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Paolo
Aldo Rossi
Direttore
scientifico di Anthropos & Iatria
Storico
della Scienza ed Epistemologo
Docente di "Storia del Pensiero Scientifico" -
Univ. degli Studi di Genova
Bisogna essere
in due per dire verità: uno per parlare e uno per
ascoltare (Thoreau, Una settimana sui fiumi Concord e
Merrimack). Un'idea, nel significato più alto di
questa parola, si può comunicare soltanto tramite un
simbolo (S. Coleridge, Biografia Literaria)
La verità si
dissolve quando si enuncia - dicevano gli antichi
filosofi. Aletheria, la verità, deriva, come è
noto, da a-lanthano, non - nascondo, rendo palese, quindi
svelo. Ma colei che è senza veli non può essere vista
dall'occhio dei mortali, per cui va di nuovo (ri)-velata. La
complessa articolazione semantica della verità, come
disvelamento e rivelazione, si installa nella presa di
coscienza ché il mettere a nudo tutta la verità, offusca
la mente, così come quando gli occhi sono colpiti da una
luce abbacinante, per cui è necessario schermarla,
ri-velandola, ossia nascondendola di nuovo, onde
proteggerla.
"La verità
- dice il Vangelo secondo Filippo – non è venuta
al mondo nuda, ma in simboli ed in immagini", che non
sono solo ciò che la rivestono, ma anche che la rivelano.
Il termine greco sun ballo (da cui simbolo) sta per
"mettere insieme", "riunire",
"ricongiungere" ed allude all'atto del far
combaciare i due frammenti di un oggetto spezzato (ceramica,
legno, metallo ... ) per ricomporre l'originale e far sì
che i possessori delle parti potessero riconoscersi dopo
aver risistemato l’oggetto. Ognuna delle parti conosce il
segno che possiede, ma ignora quello che ha perduto e,
quindi, lo ricerca con fiducia, forte del fatto che ciò che
gli è rimasto funge da sostituto dell'intero e da mediatore
per la Scomposizione del significato cui anela. Nata nel
tempo in cui l'uomo si rese conto di avere perduto la
sapienza, questa metafora evoca l'ineffabile esperienza del
riconoscere - sia pur nel breve intensissimo istante in cui
permane l’immagine - ciò che era andato smarrito. E'
allora che l'uomo cerca di cristallizzare l'epifania della
visione in simulacri segnici.
Allorché Edipo
scioglie con una parola, con un nome, ciò che la Sfinge (sfingo,
annodo) aveva legato, la visione scompare e ciò che era
stato annodato nuovamente si spezza. "Quando una realtà
si fa parola - dice Sofocle - il senso della vita (il più
crudele) rimane assente." Allora non rimane altro che
il mistero (mùo stare in silenzio) ossia l'affidarsi al
linguaggio muto del simbolo.
Per il Greco la
Verità è una delle manifestazioni del divino e lo
strumento conoscitivo che può mettere l'uomo a contatto con
le modalità del manifestarsi del dio non appartiene alla
sfera dell'empirico, ma sta oltre, deborda i limiti dei
sensi; esso appartiene, quindi, alla sfera dell'estatico e
non a quella dell'estetico. Lo stato di estasi mistica, che
solo alcuni uomini riescono a vivere quando la loro anima si
stacca dall'involucro mortale del corpo e sale verso le più
alte sommità, è, anche dopo la morte (dopo la naturale
separazione dal corpo), privilegio di pochi spiriti eletti.
Attualmente però
la Verità la si mette in mostra ignuda e senza veli,
proprio per realizzarla e crearla; per tradurla in realtà e
farla apparire per essere. "Gli uomini - diceva il
Machiavelli - si pascono così di quel che pare come di
quello che è: anzi molte volte si muovono più per le cose
che paiono che per quelle che sono" ma, a tre secoli di
distanza, ribadiva 0scar Wilde "Solo le persone
superficiali non giudicano dalle apparenze".
Oggi esiste una
pornografia della verità: non solo deve mostrarsi a tutti
senza veli, ma essere anche sboccata, spudorata e impudica
sicché senza alcun sforzo le cose più delicate e
indicibili scadono in volgarità.
I suoi
sacerdoti, negli infiniti talk-show dei media, fanno
in modo che gli astanti si divertono ad ascoltare chi dice
la Verità in modo volgare, sconcio e indecente, dove il più
bravo non è quello che afferma il contrario e contesta,
dicendo il vero e il falso contemporaneamente e di uno
stesso argomento, ma è quello che riesce a trasformare
tutto quel che si dice e si fa in un osceno, turpe e laido
modo di essere ed apparire al mondo.
L'uno era un
maestro di retorica (non di logica) che usava il sofisma in
luogo del sillogismo e, quando veniva scoperto, passava
direttamente al turpiloquio e al linguaggio scurrile.
L'altro è maestro nell'aizzare l'un contro l'altro i suoi
imploranti, nel sobillare i suoi postulanti nell'istigare i
supplicanti, ma in modo che alla fine vi sia la catarsi che
procura sempre l'espiazione e il riscatto. In tutto ciò non
v'è la sfida dell'intelletto (che anche la sragionevolezza
fa parte della ragione), ma lo spurgo delle inclinazioni più
ignobili e delle nature più turpi.
Non è più
l'epoca delle liti e delle polemiche che finivano in risse e
zuffe fra i contendenti (questo è lasciate solo alle
trasmissioni sportive), ora gli scontri lasciano posto al
versare lacrime (al singhiozzo, al gemito, al
piagnucolamento, alla lagna, all'accoramento ... ) dove i
presenti debbono piangere perchè sono nella sventura e far
la faccia di circostanza perchè essi sono solo degli
astanti, ma comprensivi.
I paitecipanti
sono in genere l'umanità sofferente, i nostri simili
tormentati, uomini e donne tribolati, straziati, martoriati,
ma con in testa una sola idea: mettere in piazza la propria
infelicità, lo strazio della solitudine, le sconfitte della
vita ... in modo che ci sia qualcuno che ascolti le tue
parole, che ti dia una pacca sulle spalle, che asciughi il
tuo pianto.
Lo staff della
trasmissione è formato da un conduttore/trice con la faccia
atteggiata ad un contegno serioso, pensieroso e accigliato,
da comprimari (solitamente esperti in ... ) che di tanto in
tanto intervengono e si intromettono ed, infine, da una
marea di piangenti, gementi, singhiozzanti ... che aspettano
il momento in cui si dice che è giunto il momento di gioire
... e finalmente allora tutti esultano.
Ora questa
umanità sofferente" subisce e patisce varie e diverse
tribolazioni: solitudine, fine di un amore, mancanza di
amicizia o solidarietà, privazione del posto di lavoro o
della casa, ecc... ma anche la perdita della salute o la
malattia. E tutti vanno in televisione a raccontare la loro
storia, a prendersela con qualcuno e a ringraziare qualcun
altro in un modo così spudorato da fare vergognare le poche
persone che ancora sanno pensare con la loro stessa testa.
Cosi non
avevamo altro da ribadire (ciò di cui non si ha nulla da
dire, almeno si taccia) finché è uscito il documento sulla
sperimentazione del metodo Di Bella.
Speravamo (ci
auguravamo) di non ripetere più quanto era successo un anno
fa e di riportare le discussioni nel loro campo d'elezione:;
ci siamo sbagliati, e di molto: sono finite proprio in quei
programmi del-tu- piangi-che-io-ti-consolo che tanta
parte hanno sulla nostra televisione, ma che niente hanno a
che fare né con la scienza né con la medicina.
Ed ecco che i
"giornalisti" dei talk-show televisivi (con
qualche lodevole eccezione) si sono impadroniti della cosa
e, da perfetti gestori di assemblee sessantottine, hanno
chiamato gli uomini del Ministero e gli Oncologi più
feroci, una serie di malati curati con la chemioterapia e
un'altra trattati con la terapia Di Bella, alcuni medici
dibelliani, altri antidibelliani, qualche magistrato,
presidenti di Associazioni di malati ... il tutto con la
parola d'ordine "Stiamo parlando di malati di tumore
... quindi parliamo piano, da persone educate ... e proviamo
a volerci bene..."
Ma contro tutta
la loro volgarità una solo frase si sentiva echeggiare:
"A me mi è stata diagnosticato un tumore ... mi hanno
dato al massimo tre mesi di vita ... non mi potevano più
trattare con la chemioterapia ... si sono disinteressati di
me ... mi hanno mandato a casa ... allora ho provato con la
cura ... ed ora sto bene". Ce la sentiamo di ascoltare
queste persone in nome della medicina o no? 0 vogliamo
sempre aver ragione e a questo sacrifichiamo la vita e le
speranze di altri.
"E' giusto
- scrivevo un anno fa - sottoporre a sperimentazione ciò
che non è possibile sperimentare: il valore della
"cura" personalizzata ossia il fatto che Di Bella
si sia dedicato ai malati con tutto il suo cuore? Per anni
egli non ha seguito alcun protocollo e ora gli si chiede di
fissarli. E' chiaro che lui (e i suoi collaboratori) mai si
troveranno d'accordo con l'Istituto Tumori, che da sempre
porta avanti una sperimentazione che non è (e ovviamente
non potrà mai essere) una cura personalizzata ... Dove le
parole: care, soin, cura, sorge, solicitud ecc ... devono
stare per avere cura, o meglio a cuore, una data condizione,
lo stato di salute, mantenerlo o riconquistarlo." La
differenza in tutto questo è una solo: la scienza è
neutrale, la medicina invece no. Non confondiamole!
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