Associazione

    

Rivista online

    

 

    

 

 

 

Anno I

Numero IV

Novembre - Dicembre 1997

 

Paolo Aldo Rossi

 

Direttore scientifico di Anthropos & Iatria

 

 

Non condivido (anzi disapprovo) quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo.

Tale aforisma, attribuito a Voltaire (se non altro perch’è nello stile del grande polemista, che morì nel suo letto e di vecchiaia, in un’epoca in cui non era del tutto difficile morire per difendere le idee proprie ed altrui) è passato all’uso comune, per ribadire quanto noi, gente civile, siamo diventati tolleranti, generosi, indulgenti. "La tolleranza - scriveva giustamente Goethe - dovrebbe essere una fase transitoria. Deve portare al rispetto. Tollerare è offendere". In un’epoca come la nostra in cui tutto è spettacolo, il diritto degli altri ad esprimere una opinione, qualunque essa sia, va salvaguardato, non per rispetto ma per astuzia, in modo che il mio sarcasmo e la mia ironia, con cui metto l’avversario, alle corde pongano in luce da un lato la mia intelligente pazienza e dall’altro l’altrui becera stupidità.

I tanti "talk show" televisivi sono costruiti appunto così: una, o più, vittime che non sanno ancora di esserlo, un sicario che fa in modo che queste si facciano male con le loro stesse mani, un conduttore che fa da "imparziale" arbitro, ma che mai deve lasciar cadere la polemica (l’accanirsi e l’incalzare del carnefice) e milioni di persone a casa a tifare per questa volgare competizione. Il segreto del conduttore è di essere, o rendersi, stupido e impaziente quanto i suoi ascoltatori, in modo che questi credano di essere intelligenti e tolleranti come lui. Tutto questo può essere fatto per lo sport, la politica, lo spettacolo ... ma mai per la scienza.

Oggi a dissertare di medicina in televisione non sono dei "medici di campo", impegnati a discutere sul serio con altri medici ricercatori del valore di una indagine o di uno studio, ma sono dei politici, degli amministratori, degli avvocati, dei dirigenti o dei gestori di Enti o Ospedali ... che si fanno aiutare da alcuni sicofanti di mestiere o da giornalisti leccapiedi. E dall’altra parte una infinità di ciarlatani (rigorosamente non medici) che riempiono le librerie di ciarpame su immaginifiche cure e che alla fine avranno ottenuto quel che volevano: farsi conoscere.

Il caso Luigi Di Bella, al contrario, è illuminante: un uomo che da sessanta anni professa la medicina, che ha fatto la ricerca a proprie spese, che cura da sempre centinaia di malati e che potrebbe essere in errore (ma non volontario), più che ottuagenario, viene attaccato da un ministro della Sanità che chiama in causa la "scienza medica" di cui esso non fa parte; da un parlamento che gli nega la sperimentazione del suo farmaco "antitumorale", impedendosi così di sapere se sia di qualche validità scientifica, e principalmente pratica, in quanto - si dice senza alcuna prova - "si presta a diffondere illusorie speranze in terapie giocando sulla disperazione di persone gravemente ammalate"; irriso e vilipeso da "professori" che già fecero parte del ministero De Lorenzo, da inquisitori che passano, paranoicamente, il loro tempo in televisione alla ricerca di eventuali nemici, da "studiosi" che non parlano con chi non fa parte del pool delle industrie farmaceutiche e non scrive su Lancet o su Nature ... e da altri ancora che in nome di una "scienza ufficiale", fatta di protocolli e di carte bollate, vieterebbero anche i viaggi a Lourdes.

Ma allora "il difendere sino alla morte il vostro diritto di dirlo" può darsi che valga ancora come un diritto di essere ascoltati, anche se non capiti e condivisi.

Coloro che scrivono su questa Rivista, devono sapersi difendere ed ottenere il rispetto per la consistenza e il valore di quello che dicono e non perché appartengono a questa o quella scuola, a questa o quella disciplina. Se non lo faranno, o non lo possono fare, non avranno mai la nostra intesa, comprensione, collaborazione.