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L'acquaticità
Rossella
Pisano
Allenatrice
FIN
Marco
Siccardi
Medico
chirurgo, ecografista
specialista in ginecologia ed ostetricia
Relazione
presentata al Convegno: "La paura: superarla stando
nell'acqua
e riscoprendo se stessi" - Sala del Museo Civico,
Morbegno (SO), 15/02/97)
La
storia del rapporto tra l'uomo e l'elemento acqua, almeno
nel nostro mondo occidentale, è una storia recente. Per
capire i motivi dobbiamo conoscerne le cause storico-sociali.
Nel mondo romano il nuoto era talmente importante che si
diceva di un uomo ignorante che "non sa né leggere né
nuotare". Nell'antica Grecia e poi a Roma attraverso
l'acqua ci si teneva in forma, ci si rilassava alle terme e
nelle vasche cittadine.
Con la caduta dell'Impero le cose cambiarono. Probabilmente
le condizioni del sistema fognario e delle circa 800 piscine
presenti nell'antica Roma si deteriorarono a tal punto che
l'acqua divenne un ricettacolo di germi e un depositi di
rifiuti. Gli effetti dell'acqua vennero considerati dannosi
per la salute e la sua influenza sulle anime diabolica.
Materia diabolica proprio perché così vicina a sensazioni
piacevoli, quasi erotiche, diventando così un elemento
inquietante, evitato e poco conosciuto.
Con l'affermarsi delle idee illuministe verso la metà del
700, l'acqua e le sue metafore, cos' vicine alle nuove
idealità culturali, ripresero la loro importanza nel mondo
sociale della borghesia inglese. Quindi, dal Medioevo fino
al '700 l'uomo occidentale si astiene dal nuotare. Chi
nuotava era considerato una persona stravagante e spesso
durante le feste ed i mercati c'era chi sotto compenso
attraversava fiumi, laghi o tratti di mare. Solo chi
riusciva a superare le superstizioni popolari era libero di
accedere all'acqua.
Dall'inizio di questo secolo in poi ci si immerge solo per
nuotare, per cui immergersi nell'acqua significa compiere
una attività fisica e generalmente la motivazione è quella
di procurare un beneficio fisico o di fare attività
agonistica. Solo in questi ultimi anni, in varie parti del
mondo, ci sono segnali di una riscoperta dell'acqua intesa
come luogo di rilassamento, come "anti-stress".
Per esempio lo "watsu" (abbinamento tra massaggio
cinese shiatzu e acqua) oppure "l'oceano privato"
(vasca iperbarica per il rilassamento new-age). Però si
tratta sempre di attività svolte in acqua bassa, cioè in
vasche profonde 80-90 centimetri.
Ma l'acqua di cui voglio parlare è l'acqua profonda, cioè
di un lavoro svolto in vasche profonde almeno 2 metri. Solo
in questo modo il nostro corpo può essere sostenuto
esclusivamente dall'acqua senza avere la possibilità di
ritrovare l'appoggio dei piedi.Bisogna togliere la terra da
sotto i piedi per concentrarsi solo sul contatto tra l'acqua
e l'intera superficie della nostra pelle.
Solo da poco tempo la filosofia e poi la psicologia hanno
recuperato la dimensione univoca della dimensione umana in
modo da guardare all'integrità tra mente e corpo. In questo
modo è stato dato il via a quello che sarà il lento
processo di rivalorizzazione della sensorialità come
percezione unifica dell'intero organismo. Ma quali sono le
percezioni psicofisiche del nostro organismo quando ci
immergiamo nell'acqua?
L'acqua profonda produce alcune modificazioni in un corpo
immerso. La posizione orizzontale e la diminuzione della
forza di gravità (si calcola che il peso reale di un
soggetto immerso sia dal 6 al 10% del peso a terra) agiscono
sui riflessi posturali (labirintici, oculari, plantari,
muscolari).
E' evidente che l'organismo deve adattarsi ad una nuova
situazione rispetto alla terra ferma. Inoltre, la pressione
dell'acqua sui tessuti provoca un trasferimento dei liquidi
corporei dall'interstizio all'interno dei vasi; aumenta il
flusso sanguigno renale e soprattutto quello polmonare (si
calcola infatti che circa 700 cc. di sangue vengano
dirottati verso la circolazione intratoracica).
Risulta modificata anche la respirazione nei suoi volumi
polmonari. La pressione idrostatica rende soggettivamente più
faticosi i movimenti con un aumento del numero di atti
respiratori. Sembra inoltre che le beta-endorfine elevino la
loro concentrazione plasmatica dopo un'immersione in acqua.
L'elemento acqua ci obbliga ad un adattamento veloce.
Infatti tutte queste modificazioni avvengono entro 5 minuti
dall'immersione. Un attimo prima siamo sulla terra, e un
attimo dopo siamo dentro all'acqua senza situazioni
intermedie o graduali.
Siamo in un mondo a parte che con le sue regole non ci
permette di essere banali. Non possiamo permettercelo perché
siamo subito consapevoli del fatto se stiamo agendo in modo
giusto o nel modo sbagliato: in questo caso "beviamo"
oppure facciamo troppa fatica. Ci immergiamo in un elemento
che ci fa lo spazio necessario, continuamente, ad ogni
nostro movimento. E' così che facciamo parte dell'acqua
prendendone i ritmi lenti ed il movimento continuo. E'
importante sapersi adeguare all'acqua. "L'acqua vince
su tutto perché si adatta a tutto" (Lao Tze). Questa
è una regola altamente educativa che l'acqua richiede:
sapersi adeguare alla situazione che cambia continuamente.
Non dobbiamo però dimenticare la duplice natura dell'acqua.
In molte lingue africane la parola per dire "le acque
dell'inizio" è la stessa per quella che viene usata
per designare i gemelli. Nel primo capitolo della Genesi, al
secondo giorno, Dio disse: "... vi sia fra le acque
un firmamento il quale separi le acque superiori dalle acque
inferiori. E chiamo il firmamento cielo."
L'acqua è profonda e bassa, portatrice di vita ed omicida,
chiara pura fresca e ricettacolo di germi, rilassante e
faticosa, densa e inesistente, un pieno ed un vuoto. Cosa
succede quando crediamo che l'acqua si faccia vuoto, quando
non siamo consapevoli della sua densità? Da alcuni studi
effettuati da Nardone ad Arezzo negli anni '80, viene
evidenziato che l'ansia verso l'acqua dipende dallo stato di
ansia del soggetto, cioè dall'ansia che fa parte della sua
costituzione. La persona tende a condensare l'ansia globale
in una forma specifica di paura, proiettata sulle possibili
pericolosità dell'acqua. Un altro dato che emerge è la
relazione esistente tra l'aumento dell'ansia e l'aumento
dell'età: le persone sopra i 40 anni sono state soggette ad
una socializzazione all'acqua più ansiogena. Sicuramente
durante la loro infanzia c'era una diversa situazione
culturale e sociale.
Sembra inoltre esistere una corrispondenza tra l'ansia per
l'acqua e la maternità. La madre immagina situazioni
pericolose per il proprio figlio. Vedete allora come l'acqua
ci costringe a soffermarci a riflettere sul modo in cui
affrontiamo con ansia alcune situazione che riguardano noi o
chi ci sta vicino. Se l'acqua è usata con esercizi adeguati
ci rende consapevoli della nostra ansia e mostra come in
maniera attiva, cioè nella realtà dei fatti, possiamo
superarla.
Bachelard ne "La psicanalisi delle acque" dice:
"l'acqua spinge l'uomo alla vita energica e per molti
aspetti la contemplazione e l'esperienza dell'acqua ci
conducono verso un ideale. Non si devono sottovalutare le
lezioni che ci vengono dalle materie primarie. Hanno segnato
la giovinezza del nostro spirito. Sono necessariamente una
riserva di giovinezza. Le ritroviamo legate ai nostri
ricordi intimi." Acqua intesa come elemento antico,
come elemento primordiale.
Come tale la possiamo proporre, per esempio, alle gestanti
durante i corsi in acqua per rivalutare un tratto tutto
"al femminile" che è il non porre resistenza, il
lasciar fare, seguire il proprio istinto, caratteristiche
così importanti durante la fase dilatante del travaglio.
L'acqua fa aumentare il coraggio e la fiducia in capacità e
risorse che abbiamo e che spesso sono insospettate. Poi,
durante gli incontri in acqua con i neonati, permetterà
alle nuove madri di osservare il proprio modo di comportarsi
mentre lasceranno che il figlio si avventuri sperimentando
un comportamento acquatico che per i neonati è spontaneo.
Per molte persone questo comportamento spontaneo con l'acqua
rimane quasi intatto, per altre invece regredisce e si
nasconde fino a diventare una vera fobia.
Queste sono alcune delle considerazioni a cui si è giunti
attraverso l'esperienza dello "stage di acquaticità".
I partecipanti non sono atleti, però sono persone che sanno
nuotare. Durante gli incontri si gioca sulla linea di
confine tra la paura di cadere ed il piacere di lasciarsi
andare, la lentezza dei movimenti, la capacità che tutti
noi abbiamo (nessuno escluso) di galleggiare, il gioco con
le altre persone, la dissolvenza delle forme dei corpi
nell'acqua. Da queste esperienze emerge un fatto già
intuito dalla psicanalisi, cioè che l'acqua favorisce il
riemergere del ricordo della vita intrauterina.
Cosa ricordiamo di quel periodo, cosa ricordiamo di quella
turbolenza acquatica che è stata la nascita? Bion scrive
"... ho l'impressione che l'esperienza della nascita
sia troppo dura; quelli che, quando erano embrioni facevano
potenzialmente, ora non è più alla loro portata. Mi sembra
che sia gratuitamente insensato supporre che il fatto fisico
della nascita sia qualche cosa che crea una personalità che
prima non esisteva. ... Il feto non ha altra scelta che
nascere e viene spinto fuori in uno scomodo fluido gassoso.
E' costretto ad abbandonare un bel fluido acquoso.
I bambini, durante la terapia di gioco, quando trovano che
c'è qualcosa di doloroso, spesso hanno l'impressione che
abbia a che fare con l'aria. A volte fanno delle bolle di
sapone o degli aeroplani. ... La prima cosa che bisogna fare
è essere consapevoli dell'esistenza di tale trauma. Se vi
possono essere delle tracce di quelle che un chirurgo
chiamerebbe -fessure brachiali- e, se, nel corso del nostro
sviluppo, attraversiamo davvero questi particolari stadi dei
nostri antenati pesci, dei nostri antenati anfibi e così
via, e se questo lascia dei segni nei nostri corpi, perchè
allora non ne dovrebbe lasciare nella nostra mente?"
Il riferimento che fa Bion è senza dubbio a Ferenczi che
nel 1932 presentò un'ipotesi affascinante sulla nascita
della specie umana. Secondo Ferenczi, le nostre cellule
portano in sé la loro storia e il significato della loro
genesi. Hanno quindi una memoria. Attraverso lo studio del
comportamento delle cellule e attraverso alcune
interpretazioni psicanalitiche, egli diede una sua
interpretazione filogenetica.
Cadere in acqua spesso significa il ritorno nel grembo
materno, mentre essere salvato dall'acqua pone l'accento
sull'episodio della nascita o dell'arrivo dei primi esseri
sulla terra ferma. Per cui, nella leggenda del diluvio,
probabilmente, c'è un'inversione dello stato reale dei
fatti. La prima grande minaccia che si è abbattuta sugli
animali, tutti acquatici all'origine, non fu il diluvio ma
il prosciugamento.
Allora Ferenczi dice: "E se l'esistenza intrauterina
dei mammiferi non fosse che una ripetizione della forma di
esistenza dell'epoca marina, e se la nascita non fosse altro
che una ricapitolazione individuale di questa grande
catastrofe che ha costretto i nostri antenati animali ad
adattarsi alla vita sulla terra ferma e a rinunciare alla
respirazione branchiale per sviluppare degli organi atti a
respirare aria?" Ferenczi propose degli argomenti a
favore di questa ipotesi traendoli sia dalla storia
dell'evoluzione sia dalla zoologia comparata. Durante la
vita, ogni uomo ha quella che lui chiama "regressione
thalassale": cioè un forte desiderio di ritorno verso
l'oceano abbandonato in tempi antichi. Per varie ragioni
questa regressione si manifesta attraverso le effusioni
d'amore, il coito, il sonno.
Bachelard parla del "richiamo dell'elemento". Il
richiamo dell'acqua reclama in un certo senso un dono
totale, un dono intimo. L'acqua vuole un abitante, chiama a
sé come una patria. ... Però, per molte persone, l'acqua
non è, come direbbe Bachelard, una patria. Sono
irresistibilmente attratte ma nello stesso tempo sentono
repulsione e paura. Ma paura di che cosa?
Paura di cadere, di non riuscire a respirare, oppure è una
sensazione imprecisata? Sanno che tutti galleggiano, perché
è un fatto naturale, ma sono anche convinti che per loro
non sia così. Hanno provato tante volte, ma non ci sono mai
riusciti perché fanno esattamente l'opposto di ciò che
l'acqua chiede di fare: si tengono, si tengono a galla,
invece di lasciarsi andare. Per tenersi a galla contraggono
la muscolatura, rendendosi così più pesanti; i loro
movimenti sono veloci, forzati, faticosi, devono andare in
fretta e non si possono mai fermare perché altrimenti
"cadono". Come direbbe Erikson, è un "gioco
senza fine" per intendere quando un sistema si blocca
con e nelle sue stesse regole: mi irrigidisco perché non
galleggio, non galleggio perchè mi irrigidisco.
In questo modo la tentata soluzione per restare a galla si
dimostra fallimentare e va a rafforzare quel sistema
percettivo reattivo di rigidità (muscolare e mentale)
complicato da una crescente sfiducia nei propri mezzi:
"Io non ce la faccio, né ce la farò mai!" La
paura spesso ostacola e distorce la comprensione delle cose.
Si ha paura di ciò che non si conosce. Non ci si protegge
con una fuga irragionevole, ma con una conoscenza fisica
della natura dell'acqua e con l'impiego cosciente delle
risorse che abbiamo.
Allora, galleggiare e nuotare diventano un fatto di
consapevolezza. Per essere consapevoli e vincere la paura
occorre affrontare ciò che si teme: occorre cioè lasciarsi
andare e sperimentare la realtà del galleggiamento. Il
compito degli operatori è quello di cambiare le
"regole del gioco" attraverso esperienze e
dimostrazioni concrete. Si stimola la comprensione e la
conoscenza fisica, cutanea quasi, dell'acqua, insieme alle
quali aumenta la fiducia nelle proprie capacità e
possibilità, spesso insospettate.
Gli adulti in acqua, se seguono consigli adeguati,
apprendono più velocemente rispetto ai bambini, però si
accorgono con maggiore lentezza dei miglioramenti,
specialmente se hanno resistenze verso la nuova situazione.
L'acqua infatti ci chiede di essere elastici nel corpo e
nella mente. Sino dalla prima lezione un adulto con paura
dell'acqua può sperimentare il suo galleggiamento in acqua
profonda e guardare sott'acqua il fondo della piscina e le
altre persone. Dovranno essere proposti esercizi semplici,
diretti, giochi di facile esecuzione, continuando a spostare
l'attenzione da fatti importanti a fatti banali e viceversa.
Questo permette alle persone di fare, senza quasi rendersene
conto, ciò che ritenevano impossibile per loro, così da
avere una dimostrazione che, consapevoli o no, sono stati
capaci di fare ciò che non credevano di poter fare: cioè
galleggiare.
In questo modo l'acqua non è più solo un elemento
pericoloso, a poco a poco diviene chiaro il suo aspetto
positivo. Quella dell'acqua è un'esperienza reale ,
concreta. L'acqua richiede un movimento lento, allungato,
non contratto. Un corpo sciolto abituato a ogni posizione.
Chiede di lasciarsi andare all'esperienza e di non porre
resistenza. Questo significa aprire nuovi punti di vista nei
confronti della realtà dell'acqua, aumentando così
l'apprendimento di elasticità e abilità, non solo in senso
fisico. In definitiva, l'elasticità è utile per saper
cambiare continuamente, per accettare la propria insicurezza
in un elemento ambivalente (perchè nessuno di noi avrà mai
il controllo definitivo su questa materia così mutevole);
l'abilità sta' nel cercare un modo creativo e funzionale di
adeguarsi con entusiasmo all'acqua.
BIBLIOGRAFIA
Bachelard G. Psicanalisi delle acque. Red Edizioni, Como,
1992.
Bateson G. Questo è un gioco. Raffaello Cortina Editore,
Milano, 1996.
Bausch P. Teatro dell'esperienza, danza della vita. Costa e
Nolan Editori, Genova, 1993.
Discussioni con WR Bion. A cura di F Bion. Loescher
Edizioni, Torino, 1984.
Ferenczi S. Thalassa. Ubaldini Editore, Roma, 1965.
Nardone G. Paura, panico, fobie. Ponte alle Grazie Edizioni,
Firenze, 1993.
Nardone G. Psicologia dell'acqua. Edizioni Il Ventaglio,
Roma, 1985.
Sprawson C. L'ombra del massaggiatore nero. Adelphi
Edizioni, Milano, 1995.
Sri Aurobindo e Mére. La paura. Domani Sri Aurobindo Ashram
Trust, Pondicherry (India), 1996
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