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Kunh:
la tartaruga e la farfalla
Un
approccio Umanistico e Scientifico alle scienze altre
Pierpaolo
Pracca
Antropologo
Parole
chiave:
Commensurabile - conoscenza - consensuale - energia - realtà
incommensurabile - interpretazione - oggettività -
soggettività
La
Tartaruga e la Farfalla
C'è
sempre un momento in cui,
non essendo stata ridotta in concetti
la conoscenza di certi fatti e non
essendo questi ultimi neppure raggruppati organicamente,
si vuole piantare su di essi un segnale di ignoranza con
la scritta : "vari".
E' proprio qui che bisogna penetrare.
E' qui che ci sono esattamente delle verità da scoprire.
(Marcel Mauss, Teoria generale della magia)
Il
mio intervento prende spunto da una storiella, che mi è
sembrata esemplare per il tema che voglio proporre. Essa
suscita domande, almeno così mi auguro, sulle diverse
modalità di leggere il complesso libro dell'esistenza
fenomenica e sulla commensurabilità o incommensurabilità
delle diverse griglie concettuali con le quali interpretiamo
il mondo. Nel dialogo seguente è contenuto in forma poetica
uno dei problemi più spinosi della epistemologia
contemporanea e cioè la difficoltà di integrare diversi
modelli di indagine trovando la strada per tradurre i
diversi linguaggi da essi adottati, superando
l'incomunicabilità tra culture e modalità concettuali fra
loro diverse. Il messaggio che delicatamente, con la
dolcezza e il ritmo della fiaba, viene trasmesso risulta
essere che qualsiasi modello interpretativo della realtà
noi adottiamo è parziale e quindi bisognoso di essere
integrato e confrontato con altri.
Il comprendere non può prescindere da questa
apertura iniziale e da questo postulato di partenza secondo
il quale è preferibile guardare un oggetto da più
prospettive sforzandoci di capire che il significato che
attribuiamo al mondo a qualche parallelo di distanza dal
nostro può essere un poco diverso.
-Ed
era bello esserci..
Essere per respirare, per volare nel cielo così azzurro,
per posarsi sui fiori dal profumo e dai colori inebrianti,
per godere della luce dorata che pioveva dal sole, sempre
alto nel cielo. Essere per incrociarsi e fermarsi ad
osservarsi timorosi e meravigliati con gli altri esseri che
popolano il cosmo. Tutti così diversi, eppure così uguali.
C'è chi corre nell'erba alta, chi vive nell'acqua, chi si
nasconde tra i rami degli alberi, chi come lei vola
nell'azzurro. Non esiste niente altro che l'arcano miracolo
di vivere e di provare sensazioni così belle e strane.
L'effimera, stanca di volare, si è posata su un fiore, ma
incapace di contenere la sua felicità inizia a cantare:
"Sempre esisterà l'universo terribile e meraviglioso,
sempre ci sarà l'alto sole, sempre si poserà di corolla in
corolla l'Effimera". " Illusa!" - la
interrompe d'un tratto una voce antica. La farfalla cerca
con lo sguardo l'essere che l'ha distratta dal suo canto e
vede una tartaruga affannata sotto il peso della sua casa.
Contenta dell'imprevisto, ma nello stesso tempo perplessa,
la interroga: "Perché mi hai chiamato illusa?"
"Tu credi che il sole sarà sempre alto nel cielo, che
questa terrà sarà sempre immersa nella tarda primavera,
... che tu sarai sempre!" Le parole della tartaruga
sono graffianti e fanno male. "Non sarà forse così?"
"Effimera, la tua vita è un attimo, un respiro nel
vento, un flebile desiderio, il ricordo di un sogno che
svanisce. Sei nata quando il sole era allo zenith e morirai
senza vederne il tramonto." "Cosa vuol dire
-morirai-?" "Effimera, Effimera ecco qual'è il
tuo limite e la tua forza. Ti limiti a vivere, ad assaporare
completamente le sensazioni che la vita ti offre senza
pensare al perché e al percome o a quello che verrà dopo.
Felice passi come un attimo in questo universo, lasciando
nulla dietro di te se non l'esempio della tua ingenua
incoscienza". "Ed è un male?" "Non so.
Alla fine tu morirai felice, mentre io, che ho già da molto
tempo perso il conto delle notti e delle albe me ne andrò
senza averci capito molto di tutto questo che tu trovi
meraviglioso." "Spiegami, Tartaruga, cosa sono le
albe, le notti, la morte? Voglio conoscere tutte tutte
queste cose misteriose di cui parli." "No
Effimera. Meglio per te continuare a vivere come hai fatto
finora." "Dimmi solo una cosa, ti prego!" La
Tartaruga esita a lungo poi mormora: "Se ne sarò in
grado te lo dirò." "Cos'è il tramonto?"
"Il sole non è così alto nel cielo come tu l'hai
sempre veduto. Lentamente si abbassa fino a scomparire oltre
quelle colline laggiù. Questo è il tramonto."
L'Effimera soddisfatta si allontana spiegando le ali
cullandosi in un refolo di vento. Pensa a quanto strani
siano stati i discorsi della Tartaruga quando ad un tratto,
si accorge che il sole si è abbassato nel cielo. Ora la
luce è meno dorata e l'aria è più fredda. Inquieta si
posa su un fiore e decide di scoprire se è vero quello di
cui parlava la Tartaruga. Vedrà da lì il tramonto. Gli
attimi scorrono lenti e il sole continua ad abbassarsi
impercettibilmente. Ma cos'è questa strana sensazione che
prova? La Tartaruga non gliene aveva accennato. E' come una
perdita di sensibilità. I colori e i profumi sono sfocati,
l'aria è pesante, le ali non vibrano più irrequiete, ma si
afflosciano. Davanti al sole è steso un velo nero. Pare
quasi che un diffuso malessere pervada l'intero universo.
L'ultima cosa che l'Effimera riesce a pensare è: questo
dev'essere il tramonto." Poco lontano la Tartaruga la
guarda e scuote la testa; una sola parola sulle sue labbra:
"illusa!"- Ma l'illusione della farfalla non è
forse l'illusione di ciascuno di noi che malgrado tutte le
affermazioni nei confronti di una visione aperta del mondo
continua ad essere schiavo dell'apparato teorico e culturale
nel quale vive? Il dialogo ci suggerisce che ciò che
vediamo non è la realtà, ma soltanto una nostra
interpretazione di essa. La morale si può riassumere nell'
affermazione che il mondo è un insieme di stimoli
percettivi interpretati e letti secondo una complessa
griglia i cui elementi cercherò di analizzare nel prosieguo
del mio intervento.
Le
teorie scientifiche come modelli culturali
La
nostra rappresentazione della realtà non è la realtà
stessa; i concetti, le credenze, le teorie scientifiche non
sono specchi fedeli del mondo (la mappa non è il
territorio, ma una sua rappresentazione e modellizzazione).
Come già affermava Kuhn (1962) esiste un'interazione tra la
realtà storico-sociale e i vari modelli concettuali che una
comunità di scienziati elabora partendo da postulati
indimostrabili di base accettati per convenzione.
Ma
perché una comunità scientifica si accosta ad un
determinato paradigma di pensiero piuttosto
che ad un altro?
E'
a causa della cultura. Essa apre e chiude le potenzialità
umane della conoscenza: le apre e le attualizza fornendo il
suo linguaggio, i suoi paradigmi, la sua logica, i suoi
schemi, i suoi metodi di apprendimento, di investigazione,
di verifica, ma al tempo stesso le chiude con le sue norme,
le sue regole, il suo etnocentrismo, la sua non
consapevolezza dell'essere relativa ad un determinato
contesto sociale.
Un
apparato di idee comporta inoltre, un sistema di auto-difesa
ed è contemporaneamente chiuso ed aperto: chiuso nel
senso che, come afferma Dawkins (1976), si difende e si
protegge contro le "aggressioni" esterne, aperto
nella misura in cui si nutre di conferme e verifiche
provenienti dal mondo esterno.
Ogni
sistema di idee, come appunto una teoria scientifica,
implica una sua chiusura, una sua opacità ed un suo
accecamento costituito da postulati indimostrabili. Il
nucleo determina i principi e le regole di organizzazione
delle idee, implica i criteri che legittimano la verità del
sistema selezionando i dati fondamentali sui quali
quest'ultimo si fonda. Esso determina quindi il rifiuto o
l'ignoranza di quanto contraddice la sua verità e sfugge ai
suoi criteri, eliminando ciò che in funzione dei suoi
assiomi e principii, gli sembra sprovvisto di senso o di
realtà.
Così
gli assiomi/principii delle teorie scientifiche
attuali impediscono di concepire i modelli delle scienze
"altre" come, ad esempio, l'omeopatia alla
base della quale vi è l'idea dell'azione terapeutica di una
sostanza diluita all'estremo e somministrata in dosi
infinitesimali, o come la medicina tradizionale cinese
basata sull'apparato teorico dell'equilibrio tra yin
e yang mantenuto dal flusso continuo di bioenergia
vitale.
Il
nostro etnocentrismo è evidente con l'interpretazione che,
negli ultimi anni, la medicina occidentale ha dato
dell'agopuntura considerandola cioè come una terapia
sintomatica e rifiutandone il paradigma di base (per usare
una dicitura kuhniana) basato sulla nozione di corpo
energetico. Questa chiusura si comprende in quanto la
medicina allopatica si basa su un modello bio-chimico<4
dell'uomo e coerentemente ad esso propone un insieme di
diagnosi e terapie, che risentono dell'idea che ogni
malattia abbia una causa immediata, che deve essere scoperta
mediante radiografie, interventi di chirurgia esplorativa,
biopsie. La medicina tradizionale cinese, ad esempio non si
interessa particolarmente ai rapporti causali tra eventi che
determinano una certa patologia, ma presta piuttosto
attenzione alla strutturazione sincronica di cose ed eventi,
dando forma a quel particolare pensiero che Needham (1956)
definisce correlativo, avente come base concettuale
l'idea che l'individuo sano e la società sana sono parti
integranti di un grande ordine strutturato e considera la
malattia come il risultato di una disarmonia a livello
individuale e sociale. La nozione di infermità dovuta a
mancanza di integrazione è specificatamente rilevante per
approcci che tentino di comprendere gli organismi viventi
nei termini di modelli ritmici. In quest'ottica la sincronia
diventa una misura importante della salute. I singoli
organismi interagiscono e comunicano fra loro coordinando i
loro ritmi e integrandosi quindi in quelli più ampi del
loro ambiente. Essere sani, per molti modelli di medicina
alternativa, significa essere in sincronia con se stessi e
col mondo circostante. Ma se noi occidentali disponessimo di
un modello medico, diverso dall'attuale, ad esempio energetico,
che tipo di medicina svilupperemmo? E' probabile che al pari
di altri modelli medici, basati su paradigmi, diversi dai
nostri, elaboreremmo metodi di diagnosi che non
interferirebbero con l'organismo (raggi x, prelievi,
biopsie) e terapie meno invasive rispetto a quanto siamo
abituati a concepire. Un esempio di questa diversa
concezione del corpo<5 ci proviene dalle cosiddette
medicine tradizionali o medicine dolci<6, le quali hanno
raccolto informazioni dettagliate sui cambiamenti che
possono essere osservati in un organismo senza interferire
con il paziente, cioè mutamenti nel colore degli occhi, nel
tessuto e nel colore della pelle, nel tono muscolare, nella
consistenza delle feci, nel colore dell'urina e soprattutto
da particolari stati emotivi. Nella medicina tradizionale
cinese troviamo l'analisi del polso<7 come un valido
sistema diagnostico per rilevare lievi disturbi
dell'organismo che non risultano dalle analisi scientifiche
dal momento che ciò che si va a rilevare non è una causa
immediata, ma una modificazione strutturale del processo
vitale, che non ha una causa localizzabile, ma deve essere
riferita alla circolazione delle diverse energie che si
muovono all'interno del nostro organismo.
Le
terapie di questo tipo sono fondate sull'idea dell'autoguarigione
cioè sulle capacità del paziente di dare vita
autonomamente ad un processo terapeutico. In questo contesto
l'intervento del medico si limita ad un interferenza sottile
nei confronti dell'organismo dell'ammalato. L'obiettivo
principale di ogni terapia dolce è, infatti, il ripristino
dell'equilibrio del paziente considerato in grado di
guarirsi da sé. La funzione del terapeuta, come afferma
Capra (1982) sarà quella di introdursi solo in misura
minima mantenendo un trattamento più blando possibile.
La
guarigione sarà opera del sistema mente/corpo; il terapeuta
si limiterà a ridurre l'eccesso di stress, a irrobustire il
corpo, a incoraggiare il paziente a sviluppare una fiducia
in se stesso ed un atteggiamento mentale positivo e in
generale a creare l'ambiente più propizio alla guarigione.
La
ragione di queste differenze metodologiche risiede nella
diversa evoluzione storica delle due medicine; basti
ricordare il fatto che la medicina occidentale si è
sviluppata principalmente come medicina d'emergenza in
periodo bellico (solo recentemente si sta diffondendo l'idea
della prevenzione come prassi medica, anche se non bisogna
dimenticare il fatto che quando i medici allopatici parlano
di prevenzione di malattie spesso lo fanno all'interno del
proprio modello concettuale), mentre per quanto riguarda le
medicine tradizionali non bisogna scordare che spesso,
risultano essere componenti importanti di sistemi
filosofici, organiche a tradizioni religiose e aventi come
primo obiettivo il mantenimento di una integrazione
psicofisica dell'individuo.
Un
modello medico diverso da quello biochimico non solo
implicherebbe un tipo di diagnostica diversa da quella
correntemente usata dalla nostra medicina, ma probabilmente
farebbe sì che anche i malati potessero sviluppare una
diversa sensibilità nei confronti della propria salute, nel
senso che si presterebbe attenzione a segni e sensazioni del
corpo, che ora non trovano la possibilità di essere
interpretate e riconosciute sia dal paziente che dal medico,
come ad esempio la capacità di legare fra loro variazioni
di umore, agenti atmosferici e funzionalità energetica
di determinati organi. In pratica si può supporre che
accanto all'affermarsi di un nuovo modello
medico/diagnostico si verificherebbe anche la comparsa di
nuovi sintomi, che attualmente dai nostri modelli
concettuali non sono considerati significativi e utili per
una diagnosi. Chi conosce il modello medico tradizionale
cinese, ad esempio, sa che in corrispondenza di uno stato
emotivo in cui prevalgono astenia o depressione è probabile
che ci si trovi di fronte ad un problema che coinvolge il
funzionamento energetico dei reni e dei polmoni.
Questi
esempi, ovviamente, non portano a negare la verità/utilità
della scienza medica ufficiale o più in generale del
nostro modello occidentale di pensiero, ma inducono ad una
loro contestualizzazione in un preciso habitat
psico-antropo-sociologico.
L'uomo
come costruttore di conoscenza e di realtà consensuale
Fondamentale,
a questo punto, è lo studio delle modalità attraverso le
quali si esplica l'attività cognitiva dell'uomo. Basilari a
mio parere, sono i risultati ottenuti prima dalla Scuola
della Forma (Gestalt) e poi dalla PNL
(Programmazione Neurolinguistica) le quali interpretano la
percezione come l'organizzazione di eventi sensoriali quale
risulta al vissuto soggettivo del percipiente. Gli stessi
stimoli fisici sono percepiti da diversi soggetti in modo
diverso, come pure diverse sono le percezioni degli stessi
stimoli in momenti o situazioni differenti da parte di un
unico soggetto. In particolare per la Gestalt
si percepiscono non già delle associazioni di dati
sensoriali, ma delle forme, delle strutture organizzate
secondo determinati meccanismi e condizionate da diversi
fattori:
-
Fattori fisiologici (accomodazione e adattamento oculare)
-
Fattori di organizzazione percettiva (quali la vicinanza, la
somiglianza, la forma chiusa......)
-
Fattori personali (includenti anche l'esperienza passata)
Per
la PNL si parla invece della percezione come risultanza di
tre ordini di fattori:
-
Fattori strutturali (ossia i fattori presi in considerazione
dai primi gestaltisti e derivanti unicamente dalla natura
degli stimoli e dalla loro distribuzione spazio/temporale)
-
Fattori funzionali e personali (derivanti dai bisogni,
interessi stati d'animo, esperienze passate, aspirazioni
verso il futuro)
-
Fattori sociali ed ambientali (derivanti dalla cultura
d'appartenenza e dall'habitat ecologico in cui si vive)
Per
rendere più esplicito il discorso riportiamo alcuni esempi
chiarificatori: si è notato che i bambini poveri tendono a
percepire le monete come più grandi fisicamente rispetto ai
bambini ricchi oppure si è rilevato che per gli occidentali
è più facile fare sottili distinzioni tra linee
orizzontali e verticali che tra linee oblique, mentre gli
indiani Cree, che crescono in Tepee fatti con
molte linee di quest'ultimo tipo, sanno discriminare le
linee oblique tanto bene quanto le orizzontali e le
verticali. Pertanto, alla luce delle più recenti
acquisizioni la percezione appare come un processo dinamico
in funzione dell'adattamento dell'uomo all'ambiente.
Importanti
a nostro avviso, sono stati gli studi sull'influenza dei
fattori sociali sugli stati altri di coscienza secondo i
quali il nostro ordinario stato di veglia non sarebbe
qualcosa di naturale o di dato, ma una costruzione altamente
complessa, uno strumento specializzato a seconda
dell'ambiente e di quella che si definisce "realtà
consensuale". Percepire le cose secondo le norme di
una realtà consensuale è utile alla coesione di una
cultura, ma come sostiene Tart (1976), può essere di
ostacolo alla comprensione scientifica e personale della
mente. Una cultura può essere vista come il risultato di
convenzioni; di un determinato gruppo sociale che ha scelto
alcune potenzialità umane come utili e le ha sviluppate,
rifiutandone altre come non funzionali.
Alcune
delle esperienze possibili vengono così incoraggiate,
mentre altre vengono represse al fine di edificare uno stato
di coscienza normale che sia uno strumento efficace
per la definizione della realtà consensuale
particolare di una data nicchia bio-psico-socio-culturale.
In questo modo la semplice percezione del mondo e degli
altri da parte di un individuo è in realtà un processo
complesso dove la nostra coscienza e non i nostri organi
sensoriali, è veramente il nostro "organo" della
percezione, infatti le semplici immagini delle cose esterne
non vengono nitidamente proiettate su uno schermo mentale,
sul quale noi le vediamo semplicemente così come sono, ma
l'atto della percezione risulta essere una costruzione
altamente complessa e automatizzata. E' un sistema
categorico selettivo, un sistema di formazione di decisioni,
preprogrammato con i criteri di ciò che è importante
percepire Il punto per noi più interessante è che la
percezione è deformata dall'educazione e dalle esigenze
sociali dei percipienti. Un esempio ci proviene dalla
linguistica: gli Inuik sono stati abituati a distinguere
sette o più tipi di neve e per ciascun tipo nella loro
cultura esiste un termine particolare. Noi non ci rendiamo
conto di queste diverse varietà di neve, anche se esse
esistono, perché non abbiamo bisogno di fare distinzioni.
Ma cosa succede quando incontriamo l'ignoto, ossia le cose
che non siamo stati abituati a vedere? Noi possiamo anche
non vedere affatto lo stimolo; forse è per questo che pochi
fra noi occidentali riescono ad avere la percezione dell'
aura, mentre per molte tradizioni orientali oltre al
fatto di rientrare nei normali paradigmi, la sua analisi
costituisce una delle principali metodiche di diagnosi
medica.
Come
sostiene Tart (1975) quel mondo, che noi percepiamo durante
la maggior parte del nostro tempo non è semplicemente un
qualsiasi segmento del mondo fisico, bensì una parte
altamente socializzata del mondo fisico che è stata
strutturata in virtù di una convenzione. Perciò la nostra
percezione del mondo riguarda un segmento della realtà
tagliato su misura in grado estremo, una realtà
consensuale, una piccola selezione di cose che abbiamo
convenuto di considerare reali ed importanti. Quindi,
nell'ambito del nostro particolare quadro culturale,
possiamo facilmente preparare quelli che sembrano
esperimenti scientifici eccellenti, che dimostreranno che le
nostre percezioni sono davvero reali, nel senso che siamo
reciprocamente d'accordo su questi elementi selezionati
dalla nostra realtà consenuale. Questo è un modo di dire
che le nostre percezioni sono altamente selettive e
filtrate, che esiste una sorta di elaborazione della
percezione attraverso la quale noi filtriamo il mondo
esterno (a seconda del tipo di occhiali che portiamo avremo
una particolare percezione della realtà). In questo caso ci
viene in aiuto la psicologia della percezione, la quale ci
dimostra come anche nella scienza bisogna imparare a
vedere. L'esempio tipico, come ci è suggerito da
Feyerabend (1984), è costituito dal giovane studente in
biologia, che allorquando comincia a lavorare al microscopio
inizialmente scorge immagini confuse e solo in un secondo
momento, seguendo le precise indicazioni del suo insegnante,
imparerà veramente a riconoscere ciò che è chiamato a
studiare ottenendo, grazie all'allenamento, visioni stabili
ed "oggettive". Quindi nel caso dello studente
esistono istruzioni atte a consentirgli la visione di
determinati fenomeni in conformità con le esigenze e le
aspettative di un determinato modello cognitivo, che
permette di passare da una lettura soggettiva ad una
oggettiva del fenomeno osservato (stiamo parlando di
fenomeno, non di realtà!). Per questo motivo il nostro
lavoro presuppone la capacità di andare al di là delle
nostre limitazioni culturali, cominciando a riconoscere le
limitazioni e l'arbitrarietà delle modalità attraverso le
quali facciamo esperienza del mondo.
Secondo
questa interpretazione noi vivremmo nel pregiudizio che il
nostro stato di coscienza ordinario sia in qualche modo
naturale, mentre ignoriamo che certi modi di interpretare la
realtà sono incoraggiati e invece altri sono stati repressi
al fine di costruire un modello mentale "normale "
comune a tutti che fosse uno strumento efficace per la
definizione della "realtà consensuale"
particolare della nostra cultura e che permettesse
l'interazione sociale fra individui. Come afferma Tart noi
possiamo anche non vedere affatto uno stimolo:
l'informazione attraversa la mente senza lasciare traccia.
Oppure possiamo vedere una rappresentazione deformata dello
stimolo: alcune caratteristiche che esso ha in comune con
gli stimoli conosciuti fanno scattare la rappresentazione
delle caratteristiche conosciute, e quelle sono ciò che noi
percepiamo.
Ogni
contesto socio-culturale determina una realtà
consensuale che è una piccola selezione di esperienze
che si sono considerate ideali ed importanti. Per il nostro
attuale quadro culturale dominante, ad esempio, un fenomeno
quale la possessione è qualcosa di
completamente anomalo ed incommensurabile, mentre per la
società haitiana è un'esperienza addirittura ricercata e
ritualizzata. Ma tornando al discorso affrontato poco fa
riguardo al problema dell'imparare a vedere,
non bisogna dimenticare che per osservare le cose giuste
occorrono gli strumenti adatti e se per vedere nitidamente
una coltura microbica occorre il microscopio, per vedere
spiriti e dèi occorrono uomini adeguatamente preparati e
predisposti da modelli di pensiero finalizzati a questi
scopi.
Immaginiamo
di camminare in mezzo a un bosco; improvvisamente il bosco
si apre e ci troviamo sulla cima di una montagna che domina
un vasto panorama. Siamo presi da un sentimento di
meraviglia. Questa sensazione non è proprio ben definita,
assomiglia a uno stato d'animo passeggero.Ora supponiamo di
essere stati educati a credere che Dio non solo ha creato
l'universo, ma è anche presente in esso, lo protegge e gli
assicura la continuità dell'esistenza. Non vediamo più
un'ordinata combinazione di oggetti materiali, vediamo un
pezzo della creazione divina e il nostro sentimento di
meraviglia si tramuta nella percezione oggettiva degli
elementi divini della natura....Ma supponi che ti abbiano
insegnato che gli dei possono parlarti, mentre sei sveglio o
durante il sonno, che possono darti forza quando meno te
l'aspetti, che ti fanno andare in collera affinché porti a
compimento i loro piani con più vigore, supponi di essere
stato addestrato a udire le loro voci...la tua vita
interiore diverrà più precisa, cesserà di essere uno
scambio di sagome simili a nuvole e diventerà il campo di
battaglia di azioni divine chiare e distinte.
(Da:
Feyerabend, - Contro il metodo, p. 90-91)
Una
realtà consensuale nella quale vengono incoraggiate simili
esperienze permette agli individui di dar corpo a
determinate impressioni trasformandole in fenomeni definiti,
proprio come le informazioni della biologia permettono al
giovane studente di dare corpo alle vaghe figure che
inizialmente trova di fronte a sè.
...Quel
momento fu per me l'esperienza esistenziale decisiva della
presenza viva degli spiriti e degli dèi. Potei finalmente
rendermi conto che tutti gli dèi esistono, esistono
realmente per i loro fedeli, benchè non esistano al di
fuori della comunità dei credenti. Sorti come ectoplasmi
collettivi degli intelletti/cervelli umani, gli dèi
divengono individualità, ciascuna dotata del suo principio
d'identità, della sua psicologia, della sua corporeità.
Hanno un'esistenza viva benchè non siano costituiti di
materia nucleo-proteinica (anche se hanno, val la pena di
ricordarlo, un loro substrato nucleo-proteico nei neuroni
dei loro fedeli). Agiscono, intervengono, chiedono,
ascoltano. Sono realmente presenti nelle cerimonie
religiose, e, in certi riti come quelli del vudu o del
candomblé, si incarnano, parlano, esigono.
(Da:
E. Morin - Le idee: habitat, vita organizzazione usi e
costumi p.124-125)
E
neppure la maggior parte di noi è stata addestrata ad
acquisire controllo sulla nostra vita onirica e ad ottenere
la guida degli spiriti, che ci insegneranno cose utili, come
avviene invece per i Senoi della Malesia. Ciò
permette di comprendere che, al di fuori dell'area culturale
occidentale, influenzata dal logos greco antico, esiste
l'idea dell'esistenza di una coscienza, sia pure in un senso
del tutto particolare, mancante di un io come polo unitario
e fonte originaria di atti cognitivi e perciò i contenuti
di tale coscienza non saranno attribuibili e riferibili alla
attività intenzionale di un ego<8, ma si riveleranno dei
vissuti singolarmente impersonali (Dodds, 1951).
Interpretare questi ultimi al pari di meri psichismi,
appartenenti alla categoria dell'onirico, del fantastico e
dello psicopatologico sarebbe alquanto riduttivo, mentre
collegare questi fenomeni alle aree culturali di
appartenenza permetterà di superare la linea di
demarcazione esistente tra ciò che viene definito reale e
ciò che la nostra prospettiva scientifica ritiene
appartenere al sogno o alla dimensione magico-simbolica. Il
nostro compito dovrà essere quello di indagare le dinamiche
presenti all'interno di quella parte di universo umano
definito da Popper (1977) " mondo tre"<9definendone
le modalità attraverso le quali esso interagisce e si
rapporta al mondo esterno e a quello delle esperienze
vissute. Il mondo tre implica una
straordinaria proliferazione di esseri che vanno dai
fantasmi ai simboli, dai miti alle idee, dalle figurazioni
estetiche agli esseri matematici, dalle associazioni
poetiche ai nessi logici. La difficoltà più grande sta nel
riconoscere la vita multipla di questo mondo nella
sua unità dal momento che è fonte di interesse di
innumerevoli discipline incapaci di comunicare tra loro.
E'
evidentemente difficile cogliere un legame diverso dalla
semplice co-presenza all'interno del mondo tre
tra il sogno e l'equazione logica, la visione mistica e la
teoria scientifica, ma la cosa certa è che tra i vari
settori vi può essere una relazione osmotica e che a
seconda del tipo di ambiente storico-sociale può
svilupparsene con più facilità uno piuttosto che un altro.
In
virtù dello stesso principio si potrà comprendere perchè
in Italia si verificano casi di Madonnine che piangono
sangue ed in India è invece frequente trovare bambini di
tre o quattro anni che ricordano particolari di vite
precedenti fornendo come prove il riconoscimento di case,
villaggi etc. nei quali avrebbero vissuto durante le loro vite
passate. Sempre a questo proposito è interessante
notare come i responsabili dell'Unicef per curare i bambini-soldato
del Mozambico traumatizzati dalla guerra ricorrano non alle
cure degli psicologi occidentali, ma ai rituali di
guarigione dei Curandeiros locali che hanno una
maggiore presa culturale sulle vittime e
all'approccio psicoterapico sostituiscono rimedi a base di
intrugli d'erbe e rituali magici aventi lo scopo di
allontanare gli spiriti maligni insediatesi nelle vittime.
"Bisogna
curare lo stomaco. E' lì che va a finire lo spirito degli
uomini uccisi in guerra e da lì fa venire malattie e brutti
sogni al bambino. Bisogna far uscire lo spirito e farlo
parlare, solo così il bambino guarisce" (La
Repubblica. 29/3/95).
Da
qui la consapevolezza che ogni modello scientifico è
relativo ai mezzi mentali e materiali che, all'interno di
una determinata situazione ed epoca storica, si sono
rivelati più idonei al raggiungimento di un dato fine e più
adattivi rispetto all'ambiente<10. Ne consegue che ogni
principio scientifico ha soltanto valore pragmatico e
provvisorio e va compreso e studiato come un fenomeno
culturale inserito in un preciso contesto storico e la percezione/coscienza
di un'esperienza nella complessa realtà sociale esistente
può essere estremamente arbitraria. Quindi la verità e la
realtà di un fenomeno sembrerebbero legati strettamente al
loro contesto culturale e ai modelli interpretativi da
questo elaborati.
L'uomo,
dunque, sarebbe di fronte ad un ampio ventaglio di realtà
interpretabili e la scelta di un'interpretazione piuttosto
di un'altra la si dovrebbe essenzialmente al tipo di
condizionamento culturale e sociale. La conoscenza del mondo
sembra così esistere in funzione di domini cognitivi
diversi quante sono le dimensioni diverse che il nostro
rapporto con l'ambiente ci permette di realizzare attraverso
la cultura.
Il
rapporto mente-corpo: come utilizzare un modello comune
Fin
qui abbiamo parlato di influenze socio-culturali
nell'interpretazione e nella costruzione del mondo, ma non
dobbiamo dimenticare che le condizioni socio-culturali della
conoscenza hanno basi biocerebrali. Biologia, cultura e
società stanno in mutua interazione generatrice, ma ancora
più a monte, mente e corpo sono in un continuum e solo una
concezione complessa della loro relazione può farci
sfuggire alle mutilazioni e agli equivoci derivanti dalla
loro disgiunzione e/o semplificazione.
Non
bisogna quindi concepire uno schema lineare, bensì uno ad
anello comprendente corpo-mente-ambiente in cui ciascun
termine partecipa alla generazione degli altri. Questo
approccio ci permette di superare gli angusti limiti delle
scienze particolari e raggiungere una visione d'insieme più
completa e complessa dell'uomo. La transazione fra il
biologico e il culturale si rende così necessaria sia a
livello teorico che metodologico per superare lo iato
esistente tra due poli dell'esistere che come si è già
accennato vanno visti in mutua relazione. Dal momento che,
come sostiene Rossi (1991), la nostra percezione del mondo
avviene in virtù di una particolare strutturazione
biologica è facile pensare alla cultura creata e modellata
da particolari processi biologici, mentre questi vanno visti
come alterati in risposta al mutamento culturale. Quindi
nello studio dei diversi modelli culturali e dei diversi
sistemi di pensiero non ci si può sottrarre all'imperativo
di analizzare le interrelazioni esistenti fra le
caratteristiche biologiche della popolazione presa in esame,
l'habitat in cui questa vive (includendo nel concetto di
habitat anche le ripsoste socio-culturali adattative) e le
difficoltà di questa popolazione nel processo di
adattamento alla nicchia ecologica di sua competenza. Fra i
molti modelli teorici utilizzati nelle diverse ricerche
ecologiche il più adatto, come afferma Guerci (1994) è
quello che, ampliando il concetto di "insulto",
ossia della capacità dei fattori fisici. chimici,
psicologici e sociali di condizionare l'adattamento delle
popolazioni all'ambiente, permette di indagare in un'unica
cornice operativa vari aspetti. Entro tale modello
l'ambiente viene diviso in tre differenti componenti:
inorganiche, organiche e culturali. Tra le componenti
inorganiche ricordiamo la temperatura, l'umidità, la
pressione atmosferica, le tracce di elementi al suolo, le
radiazioni cosmiche e altre capaci di influenzare la
popolazione. La componente culturale va intesa come funzione
della cornice ambientale: essa infatti funzionando
attraverso i sistemi ideologici, tecnologici e sociali,
altera la frequenza e l'intensità dell'esposizione agli input
organici ed inorganici e crea una serie di informazioni
uniche nel loro genere atte a mediare l'interazione con
l'ambiente.
Si
rende necessaria la creazione di un ponte fra le discipline
umanistiche e quelle naturalistiche, che permetta una storia
sintetica dell'uomo indicando la non conflittualità fra
l'idea della natura animale dell'uomo e la sua unicità di
animale culturale. Tutta la storia dell'uomo, quindi,
attraverso i modelli coevolutivi può essere interpretata
come una storia di adattamento filogenetico all'ambiente, di
rapporto dialettico tra sistemi biologici ed ambiente
extra-somatico-storico. Un esempio interessante ci è
fornito dall'interpretazione del tabù verso il consumo del
latte presente nella cultura cinese; questa particolarità
è spiegabile biologicamente: nelle popolazioni orientali
tende ad essere assente nell'età adulta l'enzima lattasi
necessario al digerimento del latte. Tale norma, per anni
considerata arbitraria dalla cultura occidentale, è
spiegabile in questo modo attraverso un modello che
interconnette corpo, mente e cultura.
L'analisi
come viene suggerito da Guerci (1994) deve procedere dallo
studio dei fattori abiotici (o inorganici) -irraggiamento
solare, luce lunare, clima umidità atmosferica, pressione
barometrica, stato elettrico, regime dei venti, composizione
del suolo fattori biotici (organici) - Il
biotipo, ritmi biologici e cronologia del biotipo
in
una prospettiva olistica nella quale l'uomo è inteso come
entità morfo-fisio-psicologica in continuo dinamismo
adattativo con l'ambiente nel quale vive. Come suggerisce E.
Morin (1980) nel libro La vita della vita il sistema
uomo occorre leggerlo come l'insieme di tre poli in
continua relazione tra loro e cioè Genotipo,
Fenotipo<11 ed Ambiente. Questi tre poli
concettuali sono legati da un processo a feed-back
nel quale la retroazione dell'ambiente sul fenotipo e sul
genotipo è in grado di alterarli e questi a loro volta
subita un'alterazione modificano l'ambiente.
La
transdisciplinarietà: una democrazia cognitiva
Questo
mio discorso non deve far supporre una caduta nel
relativismo metodologico perché il rifiuto della certezza
di un modello assoluto equivale all'acquisizione del
concetto di relatività inteso come invito alla ricerca di
un meta-punto di vista. Il concetto di relatività implica
la disponibilità di riconoscere i "buchi neri"
dei propri modelli scientifici ed ad attivare una dialogica
tra la "oggettività " delle scienze
empiriche e la "soggettività" delle
scienze umane. L'introduzione della contraddizione e
dell'incertezza può trasformarsi in conquista in termini di
complessità, portando ad un ampliamento del nostro
orizzonte conoscitivo nel quale possano entrare, a pieno
diritto, quelle discipline finora considerate marginali e
non rientranti nell'ortodossia scientifica. Ci riferiamo
alle scienze che già precedentemente definimmo eterodosse,
che richiedono necessariamente modelli interpretativi che
tengano in considerazione l'uomo nella sua globalità
compresi quei fattori psichici ed emozionali difficilmente
oggettivabili, alieni quindi al principio di ripetibilità.
L'analisi
più approfondita dei fondamenti di questi fenomeni non dovrà
prescindere dalla natura e dall'intensità delle emozioni
umane attivate, consapevoli della non adeguatezza di una
logica da "laboratorio", dal momento che nel campo
dei fenomeni delle scienze altre è indispensabile
tenere presente la soggettività delle percezioni degli
individui in esame consci del fatto che un eventuale
osservatore esterno possa condizionare il soggetto ed
alterare quindi la riuscita dell'esperimento.
L'oggettività
e la soggettività della conoscenza derivano non da due
comportamenti distinti o da due fonti differenti, ma da un
circuito unico dal quale si distingueranno sino
eventualmente opporsi due tipi di pensiero.
I
due pensieri logico-empirico e simbolico-mitologico
per quanto incomprensibili l'uno all'altro si completano e
si parassitano, si coniugano vicendevolmente. Ciò che
vorrebbe auspicare questo lavoro è lo stimolo per una
prospettiva in cui si possa sviluppare una scienza aperta in
grado di dialogare con tutti gli aspetti della mente umana.
Ogni fenomeno è interpretato a diversi livelli di profondità
da numerose scienze che però si sono chiuse l'una nei
confronti dell'altra divenendo spesso incommensurabili tra
loro. Occorre, a mio parere, recuperare il significato
autentico della transdisciplinarietà per uscire da questo
impasse. Bisogna trascendere i parziali risultati delle
singole scienze per inserirli in un contesto
pluridisciplinare che tenga conto dei risultati ottenuti in
campo e che li integri senza dimenticare nessun elemento in
gioco: dalla struttura della materia al funzionamento della
psiche, alla complessità della società. La
transdisciplinarietà si trova però di fronte a notevoli
difficoltà. Come conciliare la scienza occidentale, che ha
finalità interne ed è caratterizzata dal progresso, con le
scienze eterodosse che hanno primariamente finalità
esterne, in campo sociale? Come ideare poi, un nuovo
linguaggio che medi quello della scienza occidentale, che è
una sequenza algoritmica di simboli astratti e quello delle
scienze eterodosse, centrata invece sui significati? La
risoluzione di questi problemi, dipenderà dalla capacità
di maneggiare questo insieme di dati ponendoli in un nuovo
sistema di relazioni reciproche e dando quindi loro una
diversa struttura. Questo differente modo di affrontare il
problema è ancora lontano dall'essere attuato; a me basta
l'aver dato, spero, un qualche spunto di riflessione a
persone che vogliano cimentarsi nell'impresa
Note
bibliografiche
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