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Paolo
Aldo Rossi
Direttore
scientifico di Anthropos & Iatria
Quel
che è troppo è troppo, anche in fatto di popolarità. A
Roma, sulle prime, vi sentite pieni di rimpianto perché
Michelangelo è morto, poi con l'andar del tempo,
rimpiangete soltanto di non averlo visto morire.
Calendario di Wilson lo Zuccone - (Mark Twain - Wilson lo
Zuccone)
Diversi
mesi orsono, studiando le varie cure, non
"ufficiali", del cancro, abbiamo incontrato
l'opera di Luigi Di Bella, medico e ricercatore sconosciuto
ai più. Di lui scrivemmo: " ...un uomo che da sessanta
anni professa la medicina, che ha fatto la ricerca a proprie
spese, che cura 'gratis' da sempre centinaia di malati e che
potrebbe essere in errore (ma non volontario), ora più che
ottuagenario, viene attaccato da ..." e del suo libro,
Cancro, siamo sulla strada giusta? (pubblicato nel 1997):
"...sembra aprire nuovi sentieri nella terapia dei
tumori e mettere in discussione dogmi e schemi della
oncologia ufficiale ...". Ma allora non avremmo mai
immaginato che, nei sondaggi, il personaggio sarebbe
diventato tanto popolare da battere non solo i politici ma
anche le stars del calcio, del cinema, della canzonetta e
della televisione.
Infatti
oggi, che l'anziano medico è uno degli uomini più famosi
d'Italia, in grado di mobilitare centinaia di migliaia di
persone contro il Ministro, di rispondere per le rime alle
Multinazionali Industrie Farmaceutiche, di trattare da pari
con i Baroni di Medicina, (che prima gli davano del
ciarlatano e ora gli si rivolgono con deferenza), ci
sentiamo obbligati a domandarci.qualcosa in più sul suo
metodo per non cadere nella trappola di fare di Di Bella
esclusivamente la vittima politica dei "potenti" e
dei suoi malati, i malaccorti e stolti acquirenti della
somatostatina a carissimo prezzo.
Prima,
se il metodo esiste? Subito dopo se é oggettivabile e
intersogettivabile? Cioè se è un metodo scientifico e se
è comunicabile agli altri. Se, indipendentemente da chi lo
pratica, i suoi "protocolli" sono proposizioni
sempre vere su di quel particolare universo di oggetti e se
valgono a discriminare quella particolare
"scienza" da tutto il resto. Se è un metodo buono
per tutti gli ammalati della terra e non solo per quelli che
ci credono fideisticamente. Se continua a valere anche se
cambiano gli operatori...
Sono
queste domande retoriche di cui gia sappiamo la risposta. Al
punto che per "metodo" e per
"protocolli" abbiamo diverse definizioni e non ci
sfiora neppure il sospetto che se non siamo d'accordo a
livello di logo semantico (sul signifIcato dei termini che
si utilizzano)non possiamo iniziare qualunque discorso sul
logo apofantico (sulla verità o la falsità di quel che si
afferma). Inoltre, è giusto sottoporre a sperimentazione
cio che non è possibile sperimentare: il valore della
"cura" personalizzata ossia il fatto che Di Bella
si sia dedicato ai malati con tutto il suo cuore? Per anni
egli non ha seguito alcun protocollo e ora gli si chede di
fissarli. E' chiaro che lui (e i suoi collaboratori)mai si
troveranno d'accordo con l'Istituto Tumori, che da sempre
porta avanti una sperimentazione che non è (e ovviamente
non potrà mai essere) una cura personalizzata.
Il
termine "cura", nella lingua italiana è andato
sempre più perdendo il suo originario significato di
"ho a cuore" e "attenta preoccupazione verso
.." [nel caso della medicina "... verso la
salute"], ed ha acquisito quello più ristretto di
"terapia" (farmaco, medicamento, rimedio).
"Lo scopo dell'arte medica - dichiarava Claudio Galeno
- è la salute, il fine è ottenerla", il chè è
rimasto nel linguaggio comune dove le parole: care, soin,
cura, sorge, solicitud ecc...stanno per avere cura, o meglio
a cuore, una data condizione, lo stato di salute, mantenerlo
o riconquistarlo.
Se
ci si colloca in quest'ottica, da cui purtroppo la medicina
occidentale si è allontanata progressivamente, così come
si è allontanata dal rapporto "affettivo" col
paziente, si recupera una diversa visione del problema
"salute". La malattia non ci appare più come una
mera affezione interessante una parte del corpo umano, ma
come la manifestazione di una condizione disarmonica
generale di cui l'affezione è la manifestazione patologica
più evidente. Parimenti il paziente sfugge al rischio di
essere visto come "organo malato" e si propone al
medico nella sua interezza di individuo. Come ha ben
evidenziato Foucault, la storia della medicina occidentale
è metaforicamente la storia dello sguardo del medico che si
posa sul malato: a seconda di come egli lo guarda, il malato
si riduce a "corpo della malattia", organo
separato su cui operare, o si impone come essere che soffre
e a cui va ridata l'armonia.
E'
chiaro che questo rapporto "affettivo" con il
paziente non può esser deciso da un protocollo. Sempre più
spesso sappiamo che diversi pazienti, affetti da tumore,
hanno preferito le cure di un medico "alternativo"
alle dolorose e impersonali terapie della oncologia
tradizionale, altri sono andati dal guaritore o dello
sciamano e altri ancora si sono recati a Lourdes o da Padre
Pio, alcuni sono guariti, altri sono morti e altri ancora
continuano a girare alla ricerca di quel farmaco che li
guarira. "E' meglio - scive Asher - credere in qualcosa
di infondato da un punto di vista terapeutico che
riconoscere apertamente il fallimento"
.Si
è asserito che la medicina è l'unica professione che lotta
incessantemente per distruggere la ragione della propria
esistenza: prevenire le malattie ed eliminare il bisogno del
medico. Essa tende ad essere un'arte "che viene
esercitata mentre sta attendendo di scoprirla" e una
scienza che sempre aspetta di essere imparata e coltivata
Ortega
y Gasset afferma: ".. La medicina non è una scienza,
ma una professione, è un fatto pratico [...] che alla
scienza si rivolge per sfruttare tutti quei risultati che le
sembrano utili, ma che lascia cadere tutto il resto. E
lascia cadere, in particolare, ciò che è più
caratteristico della scienza, l'esercizio del dubbio e
l'approccio problematico" e "In certo qual senso
scienza e medicina sono agli antipodi,- come P. Skrabanek e
J. Mac Cormick affermano - la scienza cerca una risposta
sperimentale a quesiti generali, la medicina cerca una
risposta specifica al problema specifico del paziente ... Lo
scienziato amplia le basi delle conoscenze comuni, il medico
accumula esperienza personale. Mentre lo scienziato non fa
che cercare problemi nuovi e smette di interessarsene quando
sono stati risolti, il medico che ha trovato una soluzione
è ben contento di specializzarsi proprio nell'applicazione
di quella soluzione". A nessun scienziato gli
passerebbe per la testa una cosa del genere.
"La
medicina clinica - scrive D. Antiseri - è una scienza
storica per l'attività diagnostica e tecnologica per
l'attività terapeutica". In primo luogo la medicina,
come d'altronde fanno le cosiddette scienze umane, ricorre a
metodi e ad impianti epistemologici più simili a quelli
della storiografia che a quelli della fisica o della
chimica. A differenza delle diverse "scienze", il
cui fine è istituzionalmente noetico (la conoscenza di
...), la medicina sembra avere anche finalità pratiche (la
cura della salute e della malattia); generalmente, essa
viene considerata un'arte fortemente connotata dalla perizia
dell'artista (il medico), il quale attinge nozioni
dall'emporio del sapere scientifico (le scienze empiriche) e
abilità pragmatiche dal bagaglio delle tecnologie,
raggiungendo i propri obiettivi con una corretta
applicazione della scienza.
In
questo momento storico che di medicina tutti ne parlano
sarebbe il momento di applicarvi una rigorosa "epochè"
chiedendo ai "politici" venditori di parole, agli
"avvocati" azzeccagarbugli, ai
"giornalisti" presuntosi e analfabeti, alla banda
di allegri "talkshovisti" ... di dedicarsi a
tutt'altro che non sia la salute..
Allora
forse ci potremo onestamente chiederci come ne stiamo
uscendo dal caso Di Bella: i malati senza cura
"personalizzata" che avevano sognato, la medicina
sconfitta da ogni parte (sia l'oncologia ufficiale sia i
medici dibbelliani) perchè lo si sapeva fin dall'inizio che
non se ne poteva ricavar nulla da un dialoga fra sordi, Di
Bella non più valutato per quel che di buono ha fatto nella
vita (ma avendogli fatto dire che lui può curare la
sclerosi a placche e il morbo di Alzhaimer).
Gli
unici a guadagnarci sono stati i politici che hanno pescato
nel torbido, gli avvocati che hanno difeso ciò che non
poteva essere difeso e i conduttori di "talk show"
che per una volta han potuto far reagire la gente senza
sforzarsi a piangere;
E
noi telespettatori seduti li davanti a passarci una serata
coscienziosa e scrupolosa, occupandoci di salute e di
diritti del malato, che a volte, in mancanza d'altro, è
proprio piacevole e divertente.
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