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Paolo
Aldo Rossi
Direttore
scientifico di Anthropos & Iatria
Non
condivido (anzi disapprovo) quello che dite, ma difenderò
fino alla morte il vostro diritto di dirlo.
Tale aforisma,
attribuito a Voltaire (se non altro perch’è nello stile
del grande polemista, che morì nel suo letto e di
vecchiaia, in un’epoca in cui non era del tutto difficile
morire per difendere le idee proprie ed altrui) è passato
all’uso comune, per ribadire quanto noi, gente civile,
siamo diventati tolleranti, generosi, indulgenti. "La
tolleranza - scriveva giustamente Goethe - dovrebbe essere
una fase transitoria. Deve portare al rispetto. Tollerare è
offendere". In un’epoca come la nostra in cui tutto
è spettacolo, il diritto degli altri ad esprimere una
opinione, qualunque essa sia, va salvaguardato, non per
rispetto ma per astuzia, in modo che il mio sarcasmo e la
mia ironia, con cui metto l’avversario, alle corde pongano
in luce da un lato la mia intelligente pazienza e
dall’altro l’altrui becera stupidità.
I tanti
"talk show" televisivi sono costruiti appunto così:
una, o più, vittime che non sanno ancora di esserlo, un
sicario che fa in modo che queste si facciano male con le
loro stesse mani, un conduttore che fa da
"imparziale" arbitro, ma che mai deve lasciar
cadere la polemica (l’accanirsi e l’incalzare del
carnefice) e milioni di persone a casa a tifare per questa
volgare competizione. Il segreto del conduttore è di
essere, o rendersi, stupido e impaziente quanto i suoi
ascoltatori, in modo che questi credano di essere
intelligenti e tolleranti come lui. Tutto questo può essere
fatto per lo sport, la politica, lo spettacolo ... ma mai
per la scienza.
Oggi a
dissertare di medicina in televisione non sono dei
"medici di campo", impegnati a discutere sul serio
con altri medici ricercatori del valore di una indagine o di
uno studio, ma sono dei politici, degli amministratori,
degli avvocati, dei dirigenti o dei gestori di Enti o
Ospedali ... che si fanno aiutare da alcuni sicofanti di
mestiere o da giornalisti leccapiedi. E dall’altra parte
una infinità di ciarlatani (rigorosamente non medici) che
riempiono le librerie di ciarpame su immaginifiche cure e
che alla fine avranno ottenuto quel che volevano: farsi
conoscere.
Il caso Luigi
Di Bella, al contrario, è illuminante: un uomo che da
sessanta anni professa la medicina, che ha fatto la ricerca
a proprie spese, che cura da sempre centinaia di malati e
che potrebbe essere in errore (ma non volontario), più che
ottuagenario, viene attaccato da un ministro della Sanità
che chiama in causa la "scienza medica" di cui
esso non fa parte; da un parlamento che gli nega la
sperimentazione del suo farmaco "antitumorale",
impedendosi così di sapere se sia di qualche validità
scientifica, e principalmente pratica, in quanto - si dice
senza alcuna prova - "si presta a diffondere illusorie
speranze in terapie giocando sulla disperazione di persone
gravemente ammalate"; irriso e vilipeso da
"professori" che già fecero parte del ministero
De Lorenzo, da inquisitori che passano, paranoicamente, il
loro tempo in televisione alla ricerca di eventuali nemici,
da "studiosi" che non parlano con chi non fa parte
del pool delle industrie farmaceutiche e non scrive su
Lancet o su Nature ... e da altri ancora che in nome di una
"scienza ufficiale", fatta di protocolli e di
carte bollate, vieterebbero anche i viaggi a Lourdes.
Ma allora
"il difendere sino alla morte il vostro diritto di
dirlo" può darsi che valga ancora come un diritto di
essere ascoltati, anche se non capiti e condivisi.
Coloro che
scrivono su questa Rivista, devono sapersi difendere ed
ottenere il rispetto per la consistenza e il valore di
quello che dicono e non perché appartengono a questa o
quella scuola, a questa o quella disciplina. Se non lo
faranno, o non lo possono fare, non avranno mai la nostra
intesa, comprensione, collaborazione.
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