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Anno II

Numero I

Gennaio - Febbraio 1998

 

Balbuzie

 

 

Enrico Caruso* - Sivia Dell'Orto**

 

* Psicopedagogista, Musicoterapeuta, specializzatosi in psicoterapia ad indirizzo psicosomatico. I suoi interessi scientifici sono stati concentrati nello studio degli effetti terapeutici dell' approccio musicale, dei disturbi dell'apprendimento, del trattamento della balbuzie. E' membro della Società Italiana di Analisi Immaginativa. Dirige il centro "Equipe Logodinamica" di Milano. Ha pubblicato i suoi lavori su riviste scientifiche.

 

** Psicopedagogista, Musicoterapeuta, specializzatasi in psicoterapia e psicosomatica. I suoi interessi scientifici sono stati concentrati nello studio degli effetti terapeutici dell' approccio musicale, dei disturbi dell'apprendimento, del trattamento della balbuzie e di altri disturbi inerenti all'Handicap e all'approccio diagnostico. Ha collaborato in progetti di ricerca con con la Scuola di Psicoterapia di Cremona. E' membro della Società Italiana di Analisi Immaginativa. E' condirettrice del centro "Equipe Logodinamica" di Milano. Collabora con i Servizi Sociali del Comune di Milano. Ha pubblicato i suoi lavori su riviste scientifiche.


 

Nel quadro dei disturbi del linguaggio, specificatamente le disfemie, la balbuzie occupa un posto particolare per le sue diverse manifestazioni, che includono un insieme di variabili comprensibili solo attraverso un approccio scientifico multidisciplinare. L'interesse per questo fenomeno ha sempre interessato le diverse discipline scientifiche, sviluppandone una vasta letteratura. Nonostante il cospicuo materiale teorico-clinico prodotto dalla medicina, logopedia, foniatria, neurologia, neuropsichiatria, psicologia, psicoanalisi e psicopedagogia, qualcosa di oscuro e di incomprensibile rimane celato nei meandri della patologia.

Fra i personaggi illustri affetti da balbuzie ricordiamo Mosè, il quale, essendo affetto da un disturbo del linguaggio, parlava per bocca del fratello Aronne . Nella Sacra Scrittura, nei capitoli IV e V dell'Esodo, si legge che Mosè era tardo di lingua e balbuziente. Altro uomo illustre fu Demostene , l' oratore per eccellenza, ormai entrato nella leggenda popolare, del quale si racconta che riuscì ad eliminare il suo disturbo ricorrendo ai famosi sassolini che metteva in bocca per esercitare l'apparato pneumofonico. In realtà Demostene, rimasto orfano all'età di sette anni, si vide derubare dai suoi stessi tutori l'eredità paterna. Da giovanissimo spinto dall'ardor di vendetta, studiò oratoria formandosi presso la scuola di Iseo, e successivamente ebbe modo di rivalersi contro i suoi stessi truffatori grazie all'uso della parola, il cui esercizio avrebbe presto sconvolto l'assetto politico della città di Atene. Nei tempi più recenti ricordiamo Nicolò Cavallaro insigne matematico, passato alla storia col soprannome Tartaglia, Alessandro Manzoni , il quale nella sua lettera inviata a Giorgio Briano, motiva la sua rinunzia ad un seggio nel parlamento a causa di una grave balbuzie che lo tormentava. Altro personaggio più vicino ai giorni nostri fu Winston Churchill, il quale, essendo affetto da balbuzie di tipo tonica, per avviarsi all'inizio di ogni frase e sbloccarsi dallo spasmo, spesso usava uno starter, pronunziando ad esempio una M prolungata.

Dal 1817 vennero effettuati in ambito medico i primi tentativi per risolvere il sintomo balbuzie. Wutzer e Itard, idearono mezzi meccanici per mobilitare la lingua. Secondo i pareri di Dieffenbach e di Amusat, occorreva invece effettuare il taglio del frenulo o dei muscoli genioglossi. Questi metodi, per l'inconsistenza dei risultati, vennero abbandonati e a partire dal 1831 cominciarono a comparire tecniche tendenti a ricoordinare le diverse funzioni: fonatoria, articolatoria e respiratoria. Il metodo di Colombat consisteva nel rilassare i muscoli dell'apparato pneumofonico e nel cadenzare l'eloquio. Per Joudan occorreva ristabilire il tempo della produzione sonora e come mezzo per facilitare la ricoordinazione ritmica impiegò il metronomo. Con Chervin si comincia a parlare di una parte didattica per curare il sintomo e di una parte emotiva. La prima parte consisteva nel far pronunciare delle parole cantate per trovare la giusta coordinazione, mentre la seconda si occupava dell'elaborazione del pensiero che diventava un primo approccio psicologico alla balbuzie. Da allora molto fu scritto e molto venne teorizzato. Tutte le diverse discipline scientifiche si occuparono di balbuzie e già nel 1950 Van Riper, studioso e ricercatore, conteggiava circa 8.000 lavori scritti in materia.

 

Definizione ed eziopatogenesi.

 

Secondo gli autori Massa A. e Lucchini A. (1968), la balbuzie ha un'origine multipla, potendo emergere da un substrato di conflitti emotivi o da alterazioni di tipo organico o funzionali del sistema nervoso . Si tratta di nevrosi della parola di origine atassico-spastica, che ostacola e interrompe il normale fluire del discorso. Per gli autori Bassi e Cannella (1968) la balbuzie è caratterizzata da una momentanea incapacità d'iniziare l'eloquio o dall'interruzione della parola. Spesso è accompagnata da spasmi tonici, clonici o misti che possono interessare qualsiasi parte dell'apparato del linguaggio: respirazione, fonazione, risonanza ed articolazione. L'Organizzazione Mondiale della Sanità definisce questo complesso sintomo nel seguente modo: "La balbuzie è un disordine nel ritmo della parola, nel quale il paziente sa con precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di involontari arresti, ripetizioni o prolungamenti di un suono." Tale definizione ben sottolinea l' intreccio della componente psicologica con una difficoltà dell'articolazione pneumo-fono-articolatoria. Il soggetto sa con precisione cosa vorrebbe dire e, nell'intenzionalità di esprimersi, non coordina i centri motori e i centri semantico-sintattici. I centri deputati alla fonazione non rispondono ai comandi impartiti dal cervello, e il linguaggio si blocca.

Secondo una concezione prettamente psicoanalitica Otto Fenichel (1951), inserisce il sintomo nell'ambito delle conversioni pregenitali, ossia un tipo di patologia, nella quale gli impulsi repressi, che si esprimono attraverso il laringospasmo, sono di carattere pre-edipico. Mentre la sintomatologia ha la natura della conversione, la struttura mentale del paziente corrisponde a quella di un nevrotico coatto. L'orientamento pregenitale e pre-edipico determina il comportamento del paziente con manifestazioni sessuali ambivalenti, con la sessualizzazione dei processi di pensiero e della parola e con la parziale regressione dell'Io che attiverebbe modalità arcaiche di funzionamento. I sintomi di conversione sono l'espressione di pulsioni, che si realizzano quando uno stimolo intenso detronizza il controllo del'Io. Lo spasmo muscolare sarebbe dunque determinato dall'espressione fisica della repressione e dalla risultanza di una lotta fra impulsi opposti. L'inibizione della funzione motoria è dovuta alla controcarica psichica, che offre l'occasione di usare la funzione inibita per esprimere fantasie inconsce. Secondo l'autore, anche l'esigenza di voler delimitare il sintomo in un'area prettamente organicistica, sarebbe una manifestazione inconscia della controcarica psichica., Sigmund Freud (1973) inserisce la balbuzie nel quadro delle nevrosi di fissazione: parte della carica libidica si concentrerebbe a livello dell'apparato articolatorio. Lo spostamento libidico permetterebbe la soddisfazione di pulsioni pregenitali. Anche Didier Anzieu (1980) definisce il sintomo come conversione isterica, espressione di pulsioni aggressive pregenitali e di desideri genitali primitivi. Il balbuziente tenderebbe a controllare l'aggressività anale espressa a livello orale, e nello stesso tempo oscilla tra l'espressione di pulsioni pregenitali e quelle genitali. Per quanto concerne l'insorgenza della patologia , gli autori sono concordi nell'indicare come periodo critico l'età compresa dai tre ai sette anni. Quando il sintomo si manifesta in età puberale, risulta quasi sempre che, in età infantile, si erano verificati avvisaglie di balbuzie. In casi rari la balbuzie può fare la sua comparsa anche in età adulta dopo un evento traumatico. Il sintomo interessa particolarmente il sesso maschile, con una prevalenza rispetto al sesso femminile, con un rapporto di 7 a 1, anche se negli ultimi anni la percentuale femminile sta aumentando. Si pensa che la motivazione di tale discrepanza sia da attribuirsi a fattori evolutivi, socio-culturali, psicologici e genetici. La natura della componente ereditaria non è ancora stata scientificamente confermata. Secondo uno studio effettuato da Damstè, è stato statisticamente provato che se in una famiglia il padre balbetta, il figlio maschio ha 23 possibilità su 100 di balbettare, mentre la figlia ha 10 possibilità su 100. Se la madre balbetta, queste percentuali rispettivamente saranno di 39 a 16. Se entrambi i genitori balbettano, le probabilità che il loro figlio balbetti salgono all'80%. Occorre però distinguere tra fattori imitativi e fattori ereditari. E' certo che se un bambino vive in un contesto famigliare disturbato linguisticamente, avrà molte difficoltà nel dominare la sua velocità d'elocuzione ed i suoi inceppi, perchè manca un valido modello linguistico da imitare tra le figure parentali.

 

Ricerca attuale.

 

Per quanto concerne la variabile neurologica, in una ricerca compiuta su 97 soggetti affetti da balbuzie presso l'Università del Texas dal Callier Center for Communication Disorders (1989), è stato dimostrato un certo legame tra balbuzie e lievi malformazioni o disfunzioni locali del cervello. Con l'uso di apparecchiature a risonanza magnetica nucleare, che permettevano la misurazione dell'afflusso sanguigno e del funzionamento dei potenziali elettrici, è stato osservato che nel 60 % dei soggetti, nelle regioni del cervello deputati al controllo dell'attività motoria vocale, vi erano delle lievi anomalie. Non tutti gli esperti erano però concordi nel sostenere la validità assoluta dei risultati conseguiti dai ricercatori. In uno studio effettuato tra gli anni 1983 e 1991 da parte di 1198 patologi del linguaggio, è stato rilevato che la balbuzie non può essere causata solo da fattori genetici o di parentela, ma bisogna far riferimento anche a cause di natura psicologica . ( Cooper, E. B., Cooper C. S1996) Un'altra ricerca ( Felsenfeld S., 1996), effettuata dal 1960 ad oggi, ha avuto come oggetto d'indagine la componente genetica della balbuzie. I ricercatori hanno messo in luce i limiti metodologici dei precedenti studi sull' inquadramento genetico della balbuzie. Anche in questo caso è stato dimostrato che il sintomo è parzialmente dovuto a fattori genetici. Lena Rustin ( London, 1995), presentando una panoramica delle ricerche effettuate tra il 1955 e il 1994 sul ruolo dei genitori nello sviluppo delle capacità linguistiche dei bambini, ha riscontrato che la disfluenza del figlio genera nelle madri un alto livello di ansietà . Le madri inconsapevolmente, accrescono la complessità della patologia linguistica, non aiutando certamente il figlio a recuperare la percezione di un'immagine positiva del proprio linguaggio. Secondo l'autrice, la terapia dovrebbe aiutare i genitori nel riscoprire la fiducia nella propria funzione educativa, riuscendo a comprendere le difficoltà del figlio e scoprire nuove vie per interagire con loro , ponendosi al di là dello stesso sintomo, migliorando la qualità della loro comunicazione.. Secondo Vanryckghem M. (Florida, 1995), in una ricerca dove è stato somministrato il Test di Attitudine Comunicativa (Cat - D), è stato riscontrato che nei genitori balbuzienti la loro attitudine verso il linguaggio era più negativa rispetto ai loro stessi figli. I genitori dei soggetti normofluenti, invece, consideravano più positivamente il linguaggio. Questo dato viene confermato anche da altri autori Yaruss J. S., Conture E.G. (1995), i quali hanno rilevato che maggiore è il grado di balbuzie, maggiore sarà il grado di ansietà che scatta fra genitore e figlio. Col miglioramento della fluenza del figlio, aumenta anche il grado di espressione e di interazione nella diade genitore-figlio. Dalle nostre ricerche, in uno studio psicodiagnostico effettuato su 50 soggetti, composti da 34 maschi e 16 femmine, in un'età compresa tra i 20 e i 40 anni, attraverso l'impiego del test Rorschach sono emersi alcuni dati significativi. I soggetti mostravano un livello intellettivo all'interno della norma, pertanto non si rilevavano disturbi evidenti nell'ambito della sfera cognitiva. La realtà veniva percepita attraverso un atteggiamento poco concreto, rivelando una certa incapacità nel riuscire a soddisfare le proprie ambizioni. I risultati riportati evidenziavano, a livello della strutturazione della personalità, una connotazione di tipo orale, espressa attraverso la tendenza alla sopravvalutazione del Sè, accompagnata da tratti narcisistici e dalla presenza di ambizioni alle quali non sembravano rispondere le reali risorse dei soggetti. Il rapporto semplicistico con il materiale testale, inoltre, rivelava una modalità difensiva dell'Io, atta ad evitare l'approfondimento delle eventuali tematiche conflittuali. Nel campione maschile, si notava una certa difficoltà nell'elaborare soggettivamente gli stimoli affettivi presentati dal materiale testale. Nel campione femminile, emergeva invece una reattività emotiva agli stimoli esterni, ossia una maggiore capacità di esternare i propri vissuti affettivi, anche se dal punto di vista comportamentale poteva comparire una certa labilità affettiva. In entrambi i campioni si evidenziava la presenza di forti impulsi aggressivi associati alle esperienze primarie. Nei maschi, il rapporto primario con la figura materna, appariva conflittuale e simbiotico, per cui il processo di separazione, di defusione e di autonomia, tappa evolutiva che porta il soggetto maschio a riconoscere la relazione triadica e la successiva identificazione con la figura maschile, non era ancora stato abbozzato Anche nel campione femminile il conflitto sembrava cristallizzarsi nell'area pregenitale e nel processo di separazione dalla figura materna. Clinicamente sono state rilevate nel soggetto balbuziente, difficoltà nello stabilire rapporti interpersonali affettivamente equilibrati, con una tendenza atta a favorire un adattamento sociale passivo e conformista. Dal materiale testale, emergevano numerose risposte di ansia ed elementi conflittuali di natura nevrotica, che nei soggetti maschi si associavano ad una componente depressiva, mentre nelle femmine gli elementi ansiogeni sembravano assumere una maggiore connotazione isterica. In un' ulteriore ricerca, con la supervisione didattico-scientifica del prof. Fernando Dogana, il campione sopra indicato, è stato sottoposto ad uno studio psicolinguistico. Con questa ricerca s'intendeva verificare l'influenza della componente emotiva associata ai fonemi e alle parole ove si verificava il laringospasmo. Al campione posto in esame, è stato somministrato un test psicolinguistico, che permetteva di registrare il grado d'intensità del laringospasmo associabile ai diversi fonemi e ai termini che venivano vissuti con ansietà.. Da questo studio è emerso che la balbuzie, in realtà, è sottesa da determinate leggi psicolinguistiche, e dai risultati si potrebbe presumere che essa si strutturi come un codice che emerge in determinate situazioni, con determinate persone e in associazione a determinati fonemi e parole . Come riportato dalle tabelle A.1 e B.1, e dai grafici A.2 e B.2, i risultati hanno dimostrato che la quasi totalità del campione balbetta sulle occlusive ( P\B, T\D, K\G ), sulla nasale M, sull'affricata C , sulla spirante S e sulle liquide R\L. I dati presentati possono essere interpretati sulla base delle teorie del fonosimbolismo, secondo le quali esisterebbe isomorfismo tra suono e significato, basato sulle caratteristiche qualitative, acustiche o articolatorie dei singoli fonemi. I risultati hanno dimostrato che la quasi totalità del campione balbettava sulle occlusive: p\b, t\d, e k\g . Valori elevati sono stati riscontrati per i suoni: P, B, C (dura), T e D. Tali fonemi, secondo le teorizzazioni psicolinguistiche, rimandano a vissuti inconsci , attinenti con una aggressività di tipo orale. Ad esempio il suono P è tipico delle prime lallazioni infantili. In questa prima fase arcaica, le consonanti esplosive hanno un valore centrifugo, cioè esprimerebbe il rapporto con il mondo esterno, l'indicare, il respingere e l'allontanare. Secondo Wesh, la valenza espressiva delle occlusive è correlata al concetto di potere, autorità , normatività, Super-Io rigido e minaccioso. L'atto articolatorio del suono B, possiede un significato che si rifà al gesto del baciare e sarebbe l'espressione di una gestualità orale. Per il gruppo maschile, valori elevati sono stati registrati per la liquida R e per il campione femminile la liquida L. L'alta percentuale delle difficoltà su questi fonemi, fa presumere l'esistenza di un'aggressività di tipo orale, confermata anche dal test Rorschach. " Il fonema R possiede un simbolismo prettamente fallico. Greenberg e Jenkins associano la R alla polarità: mascolino, ruvido, duro, pesante, mentre la L alla polarità delicata, femminile, dolce , levigato e soffice...Anche se i fonemi R ed L sono erettili, come osserva Fonagy, la L si caratterizza per l'assenza della componente aggressiva. Tale pulsione appare distolta dalla conquista e dall' appropriazione dell'oggetto". (F. Dogana, 1990, pag. 271- 272) Il campione femminile presentava notevole difficoltà fonica sulle consonanti fricative f\v, s\z e sulle vocali aperte a\o . Le caratteristiche articolatorie di questi gruppi rimandano a problemi di identificazione sessuale e di censura delle emozioni. Il gesto articolatorio delle fricative, può esprimere un senso di liberazione da contenuti interni penosi, oppure può essere collegato a derivati inconsci aggressivi. La difficoltà di pronuncia della fricativa S per il soggetto femminile, esprimerebbe la tendenza a reprimere continuamente contenuti sessuali. Per Fonagy, il fonema S avrebbe delle valenze espressive associate all'erotismo uretrale. ( F. Dogana, 1988, pagg. 274 - 279). Nel campione femminile le difficoltà maggiori si riscontravano a carico della liquida L, dell'affricata C dolce e della vocale I. Soprattutto la L e la vocale I, simbolicamente esprimono il rapporto con l'identità femminile. Al contrario della R, la liquida L, è associata alla mancanza della componente aggressiva. Per Fonagy (Dogana. 1988, pag. 278-279) la L "è una consonante erettile, però attenuata, addolcita, in cui la pulsione genitale è sublimata, distolta dalla sua meta primaria: rappresenta più la componente della tenerezza e del sentimento amoroso che non l'aspetto sessuale". Il gesto articolatorio della L, si presta a rappresentare ciò che è dolce, delicato e femminile. La vocale I si presta a rappresentare il tipico timbro acuto femminile. Diverse analisi lessicali mettono in rilevo l'associazione tra le vocali anteriori I\E e l'esser femminile. La vocale I, è una costante che troviamo nei termini che designano ciò che è gentile e bello, intimo e vicino. Inoltre tale vocale, è presente in molte espressioni di cortesia e nei termini che designano sensazioni gustative piacevoli. I termini che invece venivano vissuti ansiosamente erano : affetto ,amore, babbo, buongiorno, buonasera, casa, comandi, grazie, empatia, mamma, padre, papà, presente, pronto, responsabilità, signore, sesso, società ed infine pronunziare il proprio nome e cognome. La difficoltà di articolare alcuni fonemi e determinate parole, risiede in un preciso significato emotivo sottostante, che viene vissuto conflittualmente. La balbuzie si configurerebbe come un codice o meglio come una sorta di meta-linguaggio, sviluppatosi dalla tendenza inconscia atta ad esprimere pulsioni ed emozioni, che altrimenti rimarrebbero censurate e insoddisfatte, e da una controcarica super-egoica tendente a reprimere quanti si vuole esprimere verbalmente. Dalla decodificazione di tale codice , mediante un esame attento del sintomo e della sua comparsa in determinate situazioni, è possibile risalire alle emozioni inconsce sottostanti. che si rivelano sotto forma di spasmi o momentanei blocchi del linguaggio. Per una sorta di determinismo inconscio, la persona che balbetta non riesce ad affrontare verbalmente situazioni che vengono ritenute pericolose. Sulla base di un'ulteriore ricerca, effettuata mediante una scala d'ansia associata alle diverse situazioni ansiogene, la totalità dei soggetti esaminati, hanno messo in rilievo l'esistenza di tre momenti che sono alla base di tale determinismo. Il primo momento definito fase di pre-balbuzie, è caratterizzato da fantasie o pensieri aventi come oggetto l'evitamento della prestazione verbale. Saranno proprio queste fantasie associate al contesto relazionale, che faranno scattare una situazione di allarme, determinando nel soggetto il verificarsi del blocco. Questa prima fase determinerà l'aumento dell'ansia e l'emergere del laringospasmo. Nella seconda fase definita balbuzie, il soggetto perde il controllo del suo linguaggio e quasi tutti affermano di poter prevedere immediatamente la frequenza e l'intensità della difficoltà fonica. Nell'ultima fase, definita post-balbuzie, dopo che il soggetto ha affrontato la situazione, si sente stanco e depresso. In questa fase la persona si autodenigra, svilendo la propria immagine e sentendosi intrappolato all'interno di meccanismi coattivi, senza vedere una via d'uscita. Analizzando le situazioni nelle quali il sintomo si manifesta, è emerso ch e il 90% dei soggetti balbetta maggiormente nelle attività competitive o quando viene loro richiesta una prestazione . In questi casi, si teme il confronto, perchè in realtà si teme il giudizio del proprio Super-Io, rigido e severo, pronto a punire un Io che cerca di adattarsi e di affermarsi. Difatti il sintomo si manifesta maggiormente in ambito scolastico, in ambito lavorativo o in un gruppo non ludico. La balbuzie ha la sua maggiore espressione nella relazione con un' autorità, specialmente quando in questa vengono percepite caratteristiche rigide e severe , che determineranno l' emergere della balbuzie associata a sentimenti di ostilità, aggressività e persecutorietà, proiettati verso il superiore. Al contrario , il sintomo sembra scomparire totalmente quando il soggetto balbuziente parla da solo in una stanza, quando parla con un animale o in qualsiasi altra relazione ove egli si ritiene superiore rispetto al suo interlocutore. Il sintomo sembra annullarsi quando la relazione avviene fra pari, vissuti come non persecutori e contenitivi della pulsione aggressiva. Inoltre, la balbuzie si annulla completamente nei momenti di intimità o di gioia, o quando il soggetto pronuncia parolacce e vocaboli altamente aggressivi. In questi casi viene espressa una certa congruenza fra parola ed emozione, fra significato e significante. L'emozione viene espressa e il linguaggio assume la sua funzione di veicolare all'esterno la produzione del proprio mondo interno. Gi stati emotivi si esprimono mediante il suono, quando il non espresso emozionale non viene più tollerato dalla capacità contenitiva e metabolizzatrice dell'Io, l'emozione repressa diventa una sostanza corrosiva che divora la mente, il corpo e la persona. Diverse patologie psicosomatiche possono essere determinate da questa mancanza di connessione fra suono ed emozione. Nella balbuzie, il suono frammentato diventa l'espressione di un Io che tenta di riorganizzarsi dinanzi alle continue irruenze dell'emozione violenta. ( Bion,1987 ) Affinchè la funzione linguistica possa ritrovare la sua coordinazione ritmica e melodica nell'esternare il proprio mondo affettivo, suono ed emozione, dovranno ritrovare coesione e il surplus emotivo-affettivo non espresso dovrà essere riabilitato e comunicato.

 

L'approccio terapeutico.

 

Oggi, a livello di trattamento della patologia, esistono vari procedimenti terapeutici secondo le diverse discipline scientifiche e il proprio discorso epistemologico che possono essere collocati in due diverse categorie: a)Tecniche logopediche e foniatriche, che agiscono direttamente sul sintomo correggendo la coordinazione del sistema pneumo-fono-articolatorio, regolando la respirazione, la ripetizione sillabica e la disorganizzazione ritmica del linguaggio. Il trattamento foniatrico si basa sul controllo di quegli apparati deputati all'articolazione della parola. Vengono fatti eseguire esercizi sistematici che sollecitano tutti i movimenti articolatori dell'atto fonatorio cercando di ricoordinare tutti i movimenti patologici per impostare il corretto funzionamento muscolare. Si rieduca l'atto respiratorio, il ritmo della fonazione e l'impostazione della voce. Per la rieducazione del ritmo verbale e respiratorio, può essere usato il metronomo , con il quale si cerca di regolarizzare la velocità nella produzione delle frasi. Lo scopo di tali esercizi è quello di fornire al balbuziente modalità operative per sincronizzare i movimenti articolatori e respiratori, migliorandone le capacità linguistiche. Con altre tecniche si cerca di sollecitare la funzione ideo-motoria con degli esercizi verbo-grammaticali. tali da diminuire l'attenzione fobica del soggetto che balbetta. b)Tecniche psicologiche, che hanno l' obiettivo di rafforzare l' Io nel controllo della motricità e ridurre gli spasmi muscolari considerati espressione della repressione di impulsi non coscienti. Alcuni studiosi di estrazione prettamente psicoanalitica, sono decisamente contrari ad ogni trattamento foniatrico, poiché lo considerano una terapia sostitutiva per risolvere un sintomo di conversione pregenitale, ove il laringospasmo è solo espressione di un conflitto inconscio. Nel trattamento propriamente psicoanalitico, si cerca di far evolvere la persona analizzando quei contenuti inconsci repressi che sono alla base del sintomo. Le tecniche psicologiche hanno l'obiettivo di ridurre l'angoscia, il sovraccarico emotivo che non trova uno sbocco, il senso di solitudine, l'egocentrismo, le idee ossessive di persecuzione e la logofobia. Si cerca di esaminare tutti quei fenomeni che caratterizzano lo stato emotivo della persona e che interferiscono nella produzione verbale. Le tecniche vengono somministrate secondo l'indirizzo teorico di ogni disciplina psicologica. Nell'impostazione sistemico-relazionale, il sintomo balbuzie, viene curato come un aspetto patologico dell'interazione famigliare. Nel trattamento cognitivo-comportamentale, la balbuzie viene considerata come una sorta di risposta appresa, e quindi si cercherà di desensibilizzare e ricondizionare la persona per riportarla ad un nuovo adattamento sociale. Infine abbiamo trattamenti non classificabili, che profetizzano pseudo-guarigioni miracolistiche, senza essere supportati da validi riscontri clinici o da risultati da ritenersi pienamente scientifici. Si tratta di tecniche suggestive che minimizzano la complessità e la profondità del sintomo. Essendo la balbuzie determinata dalla risultanza di tante variabili inconsce, culturali, sociali, foniche, motorie, genetiche, educative ecc., risulta impensabile prognosticare risultati immediati senza inoltrarsi all'interno della patologia. Il trattamento dovrà essere sviluppato secondo le necessità diagnosticate per ogni singolo individuo e nell'applicazione delle diverse tecniche si dovranno sempre rispettare i normali tempi evolutivi che non sono identici per nessuno. In un inquadramento terapeutico più globale, Treon M. ( Easter New Mexico, 1995), propone due basi eziologiche della balbuzie. Una la troviamo quando nello sviluppo primario del bambino, intervengono fattori ambientali, comportamentali, famigliari, educativi, socio-culturali ed emotivi, che potrebbero complicare la normale evoluzione linguistica.. Secondo questa prima ipotesi la balbuzie avrebbe un'origine traumatica, psicosociale ed emozionale che, in qualche modo, determinerebbe la disfunzione linguistica nelle prime esperienze dello sviluppo psico-emotivo e di adattamento al sociale. L'altra base eziologica sarebbe determinata dall'innata predisposizione neurolinguistica che si evolve patologicamente secondo le sollecitazioni ambientali.. A livello neurolinguistico fanno parte del quadro balbuzie: un linguaggio prosodico, dissinergia fra le diverse funzioni foniche, logofobia e la dissincronia del linguaggio senso-motorio. Questi fattori pur avendo una predisposizione neurologica, sono attivate dalle prime esperienze ambientali. Sulla base di questa bipolarità eziologica, l' autore è del parere che il trattamento dovrebbe sempre prevedere una terapia del linguaggio, abbinata ad una forma psicoterapica che faccia evolvere il soggetto in senso psicoaffettivo e sociale. Anche secondo le nostre ricerche, un buon trattamento terapeutico dovrà tenere conto di tutte le variabili che determinano la balbuzie. La balbuzie non è solo un blocco a livello del linguaggio , ma rappresenta una confusione a livello dell'interazione fra l'Io e l'Es, e della relazione fra Sè e gli altri. Il sintomo si configura come un disturbo della comunicazione in senso lato, ed è per questo motivo che tutti i canali attinenti alla comunicazione : verbale, infraverbale, mimico-posturale, linguaggio pittografico, relazione col Sè, relazione col Sè corporeo, relazione fra Sè e gli altri, dovranno essere sollecitati Il sintomo balbuzie, secondo le nostre ricerche, sottende qualsiasi forma di struttura nevrotica o psicotica. Per questo motivo diventa necessario, prima d'iniziare un trattamento, effettuare una attenta psicodiagnosi e un esame linguistico-funzionale. In alcuni casi, quando il sintomo sottende nuclei psicotici, è sconsigliabile effettuare un lavoro fonico , dato che l'elemento balbuzie rappresenta un punto centrale che tiene unita la struttura mentale della persona. Il trattamento dovrà avere come oggetto d'indagine e di cura due filoni: la componente funzionale, connessa con il difetto di schematizzazione corporea e con l'effetto disturbante del feedback audio verbale, e la componente dinamica, connessa con il processo di identificazione, minato da difetti narcisistici. All'inizio del trattamento diventa importante per il paziente superare l' investimento libidico della parola. Ogni persona è ossessivizzata dalla propria parola, la quale deve essere controllata rigidamente e negata secondo riti e credenze personali. Tutto si riduce ad un sintomo esterno a discapito delle proprie emozioni. L'essere, il mondo interno, il regno dell'immaginario, il mondo dei sentimenti, è come se non esistessero. E' come se esistesse un'identificazione dentro il fonema o dentro la parola, così ogni relazione acquista il suo significato secondo come si parla o come si appare. All'inizio del procedimento, sembra che ogni tentativo di portare la persona a considerare le sue relazioni oggettuali, le sue emozioni , la coscienza della confusione interna rappresentata dalla confusione verbale, fallisca inesorabilmente. La persona vuol anzitutto risolvere esclusivamente il suo sintomo; il terapeuta viene così investito da un'autorità salvifica che presto modificherà il linguaggio, senza modificare il senso esistenziale confuso che la persona vive dentro di sè. Diventa necessario fin dall'inizio, liberare il soggetto disfluente da quella forma d'intrappolamento operata da se stesso che coattivamente ripropone l'equivalenza simbolica fra persona-parola. Considerando la balbuzie e le variabili implicite della comunicazione, l'intervento dovrà essere globale , sviluppato sulla base di una serie di tecniche foniche che, agendo sinergicamente, devono rimuovere i blocchi psicoemotivi, recuperare il ritmo e la coordinazione naturale dell'apparato pneumo-fonico. Anche l'agire direttamente sul sintomo da un punto di vista riabilitativo, non fa altro che portare la persona ad occuparsi dei suoi movimenti inconsci, dato che il linguaggio esterno è la risultanza del proprio dialogo interno Successivamente, ad un livello psicologico e comportamentale , con l'applicazione di altre tecniche, quali drammatizzazione, role- playing, tecniche di autodistensione applicate al linguaggio, discussioni all' interno del gruppo dei problemi che determinano e cronicizzano la balbuzie, si potrà indurre nel soggetto una maggiore fiducia in se stesso con la conseguente riduzione dell' ansia collegata al verbale. Dal punto di vista verbo-motorio, nella balbuzie esistono spesso alterazioni nella coordinazione dei movimenti tra aree del corpo. Ciò comporta incoordinazioni funzionali, ad esempio tra postura, masticazioni, deglutizione, respirazione e quindi, fonazione. Le cause sono sia: psicogene che genetiche. Esse derivano comunque da un non corretto controllo neurologico della motricità. Tali incoordinazioni possono essere evidenziati con un' elettrodiagnosi e possono essere corrette con stimoli magnetici o elettrici. Possono giovare microiniezioni di farmaci, rimedi omeopatici sottocute, ma soprattutto giova una ricoordinazione motoria, con la quale si punta a far rivivere una continuità esperenziale nella percezione degli schemi motori secondo l'organizzazione evolutiva fetale, neonatale ed infantile. La riduzione di tali incoordinazioni, oltre a risolvere spesso tensioni e spasmi che si accompagnano alla balbuzie, permette di affrontare più serenamente il processo di conoscenza e di armonizzazione psicofisica del proprio Io corporeo. Nelle nostre ricerche, è stato riscontrato che nel balbuziente grave spesso si notano tensioni elettriche statiche, di segno negativo. Ciò lascia pensare che esista un sovraccarico funzionale dei muscoli siti nelle zone di inserzione del diaframma, ma anche in quelle zone muscolari connesse con le funzioni di mantenimento posturale, della masticazione, della deglutizione, delle funzioni accessorie della respirazione e della fonazione. La terapia consisterà nella smagnetizzazione o nell'annullamento delle cariche elettriche, con cariche di segno contrario. Tuttavia effetti stabili si ottengono solo identificando l'organizzazione dinamica delle diverse cariche, seguendo la geometria della loro distribuzione ed agendo alle sua origine, con pratiche di stimolazione fisica di diverso genere. Si ottengono risultati più stabili se a tale trattamento viene associato un lavoro di riabilitazione percettivo e motorio degli schemi funzionali. Nella balbuzie, essendo un disturbo fonico caratterizzato dalla incoordinazione dell' apparato pneumo-fono-articolatorio, diventa importante sollecitare l'organizzazione delle schematizzazioni percettivo-motorie, permettendo una reintegrazione di queste funzioni. In altre parole, si cerca di sollecitare la funzione dell' VIII nervo cranico che integra le frequenze vibratorie ed acustiche (funzione cocleare) con le percezioni statocinetiche interne del soma (funzione vestibolare). Il balbuziente non è cosciente delle innumerevoli potenzialità del proprio linguaggio. Egli quando parla non si ascolta, in quanto è tutto proteso a controllare rigidamente la prestazione verbale richiesta. Il suo linguaggio lo sente degradato, svilito ed inutile. E' presente una continua inibizione linguistica che interferisce nello sviluppo di un adeguato feedback audio verbale. Anche secondo gli autori Barinaga e Marcia ( 1995), il soggetto balbuziente non possiede un adeguato feedback mentre parla. Sembrerebbe, che il cervello non sviluppi la normale dominanza dell'emisfero sinistro deputato alla funzione linguistica. Sulla base degli studi effettuati con la tomografia a emissione di positroni, è stato visto che nei soggetti normofluenti, vi è una maggiore attivazione dell'emisfero sinistro e delle aree uditive, rispetto ai soggetti balbuzienti. A tal proposito, secondo un gruppo di ricercatori del Canada (1996), la balbuzie può essere curata alterando la frequenza del feedback uditivo portandolo ad 1\2 e 1\4 rispetto alla gamma normale. Anche nelle nostre ricerche è stato confermato questo dato. Tutto questo fa presupporre che nel soggetto balbuziente i feed-back predisposti all'ascolto della produzione verbale siano deficitari . Nella nostra metodologia, per favorire la corretta coordinazione fono-articolatoria, si cerca di amplificare quei sistemi che permettono di ascoltare in modo amplificato e di rimando la propria voce, elemento costitutivo della propria identità. Nel nostro approccio terapeutico, inserendo l'ascolto di determinate musiche, abbiamo riscontrato che queste interferiscono nella produzione linguistica attivando un' intonazione vocalizzata ed armonizzata, ossia un ritmo verbale lento e modulato che regolarizza la normale fluenza. Attraverso l'uso della musica vengono sfruttate le qualità catartiche e riaggregative a livello somatico, mimico-posturale e fono-articolatorio, inducendo uno stato di distensione e di serenità, per cui il soggetto sente contenuta l'ansia correlata al linguaggio. Tutto questo avviene probabilmente perchè la funzione uditiva ha un ruolo molto importante nel coordinare l'organizzazione percettiva generale , fornendo le basi della coordinazione sensomotoria che permette di aggregare nell'Io la funzione legata all'efficienza prassica e quella connessa con la sensibilità affettiva. A livello somatico, le musiche a bassa frequenza riproducono il senso della ritmicità e della continuità spazio-temporale elementi basilari della corretta produzione sonora. Dato che la sola musica è insufficiente ad armonizzare la capacità linguistica , attraverso l'uso di canti d'origine tibetana, si cerca di far entrare in vibrazione l'intero corpo, affinché le onde sonore prodotte, possono essere percepite nella loro purezza e indurre uno stato ipotonico che riduce il laringospamo. Inoltre questa tecnica mantrica rielaborata, sollecita la respirazione a livello addominale, toracico, clavicolare, associando la presa di coscienza del respiro in armonia con le vibrazioni sonore. Un suono liberato produce delle onde che acquietano le emozioni e rieducano il balbuziente a sentirsi padrone del proprio linguaggio. La ritmicità del respiro e la coordinazione delle proprie funzioni biologiche assumono un valore particolare, sollecitando le qualità musicali insite nel corpo e nel linguaggio quali tempo, intensità, melodia e valori musicali, che nella pratica dei mantra, sono comparate ai tempi ed alle melodie intravisti nell'armonia delle cose. Si cerca di sollecitare una sorta di percezione all'unisono tra il Sè e l'esterno , che arricchisce gli aspetti carenziali della parte infantile umana. L' approccio terapeutico propone continuamente l' unitarietà fra corpo linguaggio ed emozione, la quale solleciterà nel paziente la scoperta dell'unitarietà della funzione linguistica col proprio essere. La persona che balbetta dovrà essere seguita fino a quando non si sentirà liberata da vissuti claustrofobici e d'intrappolamento collegati al linguaggio ( D.Meltzer, 1993 ), e fino a quando non sarà pervenuta ad una giusta autonomia interna ed esterna. L'armonia del linguaggio rappresenterà il raggiungimento di una visione armonica del proprio Sè. Parlar bene significherà: apprendere dall'esperienza e trovare nelle parole il giusto contenitore ove collocare le proprie emozioni (W.R. Bion, 1987), per trovare infine una giusta collocazione gratificante nel mondo sociale.

 

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