|
La
fame
Prof. Dott. Emilio Galli
Primario
Chirurgo all'Ospedale "San Raffaele"
Casa
di cura Santa Maria - Castellanza (Varese)
Il
XX è stato, per le scienze mediche un secolo denso di
conquiste che hanno profondamente modificato, in una sorta
di rivoluzione Copernicana, non solo l'aspetto etico bensì
anche quello metodologico e tecnico della medicina. Fischer,
patologo americano, ha affermato che questa rivoluzione
poggia su tre fondamentali acquisizioni: l'anestesia, gli
antibiotici e la nutrizione artificiale. L'anestesia ha
aperto orizzonti nuovi alla chirurgia, consentendo traguardi
insperati nella cura di malattie che solo in questi anni
recenti hanno trovato nuove possibilità di terapia. Gli
antibiotici hanno quasi del tutto allontanato lo spettro che
aleggiava su ogni manovra, chirurgica e non, prima del loro
avvento: la setticemía. La nutrizione artificiale, di cui
molto poco si è parlato in un tempo nel quale è bene
tacere tutto ciò che non fa notizia, è la più giovane
delle tre acquisizioni. Nata trent'anni fa, è semplicemente
la terapia che rende possibile la nutrizione dell'uomo anche
quando l'apparato preposto dalla natura a tale fondamentale
necessità, risulta inagibile.
La
nutrizione artificiale consiste nell'infondere in vena i
costituenti fondamentali della nostra alimentazione, grassi,
zuccheri e proteine: ha salvato milioni di malati altrimenti
destinati a soccombere per mancanza di nutrimento, a seguito
di malattie o situazioni derivanti da complicazioni
postoperatorie ineluttabilmente accompagnate da gravissima
denutrizione. Non è certo una fame iconografica come siamo
abituati ad intenderemo a vedere, bensì una ben più
subdola fame biochimica che concentra in un solo individuo
una terribile carica destruente: la stessa che nelle
storiche vicende era a volte guarita da Santi con opera
salvifica e miracolosa. Per questa sorprendente attinenza ha
forse senso ripercorrere il lungo, travagliato cammino di
una terapia in grado oggi di risolvere un problema che ha
afflitto l'Uomo dalle sue origini e che lo affliggerà forse
fino alla sua fine.
E'
pur vero che mentre nelle nazioni a più alto tenore di vita
si combatte, con la nutrizione artificiale, la "fame
biochimica" di un malato, cento altri in altra parte
del globo soccombono alla fame reale, ma questo è, nel
secolo XX, il risultato delle scoperte della Medicina. Verrà
un tempo nel quale tutti potranno utilizzarle?
Un
malaugurato giorno il Signore, adirato come solo lui può
essere, scacciò Adamo dall'Eden a causa della disobbedienza
agli ordini, e lo condannò a procurarsi con il sudore della
fronte il cibo che prima gli era offerto senza fatica alcuna
nel Paradiso.
Maledetto
sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo
per tutti i giorni della tua vita.
Secondo
l'interpretazione biblica, quindi, l'uomo comparve sulla
terra portando con se il pesante fardello della maledizione
divina che lo obbligava a percorrere il suo cammino terreno
avendo come triste compagne di viaggio la fatica e la fame.
L'interpretazione scientifica, più arida e razionale, che
assegna alla materia vivente la intrinseca necessità di
trasformare costantemente energia per la propria
sopravvivenza, in realtà porta a conclusioni analoghe: la
fame è nata con l'uomo e la storia dell'uomo è
strettamente legata alla storia della fame anche ai giorni
nostri, quando scienza e tecnica sembrano aver risolto ogni
tipo di difficoltà, relegando la fame in un vissuto storico
apparentemente ormai lontano.
La
fame è stata la determinante di grandi e, talvolta,
disperate azioni dell'umanità, ha determinato l'evoluzione
della nostra razza, ha diversificato le popolazioni anche in
virtù di diverse abitudini alimentari, peraltro
condizionate dal clima, dall'orografia, dalla flora e dalla
fauna, dalle risorse ambientali.
L'Europa
protomedioevale era coperta da una vasta foresta che a poco
a poco è stata sostituita da pascoli, campi, città,
industrie: oggi noi viviamo in un paesaggio che, nel corso
del tempo, si è radicalmente modificato per le necessita di
produzione di sempre maggiori quantità di derrate
alimentari.
CIBO
E SALUTE
L’esistenza
di un diretto rapporto fra cibo e salute è un convincimento
antico. Alcuni cibi o bevande erano anche ritenute avere
effetti trascendenti come il Nettare, bevanda esclusiva
degli Dei, oppure parti corporee strappate al nemico ucciso
in battaglia nel cannibalismo rituale.
Negli
scritti dei cronisti medievali appare chiara la stretta
relazione fra carestia ed epidemie, mentre ai Santi, gli
Uomini di Dio, sono attribuite miracolose guarigioni di
malattie che ad una analisi più scientifica appaiono
provocate dalla cattiva nutrizione. (1)
Dagli
stessi documenti si evince quanto fosse radicata nella
mentalità medievale, la intima corrispondenza fra cibo e
salute, in quanto la malattia viene spesso indicata come
perdita dell'appetito o come incapcità o impossibilità di
nutrirsi. E' consequenziale allora identificare nel
cibo
il farmaco specifico; e le varie specie di cibi e bevande
sono allora consigliate in base alle loro proprietà
medico-farmaceutiche, secondo accurati calendari la cui
osservanza era fino a poco tempo fa ancora rispettata (si
pensi al venerdì di magro).
L'assunto
della medicina del primo Medioevo è: il
"cibo-medicina" deve restituire la salute, intesa
come recupero della capacità e voglia di mangiare. Cibo =
vita, il convivio è il mangiare insieme per vivere, è il cum
vivere.
Nel
contempo, gli stessi Uomini di Fede, che guarivano anche con
i cibi, richiamavano gli uomini sull'uso indiscriminato ed
esagerato di essi. In tali casi i cibi divenivano non più
artefici della salute fisica, bensì di "morte
spirituale".
L'abbondanza
di umori provocata dal troppo cibo ridesta negli uomini il
piacere ed il compiacimento sensoriale verso i quali si
dirigono gli strali dei padri della Chiesa. Lussuria,
avarizia, collera, accidia sono dirette conseguenze della
sovrabbondante alimentazione, perché fra "i vizi
che fanno al genere umano la guerra più spietata, il primo
è la gastrimargia o golosità" afferma Giovanni
Cassiano, nelle Collationes, testo di meditazione e
spiritualità. (2)
Se
la gola è il primo dei vizi, il digiuno è la prima delle
virtù! Ecco allora comparire nelle regole monastiche il
digiuno penitenziale, traslato poi nella comunità dei
credenti con la doppia funzione: penitenziale e ...
sanitaria.
Il
mondo antico ed il periodo di transizione tra antichità e
Medioevo dal punto di vista alimentare sono molto
interessanti in quanto caratterizzati dal confronto di due
culture: quella "classica" e quella "barbarica".
(3)
Nella
prima, ad espressione prevalentemente agricolo-pastorale,
prevale la coltivazione di cereali, della vite e dell'ulivo.
Nel Nord, invece, foreste, fiumi e laghi offrono abbondante
caccia e pesca, allevamento brado del bestiame, in
particolare suino, la raccolta dei frutti del bosco. Pochi
appezzamenti coltivati a cereali assicurano la provvista di
birra.
Con
la diffusione del Cristianesimo il modello "classico"
viene esportato e con esso i suoi prodotti che, peraltro,
costituiscono i simboli della nuova religione: il pane, il
vino e l'olio.
Nel
contempo, dall'intensificarsi degli scambi commerciali fra
Sud e Nord europeo inizia quel mixage culturale che tenderà
a poco a poco a modificare i sistemi di vita e sociali
mitteleuropei in un lungo processo ancora in corso. Giunti
al nostro tempo, questo processo di unificazione "gastrimargica"
mondiale che ha portato i rigatoni col ragù a Pechino e
l'anatra laccata a Porta Portese, fa perentoriamente
emergere su tutti l'emblematico arco di MacDonald's con i
suoi hamburghers e chips, uguali al millesimo dall'Australia
a Capo Nord, vero epitaffio sulla tomba del gusto e della
fantasia umana.
LA
NUTRIZIONE NELL'ALTO MEDIOEVO
L’Italia,
ponte fra l'oriente ed il Continente Europeo, diviene erede
naturale della antica tradizione medica Greco-orientale e,
nell'alto Medioevo, punto di riferimento per la scienza
medica Europea.
Nel
1510, Martin Lutero, in viaggio a Roma per affari
dell'Ordine Agostiniano, visita l'ospedale Santo Spirito e
rimane impressionato dalla efficienza delle strutture:
"... Gli Ospedali in Italia sono provvisti di tutto
ciò che è necessario, sono ben costruiti, vi si mangia e
beve bene e si è serviti con sollecitudine ..."
egli scriverà, e la sua impressione sarà confermata dalla
visita all'Ospedale Santa Maria Nuova in Firenze. Altri
viaggiatori confermeranno in anni successivi i giudizi di
Lutero visitando ospedali italiani. Da molti di loro viene
posto l'accento sulla bellezza degli edifici, sulla solerzia
di medici e farmacisti e sull'ottimo ed abbondante cibo
distribuito ai malati. (4) Pur tuttavia si è in un momento
critico per la nutrizione.
Nel
primo Medioevo le risorse alimentari, tranne in periodi di
carestia, erano abbondanti e consentivano regimi alimentari
soddisfacenti. Il problema della fame si fa sempre più
pressante con l'avvicinarsi dell'Era moderna per l'aumento
della popolazione, la formazione di agglomerati urbani
sempre più vasti e le mutate abitudini colturali.
Il
consumo di cibo diviene evocatore del censo della persona.
Così il potens mangia sempre più e meglio, il pauper
sempre meno e peggio. Si deve mangiare, secondo norma
sociale, secundum qualitatem personae. Il potens mangia
molto e clii mangia molto è Potens. (5)
Riferisce
Montanari che il vescovo di Metz, preparandosi ad accogliere
Guido da Spoleto, designato a divenire Rex Francorum,
gli preparò grandi onori e cibaria multa. Venuto poi
a sapere che Guido era assai parco nel mangiare, espresse su
di lui un giudizio sprezzante: "Non è degno di regnare
su di noi chi si accontenta di un pasto vile da pochi
soldi" e gli preferì un certo conte Eude da Parigi.
(6)
E'
il periodo in cui il consumo di carne assume altissimi
livelli soprattutto nella nobiltà: la carne conferisce
forza e coraggio al cavaliere ed all'uomo d'armi. In
Inghilterra viene costituita una compagnia militare di
uomini assolutamente valorosi, i Beefeaters, nutriti
con grandi quantità di carne.
La
forzata astinenza a scopo penitenziale dal consumo di carne,
a volte comminata dal confessore, è particolarmente pesante
non per l'aspetto alimentare bensì perchè assume il
significato di una temporanea emarginazione dal consesso dei
potentes. (7)
Non
deve pertanto stupire la elusione, da parte degli strati
alti della gerarchia ecclesiastica, alle norme di
moderazione imposte dalle regole monastiche. I prelati
crapuloni, tanto cari ad un certo tipo di letteratura
narrativa che poi ci ha rimandato il detto popolare
"preti e polli non sono mai satolli", in realtà
utilizzavano, attraverso il mangiare smodatamente, il mezzo
più idoneo per acquisire censo sociale e, come si direbbe
oggi, potere contrattuale con la società che contava. Si
arrivava ad affermare che la parola di un Santo predicatore
nel medesimo tempo rifocillava i pauperes, saziava i mediocres
e riempiva di banchetti spirituali dives et potentes.
(8)
Questa
distinzione così categorica, accettata anche dalla Chiesa
come connotazione sociale, non poteva non avere riflessi
negativi sulle condizioni di vita del popolino.
Nel
Nord italiano, ad esempio, si assiste al progressivo
abbandono della impegnativa coltivazione del frumento,
sostituito da graminacee più redditizie e meno esigenti, ma
a potere calorico nettamente inferiore. Lo stesso non si
verifica al Sud che continua ad essere "il
granaio". (9)
Si
crea così una situazione di squilibrio per la quale
l'operaio che vive in città, con basso potere di acquisto
(il salario è discrezionale senza minimi garantiti), quando
lavora riesce ad assicurarsi la sopravvivenza, ma è
terribilmente esposto ai rischi della disoccupazione o della
carestia che, solo abbassando di 150 grammi la quota di
grano disponibile, sottraggono 400 - 500 calorie dalla dieta
del malcapitato. Si può ben capire che sottrarre ad una
dieta appena sufficiente un terzo del suo ammontare, si
ottiene sicuramente la malnutrizione.
GLI
UFFIZI DI SANITA - EPIDEMIOLOGIA ED IGIENE
Consci
della diretta dipendenza da carestia e fame delle temute
pestilenze, in Italia, a partire dalla prima metà del
Trecento, i governi di vari Stati istituiscono gli Uffizi di
Sanità, sorta di osservatoti sulle condizioni sanitarie
della popolazione. Dapprima funzionanti solo in occasione di
epidemie, divennero poi, in epoche diverse, Uffizi
permanenti (a Milano questo avvenne nella prima metà del
1400, a Venezia nel 1480 ed a Firenze nel 1527). (10)
Originariamente
concepiti come centri di organizzazione dei Servizi durante
le epidemie di peste, che costituivano la più terribile e
temuta calamità, in seguito ebbero compiti più vasti, pur
sempre finalizzati al tempestivo riconoscimento di focolai
del terribile flagello. Gli Ispettori, inviati nella varie
contrade, ponevano grande attenzione alla eventuale presenza
sulla cute dei malati, delle petecchie, pustole o bubboni,
segni premonitori del grande male. Dai documenti redatti da
Medici o Governatori dei vari centri abitati appartenenti
allo Stato si può avere una visione epidemiologica
abbastanza chiara delle malattie che affliggevano in massima
misura le popolazioni del tempo (malaria, tifo petecchiale,
tifo esantematico, epidemie di influenza ad altissima
mortalità) e delle condizioni igieniche. Annotazioni
meticolose, confrontate con i registri parrocchiali,
tenevano conto dei morti e dei malati presenti nelle
castella e nelle contrade visitate ed in alcuni casi, come
in quel di Fucecchio, anche delle disponibilità della
locale farmacia: " ... quanto alla qualità de
medicamenti, intendendo de' lattuari medicinali, (lo
speziale) ne potrìa havere de più buoni ma però non sono
tali che non si possano adoprare; et quanto alla quantità
ce ne sarìa per molti e molti se si purgassero et
riavessero fede nella medicina...... (11)
In
molti documenti venivano rilevate le terribili condizioni
igieniche della gente e delle contrade e dei castelli per la
presenza di ogni sorta di immondizia che veniva accumulata
in tutti gli spazi disponibili del centro abitato e il
degrado ambientale dovuto allo spettacolo poco edificante ed
al terribile fetore che, soprattutto nella stagione tiepida
o calda, esalava dai cumuli di sterco umano e animale. (12)
L'uomo,
immerso in questo universo putrido caratterizzato dalla
promiscuità con gli animali, la terra ed i suoi simili, è
necessariamente fornito di una sorta di tetragonia
escremenziale per la quale egli poteva sopportare tante
situazioni che per noi oggi sarebbero non solo
intollerabili, ma semplicemente impensabili. Vi era infatti,
fin dalla più tenera età, un contatto traumatico con una
realtà sociale costantemente minacciata dalla fame e dalla
morte: oggi sappiamo che cattive condizioni igieniche e
malnutrizione costituiscono una miscela esplosiva che
conduce inevitabilmente a tragedie biologiche ed umane.
Soprattutto
nel secolo XVII, guerre, carestia e fame producevano con
spietata fertilità "tanta mendicità vagabonda"
fatta di storpi, lebbrosi, feriti infetti, ammalati
abbandonati.
Solo
l'istituzione degli ospedali generali attenuò tale orribile
spettacolo cui gli occhi della gente erano peraltro
abituati. (13)
La
situazione sociale era ben peggiore di quella immaginabile:
le malattie da contatto, infettive, parassitarie,
diffondendosi con estrema rapidità, oltre che mietere
vittime, generavano una società vivente in condizioni
subumane che divenivano poi inimmaginabili durante guerre,
pestilenze o carestie. Non si può non essere d'accordo con
C.M. Cipolla quando afferma "... prima della
Rivoluzione Industriale di felicissimi stati non c'era manco
l'ombra. C'erano felicissimi ristretti gruppi sociali la cui
felicità era essenzialmente basata sull'infelicità
altrui." (14)
Le
poche relazioni che sono ci sono giunte sono veramente
allucinanti: la gente viveva in un perenne precario
equilibrio fra una vita grama e la morte incombente, vista
peraltro con un atteggiamento più razionale e rassegnato di
quanto non sia oggi, epoca nella quale la malattia e la
morte sono divenuti eventi estranei, da rimuovere,
affidandone ad altri la gestione, in quanto ostacoli alla
esasperata ricerca edonistica del benessere.
Queste
tristi vicende del passato si ripeterono fino a tempi molto
vicini a noi come ad esempio in Irlanda dopo la grave
carestia che afflisse quella popolazione a seguito della
distruzione dei raccolti di patate negli anni 1845 1846, e
purtroppo tuttora si ripropongono con esasperante frequenza
smentendo il noto, ma mistificante, aforisma: " Historia
magistra vitae ".
TENTARE
RIMEDI
In
Lombardia la coltura irrazionale, basata solo su cereali ad
alta resa, ma a basso contenuto nutritivo come la segale, il
miglio, il sorgo, l'avena, la povertà del suolo e le
condizioni climatiche spesso sfavorevoli, non contribuiva
certo alla felicità di popolazioni montanare come quelle
della diocesi ambrosiana.
Fu
presumibilmente Carlo Borromeo che, resosi conto della
precarietà della vita e della denutrizione dei suoi
diocesani, si fece promotore dell'introduzione e della
diffusione della cultura del mais, giunto a noi dal Nuovo
Mondo, a basse esigenze colturali, ad alta resa e senz'altro
più nutriente della segale. (Nel dialetto il mais viene
indicato come "carlùn "in ricordo del Cardinal
Borromeo). Il monofagismo maidico (tra il popolo era diffuso
il detto "la polenta la contenta")
condizionò peraltro la comparsa della pellagra, malattia da
carenza vitaminica sconosciuta però nel basso Piemonte ove
prevaleva la coltivazione del riso. Per contro la gente
della risaia si ammalava e moriva di "febbri delle
risaie", miscela di paludismo, febbre tifoide,
dissenteria. (15)
Per
motivi di superstizione non attecchì, se non dopo la metà
del secolo XVIII, la coltivazione della patata, tubero
portato in Europa dagli Spagnoli dopo le spedizioni
americane: esso, nascendo sotto terra, era considerato "trovato
del Diavolo", buono solo per i porci. (16)
Lo
stesso succedeva in Francia. Durante la guerra dei Sette
Anni, combattuta dalla Francia contro la Germania, fu fatto
prigioniero un farmacista parigino, August Parmentier.
Costretto a cibarsi prevalentemente di patate, egli ebbe
modo di apprezzarne il gusto ed il valore nutritivo e,
tornato in patria, con studi e scritti, aiutato dalla Corona
francese si fece paladino della diffusione della
coltivazione e dell'uso della patata che tanta parte doveva
avere nei destini dell'Europa. Vi sono storici che
attribuiscono alla patata il merito di aver consentito la
rivoluzione industriale.
SCIENZA
E PRASSI
Il
XVII secolo fu per l'Europa il più proficuo per
l'avanzamento delle conoscenze. William Har-vey definisce i
principi della circolazione del sangue, Giovanni Alfonso
Borelli, con studi fisico-matematici, spiega il
funzionamento dei muscoli scheletrici, Gaspare Aselli
descrive le "vene albee et lactee" , ovvero i
capillari linfatici. Facendo seguito a studi di Francesco
Redi, Marcello Malpighi scopre i capillari sanguigni.
E'
un periodo di grandissimo fervore scientifico al quale si
contrappone l'immobilismo della medicina, ancora fortemente
legata a tradizioni empiriche così ben rappresentate da
Molière nel suo Medico, tronfio ed ignorante, capace di
abbindolare i gonzi con paroloni latini: "Clysterium
donare, postea seignare, ensuita purgare"!
Ma,
proprio a seguito degli studi di Harvey, studiosi e curiosi
intrapresero numerosi esperimenti consistenti nella
introduzione in vene di animali delle più svariate sostanze
per studiarne gli effetti. Alcool, vino, oppio, latte
provocavano reazioni accuratamente annotate.
Si
giunge così ad una sera del 1667. In un pub londinese,
pieno di fumo, si riunisce la Royal Society, associazione di
uomini dall'intelligenza vivace e dalla insaziabile curiosità
di sapere in tutti i campi dello scibile. Fra essi vi era
anche Christopher Wren, giovane architetto che avrebbe
progettato la cattedrale di Saint Paul.
Al
cospetto di questa assemblea venne introdotto un tal Arthur
Coga, squattrinato studente di teologia, il quale, per un
compenso di venti scellini, accettava di sottoporsi alla
prima trasfusione di sangue direttamente prelevato da un
agnello con metodi del tutto artigianali. (17)
Fra
la generale soddisfazione e gran bevute di birra egli uscì
dalla prova corroborato ed arzillo e la trasfusione
eterologa, cui furono attribuite virtù terapeutiche
eccezionali, si diffuse rapidamente mietendo vittime a
centinaia. Dovevano passare ancora due secoli e mezzo per
dare alla trasfusione di sangue un ruolo effettivamente
terapeutico anche se, oggi, sappiamo quanto difficile e
periglioso si sia rifatto il suo cammino.
Il
fervore scientifico che caratterizza circa due secoli di
storia della medicina sembra dimenticarsi della fame, la cui
importanza clinica sfuma per assumere sempre più i
connotati di un problema
sociale.
Siamo all'inizio dell'era industriale e la medicina è tutta
protesa allo studio di un nuovo capitolo di patologia,
rappresentato dalla comparsa di malattie da lavoro e
inurbamento.
La
popolazione aumenta, grandi masse affluiscono verso il borgo
che si trasforma in città, ove trovano sede le unità
produttive. Vaiolo, lebbra, pellagra, tubercolosi, malattie
veneree, scorbuto assorbono tutte le attenzioni dei clinici
e infrangono i sogni di una vita migliore. Molti muoiono con
le "coliche da miserere", dolori
addominali che precedono la morte per grave denutrizione,
così chiamate perché quando il paziente cominciava a
lamentarsi di tali dolori, l'assistente molto solertemente
avvertiva il Priore che faceva suonare la campana a morto ed
intonare il "miserere mei Domine" Ma nella
scienza medica ufficiale non vi è sensibilità per questo
problema, considerato ineluttabile e quindi affidato
all'assistenza di opere pie. In realtà le grandi scoperte
della medicina erano ben lontane dall'offrire validi
progressi terapeutici. Malpighi confidava rassegnato
all'allievo Vallisnieri: "Non abbiamo rimedi!",
quasi a dar ragione a coloro che negavano l'importanza delle
scoperte della medicina. (18)
Lo
stesso Vallisnieri, cattedratico a Padova di medicina
pratica prima, e di medicina teorica poi, pur strenuo
sostenitore del metodo sperimentale in biologia, nella
pratica medica dimostra tutta la distanza esistente fra la
scienza pura e quella applicata.
Così,
per una calcolosi renale prescrive : "polvere di
millepiedi, emulsione di semi di mefione, di viole rosse,
di alchechengi, e, per cibo, brodo di gamberi bolliti
e spremuti nel brodo di pollo, una gelatina formata con
raspatura di corno di cervo ed infuso di vipere".
Un’ordinazione
di eliotropio dell'Orto dei Semplici dell'Università di
Padova, trasmessa al Vallisnieri nel 1712, era complicata
dalla necessità che il fiore fosse spiccato dal 28 al 30
luglio, non un giorno di più o di meno, perchè altrimenti
avrebbe perduto le sue proprietà curative.
Nello
stesso periodo l'illustre cattedratico avalla una ricetta
antiasmatica costituita da " latte di capra nera
o rossa, da prendersi subito dopo un bicchiere di
acqua stibiata", purchè la terapia sia intrapresa
sotto il segno zodiacale del Leone con il latte "allungato
con un terzo di acqua di viole e di bettonica." (19)
In
quel periodo, ove nella Farmacopea alligna in posizione
preminente la teriaca, una voce autorevole si eleva per
dissacrare molti aspetti della medicina tradizionale, per
raccomandare la parsimonia nell'uso indiscriminato dei
salassi, ancora ritenuti fondamentali nella pratica medica,
e di terapie "inutili".
E'
Bernardo Ramazzini, autore di un'opera importantissima edita
nel 1700 a Bologna e rieditata nel 1713 a Padova, il "De
morbis artificum diatriba", primo testo di medicina
del lavoro.
Egli
scrive: "C'è una categoria di medici che ordina
lunghe cure anche per malattie brevi che guarirebbero da
sole. Dapprima propina lenitivi, poi eccitanti, sciroppi
di cui sarebbe doveroso non conoscere l'esistenza, indi
purganti, ripetuti salassi e mille altri fastidi,
tutto secondo il principio: non passi giorno che non
sia stata prescritta una nuova ricetta. Riferiti a
questi medici, suonano bene i versi di Orazio: come sanguisuga
che, non appena ha afferrato qualcuno per curarlo, lo
tiene e lo uccide e non lascia la pelle se non quando
è piena di sangue". (20)
Si
fa propugnatore dell'igiene personale e della pulizia dei
malati con bagni o spugnature proprio in un periodo storico
durante il quale le abluzioni corporali igieniche erano
ritenute dannose dalla medicina ufficiale. (21)
Per
quei tempi non è poco, ma la ricerca delle cause di
malattia, meticolosa, paziente, differenziata per categorie
di lavoratori, non considera altro che le condizioni
ambientali nelle quali si svolgono le professioni più
umili, dagli svuotatori dei pozzi neri agli scardassatori,
dai lavoratori della canapa a quelli del sego. Non un cenno
alla alimentazione!
LA
MEDICINA EVOLVE
La
metà del secolo IXX vede lo scontro filosofico culturale
fra opposte tendenze della medicina, divisa fra una
concezione spiritualista ed una positivista e materialista,
tesi questa che vede in Claude Bernard uno dei più illustri
sostenitori
Proprio
in questo periodo riemerge il medievale significato
terapeutico della buona nutrizione ed allora alcuni Medici
più illuminati indirizzano i loro sforzi nella ricerca di
un metodo di nutrizione dei malati che non potevano farlo
naturalmente. Sono gli antesignani della Nutrizione
artificiale, moderna terapia della malnutrizione, definita
come una delle più importanti acquisizioni terapeutiche
della medicina contemporanea.
Con
stecche di balena ed una pelle rovesciata di anguilla viene
costruita una rudimentale sonda esofagea che permette di
superare una stenosi e nutrire il paziente.
La
gommalacca consente la costruzione artigianale dei primi
sondini flessibili che troveranno poi, con la gomma
vulcanizzata, un impiego assai vasto.
Sedillot,
chirurgo francese, ed Egeberg, tedesco descrivono, pressoché
contemporaneamente, la tecnica delle stomie digestive,
sviluppate poi da illustri chirurghi come Witzel, Stamm,
Maydl, che hanno consegnato a noi tecniche consolidate e
largamente usate fino a pochissimo tempo fa.
Nel
1873 a Toronto infuriava una epidemia di colera ed il dottor
Edward Hodder si trovava di guardia in Ospedale ove gli
portarono un coleroso in fase terminale. Questi era un
robusto commerciante di bestiame le cui condizioni cliniche
non lasciavano dubbi sulla gravità dello stato. Chiamati a
consulto i colleghi presenti, Hodder chiese il loro parere
che fu unanime nel dichiarare spacciato l'ammalato. Ciò lo
indusse a richiedere il loro assenso e la loro
collaborazione per una terapia mai fino ad allora
sperimentata, consistente nell'introdurre liquidi nelle vene
del paziente. Pur consci della ineluttabilità della morte
prossima, nessuno si sentì di condividere questa
responsabilità. Hodder decise di procedere da solo. Fece
portare accanto al letto del moribondo una mucca, e la fece
mungere filtrando il latte su di una garza. Estratta dalla
borsa la sua siringa iniettò in una vena circa 200 ml di
latte. Nulla accadde. Ma ad una seconda introduzione
ricomparve il polso, la pressione sanguigna aumentò e il
sensale canadese riacquistò la coscienza, guarendo poi dal
colera. (22)
CONCLUSIONI
Molti
decenni, tempo necessario all'allestimento di mezzi tecnici
idonei, dovevano passare prima della diffusione della
fleboclisi come comune pratica terapeutica, ma l'incalzare
degli eventi, in particolare bellici, accelerò anche
l'acquisizione delle conoscenze fisiologiche portando in
pochi anni alla soluzione di un problema che in secoli di
storia aveva trovato l'uomo impotente. Pur tuttavia, la
grande quantità di dati scientifici raccolti in venticinque
anni di applicazioni cliniche della nutrizione artificiale
non hanno fatto altro che confermare ciò che gli Uomini di
Fede del protomedioevo avevano intuito con la osservazione e
la cura amorosa dei malati: cibo e salute sono
imprescindibili. Anche la riacquisizione dell'antico
timore per gli eccessi alimentari, che tanta parte ha oggi
nel nostro comportamento, non deve stupire.
Gli
" umori " in eccesso, provocati dall'indulgere
alla gastrimargia o golosità, tanto stigmatizzati dalle
regole monastiche medievali, hanno cambiato nome e si
chiamano ipercolesterolemia, ipertrigliceridemia, rischio
cardiologico, obesità, ma gli epigoni di Giovanni Cassiano
non sono più pii monaci armati di saggezza e di fede, bensì
emblematici personaggi televisivi.
La
fame, come problema primario, affligge però ancora buona
parte dell'umanità, anche nelle società più benestanti,
ove gruppi sempre più numerosi di persone, spinte ai
margini del contesto sociale da contingenze non sicuramente
desiderate, sopravvivono ai limiti delle possibilità.
La
società evoluta, grazie alle moderne tecniche di
conservazione e stoccaggio delle derrate alimentari, non
conosce più la carestia, determinante in passato della fame
e della morte.
Noi,
figli del benessere, che ancor prima della nascita veniamo
accolti da una società che ci lava, ci asciuga, ci profuma,
ci avvolge in pannolini e pannoloni, ci nutre, ci usa e ci
getta (basta guardare la pubblicità per rendercene conto!),
abbiamo imparato a conoscere e a combattere un nuovo tipo di
fame che in un individuo solo condensa tutta la sua carica
aggressiva, destruente, mortale.
Ma
siamo anche figli di una società in lenta sommersione sotto
una montagna immarcescibile di rifiuti prodotti da uno
sfrenato consumo di beni, che non si accorge o non vuole
accorgersi (o si serve? ... ) di una società che muore
senza produrre rifiuti, non avendo spesso neppure la
possibilità di soddisfare i suoi fabbisogni primari.
L'uomo,
forse, non finirà mai di combattere la sua battaglia
quotidiana contro la fame, naturale compagna del suo viaggio
mortale. Per essa sono state commesse tragiche o stupende
azioni. Per essa i compagni di Ulisse osarono persino
sfidare l'ira di Giove uccidendo e mangiando le sue sacre
vacche. Il saggio Omero però giustifica pienamente l'atto
con queste parole:
'tutte
odiose ad un uom le morti
Ma
nulla tanto che il perir di fame
(Odissea,
XII, 271)
Bibliografia
I.
MONTANARI M.: Alimentazione e cultura nel Medioevo.
Laterza
1988, pag. 212 e segg.
2.Ibid,
pag. 4.
3.Ibid,
pag. 13.
4.
COSMACINI G.: Storia della medicina e della Sanità in
Italia Laterza, pag 188 e segg.
5.
MONTANARI M.: op. cit., pag. 23.
6.
Ibid: pag. 24.
7.
Ibid: pag. 25 (cfr. anche dello stesso Autore: La
fame e l'abbondanza. Storia della alimentazione in
Europa. Laterza 1993, pag. 23).
8.
Ibid: pag. 26.
9.
Ibid: pag. 124.
10.
CIPOLLA C.M.: Miasmi ed amori, Il Mulino, 1989, pag.
7.
11
I. Ibid, pag. 48.
12.
Ibid, pag, 21 e segg.
13.
CAMPORESI P. Introduzione a: CORBIN A. Le miasme e
la
jonquill,-; trad. ital: Storia sociale degli odori. Ed.
Studio, 1986, pag. X'vl.
14.
CIPOLLA C.M.: I pidocchi ed il granduca. Il Mulino,
1979,pag.14.
15.
COSMACINI G. op.cit., pagg. 290, 350.
16.
Cfr. SALAMAN R.N.: Storia sociale della patata. 1989.
17.
MOULIN A.M.: Le battaglie della trasfusione. In: j.
Le
Goff,
J.C. Sournia: Les malatdies ont on hisioire, 1985,
trad it. Dedalo, 1986.
18.
COSMACINI G.: op. cit., pag. 169.
19.
Ibid, pag. 205.
20.
Ibid, pag. 206.
21.
Cfr. WRIGHT C.: Civiltà in bagno. Garzanti, 1960.
22.
ThePractitioner, 1873.
|