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Gerolamo
Cardano: l'autobiografia come mito di sé
Ida
Li Vigni
Docente
di Italiano e Storia - Liceo Paul Kee
Storia del pensiero scientifico - Università degli Studi di
Genova
Settembre
1575:
nel mese del suo settantacinquesimo e ultimo compleanno
Gerolamo Cardano si accinge ad approntare quella che sarà
la sua ultima e di certo più sofferta opera letteraria, il
De propria vita liber, una delle più straordinarie e
significative auto-biografie del Rinascimento italiano,
testimonianza appassionata di una esigenza di parlare di sé
che non nasce tanto dalla necessità di riabilitarsi di
fronte agli avversari che sembrano aver avuto la meglio,
quanto dal bisogno interiore di difendere la propria
co-scienza individuale dalle pressioni del tempo e della
Storia. Scrittura "privata" che si rivolge a un
pubblico ideale e astorico col fine di testimoniare ab
aeterno l'eccezionalità di una espe-rienza esistenziale
individuale, l'autobiografia diventa apologia di se stessi
di fronte a Dio e agli uomini, difesa estrema di se stessi
non soltanto dall'anonimato e dalla temporalità, ma anche e
so-prattutto da se stessi.
Non è un caso che Cardano si impegni in questa fatica in
pros-simità della morte quando, duramente provato dalle
disgrazie pri-vate, con alle spalle una quasi leggendaria
fama di filosofo-mago e di scienziato offuscata da un
infamante processo per eresia conclusosi con il ripudio
pubblico degli aspetti più innovatori del suo pensiero, si
trova per così dire costretto a raccontare di sé per
sottrarsi a quel disegno occulto cui da sempre gli era parso
as-soggettarsi la sua vita. Certo egli non può più
presentarsi come "mago, incantatore, spregiatore della
religione e dedito ai piaceri più turpi", come
operatore di miracula in continuo commercio con il
sovrannaturale quale si era presentato per esempio nel
Contra-dicentium medicorum libri o nel Theonoston.
I tempi mutati e le vicende personali gli hanno insegnato
che per sopravvivere e la-sciare memoria della propria opera
deve presentarsi come figura moralmente integerrima, dedita
a studi leciti e interamente sog-getta alla volontà divina.
E tuttavia egli percepisce con estrema lucidità che la
sopravvivenza del suo nome, il suo perdurare tra gli uomini
oltre la morte, è indissolubilmente legata proprio a questi
elementi occulti, quasi demoniaci, quali la subtilitas
(l'acutezza particolare dei sensi), l'eloquenza, la memoria
e la fa-coltà profetica che lo hanno aiutato a imporsi come
uomo di ec-cezione, dotato di facoltà superiori e capace di
compiere opera-zioni perfettissime. Per preservare la
propria integrità di uomo e di "scienziato" egli
deve dunque recuperare, pur dietro a una inevitabile
maschera di compromesso, proprio queste caratteristi-che,
inserendole in un contesto memoriale organizzato non già
per sequenze cronologiche ma per gruppi tematici, secondo un
filo narrativo segreto che consenta l'occultamento
superficiale degli "errori" che avrebbero potuto
far sospettare che il suo sa-pere partecipasse di una natura
demoniaca e che favorisca il recu-pero in positivo di quegli
stessi errori quali manifestazioni natu-rali o doni divini.
Così, se è vero che nel prologo egli avverte il lettore
che narrerà si sé "senza alcun infingimento",
apertamente e senza tacere dei suoi numerosi vizi ed errori,
perché il suo fine "è quello di rac-contare la storia
della mia vita e non quella di un'epoca", è
altret-tanto vero ed evidente che il suo rievocare è
condizionato ab initio dal bisogno di difendersi e di
ricostruirsi, di rimanere sempre e comunque fedele a se
stesso, sicché anche i travisamenti e le fre-quenti
contraddizioni (al di là del continuo insistere - sospetto
- sulla sincerità della sua scrittura o forse proprio per
questo insi-stere) hanno un ruolo preciso nella partitura
esistenziale che egli traccia.
Ma chi è veramente Girolamo Cardano? Il mago, il geniale
mate-matico, il nevrotico e narcisista saturnino, lo
scienziato, il ciarla-tano redattore di oroscopi o il medico
che puntualmente guarisce pazienti dati per spacciati? Forse
un po' di tutto questo, come è proprio a un uomo del
Rinascimento, avido di penetrare i segreti della natura e
del divino e quindi disposto a utilizzare disinvolta-mente
gli strumenti della magia e della scienza. Vediamo intanto i
dati biografici.
Gerolamo Cardano nacque a Pavia il 24 settembre del 1501 da
Clara Micheria e Fazio Cardano, un uomo di cultura
eclettica, versato tanto nella scienza positiva quanto in
quella occulta. Dopo un'infanzia e un'adolescenza
travagliate da continue malattie, da misteriosi infortuni e
da dolorosi contrasti affettivi con la madre (e proprio il
rapporto difficile con la madre, in contrasto con l'a-more
per il padre che sempre costituì la figura guida della sua
vita, potrebbe spiegare la continua diffidenza nei confronti
delle donne che traspare in molte pagine
dell'autobiografia), a dician-nove anni Gerolamo iniziò gli
studi di medicina a Pavia.
Laurea-tosi prima in artibus a Venezia e poi in medicina a
Padova (1526), esercitò per sei anni la professione di
medico a Sacco, nei pressi di Padova, dato che la sua
domanda presso il Collegio dei Medici di Milano era stata
respinta a causa della sua condizione di illegit-timo
(motivazione più che contestabile, di certo imposta dai
suoi avversari preoccupati dalla fama che il giovane Cardano
si stava conquistando, dato che Fazio e Clara avevano
legalizzato la loro unione nel 1524). A Sacco conobbe e sposò
Lucia Banderani, che gli darà tre figli, ma l'unione non fu
(almeno agli occhi di Ge-rolamo) felice, tanto che
nell'autobiografia il Nostro non na-sconde al lettore la
convinzione che proprio il matrimonio sia stato l'inizio
delle sue disgrazie.
Nonostante il ricomparire di fa-stidiose e oscure malattie,
dal 1534 al 1560 Cardano sembrò so-stenuto dalla fortuna:
gli studi di matematica (dalla Practica arithmetica et
mesurandi singularis alla celebre Ars magna, seu de regulis
algebraicis del 1545 in cui Ludovico Ferrari, l'allievo di
Cardano che era giunto a fissare la soluzione delle
equazioni di quarto grado, difende il maestro dalle
rivendicazioni di Niccolò Tartaglia circa la priorità
nella soluzione delle equazioni di terzo grado) e di
filosofia (si pensi al De consolatione, al De animorum
immortalitate o al De sapientia), i successi come medico e
astro-logo (supportati da opere come il già ricordato
Contradicentium medicorum liber e il grande commento al
Quadripartito di Tolo-meo, vero e proprio atto polemico di
rifondazione della scienza astrologica) gli assicurarono una
fama che presto varcò i confini dell'Italia e si diffuse in
tutta Europa, spingendo principi e potenti uomini di Chiesa
ad assicurarsene gli interventi.
Corteggiato e conteso da clienti facoltosi e potenti, forte
dell'ap-poggio del conquistato Collegio dei Medici di Milano
che nel 1539 ne aveva finalmente accolto la domanda, Cardano
non si attendeva certo un repentino e doloroso oscurarsi
della sua gloria quale quello che lo colpì nel 1560 per
mano del figlio maggiore Giovan Battista, accusato di aver
avvelenato la moglie e quindi giustiziato il 17 febbraio del
1571. Lo scandalo sembrò rinvigo-rire i nemici del Cardano,
tanto più che le due nuove opere che egli stava finendo di
comporre e che già aveva presentato nei loro argomenti
principali, i Proxeneta e il Theonoston, offrivano più di
un appiglio di denuncia presso l'Inquisizione.
Così, il 6 otto-bre del 1570 Gerolamo fu arrestato a
Bologna, presso la cui uni-versità insegnava già da otto
anni, e imprigionato. Il 10 marzo dell'anno successivo egli
dovette ripudiare le parti della sua opera che gli
inquisitori avevano condannato come eretiche o come
so-spette e impegnarsi a non tenere più pubbliche lezioni e
rinunciare a pubblicare altre opere. Destituito dal suo
incarico universitario, afflitto da gravi difficoltà
economiche e dal ricomparire di mani-festazioni morbose,
Gerolamo si umiliò a implorare l'aiuto di Gregorio XIII,
suo collega a Bologna nel 1562. Grazie all'inter-vento del
pontefice nel 1574 fu accolto dal Collegio dei Medici di
Roma e ottenne la pensione che aveva invano richiesto a Pio
V; l'aiuto, però, giungeva tardi: un anno dopo, il 20
settembre del 1576, Gerolamo moriva lasciando come estremo
testamento il De propria vita liber, portato a compimento
proprio pochi mesi prima.
Fin qui i dati oggettivi, "storici", della
biografia di Cardano, fa-cilmente rintracciabili nel De
propria vita e, nello specifico, nel quarto capitoletto
intitolato Breve narrazione della mia vita dal suo inizio
fino ad oggi, fine ottobre del 1575. Tuttavia, anche il
let-tore meno smaliziato nel leggere le memorie del Cardano
si ac-corge della presenza, dietro i dati oggettivi della
sua esistenza pri-vata e pubblica, di una volontà di
manipolazione e di "riscrittura" del proprio
passato che non può non destare interrogativi e so-spetti.
Il fatto è che Cardano, nel presentare se stesso, sta
deline-ando una figura ideale, perfettamente corrispondente
a quel ri-tratto di uomo saturnino, melanconico e
introverso, che nel Cin-quecento rappresenta il modello
esemplare dell'uomo di ecce-zione, sia esso artista,
politico, scienziato o mago.
Tale eccezionalità è in primo luogo attestata
dall'oroscopo di Ge-rolamo, un oroscopo lievemente alterato
rispetto a quello che egli aveva già fissato, dopo lunghe
rielaborazioni, nel Liber XII geni-turarum. Il fatto che
Cardano si preoccupi costantemente, nel corso della sua
lunga vita, di ridisegnare il proprio quadro astrale (vezzo
che condivide con latri scienziati "maghi", basti
pensare a Keplero) costituisce un indizio rilevante del
bisogno che egli ha di fissare in qualche modo la propria
identità e soprattutto la perce-zione che egli prova di se
stesso.
Come tutti gli oroscopi degli uomini di eccezione, anche
quello di Cardano si presenta com-plesso e di difficile
interpretazione, segnato da influenze apparen-temente
negative che tuttavia lasciano presagire l'assoluta unicità
del soggetto. L'oroscopo, insomma, serve a mitizzare gli
eventi più significativi della sua vita e soprattutto
quelli di segno appa-rentemente nefando, in modo che
l'intera esistenza risulti posta sotto il segno di una
eccezionalità atta a far risaltare le grandi ca-pacità
"razionali" del soggetto, ovvero la sua riuscita
al di là del tracciato prefissato dal destino.
Ciò appare particolarmente evidente nell'episodio della
nascita, tutto modellato su uno dei topoi più ricorrenti
nelle nascite degli eroi: la nascita travagliata e
miracolosa. Rifiutato dalla madre ("... mia madre aveva
tentato senza risultato dei preparati per abortire
...", in cui si riecheggia il terrore per la donna
strega, anti-madre e anti-moglie per eccellenza), il piccolo
Gerolamo vede dunque la luce proprio nel momento in cui una
particolare congiunzione pe-ricolosa in Vergine di Marte col
Sole e la Luna sembra garantirgli, nelle migliori delle
eventualità, un aspetto mostruoso.
E in effetti, per quanto non deforme, egli si presenta come
morto, tanto che soltanto un bagno nel vino caldo (altro
elemento mitico, questo, presente anche nelle fiabe
popolari, che indica la nascita di un es-sere eccezionale,
"diverso" dagli altri uomini nonostante il suo
aspetto gracile e malaticcio) lo salva e lo consegna alla
vita (né possiamo tacere la natura altamente simbolica del
vino, trasposi-zione del sangue e dunque della linfa
vitale). Come se non ba-stasse, l'aspetto negativo di Venere
e di Giove all'ascendente gli annunciano una sorte infelice,
un carattere debole e scontroso, una fastidiosa balbuzie e
"... l'avida e inconsulta tendenza alla divinazione
...". A sottrarlo alla sventura interviene però la
posi-zione positiva del Sole (e, guarda caso, Cardano è
nato nello stesso mese e giorno di Augusto), garante di
lunga vita e di gloria eterna, anche se contrastata e
conquistata a fatica.
Con un simile quadro astrologico non desta stupore il fatto
che Gerolamo sia stato vittima di così tante calamità e
disgrazie, anche se man mano che si procede nella lettura
delle sue memorie sorge legittimo il sospetto che alla base
della sua fama e delle sue di-sgrazie non siano tanto gli
astri quanto il suo complesso carattere saturnino, cosa di
cui per altro egli stesso è consapevole: "... Medici e
astrologi attribuiscono la causa dei caratteri naturali alle
prime qualità, mentre assegnano la causa dei caratteri
derivanti dalla volontà all'educazione, agli studi, ai
rapporti con gli altri ...". Come a dire che la volontà
e l'ingegno consentono di trion-fare sulla natura
"matrigna".
E, in effetti, di ostacoli il Cardano ne dovette superare
nel corso della sua travagliata esistenza. Bruttino e
balbuziente, afflitto da malattie e carenze affettive (il
fantasma del rifiuto materno, più che Venere negativa,
sembra essere la causa reale della sua impotenza, risolta
provvisoriamente solo col matrimonio), egli dovette
certamente sviluppare un complesso di inferiorità che lo
spinse disperatamente a cercare di affermarsi: "... ho
desiderato che si conoscesse che sono esistito, non già
quale esistenza sia stata la mia ... Il mio fine era ...
quello di assi-curare in qualche modo la sopravvivenza del
mio nome ...". Di questo suo sentirsi
"diverso" e a disagio fra gli uomini Cardano è
assolutamente consapevole, tanto da farci sospettare che si
cro-gioli in un certo narcisismo masochista pur di
amplificare presso di sé e gli altri la propria aurea di
uomo di eccezione.
Il suo os-sessivo richiamo alle malattie e ai misteriosi
incidenti che ne hanno minacciato la vita, lo spietato
ritratto che egli tratteggia di sé a più riprese, l'amore
per il gioco d'azzardo e le scienze oc-culte sono tutti
segni, puntualmente bilanciati e corretti dalla elen-cazione
pignola dei propri successi medici e scientifici, di una
personalità potenzialmente nevrotica (al tempo si diceva
"saturnina") che riesce a controllare il processo
incombente di perdita dell'identità (un rischio ben
presente e ampiamente testi-moniato tra l'altro dall'amore
ossessivo per il collezionismo e l'elencazione di eventi e
opere che è facilmente riconducibile all'inconscia necessità
di fissare e "fossilizzare" la realtà esteriore
affinché essa non sfugga al controllo della ragione)
manipolando in positivo i propri difetti e le paure.
Vediamo dunque come Cardano si autorappresenta: " ...
Sono di statura mediocre, ho i piedi piccoli, più larghi
alle estremità ed in-curvati, tanto che trovo con difficoltà
delle calzature adatte e in passato ero costretto a farmele
fare su misura. Il petto è piuttosto angusto, le braccia
sono sottili e la mano destra più carnosa, con le dita
tozze, tanto che secondo i negromanti avrei dovuto riuscire
rozzo e stupido ... La linea della vita è breve, lunga e
profonda quella saturnina; la mano sinistra invece è bella,
con le dita affu-solate, tornite e ben congiunte; le unghie
sono lucide. Il collo è piuttosto alto e sottile, il mento
è diviso, il labbro inferiore rigon-fio e pendulo; gli
occhi sono molto piccoli e se non mi concentro molto nel
guardare qualcosa tendono a socchiudersi.
Sulla palpe-bra dell'occhio sinistro ho una macchia simile a
una lenticchia, tanto piccola che è difficile accorgersene;
la fronte è ampia e dove si congiunge alle tempie priva di
capelli; questi, come la barba, erano biondi. ... La voce è
aspra, forte e tuttavia quando inse-gnavo non si sentiva da
lontano. Parlo poco e senza troppa gra-zia; lo sguardo è
fisso come di persona che sta riflettendo, gli in-cisivi
superiori grandi; il colorito tra il bianco e il rosso; il
viso è allungato ma non troppo e il capo tende a
restringersi e a finire come in una piccola sfera ... Sotto
la gola ho un piccolo rigon-fiamento di forma rotonda,
ereditato da mia madre ... Sono stato malato per cause
diverse: per natura, per accidente, per l'insor-gere di
sintomi patologici ... Ho l'abitudine ... di provocare da me
delle cause di dolore ... Non sempre ho cercato di evitare
le mie malattie ... poiché ritengo che il piacere consista
nel venir meno di un dolore ... D'altronde so che non posso
mai essere li-bero del tutto dal dolore e, quando sto bene,
mi subentra nell'a-nimo un'inquietudine tanto molesta da non
poter essere più spia-cevole, per cui il dolore, o una
causa di dolore che non presenti nessun pericolo e nessun
motivo di vergogna, è un male minore. Così faccio ricorso
a vari espedienti, come mordermi le labbra, torcermi le
dita, premermi la pelle e il muscolo sottile del braccio
sinistro fino alle lacrime ... Per natura ho paura dei
luoghi molto alti, per quanto spaziosi, e di quelli in cui
provo il sospetto che ci siano cani affetti da rabbia.
Ho sofferto talora di amore eroico (1) ... nell'adolescenza
ho avuto il sospetto ... di avere un carcinoma e forse ce
n'era un inizio all'altezza della mammella sinistra; era un
tumore rosso, fosco, duro, che mi dava delle fitte ... Ho
preso l'abitudine di atteggiare il volto secondo
un'espressione contraria ai miei sentimenti, per questo sono
capace di simulare, ma non di dissimulare ... Riconosco che
tra i miei vizi ce n'è uno molto grande e del tutto
particolare: quello di on riuscire a trattenermi - anzi ne
godo - dal dire a chi mi ascolta ciò che gli risulta
sgrade-vole udire ... Per quanto mi è possibile mi ritiro
in solitudine, consapevole, è vero, che questo genere di
vita è condannato da Aristotele quando dice: "L'uomo
solitario o è una bestia o è un dio" ... In generale
tutto segue un andamento irregolare nel mio comportamento e
questo è il frutto di una dura necessità, domi-nato come
sono dall'impeto di un animo che non può persistere nel
bene né vuole sopportare il male: solo la riflessione ...
non conosce interruzione, pur se non si applica sempre agli
stessi og-getti: tuttavia è tanto intensa che se non la
sviluppassi non potrei né mangiare né dedicarmi ai
piaceri, anzi neppur sentir dolore o dormire. Il solo
vantaggio che essa mi porta è dunque quello di tenere
lontano il male e di darmi il modo di distrarmi ... Quanto
al resto, sono ora veloce ora lento nel camminare, porto il
capo e le spalle ora curvi ora eretti, con una andatura che
all'apparenza dif-ferisce di poco da quella che avevo in
gioventù, ma è molto cam-biata in realtà ..." (2).
Per chi non è abituato a orientarsi nel linguaggio dei
medici rina-scimentali, questo ritratto può apparire una
congerie di elementi disparati, mentre in realtà ogni dato
concorre quasi matematica-mente a descrivere un fin troppo
perfetto esempio di disarmonia umorale con prevalenza di
bile nera (o umor melanconico), dove il patologico (oggi
potremmo sospettare uno scompenso tiroideo) e lo psichico
(sempre modernamente si potrebbe pensare a una condizione di
nevrosi latente, accompagnata da momenti di auto-lesionismo
- sia pur controllato - e da ossessioni ricorrenti - il cane
nero e rabbioso che da esperienza traumatica infantile
di-venta fobia premonitoria -) si fondono e condizionano
stretta-mente. In questa sede, tuttavia, ci preme
evidenziare la straordi-naria e moderna sincerità
autoanalitica, anche se in verità essa solleva qualche
sospetto, tanto più che il tono appare a tratti
volu-tamente provocatorio, interrotto a più riprese da
scatti di repentino orgoglio (come quando, ad esempio,
esalta le sue conoscenze e i suoi meriti di medico di
"casi impossibili") malamente mascherato da una
patina di umiltà.
Il fatto è che Cardano sta qui tentando la sua operazione
più dif-ficile: far riconoscere la propria personalità
come un qualcosa di assolutamente individuale, libera di
manifestarsi in tutte le sue multiformi apparenze e a tal
punto forte da infrangere le regole di comportamento che il
destino sembrerebbe imporgli. Il messag-gio
dell'autobiografia sta proprio tutto racchiuso in questa
diffi-cile operazione alchemica: raggiungere l'armonia
interiore fra oc-culto e umano, far sì che la
"bestia" non abbia la meglio sulla parte divina
dell'uomo, salvare l'esperienza terrena in una pro-spettiva
atemporale e metafisica.
Letta in questa ottica la vita del Cardano acquista una sua
significazione particolare e getta molta luce anche sulla
sua leggendaria fama di mago e stregone. Al pari degli
uomini primitivi che riuscirono a liberare la loro parte
divina dall'involucro bestiale e che vinsero la natura
ostile in virtù della loro intelligenza, Cardano ha
riscattato la sua natura rozza e inco-stante sviluppando
quella "vista interiore" (la facoltà profetica
sorretta dalla riflessione razionale) che gli ha consentito
di supe-rare i confini estremi della natura e di rivelare
agli altri uomini le leggi misteriose che governano
l'universo. In questo senso il Cardano "mago,
incantatore", spinto dalla sua stessa natura alla
"cupiditas omnium occultarum artium" e agli stati
di visionarietà, non è per nulla in contrapposizione con
il Cardano scienziato e filosofo impegnato a rivelare ai
suoi con-temporanei e a coloro che seguiranno i misteri
della matematica, della medicina e dell'animo umano. Sia che
utilizzi gli strumenti della magia e dell'astrologia, sia
che applichi i modelli della logica filosofica, egli ci
rimanda sempre l'immagine intrigante del-l'uomo
rinascimentale, avido di conoscenza e innamorato di quella
armonia mundis che neppure la storia e le tragiche
espe-rienze terrene possono cancellare.
Perseguitato dal destino, Gerolamo ha scoperto che le sue
paure e incertezze interiori erano il segno sovrannaturale
della sua indivi-dualità, si è potuto riconoscere come
quell'uomo "perfetto" che si colloca lungo il
confine tra ciò che è divino e ciò che è naturale. Poco
conta il prezzo che egli ha dovuto pagare alle ottusità del
mondo; ciò che vale per lui e per coloro che ne
conosceranno la vita è che, dipanando l'aggrovigliato filo
della sua esistenza, egli ha potuto dare corpo alla dolorosa
ma esaltante percezione che sempre ha avuto della propria
eccezionalità, ovvero ha potuto conferire un senso alla
"diversità" del suo essere interiore
salva-guardando la sua esperienza di uomo dalle oscure
tenebre dell'oblio.
NOTE 1. L'espressione "amore eroico", usata
frequentemente da Gior-dano Bruno negli Eroici furori,
indica in Cardano sia l'insano fu-rore amoroso sia l'avidità
del sapere e corrisponde a quel ritratto del saturnino che
Robert Burton ha tratteggiato nella sua Anatomy of
Melancholy.
2. Cfr. Gerolamo Cardano, Della mia vita, cap. V, VI, XIII,
XXI, ed. Serra e Riva, Milano 1982.
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