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Paolo
Aldo Rossi
Direttore
scientifico di Anthropos & Iatria
Storico
della Scienza ed Epistemologo
Docente di "Storia del Pensiero Scientifico" -
Univ. degli Studi di Genova
L’uomo
non è che una canna, la più debole della natura, ma è una
canna che pensa. Per schiacciarlo non c’è bisogno che
s’armi l’universo intero. Un vapore, una goccia
d’acqua bastano per ucciderlo. Quand’anche l’universo
lo schiacciasse l’uomo sarebbe tuttavia più nobile di ciò
che l’uccide, perchè sa che muore; mentre l’universo,
che è più potente di lui, non lo sa. (B. Pascal - Pensieri
- LXIX)
"Lo
stesso principio morale serve come principio della deduzione
di una facoltà imperscrutabile, che nessuna esperienza può
provare, ma che la ragione speculativa deve ammettere come
possibile cioè la facoltà della libertà" ( I. Kant -
Critica della Ragion Pratica )
Ma
perché iniziare con Pascal e continuare con Kant, e non,
invece, con Pippo Franco e Aldo Biscardi, quando si è
nell’era dell’amalgama universale ed ecumenica, dove si
tratta con la medesima noncuranza e indifferenza della vita,
della morte, del bene, del male… della fellatio di Monica
Lewinski, della nascita della pecora Dolly, delle
controidicazioni del Viagra…? Questi sono i tempi del
"relativismo culturale", dove l’ideologia
dominante in Italia non è, come alcuni credono,
l’epistemologia di Feyerabend, ma è il "tuttismo
confuso", ovvero milioni di persone che si parlano
contemporaneamente addosso e non sentono gli altri e, nel più
grande rumore ed ignoranza, non asseriscono quel che sanno,
ma solo ciò che ignorano. Solo con questo intercalare —
scrive Pierluigi Battista — del tenue ed educatamene
scettico nichilismo contemporaneo:"cosa c’è di
male?", i nostri "uomini di (in)-cultura"
hanno deciso che Mozart e le Spice Girls sono la medesima
cosa, il "ministro" Diliberto ha proclamato che
Massimo Boldi è meglio di Federico Fellini, "il
supertelevisivo Fazio" ha pensato che Renato Dulbecco
potrebbe essere una buona imitazione di Mike Bongiorno,
Walter Veltroni ha nominato corsivisti dell’Unità Paolo
Villaggio e Francesco De Gregori, e, infine, i libri in cima
alle classifiche, scritti da Susanna Tamaro, Piero Angela,
Bruno Vespa, … sono ciò che di meglio l’Italia sappia
fare in letteratura, nelle scienze fisiche e nelle scienze
umane. E’ mai possibile che non sappiamo più distinguere
fra Mozart e le Spice Girls almeno per dire che l’uno
componeva musica e le altre fanno spettacolo? O discernere
fra uno dei massimi registi della storia e uno dei peggiori
attori "comici" italiani? O comprendere che un
grande medico, Premio Nobel, ottantacinquenne, che la
canzone più nuova che conosce è Volare, metterlo sul palco
di Sanremo, significa prenderlo per il culo a tutto
vantaggio di Mike Bongiorno. Quelli che hanno pensato di
invitare Dulbecco al Festival lo hanno fatto in nome
"delle contaminazioni di tutto con tutto
nell’indifferenza più assoluta per diversità e
distinzioni che ormai sta diventando la caricatura di se
stesso". Allorchè alcuni "allegri e poco
seri" docenti universitari (da Umberto Eco a Franco
Cardini) hanno preso a fare il verso alla spocchia, alla
saccenteria e alla puntigliosità dei tanti accademici
oziosi e inconcludenti, e hanno iniziato a studiare nel
solenne e ponderato (ma anche spassosissimo) stile di
costoro: Paperopoli (invece che Utopia), Superman (invece di
Hegel), le Sturmentruppen (invece che la II Guerra
Mondiale), Charlie Brown (invece che la Psicopedagogia del
Fanciullo) e sapevano cosa facevano: prendere in giro quel
modo di studiare argomenti, da loro ben conosciuti, proprio
perché il modo "saccente" non solo era inefficace
pedagogicamente, ma anche teoreticamente dannoso. Oggi si
prende in giro solo quello che non si conosce, che non si è
studiato, su cui non si è riflettuto … insomma quel che
ci presenta la cultura da "politici televisivi".
Nel
gennaio del 1975, Isaac Asimov, che da 35 anni stava
costruendo la grande saga dei robots umanizzati, incominciò
a dar corpo ad una idea che avrebbe rappresentato
l’estrema conseguenza del processo di umanizzazione degli
"uomini meccanici": un robot capace di
autoperfezionarsi fino al punto di desiderare sopra ogni
altra cosa la libertà. "Cosa potresti fare di più -
gli chiede il giudice incaricato di dirimere la questione -
se tu fossi libero?" "Forse niente, vostro onore,
ma tutto quello che farei lo farei con maggior gioia".
Andrew Martin appunto, l’androide protagonista della
storia intitolata The Bicentennial Man, realizza così
l’ideale ultimo della morale kantiana (sa che esiste il
male ed è in grado di riconoscerlo, ma è categoricamente
"obbligato" a perseguire il bene); egli, in altre
parole, rappresenta la prova effettuale del noto asserto che
abbiamo posto in esergo. In altri termini: la legge morale
(fatto della ragion pura, dunque apoditticamente certa)
garantisce che la libertà è non solo possibile, ma anche
reale negli esseri che riconoscono la legge morale come
obbligatoria. A ben vedere le famose Tre Leggi della
Robotica, garanzie fondamentali per dare credibilità al
rovesciamento della classica trama della creatura che si
ribella al suo creatore, rappresentano l’esplicitazione in
termini algoritmici (adatti quindi ad una "macchina di
Turing") delle tre formulazioni kantiane
dell’imperativo categorico: "Agisci in modo che la
massima della tua volontà possa sempre valere come
principio di una legislazione universale", "Opera
in modo da trattare l’umanità, nella tua come
nell’altrui persona, sempre come fine e mai come
mezzo", "Fa in modo che la volontà possa
considerare se stessa, mediante la sua massima, come
universalmente legislatrice". Ricordiamole: 1) Un robot
non può recare danno ad un essere umano nè può permettere
che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano
riceva danno, 2) Un robot deve ubbidire agli ordini
impartiti dagli esseri umani, purchè tali ordini non
contravvengano alla Prima Legge, 3) Un robot deve proteggere
la propria esistenza, purchè questa autodifesa non
contrasti con la Prima e la Seconda Legge. L’unica
differenza fra l’uomo "giusto" di Kant e il
robot di Asimov è che il primo non è perfetto, pur
tendendo a quella perfezione morale che è la santità,
mentre il secondo è incapace di formulare una massima
contraria alla legge morale. Di conseguenza, nel racconto in
esame, Andrew Martin non s’accontenta di vedersi
riconosciuto lo status di "robot libero" o meglio
di "liberto" (schiavo affrancato dal vincolo di
essere "proprietà altrui"), ma pretende gli venga
riconosciuto il diritto d’essere chiamato a pieno titolo
"essere umano", il termine chiave che campeggia a
chiare lettere nel suo imperativo categorico. Uomo egli lo
è "de facto", ma non ancora di diritto o, in
altre parole, egli è l’emblematico esempio del
"paradosso dell’esame orale", ossia: se
l’unico modo per decidere che un "altro da me"
è un uomo come lo sono io, è di intrattenere con questi un
dialogo dal quale emerga, indipendentemente da attributi
fisici o differenze socio-culturali, che questi è un essere
umano, allora non si vede per quale ragione non si debba
utilizzare tale procedimento anche con un
"automa". Purtroppo, però, una macchina che
parlasse correttamente il linguaggio degli uomini si
troverebbe nella paradossale situazione di dover affermare:
"Io sono cosciente di non essere cosciente, in quanto
nel linguaggio usuale il termine "coscienza" può
essere predicato solo all’uomo e, dato che io sono una
"macchina", non posso avere una coscienza".
Trattandosi di una questione di linguistica non sincronica,
ma diacronica (allo stato attuale del linguaggio non è
possibile dire "macchina cosciente", ma cambiando
le nostre conoscenze circa le macchine si modificherebbe di
conseguenza il modo con cui se ne parla), è evidente che il
riconoscimento "di diritto" della libertà può
avvenire solo quando un individuo acquisisce la coscienza di
sè come entità in inscindibile unità relazionale con
l’altro da se.
Nei
processi del metabolismo biologico, dell’adattamento
all’ambiente fisico, fino alle retroazioni ed interazioni
sociali ed ai mutamenti delle rotte storiche l’individuo
vivente (ai diversi gradi di gestione dell’informazione)
mantiene la propria identità che non è individuabile nel
materiale di cui è composto il suo corpo nè in una
presunta sostanza spirituale ed immutabile di cui è
composta la sua mente, ma è la continua realizzazione
riuscita di un progetto, di un modello dicontinuità, cioè
il mantenimento della propria struttura informazionale
(dalla struttura molecolare fino alla cultura del proprio
gruppo) entro una sempre più complessa e complessificata
rete di continue modificazioni. L’androide di Asimov,
costruito con materiale "inorganico" di lentissima
deperibilità, costituito di organi indefinitamente
sostituibili, fornito di un "cervello" destinato a
durare un numero di anni di cui la memoria degli "altri
uomini" sarebbe incapace di tener conto, rivendica il
diritto alla "vita", la necessità di partecipare
a quel processo di continua e globale trans-formazione che,
nei più elevati livelli della scala biologica, perviene
alla coscienza che l’essere non coincide con l’avere un
corpo, ossia che la morte come la vita sono parte di un
medesimo processo che non s’esaurisce con la storia
biologica del singolo. E’ per questa ragione che Andrew
Martin decide prima che il suo cervello sia trapiantato in
un organismo soggetto a tutti i vari processi biologici
animali e, quindi, che il suo stesso cervello divenga
soggetto all’inesorabile deperimento "cellulare"
dei cervelli umani. Pur di avere la vita egli sceglie la
morte. Le sue ultime parole riecheggiano il testamento
socratico del Fedone: " ... ho scelto fra la morte del
corpo e quella delle mie aspirazioni e dei miei desideri.
Lasciar vivere il corpo a costo di una morte più grave,
questo sì che avrebbe violato la Terza Legge [...] Mentre
giaceva nel letto, i pensieri di Andrew andavano lentamente
offuscandosi. Cercò disperatamente di mantenere la lucidità.
Uomo! Era un uomo! Voleva che questo fosse il suo ultimo
pensiero. Voleva dissolversi ... morire con esso."
Andrew
Martin non è che l’ultimo, in ordine di tempo, dei
personaggi che la mitopoiesi dell’Occidente ha incaricato
di recitare la metafora del nascere alla vita e del
rinascere alla morte. O, invece, è l’ultimo davvero!
Ormai anche il Cavaliere e la Morte del Settimo Sigillo sono
stati trasformati in un Ollio e Stanlio, cui in sottofondo
v’è "la gente virtuale" che si scompiscia dalle
risa, mentre gli spettatori immalinconiti si chiedono l’un
l’altro: "Ma cosa c’è mai da ridere?".
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