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Razionalità scientifica e
pseudoscienze eretiche
Paolo Aldo Rossi
Cattedra di Storia del Pensiero Scientifico
Dipartimento di Filosofia Università degli Studi di Genova
Tratto
dall’esperienza: l’assurdità di una cosa non è ragione contro la sua
esistenza, ne è piuttosto una condizione.
(F. Nietzsche, Umano, troppo umano)
E’ il solito destino
delle verità nuove, cominciare come eresie e finire come superstizioni.
(Thomas H. Huxley, Saggi)

Esistono
uomini che di fronte ad eventi inspiegabili, o meglio non traducibili
in una proposizione suscettibile di essere ricavata deduttivamente,
all’interno di teorie da loro stessi accettate come vere, non si
limitano a dichiarare falso l’asserto che li descrive, ma si spingono
ad affermare che quegli eventi non sono mai accaduti poiché sarebbe
stato impossibile che accadessero. In tutto questo si dimenticano di
far precedere al termine impossibile l’avverbio logicamente.
Sfortunatamente il mondo in cui viviamo è di frequente intessuto di
quello che noi diciamo logicamente impossibile o, più semplicemente,
assurdo. Spesse volte la storia della scienza ci ha insegnato come gli
sforzi per ridurre una tesi "all’assurdo" si sia risolta nella
costruzione di una nuova teoria avente come principio quello stesso
asserto che si voleva dimostrare assurdo. Si esaminino, ad esempio, due
classici casi in cui il procedimento della reductio ad absurdum
da origine, sia pur inconsapevolmente, a capitoli fondamentali della
scienza. Se esistesse il vuoto - argomenta Aristotele - e un corpo è
immerso nel vuoto, questo, non potendo tendere al proprio luogo
naturale, manterrebbe indefinitamente lo stato di quiete o di moto
uniforme. Il che sembrava assurdo, ma è anche la prima, inconsapevole,
formulazione del principio di inerzia. Analogamente, Girolamo Saccheri,
nel 1733, tentando la dimostrazione per assurdo del V° Postulato di
Euclide costruisce, inconsapevolmente, la prima geometria non euclidea
perfettamente coerente. Partendo dal quadrilatero del "Saccheri",
avente due lati uguali (AD = CD) ed entrambi perpendicolari alla base
(AB), si chiedeva che angoli fossero gli altri due angoli superiori del
quadrilatero. Le ipotesi avanzabili erano: 1) angolo ottuso, 2) angolo
acuto, 3) angolo retto; egli dimostra che le prime due conducono a
soluzioni assurde, ritenendo di aver dimostrato l’ipotesi 2 con un
ragionamento indiretto come conseguenza necessaria dei postulati di
Euclide diversi dal postulato delle parallele, ma avendoi, realtà
costruito la prima delle geometrie non-euclidee .
Se
nelle scienze logico-formali (e nella loto applicazione ai processi
dimostrativi delle scienze empiriche) la reductio ad absurdum è
spesso un abile gioco di intelligenza che spesso si scontra con una
Natura che pare divertirsi a rovesciare i nostri schemi mentali,
nell’ambito delle scienze umane (medicina compresa) l’austero processo
logico si trasforma in un processo ideologico che non tende a
denunciare un asserto come falso, ma un assertore come folle. Si
ravvisi il famosissimo caso del dott. I.Ph.Sommelweiss, il quale - dopo
aver subito ogni sorta di angherie (dalla perdita del posto di lavoro
fino all’internamento in manicomio) per aver sostenuto la "realtà della
infezione batterica" - si procurò , a scopo macabramente dimostrativo,
una setticemia mortale ferendosi con un bisturi affondanto nelle carni
di un cadavere. E anche dopo la morte si sostenne che da giovane,
avesse contratto la sifilide, che lo portò alla malattia mentale e al
suicidio, ma nel 1965 una ricognizione paleopatologica, a un secolo
dalla morte, non trovò alcun segno della malattia. Oppure si vedano,
perchè non mi si dica che i nemici di Sommelweiss erano dei mediocri
professori universitari, gli esempi di Robert Koch che quando poté
dimostrare che dei topi infettati con dei bacilli sviluppassero il
carbonchio non fu capito e quando dimostrò di aver scoperto il bacillo
della tubercolosi il grande Rudolph Virchow si alzò dalla sedia e se ne
andò, seguito dai presenti, trattandolo da pazzo o Louis Pasteur che
venne attaccato pesatemete da Justus Liebig sul fatta che i
microrganismi avessero un qualunque ruolo nei processi fermentativi e
dalla intera comunità scientifica quando sostenne che i batteri erano
la vera causa delle malattie infettive.
Nulla
viene considerato dalla medicina ufficiale più assurdo delle conoscenze
e delle tecniche delle medicine popolari: dall’ayurvedica alla medicina
tradizionale cinese, dall’omeopatia alla pranoterapia,
dall’etnofarmacologia alla zoo-fito-mineraloterapia ... L’interesse che
oggi le scienze medico-biologiche mostrano verso teoresi e tecniche di
"cura" del fisico e del mentale diverse, se non addirittura "altre",
rispetto a quelle sviluppate dalla medicina ufficiale dell’Occidente, è
testimoniata non solo dalla recente attenzione che discipline come
l’etnomedicina e l’antropologia medica manifestano nei riguardi di
medicine "aliene", ma anche dal sempre maggior impegno profuso da
numerosi ricercatori per comprendere i diversi aspetti teorici e
pratici delle medicine tradizionali, Il termine "tradizionale" implica
sempre il concetto di trasmissione di conoscenze teoriche e tecniche da
una generazione all’altra, in termini di una vera e propria eredità
culturale. Ciò comporta una civiltà fornita del senso della storia e,
di conseguenza, con una precisa idea del concetto di "progresso". Il
concetto di progresso è una delle nozioni più dense di significato, di
implicazioni profonde e di suggestioni che l'uomo abbia coniato. Esso
comporta una precisa concezione della storia o meglio una chiara
definizione del posto che l'uomo ha nel processo del divenire del
mondo. Tale concezione deve essere sia descrittiva che normativa,
comporta tanto una teorizzazione storica che filosofica. Essa implica
che siano elaborate precise nozioni circa il progresso della
conoscenza, i suoi usi, le sue possibilità, il suo valore e le sue
fonti. Ma dato che la conoscenza, pur presentandosi con un
incontestabile valore noetico, può avere esiti pratici (le tecniche), è
automatico porsi le stesse domande anche per le tecniche, aggiungendo
tutta una serie di problematiche conseguenti di genere etico e sociale
che possono portare a questioni circa il progresso o il regresso della
felicità, del benessere sociale, del potere politico e della virtù. Non
va dimenticato che tale concetto implica che sia messo in chiaro qual è
la direzione desiderabile per poter parlare di progresso e non di
regresso, di stasi o di deviazioni. Sono, inoltre, richiesti giudizi di
valore d'ordine deontologico e etico, su ciò che dovrebbe essere e su
ciò che si deve fare in rapporto a se stessi, ai propri simili, alla
natura e a Dio. In questa prospettiva le "medicine tradizionali", sono
parte di quella specifica eredità culturale caratteristica di civiltà
fornite di memoria storica e di tecniche storiografiche Con il termine
"cura" intendiamo oggi non solo le terapie (intese come rimedio
specifico o sintomatologico ad uno stato morboso) siano esse
farmacologiche o/e chirurgiche, ma anche tutte quelle tecniche di
conservazione e/o ricostituzione della salute che fanno riferimento
all’equilibrio dinamico fra il corpo e la mente. Fanno parte di questo
ambito anche "cure" quali ad esempio le varie ginnastiche, i massaggi,
le diete, le tecniche di rilassamento, differenti forme di psicoterapia
e di fisioterapia ...., oltre, naturalmente, le diverse "medicine
altre" tradizionali o di interesse etno-antropologico .
La
stessa storia della medicina, ha smesso ormai da tempo la celebrazione
eurocentrica dei medici e delle loro scoperte, ed ha iniziato a
costruire una vera e propria storia della salute e delle malattie,
nella precisa consapevolezza che il conoscere sempre meglio la propria
storia è anche per la scienza medica un fatto vitale di
autocomprensione e di crescita. Ciò è ricavabile da una serie di
semplici riflessioni. In primo luogo si tratta di riconoscere che la
scienza è un fatto storico e che di conseguenza può diventare oggetto
di conoscenza storiografica. Ammesso questo se ne ricava che l'attuale
quadro teorico di una determinata scienza è il risultato dello sviluppo
storico di quella scienza e che di conseguenza farne la storia
significa capire attraverso quali passi essa è pervenuta ad essere
quello che attualmente è. Il che detto in altre parole significa
affermare che il fare storia della scienza non è un che di puramente
accessorio al fare scienza; basti pensare al fatto che le grandi svolte
concettuali che hanno permesso il progresso del sapere non solo non
possono essere comprese al di fuori della storia della cultura, ma sono
proprio avvenute ogniqualvolta la scienza si è resa consapevole delle
sue radici e delle proprie vicende storiche. Questo rendersi conto
della propria storia rappresenta per ogni scienza un momento
insostituibile di autocomprensione e crescita. Inizialmente di
autocomprensione perché quando si fa una scienza è essenziale conoscere
che cosa essa è e questo essere attualmente è diretta conseguenza di
quel che è stato: dalle motivazioni e strutture teoretiche e pratiche
che ne hanno retto la genesi, attraverso i suoi declini e crescite,
errori e scoperte, congetture, ipotesi, lezioni, confutazioni,
spiegazioni, verifiche ecc... fino allo stato attuale il quale però non
è stato finale, definitiva conclusione della ricerca, ma momento
sincronico in cui ancora esistono questioni aperte, problemi
metodologici ed epistemologici irrisolti, conflitti interpretativi,
ecc... i quali rimandano ad ulteriori sviluppi diacronici. In vista di
questo divenire la prospezione storica diventa uno strumento
insostituibile oltre che di autocomprensione anche di crescita della
scienza. Il riconoscimento della contingenza delle categorie
scientifiche induce lo scienziato ad una costante vigilanza
epistemologica nei confronti della propria disciplina e lo costringe ad
assumere un atteggiamento mentale di feconda critica e quindi ad
inserirsi in quella tipica dimensione di equilibrio dinamico nei
confronti dell'informazione (condizione essenziale della sopravvivenza
stessa della cultura).
In
questa prospettiva la storia della medicina si trova di fronte a
tradizioni medico-terapeutiche, costituite non da una pura e semplice
collezione di notizie bensì da un complesso universo, omogeneo e
coerente, di conoscenze sull’universo della cura della salute e delle
malattie, estrinsecate solitamente in raccolte di ricette e
prescrizioni operative. Tutto ciò costituisce un corpus (o anche più
d’uno per una stessa cultura) in cui sono raccolte diverse "storie
mediche" presentate nel loro intero sviluppo, la classificazione degli
eventi morbosi, i sintomi, il decorso, la risoluzione del morbo,
l’escogitazione di ipotesi per dar ragione dei vari accadimenti,
l’individuazione e l’attuazione di tecniche e di rimedi ... o in buona
sostanza di una teoria e di una pratica di cura della salute e della
malattia. Molto frequentemente l’empirismo dei praticoni si è confuso
con la scienza e i rituali magici e stregonici si sono mescolati con le
tecniche chirurgiche e/o farmacologiche creando un intrico di
sovrapposizioni che, anche dopo i salutari riordini epistemologici, ha
lasciato parecchi indesiderabili sedimenti. Il continuo proliferare di
medicine "esoteriche" o "mistiche", con le conseguenti pratiche
terapeutiche "singolari", ha nella maggior parte dei casi generato
disordine, ma ha anche avuto l’inconsapevole merito di evidenziare
guarigioni inspiegabili o meglio, degli esiti dell’evento morboso
palesemente assurdi. E’ proprio a partire da queste assurdità che
nascono le "discipline di frontiera": "Lo scienziato non è l’uomo -
scrive Claude Lévi-Strauss nel Il crudo e il cotto - che
fornisce le vere risposte; è quello che pone le vere domande".
Le
discipline di "confine" o di "frontiera" stanno facendo passi da
gigante sulla strada della spiegazione delle tecniche di cura e di
guarigione, nelle medicine sia popolari che tradizionali. Si vanno
aprendo interessanti spazi di ricerca anche in quei campi che da sempre
sono stati rifiutati o quantomeno guardati con sospetto dalla medicina
ufficiale, primo fra tutte la pranoterapia che è stata la prima ad
essere messa sul banco degli accusati, e per quanto abbia mutato il
nome in bioterapia, è professata da una tal quantità di occultisti,
maghi, veggenti, cartomanti, astrologi, senza un titolo di studio
apprezzabile o laureati in università inesistenti, con una serie di
strumenti di lavoro come il pendolino, le carte, l’oroscopo, le
piramidi, la magia simpatetica, la rabdomanzia medica, la chirurgia
psichica ... che, ora come ora, hanno completamente intossicato
l’ambiente, per quanto alcuni seri studiosi (veramente pochi per la
verità).Questa è stata seguita dalla omeopatia, e comunque, a ruota da
altre discipline, più o meno fortemente indiziate di "paranormale".
Diversamente
il "miracolo" religioso, accettato dalla scienza ufficiale per mera
convenienza, diviene, fuor dall’ideologia religiosa dominante, "evento
paranormale" e il terrore del "paranormale" si è subito fatto accanita
persecuzione.
2. A
proposito del "paranormale"
Nell’ultimo
quarto di secolo due grandi dibattiti, apparentemente del tutto
scollegati fra loro, hanno avuto un peso non indifferente nella vita
culturale del nostro tempo: il primo riguarda il problema del mutamento
nella scienza ossia i caratteri e la struttura delle "rivoluzioni
scientifiche" ed il secondo concerne l‘ammissibilità o meno,
nell’ambito della razionalità scientifica, delle cosiddette "scienze
umane" (psicologia, sociologia, storiografia, etno-antropologia ...).
In
questa prospettiva le cosiddette discipline "del paranormale" si sono
trovate ad intersecare i percorsi di ambedue i dibattiti. Da un lato,
il costante e continuo ampliamento delle frontiere delle scienze
empiriche (in particolare lo "sconvolgimento" teorico-concettuale
conseguente la nascita della "nuova fisica") ha consentito di sostenere
che un certo novero di "fenomeni" (solitamente detti "paranormali")
avrebbero potuto trovare cittadinanza in opportuni nuovi ambiti teorici
(così com’era accaduto a quei fenomeni che, inspiegabili in termini di
meccanica classica, risultavano perfettamente modellizzabili nella
teoria della relatività e nella meccanica quantistica), dall’altro lato
la rivendicazione della "scientificità" da parte di discipline quali la
psicologia e la sociologia ha permesso di estendere la richiesta anche
a "scienze di frontiera" quale è appunto la cosiddetta "parapsicologia".
In
definitiva, l’interpretazione "soggettivistica" della fisica
contemporanea dove l’osservatore è parte essenziale ed inseparabile del
"fenomeno", l’abbandono del meccanicismo deterministico in favore di
una "visione del mondo" olistica ed organicistica e i sempre più
frequenti conferimenti di senso (nei termini delle mistiche orientali),
alla fisica subatomica, non potevano non fornire ai cultori del
"paranormale" forti suggestioni in merito all’apertura di nuove teoresi
per le loro discipline. Inoltre, il tradizionale aggancio di queste
discipline all’universo magico-esoterico e/o a quello
spiritualistico-religioso era, in gran parte, già stato abbandonato
verso la fine del XIX secolo, allorché alcuni scienziati e filosofi
positivisti o materialisti - espunto l’imbroglio e il superstizioso -
avevano intrapreso la strada della "razionalizzazione" di un universo
fenomenico che, nelle loro intenzioni, avrebbe dovuto essere spiegato
senza ricorrere né al divino miracolante né al prodigio dei maghi.
In
primo luogo supponiamo di considerare lealmente il paranormale, sia pur
da avversari, come un‘insieme di fantasticherie e di errori, ma
certamente non come una immane frode perpetrata da astuti profittatori
ai danni di sprovveduti creduloni.
Il più
tipico dei procedimenti che l’avversario leale delle discipline del
paranormale mette in atto contro di essa è quello di mostrare
l’insignificanza delle sue proposizioni. L’idea non è certo nuova e
ripercorre pedissequamente la strada introdotta dal positivismo logico
contro la metafisica. Una proposizione è detta priva di senso o quando
contiene termini che non fanno parte di una lingua, ma sono semplici
sequenze di suoni o di segni (es. il sarchiapone si ciba di
pere) oppure quando i suoi termini - pur essendo singolarmente dotati
di significato in una certa lingua - violano le norme linguistiche di
questa ( es. Socrate è un numero primo). In altre parole
l’insignificanza della proposizione è stabilita dal fatto che non è
possibile ricondurre all’esperienza il suo contenuto semantico (cfr.
nel nostro caso specifico espressioni quali "l’energia pranica ha
effetti salutari", " Tizio conosce un evento prima che
questo accada" ecc...).
La
critica popperiana al "principio di verificazione" (criterio di
discriminazione fra il significante e l’insignificante in quanto
consente di riscontrare nell’esperienza il contenuto di un asserto)
spunta definitivamente quest’arma rendendola non solo innocua, ma la
ridicolizza facendo vedere che il principio di verificazione è esso
pure non verificabile (non può essere oggetto di verifica empirica).
Nato come strumento principe dello scientismo, il principio di
verificazione non solo non riesce ad espungere dall’ambito della
"razionalità" le "razionalità altre", ma condanna la stessa
"razionalità scientifica" a privarsi di tutte quelle sue
importantissime proposizioni che vanno sotto il nome di "leggi". La
proposta popperiana di adottare il principio di falsificazione
(l’esperienza non può verificare una proposizione universale per quanti
esempi adduca a suo sostegno, mentre basta un solo esempio contrario
per falsificarla) comporta come conseguenza il fatto che la
falsificabilità possa rappresentare il criterio di demarcazione fra le
teorie scientifiche (le sole falsificabili dall’osservazione empirica)
e le "teorie non scientifiche (le razionalità altre) sicché tale
demarcazione :" ... deve essere tracciata attraverso il cuore stesso
della regione del senso, con teorie dotate di significato da ambo i
lati della linea divisoria, piuttosto che fra la regione del senso e
quella del non-senso". Inoltre, parlando del "terzo mondo popperiano",
J. Cohen afferma: "La dottrina di Popper non pone limiti al livello di
conoscenza minima che un uomo deve avere nel campo di indagine di cui
si occupano le sue congetture o al livello minimo di pubblicità che
egli deve dare a tali congetture o al livello minimo di serietà con cui
esse devono essere considerate da altri perché queste possano entrare
nel mondo della conoscenza oggettiva ... e non richiede neppure che le
congetture di un individuo che devono entrare in questo mondo debbano
avere un particolare livello o tipo di rapporto con problemi che già
esistono nel mondo della conoscenza oggettiva ... " il che significa
dare asilo e diritto di cittadinanza nel mondo della conoscenza
oggettiva non solo allo straordinario, all’insolito, all’inconsueto, ma
anche al "paranormale". Che poi l’atteggiamento corretto non stia nella
cautela nell’evitare "errori", ma nella spietatezza nell’eliminarli è
un qualcosa di irrinunciabile ed essenziale, ma successivo.
In
secondo luogo prendiamo la definizione di parapsicologia data da J. B.
Rhine, docente alla Duke University, noto come uno dei padri fondatori
della disciplina: "Parapsychology deals with experiences and behavior
that fail to show regular relationships with time-space-mass and other
criteria of physical lawfulnes." In altre parole, la parapsicologia
tratta con eventi (esperienze e comportamenti) che non possono essere
inquadrati nell’attuale stadio della scienza "normale" ("che falliscono
nel mostrare dei regolari rapporti con spazio-tempa-massa e altri
criteri di legittimità fisica"), ma che potrebbero, qualora si
escogitasse un diverso quadro concettuale, entrare in un nuovo e
differente ambito teorico.
Secondo
Popper un problema da avvio ad una teoria provvisoria e l’analisi
critica di questa genera un’altra serie di problemi ossia il fluire
storico della conoscenza è, da un lato (aspetto diacronico), il
continuo passaggio da un problema ad un altro, mentre dall’altro
(aspetto sincronico) è una "situazione di fatto" che, per usare le
stesse parole di Karl Popper, "...contiene teorie oggettive, vere o
false, utili o inutili". Questo "terzo mondo di conoscenza oggettiva"
(il quale non si identifica né con lo spirito né con la materia) è un
prodotto dell’animale umano al cui sviluppo tutti noi contribuiamo,
esso contiene congetture, ipotesi, teorie, problemi, discussioni,
argomenti critici, esperimenti, valutazioni di esperimenti, ma anche
teorie erronee, ragionamenti sbagliati, imbrogli intenzionali e
illusioni. Tutto ciò, il vero, il falso, l’illusorio, l’erroneo, il
dimostrato, il confutato, il congetturato ecc.., contribuisce allo
sviluppo della conoscenza. La questione diventa, quindi, quella del
rapporto fra le norme di valutazione razionali che vengono applicate ad
una teoria scientifica ed il proteiforme e metamorfico processo di
cambiamento entro cui si generano problemi, criteri, dati costantemente
mutevoli nel reale sviluppo della scienza.In altre parole la
costruzione di una teoria del progresso scientifico in cui cooperano da
un lato il processo diacronico del mutamento (compresa la contingenza
delle categorie critiche) e dall’altro quello sincronico delle norme
oggettive di valutazione razionale di una teoria scientifica.
Il
"dibattito" fra Popper e Kuhn, nel quale si inserirono anche Feyerebend
e Lakatos, è così sintetizzato da quest’ultimo: "... mentre per Popper
la scienza è rivoluzione permanente e l’atteggiamento critico è il
cuore dell’impresa scientifica, per Kuhn la rivoluzione è eccezionale
e, anzi, extrascientifica, e la critica, in tempi normali è anatema [
...] Per Popper il mutamento scientifico è razionale o per lo meno
razionalmente ricostruibile e ricade nell’ambito della logica della
scoperta. Per Kuhn il mutamento scientifico - da un paradigma ad un
altro - è una conversione mistica che non è, e non può essere governata
da regole razionali e che ricade totalmente nell’ambito della
psicologia sociale della scoperta."3
Per
secoli la scienza ha significato conoscenza dimostrata, o mediante
ragione o mediante l’evidenza sensibile, tanto che la comunità
"scientifica" si è sempre astenuta dal formulare asserti "non
dimostrati" e si è anche minimizzata la lacuna fra speculazione e
conoscenza stabilita. Seppur le facoltà probanti della ragione e dei
sensi erano sempre state messe in questione dagli scettici, i filosofi
prima e gli scienziati poi hanno costantemente costruito delle
"immagini del mondo" considerate come "vere". La rivoluzione galileana
era sfociata nella nascita della scienza moderna e la fisica
newtoniana, ampiamente confermata dalle osservazioni empiriche, si era
imposta come descrizione "vera" della realtà fisica. Ma i risultati di
Einstein ribaltarono nuovamente la situazione tanto che lo stesso
Popper s’era trovato, dopo aver analizzato le rivoluzioni scientifiche,
a dover affermare che: "... nemmeno una teoria controllata con il
massimo successo, come è quella di Newton, può essere considerata più
che una ipotesi, una approssimazione alla verità"4.
Le
rivoluzioni scientifiche sono per Kuhn: "...quegli episodi di sviluppo
non cumulativi, nei quali un vecchio paradigma è sostituito
completamente o in parte da uno nuovo e incompatibile con quello ...
[ed allora] ... gli scienziati non possono non vedere in maniera
diversa il mondo in cui sono impegnate le loro ricerche. Nei limiti in
cui i loro rapporti con quel mondo hanno luogo attraverso ciò che essi
vedono e fanno, possiamo dire che, dopo una rivoluzione gli scienziati
reagiscono ad un mondo differente"5. In altre parole fra il
paradigma di partenza e quello di arrivo (il prima e il dopo l’evento
rivoluzionario) esiste una vera e propria incompatibilità per cui il
sistema metrico per "comprendere" razionalmente il processo della
crescita e dello sviluppo della conoscenza scientifica" sembra essere
quello della "incommensurabilità". Nonostante questo sconsolante punto
d’arrivo anche Kuhn, come Popper e Lakatos, riconosce lo sviluppo
storico della scienza è, in quanto percorso razionale, descrivibile
razionalmente e che il sapere scientifico segua una "ratio" ossia è
costruito su di un preciso impianto epistemologico e segue regole
metodologiche ben determinate.
Ben
diverso è il cosiddetto "anarchismo metodologico" di Feyerabend per
cui: "L’idea di un metodo che contenga principi fermi, immutabili ed
assolutamente vincolanti come guida nell’attività scientifica si
imbatte in difficoltà considerevoli quando vien messa a confronto con i
risultati della ricerca storica. Troviamo infatti che non c’è una
singola norma, per quanto plausibile e per quanto saldamente radicata
nell’epistemologia, che non sia stata violata in qualche circostanza
... [e quindi] ... l’unico principio che non inibisce il progresso è il
seguente: qualsiasi cosa può andar bene" 6. E ancora: "InContro
il metodo ho tentato di dimostrare che i procedimenti della scienza
non si conformano ad alcuno schema comune, che non sono razionali in
riferimento a nessun schema del genere. Gli uomini intelligenti [...]
sono opportunisti, ossia utilizzano quei mezzi mentali e materiali che,
all’interno di una determinata situazione, si rivelano i più idonei al
raggiungimento del proprio fine"7.
Per
quanto mi riguarda ho sempre sostenuto che la consapevolezza della
contingenza delle categorie scientifiche non ha significato soltanto
l'abbandono di schemi un tempo ritenuti intoccabili e definitivi,
successivamente considerati accidentali e passibili di modifica, ma ha
prodotto novità che hanno cambiato radicalmente il volto della scienza
in quanto la presa di coscienza della storicità della conoscenza
scientifica ha comportato affinamenti epistemologici capaci di agire da
fattori di costruzione e di crescita di quest’ultima, tanto che la
storiografia della scienza si candida come componente necessaria
dell’epistemologia e, di conseguenza, della pratica della scienza.
In
apertura al suo notissimo Viaggio nel mondo del paranormale, il
giornalista televisivo Piero Angela scrive: "Non è infatti sugli
errori, le illusioni o gli imbrogli che si può costruire una nuova
dimensione, qualunque essa sia: e neppure una nuova scienza". Egli ha
ragione dato che si pone in prospettiva sincronica e interpreta quel
"può" in termini di finalità, ma si tratta del più tipico dei
ragionamenti di chi vive in un eterno presente e non osa riflettere
sulla storia. Se ci si pone in prospettiva solo sincronica il
ragionamento è lapalissiano, ma la cosa si complessifica nel momento in
cui si inserisce la questione in una prospettiva diacronica, ossia se
la si tratta in termini storici.
La
consapevolezza della contingenza delle categorie scientifiche non ha
significato soltanto l'abbandono di schemi un tempo ritenuti
intoccabili e definitivi, successivamente considerati accidentali e
passibili di modifica, ma ha prodotto novità che hanno cambiato
radicalmente il volto della scienza in quanto la presa di coscienza
della storicità della conoscenza scientifica ha comportato affinamenti
epistemologici capaci di agire da fattori di costruzione e di crescita
di quest’ultima, tanto che la storiografia della scienza si candida
come componente necessaria dell’epistemologia e, di conseguenza, della
pratica della scienza. L’universo storico è il luogo privilegiato per
riconoscere la contingenza di struttura delle diverse scienze e per
rendersi conto che le varie scelte effettuate (o abbandono di ciò che
non s’è scelto) sono esse pure fatti storicamente contingenti. In
questo senso " ... il cammino della scienza è - come giustamente recita
un noto aforisma popperiano - lastricato di prospettive abbandonate
che, un tempo, si consideravano adeguate", ma nulla vieta che si possa
tornare a recuperarle in quanto, per varie ragioni, si potrebbero di
nuovo rivelare feconde oppure potrebbero indicare le condizioni di
ripercorribilità di strade desuete. Il vero problema diventa allora
quello del reperimento di criteri di demarcazione fra ciò che è
razionale e ciò che non lo è. In altre parole un conto è muoversi sul
piano delle "razionalità" (che ovviamente comprende anche tutte le
"razionalità altre da ...") ed un altro è uscire da tale piano. Allora
gli "errori" e le "illusioni" (è evidente che non si prendono in
considerazione gli imbrogli intenzionali) potrebbero giocare un ruolo
dialettico nell’evoluzione della conoscenza scientifica. La storia
della scienza è costellata di errori, illusioni, imbrogli, verità in
anticipo e anticipi di verità, gli scienziati sono esseri umani che
hanno sbagliato, barato e si sono illusi, hanno sacrificato la verità
ad ideologie e ad interessi personali, ma spesse volta hanno anche
pagato di persona e si sono sacrificati per testimoniare le loro idee
contro la violenza della scienza "normale" e contro la prepotenza dei
"signori della verità", alcuni hanno perso la vita, altri son finiti in
manicomio, molti più semplicemente sono stati estromessi dalle
"accademie".
Il
cammino della conoscenza può aver avuto, quindi, momenti progressivi e
momenti regressivi, flussi, riflussi e ristagni, luci ed ombre, ma
neppure la terribile intolleranza che spesso ha avuto origine
all’interno della comunità scientifica è mai riuscita ad arrestarne la
crescita. E’ sempre stato lo scienziato "normale", di cui Popper dice
che ce ne dobbiamo rincrescere perché male istruito, vittima
dell’indottrinamento e imbevuto di spirito dogmatico, l’inossidabile
assertore del "ragionamento sperimentale", il fanatico adoratore dei
fatti (ignaro che la scienza ha a che fare con i dati), l’amante dei
rigidi schemi esplicativi (che vorrebbe costringere l’intenzionalità
dell’agire umano entro un rigido determinismo), l’avido collezionista
di certezze e il pavido posseduto dal panico dell’errore. "Il panico
dell'errore - scriveva Alfred North Whitehead nei Dialoghi - è
la morte del progresso)
Ne
valga un solo esempio: Glanvill, filosofo ufficiale della Royal
Society, considerava la scoperta delle streghe e dei loro malefici
poteri, il paradigma del ragionamento sperimentale in quanto, in quello
specifico caso, i fatti sostenevano in modo ineccepibile la teoria (la
congiura demoniaca).
Nello
stesso periodo Isaac Newton dichiarava, in perfetta buon a fede, il suo
Hypotesis non fingo: "In verità non sono
ancora riuscito a dedurre dai fenomeni la ragione di queste proprietà
della gravità, e non invento ipotesi. Qualunque cosa, infatti
non deducibile dai fenomeni va chiamata ipotesi; e nella filosofia
sperimentale non trovano posto le ipotesi sia metafisiche, che fisiche,
sia delle qualità occulte, sia meccaniche". Qualunque scienziato ben sa
che ogni teoria scientifica si rifà necessariamente ad ipotesi o, per
meglio dire, sa che le teorie sono costrutti logici attraverso i quali
si cerca di dedurre da certi asserti generali (le ipotesi) l’insieme
delle proposizioni che descrivono l’universo dei dati. In una nota
lettera al Carcavy, Galileo aveva già chiarito perfettamente tale
procedimento dicendo "io argomento ex suppositione" che le cose stiano
in un certo modo e, a partire da questa ipotesi "dimostro
concludentemente molti accidenti", se l’esperienza poi mi mostra che
tali accidenti si verificano in natura dico che "le mie dimostrazioni
fabbricate sopra la mia suppositione" non solo sono matematicamente
corrette, ma anche fisicamente vere Sia come sia, Isaac Newton viola il
proprio credo epistemologico allorché ha bisogno di un punto di
partenza: "Mi sembra probabile che Dio al principio abbia creato la
materia sotto forma di particelle solide, compatte, dure, impermeabili
e mobili [...] da non poter mai consumarsi o infrangersi: nessuna forza
comune essendo in grado di dividere ciò che Dio, al momento della
creazione, ha fatto uno". In ogni caso, ad uno scienziato onesto non
era permesso fare congetture ed ogni frase che pronunciava doveva
essere dimostrata dai fatti, pena il cadere nella pseudoscienza e
nell’eresia, tanto che Laplace portò il meccanicismo newtoniano alle
sue conseguenze estreme: la dimostrazione matematica che l’universo è
una gigantesca macchina regolata da un rigoroso determinismo interno.
Si narra, al riguardo, che Napoleone, domandatogli perché mai nel
gigantesco Traité de la méchanique céleste non si facesse
alcun accenno al Creatore, si sentì rispondere dal grande matematico:
"Non ho avuto bisogno di quest‘ipotesi".
Quasi
al sorgere del nuovo secolo, quando ormai l’elettromagnetismo e la
meccanica statistica, già stavano mostrando l’inadeguatezza del "credo
meccanicistico", Lord Kelvin, il massimo esponente della scienza
ufficiale ortodossa, sosteneva che senza un modello meccanico
dell’oggetto di studio [la teoria elettromagnetica della luce] non vi
sarebbe stata alcuna possibilità di comprensione, data la palese
assurdità di un ambito fenomenico resistente alla spiegazione
meccanicista.
Certo
la paura dell’assurdo si fece via via più corposa nel corso dei primi
decenni del nostro secolo, tanto che W. Heisemberg ricorda come dopo il
lavoro con N. Bohr (che già in una lezione del 1913 aveva espresso la
speranza che forse un giorno, accentuandosi il distacco dalla fisica
classica, sarebbe stato possibile stabilire una certa coerenza nelle
nuove idee) si ritirava in solitudine a chiedersi continuamente: " ...
è possibile che la natura sia così assurda come ci apparsa durante
questi esperimenti atomici".
Allo
stesso modo Albert Einstein si disperava dicendo: "Tutti i miei
tentativi di adattare i fondamenti teorici della fisica a queste
acquisizioni fallirono completamente. Era come se non ci fosse mancata
la terra sotto i piedi, e non si vedesse da nessuna parte un punto
fermo su cui costruire" , mentre Bohr era amareggiato del fatto che :"
... la rinuncia all’intuitività e alla connessione causale, cui siamo
costretti dalla descrizione dei fenomeni atomici, può ben essere
considerata come il fallimento delle speranze che avevano costituito il
nostro punto di partenza" ; e ancora R. Oppenheimer: " ... alla domanda
se la posizione dell’elettrone resti sempre la stessa dobbiamo
rispondere ‘no’; alla domanda se la posizione dell’elettrone cambi con
il passare del tempo, dobbiamo rispondere ‘no’; alla domanda se esso
sia fermo dobbiamo rispondere ‘no’; alla domanda se esso sia in
movimento dobbiamo rispondere ‘no’ "
Ma ai
seguaci del "ragionamento sperimentale" l’esperienza (storica in questo
caso) non ha insegnato nulla e, ancora una volta, continuano ad
attaccare le pseudoscienze eretiche non in nome del fatto che esse non
afferiscono, né de facto né de jure, al modello della razionalità
scientifica, ma solo in ragione di una ostinata resistenza alla logica
elementare che fa loro rifiutare tutto ciò che risulterebbe assurdo
all’interno del paradigma della scienza ufficiale. A costoro ben
s’adatterebbe un noto motto di spirito di Prudhomme. "Per fortuna gli
spinaci non mi piacciono, perchè se mi piacessero li mangerei e se li
mangiassi starei male, dato che proprio non li posso soffrire".
3 -
Impostazione epistemologica della questione
Vediamo
allora di cambiare prospettiva ed ad iniziare a ragionare in termini
epistemologicamente adeguati. Solo così potremo sperare di prendere in
esame, in modo non emozionale e isterico, le cosiddette "discipline del
paranormale". Quale può mai essere la vera domanda, che secondo Claude
Levy Strauss, qualifica lo scienziato?
Prima
di disquisire a livello di logo apofantico (sulla verità o la falsità
di quel che si afferma) è buona regola, o per meglio dire, è la
conditio sine qua non per poter iniziare qualunque discorso, quella di
trovare l'accordo a livello di logo semantico (sul significato dei
termini che si utilizzano). Se questo vale a livello di una qualsiasi
disciplina a maggior ragione deve valere in un ambito, quello
parapsicologico, che la comunità scientifica nel migliore dei casi
reputa "sub judice" vuoi per commistioni di linguaggi
"magico-esoterici" vuoi per proliferazione di lessici
pseudo-scientifici, spesso costruiti solo per riduzionismo
terminologico dal dizionario della fisica, della biologia o della
psicologia.
Nella
prospettiva dell'accordo semantico una qualunque teoria che volesse
prima trattare e, quindi, fungere, per così dire, da "ombrello
epistemologico" al campo della conoscenza dei "fenomeni paranormali"
deve innanzittutto chiarire il significato dei termini che utilizza
all'interno del proprio linguaggio ossia entro le formulazioni del
proprio sapere.
E' noto
che, almeno in prima e minimale istanza, una teoria può essere definita
come "un linguaggio che parla di un universo di oggetti", non solo
nominandoli come tali, ma trattandoli in rapporto al fascio di loro
proprietà e relazioni che ne costituiscono il portato conoscitivo. Non
è necessario, anzi è scorretto, che ci si impegni subito circa la
"natura" o "il tipo di esistenza" di questi oggetti quanto piuttosto
che ci si preoccupi di esibire linguisticamente il sussistere di un
sistema di oggetti forniti di loro proprietà e relazioni specifiche.
L'ottica, ad esempio, è stata costruita senza minimamente preoccuparsi
di definire che cosa è la luce, così come la teoria elettromagnetica o
l'elettrologia non hanno dovuto necessariamente risolvere il problema
del tipo di esistenza del "campo" o dell' "elettrone". Al contrario che
per la fisica dove nessuno si chiede quale tipo di esistenza abbia
l'atomo in se, ma quale modello dell'atomo sia il più adeguato a dar
ragione del campo dei fenomeni osservati, nella disputa circa il
paranormale succede esattamente il contrario: in primo luogo viene
richiesto di dichiarare la "natura" del fenomeno, che cosa esattamente
sia e che tipo di esistenza abbia, in seguito (come se fosse possibile
un seguito ) si chiede di darne una spiegazione. Questo è anche
adombrato a livello di discorso corrente quando ci si chiede se si
crede o meno ai fenomeni paranormali, mentre si attestano o non si
attestano i fenomeni "normali". E' evidente che il "credere" comporta
un atto di fede circa l'esistere di una realtà ontologicamente definita
e non una semplice rilevazione empirica la quale attesta il puro
sussistere del fenomeno. L'atto di fede implica già l'essere andati
oltre la teoria, prima ancora di averla costruita, avendo presupposto
il fenomeno come il portatore di una particolare realtà.
Questo
è il primo e preliminare tranello teso ad una disciplina cui viene
richiesto di suicidarsi ancor prima di essere nata. Sarebbe come se
fosse impedito ad un matematico di continuare il suo discorso qualora
non avesse dichiarato preliminarmente e in modo esplicito la "natura"
di entità quali i numeri naturali, complessi o irrazionali o a un
fisico che non affermasse una sua fede circa ciò veramente che sta
dietro ad una traccia rilevata in una camera a bolle.
Ma
anche qualora si concedesse che la parapsicologia fosse in grado di
costruire una teoria dei "fenomeni paranormali" senza doversi subito
impegnare a dichiarare a quale tipo di realtà essi corrispondono, le si
permetterebbe solo di stilare un elenco visto che risulterebbe
estremamente complicato consentirle di andare oltre all'uso dei termini
soggettivi. Dato che la parapsicologia si occupa espressamente di
oggetti non inquadrati ne inquadrabili entro la "scienza ortodossa" in
ragione del fatto che esibiscono proprietà e relazioni "fuori dal
normale", questo fa si che mentre noi tutti siamo d'accordo ad
ammettere che esistono molti più oggetti di quelli che conosciamo, non
siamo assolutamente disposti a cedere sul fatto che le proprietà e le
relazioni siano quelle e solo quelle che usualmente utilizziamo. Ad
esempio: "fondere", "liquefare", "incenerire", "solidificare", "passare
allo stato gassoso", e così via, sono tutti predicati usuali per
indicare gli stati della materia, mentre "smaterializzare" viene usato
in senso denotativo dalla parapsicologia e solo in senso metaforico a
livello di linguaggio ordinario. Analogamente "conoscere un evento
prima del suo accadere" è un predicato "non-normale", mentre" prevedere
sulle basi di quanto è già accaduto" è "normale". Più in generale sono
fuori dalla norma linguistica espressioni quali: "acquisire
informazione prescindendo dai sensi", "influire sulla statica o
dinamica di un oggetto senza l'applicazione di una forza", "ottenere un
effetto prima della realizzazione della sua causa" Tutti questi
predicati (proprietà o relazioni) fuoriescono dalla normalità della
lingua e quindi se utilizzati danno adito a proposizioni esprimenti
"questioni devianti". Il problema è quello di vedere se queste deviano
dalla regolarità semantica del linguaggio naturale oppure sono soltanto
attualmente devianti, ma in futuro potrebbero divenire regolari. Per
esempio la domanda "Come possono le macchine sapere di avere un
dolore?" è permanentemente deviante (dato che lo è anche per gli esseri
umani), mentre "Possono le macchine pensare?" è deviante all'attuale
fase del linguaggio, ma se lo stato delle conoscenze sugli automi
mutasse in modo che tale asserto acquistasse un uso standard nel
linguaggio comune, allora il predicato "macchina pensante" potrebbe
divenire regolare. La questione non è quella, quindi, di vedere quale
significato hanno i termini "prevedere", "trasferire", "percepire"
ecc.. nell'attuale utilizzo linguistico ed inferirne che l'uso del
termine in un contesto "parapsicologico" da adito ad espressioni
devianti, ma semmai vedere se quel significato è univoco e non potrà
mai essere cambiato. O per meglio dire si tratta di vedere se è
costruibile un modello in cui ha senso usare termini quali
"preveggenza", "telepatia", "psicocìnesi" quali analoghi (non omonimi
ne equivoci ) di "prevedere", "percepire", "trasferire" in modo tale
che le proposizioni che le contengono possano essere dette vere o false
in relazione al modello.
Una
certa sequenza di segni diventa una proposizione se e solo se riusciamo
a fornirle un adeguato modello di interpretazione, ossia un opportuno
universo di oggetti su cui interpretarla. Il problema primario diventa
quello della costruzione dell' universo di oggetti della teoria, solo
in seguito si porrà quello della spiegazione. In altre parole prima di
"dar ragione" degli eventi, o per meglio dire prima di ricavare i dati
dalle ipotesi, è necessario aver fissato l'universo d'oggetti circa i
quali vengono formulate le espressioni che ne parlano.
Ora nel
nostro caso la costruzione dell'universo d'oggetti della teoria passa
attraverso la trasformazione in dati dei cosiddetti fenomeni
paranormali. E’ evidente, quindi, che prima di vedere se e come sia
possibile garantire l'oggettività e il rigore scientifico a tale
disciplina, è necessario chiarire la nozione stessa di "paranormale".
Quando
si afferma che un oggetto, una situazione, una persona, un
comportamento non sono normali si allude, più o meno inconsapevolmente,
al fatto che non sono come dovrebbero essere (norma prescrittiva) e non
al come debbono essere (norma costitutiva). Nella prima prospettiva il
dover essere comporta l'adeguazione ad una prescrizione che violata
porta alla a-normalità ipso facto, mentre nella seconda la rottura di
leggi o norme costitutive comporta l'insorgenza di una diversità., o se
si vuole di una "normalità diversa" In altre parole un sistema di
regole prescrittive non deve essere violato anche se può esserlo,
mentre il sistema delle regole costitutive non può essere derogato. Nel
primo caso la deroga dalla norma produce l'anormalità in quanto il
prescrittivo coincide con il costitutivo dato che l'unico scopo e
ragion d'essere del sistema è l'osservanza delle prescrizioni, nel
secondo caso, in cui il prescrittivo è il prodotto del costitutivo, il
non rispetto della norma comporta o l'assoluta impossibilità ad operare
verso l'obiettivo oppure la costruzione di un nuovo e diverso insieme
di regole atte a raggiungere un diverso scopo. Le leggi naturali sono
tipiche regole costitutive e quindi non possono essere violate (cosa
che i Greci sapevano benissimo per aver elaborato la dialettica
"ybris-ftonos ") in quanto, all'interno del contesto per cui valgono,
sono inderogabili, pena il paradosso di voler utilizzare le stesse
norme che costituiscono il sistema per costruirne uno contrario.
E'
evidente che all'interno di un altro contesto si avrà un sistema
differente costituito da norme diverse. Usando una terminologia a noi
più consueta diremo che su due differenti modelli della realtà le
proposizioni che descrivono gli eventi hanno diversa interpretazione e
quindi non sono più o meno vere, sono semplicemente diverse. Le leggi
della meccanica razionale non sono contraddette da quelle della
meccanica quantistica così come la geometria di Riemann non contraddice
quella euclidea o quella iperbolica. I fenomeni che hanno provocato e
consentito la nascita della meccanica quantistica non sono "anormali",
ma semplicemente non assimilabili all'universo teorico della meccanica
razionale. Allo stesso modo esistono tutta una serie di fenomeni
astrofisici "non-normali" per l'astronomia newtoniana, che invece
stanno perfettamente a loro agio nella metereologia cosmica.
Si
tratta ora di chiedersi se "il mondo del paranormale" vada escluso
dalla normalità "scientifica" in nome di preclusioni "ideologiche"
quali sono quelle legate alle convenzioni meramente prescrittive oppure
debba essere ricusato in nome di una "anormalità" epistemologica che lo
porterebbe di diritto e di fatto fuori da qualunque sistema di norme
costitutive adatto alla costruzione di una teoria scientifica. In altre
parole è la "scienza ortodossa" che bolla come eretico tutto ciò che
non opera secondo le prescrizioni di uno statuto convenzionato oppure
si è nel caso di una disciplina che non può costituire un proprio
universo di oggetti perché, appunto, non ha oggetti da esibire in
quanto non è in grado di mostrare operativamente i suoi specifici
strumenti di oggettivazione? In definitiva la nostra domanda è la
seguente: la disciplina del paranormale può costruirsi sul paradigma
della razionalità scientifica oppure esso fa parte di un ambito di
"razionalità altra"?
Questa
è la "vera domanda" che gli avversari e i difensori della
parapsicologia dovranno esigere che sia soddisfatta. In caso contrario
l’attuale disputa continuerà ad essere condotta per anatemi e
scomuniche, strumenti propri più alle ideologie inquisitorie che alle
metodologie scientifiche, oppure siamo all’insulsa posizione
stigmatizzata da Karl Kraus: "Nei casi dubbi si decida per il giusto".
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