Associazione

    

Rivista online

    

 

    

 

 

 

Anno I

Numero IV

Novembre - Dicembre 1997

 

Una volta c’era un Re...

Fonosimbolismo e Teoria degli Affetti

 

Marco Jacoviello

Biologo e Musicologo Docente nei corsi Apim di Genova
collaboratore del Teatro Carlo Felice di Genova

 

La seguente comunicazione, presentata in occasione del Primo Salone della Musica di Torino (Il Passato Remoto della Musica del Futuro, 12 ottobre 1996), si propone come avviamento metodologico e didattico al "Fonosimbolismo", tema di confine tra la psicologia e l’estetica del melodramma, in cui è possibile ravvisare quegli elementi "sapienziali" custoditi dall’opera lirica e consegnati allo statuto epistemologico della Musicoterapia. Essa è suddivisa in due ampi periodi:
- La struttura fonosimbolica della forma cantata in relazione alla Teoria della Metafora-Logos e Eros, il Mito, la Fiaba e la realizzazione del Sé-l’alchimia tra Parola e Musica.
- Il Fonosimbolismo nel rapporto tra Parola e Musica del Melodramma-Intenzionalità drammatica e potenzialità poetica del carattere "timbrico" nella musica di Orfeo di Monteverdi e di Lucia di Lammermoor di Donizetti - Il dramma dell’anima.
L’opera ha una struttura molto simile alla fiaba, ma non può essere raccontata a parole. C’è sempre un personaggio vincente e uno perdente, un eroe e un antagonista le cui peripezie sono strettamente annodate e risolte in uno stesso finale e potrebbe cominciare, come ne La Cenerentola di Rossini, con le parole: "una volta c’era un Re ...".
Il libretto, la cui trama è a volte così contorta da risultare difficilmente comprensibile (Il Trovatore e La forza del destino ne sono, forse, gli esempi più eclatanti), apparentemente ridotta nel classico aforisma di George Bernard Shaw "il tenore vorrebbe andare a letto con il soprano, ma c’è il baritono che glielo impedisce", è però solo un’impalcatura che sorregge la musica, il cui intervento rivela suggestioni solo in parte legate alla parola.
Chiediamoci, ad esempio, se la lettura del testo di Francesco Maria Piave del quartetto del Rigoletto "Bella figlia dell’amor ..." e l’ascolto del brano verdiano siano di diversa natura. Se la risposta è affermativa, differendo nelle conclusioni, se, insomma, le parole cantate vanno ad assumere altri valori e altre connotazioni, se la forma musicale e l’intervento timbrico del brano coincidono con l’approfondimento del carattere psicologico e dell’azione drammatica, se, in definitiva, la musica aggiunge e sottolinea un potere "misterioso" alle parole stesse, in grado di trasportarle in un ordito di difficile definizione, come pure di trasformare il loro valore semantico, allora avremo ragione di continuare in questa nostra analisi.
Apparentemente, la nostra relazione con una rappresentazione operistica è simile a quella attivata dalla lettura di un romanzo: l’emisfero sinistro è deputato al compito di farci capire le regole sintattiche e grammaticali, di mettere in luce le strutture analitiche. Quello destro, invece, di far comparire le emozioni. Infatti, nei riguardi di qualunque attività, la nostra mente è messa di fronte a due condizioni complementari: quella logica, computerizzata, e quella immaginaria, di per sé muta, non verbale, gestaltica, che recepisce e sviluppa i sentimenti. Potremmo dare anche un nome a queste due parti: Logos, la prima, che usa il linguaggio dell’io sono, accanto a Eros, che usa il linguaggio come medium privilegiato dell’io sento. Ne consegue che ogni parola, o meglio ogni azione, che colpisce la nostra mente ha un duplice ruolo e un duplice destino, dal momento che l’emisfero destro elabora per immagini le suggestioni sensoriali ricevute e agevola il compito dell’emisfero sinistro di trasformare o, meglio, di strutturare le stesse immagini attraverso le metafore.
La metafora, pertanto, non è soltanto come sostiene Umberto Eco "un artificio che permette di parlare metaforicamente", oppure un apporto linguistico di tipo superiore, la cui conquista avviene, è vero, sui 13-14 anni, dopo la prima fase della pubertà, ma il segno che definisce l’uomo come "animale simbolico del suo rinnovamento" (Eco, 1980).
Nell’opera lirica l’uso sistemico di due componenti specifiche, la parola e la musica, obbliga a un percorso ramificato in due codici linguistici propri e autonomi che si incrociano in un "tutt’uno" di difficile definizione, interagente a essi ma egualmente autonomo. Questa struttura sottende a due processi simbolici differenti e complementari: quello della parola, la cui trattazione rimando al pregevole testo curato da Cristina Cacciari (1991) e quello della musica o, meglio, della forma musicale.
Il seguente intervento prende in considerazione soltanto il timbro strumentale, inteso nella sua fondamentale accezione di appartenenza alle "quattro modalità della coscienza musicale" elaborate da Ernest Ansermet (1995).

All’opera avviene suppergiù questo: l’emisfero sinistro controlla che tutto sia in ordine (e per tutto intendo dire ciò che è colto da ogni senso, a cominciare dal silenzio con cui prende avvio il preludio fino all’epilogo del dramma). Quello destro, invece, percepisce e misura volta per volta, istante per istante, il valore "affettivo" di ogni quadro, di ogni battuta, di ogni nota (ed è per questo motivo che si ricordano sempre le tenute dei fiati dei cantanti, la purezza dell’emissione, i pirotecnici virtuosismi, i melismi più appassionati e così via), cogliendo una serie di istantanee (a volte ritrasformate in immagini sorrette unicamente dalle strutture del proprio mondo interiore, dell’anima, appunto), fissandole poi nell’emisfero sinistro in forma di metafore.
Solo in apparenza, pertanto, l’opera è come un romanzo. In profondità, invece, le distanze si dilatano a causa dell’apporto della musica che ridefinisce la parola in un piano che non le appartiene.
Prima di entrare direttamente nello specifico del mio intervento, che propone l’opera lirica anche come oggetto simbolico di interazione terapeutica, conviene soffermarci ancora sull’emisfero destro, perché è in questa sede che è accolto il linguaggio universale del Mito, di quel lungo racconto trasmesso per mezzo di fiabe, non soltanto quelle di Perrault, di Andersen o dei fratelli Grimm, ma anche quelle di Monteverdi, di Porpora, di Rossini e di Puccini, come pure quelle tramandate a memoria, non si sa da chi, come e quando.
Mnemosine, la Memoria (è il mito a ricordarcelo) era a capo di tutte le Muse, perché il mito è custodito dalla memoria stessa. Per questo motivo una fiaba è mito se ricollega una piccola storia a una storia universale; se, insomma, la sua apparente semplicità ispira o, meglio muove a considerazioni di ampio respiro, come quelle che anticamente univano il destino degli uomini al volere degli dei.
Secondo l’impostazione di Bettelheim e della Von Franz, il valore pedagogico delle fiaba (e del mito) sta nel richiamo all’immaginario emotigeno, che è sempre favolistico e irrazionale, come il mondo dei sogni o delle nostre pulsioni sessuali, ma che accende di significati il grigiore quotidiano del nostro nascosto fino a quel momento. Pertanto, la funzione della fiaba, anche della fiaba in musica, è la realizzazione del archetipo di tutti gli archetipi (Jung), l’UR-archetipo corpo-mente senza il quale gli altri sarebbero vani, e nel raccontarla si realizza lo specchio di quel che congiunge valore poetico e valore terapeutico (Hillmann, 1984).

In questa prospettiva l’opera, il canto, cioè la fusione in un’unica forma della parola e della musica, di Logos con Eros, la complementarietà del timbro vocale con quello strumentale, l’unione degli armonici della voce con quelli delle altre "voci" orchestrali, può essere soggetto di un’esplorazione analitica a tutt’oggi troppo modesta. Raccontare una storia con la musica, inoltre, ha il valore simbolico di dar anima alla storia stessa, perché nella nostra cultura il binomio musica-anima è presente in modo cosciente fin dall’impostazione platonica, per cui la musica ha anche la funzione di evocazione dell’anima.
Prima di concludere questa prima parte di riflessione, desidero aggiungere un’ultima considerazione che riguarda ancora una volta l’emisfero destro, quella per la quale Jung nella sua Psicologia dell’Inconscio conia il termine "Alchimia": la proiezione dell’inconscio, cioè, che seguiva alla lettera il testo esoterico della ricerca della pietra filosofale in cui, simbolicamente, erano raffigurati il destino e l’evoluzione dell’uomo. La presa a prestito del Rosarium Philosopharum suggerì a Jung una evidente analogia: così come in alchimia l’oggetto grezzo, incrostato di sedimenti è sottoposto in virtù delle sue risorse e delle sue qualità nascoste all’azione terapeutica del fuoco che via via lo libererà dalle scorie portandolo alla citrinitas, anche il paziente in terapia avrebbe potuto passare dal colore nero del suo stato iniziale fino al principio di individuazione, per divenire alla piena accettazione del suo Io. La metafora del laboratorio dell’alchimista divenne, da allora, il setting di psicoterapia. Secondo l’impostazione junghiana, pertanto, è possibile ipotizzare un itinerario di studio musicoterapeutico anche all’interno di quel mondo maniacale, ossessivo, delirante e trasfigurato in psicomelodramma che coincide con il teatro d’opera, le cui valenze catartiche, individuate dalla sua Poetica, sono state a tutt’oggi oggetto di timide e discrete analisi.
La nascita del Melodramma, avvenuta a Firenze nel 1600 in occasione delle nozze di Maria de’ Medici con Enrico IV di Borbone, è oltremodo simbolica: a causa del titolo dell’opera rappresentata, Euridice, libretto di Ottavio Rinuccini messo in musica da Jacopo Peri, che inevitabilmente richiama il mito di Orfeo; inoltre, nel richiamo alla fusione mitica della parola con la musica in un contesto monodico che si voleva quale riaffermazione della tragedia greca, teoresi del Recitarcantando. In questo modo la scelta del rinnovamento intrapreso dalla Camerate Fiorentine (dei Medici; la prima, come pure quella degli Strozzi, con Euridice di Caccini composta nel 1598, ma rappresentata per ragioni politiche soltanto successivamente) non fu casuale. Da allora fino ai giorni nostri una catena ininterrotta di Orfei ed Euridici hanno calcato i palcoscenici dell’opera, ciascuno con l’ambizione segreta di rappresentare una continuità con gli umanisti fiorentini.
Nel 1607, a Mantova, fu Claudio Monteverdi a musicare La favola di Orfeo e questa fu l’operazione che contribuì in modo determinante all’affermazione cosciente di un nuovo carattere drammaturgico: l’associazione di uno strumento musicale a ogni personaggio del dramma (Jacoviello, 1995). La chiamata in causa di un particolare timbro orchestrale nello sviluppo del dramma di Orfeo, come pure l’inserimento di "intermezzi" che giustificano - come archi sonori - il proseguo ininterrotto dell’azione, affidano alla musica l’intera competenza drammatica. La rielaborazione del libretto in chiave musicale, pertanto, permette un rapporto analogico tra i mezzi espressivi del tutto inconsueto: così come attraverso la parola è possibile costruire un dramma, anche con il timbro strumentale è possibile intervenire nella creazione drammatica, accentuando o richiamando i vari personaggi con il solo strumento, poiché la musica, in quanto tale, è "dramma" assoluto. In pratica, è proprio attraverso questo semplicissimo schema che possiamo avvicinarci alla poetica della musica senza distanziarci dalla poetica della parola e Monteverdi sembra suggerirci proprio questo: la forma musicale della parola cantata è un tutt’uno tra "canto" e "strumento", forma armonica perfetta in cui è presente l’atto creativo dell’autore.

Consideriamo ad esempio due soli personaggi dell’opera monteverdiana: a Orfeo è associato un Regale, ossia un piccolo organo portatile con canne ad ancia, dal suono debole e leggermente aspro (ma Michael Praetorius, autore del più completo trattato di Organologia, lo dichiara invece "ricco e piacevole") già in disuso nel primo Seicento (e forse per questo motivo ancor più amato da Monteverdi che lo preferì all’abusata Cetra, riflettendo in questa scelta le regole stabilite dal Concilio di Trento in fatto di musica). A tutti gli effetti un Regale risulta essere maggiormente simbolico delle pretese musicali del divino cantore rispetto alla più comune Cetra, nonostante Vincenzo Galilei, teorico del Recitarcantando, la volesse introdotta in Italia dai "santi monaci irlandesi". Per quanto riguarda Euridice, le "dici viole da braccio" che la individuano nel tessuto orchestrale risultano essere strumenti di una certa modernità, specialmente nelle loro caratteristiche formali, definite appunto alla fine del Cinquecento, poi trasformate nel Barocco in "viole d’amore". Un’arpa, infine, individua le ninfe, il più arcano, forse, fra gli strumenti e anche il più arcaico, che assume come le ninfe il ruolo di medium sonoro tra Apollo e l’umanità.
Il fonosimbolismo di Monteverdi, costruito sull’economica ma rivoluzionaria evocazione timbrica, determina il vero e proprio dramma musicale all’interno di un dramma d’amore in cui voce degli interpreti e voce degli strumenti - dramma degli affetti e dramma dei rapporti timbrici - costituiscono un’unità di ampia valenza metaforica. La suggestione complessiva induce a una forma immaginale vivida e coerente, ricca di quell’intenzionalità emotiva che attraverserà, da allora, tutta la creazione del melodramma.
Sulla scia di quanto affermato ci domandiamo: è lecito considerare l’impostazione monteverdiana come una fonte "storiografica" del simbolismo timbrico della formula melodrammatica? Può inoltre essere considerata come il precedente cosciente di quel sinfonismo orchestrale conosciuto soprattutto per merito di Berlioz e Wagner? Anche in questo caso tentiamo di semplificare il problema proponendo un esempio di autore romantico precedente ai due giganti d’Oltralpe: Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti.
La trama dell’opera, tratta dal romanzo di Walter Scott, è, in sintesi, quella di Romeo e Giulietta, ma ambientata nella brumosa Scozia. La struttura del libretto, creato da Salvatore Cammarano, prevede quattro nuclei drammaturgici evidenziati in altrettante scene:
1. Il contrasto tra la politica e l’amore dei due protagonisti, Lucia ed Edgardo;
2. il ricatto morale compiuto dal fratello Enrico nei confronti di Lucia;
3. l’obbligo di nozze politiche con Sir Arthur;
4. il delirio di Lucia dopo l’uxoricidio.
La creazione di Donizetti, andata in scena al teatro San Carlo di Napoli nel 1835, prevede invece un rapporto poetico squisitamente musicale attraverso il quale si deve mettere in luce la psicologia di Lucia, interagendo con il libretto, ma egualmente superando i limiti della parola:
1. Lucia ama Edgardo, ma il suo animo carico di funesti presagi si illumina di un aspetto virginale solo in prossimità dell’arrivo dell’amante;
2. Lucia è incapace di obiettare al fratello e cede, impotente, al ricatto delle nozze;
3. durante la cerimonia nuziale procederà in modo sempre meno cosciente fino alla firma del contratto;
4. la sua follia la separa dal mondo circostante e la confina nell’alterazione poetica della sua invivibile realtà.
Nel preludio dell’opera il cupo rullare del timpano, seguito dagli sconsolati accordi degli archi, carichi di funesto presagio, connotano il dramma di Lucia nel più incisivo binomio di amore e morte che tutto il romanticismo operistico conosca, perché Lucia è sempre in scena per volontà di Donizetti. Nei suoi confronti, soltanto, l’individuazione poetica e strumentale dell’autore supera e trasfigura i "rigidi" versi di Cammarano.
Al primo atto, l’ampia schiarita dell’arpa accoglie la fanciulla ancora rapita nel suo sogno d’amore, casta e verginale, eppure carica del pathos dell’attesa: una forma chiusa che non sfigurerebbe come andante di un concerto solista, ma che qui è segno inconfondibile dell’anima liliale e trepida di Lucia, della sua natura tenera e romantica, come pure della consapevolezza e della tenacia di un amore del tutto confinato. In seguito, durante il colloquio con il fratello Enrico, un mesto assolo dell’oboe sembra materializzare lo strazio e la solitudine del suo cuore, già incapace di interagire con gli avversari esterni. Nella successiva scena delle nozze, il canto doloroso e spiegato dei violoncelli ha un inizio sincopato come il singulto irrefrenabile di chi davvero non può più gridare e rivendicare le proprie ragioni, spiegandosi poi solennemente su tutta l’orchestra per dar vita all’angoscia segreta del cuore della fanciulla. Infine, a delitto consumato, accanto alle parossistiche visioni della follia d’amore, una glassarmonica (in seguito sostituita da un flauto) dal suo spersonificato accompagnerà lo spettrale e ultimo lamento della protagonista.

C’è una volontà in questa scelta donizettiana che afferma l’impostazione di Monteverdi, nonostante l’estetica romantica non ritenga più sufficiente l’associazione personaggio-strumento: una progressione strumentale, infatti, dà voce all’anima del personaggio stesso, al suo divenire tragico, dal progressivo smarrimento fino all’umiliante devastazione mentale della follia. Il dolce pizzicato dell’arpa è la metafora dell’anima giovanile che vive lo stato magico dell’amore nascente; le lunghe cadenze dell’oboe contraddistinguono l’affanno e la mestizia di un cuore lacerato che sta per cedere alle sofferenze del distacco; in seguito i violoncelli rimarcheranno lo straziante e compresso pianto tragico del suo cuore; infine i segni della disabilità mentale saranno pietosamente raccolti nel timbro astratto della glassarmonica.
Concludendo. I due esempi operistici permettono di indagare su due autori distanti d’epoca, ma avvicinabili nella struttura poetica. Le iniziali associazioni personaggio-timbro strumentale di Monteverdi si sviluppano, nell’estetica romantica, nel binomio timbro-stato d’animo. Ciò permette un’esaltazione della funzione tragica della musica e un’ulteriore concentrazione sulle problematiche inconsce che la musica è chiamata ad assumere. Nella forma cantata, dunque, è possibile evidenziare una sorta di matrimonio mistico tra Eros e Logos. La struttura fonosimbolica che ne deriva è la metafora di complesse strutture drammaturgiche che si affermano nel piano onirico e nell’inconscio. Nel considerare l’opera lirica come "specchio sonoro" dell’indiscutibile dominio degli "affetti in musica", l’analisi musicoterapeutica potrebbe proporsi come strumento privilegiato di indagine delle dinamiche legate all’opera, metafore cioè di quel particolare "vissuto affettivo" che la rappresenta.

Bibliografia

 

Ansermet E., I fondamenti della musica nella coscienza umana, Campanotto, Udine, 1995.

Barblan G., Libretto di Sala, Teatro La Fenice, Venezia, stagione 1972-’73.

Cacciari C., Teoria della Metafora, Cortina, Milano, 1991.

Combarieu J., La Musica e la magia, Mondadori, Milano, 1982.

Eco U., v. voce "Metafora", in Enciclopedia Einaudi, vol. IX, Einaudi, Torino 1980.

Dacrema A., Le basi dell’immaginario (dispense per l’Università di Genova), 1991.

Jacoviello M., Il suono e l’anima, Campanotto, Udine, 1995.

Jacoviello M., "Le maschere di Orfeo", in Armonie Ligustiche, Sabatelli, Genova, 1996.

Jung C. G., La psicologia del transfert, Bollati-Boringhieri, vol. 16°, Torino, 1981.

Sachs C., Storia degli strumenti musicali, Mondadori, Milano, 1980.