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Balbuzie
Enrico
Caruso* - Sivia Dell'Orto**
*
Psicopedagogista, Musicoterapeuta, specializzatosi in
psicoterapia ad indirizzo psicosomatico. I suoi interessi
scientifici sono stati concentrati nello studio degli
effetti terapeutici dell' approccio musicale, dei disturbi
dell'apprendimento, del trattamento della balbuzie. E'
membro della Società Italiana di Analisi Immaginativa.
Dirige il centro "Equipe Logodinamica" di Milano.
Ha pubblicato i suoi lavori su riviste scientifiche.
**
Psicopedagogista, Musicoterapeuta, specializzatasi in
psicoterapia e psicosomatica. I suoi interessi scientifici
sono stati concentrati nello studio degli effetti
terapeutici dell' approccio musicale, dei disturbi
dell'apprendimento, del trattamento della balbuzie e di
altri disturbi inerenti all'Handicap e all'approccio
diagnostico. Ha collaborato in progetti di ricerca con con
la Scuola di Psicoterapia di Cremona. E' membro della Società
Italiana di Analisi Immaginativa. E' condirettrice del
centro "Equipe Logodinamica" di Milano. Collabora
con i Servizi Sociali del Comune di Milano. Ha pubblicato i
suoi lavori su riviste scientifiche.
Nel
quadro dei disturbi del linguaggio, specificatamente le
disfemie, la balbuzie occupa un posto particolare per le sue
diverse manifestazioni, che includono un insieme di
variabili comprensibili solo attraverso un approccio
scientifico multidisciplinare. L'interesse per questo
fenomeno ha sempre interessato le diverse discipline
scientifiche, sviluppandone una vasta letteratura.
Nonostante il cospicuo materiale teorico-clinico prodotto
dalla medicina, logopedia, foniatria, neurologia,
neuropsichiatria, psicologia, psicoanalisi e psicopedagogia,
qualcosa di oscuro e di incomprensibile rimane celato nei
meandri della patologia.
Fra
i personaggi illustri affetti da balbuzie ricordiamo Mosè,
il quale, essendo affetto da un disturbo del linguaggio,
parlava per bocca del fratello Aronne . Nella Sacra
Scrittura, nei capitoli IV e V dell'Esodo, si legge che Mosè
era tardo di lingua e balbuziente. Altro uomo illustre fu
Demostene , l' oratore per eccellenza, ormai entrato nella
leggenda popolare, del quale si racconta che riuscì ad
eliminare il suo disturbo ricorrendo ai famosi sassolini che
metteva in bocca per esercitare l'apparato pneumofonico. In
realtà Demostene, rimasto orfano all'età di sette anni, si
vide derubare dai suoi stessi tutori l'eredità paterna. Da
giovanissimo spinto dall'ardor di vendetta, studiò oratoria
formandosi presso la scuola di Iseo, e successivamente ebbe
modo di rivalersi contro i suoi stessi truffatori grazie
all'uso della parola, il cui esercizio avrebbe presto
sconvolto l'assetto politico della città di Atene. Nei
tempi più recenti ricordiamo Nicolò Cavallaro insigne
matematico, passato alla storia col soprannome Tartaglia,
Alessandro Manzoni , il quale nella sua lettera inviata a
Giorgio Briano, motiva la sua rinunzia ad un seggio nel
parlamento a causa di una grave balbuzie che lo tormentava.
Altro personaggio più vicino ai giorni nostri fu Winston
Churchill, il quale, essendo affetto da balbuzie di tipo
tonica, per avviarsi all'inizio di ogni frase e sbloccarsi
dallo spasmo, spesso usava uno starter, pronunziando ad
esempio una M prolungata.
Dal
1817 vennero effettuati in ambito medico i primi tentativi
per risolvere il sintomo balbuzie. Wutzer e Itard, idearono
mezzi meccanici per mobilitare la lingua. Secondo i pareri
di Dieffenbach e di Amusat, occorreva invece effettuare il
taglio del frenulo o dei muscoli genioglossi. Questi metodi,
per l'inconsistenza dei risultati, vennero abbandonati e a
partire dal 1831 cominciarono a comparire tecniche tendenti
a ricoordinare le diverse funzioni: fonatoria, articolatoria
e respiratoria. Il metodo di Colombat consisteva nel
rilassare i muscoli dell'apparato pneumofonico e nel
cadenzare l'eloquio. Per Joudan occorreva ristabilire il
tempo della produzione sonora e come mezzo per facilitare la
ricoordinazione ritmica impiegò il metronomo. Con Chervin
si comincia a parlare di una parte didattica per curare il
sintomo e di una parte emotiva. La prima parte consisteva
nel far pronunciare delle parole cantate per trovare la
giusta coordinazione, mentre la seconda si occupava
dell'elaborazione del pensiero che diventava un primo
approccio psicologico alla balbuzie. Da allora molto fu
scritto e molto venne teorizzato. Tutte le diverse
discipline scientifiche si occuparono di balbuzie e già nel
1950 Van Riper, studioso e ricercatore, conteggiava circa
8.000 lavori scritti in materia.
Definizione
ed eziopatogenesi.
Secondo
gli autori Massa A. e Lucchini A. (1968), la balbuzie ha
un'origine multipla, potendo emergere da un substrato di
conflitti emotivi o da alterazioni di tipo organico o
funzionali del sistema nervoso . Si tratta di nevrosi della
parola di origine atassico-spastica, che ostacola e
interrompe il normale fluire del discorso. Per gli autori
Bassi e Cannella (1968) la balbuzie è caratterizzata da una
momentanea incapacità d'iniziare l'eloquio o
dall'interruzione della parola. Spesso è accompagnata da
spasmi tonici, clonici o misti che possono interessare
qualsiasi parte dell'apparato del linguaggio: respirazione,
fonazione, risonanza ed articolazione. L'Organizzazione
Mondiale della Sanità definisce questo complesso sintomo
nel seguente modo: "La balbuzie è un disordine nel
ritmo della parola, nel quale il paziente sa con precisione
ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in
grado di dirlo a causa di involontari arresti, ripetizioni o
prolungamenti di un suono." Tale definizione ben
sottolinea l' intreccio della componente psicologica con una
difficoltà dell'articolazione pneumo-fono-articolatoria. Il
soggetto sa con precisione cosa vorrebbe dire e,
nell'intenzionalità di esprimersi, non coordina i centri
motori e i centri semantico-sintattici. I centri deputati
alla fonazione non rispondono ai comandi impartiti dal
cervello, e il linguaggio si blocca.
Secondo
una concezione prettamente psicoanalitica Otto Fenichel
(1951), inserisce il sintomo nell'ambito delle conversioni
pregenitali, ossia un tipo di patologia, nella quale gli
impulsi repressi, che si esprimono attraverso il
laringospasmo, sono di carattere pre-edipico. Mentre la
sintomatologia ha la natura della conversione, la struttura
mentale del paziente corrisponde a quella di un nevrotico
coatto. L'orientamento pregenitale e pre-edipico determina
il comportamento del paziente con manifestazioni sessuali
ambivalenti, con la sessualizzazione dei processi di
pensiero e della parola e con la parziale regressione
dell'Io che attiverebbe modalità arcaiche di funzionamento.
I sintomi di conversione sono l'espressione di pulsioni, che
si realizzano quando uno stimolo intenso detronizza il
controllo del'Io. Lo spasmo muscolare sarebbe dunque
determinato dall'espressione fisica della repressione e
dalla risultanza di una lotta fra impulsi opposti.
L'inibizione della funzione motoria è dovuta alla
controcarica psichica, che offre l'occasione di usare la
funzione inibita per esprimere fantasie inconsce. Secondo
l'autore, anche l'esigenza di voler delimitare il sintomo in
un'area prettamente organicistica, sarebbe una
manifestazione inconscia della controcarica psichica.,
Sigmund Freud (1973) inserisce la balbuzie nel quadro delle
nevrosi di fissazione: parte della carica libidica si
concentrerebbe a livello dell'apparato articolatorio. Lo
spostamento libidico permetterebbe la soddisfazione di
pulsioni pregenitali. Anche Didier Anzieu (1980) definisce
il sintomo come conversione isterica, espressione di
pulsioni aggressive pregenitali e di desideri genitali
primitivi. Il balbuziente tenderebbe a controllare
l'aggressività anale espressa a livello orale, e nello
stesso tempo oscilla tra l'espressione di pulsioni
pregenitali e quelle genitali. Per quanto concerne
l'insorgenza della patologia , gli autori sono concordi
nell'indicare come periodo critico l'età compresa dai tre
ai sette anni. Quando il sintomo si manifesta in età
puberale, risulta quasi sempre che, in età infantile, si
erano verificati avvisaglie di balbuzie. In casi rari la
balbuzie può fare la sua comparsa anche in età adulta dopo
un evento traumatico. Il sintomo interessa particolarmente
il sesso maschile, con una prevalenza rispetto al sesso
femminile, con un rapporto di 7 a 1, anche se negli ultimi
anni la percentuale femminile sta aumentando. Si pensa che
la motivazione di tale discrepanza sia da attribuirsi a
fattori evolutivi, socio-culturali, psicologici e genetici.
La natura della componente ereditaria non è ancora stata
scientificamente confermata. Secondo uno studio effettuato
da Damstè, è stato statisticamente provato che se in una
famiglia il padre balbetta, il figlio maschio ha 23
possibilità su 100 di balbettare, mentre la figlia ha 10
possibilità su 100. Se la madre balbetta, queste
percentuali rispettivamente saranno di 39 a 16. Se entrambi
i genitori balbettano, le probabilità che il loro figlio
balbetti salgono all'80%. Occorre però distinguere tra
fattori imitativi e fattori ereditari. E' certo che se un
bambino vive in un contesto famigliare disturbato
linguisticamente, avrà molte difficoltà nel dominare la
sua velocità d'elocuzione ed i suoi inceppi, perchè manca
un valido modello linguistico da imitare tra le figure
parentali.
Ricerca
attuale.
Per
quanto concerne la variabile neurologica, in una ricerca
compiuta su 97 soggetti affetti da balbuzie presso
l'Università del Texas dal Callier Center for Communication
Disorders (1989), è stato dimostrato un certo legame tra
balbuzie e lievi malformazioni o disfunzioni locali del
cervello. Con l'uso di apparecchiature a risonanza magnetica
nucleare, che permettevano la misurazione dell'afflusso
sanguigno e del funzionamento dei potenziali elettrici, è
stato osservato che nel 60 % dei soggetti, nelle regioni del
cervello deputati al controllo dell'attività motoria
vocale, vi erano delle lievi anomalie. Non tutti gli esperti
erano però concordi nel sostenere la validità assoluta dei
risultati conseguiti dai ricercatori. In uno studio
effettuato tra gli anni 1983 e 1991 da parte di 1198
patologi del linguaggio, è stato rilevato che la balbuzie
non può essere causata solo da fattori genetici o di
parentela, ma bisogna far riferimento anche a cause di
natura psicologica . ( Cooper, E. B., Cooper C. S1996)
Un'altra ricerca ( Felsenfeld S., 1996), effettuata dal 1960
ad oggi, ha avuto come oggetto d'indagine la componente
genetica della balbuzie. I ricercatori hanno messo in luce i
limiti metodologici dei precedenti studi sull' inquadramento
genetico della balbuzie. Anche in questo caso è stato
dimostrato che il sintomo è parzialmente dovuto a fattori
genetici. Lena Rustin ( London, 1995), presentando una
panoramica delle ricerche effettuate tra il 1955 e il 1994
sul ruolo dei genitori nello sviluppo delle capacità
linguistiche dei bambini, ha riscontrato che la disfluenza
del figlio genera nelle madri un alto livello di ansietà .
Le madri inconsapevolmente, accrescono la complessità della
patologia linguistica, non aiutando certamente il figlio a
recuperare la percezione di un'immagine positiva del proprio
linguaggio. Secondo l'autrice, la terapia dovrebbe aiutare i
genitori nel riscoprire la fiducia nella propria funzione
educativa, riuscendo a comprendere le difficoltà del figlio
e scoprire nuove vie per interagire con loro , ponendosi al
di là dello stesso sintomo, migliorando la qualità della
loro comunicazione.. Secondo Vanryckghem M. (Florida, 1995),
in una ricerca dove è stato somministrato il Test di
Attitudine Comunicativa (Cat - D), è stato riscontrato che
nei genitori balbuzienti la loro attitudine verso il
linguaggio era più negativa rispetto ai loro stessi figli.
I genitori dei soggetti normofluenti, invece, consideravano
più positivamente il linguaggio. Questo dato viene
confermato anche da altri autori Yaruss J. S., Conture E.G.
(1995), i quali hanno rilevato che maggiore è il grado di
balbuzie, maggiore sarà il grado di ansietà che scatta fra
genitore e figlio. Col miglioramento della fluenza del
figlio, aumenta anche il grado di espressione e di
interazione nella diade genitore-figlio. Dalle nostre
ricerche, in uno studio psicodiagnostico effettuato su 50
soggetti, composti da 34 maschi e 16 femmine, in un'età
compresa tra i 20 e i 40 anni, attraverso l'impiego del test
Rorschach sono emersi alcuni dati significativi. I soggetti
mostravano un livello intellettivo all'interno della norma,
pertanto non si rilevavano disturbi evidenti nell'ambito
della sfera cognitiva. La realtà veniva percepita
attraverso un atteggiamento poco concreto, rivelando una
certa incapacità nel riuscire a soddisfare le proprie
ambizioni. I risultati riportati evidenziavano, a livello
della strutturazione della personalità, una connotazione di
tipo orale, espressa attraverso la tendenza alla
sopravvalutazione del Sè, accompagnata da tratti
narcisistici e dalla presenza di ambizioni alle quali non
sembravano rispondere le reali risorse dei soggetti. Il
rapporto semplicistico con il materiale testale, inoltre,
rivelava una modalità difensiva dell'Io, atta ad evitare
l'approfondimento delle eventuali tematiche conflittuali.
Nel campione maschile, si notava una certa difficoltà
nell'elaborare soggettivamente gli stimoli affettivi
presentati dal materiale testale. Nel campione femminile,
emergeva invece una reattività emotiva agli stimoli
esterni, ossia una maggiore capacità di esternare i propri
vissuti affettivi, anche se dal punto di vista
comportamentale poteva comparire una certa labilità
affettiva. In entrambi i campioni si evidenziava la presenza
di forti impulsi aggressivi associati alle esperienze
primarie. Nei maschi, il rapporto primario con la figura
materna, appariva conflittuale e simbiotico, per cui il
processo di separazione, di defusione e di autonomia, tappa
evolutiva che porta il soggetto maschio a riconoscere la
relazione triadica e la successiva identificazione con la
figura maschile, non era ancora stato abbozzato Anche nel
campione femminile il conflitto sembrava cristallizzarsi
nell'area pregenitale e nel processo di separazione dalla
figura materna. Clinicamente sono state rilevate nel
soggetto balbuziente, difficoltà nello stabilire rapporti
interpersonali affettivamente equilibrati, con una tendenza
atta a favorire un adattamento sociale passivo e
conformista. Dal materiale testale, emergevano numerose
risposte di ansia ed elementi conflittuali di natura
nevrotica, che nei soggetti maschi si associavano ad una
componente depressiva, mentre nelle femmine gli elementi
ansiogeni sembravano assumere una maggiore connotazione
isterica. In un' ulteriore ricerca, con la supervisione
didattico-scientifica del prof. Fernando Dogana, il campione
sopra indicato, è stato sottoposto ad uno studio
psicolinguistico. Con questa ricerca s'intendeva verificare
l'influenza della componente emotiva associata ai fonemi e
alle parole ove si verificava il laringospasmo. Al campione
posto in esame, è stato somministrato un test
psicolinguistico, che permetteva di registrare il grado
d'intensità del laringospasmo associabile ai diversi fonemi
e ai termini che venivano vissuti con ansietà.. Da questo
studio è emerso che la balbuzie, in realtà, è sottesa da
determinate leggi psicolinguistiche, e dai risultati si
potrebbe presumere che essa si strutturi come un codice che
emerge in determinate situazioni, con determinate persone e
in associazione a determinati fonemi e parole . Come
riportato dalle tabelle A.1 e B.1, e dai grafici A.2 e B.2,
i risultati hanno dimostrato che la quasi totalità del
campione balbetta sulle occlusive ( P\B, T\D, K\G ), sulla
nasale M, sull'affricata C , sulla spirante S e sulle
liquide R\L. I dati presentati possono essere interpretati
sulla base delle teorie del fonosimbolismo, secondo le quali
esisterebbe isomorfismo tra suono e significato, basato
sulle caratteristiche qualitative, acustiche o articolatorie
dei singoli fonemi. I risultati hanno dimostrato che la
quasi totalità del campione balbettava sulle occlusive:
p\b, t\d, e k\g . Valori elevati sono stati riscontrati per
i suoni: P, B, C (dura), T e D. Tali fonemi, secondo le
teorizzazioni psicolinguistiche, rimandano a vissuti
inconsci , attinenti con una aggressività di tipo orale. Ad
esempio il suono P è tipico delle prime lallazioni
infantili. In questa prima fase arcaica, le consonanti
esplosive hanno un valore centrifugo, cioè esprimerebbe il
rapporto con il mondo esterno, l'indicare, il respingere e
l'allontanare. Secondo Wesh, la valenza espressiva delle
occlusive è correlata al concetto di potere, autorità ,
normatività, Super-Io rigido e minaccioso. L'atto
articolatorio del suono B, possiede un significato che si
rifà al gesto del baciare e sarebbe l'espressione di una
gestualità orale. Per il gruppo maschile, valori elevati
sono stati registrati per la liquida R e per il campione
femminile la liquida L. L'alta percentuale delle difficoltà
su questi fonemi, fa presumere l'esistenza di un'aggressività
di tipo orale, confermata anche dal test Rorschach. "
Il fonema R possiede un simbolismo prettamente fallico.
Greenberg e Jenkins associano la R alla polarità:
mascolino, ruvido, duro, pesante, mentre la L alla polarità
delicata, femminile, dolce , levigato e soffice...Anche se i
fonemi R ed L sono erettili, come osserva Fonagy, la L si
caratterizza per l'assenza della componente aggressiva. Tale
pulsione appare distolta dalla conquista e dall'
appropriazione dell'oggetto". (F. Dogana, 1990, pag.
271- 272) Il campione femminile presentava notevole
difficoltà fonica sulle consonanti fricative f\v, s\z e
sulle vocali aperte a\o . Le caratteristiche articolatorie
di questi gruppi rimandano a problemi di identificazione
sessuale e di censura delle emozioni. Il gesto articolatorio
delle fricative, può esprimere un senso di liberazione da
contenuti interni penosi, oppure può essere collegato a
derivati inconsci aggressivi. La difficoltà di pronuncia
della fricativa S per il soggetto femminile, esprimerebbe la
tendenza a reprimere continuamente contenuti sessuali. Per
Fonagy, il fonema S avrebbe delle valenze espressive
associate all'erotismo uretrale. ( F. Dogana, 1988, pagg.
274 - 279). Nel campione femminile le difficoltà maggiori
si riscontravano a carico della liquida L, dell'affricata C
dolce e della vocale I. Soprattutto la L e la vocale I,
simbolicamente esprimono il rapporto con l'identità
femminile. Al contrario della R, la liquida L, è associata
alla mancanza della componente aggressiva. Per Fonagy
(Dogana. 1988, pag. 278-279) la L "è una consonante
erettile, però attenuata, addolcita, in cui la pulsione
genitale è sublimata, distolta dalla sua meta primaria:
rappresenta più la componente della tenerezza e del
sentimento amoroso che non l'aspetto sessuale". Il
gesto articolatorio della L, si presta a rappresentare ciò
che è dolce, delicato e femminile. La vocale I si presta a
rappresentare il tipico timbro acuto femminile. Diverse
analisi lessicali mettono in rilevo l'associazione tra le
vocali anteriori I\E e l'esser femminile. La vocale I, è
una costante che troviamo nei termini che designano ciò che
è gentile e bello, intimo e vicino. Inoltre tale vocale, è
presente in molte espressioni di cortesia e nei termini che
designano sensazioni gustative piacevoli. I termini che
invece venivano vissuti ansiosamente erano : affetto ,amore,
babbo, buongiorno, buonasera, casa, comandi, grazie,
empatia, mamma, padre, papà, presente, pronto,
responsabilità, signore, sesso, società ed infine
pronunziare il proprio nome e cognome. La difficoltà di
articolare alcuni fonemi e determinate parole, risiede in un
preciso significato emotivo sottostante, che viene vissuto
conflittualmente. La balbuzie si configurerebbe come un
codice o meglio come una sorta di meta-linguaggio,
sviluppatosi dalla tendenza inconscia atta ad esprimere
pulsioni ed emozioni, che altrimenti rimarrebbero censurate
e insoddisfatte, e da una controcarica super-egoica tendente
a reprimere quanti si vuole esprimere verbalmente. Dalla
decodificazione di tale codice , mediante un esame attento
del sintomo e della sua comparsa in determinate situazioni,
è possibile risalire alle emozioni inconsce sottostanti.
che si rivelano sotto forma di spasmi o momentanei blocchi
del linguaggio. Per una sorta di determinismo inconscio, la
persona che balbetta non riesce ad affrontare verbalmente
situazioni che vengono ritenute pericolose. Sulla base di
un'ulteriore ricerca, effettuata mediante una scala d'ansia
associata alle diverse situazioni ansiogene, la totalità
dei soggetti esaminati, hanno messo in rilievo l'esistenza
di tre momenti che sono alla base di tale determinismo. Il
primo momento definito fase di pre-balbuzie, è
caratterizzato da fantasie o pensieri aventi come oggetto l'evitamento
della prestazione verbale. Saranno proprio queste fantasie
associate al contesto relazionale, che faranno scattare una
situazione di allarme, determinando nel soggetto il
verificarsi del blocco. Questa prima fase determinerà
l'aumento dell'ansia e l'emergere del laringospasmo. Nella
seconda fase definita balbuzie, il soggetto perde il
controllo del suo linguaggio e quasi tutti affermano di
poter prevedere immediatamente la frequenza e l'intensità
della difficoltà fonica. Nell'ultima fase, definita
post-balbuzie, dopo che il soggetto ha affrontato la
situazione, si sente stanco e depresso. In questa fase la
persona si autodenigra, svilendo la propria immagine e
sentendosi intrappolato all'interno di meccanismi coattivi,
senza vedere una via d'uscita. Analizzando le situazioni
nelle quali il sintomo si manifesta, è emerso ch e il 90%
dei soggetti balbetta maggiormente nelle attività
competitive o quando viene loro richiesta una prestazione .
In questi casi, si teme il confronto, perchè in realtà si
teme il giudizio del proprio Super-Io, rigido e severo,
pronto a punire un Io che cerca di adattarsi e di
affermarsi. Difatti il sintomo si manifesta maggiormente in
ambito scolastico, in ambito lavorativo o in un gruppo non
ludico. La balbuzie ha la sua maggiore espressione nella
relazione con un' autorità, specialmente quando in questa
vengono percepite caratteristiche rigide e severe , che
determineranno l' emergere della balbuzie associata a
sentimenti di ostilità, aggressività e persecutorietà,
proiettati verso il superiore. Al contrario , il sintomo
sembra scomparire totalmente quando il soggetto balbuziente
parla da solo in una stanza, quando parla con un animale o
in qualsiasi altra relazione ove egli si ritiene superiore
rispetto al suo interlocutore. Il sintomo sembra annullarsi
quando la relazione avviene fra pari, vissuti come non
persecutori e contenitivi della pulsione aggressiva.
Inoltre, la balbuzie si annulla completamente nei momenti di
intimità o di gioia, o quando il soggetto pronuncia
parolacce e vocaboli altamente aggressivi. In questi casi
viene espressa una certa congruenza fra parola ed emozione,
fra significato e significante. L'emozione viene espressa e
il linguaggio assume la sua funzione di veicolare
all'esterno la produzione del proprio mondo interno. Gi
stati emotivi si esprimono mediante il suono, quando il non
espresso emozionale non viene più tollerato dalla capacità
contenitiva e metabolizzatrice dell'Io, l'emozione repressa
diventa una sostanza corrosiva che divora la mente, il corpo
e la persona. Diverse patologie psicosomatiche possono
essere determinate da questa mancanza di connessione fra
suono ed emozione. Nella balbuzie, il suono frammentato
diventa l'espressione di un Io che tenta di riorganizzarsi
dinanzi alle continue irruenze dell'emozione violenta. (
Bion,1987 ) Affinchè la funzione linguistica possa
ritrovare la sua coordinazione ritmica e melodica
nell'esternare il proprio mondo affettivo, suono ed
emozione, dovranno ritrovare coesione e il surplus
emotivo-affettivo non espresso dovrà essere riabilitato e
comunicato.
L'approccio
terapeutico.
Oggi,
a livello di trattamento della patologia, esistono vari
procedimenti terapeutici secondo le diverse discipline
scientifiche e il proprio discorso epistemologico che
possono essere collocati in due diverse categorie:
a)Tecniche logopediche e foniatriche, che agiscono
direttamente sul sintomo correggendo la coordinazione del
sistema pneumo-fono-articolatorio, regolando la
respirazione, la ripetizione sillabica e la
disorganizzazione ritmica del linguaggio. Il trattamento
foniatrico si basa sul controllo di quegli apparati deputati
all'articolazione della parola. Vengono fatti eseguire
esercizi sistematici che sollecitano tutti i movimenti
articolatori dell'atto fonatorio cercando di ricoordinare
tutti i movimenti patologici per impostare il corretto
funzionamento muscolare. Si rieduca l'atto respiratorio, il
ritmo della fonazione e l'impostazione della voce. Per la
rieducazione del ritmo verbale e respiratorio, può essere
usato il metronomo , con il quale si cerca di regolarizzare
la velocità nella produzione delle frasi. Lo scopo di tali
esercizi è quello di fornire al balbuziente modalità
operative per sincronizzare i movimenti articolatori e
respiratori, migliorandone le capacità linguistiche. Con
altre tecniche si cerca di sollecitare la funzione
ideo-motoria con degli esercizi verbo-grammaticali. tali da
diminuire l'attenzione fobica del soggetto che balbetta.
b)Tecniche psicologiche, che hanno l' obiettivo di
rafforzare l' Io nel controllo della motricità e ridurre
gli spasmi muscolari considerati espressione della
repressione di impulsi non coscienti. Alcuni studiosi di
estrazione prettamente psicoanalitica, sono decisamente
contrari ad ogni trattamento foniatrico, poiché lo
considerano una terapia sostitutiva per risolvere un sintomo
di conversione pregenitale, ove il laringospasmo è solo
espressione di un conflitto inconscio. Nel trattamento
propriamente psicoanalitico, si cerca di far evolvere la
persona analizzando quei contenuti inconsci repressi che
sono alla base del sintomo. Le tecniche psicologiche hanno
l'obiettivo di ridurre l'angoscia, il sovraccarico emotivo
che non trova uno sbocco, il senso di solitudine,
l'egocentrismo, le idee ossessive di persecuzione e la
logofobia. Si cerca di esaminare tutti quei fenomeni che
caratterizzano lo stato emotivo della persona e che
interferiscono nella produzione verbale. Le tecniche vengono
somministrate secondo l'indirizzo teorico di ogni disciplina
psicologica. Nell'impostazione sistemico-relazionale, il
sintomo balbuzie, viene curato come un aspetto patologico
dell'interazione famigliare. Nel trattamento
cognitivo-comportamentale, la balbuzie viene considerata
come una sorta di risposta appresa, e quindi si cercherà di
desensibilizzare e ricondizionare la persona per riportarla
ad un nuovo adattamento sociale. Infine abbiamo trattamenti
non classificabili, che profetizzano pseudo-guarigioni
miracolistiche, senza essere supportati da validi riscontri
clinici o da risultati da ritenersi pienamente scientifici.
Si tratta di tecniche suggestive che minimizzano la
complessità e la profondità del sintomo. Essendo la
balbuzie determinata dalla risultanza di tante variabili
inconsce, culturali, sociali, foniche, motorie, genetiche,
educative ecc., risulta impensabile prognosticare risultati
immediati senza inoltrarsi all'interno della patologia. Il
trattamento dovrà essere sviluppato secondo le necessità
diagnosticate per ogni singolo individuo e nell'applicazione
delle diverse tecniche si dovranno sempre rispettare i
normali tempi evolutivi che non sono identici per nessuno.
In un inquadramento terapeutico più globale, Treon M. (
Easter New Mexico, 1995), propone due basi eziologiche della
balbuzie. Una la troviamo quando nello sviluppo primario del
bambino, intervengono fattori ambientali, comportamentali,
famigliari, educativi, socio-culturali ed emotivi, che
potrebbero complicare la normale evoluzione linguistica..
Secondo questa prima ipotesi la balbuzie avrebbe un'origine
traumatica, psicosociale ed emozionale che, in qualche modo,
determinerebbe la disfunzione linguistica nelle prime
esperienze dello sviluppo psico-emotivo e di adattamento al
sociale. L'altra base eziologica sarebbe determinata
dall'innata predisposizione neurolinguistica che si evolve
patologicamente secondo le sollecitazioni ambientali.. A
livello neurolinguistico fanno parte del quadro balbuzie: un
linguaggio prosodico, dissinergia fra le diverse funzioni
foniche, logofobia e la dissincronia del linguaggio
senso-motorio. Questi fattori pur avendo una predisposizione
neurologica, sono attivate dalle prime esperienze
ambientali. Sulla base di questa bipolarità eziologica, l'
autore è del parere che il trattamento dovrebbe sempre
prevedere una terapia del linguaggio, abbinata ad una forma
psicoterapica che faccia evolvere il soggetto in senso
psicoaffettivo e sociale. Anche secondo le nostre ricerche,
un buon trattamento terapeutico dovrà tenere conto di tutte
le variabili che determinano la balbuzie. La balbuzie non è
solo un blocco a livello del linguaggio , ma rappresenta una
confusione a livello dell'interazione fra l'Io e l'Es, e
della relazione fra Sè e gli altri. Il sintomo si configura
come un disturbo della comunicazione in senso lato, ed è
per questo motivo che tutti i canali attinenti alla
comunicazione : verbale, infraverbale, mimico-posturale,
linguaggio pittografico, relazione col Sè, relazione col Sè
corporeo, relazione fra Sè e gli altri, dovranno essere
sollecitati Il sintomo balbuzie, secondo le nostre ricerche,
sottende qualsiasi forma di struttura nevrotica o psicotica.
Per questo motivo diventa necessario, prima d'iniziare un
trattamento, effettuare una attenta psicodiagnosi e un esame
linguistico-funzionale. In alcuni casi, quando il sintomo
sottende nuclei psicotici, è sconsigliabile effettuare un
lavoro fonico , dato che l'elemento balbuzie rappresenta un
punto centrale che tiene unita la struttura mentale della
persona. Il trattamento dovrà avere come oggetto d'indagine
e di cura due filoni: la componente funzionale, connessa con
il difetto di schematizzazione corporea e con l'effetto
disturbante del feedback audio verbale, e la componente
dinamica, connessa con il processo di identificazione,
minato da difetti narcisistici. All'inizio del trattamento
diventa importante per il paziente superare l' investimento
libidico della parola. Ogni persona è ossessivizzata dalla
propria parola, la quale deve essere controllata rigidamente
e negata secondo riti e credenze personali. Tutto si riduce
ad un sintomo esterno a discapito delle proprie emozioni.
L'essere, il mondo interno, il regno dell'immaginario, il
mondo dei sentimenti, è come se non esistessero. E' come se
esistesse un'identificazione dentro il fonema o dentro la
parola, così ogni relazione acquista il suo significato
secondo come si parla o come si appare. All'inizio del
procedimento, sembra che ogni tentativo di portare la
persona a considerare le sue relazioni oggettuali, le sue
emozioni , la coscienza della confusione interna
rappresentata dalla confusione verbale, fallisca
inesorabilmente. La persona vuol anzitutto risolvere
esclusivamente il suo sintomo; il terapeuta viene così
investito da un'autorità salvifica che presto modificherà
il linguaggio, senza modificare il senso esistenziale
confuso che la persona vive dentro di sè. Diventa
necessario fin dall'inizio, liberare il soggetto disfluente
da quella forma d'intrappolamento operata da se stesso che
coattivamente ripropone l'equivalenza simbolica fra
persona-parola. Considerando la balbuzie e le variabili
implicite della comunicazione, l'intervento dovrà essere
globale , sviluppato sulla base di una serie di tecniche
foniche che, agendo sinergicamente, devono rimuovere i
blocchi psicoemotivi, recuperare il ritmo e la coordinazione
naturale dell'apparato pneumo-fonico. Anche l'agire
direttamente sul sintomo da un punto di vista riabilitativo,
non fa altro che portare la persona ad occuparsi dei suoi
movimenti inconsci, dato che il linguaggio esterno è la
risultanza del proprio dialogo interno Successivamente, ad
un livello psicologico e comportamentale , con
l'applicazione di altre tecniche, quali drammatizzazione,
role- playing, tecniche di autodistensione applicate al
linguaggio, discussioni all' interno del gruppo dei problemi
che determinano e cronicizzano la balbuzie, si potrà
indurre nel soggetto una maggiore fiducia in se stesso con
la conseguente riduzione dell' ansia collegata al verbale.
Dal punto di vista verbo-motorio, nella balbuzie esistono
spesso alterazioni nella coordinazione dei movimenti tra
aree del corpo. Ciò comporta incoordinazioni funzionali, ad
esempio tra postura, masticazioni, deglutizione,
respirazione e quindi, fonazione. Le cause sono sia:
psicogene che genetiche. Esse derivano comunque da un non
corretto controllo neurologico della motricità. Tali
incoordinazioni possono essere evidenziati con un'
elettrodiagnosi e possono essere corrette con stimoli
magnetici o elettrici. Possono giovare microiniezioni di
farmaci, rimedi omeopatici sottocute, ma soprattutto giova
una ricoordinazione motoria, con la quale si punta a far
rivivere una continuità esperenziale nella percezione degli
schemi motori secondo l'organizzazione evolutiva fetale,
neonatale ed infantile. La riduzione di tali incoordinazioni,
oltre a risolvere spesso tensioni e spasmi che si
accompagnano alla balbuzie, permette di affrontare più
serenamente il processo di conoscenza e di armonizzazione
psicofisica del proprio Io corporeo. Nelle nostre ricerche,
è stato riscontrato che nel balbuziente grave spesso si
notano tensioni elettriche statiche, di segno negativo. Ciò
lascia pensare che esista un sovraccarico funzionale dei
muscoli siti nelle zone di inserzione del diaframma, ma
anche in quelle zone muscolari connesse con le funzioni di
mantenimento posturale, della masticazione, della
deglutizione, delle funzioni accessorie della respirazione e
della fonazione. La terapia consisterà nella
smagnetizzazione o nell'annullamento delle cariche
elettriche, con cariche di segno contrario. Tuttavia effetti
stabili si ottengono solo identificando l'organizzazione
dinamica delle diverse cariche, seguendo la geometria della
loro distribuzione ed agendo alle sua origine, con pratiche
di stimolazione fisica di diverso genere. Si ottengono
risultati più stabili se a tale trattamento viene associato
un lavoro di riabilitazione percettivo e motorio degli
schemi funzionali. Nella balbuzie, essendo un disturbo
fonico caratterizzato dalla incoordinazione dell' apparato
pneumo-fono-articolatorio, diventa importante sollecitare
l'organizzazione delle schematizzazioni percettivo-motorie,
permettendo una reintegrazione di queste funzioni. In altre
parole, si cerca di sollecitare la funzione dell' VIII nervo
cranico che integra le frequenze vibratorie ed acustiche
(funzione cocleare) con le percezioni statocinetiche interne
del soma (funzione vestibolare). Il balbuziente non è
cosciente delle innumerevoli potenzialità del proprio
linguaggio. Egli quando parla non si ascolta, in quanto è
tutto proteso a controllare rigidamente la prestazione
verbale richiesta. Il suo linguaggio lo sente degradato,
svilito ed inutile. E' presente una continua inibizione
linguistica che interferisce nello sviluppo di un adeguato
feedback audio verbale. Anche secondo gli autori Barinaga e
Marcia ( 1995), il soggetto balbuziente non possiede un
adeguato feedback mentre parla. Sembrerebbe, che il cervello
non sviluppi la normale dominanza dell'emisfero sinistro
deputato alla funzione linguistica. Sulla base degli studi
effettuati con la tomografia a emissione di positroni, è
stato visto che nei soggetti normofluenti, vi è una
maggiore attivazione dell'emisfero sinistro e delle aree
uditive, rispetto ai soggetti balbuzienti. A tal proposito,
secondo un gruppo di ricercatori del Canada (1996), la
balbuzie può essere curata alterando la frequenza del
feedback uditivo portandolo ad 1\2 e 1\4 rispetto alla gamma
normale. Anche nelle nostre ricerche è stato confermato
questo dato. Tutto questo fa presupporre che nel soggetto
balbuziente i feed-back predisposti all'ascolto della
produzione verbale siano deficitari . Nella nostra
metodologia, per favorire la corretta coordinazione
fono-articolatoria, si cerca di amplificare quei sistemi che
permettono di ascoltare in modo amplificato e di rimando la
propria voce, elemento costitutivo della propria identità.
Nel nostro approccio terapeutico, inserendo l'ascolto di
determinate musiche, abbiamo riscontrato che queste
interferiscono nella produzione linguistica attivando un'
intonazione vocalizzata ed armonizzata, ossia un ritmo
verbale lento e modulato che regolarizza la normale fluenza.
Attraverso l'uso della musica vengono sfruttate le qualità
catartiche e riaggregative a livello somatico,
mimico-posturale e fono-articolatorio, inducendo uno stato
di distensione e di serenità, per cui il soggetto sente
contenuta l'ansia correlata al linguaggio. Tutto questo
avviene probabilmente perchè la funzione uditiva ha un
ruolo molto importante nel coordinare l'organizzazione
percettiva generale , fornendo le basi della coordinazione
sensomotoria che permette di aggregare nell'Io la funzione
legata all'efficienza prassica e quella connessa con la
sensibilità affettiva. A livello somatico, le musiche a
bassa frequenza riproducono il senso della ritmicità e
della continuità spazio-temporale elementi basilari della
corretta produzione sonora. Dato che la sola musica è
insufficiente ad armonizzare la capacità linguistica ,
attraverso l'uso di canti d'origine tibetana, si cerca di
far entrare in vibrazione l'intero corpo, affinché le onde
sonore prodotte, possono essere percepite nella loro purezza
e indurre uno stato ipotonico che riduce il laringospamo.
Inoltre questa tecnica mantrica rielaborata, sollecita la
respirazione a livello addominale, toracico, clavicolare,
associando la presa di coscienza del respiro in armonia con
le vibrazioni sonore. Un suono liberato produce delle onde
che acquietano le emozioni e rieducano il balbuziente a
sentirsi padrone del proprio linguaggio. La ritmicità del
respiro e la coordinazione delle proprie funzioni biologiche
assumono un valore particolare, sollecitando le qualità
musicali insite nel corpo e nel linguaggio quali tempo,
intensità, melodia e valori musicali, che nella pratica dei
mantra, sono comparate ai tempi ed alle melodie intravisti
nell'armonia delle cose. Si cerca di sollecitare una sorta
di percezione all'unisono tra il Sè e l'esterno , che
arricchisce gli aspetti carenziali della parte infantile
umana. L' approccio terapeutico propone continuamente l'
unitarietà fra corpo linguaggio ed emozione, la quale
solleciterà nel paziente la scoperta dell'unitarietà della
funzione linguistica col proprio essere. La persona che
balbetta dovrà essere seguita fino a quando non si sentirà
liberata da vissuti claustrofobici e d'intrappolamento
collegati al linguaggio ( D.Meltzer, 1993 ), e fino a quando
non sarà pervenuta ad una giusta autonomia interna ed
esterna. L'armonia del linguaggio rappresenterà il
raggiungimento di una visione armonica del proprio Sè.
Parlar bene significherà: apprendere dall'esperienza e
trovare nelle parole il giusto contenitore ove collocare le
proprie emozioni (W.R. Bion, 1987), per trovare infine una
giusta collocazione gratificante nel mondo sociale.
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