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Anno II

Numero VI

Novembre - Dicembre 1998

 

Brevi note storiche sul concetto di vecchiaia

 

Prof. Ida Li Vigni

 

 

Università di Genova Liceo Artistico statale "Paul Klee"

 

Un vecchio e un bambino si presero per mano e andarono insieme incontro alla sera; la polvere rossa si alzava lontano e il sole brillava di luce non vera; 1'immensa pianura sembrava arrivare fin dove 1'occhio di un uomo poteva guardare e tutto d'intorno non c'era nessuno solo il tetro contorno di torri di fumo. I due camminavano, il giorno cadeva il vecchio parlava e piano piangeva con 1'anima assente, con gli occhi bagnati seguiva il ricordo di miti passati; i vecchi subiscono l'ingiuria degli anni non sanno distinguere il vero dai sogni, i vecchi non sanno nel loro pensiero distinguere nei sogni il falso dal vero. E il vecchio diceva, guardando lontano immagina questo coperto di grano immagina i frutti, immagina i fiori e pensa alle voci, e pensa ai colori, e in questa pianura, fin dove si perde crescevano gli alberi, e tutto era verde cadeva la pioggia, segnavano i soli il ritmo dell'uomo e delle stagioni. II bimbo ristette, lo sguardo era triste e gli occhi guardavano cose mai viste e poi disse a1 vecchio, con voce sognante mi piaccion le fiabe, raccontane altre.

Francesco Graccini

 

"Ogni società tende a vivere, a sopravvivere; esalta il vigore, la fecondità legati alla giovinezza; teme il logoramento a la sterilità della vecchiaia."

Simone de Beatrvoir, La Vipillesse.

 

 

Delineare gli slittamenti semantici che il terririne "vecchiaia" ha conosciuto nello svolgersi della nostra cultura è indubbiamente un'operazione complessa e comporterebbe uno studio ben più approfondito di queste poche righe; tuttavia, è possibile farsene un'idea ripercorrendo le tappe che hanno scandito - e scandiscono in ogni cultura - il nostro atteggiamento nei confronti del tempo per così dire "individuale", ovvero il tempo dell"'età della vita".

Un tale percorso non può naturalmente prescindere dalla considerazione della percezione universale del Tempo, dal momento che è proprio a partire da questa, e in relazione a essa e al suo porsi nel sociale, che l'uomo si concepisce come "svolgersi nel" e non solo come "essere nel" (autorappresentazione in senso spaziale).

Per grandi linee, possiamo affermare che l'atteggiamento umano nei confronti del Tempo risponde a quattro forme - ciclicoagraria (ritmi naturals); etnicogenealogica (sussegusrsi delle "dinastie"); liturgica (alternarsi dei riti); storica (evoluzione continuata a correlate degli eventi) -, ridrucibili per altro a due categorie: il tempo biologico e il tempo sociale.

Se si adotta il punto di vista biologico, il ciclo della vita umana riflette i ritmi naturali, sicché le '"età della vita" o "età dell"uomo" corrispondono ai ritmi stagionali o zodiacali. In quest'ottica, definizioni come infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia rimandano non a nozioni astratte, ma a eventi concreti di ordine biologico e naturale che testimoniano il perfetto compenetrarsi di macrocosmo e microcosmo.

L'uomo, dunque, si riconosce sul piano' temporale come espressione non di una evoluzione "storica", in divenire (concetto legato a una coscienza diversa del proprio essere nel tempo), ma del ritmo stesso della vita, per cui il suo passare dall'infanzia alla vecchiaia altro non è che un progredire inevitabile ma "naturale" dalla fioritura verso la corruzione a la morte.

Egli percepisce l'esistere come essere e non come divenire e dunque accetta le proprie trasfomaazioni biologiche e le registra, senza però connotarle di valori morali o di funzioni sociali. Per lui la vecchiaia è il periodo della decadenza: si vede incanutito, rimpicciolito, balbettante, malato, afflitto da catarro, tosse e da perdite umorali e legge queste manifestazioni come meri segni dell'approssimarsi della morte.

E tuttavia, non si sente né caricato di oneri morali (essere il testimone-relitto delle antiche virtù o, al negativo, la maschera tragicomica dei vizi umani), né emarginato o defunzionalizzato. Vivendo il tempo in senso qualitativo (tempo "buono o tempo "cattivo"), avverte la vecchiaia come perdita di forze vitali ma non come un processo di perdita alienante delle funzioni sociali.

la serenità con cui affronta la decadenza è Lo specchio di una società dai ritmi lenti ma fluidi, una società che vive in simbiosi con la natura esterna e che conferisce un senso all'esistenza individuale riconoscendola come parte integrante del ciclico ripetersi delle stagioni.

Ben diverso il rapporto che l'uomo instaura con l'idea di vecchiaia allorché, con il mutare delle strutture sociali e culturali, abbandona l'idea del tempo "naturale" e incomincia a considerare la temporalità come flusso quantitativo e dunque misurabile, ovvero scomponibile in segmenti unità di valore costante.

Abbandonate le forme della mentalità proprie alla tradizionale società agraria, con l'affermarsi della civiltà urbane, la nozione di tempo si trasforma: dal tempo ciclico, in cui le differenze fra passato presente e futuro erano estremamente sfumate e comunque relative, si passa al tempo lineare, concepito come una retta passante per il presente a procedente dal passato verso il futuro.

Naturalmente il passaggio fra queste due forme di concettualizizazinne del temno è avvenuto per gradi, senza uno stacco netto, tanto più che in una cultura coesistono sempre diversi ritmi sociali, rispondenti alla coscienza dei singoli gruppi, al di là del modello temporale dominante, imposto dalla classe che detiene il controllo della società stessa.

Tuttavsa, ciò che ci preme evidenziare in questo contesto è come, nel mondo occidentale, tale trasfonnazione del concetto di tempo si leghi alla sempre più pressante coscienza della brevità (e non fugacità o caducità) della vita e trovi il suo punto d'avvio proprio quando, con la caduta della cultura feudale, il tempo si "capitalizza", si rivela come un qualcosa che bisogna valutare, misurare, risparmiare a sfruttare.

Al "tempo della Chiesa", che era il tempo del contadino, ma anche del chierico e del nobile, si sostituisce il "tempo del mercante", che è poi il tempo dei ritmi di produzione.

E' a questo punto che l'uomo scopre non solo il problema del tempo, quel tempo che si sforza di dominare che continuamente gli sfugge, ma altresì il problema della vecchiaia.

Ossessionato dalla fitgacità della vita, inserito in una società governata/occupata dai "vecchi" ma sostenuta dal lavoro dei giovani, fruitore di una cultura ambigua che tende a esorcizzare l'ossessione dell'invecchiamento del mondo da un lato attraverso l'equazione vecchiaia=saggezza (basti pensare a quanto spazio sia dato, in campo iconografico, alla figura del patriarca o del filosofo, rispettabili anziani dalla lunga barba bianca e dall'incipiente calvizia) e dall'altro con la parodizzazione esasperata degli aspetti più laidi della senescenza (il vecchio sdentato e impotente che cerca di conquistare una giovane fanciulla, topos ossessivo della commedia non solo classica, ma anche rinascimentale e settecentesca), si trova a dover rielaborare il concetto stesso di "età dell'uomo" in firnzione non tanto dei limiti cronologici (i cui termini slittano continuamente, condizionati dalla "speranza di vita"), quanto dei ruoli a delle funzioni sociali.

E' in questo contesto che il concetto di vecchiaia incomincia a caricarsi progressivamente di implicazioni negative. In netto contrasto con l'immagine dell'anziano patriarca, depositario della audizione e della saggezza, si viene delineando, passando attraverso un processo di identificazione fra età e mestieri, inizialmente la figura del vecchio sedentario, dedito agli studi e alla riflessione, e poi l'idea del vecchio improduttivo, fardello per una società dominata dalle leggi del capitale.

Se ancora nella società dell'età moderna alla "quarrta età'' era riconosciuto un ventaglio di mestieri-firnzioni sociali positivi in quanto portatori di valori conservatori ed educativi, nella società contemporanea sembra aver avuto il sopravvento, al di là delle ipocrite sfumature linguistiche e delle altrettanto false dichiarazioni di principio, il processo di negativrizzazione del concetto di vecchiaia.

In effetti oggi possiamo dire di essere testimoni di un paradosso ancora più tragico di quello manifestatosi al sorgere della civiltà urbana. L'allungarsi della vita, lungi dal conferire una significazione positiva alla vecchiaia, ha dato forma a un nuovo mito antitetico: quello dell'uomo "giovane", "produttivo", cui è affidato il compito di vivificare e capitalizzare una società senescente e ormai fossilizzata.

Un mito dietro al quale non è difcile scorgere 1'incapacità di vivere un rapporto naturale, sereno, con il biologico, ovvero la fobia del decadimento del corpo e, in uItima istanza, la paura della morte, evento ormai del tutto estraniato dal sociale, destinato a consumarsi nella solitudine "non scandalosa" degli ospedali a degli ospizi.

D i questi terrori il vecchio è a un tempo vittima e attore: vittima, perché testimone suo malgrado del naturale processo di decadenza e dunque elemento da emarginare, rimuovere; attore, in quanto costretto a indossare la maschera del "ben conservato" (una sorte di macabra mummificazione in vita) fino a quando la morte non to li beri.

Non solo. Il suo appartenere a una cultura fondata sulla massima "il tempo è denaro", dove il sociale è stato assorbito dal "villaggio globale" e dove i mass-media si presentano come unici portatori di valori e di "memorie", non solo lo espropria del ruolo naturale di memoria storica di una società, ma lo imprigiona in una gabbar temporale il cui confine ad quem è l'età della pensione, cioè il momento di passaggio alla fase improduttiva.

Una volta uscito dal mondo del lavoro, a quest'uomo non sono concesse molte alternative: o "ringiovanire", facendosi sostituto di genitori assenti e tenendo pateticamente a bada i segni del tempo, o sottomettersi a una solitudine che lo precipita verso la senescenza, tanto più avvilente quanto più viene vissuto dagli altri come osceno ritorno all'infanzia.

Ancora una volta appare evidente come sia sul concetto di vecchiaia che si misura il grado di effettiva vivibilità di una società.

Espressione estrema del Tempo, il vecchio può riscattarsi solo in un contesto che non ha paura del divenire, che al tempo lineare del lavoro sa alternare saggiamente il tempo biologico, che trova sempre un momento per fermarsi ad ascoltare e per tornare all'infanzia.

E' il tempo delle culture nomadi che forse dovremmo riscoprire; culture in cui all'anziano è affidato il compito di narrare a ricucire così, tra loro, i miti, gli eventi epici, i ricordi individuali.

Ma soprattutto culture in cui il fanciullo e il vecchio si incontrano a costruiscono quel linguaggio universale della memoria e dell'arte che fa rivivere i sogni, le paure, le speranze dell'umanità.