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Brevi
note storiche sul concetto di vecchiaia
Prof.
Ida Li Vigni
Università
di Genova Liceo Artistico statale "Paul Klee"
Un
vecchio e un bambino si presero per mano e andarono insieme
incontro alla sera; la polvere rossa si alzava lontano e il
sole brillava di luce non vera; 1'immensa pianura sembrava
arrivare fin dove 1'occhio di un uomo poteva guardare e
tutto d'intorno non c'era nessuno solo il tetro contorno di
torri di fumo. I due camminavano, il giorno cadeva il
vecchio parlava e piano piangeva con 1'anima assente, con
gli occhi bagnati seguiva il ricordo di miti passati; i
vecchi subiscono l'ingiuria degli anni non sanno distinguere
il vero dai sogni, i vecchi non sanno nel loro pensiero
distinguere nei sogni il falso dal vero. E il vecchio
diceva, guardando lontano immagina questo coperto di grano
immagina i frutti, immagina i fiori e pensa alle voci, e
pensa ai colori, e in questa pianura, fin dove si perde
crescevano gli alberi, e tutto era verde cadeva la pioggia,
segnavano i soli il ritmo dell'uomo e delle stagioni. II
bimbo ristette, lo sguardo era triste e gli occhi guardavano
cose mai viste e poi disse a1 vecchio, con voce sognante mi
piaccion le fiabe, raccontane altre.
Francesco
Graccini
"Ogni
società tende a vivere, a sopravvivere; esalta il vigore,
la fecondità legati alla giovinezza; teme il logoramento a
la sterilità della vecchiaia."
Simone
de Beatrvoir, La Vipillesse.
Delineare
gli slittamenti semantici che il terririne
"vecchiaia" ha conosciuto nello svolgersi della
nostra cultura è indubbiamente un'operazione complessa e
comporterebbe uno studio ben più approfondito di queste
poche righe; tuttavia, è possibile farsene un'idea
ripercorrendo le tappe che hanno scandito - e scandiscono in
ogni cultura - il nostro atteggiamento nei confronti del
tempo per così dire "individuale", ovvero il
tempo dell"'età della vita".
Un
tale percorso non può naturalmente prescindere dalla
considerazione della percezione universale del Tempo, dal
momento che è proprio a partire da questa, e in relazione a
essa e al suo porsi nel sociale, che l'uomo si concepisce
come "svolgersi nel" e non solo come "essere
nel" (autorappresentazione in senso spaziale).
Per
grandi linee, possiamo affermare che l'atteggiamento umano
nei confronti del Tempo risponde a quattro forme -
ciclicoagraria (ritmi naturals); etnicogenealogica (sussegusrsi
delle "dinastie"); liturgica (alternarsi dei
riti); storica (evoluzione continuata a correlate degli
eventi) -, ridrucibili per altro a due categorie: il tempo
biologico e il tempo sociale.
Se
si adotta il punto di vista biologico, il ciclo della vita
umana riflette i ritmi naturali, sicché le '"età
della vita" o "età dell"uomo"
corrispondono ai ritmi stagionali o zodiacali. In
quest'ottica, definizioni come infanzia, adolescenza,
maturità, vecchiaia rimandano non a nozioni astratte, ma a
eventi concreti di ordine biologico e naturale che
testimoniano il perfetto compenetrarsi di macrocosmo e
microcosmo.
L'uomo,
dunque, si riconosce sul piano' temporale come espressione
non di una evoluzione "storica", in divenire
(concetto legato a una coscienza diversa del proprio essere
nel tempo), ma del ritmo stesso della vita, per cui il suo
passare dall'infanzia alla vecchiaia altro non è che un
progredire inevitabile ma "naturale" dalla
fioritura verso la corruzione a la morte.
Egli
percepisce l'esistere come essere e non come divenire e
dunque accetta le proprie trasfomaazioni biologiche e le
registra, senza però connotarle di valori morali o di
funzioni sociali. Per lui la vecchiaia è il periodo della
decadenza: si vede incanutito, rimpicciolito, balbettante,
malato, afflitto da catarro, tosse e da perdite umorali e
legge queste manifestazioni come meri segni
dell'approssimarsi della morte.
E
tuttavia, non si sente né caricato di oneri morali (essere
il testimone-relitto delle antiche virtù o, al negativo, la
maschera tragicomica dei vizi umani), né emarginato o
defunzionalizzato. Vivendo il tempo in senso qualitativo
(tempo "buono o tempo "cattivo"), avverte la
vecchiaia come perdita di forze vitali ma non come un
processo di perdita alienante delle funzioni sociali.
la
serenità con cui affronta la decadenza è Lo specchio di
una società dai ritmi lenti ma fluidi, una società che
vive in simbiosi con la natura esterna e che conferisce un
senso all'esistenza individuale riconoscendola come parte
integrante del ciclico ripetersi delle stagioni.
Ben
diverso il rapporto che l'uomo instaura con l'idea di
vecchiaia allorché, con il mutare delle strutture sociali e
culturali, abbandona l'idea del tempo "naturale" e
incomincia a considerare la temporalità come flusso
quantitativo e dunque misurabile, ovvero scomponibile in
segmenti unità di valore costante.
Abbandonate
le forme della mentalità proprie alla tradizionale società
agraria, con l'affermarsi della civiltà urbane, la nozione
di tempo si trasforma: dal tempo ciclico, in cui le
differenze fra passato presente e futuro erano estremamente
sfumate e comunque relative, si passa al tempo lineare,
concepito come una retta passante per il presente a
procedente dal passato verso il futuro.
Naturalmente
il passaggio fra queste due forme di concettualizizazinne
del temno è avvenuto per gradi, senza uno stacco netto,
tanto più che in una cultura coesistono sempre diversi
ritmi sociali, rispondenti alla coscienza dei singoli
gruppi, al di là del modello temporale dominante, imposto
dalla classe che detiene il controllo della società stessa.
Tuttavsa,
ciò che ci preme evidenziare in questo contesto è come,
nel mondo occidentale, tale trasfonnazione del concetto di
tempo si leghi alla sempre più pressante coscienza della
brevità (e non fugacità o caducità) della vita e trovi il
suo punto d'avvio proprio quando, con la caduta della
cultura feudale, il tempo si "capitalizza", si
rivela come un qualcosa che bisogna valutare, misurare,
risparmiare a sfruttare.
Al
"tempo della Chiesa", che era il tempo del
contadino, ma anche del chierico e del nobile, si
sostituisce il "tempo del mercante", che è poi il
tempo dei ritmi di produzione.
E'
a questo punto che l'uomo scopre non solo il problema del
tempo, quel tempo che si sforza di dominare che
continuamente gli sfugge, ma altresì il problema della
vecchiaia.
Ossessionato
dalla fitgacità della vita, inserito in una società
governata/occupata dai "vecchi" ma sostenuta dal
lavoro dei giovani, fruitore di una cultura ambigua che
tende a esorcizzare l'ossessione dell'invecchiamento del
mondo da un lato attraverso l'equazione vecchiaia=saggezza
(basti pensare a quanto spazio sia dato, in campo
iconografico, alla figura del patriarca o del filosofo,
rispettabili anziani dalla lunga barba bianca e
dall'incipiente calvizia) e dall'altro con la parodizzazione
esasperata degli aspetti più laidi della senescenza (il
vecchio sdentato e impotente che cerca di conquistare una
giovane fanciulla, topos ossessivo della commedia non solo
classica, ma anche rinascimentale e settecentesca), si trova
a dover rielaborare il concetto stesso di "età
dell'uomo" in firnzione non tanto dei limiti
cronologici (i cui termini slittano continuamente,
condizionati dalla "speranza di vita"), quanto dei
ruoli a delle funzioni sociali.
E'
in questo contesto che il concetto di vecchiaia incomincia a
caricarsi progressivamente di implicazioni negative. In
netto contrasto con l'immagine dell'anziano patriarca,
depositario della audizione e della saggezza, si viene
delineando, passando attraverso un processo di
identificazione fra età e mestieri, inizialmente la figura
del vecchio sedentario, dedito agli studi e alla
riflessione, e poi l'idea del vecchio improduttivo, fardello
per una società dominata dalle leggi del capitale.
Se
ancora nella società dell'età moderna alla "quarrta
età'' era riconosciuto un ventaglio di mestieri-firnzioni
sociali positivi in quanto portatori di valori conservatori
ed educativi, nella società contemporanea sembra aver avuto
il sopravvento, al di là delle ipocrite sfumature
linguistiche e delle altrettanto false dichiarazioni di
principio, il processo di negativrizzazione del concetto di
vecchiaia.
In
effetti oggi possiamo dire di essere testimoni di un
paradosso ancora più tragico di quello manifestatosi al
sorgere della civiltà urbana. L'allungarsi della vita,
lungi dal conferire una significazione positiva alla
vecchiaia, ha dato forma a un nuovo mito antitetico: quello
dell'uomo "giovane", "produttivo", cui
è affidato il compito di vivificare e capitalizzare una
società senescente e ormai fossilizzata.
Un
mito dietro al quale non è difcile scorgere 1'incapacità
di vivere un rapporto naturale, sereno, con il biologico,
ovvero la fobia del decadimento del corpo e, in uItima
istanza, la paura della morte, evento ormai del tutto
estraniato dal sociale, destinato a consumarsi nella
solitudine "non scandalosa" degli ospedali a degli
ospizi.
D
i questi terrori il vecchio è a un tempo vittima e attore:
vittima, perché testimone suo malgrado del naturale
processo di decadenza e dunque elemento da emarginare,
rimuovere; attore, in quanto costretto a indossare la
maschera del "ben conservato" (una sorte di
macabra mummificazione in vita) fino a quando la morte non
to li beri.
Non
solo. Il suo appartenere a una cultura fondata sulla massima
"il tempo è denaro", dove il sociale è stato
assorbito dal "villaggio globale" e dove i
mass-media si presentano come unici portatori di valori e di
"memorie", non solo lo espropria del ruolo
naturale di memoria storica di una società, ma lo
imprigiona in una gabbar temporale il cui confine ad quem è
l'età della pensione, cioè il momento di passaggio alla
fase improduttiva.
Una
volta uscito dal mondo del lavoro, a quest'uomo non sono
concesse molte alternative: o "ringiovanire",
facendosi sostituto di genitori assenti e tenendo
pateticamente a bada i segni del tempo, o sottomettersi a
una solitudine che lo precipita verso la senescenza, tanto
più avvilente quanto più viene vissuto dagli altri come
osceno ritorno all'infanzia.
Ancora
una volta appare evidente come sia sul concetto di vecchiaia
che si misura il grado di effettiva vivibilità di una
società.
Espressione
estrema del Tempo, il vecchio può riscattarsi solo in un
contesto che non ha paura del divenire, che al tempo lineare
del lavoro sa alternare saggiamente il tempo biologico, che
trova sempre un momento per fermarsi ad ascoltare e per
tornare all'infanzia.
E'
il tempo delle culture nomadi che forse dovremmo riscoprire;
culture in cui all'anziano è affidato il compito di narrare
a ricucire così, tra loro, i miti, gli eventi epici, i
ricordi individuali.
Ma
soprattutto culture in cui il fanciullo e il vecchio si
incontrano a costruiscono quel linguaggio universale della
memoria e dell'arte che fa rivivere i sogni, le paure, le
speranze dell'umanità.
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