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Appunti
su un’esperienza residenziale
preliminare al reinserimento sociale dello psicotico
Adolfo
Francia
Professore
Ass. di Criminologia e Difesa sociale - Università di
Pavia, sede di Varese.
Responsabile sanitario della Residenza Protetta "Prà
Ellera" di Cairo Montenotte
Luciano
Moro
Psicologo,
Psicoterapeuta. Coordinatore delle attività
psicologiche della Residenza Protetta "Prà
Ellera" di Cairo Montenotte
La
residenzialità psichiatrica é vista ancor oggi come un
cattivo fantasma, una idea di coercizione e di violenza
della collettività sul singolo.
Nel film Gli amanti del Pont-Neuf (1) si assiste alla
rappresentazione drammatica di una situazione paradossale in
cui due diseredati si incontrano e si amano in un punto
critico della città di Parigi: il cantiere del restauro del
Pont-Neuf. Il momento di disperazione e di ritorno alla
solitudine viene rappresentato nella sequenza in cui il
protagonista maschile ubriaco ritenta l'attraversamento
notturno della città e un autobus, predisposto a tale
scopo, lo prende a bordo per riportarlo a Nanterre dove verrà
nuovamente inserito nel circuito psichiatrico.
Questa
storia esemplare permette alcune considerazioni circa
l'idealizzazione con cui certa cultura psichiatrica ha
investito la città, intesa come luogo di aggregazione e di
stimolo alla crescita individuale, una civitas in cui
trionfa il diritto, in cui si incontrano liberamente uomini
e idee, in cui trova spazio ogni diversità. Tale visione
comporta necessariamente la negazione degli aspetti di
alienazione e di aggressività che vengono spostati da un
"dentro" idealizzato a un "fuori" - dal
diritto di cittadinanza e di appartenenza - circoscritto e
demonizzato nel manicomio, inteso come luogo di reclusione e
di morte di ogni aspettativa civile.
Fuor
di metafora, molte esperienze di reinserimento sul
territorio di ex degenti dell'O. P. sono stati tentati
attraverso la mediazione, il filtro dell'utopia di una
rieducazione normativa e di una seduzione della vita normale
tout court, vissuta come conquista di
cittadinanza e di diritti; un tentativo di riacculturare
persone che non possiedono alcun luogo dentro di sé, ma che
sono costrette ad accettare la realtà di un qualsiasi posto
pur di essere contenuti e integrati.
Il
cinema d'essay, la piscina, il circolo
ricreativo diventano i nuovi snodi attraverso cui accostare
la persona alla cultura rinascimental-utopistica della nuova
città. In realtà, spesso, il percorso, fantasticato
nell'immaginario di questi psichiatri come una marcia
trionfale verso la normalità, si manifesta invece come un
girovagare di pazienti tra le sale d'aspetto delle stazioni
di un itinerario in cui gli "altri" vivono,
mangiano, dormono, si divertono e prendono il treno, mentre
loro non possono che aspettare quel fantomatico autobus che
li riporterà inevitabilmente nella loro Nanterre,
rappresentata quasi sempre dalla corsia dell'S.P.D.C. o,
nella migliore delle ipotesi, dalle accoglienti braccia
dell'ambulatorio territoriale, piccolo presidio affettivo
nel deserto della atonia del loro esistere (2).
La
città, vista con gli occhi dei disperati, al di fuori
dell’utopia assume la connotazione depressiva di una realtà
complessa e multiforme fatta di palazzi patrizi e di
liquami, di ristoranti e teatri, ma anche di postriboli e di
luoghi dove i drogati acquistano la loro morte.
Psichiatri
ben adattati possono comodamente usufruirne a pieno tra
congressi, mostre e supervisioni, momenti teatrali di una
rappresentazione ipomaniacale dell'ideologia della città
(3). Quando tale rete simbolica di rapporti e di modelli di
vita cittadina viene acriticamente trasposta e vista come
stimolante, al di là del ruolo del malato, si perde di
vista la proporzione e il senso della realtà e viene negato
il vuoto senso delle periferie urbane o dei fatiscenti
centri storici da cui la maggior parte dei pazienti sono
stati espulsi (4). Un’attenta disamina della ricerca - in
realtà ben poca ricerca si é fatta in questo settore -
rivelerebbe come certi tentativi di reinserimento nelle città
di origine abbiano sortito l'effetto di accentuare
l'isolamento sociale (5). Una rete caratterizzata da maggior
umanità e simpatia si potrà ritrovare nei piccoli paesi
dove al paziente reinserito sarà riservato il ruolo, meno
alienante, ma riconosciuto di "matto".
Queste
considerazioni ci inducono a pensare che la città, il
villaggio e il microcosmo manicomiale siano impastati con lo
stesso materiale, facciano parte di uno stesso progetto
urbanistico, costruitosi, per certi aspetti, in modo quasi
inconsapevole. Più che sul modello dello scambio, del souk
o del mercato medievale, la concretizzazione delle
nostre città é stata affidata ai modelli di controllo
sociale e ha costruito luoghi di reclusione del diverso in
funzione di un altrettanto utopistico recupero di umanità
attraverso il taglio, l'isolamento di una parte del suo
corpo. A volte, però, al di là dei paludamenti
dell'ideologia, anche nella piccola, e per noi membri
integrati della città, disperante pensioncina di Torino o
di una qualunque altra città é possibile riaggregare
momenti di un abitare affettivo, un posto in cui è
possibile depositare le proprie cose e che può consentire,
come a volte consente, piccoli radicamenti. Su questi,
spesso minimizzati, elementi di quotidianità soggettiva si
fonda la possibilità per il singolo di riprogettare una
propria storia e di vivere in modo meno alienante la
relazione con gli altri.
Tanto
più residuali sono le possibilità di autonomia e di
riacquisizione di uno spazio personale, tanto più definito
e contenuto deve essere lo spazio in cui ridepositare e
conservare le proiezioni del proprio sé (6). Pensare la
comunità come un luogo vasto o la territorialità in
termini indefiniti, dove non sono collocati riferimenti
affettivi certi, significa far scontrare le fragilità dei
pazienti con la rigidità e con la violenza intrinseca di
ogni istituzione reificata dall'uomo (7). La pretesa che la
città si modifichi in funzione delle esigenze degli ultimi
o che questi ultimi si integrino in una realtà, che data la
sua fondazione a millenni, può essere immaginata più da
uno stratega militare che non da un urbanista che ne voglia
rimodellare gli spazi, ovvero da uno psichiatra illuminato
che, nuovo Pinel, ne voglia rifondare il valore. Partendo
dalla necessità di concepire e di realizzare un luogo
intermedio in cui avvenga un incontro reale nella
quotidianità del vivere e condividere uno spazio tra
persone con esigenze affettive diverse che superi la
divaricazione insanabile tra persone che non possiedono un
luogo interno, ma tanti luoghi diversi e frammentati, e la
Nuova Città tentacolare senza piazze e senza luoghi in cui
si possano riunire le persone di differenti ceti e posizioni
sociali, si é cercato di strutturare un luogo in cui, oltre
alla possibilità del reale incontro affettivo, si ponga il
problema di una tutela del soggetto povero di potere, con la
possibilità di una "rinegoziazione" della propria
appartenenza e soggettività senza il ricatto
dell'esclusione e della non più appartenenza.
Da
queste premesse teoriche nasce il progetto di una comunità
terapeutica, Prà Ellera, in cui ci si é assunta la
responsabilità di costruire un luogo separato, ma
permeabile al rapporto con l'esterno.
A
questo scopo si sono fatte incontrare esperienze
professionali diverse; psichiatri, psicologi, architetti e
tecnici agrari che hanno pensato, configurato e realizzato
non un nuovo setting in cui strutturare strategie
riabilitative da utilizzare poi in un "altrove",
ma uno spazio di vita vera e propria in cui far incontrare
operatori e ospiti nella quotidianità del vivere.
Il
contesto generale é basato sull'agricoltura che agevola una
ricollocazione del paziente nello schema spazio-tempo e
contestualmente permette una riqualificazione del timing istituzionale
attraverso l'utilizzazione dell'osservazione e del rispetto
partecipato ai cicli produttivi stagionali, connaturati
all'attività agricola stessa.
Alla
collocazione in ambiente naturale dell'attività fa da
riscontro l'articolazione della struttura architettonica in
contenitori concentrici - la stanza, l'appartamento, la
comunità - che hanno come cuore l'unità abitativa che,
oltre a essere il modulo costruttivo, costituisce il gruppo
di riferimento primario dei pazienti e nel contempo la
struttura funzionale autonoma degli operatori. L'unità
abitativa é costituita da otto pazienti che convivono in un
appartamento, composto da cucina, soggiorno e camere da
letto. Ogni unità é affidata a tre educatori che si fanno
carico insieme al gruppo dei pazienti dell'organizzazione e
della gestione della quotidianità, costruendo con i
pazienti stessi le norme di base che la caratterizzano. Ogni
unità si avvale della disponibilità di uno psichiatra di
riferimento che presiede alla formulazione dei progetti
clinico-terapeutici di ciascun paziente attraverso i
colloqui individuali, gli incontri col gruppo degli
educatori e con l'assemblea di unità. Il gruppo degli
educatori dell'unità si incontra una volta la settimana con
uno psicologo di riferimento; le riunioni hanno lo scopo di
analizzare le dinamiche controtransferali determinate dal
lavoro quotidiano coi pazienti.
La
strutturazione che la comunità si é data tende a
valorizzare la centralità e l'autonomia delle singole unità,
intese come gruppo, nucleo affettivo primario, imperniato
sulla lettura analitica delle relazioni interne al gruppo
stesso, complementare e, per certi aspetti, sostitutivo
della famiglia d'origine. L'articolazione della comunità
come un tutto é demandata a funzioni esterne quali
l'attività agricola, le attività comuni, discusse anche
nell'assemblea generale dei pazienti (gite, animazione,
sport, ecc.) e un gruppo di psicoterapia transunità che
viene utilizzato per un numero più limitato e selezionato
di pazienti. Il livello di lavoro istituzionale della
comunità si svolge nell'articolazione delle varie riunioni
dello staff e del gruppo degli educatori.
Il
nucleo forte del progetto di Prà Ellera non può essere
riduttivamente ricondotto nei termini della riabilitazione
psichiatrica, che spesso si nobilita narcisisticamente
paventando ed esorcizzando a un tempo i fantasmi
custodialistici, negoziando la presa in carico in cambio di
una riparazione fantasticata per un mondo di là da venire.
Il
modello di Prà Ellera é più vicino a quello di una
famiglia affidataria che si assume tutti i rischi affettivi
e metodologici di una presa in carico complessiva dei
bisogni e degli aspetti di dipendenza e di autonomia che
strutturano la possibilità di pensare un "fuori"
e un "dentro" per il paziente, quando lui e gli
operatori che si occupano di lui saranno capaci
d'immaginarlo.
La
metafora dell'affido (8) é congruente con le coordinate
affettive istituzionali che la relazione con lo psicotico
impone. Gli operatori di Prà Ellera, allontanandosi da una
metaforica stretta che da una parte vede la Scilla
dell'ideologia terapeutica con la sua fantasia che la cura
"risolva i conflitti definitivamente" e dall'altra
vede la Cariddi dell'ideologia riabilitativa che
"fornisce una norma-sostegno che si inscrive
definitivamente nel corpo del soggetto" (9),
nell'illusione che una protesi possa divenire magicamente
una parte definitiva del corpo, intendono prendere in carico
per il tempo necessario questi non più alieni ma
"profughi del mondo" ben consci della rotta
precaria in cui navigano, fin dall'inizio consapevoli, in
quanto temporanei tutori affidatari, di non volere né
potere, come il paziente e la società collusivamente
vorrebbero, risolvere tutti i problemi e per sempre.
Note
e riferimenti bibliografici
1.
Di Leos Carax (Francia, 1991).
2.
Cfr. M. Augé, Non-luoghi, ed. it. Elèuthers, 1993.
3.
Si vide l’ambientazione in un mep-mall del film di
P. Mazursky, Storie d’amori e tradimenti, con W.
Allen (USA, 1990).
4.
Si veda il libro collettivo Attraversamenti, a cura
di P. Desideri e M. Ilardi, Costa & Nolan, 1997.
5.
Si veda, però, Ilo Rossi, "Esperienze e riflessioni
per il trattamento semiresidenziale", in La lezione
delle comunità terapeutiche, a cura di Ferrari Merini,
Clueb, 1987.
6.
E’ forse ancora utile ricordare emblematicamente le
coordinate spazio-temporali del film di Carax: il
"ponte", luogo dell’attraversamento normale
impedito ai percorsi della città e il "cantiere",
luogo della trasformazione in un terreno vago, in un detrito
provvisorio del vietato l’accesso, che diventa camera
obletta di questi vagabondi, una piccola area interstiziale,
primo luogo, premessa di ogni ulteriore intermedietà, di
una nuova area potenziale di riattraversamento. Qui,
nell’interstizio, siamo portati a rivivere tutti i
fantasmi della cecità, del cinismo, della disperazione
della guarigione, della claustrofobia, della reciproca
osservazione e del riconoscimento.
7.
Cfr. il concetto di "spazio antropologico", Augè,
op. cit., pag. 43 e sgg.
8.
A prima vista, per tutte le sue connotazioni e
riverberazioni affettive, il termine sembra porre più
problemi di quanti ne possa risolvere. Noi pensiamo invece
che tale termine, al pari di quello qui proposto di "residenzialità",
grazie a una lenta e faticosa riconsiderazione (possibile
solo alla luce di una rigorosa prassi clinica), riattraversi
le questioni e gli equivoci dell’affido familiare e
dell’affido educativo, la complessa questione degli
aspetti "neo-professionali" della presa in carico
psichiatrica come le implicazioni sociali e giuridiche della
tutela dei soggetti svantaggiati e il problema generale
della "nuova cittadinanza". In tali contesti
allargati pensiamo altresì che, all’opposto di una delega
custodialistica, l’esperienza comunitaria porti a una
nuova e continua riconsiderazione del rapporto tra delega
sociale, psichiatria ed "eterotopia", a una
rifondazione antropologica delle questioni proiettate nella
psichiatria, ovvero corrisponda a una posizione meno
ideologica rispetto al problema di ogni
"istituzione" (sia questa piccola quanto un
alloggio protetto o una famiglia). Da questo punto di vista
ci appare del tutto necessaria una valutazione nuova dei
processi di
de-istituzionalizzazione/re-istituzionalizzazione dei
percorsi psichiatrici. In tale nuovo contesto pensiamo che
anche l’affido post-istituzionale (v. esperienze
delle famiglie affidatarie in Francia o dei nuovi tentativi
di "affidi psichiatrici" in varie realtà
italiane, delle cooperative di volontariato sociale che
gestiscono "case-famiglia"), al di là
dell’esorcismo critico e delle soluzioni di parte, trovi
un utile confronto con le nostre esperienze che sorgono dai
problemi generali posti dai quesiti antropologici
fondamentali del "costruire",
dell’"abitare", del confrontarsi con
"l’altro".
9.
Pazzagli - Rossi, Schizofrenia: cronicità o bisogno
inappagabile, Pensiero Scientifico Ed., 1991
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