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Anno II

Numero VI

Novembre - Dicembre 1998

 

Paolo Aldo Rossi

 

Direttore scientifico di Anthropos & Iatria

Storico della Scienza ed Epistemologo
Docente di "Storia del Pensiero Scientifico" - Univ. degli Studi di Genova

 

 

 

L’uomo non è che una canna, la più debole della natura, ma è una canna che pensa. Per schiacciarlo non c’è bisogno che s’armi l’universo intero. Un vapore, una goccia d’acqua bastano per ucciderlo. Quand’anche l’universo lo schiacciasse l’uomo sarebbe tuttavia più nobile di ciò che l’uccide, perchè sa che muore; mentre l’universo, che è più potente di lui, non lo sa. (B. Pascal - Pensieri - LXIX)

 

"Lo stesso principio morale serve come principio della deduzione di una facoltà imperscrutabile, che nessuna esperienza può provare, ma che la ragione speculativa deve ammettere come possibile cioè la facoltà della libertà" ( I. Kant - Critica della Ragion Pratica )

 

Ma perché iniziare con Pascal e continuare con Kant, e non, invece, con Pippo Franco e Aldo Biscardi, quando si è nell’era dell’amalgama universale ed ecumenica, dove si tratta con la medesima noncuranza e indifferenza della vita, della morte, del bene, del male… della fellatio di Monica Lewinski, della nascita della pecora Dolly, delle controidicazioni del Viagra…? Questi sono i tempi del "relativismo culturale", dove l’ideologia dominante in Italia non è, come alcuni credono, l’epistemologia di Feyerabend, ma è il "tuttismo confuso", ovvero milioni di persone che si parlano contemporaneamente addosso e non sentono gli altri e, nel più grande rumore ed ignoranza, non asseriscono quel che sanno, ma solo ciò che ignorano. Solo con questo intercalare — scrive Pierluigi Battista — del tenue ed educatamene scettico nichilismo contemporaneo:"cosa c’è di male?", i nostri "uomini di (in)-cultura" hanno deciso che Mozart e le Spice Girls sono la medesima cosa, il "ministro" Diliberto ha proclamato che Massimo Boldi è meglio di Federico Fellini, "il supertelevisivo Fazio" ha pensato che Renato Dulbecco potrebbe essere una buona imitazione di Mike Bongiorno, Walter Veltroni ha nominato corsivisti dell’Unità Paolo Villaggio e Francesco De Gregori, e, infine, i libri in cima alle classifiche, scritti da Susanna Tamaro, Piero Angela, Bruno Vespa, … sono ciò che di meglio l’Italia sappia fare in letteratura, nelle scienze fisiche e nelle scienze umane. E’ mai possibile che non sappiamo più distinguere fra Mozart e le Spice Girls almeno per dire che l’uno componeva musica e le altre fanno spettacolo? O discernere fra uno dei massimi registi della storia e uno dei peggiori attori "comici" italiani? O comprendere che un grande medico, Premio Nobel, ottantacinquenne, che la canzone più nuova che conosce è Volare, metterlo sul palco di Sanremo, significa prenderlo per il culo a tutto vantaggio di Mike Bongiorno. Quelli che hanno pensato di invitare Dulbecco al Festival lo hanno fatto in nome "delle contaminazioni di tutto con tutto nell’indifferenza più assoluta per diversità e distinzioni che ormai sta diventando la caricatura di se stesso". Allorchè alcuni "allegri e poco seri" docenti universitari (da Umberto Eco a Franco Cardini) hanno preso a fare il verso alla spocchia, alla saccenteria e alla puntigliosità dei tanti accademici oziosi e inconcludenti, e hanno iniziato a studiare nel solenne e ponderato (ma anche spassosissimo) stile di costoro: Paperopoli (invece che Utopia), Superman (invece di Hegel), le Sturmentruppen (invece che la II Guerra Mondiale), Charlie Brown (invece che la Psicopedagogia del Fanciullo) e sapevano cosa facevano: prendere in giro quel modo di studiare argomenti, da loro ben conosciuti, proprio perché il modo "saccente" non solo era inefficace pedagogicamente, ma anche teoreticamente dannoso. Oggi si prende in giro solo quello che non si conosce, che non si è studiato, su cui non si è riflettuto … insomma quel che ci presenta la cultura da "politici televisivi".

Nel gennaio del 1975, Isaac Asimov, che da 35 anni stava costruendo la grande saga dei robots umanizzati, incominciò a dar corpo ad una idea che avrebbe rappresentato l’estrema conseguenza del processo di umanizzazione degli "uomini meccanici": un robot capace di autoperfezionarsi fino al punto di desiderare sopra ogni altra cosa la libertà. "Cosa potresti fare di più - gli chiede il giudice incaricato di dirimere la questione - se tu fossi libero?" "Forse niente, vostro onore, ma tutto quello che farei lo farei con maggior gioia". Andrew Martin appunto, l’androide protagonista della storia intitolata The Bicentennial Man, realizza così l’ideale ultimo della morale kantiana (sa che esiste il male ed è in grado di riconoscerlo, ma è categoricamente "obbligato" a perseguire il bene); egli, in altre parole, rappresenta la prova effettuale del noto asserto che abbiamo posto in esergo. In altri termini: la legge morale (fatto della ragion pura, dunque apoditticamente certa) garantisce che la libertà è non solo possibile, ma anche reale negli esseri che riconoscono la legge morale come obbligatoria. A ben vedere le famose Tre Leggi della Robotica, garanzie fondamentali per dare credibilità al rovesciamento della classica trama della creatura che si ribella al suo creatore, rappresentano l’esplicitazione in termini algoritmici (adatti quindi ad una "macchina di Turing") delle tre formulazioni kantiane dell’imperativo categorico: "Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere come principio di una legislazione universale", "Opera in modo da trattare l’umanità, nella tua come nell’altrui persona, sempre come fine e mai come mezzo", "Fa in modo che la volontà possa considerare se stessa, mediante la sua massima, come universalmente legislatrice". Ricordiamole: 1) Un robot non può recare danno ad un essere umano nè può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno, 2) Un robot deve ubbidire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purchè tali ordini non contravvengano alla Prima Legge, 3) Un robot deve proteggere la propria esistenza, purchè questa autodifesa non contrasti con la Prima e la Seconda Legge. L’unica differenza fra l’uomo "giusto" di Kant e il robot di Asimov è che il primo non è perfetto, pur tendendo a quella perfezione morale che è la santità, mentre il secondo è incapace di formulare una massima contraria alla legge morale. Di conseguenza, nel racconto in esame, Andrew Martin non s’accontenta di vedersi riconosciuto lo status di "robot libero" o meglio di "liberto" (schiavo affrancato dal vincolo di essere "proprietà altrui"), ma pretende gli venga riconosciuto il diritto d’essere chiamato a pieno titolo "essere umano", il termine chiave che campeggia a chiare lettere nel suo imperativo categorico. Uomo egli lo è "de facto", ma non ancora di diritto o, in altre parole, egli è l’emblematico esempio del "paradosso dell’esame orale", ossia: se l’unico modo per decidere che un "altro da me" è un uomo come lo sono io, è di intrattenere con questi un dialogo dal quale emerga, indipendentemente da attributi fisici o differenze socio-culturali, che questi è un essere umano, allora non si vede per quale ragione non si debba utilizzare tale procedimento anche con un "automa". Purtroppo, però, una macchina che parlasse correttamente il linguaggio degli uomini si troverebbe nella paradossale situazione di dover affermare: "Io sono cosciente di non essere cosciente, in quanto nel linguaggio usuale il termine "coscienza" può essere predicato solo all’uomo e, dato che io sono una "macchina", non posso avere una coscienza". Trattandosi di una questione di linguistica non sincronica, ma diacronica (allo stato attuale del linguaggio non è possibile dire "macchina cosciente", ma cambiando le nostre conoscenze circa le macchine si modificherebbe di conseguenza il modo con cui se ne parla), è evidente che il riconoscimento "di diritto" della libertà può avvenire solo quando un individuo acquisisce la coscienza di sè come entità in inscindibile unità relazionale con l’altro da se.

Nei processi del metabolismo biologico, dell’adattamento all’ambiente fisico, fino alle retroazioni ed interazioni sociali ed ai mutamenti delle rotte storiche l’individuo vivente (ai diversi gradi di gestione dell’informazione) mantiene la propria identità che non è individuabile nel materiale di cui è composto il suo corpo nè in una presunta sostanza spirituale ed immutabile di cui è composta la sua mente, ma è la continua realizzazione riuscita di un progetto, di un modello dicontinuità, cioè il mantenimento della propria struttura informazionale (dalla struttura molecolare fino alla cultura del proprio gruppo) entro una sempre più complessa e complessificata rete di continue modificazioni. L’androide di Asimov, costruito con materiale "inorganico" di lentissima deperibilità, costituito di organi indefinitamente sostituibili, fornito di un "cervello" destinato a durare un numero di anni di cui la memoria degli "altri uomini" sarebbe incapace di tener conto, rivendica il diritto alla "vita", la necessità di partecipare a quel processo di continua e globale trans-formazione che, nei più elevati livelli della scala biologica, perviene alla coscienza che l’essere non coincide con l’avere un corpo, ossia che la morte come la vita sono parte di un medesimo processo che non s’esaurisce con la storia biologica del singolo. E’ per questa ragione che Andrew Martin decide prima che il suo cervello sia trapiantato in un organismo soggetto a tutti i vari processi biologici animali e, quindi, che il suo stesso cervello divenga soggetto all’inesorabile deperimento "cellulare" dei cervelli umani. Pur di avere la vita egli sceglie la morte. Le sue ultime parole riecheggiano il testamento socratico del Fedone: " ... ho scelto fra la morte del corpo e quella delle mie aspirazioni e dei miei desideri. Lasciar vivere il corpo a costo di una morte più grave, questo sì che avrebbe violato la Terza Legge [...] Mentre giaceva nel letto, i pensieri di Andrew andavano lentamente offuscandosi. Cercò disperatamente di mantenere la lucidità. Uomo! Era un uomo! Voleva che questo fosse il suo ultimo pensiero. Voleva dissolversi ... morire con esso."

Andrew Martin non è che l’ultimo, in ordine di tempo, dei personaggi che la mitopoiesi dell’Occidente ha incaricato di recitare la metafora del nascere alla vita e del rinascere alla morte. O, invece, è l’ultimo davvero! Ormai anche il Cavaliere e la Morte del Settimo Sigillo sono stati trasformati in un Ollio e Stanlio, cui in sottofondo v’è "la gente virtuale" che si scompiscia dalle risa, mentre gli spettatori immalinconiti si chiedono l’un l’altro: "Ma cosa c’è mai da ridere?".