio destro sporgesse dall'orbita. Dopo alcuni giorni di cure questi sintomi molesti scomparvero, ma rimase una fastidiosa infiammazione alla palpebra inferiore.

 

Un anno dopo, nel 1840, Radetzky ebbe un nuovo e isolato attacco di vertigini con una continua lacrimazione dall'occhio destro. Il 9 Ottobre dello stesso anno, dopo essere stato lungamente esposto al sole e al vento, si ammala di un violento episodio febbrile con dolori soprattutto localizzati alla fronte; l'occhio destro era nuovamente infiammato e sporgeva lievemente dall'orbita. Dopo questa manifestazione acuta, al Maresciallo rimase una tumefazione non dolorosa situata nell'angolo esterno superiore dell'occhio destro. La tumefazione aumenta e verso la fine del mese di Ottobre aveva raggiunto la grandezza di un fagiolo che comprimeva l’occhio e lo spingeva fuori dall'orbita, mentre un'altra neoformazione andava formandosi nell'angolo interno dello stesso occhio. Dai medici tradizionali gli fu diagnosticato un fungo dell'occhio destro e vennero prescritti cataplasmi che ebbero un effetto deleterio sullo stato infiammatorio oculare. Altre medicine successivamente consigliate si dimostrano anch'esse del tutto inutili. Fu così convocato il medico omeopatico Christoph Hartung.

 

LA CURA E LA GUARIGIONE:

 

Hartung in quell’occasione, dopo aver attentamente valutato lo stato del paziente, prescrisse una serie di medicamenti soprattutto per evitare un attacco apoplettico che pareva imminente e per cercare di arrestare lo sviluppo del fungo. Furono somministrati i seguenti rimedi: Aconitum, Baryta carbonica, Zincum metallicum, Anacardium orientalis, Calcarea carbonica, Euphrasia officinalis, Mercurius solubilis, Mercurius corrosivus, Antimonium crudum, Digitalis purpurea, tutti a dosi omeopatiche. Radetzky a seguito di queste cure ebbe un sensibile e immediato miglioramento: riprese infatti le forze, scomparvero le vertigini con tutti gli altri sintomi che lo affliggevano. Rimase solamente un lieve indolenzimento al capo; ma la neoformazione oculare continuava inesorabilmente il suo decorso, malgrado il miglioramento generale. Oltre alla tumefazione primitiva situata nell'angolo interno dell’orbita ed una seconda che si era sviluppata nell'angolo esterno, ne comparve una terza, localizzata sotto la palpebra inferiore "Öfungosa, elastica, granellosa, color rosso pallido, indolore.". Il bulbo oculare a causa della compressione fu spinto maggiormente fuori dall'orbita deviando dal suo asse normale; la pupilla era così rivolta verso l'esterno e verso l'alto ed i movimenti dell'occhio erano notevolmente ridotti, benché la vista non fosse ancora menomata.

 

Poichè l'occhio continuava inesorabilmente ad aggravarsi, Hartung chiese un consulto con il Dottor Flarer di Pavia che era un illustre Professore di Oftalmologia. I due medici concordarono nella diagnosi, ma da un punto di vista prognostico il Prof. Flarer fu molto più pessimista di Hartung: in presenza di altri medici egli dichiarò "Non possiamo far più nulla" ed aggiunse: "né l'Allopatia né l'Omeopatia, né l'Idroterapia, né qualunque altro metodo vi fosse, poteva guarire questo caso" aggiungendo che il Conte "sarebbe morto di consunzione o di attacco apoplettico.". A conferma di quanto aveva appena affermato, il Prof. Flarer rifiutò di fare qualsiasi prescrizione medica ritenendola assolutamente inutile e, solamente dopo le insistenze di Hartung, al fine di non demoralizzare il paziente, egli acconsentì e prescrisse del Mercurio. Dopo qualche giorno di cura, il Dottor Hartung dovette però sospendere questo nuovo medicinale e ricorrere ad un antidoto in quanto al paziente erano ritornate le violente congestioni al capo.

 

Data la gravità della situazione, fu inviata a Vienna una dettagliata relazione sullo stato di salute del Maresciallo Radetzky e l'Imperatore ordinÚ immediatamente al Professor Jaeger, eminente oftalmologo di Vienna, di partire subito per Milano. Lo stato generale del paziente era ancora buono, ma il tumore cresceva inesorabilmente e anche la vista cominciava ad essere seriamente compromessa. Quella che segue fu la descrizione dell’illustre oculista dopo che ebbe accuratamente esaminato l’occhio del paziente: "Öpi˘ di otto linee di larghezza, turchino grigio, duro, a cercini, sÏ estendeva a forma di arco verso l'angolo interno, lungo la palpebra superiore, si restringeva a poco a poco e si assottigliava. All'angolo interno un altro tumore di un turchino grigio che formava contro l'occhio una parete perpendicolare e si perdeva inclinandosi verso il naso. Il tumore dell'angolo interno si era triplicato ed era divenuto rosso, ineguale e duro. Il tumore rosso pallido, situato fra il globo oculare e la palpebra inferiore, si avanzava per un terzo di pollice di distanza e permetteva così di riconoscere facilmente la natura fungosa del prodotto morboso che si formava in tutta la circonferenza dell'orbita, e non si manifestava al di sopra dell'angolo esterno che per il colore turchiniccio della pelle che lo ricopriva. Questo fungo cagionava diversi dolori: trafitture, lacerazioni, ardori e prurito; l'occhio faceva sangue facilmente. La vista era attaccata, l'infermo vedeva tutti gli oggetti in nero e non poteva distinguerli. La congiuntiva era rilassata, d'un rosso scuro tirante al turchiniccioÖ", e la minuziosa descrizione continuava.

 

Questo era lo stato del Maresciallo Radetzky quando il Prof. Jaeger giunse a Milano: presente al consulto, oltre ad Hartung, vi era il Prof. Flarer di Pavia. La diagnosi e la prognosi di Jaeger furono praticamente identiche a quelle di Flarer; egli dichiarò il male inguaribile ritenendolo una discrasia che rendeva inutile ogni intervento chirurgico e che a sua conoscenza non vi era alcun medicamento utile da usare: "Öperché questa malattia non era mai stata guarita.". Dopo questa ultima dichiarazione, che anche Hartung condivideva, con molto tatto il Vice-Re comunicÚ a Radetzky solo una parte dell’esito del consulto, avvertendolo che sarebbe rimasto affidato alle cure esclusive di Hartung ma che probabilmente la tumefazione dell’occhio sarebbe ancora cresciuta e poi andata in suppurazione e che, logicamente, egli avrebbe avuto sofferenze e dolori, ma ogni mezzo sarebbe stato messo in atto per rendere la sua malattia il meno penosa possibile. "Amico mio" - disse Radetzky rivolgendosi ad Hartung, - "sono partiti tutti. Fate di me tutto quello che volete. Ho piena fiducia in voi e non voglio più vedere nessun altro medico.".

 

Il Dott. Hartung si trovava dunque in una posizione assai scomoda e imbarazzante: le diagnosi degli illustri clinici, che concordavano con la sua, non lasciavano più alcuna speranza al suo paziente. Data la notorietà dell’illustre personaggio, molte erano le pressioni e svariati i consigli che giungevano da ogni parte; la responsabilità di Hartung, era davvero grave. Considerato che la medicina ufficiale non lasciava più adito ad alcuna speranza, Hartung decise di affidarsi unicamente all'Omeopatia e si rimise nuovamente e pazientemente all'opera. Il primo medicamento che pensò di somministrare a Radetzky fu l’Arsenicun album alla 30ma diluizione centesimale: ma subito dopo la prima dose Radetzky ebbe violenti dolori al capo e trascorse una notte agitatissima; il secondo, terzo, quarto giorno non furono migliori del primo e al dolore si aggiunsero sintomi di insonnia, diarrea, astenia, debolezza, aumento della tumefazione e della protrusione dell'occhio destro. Il quinto giorno dall'inizio della cura con l’Arsenicum, Hartung si rende conto di dover cambiare medicinale e somministra allora Psorinum alla 30 CH; il risultato di altri quattro giorni di cura fu la diminuzione della cefalea e del senso di pressione interna dell'occhio, ma al quarto giorno comparve una lieve emorragia oculare mentre la tumefazione continuava ad aumentare. Di nuovo Hartung cambia medicinale e somministra Herpetinum 30 CH per altri otto giorni con un nulla di fatto: non solo la tumefazione continuava ad estendersi, ma di tanto in tanto si verificavano lievi fatti emorragici oculari, mentre la cefalea, l'astenia, le vertigini e il senso di pressione continuavano regolarmente a tormentare il paziente.

 

Ancora una volta Hartung decide di somministrare un altro rimedio prescrivendo Carbo animalis alla 30 CH. Dopo quattro giorni di cura si potevano già notare alcuni miglioramenti dei sintomi: scomparve il senso di pressione al capo e contemporaneamente si verificò un aumento del prurito e della lacrimazione e, cosa ben più importante, il tumore non cresceva pi˘, ma nemmeno diminuiva. I primi tre medicinali prescritti (Arsenicum, Psorinum e Herpetinum) avevano aggravato il male del paziente, mentre il quarto (Carbo animalis) ne aveva solo arrestato la crescita. Hartung pareva procedere nella terapia per misurati tentativi e sembrava non avere altri elementi utili per una più corretta prescrizione secondo le leggi dell’Omeopatia. Quando egli si ricordò di aver già guarito in altre occasioni con un rimedio denominato Thuya occidentalis, - la cui sperimentazione e patogenesi si deve direttamente ad Hahnemann, - le ipertrofie e gli indurimenti delle tonsille, le escrescenze verrucose, i polipi, gli scirri alle mammelle ecc.. Hartung allora somministrÚ Thuya occidentalis 30 CH e Carbo Animalis 30 CH, in ragione di una dose ogni otto giorni. Prescrisse anche la Thuya per uso esterno mediante lavaggi oculari. Il primo giorno di cura vi fu un ritorno dei vecchi sintomi: ricomparvero la cefalea frontale; la tosse particolarmente notturna; il mal di reni accompagnato dall’emissione di un deposito rosso sabbioso nelle urine e ritornò l’eruzione pruriginosa alla superficie interna delle cosce. Il secondo giorno si aggiunsero anche dei dolori migranti. Il terzo giorno i dolori cessarono e comparve un intenso prurito all'angolo interno dell'occhio con trasudazione da tutta la circonferenza del fungo di un liquido simile a fior di latte fresco. Il quarto, quinto, sesto e settimo giorno l'ammalato finalmente non accusò più alcun dolore.

 

Nei giorni successivi il trasudato dell'occhio divenne sempre più abbondante ed il fungo, con grande meraviglia di tutti, diminuì finalmente di volume. Scrisse Hartung in quell’occasione: "Ö il tumore dell'angolo interno ed il tumore teso sono diminuiti anch'essi: l'infermo ora può distinguere gli oggetti, buona la salute generale, lo spirito ha tutto il solito vigore, il corpo la sua attività e la sua forza. Continuo il trattamento omeopatico" - prosegue Hartung, - "Ö ma non posso sperare di guarire una malattia tanto pericolosa.". E più avanti: "Ö il trattamento è stato tanto efficace... adesso posso sperare nella guarigione completa... il fungo che aveva una circonferenza di quattro pollici, ora non è che un piccolo tumore, visibile solo quando si rovescia la palpebra inferiore... non oso lusingarmi del successo" – continua - "finché il male non sia affatto scomparso, non posso vantare abbastanza l'effetto dei mezzi omiopatici.".

 

Egli continua così il trattamento con Thuya occ. per lavaggio esterno e Thuya occidentalis 30 CH e Carbo animalis 30 CH per uso interno in dose di tre globuli della trentesima diluizione la sera dell'ottavo giorno e la mattina del nono giorno. Il 16 Marzo 1841, Hartung poteva scrivere: "Ö in capo a sei settimane il fungo scomparve completamente, l'occhio recuperÚ forza e mobilit‡, solo la palpebra inferiore era ancora un po’ gonfia e un poco lacrimante.". Di fronte a questi due sintomi lievi e abituali Hartung non considerò opportuno continuare la cura dato che la tumefazione oculare era completamente scomparsa e l'occhio ormai guarito. Da allora l'occhio non diede più alcun disturbo al Maresciallo Radetzky, e non ricomparvero più gli altri disturbi di cui in passato egli aveva tanto sofferto: quali le crisi di cefalea, la tosse, i dolori renali, i pruriti anali, le eruttazioni acide ecc.. Ma, cosa più importante, non vi furono più recidive del tumore nell’arco dei successivi 17 anni, sino alla sua morte, avvenuta nel 1858 per altre cause.

 

Il Dottor Varlez, membro dell’Accademia Reale di Medicina di Bruxelles, che incredulo voleva la conferma del fatto, ricevette dallo stesso Radetzky la seguente lettera: (ConfÈrence sur l'Homoeopathie, par le Dr. Michel Granier, Paris, Ballière, 1855, pag. 91.).

 

"Signore, è con piacere e riconoscenza che io dichiaro che è a M. Hartung, medico omiopatico, che sono debitore della guarigione di una malattia gravissima dell'occhio. Trovandomi già abbandonato dagli altri medici è all'Omeopatia che io debbo la vista, oltre che la vita. I dettagli sul decorso della malattia e del relativo trattamento si trovano sulla Gazzetta Universale Omeopatica dell’Anno 1841.".

 

Ricevete, ecc.... Firmato: Radetzky.

 

Il Dott. Hartung divenne famoso a Milano con la guarigione di Radetzky meritandosi così la sua riconoscenza. Nel 1843, per testimoniare la loro gratitudine, amici e pazienti della migliore società milanese, con a capo Radetzky, fecero coniare per Hartung una medaglia d’oro, incisa dall’artista Broggi la quale recava la seguente dicitura: "I clienti ed amici in segno di gratitudine ed amicizia - Milano XI Maggio MLCCCXLIII.". Nell'altra faccia vi era inciso: "Al primo omeopatico in Lombardia.". La medaglia fu offerta ad Hartung ufficialmente insieme ad un diploma di riconoscimento che portava la firma di 46 donatori. L’immagine di quella medaglia ricordo venne pubblicata nel Giornale Popolare di Omeopatia di Lipsia (1940, n. 4). Esemplari di queste monete appartengono ad un collezionista di Filadelfia e di Vienna e un'altra al Dott. Prof. Hartung von Hartungen, medico omeopatico diretto discendente di questa grande famiglia di omeopati.

 

CRITICHE E DISSENSI

 

Come già detto, nelle riviste italiane dell’epoca, tranne quelle omeopatiche, non si trova nessuna traccia di questo evento e tanto meno nessun commento alla guarigione di Radetzky; questo perché i patrioti italiani ignoravano di proposito tutto ciò che riguardava l’oppressore. In Germania, invece, il caso Radetzky ebbe ampia risonanza e molto fu scritto in onore e a maggior fama del Dott. Hartung. Ma come sempre accade in questi casi e soprattutto quando si tratta di una guarigione omeopatica il caso suscitò anche critiche e perplessità.

 

A tal proposito vi fu un articolo di un certo Dott. G.L. pubblicato nell’Allgemeine Zeitung fur Chirurgie dello stesso anno che citava: "Tutti attribuiscono all’Omeopatia gli onori della guarigione, mentre questa non ebbe luogo che in seguito ad un consulto tenuto dopo che i rimedi omeopatici erano stati inutilmente impiegati per tre anni". Questa bizzarra versione fu smentita formalmente dalla pubblicazione dello stesso Hartung e soprattutto dalle dichiarazioni dello stesso Radetzky. Ma ad infirmare l’attendibilit‡ e la malafede di questo medico che non aveva avuto nemmeno il coraggio di firmarsi e che si celava dietro la sigla G.L., vi fu anche il fatto che, dopo essersi proclamato pronto a produrre le prove delle sue asserzioni, sollecitato a farlo, il misterioso autore dell’articolo non fornÏ mai quanto asserito. Un’altra critica riportata negli Annales D’Oculistique (Tomo XIV, 1845) si deve al Dottor Griesselich il quale all’epoca non contestava nÈ la diagnosi di tumore, né la natura di quel male, nè la sua guarigione, ma attribuiva quest’ultima esclusivamente alle applicazioni di Tintura Madre di Thuya sull’occhio, negando l’efficacia degli altri rimedi omeopatici impiegati per uso interno. Tra gli autori successivi soltanto Giuseppe Ovio, nella sua Storia dell’Oculistica (I, 1950) accenna brevemente alla malattia di Radetzky che attribuisce ad una probabile Tenonite, ovvero ad una semplice infiammazione (Sic!) e conclude: "Il Prof. Flarer di Pavia e F. Jaeger di Vienna, chiamati a consulto, dichiararono il caso gravissimo e furono pronunziate le parole di scirro, cancro, necessità di asportazione dell’occhio. Il Maresciallo non si fidÚ che del suo proprio medico, l’omeopatico Hartung, e finì per guarire. Naturalmente Hartung si attribuisce tutto il merito di una diagnosi giusta e della guarigione.".

 

CONSIDERAZIONI

 

Chi pratica Omeopatia avrà senz’altro riconosciuto in Thuya occidentalis il rimedio che ha sicuramente guarito il Maresciallo Radetzky. Thuya, il capostipite dei rimedi sicotici, presenta infatti tutti i sintomi presenti allora nel paziente: la cefalea cronica frontale, l’eruzione palpebrale e l’infiammazione oculare, la dispepsia, il peristaltismo intestinale, le crisi diarroiche , il prurito anale, le eruzioni che si presentano solo nelle regioni coperte del corpo, l’intertrigine inguinale e delle cosce e l’intertrigo femoro-scrotale. I soggetti Thuya si aggravano inoltre col freddo umido, mentre i loro dolori peggiorano col caldo, hanno vertigini chiudendo gli occhi, cefalea con sensazione di avere un corpo convesso premente sul cranio, cefalea dopo essere stato all’aria aperta con pesantezza delle palpebre. Thuya esprime tutta la sua potenza medicamentosa sulle escrescenze, sulle neoformazioni, le verruche, i polipi e i tumori vegetanti. La patologia oculare che necessita del rimedio Thuya Ë altrettanto importante: nel Repertorio di Kent nella rubrica Eye (Occhi) alla voce Cancer (p. 235/b) troviamo solo sette rimedi tra cui Thuya al primo grado. Alla voce Cancer, fungus, (p. 236/a) compare nuovamente Thuya al primo grado; mentre troviamo Carbo animalis come unico rimedio al secondo grado per il cancro delle ghiandole lacrimali. Ritroviamo ancora Thuya al secondo grado alla voce Tumors a p. 268/b.

 

Per quanto invece concerne la critica del Dott. Griesselich, il quale attribuiva all’applicazione esterna di Thuya il solo merito di aver guarito il tumore oculare, questo illuminato collega avrebbe dovuto ben sapere che nella storia della medicina (sia allopatica che omeopatica) non è mai esistito un caso di tumore guarito solo con i lavaggi esterni di una qualsiasi sostanza e tantomeno con dei semplici lavaggi oculari. Se fosse stato così semplice egli stesso avrebbe potuto durante la sua carriera prescrivere un po’ di collirio alla Thuya e guarire tutti i casi di tumori oculari dichiarati incurabili! Ma non ci risulta che ciò sia mai accaduto o sia mai stato pubblicato. Pensate come il pregiudizio puÚ rendere ciechi: un clinico esperto condivide in pieno e conferma una diagnosi di tumore maligno del bulbo oculare e poi, pur di non accettare il dato inconfutabile dell’azione delle diluizioni omeopatiche per uso interno, arriva ad ammettere che un po’ di tintura di Thuya applicata localmente può guarire da sola un tumore maligno! Nemmeno se questo fosse stato una semplice verruca! Ma cosa poteva sapere costui delle leggi di guarigione omeopatica? Se solo avesse letto o si fosse seriamente documentato, prima di esprimere il solito becero e saccente parere, avrebbe saputo che lo stesso Hahnemann consigliava questo doppio trattamento che consiste nel somministrare contemporaneamente il rimedio interno ad un’alta diluizione, associandolo con una applicazione esterna a bassa diluizione dello stesso rimedio indicato. Questo metodo serve solo ad accelerare la durata del trattamento e ad abbreviare il processo di guarigione, il quale comunque non potrebbe mai verificarsi senza il trattamento interno con lo stesso rimedio diluito omeopaticamente.

 

Un’altra inesorabile prova che avvalora l’azione curativa del rimedio per uso interno è il verificarsi di quella condizione che avviene solo durante un trattamento omeopatico e che in Omeopatia è definita come: "legge di guarigione di Constantine Hering". In altri termini: quando un rimedio è giustamente prescritto secondo le regole omeopatiche, si verificano nel paziente la comparsa e la scomparsa dei sintomi della malattia secondo un ordine ben preciso. In primo luogo i sintomi scompaiono in ordine inverso alla loro comparsa, ovvero quelli cronologicamente più recenti vengono sostituiti da quelli caratteristici del primo stadio della malattia. Ne consegue come corollario che alcune manifestazioni della malattia, che furono soppresse da un trattamento errato in una precedente fase della vita del paziente, riappariranno non appena verrà somministrato il rimedio più appropriato. In secondo luogo i sintomi si spostano dagli organi più vitali a quelli meno vitali e dall’interno del corpo verso l’esterno, verso la cute. In terzo luogo i sintomi si muoveranno dall’alto verso il basso, scomparendo prima dalla testa, poi dal tronco e infine dalle estremit‡. Se analizziamo il racconto di Hartung vediamo che durante la somministrazione di Thuya, e non prima, i sintomi di Radetzky seguono proprio la legge di guarigione di Hering: mentre il tumore comincia a migliorare, compaiono nel paziente i sintomi antichi, infatti: "il primo giorno di cura vi fu un ritorno dei vecchi sintomi; ricomparvero la cefalea frontale; la tosse particolarmente notturna; il mal di reni accompagnato dall’emissione di un deposito rosso sabbioso nelle urine e ritornò l’eruzione pruriginosa alla superficie interna delle cosce. Il secondo giorno si aggiunsero anche dei dolori migranti. Il terzo giorno i dolori cessarono e comparve un intenso prurito all'angolo interno dell'occhio con trasudazione da tutta la circonferenza del fungo di un liquido simile a fior di latte fresco. Il quarto, quinto, sesto e settimo giorno l'ammalato finalmente non accusò più alcun dolore e non ricomparvero più gli altri disturbi di cui in passato egli aveva tanto sofferto: quali le crisi di cefalea, la tosse, i dolori renali, i pruriti anali, le eruttazioni acide ecc.." e ancora: "Ö il tumore dell'angolo interno ed il tumore teso sono diminuiti anch'essi: l'infermo ora può distinguere gli oggetti, buona la salute generale, lo spirito ha tutto il solito vigore, il corpo la sua attività e la sua forza."

 

Ogni volta che una guarigione omeopatica travalica i limiti del "curabile" assistiamo puntualmente e inesorabilmente al ripetersi delle solite frasi del tipo "la diagnosi precedente non era esatta", oppure: "a volte i tumori possono guarire spontaneamente" - oppure si attribuisce la guarigione all’effetto placebo (come se questo valesse solo per chi pratica l’Omeopatia); oppure si dice che la malattia è regredita spontaneamente o che essa è migliorata solo a causa del rapporto di fiducia col medico omeopata e corbellerie simili. Negli altri casi invece, quando il paziente è in cura con metodi tradizionali, ovviamente tutto ciò non vale più e quella guarigione entra subito a far parte della statistica scientifica a conferma ineccepibile dell’efficacia della terapia ortodossa. Ebbene, anche se oggi non possiamo più avere gli elementi sufficienti per giudicare su basi certe la malattia oculare guarita da Hartung, rimangono inconfutabilmente a suo favore le testimonianze e le diagnosi di due tra i più grandi luminari dell’Oculistica del tempo, i Professori F. Flarer e F. Jaeger e la testimonianza autografa dello stesso Radetzky.

 

La storia dell’Omeopatia Ë costellata di innumerevoli episodi e casi clinici simili a quello del Maresciallo Radetzky. Un lunghissimo elenco di medici, scienziati, statisti e grandi uomini di cultura potrebbe essere stilato sino a riempire intere pagine. Ma pochi sanno e molti fanno finta di non sapere che questi uomini, grandi e meno grandi, tutti accomunati dalla sofferenza e dalla malattia si convertirono all’Omeopatia non per un atto di fede, ma solo e a seguito della propria guarigione o a quella dei propri familiari, quando le cure della medicina classica avevano fallito il loro compito. Neanche il fatto che geni della levatura di Madame Curie (premio nobel per la fisica) e del suo sposo e collaboratore fossero medici omeopatici; oppure che scienziati e uomini illustri come Boerhaave, Carlo Darwin, Faure, Giolitti, Lakhovsky, Lordat, Hufeland, Huchard, Lombroso, Puccinotti, Antonio Rosmini, Francesco Severi, Tommasini, Bruschi, Amalio Cimeno, fossero convinti assertori dell’Omeopatia a nessuno più importa. E cosa dire allora dei grandi statisti o dei Pontefici curati e guariti dall’Omeopatia dopo aver inutilmente tentato le cure convenzionali prescritte dai migliori specialisti che avevano a disposizione? Mi riferisco proprio a Gregorio XVI, Leone XII, Leone XIII, Pio VIII, Pio IX e Pio XII ! Ovviamente tutto ciò è di poco conto, quel che più conta oggi è il giudizio "attendibile" di presunti sapientoni sempre pronti a ribadire l’ormai scontata e logora frase: "l’omeopatia Ë solo acqua fresca, nient’altro che acqua fresca" per poi asserire subito dopo che: "vi sono casi documentati in cui i rimedi omeopatici hanno provocato reazioni allergiche, fino allo shock anafilattico". (Sic!). A questo punto non serve nemmeno prendersela più di tanto, le cose si commentano da sè; c’è solo da chiedersi se certi individui pensano seriamente che tutti siano degli ingenui imbecilli, oppure viene spontaneo domandarsi se hanno davvero la consapevolezza di quello che dicono e scrivono! Anche l’individuo più incolto, maldestro e sprovveduto noterebbe in tale contraddittoria asserzione l’espressione della più palese ignoranza in materia o della più livida malafede! Ma forse la ragione è un’altra: essi possono dire tutto e il contrario di tutto senza rischiare mai nulla, senza mai provare vergogna e pudore per le loro assurde asserzioni perché pensano arrogantemente di possedere sempre la verità. Purtroppo in ogni tempo l’incredulità e l’ottusità hanno i loro entusiasti, come la superstizione. "Lo scetticismo" – diceva Claud Bernard, maestro della medicina sperimentale – "perde le basi su cui edificare scientificamente; la sterilità del suo animo risulta ad un tempo dai difetti del suo sentimento e dall’imperfezione della sua ragione.".

 

 

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