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NUOVE PROSPETTIVE
DI CHEMIOTERAPIA ANTINEOPLASTICA
CON SOSTANZE ESTRATTE DA PIANTE
FARMACOLOGICAMENTE SCONOSCIUTE
IN CAMPO ONCOLOGICO
Dott. Claudio D’Arrigo
Medico Chirurgo
Specialista in Medicina Interna e in Medicina Tropicale e Subtropicale
(Roma)
Direttore Laboratorio di Ricerca Oncologica della IDI Farmaceutici
Prospects for antitumor
chemotherapy using pharmacologically unknown plant extract.
Experimental oncological research leads to the discovery of new weapons
against cancer. The author has isolated two new antitumors substances
from plants which have never been used for pharmacological purposes.
The paper outlines the working hypothesis with which this result was
achieved; it also discusses their presumed mechanism of action and
their capacity to select tumour cells. Lasly, the author reports the
results obtained in six experimental animal tumour models. Both
substances showed a level of efficacy in both ascitic and solid tumours
which far exceeds that of those agents currently and used in human
antitumor chemotherapy.
Key words: Neoplasm, experimental.
Il problema cancro
e la ricerca farmacologica
Il "problema cancro" si fa ogni giorno più pressante. Rilievi
statistici rigorosi, effettuati dapprima in Germania e poi anche in
Italia, dimostrano che attualmente un caso di morte su quattro è
imputabile a tumori, mentre nel 1900 la proporzione era di 1:30. La
"scala del cancro" si va facendo, di decennio in decennio, sempre
più ripida e la considerazione che nel contempo si sia
verificato un incremento della popolazione ed un aumento della durata
media della vita (è nota la maggiore incidenza dei tumori nelle
classi di età più avanzate), non ci rende edotti
dell’eccesso di mortalità reale rispetto alle aspettative
statistiche (fig. 1).
Fig. 1. – La scala del cancro: aumento della mortalità per
tumori (da Süss-Kinzel-Scribner: il Cancro, mod.).
Con Bauer possiamo concludere che l’eccesso di incremento della
mortalità per cancro porta ad una sola considerazione: <<i
tumori sono in aumento continuo perché in aumento continuo sono
anche le cause che ne determinano l’insorgenza>> (Bauer KH: Das
Krebsproblem, Berlin 1963) e ciò è in accordo con il
progressivo inquinamento ambientale geo-idro-atmosferico operato dai
cancerogeni prodotti continuamene dalla civiltà umana.
La scienza risponde all’"emergenza cancro" mediante
due filoni di ricerca, la ricerca di base e la ricerca applicata.
La ricerca di base ha, nel caso specifico, per forza
di cose, tempi lunghi e risultati incerti.
La ricerca applicata, volta pragmaticamente a
risolvere il problema cancro, spinta dalla pressanza del fenomeno, si
è svolta finora, seppure con dispendio di risorse ciclopiche, in
maniera disordinata e, nella maggior parte dei casi, nell’assoluta
assenza di un disegno logico che potesse permettere di centrare
l’obiettivo.
Nel 1956 l’Istituto Nazionale Americano dei Tumori
ha dato il via ad un programma di ricerca chemioterapica per la
"conquista del cancro" che ha valutato finora ben 190.000 composti
chimici di sintesi, 160.000 prodotti di fermentazione, 60.000 sostanze
di origine vegetale e 12.000 di altra origine (estratte da organismi
marini, da insetti, ecc.) provenienti da tutto il mondo (Wood MB Jr.,
USA).
Da questo immane sforzo si è riusciti ad
introdurre in terapia circa 70 prodotti anticancerosi, sia pure con
effetti limitati. Alla luce dei risultati raggiunti il suddetto
programma di ricerca, la scoperta e messa a punto di un nuovo farmaco
antitumorale può emergere dallo "screening" di 30-40.000 nuove
sostanze chimiche.
Lo "screening" indiscriminato, condotto alla cieca,
ha comportato finora un enorme impiego di energie intellettuali e
materiali senza sortire apprezzabili risultati dal punto di vista
pratico.
Rimane il fatto che ancora oggi, i farmaci di
riconosciuta capacità chemioterapica antineoplastica, non siano
più di una trentina e che i più importanti tra questi si
contino sulla punta delle dita di una sola mano e che comunque siano
venuti alla luce indipendentemente dai faraonici programmi di
setacciamento.
Ipotesi di lavoro
Per quanto ci riguarda stiamo per esporvi le
risultanza di una ricerca ultratentennale, che ha preso le mosse
dapprima da una nostra convinzione profonda e cioè che in Natura
esista ogni cosa e il suo contrario (nel caso specifico il cancro e
l'anticancro) e successivamente da un’ipotesi di lavoro che abbiamo
tenacemente perseguito per quasi sette lustri.
Per una serie di circostanze che qui sarebbe lungo e
oltretutto inutile descrivere, polarizzammo inizialmente la nostra
attenzione su una pianta erbacea, una scrofuliariacea, che nasce
spontanea in molti nostri prati. Da questa pianta, la Linaria vulgaris,
potemmo in quel tempo isolare un principio attivo che favorisce la
crescita dei tumori ed un altro principio attivo che la inibisce.
Ci chiedemmo, allora, quale fosse il "significato
filosofico" della presenza di una sostanza antineoplastica in un
vegetale… Nel vegetale da noi studiato e nei vegetali da altri
studiati, come il Colchicum autunnale, la Vinca rosea o il Podophyllum
pelpatum.
Quale poteva essere il "senso biologico" della
contemporanea presenza in uno stesso organismo di due sostanze ad
azione nettamente contrapposta?
A noi piacque pensare, ipotizzare, credere che le
due sostanze servissero alla Linaria vulgaris, la prima per favorire
l’accrescimento, l’altra per inibirlo, una volta che la pianta ha
raggiunto il suo status adulto.
Seguendo questa linea di pensiero, in tutti i
vegetali dovrebbero coesistere due sostanze, una che favorisce
l’accrescimento evolutivo della pianta, l’altra che lo inibisce ad
accrescimento ultimato. Non tutte le molecole ad azione antagonista,
estratte dalle piante, possono però essere utilizzate in
terapia: solo alcune, in virtù del loro peso molecolare, della
loro struttura spaziale, della loro carica elettrica sono in grado di
interferire con le cellule animali ed, in particolare, con le cellule
neoplastiche.
Questa semplice ipotesi di lavoro soddisfaceva la
nostra fantasia. Ci mettemmo subito all’opera con lo scopo di inventare
i metodi chimici validi alla separazione della miriade di sostanze
presenti in un vegetale ed all’isolamento delle sole due sostanze che
ci interessavano.
Una volta messe a punto le metodiche di estrazione e
separazione, siamo passati ad esaminare piante di specie diversa,
praticando estrazioni sia sulla pianta intera che su parti di essa come
radici, foglie, fiori, bacche o frutti.
Questo lavoro è stato lungo e complesso in
quanto, se è vero che talora ci siamo imbattuti in sostanze
capaci di attività antineoplastica, è pur vero che molto
spesso abbiamo dovuto abbandonarle o perché ci era stato
difficile stabilire per la pianta di origine l’epoca precisa di
raccolta che ci assicurasse una resa costante in principio attivo o
perché per alcune piante esistevano difficoltà pratiche
di approvvigionamento, o, infine, perché da alcune di esse si
isolavano principi attivi insolubili in acqua e quindi non utilizzabili
in terapia se non attraverso complesse e talora non facili
salificazioni.
Questa fase della ricerca si è
ininterrottamente dipanata a partire dal 1958 a tutto il 1988.
Solo nel 1989 abbiamo avuto l’opportunità di
studiare alcune bacche o frutti che, pur provenendo da piante di specie
diversa, erano in grado di fornirci dei principi attivi
standardizzabili, consentendoci di stabilire con esattezza l’epoca di
raccolta della droga ed i vari procedimenti chimici di estrazione.
Infine, cosa ancora più importante, detti principi attivi sono
risultati solubili in H2O e quindi facilmente utilizzabili in terapia.
Caratteristiche chimiche
e fisico-chimiche
delle sostanze in argomento
Siamo, perciò, ora in grado di sottoporre
alla vostra attenzione i risultati ottenuti da due sostanze in
progredita fase di studio. Trattasi di una sostanza antineoplastica
estratta da bacche di Pittosporum Tobira, che d’ora in poi chiameremo
sostanza CIDI, e di una sostanza estratta da bacche di Chamaerops
Excelsa, che d’ora in poi chiameremo DEGU.
Pittosporum Tobira, così detta dalla polpa
resinosa che racchiude i semi (gr. pitta = pece e sporo = seme),
è una pianta ornamentale sempreverde originaria dell’Estremo
Oriente, che si è facilmente acclimatata nelle nostre regioni,
tanto da essere particolarmente diffusa sulle coste e nei centri
balneari in virtù della sua resistenza alla salsedine. In
primavera produce fiori molto profumati.
Chamaerops Excelsa è anch’essa una pianta
ornamentale, appartenente alla famiglia delle Palme. In Italia è
largamente rappresentata nelle zone a clima temperato, come ad esempio,
le località rivierasche del lago di Garda.
Non ci si meravigli del fatto che noi si presenti
contemporaneamente due principi attivi dotati di azione antitumorale
isolati da due piante di specie diversa: ciò, mentre da una
parte conferma la giustezza della nostra primitiva ipotesi di lavoro,
dall’altra ci sprona a continuare per la fertile strada intrapresa,
potendo ormai ragionevolmente congetturare che essa condurrà noi
o altri ad allungare, forse senza limiti ed in tempi brevi, l’elenco
dei farmaci anticancerosi.
Tornando alle nostre prime due sostanze, di pare,
comunque, doveroso precisare che gli studi su CIDI sono attualmente in
uno stadio di elaborazione più avanzato rispetto a DEGU.
CIDI e DEGU provengono da mondi lontani, eppure
presentano caratteristiche strutturali e comportamentali simili. Le
sostanze sono state ottenute sotto forma di polvere, solubilissima in
acqua. Dal punto di vista chimico sono sostanze organiche appartenenti
al gruppo dei glucosidi.
Mediante approfondite metodiche quali l’analisi
centesimale, la cromatografia in HPLC, lo spettro all’ultravioletto, lo
spettro all’infrarosso e la risonanza magnetica nucleare, abbiamo
potuto estrapolare utili elementi atti alla identificazione delle loro
impronte digitali dal punto di vista chimico (tab. 1).
Le due sostanze per le quali sono ora in corso le
procedure atte a definire la struttura chimica, sono state oggetto,
separatamente, prima di un brevetto italiano, quindi di brevetto
internazionale.
La DL50 acuta per via intraperitoneale nel topo
Swiss è di 25,0 mg/kg per la sostanza CIDI; maggiore di 2000
mg/kg per la sostanza DEGU.
Facendo astrazione da un’analisi dettagliata dei
dati esposti in tabella, che dimostrano che le due sostanze sono
chimicamente diverse, a noi interessa invece sottolineare i loro punti
in comune.
Innanzitutto ci troviamo di fronte a due composti
chimici ternari, contenenti cioè carbonio, idrogeno e ossigeno.
Questa particolarità a noi sembra importante, in quanto tra la
trentina di farmaci antineoplastici noti, solo uno di essi, la
Mitramicina, è costituito da una molecola contenente soltanto,
C, H e O: si dà il caso che questa sostanza sia un antibiotico e
che, quindi, sia anch’essa di estrazione naturale.
Ambedue le nostre sostanze sono solubilissime in
acqua. Il loro spettro IR mostra bande analoghe riferentesi ai gruppi
OH, CH3 e CH2 che, per entrambe si situano tra i 3400 e i 2900 cm – 1,
differenziandosi invece completamente per bande riferibili ad altri
gruppi, come C = O, C = C e ancora CH3, e, per
ritrovare, infine, un’identità delle bande alla lunghezza d’onda
di 1380 per CH3, 1250 per OH e intorno ai 1050 per C-O. I massimi di
assorbimento all’UV si aggirano per ambedue le sostanze, tra i 203 e i
204 nm. L’HPLC dimostra che i picchi principali, corrispondenti alla
massima concentrazione del principio attivo, si aggirano intorno ad RT,
sicuramente non identici, ma di certo molto vicini.
Attività biologica in vitro e in vivo
In vivo, sono state impiegate dosi variabili da 1 a
7 mg/kg per CIDI e da 100 a 400 mg/kg per DEGU. Come detto, le due
sostanze, pur provenendo da piante diverse e soprattutto da piante di
specie diversa, pur essendo chimicamente diverse e quindi usate a dosi
diverse, dimostrano tuttavia un’imprevedibile e sconcertante
similarità dal punto di vista comportamentale, tanto che d’ora
in poi descriveremo come comuni le fenomenologie che abbiamo
riscontrato.
Al fine di rilevare la potenziale
citotossicità delle due sostanze, esse sono state sottoposte
all’"Agar overlay test" su monostrato di cellule fibroblastiche di topo
L929. Il test è risultato negativo e quindi non sono
citotossiche.
Le due sostanze, inoltre, non determinano alcun
danno cromosomico come dimostrano i "Micronucleus test" praticati sul
midollo osseo di topi trattati con alte dosi di principio attivo e
quindi le sostanze non sono genetossiche.
L’"Ames test", in base al quale è possibile
rilevare un’attività mutagena, non ha indotto significativi
incrementi nel numero delle revisioni (mutazioni) in ceppo mutante di
Salmonella Typhimurium e quindi le sostanze non hanno azione
teratogenica.
E’ appena il caso di accennare che le tre prove
suindicate sono state condotte sia in presenza di controlli negativi,
che in presenza di controlli positivi.
Dal punto di vista istologico si sono studiate le
alterazioni indotte dalle sostanze su cellule EAT provenienti da topi
Swiss portatori di tumore-ascite di Ehrlich al V e VII giorno di
trattamento con i principi attivi.
L’esame a fresco all’ultramicroscopio in campo
oscuro ha esibito che le cellule provenienti dagli animali di controllo
mostrano, come di solito, una corona di microvilli sulle membrane, i
granuli sono in movimento, presentano qualche immagine di pinocitosi.
Sono libere e non agglutinate (fig. 2).
Le cellule EAT degli animali trattati appaiono per
lo più conglutinate. Si nota che le cellule sono circondate da
un notevole numero di cellule bianche, polimorfonucleati, macrofagi,
ed, in minore quantità, linfociti, che sembrano ben conservati.
Le cellule EAT appaiono notevolmente danneggiate in corrispondenza
della membrana citoplasmatica, che presenta spesso estroflessioni e che
in alcuni casi sembra completamente disintegrata (fig. 3).
Fig. 2, 3, 4. – Vedi testo.
L’esame microscopico degli strisci su vetrino
fissati e colorati, e su sezioni semifine incluse in Epon, ha messo in
evidenza che le cellule EAT degli animali di controllo si presentano,
come di norma, con citoplasma intensamente basofilo e nucleo a volte
mascherato dalla basofilia del citoplasma. Cariocinesi in varie fasi
abbastanza frequenti (5-6%). Le cellule appaiono isolate le uno dalle
altre.
Nei vetrini degli animali trattati, le cellule EAT
appaiono aumentate di volume, spesso sono conglutinate, presentano
notevoli alterazioni della membrana citoplasmatica che in alcuni
casi è completamente assente, tanto da far apparire "nudo" il
nucleo; hanno un citoplasma pallido, molto vacuolizzato, a nido d’ape,
tanto da ricordare quello delle cellule schiumose. Il nucleo presenta
alterazione dei nucleoli che sono pallidi. Assenza di cariocinesi. Vi
è abbondanza di materiale citoplasmatico esocellulare (fig. 4).
Alla misurazione micrometrica il loro diametro
risulta essere di 19,2 m, mentre quello delle cellule EAT degli animali
di controllo è di 12,4 m. Si nota la presenza di numerosi
globuli bianchi, in specie macrofagi e linfociti, che, oltre che
isolati, si dispongono spesso a stretta contiguità delle cellule
neoplastiche, talora circondandole su tutta la circonferenza, non
mostrando alcuna sofferenza e conservando inalterate le loro
caratteristiche morfologiche e tintoriali.
Per quanto riguarda la tipizzazione della
popolazione delle cellule bianche prelevate dagli animali di controllo
e da quelli trattati, ci siamo astenuti dall’indicare percentuali,
anche approssimative, in quanto esistono molto spesso difficoltà
insormontabili per un loro sicuro riconoscimento. Abbiamo comunque
potuto rilevare che, mentre le cellule bianche provenienti dagli
animali di controllo sono costituite prevalentemente da linfociti e
granulociti neutrofili, quelle provenienti dagli animali trattati sono
in prevalenza costituite da macrofagi e linfociti.
D’altro canto, lo studio dei preparati istologici
allestiti sui principali organi e tessuti prelevati da tutti gli
animali, non ha messo in evidenza alcuna alterazione negli animali
trattati. Ciò è in accordo con quanto emerso dalla
tossicologia acuta e subacuta praticata su animali sani.
L’importanza di questa constatazione è
notevole perché, accanto ad organi come il fegato, il rene ed il
cervello, sono stati esaminati anche tessuti come la milza, i
linfonodi, il midollo osseo, le ghiandole seminali e l’intestino, che
sono sede di attivo ricambio cellulare.
Tutti questi dati, che comunque saranno oggetto di
approfondimento, sembra vogliano indicare che le nostre sostanze:
a) - manifestino sulla cellula neoplastica un’azione
citolitica;
b) - dimostrino una selettività di azione;
c) - non interferiscano con il sistema di difesa
immunitario, la cui azione sembra, peraltro esaltata.
Ciò vale a distinguerle da tutte le sostanze antineoplastiche
note che o sono citotossiche o sono citostatiche, sviluppando
indiscriminatamente la loro azione sia sulle cellule tumorali, che
sulle cellule sane, specie se provenienti da tessuti sede di attivo
ricambio cellulare.
Meccanismo di azione
e selettività di azione
L’azione citolitica e la selettività di
azione delle nostre sostanze sembra siano riportabili al fatto che la
loro particolare costituzione chimica (glucosidi ternari) le rende atte
a legarsi, forse con meccanismi di tipo competitivo, con i siti
recettivi della membrana cellulare neoplastica, a livello della quale
apportano evidenti e notevoli alterazioni strutturali fino alla sua
dissoluzione.
Perché queste condizioni siano rispettate,
è necessario che esistano, nella cellula sensibile al farmaco
(nel nostro caso, la cellula tumorale), sistemi biologici che la
rendano "diversa" rispetto alla cellule dell’organismo ospite.
La ricerca di queste diversità 1
7 26 27 28 29 è stato il punto
cruciale di tutta la sperimentazione cancerologica, in quanto,
né gli studi strutturali e ultrastrutturali, né le
sofisticate tecniche biochimiche sono mai riuscite a mettere in
evidenza nella cellula tumorale differenze tanto significative rispetto
alla cellula normale da poter essere sfruttate ai fini di una sua
aggregazione farmacologica di tipo selettivo. Tutto ciò discende
dal fatto che la cellula neoplastica, è, comunque,
un’emanazione, seppure anomala, delle cellule dell’organismo
parassitato.
Il fatto che solo le membrane cellulari
neoplastiche, contrariamente a quelle normali, siano permeabili a
questa nuova classe di sostanze antitumorali, indica che esse debbano
avere, se non una diversa composizione chimica, almeno una diversa
disposizione e concentrazione delle molecole glicolipidiche e
gangliosidiche di superficie.
E’, perciò, verosimile che questo nuovo
gruppo di sostanze antitumorali, in virtù della loro struttura
spaziale, del loro peso molecolare e della loro carica elettrica, si
sostituiscano o entrino in combinazione, per affinità chimica,
con le molecole glicolipidiche e fosfolipidiche di superficie della
cellula tumorale, potendo apportare a carico della membrana
citoplasmatica le alterazioni descritte ed essendo comunque in grado di
poterla attraversare.
Inizia così una reazione a catena che si
concluderà solo con la morte della cellula tumorale.
Il superamento della barriera di membrana, consente
a questa classe di sostanze di svolgere la propria azione anche a
livello di importanti organuli citoplasmatici. Vogliamo specificamente
riferirci a lisosomi e cioè a quegli organuli citoplasmatici
che, sotto forma di vescicole, contengono enzimi litici indispensabili
ai processi digestivi endocellulari, capaci, cioè, di degradare,
in ambiente acido, proteine, acidi nucleici, polisaccaridi e
mucopolisaccaridi.
De Duve ha definito i lisosomi come "vescicole
suicide", in quanto se essi sono danneggiati da agenti tossici, la loro
membrana diventa permeabile agli enzimi lososomiali che in breve tempo
digeriscono e distruggono tutta la cellula 4.
Lo studio ultrastrutturale delle membrane cellulari
ha portato alla conclusione che esse abbiano tutte un’identica
struttura ed analoga composizione, tanto che è ormai da tutti
accettato il concetto di "membrana unitaria" 4 30.
E’, perciò, evidente che le nostre sostanze
sono in grado di apportare, a livello della membrana lisosomiale, con
gli stessi meccanismi descritti per la membrana cellulare, le stesse
alterazioni che, in ultima analisi, portano alla completa dissoluzione
di essa. Una volta distrutta la membrana lisosomiale, gli enzimi litici
vengono liberati nel citoplasma, digerendo e distruggendo la cellula.
Tale, infatti, sembra essere il significato
dell’intensa vacuolizzazione del citoplasma osservata nelle cellule
neoplastiche degli animali trattati.
Alla luce di quanto sopra esposto, a noi appare
più aderente alla realtà, definire i lisosomi come delle
vere e proprie "mine" endocellulari, capaci di esplodere e distruggere
la cellula stessa una volta che le nostre sostanze attive abbiano
innescato i meccanismi indispensabili che portano alla disintegrazione
della loro membrana.
Il particolare meccanismo di azione di queste
sostanze citolitiche e le risultanze ottenute dal loro impiego nei
tumori sperimentali degli animali, di fanno pensare ad un eventuale
sinergismo d’azione con i sistemi di difesa dell’organismo parassitato
dal tumore.
Infatti, la veramente imponente mobilitazione dei
macrofagi e dei linfociti osservata nei preparati allestiti sul liquido
ascitico degli animali trattati, ci fa propendere per un massiccio
intervento immunitario da parte dell’organismo ospite del tumore.
E’ noto come l’immunosorveglianza dell’organismo nei
riguardi delle cellule tumorali sia obnubilata, in quanto, a causa di
un difetto dei meccanismi di riconoscimento, la cellula neoplastica
è in grado di sfuggire ai sistemi di controllo immunitari.
Ciò è reso anche possibile dal fatto che gli antigeni di
membrana della cellula neoplastica sono estremamente "semplificati" a
causa della modificazione e della ridistribuzione delle glicoproteine e
deiglicolipidi presenti anche nelle cellule normali.
Spesse volte, inoltre, sulla superficie delle
cellule neoplastiche sono presenti i cosiddetti "antigeni embrionali",
a specificità molto ampia, e comuni anche a cellule normali in
attiva proliferazione e perciò non facilmente riconoscibili.
D’altro canto, gli antigeni endocellulari sono immunologicamente
inaccessibili 6.
Ne consegue che per sensibilizzare e scatenare una
reazione immunitaria efficace occorre un’azione lesiva vasta a livello
della cellula neoplastica, come quella che appunto si verifica per
effetto delle nostre sostanze attive. Queste sostanze, per il loro alto
coefficiente di ripartizione nei lipidi, penetrano facilmente
attraverso la membrana lipoproteica della cellula tumorale apportando
in seno ad essa tutti i guasti che abbiamo descritto e che preludono
alla liberazione di tutti quegli antigeni specifici che permetteranno
poi al sistema immunitario di individuare e distruggere anche quelle
cellule sfuggite all'azione delle sostanze stesse, attraverso la messa
in linea dei suoi meccanismi di difesa sia cellulari (in primis, i
macrofagi ed i cosiddetti linfociti "killers"), che umorali 1-7.
Come detto, negli animali trattati esiste un
cospicuo aumento, sia in senso relativo che in senso assoluto, dei
macrofagi e dei linfociti. Ciò è in accordo con le
più recenti ipotesi circa l’identità delle cellule che
determinano le reazioni tipiche dell’immunità cellulare. Secondo
queste ipotesi, infatti, i macrofagi svolgono il ruolo di cellule
effettrici nei riguardi delle cellule-bersaglio 8-11,
acquisendo questa proprietà in seguito a specifica attivazione
da parte dei linfociti 12-18.
Attività antineoplastica
nei tumori ascitici degli animali
L’attività chemioterapica delle nostre
sostanze citolitiche è stata valutata sia nei tumori
sperimentali ascitici, che nei tumori solidi.
Prima di passare ad una, seppure sintetica,
descrizione dei nostri risultati è necessaria una breve premessa
che giustifichi l’uso, da parte nostra, di un nuovo parametro di
valutazione dell’azione delle nostre sostanze in oncologia sperimentale.
Finora, in mancanza di farmaci selettivi, la terapia
antiblastica si è avvalsa, di sostanze che manifestano
citotossicità notevole, sia sulle cellule tumorali che sulle
cellule normali dell’organismo ospite, agendo indiscriminatamente su
tutte e sfruttando soprattutto la maggior sensibilità delle
cellule in attiva mitosi.
L’azione inibitoria sul cancro si è perciò sempre
accompagnata ad analoga azione inibitoria sulle cellule dell’organismo
ospite in più attiva riproduzione, come le cellule midollari del
sistema immunitario di difesa, le cellule dell’epitelio intestinale,
delle gonadi e degli annessi cutanei.
Per tutte queste motivazioni, le sostanze
antitumorali finora usate in terapia umana non sono mai state in grado
di risolvere da sole il problema del cancro.
Anche in oncologia sperimentale, dette sostanze, pur
essendo talora impiegate a dosi che rasentano la LD50 acuta, riescono a
prolungare il tempo medio di sopravvivenza degli animali trattati
rispetto ai controlli, ma quasi mai riescono a distruggere il tumore
trapiantato fino al punto da determinarne il rigetto, promuovendo di
conseguenza la guarigione e la sopravvivenza definitiva degli animali
trattati 19-22.
Queste particolari condizioni operative hanno
portato alla conclusione che il più importante parametro per
valutare l’effetto di un farmaco antiblastico possa essere costituito
dal semplice rapporto tra il tempo di sopravvivenza medio degli animali
trattati e il tempo medio di sopravvivenza degli animali di controllo o
T/C.
Tale rapporto, universalmente accettato, è
stato, fino ad ora, l’unico dato di confronto possibile.
L’assenza di animali trattati e sopravvissuti (SPV)
al tumore trapiantato, ha impedito di ricorrere a criteri di
valutazione più sottili, ampiamente usati in farmacologia, come,
ad esempio, il rapporto esistente tra l’attività di una
determinata sostanza e la sua tossicità, allo scopo di
ponderarne la maneggevolezza e la selettività di azione. Detto
rapporto, conosciuto come "indice chemioterapico", è tanto
più alto quanto più è affidabile da sostanza in
esame e viene espresso in valori statistici medi dei due effetti,
l’attività e la tossicità.
L’indice chemioterapico 50
Dose letale 50
= _________________
Dose efficace 50
rappresenta, perciò, il rapporto tra la dose che uccide il 50%
degli animali trattati e quella che determina la sopravvivenza del 50%
degli animali in cui si è sperimentalmente indotta la patologia
da studiare.
Ciò detto, nella tabella II, vengono
riportate le risultanze, da noi ottenute, in alcuni modelli
sperimentali di tumori ascitici degli animali.
In tabella è stato riportato l’esito degli
esperimenti più significativi. Va, però, precisato che,
per ogni tumore, è stato usato un largo ventaglio di dosi
sì da consentire la costruzione di una curva dose/effetto:
l’azione inibitrice sul tumore aumenta con l’aumentare della dose fino
al punto in cui la tossicità indotta sull’ospite non diventa
limitante, portando ad una inversione dei risultati.
Per quanto riguarda la curva ponderale, negli animali trattati si
è sempre osservato un rapido decremento del peso nei primi 2-3
giorni di trattamento.
Successivamente, al contrario dei controlli, dove
l’aumento del peso è notevole e costante fino alla fase
pre-terminale, l’incremento in peso degli animali trattati non si
è mai discostato dall’incremento in peso di animali sani di
controllo in accrescimento evolutivo.
In tabella i risultati sono stati messi a confronto
con quelli ottenuti da A. Di Marco et al. negli stessi tumori, usando
la Daunoblastina, attualmente riconosciuto come farmaco leader nella
terapia antitumorale 22.
Prescindendo da tutti i dati indicati, un rapido
sguardo alle caselle indicanti le percentuali di mortalità e di
sopravvivenza definitiva, ci rende rapidamente edotti delle differenze
esistenti. Allo stesso modo a noi è stato possibile calcolare in
tutti gli esperimenti l’indice chemioterapico, non determinabile per la
sostanza di confronto.
In particolare, nel tumore ascite di Ehrlich, con
CIDI, abbiamo ottenuto una sopravvivenza definitiva del 25% degli
animali trattati per via intraperitoneale ed una sopravvivenza
definitiva nel 100% degli animali, quando sono stati trattati per via
sottocutanea con iniezione unica.
Nel Sarcoma 180 abbiamo registrato, con CIDI,
il 70% di sopravvivenza negli animali trattati per via intraperitoneale
ed ancora il 100% di sopravvivenza quando il trattamento è stato
condotto per via sottocutanea in unica somministrazione. Nello stesso
tumore il trattamento intraperitoneale con DEGU ha dato luogo ad una
sopravvivenza definitiva del 50% degli animali.
Nel Sarcoma di Yoshida, CIDI, usato per via
endoperitoneale, ha provocato il rigetto del tumore e la sopravvivenza
definitiva degli animali nel 100% dei casi.
Al contrario, la sostanza di paragone e cioè
la Daunoblastina, pur riuscendo a prolungare il tempo di sopravvivenza
medio degli animali trattati rispetto ai controlli, non è stata
mai in grado di salvare un solo animale dal tumore, tanto che si
è avuto il 100% di mortalità in tutti i tumori ascitici
testati.
Indipendentemente da queste considerazioni, a noi
sembra indispensabile sottolineare che l’azione inibitoria delle nostre
sostanze sui vari modelli presi in esame si è manifestata non
solo quando i principi attivi sono stati somministrati per via
endoperitoneale (a diretto contatto con le cellule tumorali), ma anche
quando essi sono stati inoculati nell’animale per via sottocutanea
(perciò non a stretto contatto con le cellule neoplastiche), in
sede lontana dal tumore.
Un’unica, anche se massiccia, somministrazione delle
sostanze attive, per via sottocutanea è capace di svolgere una
drastica azione destruente sulle cellule tumorali ascitiche, tanto da
determinare la loro distruzione, il rigetto del tumore e la
sopravvivenza degli animali nel 100% dei casi.
Chemioimmunoterapia dei tumori.
L’alto numero di animali trattati e sopravvissuti ai
tre tumori ascitici presi in considerazione, ci ha permesso di
architettare una serie di originali sperimentatori sulla
chemioimmunoterapia dei tumori.
In sintesi, si è voluto verificare se negli
animali trattati e sopravvissuti definitivamente al primo trapianto di
tumore, si fosse posto in essere un movimento immunitario capace di
determinare un effetto inibitorio nei confronti di un nuovo reimpianto
di cellule tumorali, non seguito da alcun trattamento; valutando
possibilmente sia l’entità che la natura di questa eventuale
risposta immunitaria.
Il disegno sperimentale comprendeva, perciò,
oltre che l’osservazione di tutti gli animali impiegati, anche lo
studio di preparati istologici praticati sul liquido di lavaggio
peritoneale di appositi gruppi di controllo, allo scopo di individuare
la qualità di una possibile risposta dei meccanismi di difesa
dell’ospite.
I protocolli sperimentali relativi a questo studio
(tab. III), ci permettono di affermare:
1) - il reinnesto del tumore, negli animali
sopravvissuti al primo trapianto e non più trattati, viene
sistematicamente rigettato, indipendentemente dal numero delle cellule
neoplastiche reinoculate e dal tempo trascorso tra il I e il II
trapianto. Fa eccezione il sarcoma-ascite di Yoshida dove appare
suggestiva l’ipotesi che, forse a causa di un minore potere antigenico
di questo tipo di cellula neoplastica, si determini un progressivo
abbassamento delle difese immunitarie man mano che ci si allontana
dall’epoca del primo trapianto. Solo questo potrebbe essere il senso
del rigetto del reimpianto negli animali reinoculati a due mesi dal
primo trapianto e, al contrario, del conseguente sviluppo del tumore
negli animali ritrapiantati dopo 5 mesi dal primo trapianto;
2) - il rigetto del tumore, nell’animale SPV,
è perciò legato ad un massiccio intervento del sistema
immunitario di difesa, che è stato sensibilizzato dalla messa in
circolo di antigeni tumore-specifici liberati dalla cellula cancerosa
per effetto dell’azione lesiva dei principi attivi durante il primo
trattamento;
3) - al contrario di quanto avviene negli animali nel
corso del trattamento farmacologico, dove l’impiego difensivo
dell’ospite si attua attraverso la messa in atto di una reazione
immunitaria di tipo cellulare, i meccanismi che presiedono al rigetto
del tumore reimpiantato in animali già trattati e sopravvissuti,
sono prevalentemente, se non esclusivamente, di tipo umorale.
Queste considerazioni aprono la porta ad affascinanti ipotesi
applicative nella prevenzione e nella terapia dei tumori umani.
Il disegno sperimentale comprendeva, perciò, oltre che
l’osservazione di tutti gli animali impiegati, anche lo studio di
preparati istologici praticati sul liquido di lavaggio peritoneale di
appositi gruppi di controllo, allo scopo di individuare la
qualità di una possibile risposta dei meccanismi di difesa
dell’ospite.
I protocolli sperimentali relativi a questo studio
(tab. III), ci permettono di affermare:
1) - il reinnesto del tumore, negli
animali sopravvissuti al primo trapianto e non più trattati,
viene sistematicamente rigettato, indipendentemente dal numero delle
cellule neoplastiche reinoculate e dal tempo trascorso tra il I e il II
trapianto. Fa eccezione il sarcoma di Yoshida dove appare suggestiva
l’ipotesi che, forse a causa di un minore potere antigenico di questo
tipo di cellula neoplastica, si determini un progressivo abbassamento
delle difese immunitarie man mano che ci si allontana dall’epoca del
primo trapianto. Solo questo potrebbe essere il senso del rigetto del
reimpianto negli animali reinocolati a due mesi dal primo trapianto e,
al contrario, del conseguente sviluppo del tumore negli animali
ritrapiantati dopo 5 mesi dal primo trapianto;
2) - il rigetto del tumore, nell’animale SPV,
è perciò legato ad un massiccio intervento del sistema
immunitario di difesa, che è stato sensibilizzato dalla messa in
circolo di antigeni tumore-specifici liberati dalla cellula cancerosa
per effetto dell’azione lesiva dei principi attivi durante il primo
trattamento;
3) - al contrario di quanto avviene negli animali nel
corso del trattamento farmacologico, dove l’impiego difensivo
dell’ospite si attua attraverso la messa in atto di una reazione
immunitaria di tipo cellulare, i meccanismi che presiedono al rigetto
del tumore reimpiantato in animali già trattati e sopravvissuti,
sono prevalentemente, se non esclusivamente, di tipo umorale.
Queste considerazioni aprono la porta ad affascinanti ipotesi
applicative nella prevenzione e nella terapia dei tumori umani.
Attività antineoplastica in vivo
nei tumori solidi
Per quanto riguarda i tumori
solidi, lo screening è stato effettuato su tre neoplasie, il
Lewis Lung Carcinoma, il melanoma solido e l’epatoma di Morris. Sono
state usate tattiche terapeutiche diverse, rapportabili, in ultima
analisi, alla più lenta evoluzione di questi tumori rispetto a
quelli ascitici (tab. IV, V, VI).
Nei tre modelli sperimentali le sostanze attive
hanno manifestato un effetto inibitorio pari a quello riscontrato nei
tumori ascitici.
Nel carcinoma di Lewis, le nostre sostanza hanno
determinato un notevole incremento del tempo medio di sopravvivenza
degli animali trattati sia nei confronti dei controlli negativi che nei
confronti di controlli positivi.
In questo severo tumore sperimentale, secondo i
protocolli di screening dell’Istituto Nazionale del Cancro di Bethesda,
vengono considerate valide le sostanze che percentualmente diano un T/C
> 125: contro un valore di 156,17 della ciclofosfamide (farmaco
usato come controllo positivo), abbiamo ottenuto valori di 148,76 per
CIDI alla dose di 1 mg/kg; di 156,79 per DEGU usato alla dose di 200
mg/kg e infine per DEGU, somministrato alla dose di 400 mg/kg, abbiamo
ottenuto il valore di 141,98 nel 90% dei casi e la sopravvivenza
definitiva nel 10% degli animali trattati.
Nel melanoma solido, con CIDI, è stato messo
in evidenza uno stretto rapporto tra la dose impiegata e
l’entità della distruzione della popolazione neoplastica
ottenuta.
Infatti, il peso del tumore, escisso dagli animali
al XXII giorno dall’inizio del trattamento, ha evidenziato un notevole
decremento di esso negli animali trattati in tutte e tre le dosi
impiegate, ottenendosi la massima azione alla dose intermedia di 7
mg/kg/die, con una differenza percentuale in peso tra i controlli e i
trattati di 50,57.
In altre parole il peso del tumore degli animali
trattati corrisponde esattamente alla metà di quello dei
controlli.
Nell’epatoma di Morris, quando la sostanza è
stata iniettata in sede di tumore, ha determinato la necrosi
colliquativa dello stesso; quando è stata somministrata per via
sottocutanea in dosi massicce e ad intervalli di tempo regolari (ogni 7
giorni per 5 volte), ha permesso di ottenere, nel 100% degli animali
trattati, il rigetto del tumore e quindi la sopravvivenza definitiva
degli animali stessi.
I tumori solidi sono in genere considerati come il
più difficile banco di prova della chemioterapia
antineoplastica. Se è dimostrato, infatti, che la cellula
cancerosa è tanto più maligna quanto più ha perso
la possibilità di contatto e la capacità di organizzarsi
in tessuti (come nei tumori ascitici), è altrettanto dimostrato
che quando essa si comporta meno malignamente e riesce ad organizzarsi
in tessuti, anche se disordinati e privi di funzione (come nei tumori
solidi), il vantaggio terapeutico che ne dovrebbe residuare viene
annullato o addirittura trasformato in svantaggio dal fatto che varia
la lunghezza del suo ciclo mitotico.
Nei tumori solidi, abitualmente, il ciclo micotico
cellulare è più lungo e quindi l’evoluzione del tumore
è più lenta: le cellule tumorali, dal punto di vista
replicativo, si avvicinano a quelle dei tessuti normali in attiva e
rapida mitosi, con la conseguente difficoltà da parte dei
farmaci antineoplastici tradizionali (agendo essi soprattutto su
cellule in rapidissima moltiplicazione) di svolgere una qualsiasi
azione di tipo selettivo. In queste condizioni l’entità della
distruzione operata da detti farmaci sul tessuto neoplastico è
quasi pari a quella apportata a carico di tessuti come il midollo
osseo, le cellule seminali, l’epitelio intestinale e gli annessi
cutanei, con l’inevitabile conseguenza che, quando il paziente
neoplastico non muore di tumore, soccombe a causa degli effetti tossici
dei farmaci antitumorali.
Questa inconfutabile realtà ha fatto
sì che la chemioterapia antiblastica sia ancora oggi
considerata, sia dai clinici che dai pazienti, dopo la chirurgia e la
terapia radiante, come ultima spiaggia, l’ultimo estremo tentativo di
salvezza.
Eppure queste sostanze dimostrano di possedere una
qualche azione, anche se non risolutiva, in alcuni tumori umani, come
le leucemie, ed in alcuni modelli sperimentali di tumori ascitici. Sono
i tumori dove il ciclo mitotico cellulare è più breve: ad
esempio, 18 ore nell’adenocarcinoma ascitico di Ehrlich e appena 12 ore
nella leucemia murina L1210.
L’insuccesso terapeutico risulta plateale quando si
tenta di trattare con farmaci, privi di alcuna selettività di
azione e dotati soltanto di capacità aggressiva nei confronti di
cellule in attiva riproduzione, i tumori solidi sia sperimentali che
umani.
Ove si consideri che il ciclo mitotico di alcuni
tumori umani è abbastanza lungo (110 ore per il carcinoma
dell’endometrio; 120 ore per il carcinoma ovarico; 72 ore per
quello dello stomaco; 92 ore per il linfosarcoma) e che, nel contempo,
la durata media di vita di alcune cellule normali è molto breve
(leucociti neutrofili da 7,2 ore a 326 ore; linfociti da 1 a 720 ore;
piastrine ~ 240 ore; epitelio intestinale da 48 a 96 ore) e che,
infine, la cronologia maturativa di alcuni di questi elementi è
molto corta (96-120 ore per gli eritrociti e circa 336 ore per i
leucociti), si può ben comprendere come qualsiasi agente
antiblastico non selettivo non abbia alcuna possibilità di
risolvere il problema del cancro. Una, seppur drastica, azione di
queste sostanze sulle cellule neoplastiche si accompagnerebbe, sempre
ed indiscriminatamente, ad un altrettanto drastica distruzione di cloni
cellulari normali precipuamente deputati alla difesa dell’organismo,
non potendosi scindere l’effetto citotossico sulla cellula tumorale
dall’analogo effetto su cellule normali altamente specializzate.
E’, perciò, altrettanto chiaro che il
successo terapeutico da noi registrato sia nei tumori sperimentali di
tipo ascitico che nei tumori di tipo solido, sia soprattutto correlato
alla selettività di azione delle sostanze impiegate.
Pur rimanendo inalterata la strategia, abbiamo
comunque dovuto adattare la tattica terapeutica alle diverse condizioni
operative imposte da differenti cronologie di replicazione cellulare.
Ce lo ha consentito una certa elasticità di impiego delle
sostanze attive, derivante da una accettabile indice chemioterapico.
Tutto ciò in virtù e per effetto di
sostanze che non inibiscono, ma anzi sembrano esaltare i poteri di
difesa dell’organismo, riuscendo a ripristinare la vigilanza
immunitaria anche nei confronti della cellula neoplastica con i
meccanismi altrove illustrati e probabilmente partecipando in proprio
ad una vera e propria stimolazione del sistema immunitario di difesa
per effetto della loro stessa struttura chimica: è, infatti,
accertato che alcuni glicolipidi, del gruppo degli sfingoglicolipidi
neutri (ai quali, appunto, appartengono le nostre sostanze), svolgono
importanti attività immunologiche.
Trasferendo questi concetti nel campo della
chemioterapia dei tumori umani, il successo sarà assicurato se
verrà praticata un’attenta analisi del ciclo mitotico dei vari
tipi istologici di tumore da trattare, sì da sincronizzare i
tempi di intervento, valutando accuratamente sia la durata dell’azione
farmacologica che il numero e l’entità delle dosi.
Riassunto.
La ricerca oncologica sperimentale è la
fucina di nuove armi contro il cancro.
Due nuove sostanze ad azione antineoplastica sono
state isolate dall’Autore da piante farmacologicamente sconosciute.
Viene illustrata l’ipotesi di lavoro che ha permesso
di giungere ad esse; si discute, altresì, sul loro presumibile
meccanismo di azione e sulla loro capacità selettiva nei
confronti della cellula tumorale. Vengono, infine, esposti i risultati
ottenuti in sei modelli di tumore sperimentale degli animali.
Sia nei tumori ascitici, che nei tumori solidi,
ambedue le sostanze hanno dimostrato un’efficacia che non ha l’eguale
nei chemioterapici antitumorali finora noti e usati in terapia umana.
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