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Anno II

Numero V

Settembre - Ottobre 1998

 

Paolo Aldo Rossi

 

Direttore scientifico di Anthropos & Iatria

Storico della Scienza ed Epistemologo
Docente di "Storia del Pensiero Scientifico" - Univ. degli Studi di Genova

 

 

 

Bisogna essere in due per dire verità: uno per parlare e uno per ascoltare (Thoreau, Una settimana sui fiumi Concord e Merrimack). Un'idea, nel significato più alto di questa parola, si può comunicare soltanto tramite un simbolo (S. Coleridge, Biografia Literaria)

La verità si dissolve quando si enuncia - dicevano gli antichi filosofi. Aletheria, la verità, deriva, come è noto, da a-lanthano, non - nascondo, rendo palese, quindi svelo. Ma colei che è senza veli non può essere vista dall'occhio dei mortali, per cui va di nuovo (ri)-velata. La complessa articolazione semantica della verità, come disvelamento e rivelazione, si installa nella presa di coscienza ché il mettere a nudo tutta la verità, offusca la mente, così come quando gli occhi sono colpiti da una luce abbacinante, per cui è necessario schermarla, ri-velandola, ossia nascondendola di nuovo, onde proteggerla.

"La verità - dice il Vangelo secondo Filippo – non è venuta al mondo nuda, ma in simboli ed in immagini", che non sono solo ciò che la rivestono, ma anche che la rivelano. Il termine greco sun ballo (da cui simbolo) sta per "mettere insieme", "riunire", "ricongiungere" ed allude all'atto del far combaciare i due frammenti di un oggetto spezzato (ceramica, legno, metallo ... ) per ricomporre l'originale e far sì che i possessori delle parti potessero riconoscersi dopo aver risistemato l’oggetto. Ognuna delle parti conosce il segno che possiede, ma ignora quello che ha perduto e, quindi, lo ricerca con fiducia, forte del fatto che ciò che gli è rimasto funge da sostituto dell'intero e da mediatore per la Scomposizione del significato cui anela. Nata nel tempo in cui l'uomo si rese conto di avere perduto la sapienza, questa metafora evoca l'ineffabile esperienza del riconoscere - sia pur nel breve intensissimo istante in cui permane l’immagine - ciò che era andato smarrito. E' allora che l'uomo cerca di cristallizzare l'epifania della visione in simulacri segnici.

Allorché Edipo scioglie con una parola, con un nome, ciò che la Sfinge (sfingo, annodo) aveva legato, la visione scompare e ciò che era stato annodato nuovamente si spezza. "Quando una realtà si fa parola - dice Sofocle - il senso della vita (il più crudele) rimane assente." Allora non rimane altro che il mistero (mùo stare in silenzio) ossia l'affidarsi al linguaggio muto del simbolo.

Per il Greco la Verità è una delle manifestazioni del divino e lo strumento conoscitivo che può mettere l'uomo a contatto con le modalità del manifestarsi del dio non appartiene alla sfera dell'empirico, ma sta oltre, deborda i limiti dei sensi; esso appartiene, quindi, alla sfera dell'estatico e non a quella dell'estetico. Lo stato di estasi mistica, che solo alcuni uomini riescono a vivere quando la loro anima si stacca dall'involucro mortale del corpo e sale verso le più alte sommità, è, anche dopo la morte (dopo la naturale separazione dal corpo), privilegio di pochi spiriti eletti.

Attualmente però la Verità la si mette in mostra ignuda e senza veli, proprio per realizzarla e crearla; per tradurla in realtà e farla apparire per essere. "Gli uomini - diceva il Machiavelli - si pascono così di quel che pare come di quello che è: anzi molte volte si muovono più per le cose che paiono che per quelle che sono" ma, a tre secoli di distanza, ribadiva 0scar Wilde "Solo le persone superficiali non giudicano dalle apparenze".

Oggi esiste una pornografia della verità: non solo deve mostrarsi a tutti senza veli, ma essere anche sboccata, spudorata e impudica sicché senza alcun sforzo le cose più delicate e indicibili scadono in volgarità.

I suoi sacerdoti, negli infiniti talk-show dei media, fanno in modo che gli astanti si divertono ad ascoltare chi dice la Verità in modo volgare, sconcio e indecente, dove il più bravo non è quello che afferma il contrario e contesta, dicendo il vero e il falso contemporaneamente e di uno stesso argomento, ma è quello che riesce a trasformare tutto quel che si dice e si fa in un osceno, turpe e laido modo di essere ed apparire al mondo.

L'uno era un maestro di retorica (non di logica) che usava il sofisma in luogo del sillogismo e, quando veniva scoperto, passava direttamente al turpiloquio e al linguaggio scurrile. L'altro è maestro nell'aizzare l'un contro l'altro i suoi imploranti, nel sobillare i suoi postulanti nell'istigare i supplicanti, ma in modo che alla fine vi sia la catarsi che procura sempre l'espiazione e il riscatto. In tutto ciò non v'è la sfida dell'intelletto (che anche la sragionevolezza fa parte della ragione), ma lo spurgo delle inclinazioni più ignobili e delle nature più turpi.

Non è più l'epoca delle liti e delle polemiche che finivano in risse e zuffe fra i contendenti (questo è lasciate solo alle trasmissioni sportive), ora gli scontri lasciano posto al versare lacrime (al singhiozzo, al gemito, al piagnucolamento, alla lagna, all'accoramento ... ) dove i presenti debbono piangere perchè sono nella sventura e far la faccia di circostanza perchè essi sono solo degli astanti, ma comprensivi.

I paitecipanti sono in genere l'umanità sofferente, i nostri simili tormentati, uomini e donne tribolati, straziati, martoriati, ma con in testa una sola idea: mettere in piazza la propria infelicità, lo strazio della solitudine, le sconfitte della vita ... in modo che ci sia qualcuno che ascolti le tue parole, che ti dia una pacca sulle spalle, che asciughi il tuo pianto.

Lo staff della trasmissione è formato da un conduttore/trice con la faccia atteggiata ad un contegno serioso, pensieroso e accigliato, da comprimari (solitamente esperti in ... ) che di tanto in tanto intervengono e si intromettono ed, infine, da una marea di piangenti, gementi, singhiozzanti ... che aspettano il momento in cui si dice che è giunto il momento di gioire ... e finalmente allora tutti esultano.

Ora questa umanità sofferente" subisce e patisce varie e diverse tribolazioni: solitudine, fine di un amore, mancanza di amicizia o solidarietà, privazione del posto di lavoro o della casa, ecc... ma anche la perdita della salute o la malattia. E tutti vanno in televisione a raccontare la loro storia, a prendersela con qualcuno e a ringraziare qualcun altro in un modo così spudorato da fare vergognare le poche persone che ancora sanno pensare con la loro stessa testa.

Cosi non avevamo altro da ribadire (ciò di cui non si ha nulla da dire, almeno si taccia) finché è uscito il documento sulla sperimentazione del metodo Di Bella.

Speravamo (ci auguravamo) di non ripetere più quanto era successo un anno fa e di riportare le discussioni nel loro campo d'elezione:; ci siamo sbagliati, e di molto: sono finite proprio in quei programmi del-tu- piangi-che-io-ti-consolo che tanta parte hanno sulla nostra televisione, ma che niente hanno a che fare né con la scienza né con la medicina.

Ed ecco che i "giornalisti" dei talk-show televisivi (con qualche lodevole eccezione) si sono impadroniti della cosa e, da perfetti gestori di assemblee sessantottine, hanno chiamato gli uomini del Ministero e gli Oncologi più feroci, una serie di malati curati con la chemioterapia e un'altra trattati con la terapia Di Bella, alcuni medici dibelliani, altri antidibelliani, qualche magistrato, presidenti di Associazioni di malati ... il tutto con la parola d'ordine "Stiamo parlando di malati di tumore ... quindi parliamo piano, da persone educate ... e proviamo a volerci bene..."

Ma contro tutta la loro volgarità una solo frase si sentiva echeggiare: "A me mi è stata diagnosticato un tumore ... mi hanno dato al massimo tre mesi di vita ... non mi potevano più trattare con la chemioterapia ... si sono disinteressati di me ... mi hanno mandato a casa ... allora ho provato con la cura ... ed ora sto bene". Ce la sentiamo di ascoltare queste persone in nome della medicina o no? 0 vogliamo sempre aver ragione e a questo sacrifichiamo la vita e le speranze di altri.

"E' giusto - scrivevo un anno fa - sottoporre a sperimentazione ciò che non è possibile sperimentare: il valore della "cura" personalizzata ossia il fatto che Di Bella si sia dedicato ai malati con tutto il suo cuore? Per anni egli non ha seguito alcun protocollo e ora gli si chiede di fissarli. E' chiaro che lui (e i suoi collaboratori) mai si troveranno d'accordo con l'Istituto Tumori, che da sempre porta avanti una sperimentazione che non è (e ovviamente non potrà mai essere) una cura personalizzata ... Dove le parole: care, soin, cura, sorge, solicitud ecc ... devono stare per avere cura, o meglio a cuore, una data condizione, lo stato di salute, mantenerlo o riconquistarlo." La differenza in tutto questo è una solo: la scienza è neutrale, la medicina invece no. Non confondiamole!