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Anno I

Numero IV

Novembre - Dicembre 1997

 

Appunti su un’esperienza residenziale
preliminare al reinserimento sociale dello psicotico

 

Adolfo Francia

Professore Ass. di Criminologia e Difesa sociale - Università di Pavia, sede di Varese.
Responsabile sanitario della Residenza Protetta "Prà Ellera" di Cairo Montenotte

 

 

Luciano Moro

 

Psicologo, Psicoterapeuta. Coordinatore delle attività
psicologiche della Residenza Protetta "Prà Ellera" di Cairo Montenotte

 

La residenzialità psichiatrica é vista ancor oggi come un cattivo fantasma, una idea di coercizione e di violenza della collettività sul singolo.
Nel film Gli amanti del Pont-Neuf (1) si assiste alla rappresentazione drammatica di una situazione paradossale in cui due diseredati si incontrano e si amano in un punto critico della città di Parigi: il cantiere del restauro del Pont-Neuf. Il momento di disperazione e di ritorno alla solitudine viene rappresentato nella sequenza in cui il protagonista maschile ubriaco ritenta l'attraversamento notturno della città e un autobus, predisposto a tale scopo, lo prende a bordo per riportarlo a Nanterre dove verrà nuovamente inserito nel circuito psichiatrico.


Questa storia esemplare permette alcune considerazioni circa l'idealizzazione con cui certa cultura psichiatrica ha investito la città, intesa come luogo di aggregazione e di stimolo alla crescita individuale, una civitas in cui trionfa il diritto, in cui si incontrano liberamente uomini e idee, in cui trova spazio ogni diversità. Tale visione comporta necessariamente la negazione degli aspetti di alienazione e di aggressività che vengono spostati da un "dentro" idealizzato a un "fuori" - dal diritto di cittadinanza e di appartenenza - circoscritto e demonizzato nel manicomio, inteso come luogo di reclusione e di morte di ogni aspettativa civile.

Fuor di metafora, molte esperienze di reinserimento sul territorio di ex degenti dell'O. P. sono stati tentati attraverso la mediazione, il filtro dell'utopia di una rieducazione normativa e di una seduzione della vita normale tout court, vissuta come conquista di cittadinanza e di diritti; un tentativo di riacculturare persone che non possiedono alcun luogo dentro di sé, ma che sono costrette ad accettare la realtà di un qualsiasi posto pur di essere contenuti e integrati.

Il cinema d'essay, la piscina, il circolo ricreativo diventano i nuovi snodi attraverso cui accostare la persona alla cultura rinascimental-utopistica della nuova città. In realtà, spesso, il percorso, fantasticato nell'immaginario di questi psichiatri come una marcia trionfale verso la normalità, si manifesta invece come un girovagare di pazienti tra le sale d'aspetto delle stazioni di un itinerario in cui gli "altri" vivono, mangiano, dormono, si divertono e prendono il treno, mentre loro non possono che aspettare quel fantomatico autobus che li riporterà inevitabilmente nella loro Nanterre, rappresentata quasi sempre dalla corsia dell'S.P.D.C. o, nella migliore delle ipotesi, dalle accoglienti braccia dell'ambulatorio territoriale, piccolo presidio affettivo nel deserto della atonia del loro esistere (2).

La città, vista con gli occhi dei disperati, al di fuori dell’utopia assume la connotazione depressiva di una realtà complessa e multiforme fatta di palazzi patrizi e di liquami, di ristoranti e teatri, ma anche di postriboli e di luoghi dove i drogati acquistano la loro morte.

Psichiatri ben adattati possono comodamente usufruirne a pieno tra congressi, mostre e supervisioni, momenti teatrali di una rappresentazione ipomaniacale dell'ideologia della città (3). Quando tale rete simbolica di rapporti e di modelli di vita cittadina viene acriticamente trasposta e vista come stimolante, al di là del ruolo del malato, si perde di vista la proporzione e il senso della realtà e viene negato il vuoto senso delle periferie urbane o dei fatiscenti centri storici da cui la maggior parte dei pazienti sono stati espulsi (4). Un’attenta disamina della ricerca - in realtà ben poca ricerca si é fatta in questo settore - rivelerebbe come certi tentativi di reinserimento nelle città di origine abbiano sortito l'effetto di accentuare l'isolamento sociale (5). Una rete caratterizzata da maggior umanità e simpatia si potrà ritrovare nei piccoli paesi dove al paziente reinserito sarà riservato il ruolo, meno alienante, ma riconosciuto di "matto".

Queste considerazioni ci inducono a pensare che la città, il villaggio e il microcosmo manicomiale siano impastati con lo stesso materiale, facciano parte di uno stesso progetto urbanistico, costruitosi, per certi aspetti, in modo quasi inconsapevole. Più che sul modello dello scambio, del souk o del mercato medievale, la concretizzazione delle nostre città é stata affidata ai modelli di controllo sociale e ha costruito luoghi di reclusione del diverso in funzione di un altrettanto utopistico recupero di umanità attraverso il taglio, l'isolamento di una parte del suo corpo. A volte, però, al di là dei paludamenti dell'ideologia, anche nella piccola, e per noi membri integrati della città, disperante pensioncina di Torino o di una qualunque altra città é possibile riaggregare momenti di un abitare affettivo, un posto in cui è possibile depositare le proprie cose e che può consentire, come a volte consente, piccoli radicamenti. Su questi, spesso minimizzati, elementi di quotidianità soggettiva si fonda la possibilità per il singolo di riprogettare una propria storia e di vivere in modo meno alienante la relazione con gli altri.

Tanto più residuali sono le possibilità di autonomia e di riacquisizione di uno spazio personale, tanto più definito e contenuto deve essere lo spazio in cui ridepositare e conservare le proiezioni del proprio sé (6). Pensare la comunità come un luogo vasto o la territorialità in termini indefiniti, dove non sono collocati riferimenti affettivi certi, significa far scontrare le fragilità dei pazienti con la rigidità e con la violenza intrinseca di ogni istituzione reificata dall'uomo (7). La pretesa che la città si modifichi in funzione delle esigenze degli ultimi o che questi ultimi si integrino in una realtà, che data la sua fondazione a millenni, può essere immaginata più da uno stratega militare che non da un urbanista che ne voglia rimodellare gli spazi, ovvero da uno psichiatra illuminato che, nuovo Pinel, ne voglia rifondare il valore. Partendo dalla necessità di concepire e di realizzare un luogo intermedio in cui avvenga un incontro reale nella quotidianità del vivere e condividere uno spazio tra persone con esigenze affettive diverse che superi la divaricazione insanabile tra persone che non possiedono un luogo interno, ma tanti luoghi diversi e frammentati, e la Nuova Città tentacolare senza piazze e senza luoghi in cui si possano riunire le persone di differenti ceti e posizioni sociali, si é cercato di strutturare un luogo in cui, oltre alla possibilità del reale incontro affettivo, si ponga il problema di una tutela del soggetto povero di potere, con la possibilità di una "rinegoziazione" della propria appartenenza e soggettività senza il ricatto dell'esclusione e della non più appartenenza.

Da queste premesse teoriche nasce il progetto di una comunità terapeutica, Prà Ellera, in cui ci si é assunta la responsabilità di costruire un luogo separato, ma permeabile al rapporto con l'esterno.

A questo scopo si sono fatte incontrare esperienze professionali diverse; psichiatri, psicologi, architetti e tecnici agrari che hanno pensato, configurato e realizzato non un nuovo setting in cui strutturare strategie riabilitative da utilizzare poi in un "altrove", ma uno spazio di vita vera e propria in cui far incontrare operatori e ospiti nella quotidianità del vivere.

Il contesto generale é basato sull'agricoltura che agevola una ricollocazione del paziente nello schema spazio-tempo e contestualmente permette una riqualificazione del timing istituzionale attraverso l'utilizzazione dell'osservazione e del rispetto partecipato ai cicli produttivi stagionali, connaturati all'attività agricola stessa.

Alla collocazione in ambiente naturale dell'attività fa da riscontro l'articolazione della struttura architettonica in contenitori concentrici - la stanza, l'appartamento, la comunità - che hanno come cuore l'unità abitativa che, oltre a essere il modulo costruttivo, costituisce il gruppo di riferimento primario dei pazienti e nel contempo la struttura funzionale autonoma degli operatori. L'unità abitativa é costituita da otto pazienti che convivono in un appartamento, composto da cucina, soggiorno e camere da letto. Ogni unità é affidata a tre educatori che si fanno carico insieme al gruppo dei pazienti dell'organizzazione e della gestione della quotidianità, costruendo con i pazienti stessi le norme di base che la caratterizzano. Ogni unità si avvale della disponibilità di uno psichiatra di riferimento che presiede alla formulazione dei progetti clinico-terapeutici di ciascun paziente attraverso i colloqui individuali, gli incontri col gruppo degli educatori e con l'assemblea di unità. Il gruppo degli educatori dell'unità si incontra una volta la settimana con uno psicologo di riferimento; le riunioni hanno lo scopo di analizzare le dinamiche controtransferali determinate dal lavoro quotidiano coi pazienti.

La strutturazione che la comunità si é data tende a valorizzare la centralità e l'autonomia delle singole unità, intese come gruppo, nucleo affettivo primario, imperniato sulla lettura analitica delle relazioni interne al gruppo stesso, complementare e, per certi aspetti, sostitutivo della famiglia d'origine. L'articolazione della comunità come un tutto é demandata a funzioni esterne quali l'attività agricola, le attività comuni, discusse anche nell'assemblea generale dei pazienti (gite, animazione, sport, ecc.) e un gruppo di psicoterapia transunità che viene utilizzato per un numero più limitato e selezionato di pazienti. Il livello di lavoro istituzionale della comunità si svolge nell'articolazione delle varie riunioni dello staff e del gruppo degli educatori.

Il nucleo forte del progetto di Prà Ellera non può essere riduttivamente ricondotto nei termini della riabilitazione psichiatrica, che spesso si nobilita narcisisticamente paventando ed esorcizzando a un tempo i fantasmi custodialistici, negoziando la presa in carico in cambio di una riparazione fantasticata per un mondo di là da venire.

Il modello di Prà Ellera é più vicino a quello di una famiglia affidataria che si assume tutti i rischi affettivi e metodologici di una presa in carico complessiva dei bisogni e degli aspetti di dipendenza e di autonomia che strutturano la possibilità di pensare un "fuori" e un "dentro" per il paziente, quando lui e gli operatori che si occupano di lui saranno capaci d'immaginarlo.

La metafora dell'affido (8) é congruente con le coordinate affettive istituzionali che la relazione con lo psicotico impone. Gli operatori di Prà Ellera, allontanandosi da una metaforica stretta che da una parte vede la Scilla dell'ideologia terapeutica con la sua fantasia che la cura "risolva i conflitti definitivamente" e dall'altra vede la Cariddi dell'ideologia riabilitativa che "fornisce una norma-sostegno che si inscrive definitivamente nel corpo del soggetto" (9), nell'illusione che una protesi possa divenire magicamente una parte definitiva del corpo, intendono prendere in carico per il tempo necessario questi non più alieni ma "profughi del mondo" ben consci della rotta precaria in cui navigano, fin dall'inizio consapevoli, in quanto temporanei tutori affidatari, di non volere né potere, come il paziente e la società collusivamente vorrebbero, risolvere tutti i problemi e per sempre.

 

 

 

Note e riferimenti bibliografici

 

1. Di Leos Carax (Francia, 1991).

2. Cfr. M. Augé, Non-luoghi, ed. it. Elèuthers, 1993.

3. Si vide l’ambientazione in un mep-mall del film di P. Mazursky, Storie d’amori e tradimenti, con W. Allen (USA, 1990).

4. Si veda il libro collettivo Attraversamenti, a cura di P. Desideri e M. Ilardi, Costa & Nolan, 1997.

5. Si veda, però, Ilo Rossi, "Esperienze e riflessioni per il trattamento semiresidenziale", in La lezione delle comunità terapeutiche, a cura di Ferrari Merini, Clueb, 1987.

6. E’ forse ancora utile ricordare emblematicamente le coordinate spazio-temporali del film di Carax: il "ponte", luogo dell’attraversamento normale impedito ai percorsi della città e il "cantiere", luogo della trasformazione in un terreno vago, in un detrito provvisorio del vietato l’accesso, che diventa camera obletta di questi vagabondi, una piccola area interstiziale, primo luogo, premessa di ogni ulteriore intermedietà, di una nuova area potenziale di riattraversamento. Qui, nell’interstizio, siamo portati a rivivere tutti i fantasmi della cecità, del cinismo, della disperazione della guarigione, della claustrofobia, della reciproca osservazione e del riconoscimento.

7. Cfr. il concetto di "spazio antropologico", Augè, op. cit., pag. 43 e sgg.

8. A prima vista, per tutte le sue connotazioni e riverberazioni affettive, il termine sembra porre più problemi di quanti ne possa risolvere. Noi pensiamo invece che tale termine, al pari di quello qui proposto di "residenzialità", grazie a una lenta e faticosa riconsiderazione (possibile solo alla luce di una rigorosa prassi clinica), riattraversi le questioni e gli equivoci dell’affido familiare e dell’affido educativo, la complessa questione degli aspetti "neo-professionali" della presa in carico psichiatrica come le implicazioni sociali e giuridiche della tutela dei soggetti svantaggiati e il problema generale della "nuova cittadinanza". In tali contesti allargati pensiamo altresì che, all’opposto di una delega custodialistica, l’esperienza comunitaria porti a una nuova e continua riconsiderazione del rapporto tra delega sociale, psichiatria ed "eterotopia", a una rifondazione antropologica delle questioni proiettate nella psichiatria, ovvero corrisponda a una posizione meno ideologica rispetto al problema di ogni "istituzione" (sia questa piccola quanto un alloggio protetto o una famiglia). Da questo punto di vista ci appare del tutto necessaria una valutazione nuova dei processi di de-istituzionalizzazione/re-istituzionalizzazione dei percorsi psichiatrici. In tale nuovo contesto pensiamo che anche l’affido post-istituzionale (v. esperienze delle famiglie affidatarie in Francia o dei nuovi tentativi di "affidi psichiatrici" in varie realtà italiane, delle cooperative di volontariato sociale che gestiscono "case-famiglia"), al di là dell’esorcismo critico e delle soluzioni di parte, trovi un utile confronto con le nostre esperienze che sorgono dai problemi generali posti dai quesiti antropologici fondamentali del "costruire", dell’"abitare", del confrontarsi con "l’altro".

9. Pazzagli - Rossi, Schizofrenia: cronicità o bisogno inappagabile, Pensiero Scientifico Ed., 1991