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Anno I

Numero III

Settembre -Ottobre 1997

 

Paolo Aldo Rossi

 

Direttore scientifico di Anthropos & Iatria

 

 

Si credeva che Apollo, dio della medicina, fosse anche quello che mandava
le malattie. In origine i due mestieri ne formavano uno solo, è ancora così.
J. Swift - Pensieri su vari argomenti

 

"Primum non nocere" è una formula scongiuratoria della sempre presente possibilità dell’insorgere di patologie iatrogene; e la grande stampa la riprende perché trova sensazionale (fra il fascino e il raccapriccio) il fatto di un medico che invece di guarire provoca la malattia, non per imperizia o per incuria, ma per il prezzo pagato per l’efficacia della scienza medica; il pompiere-piromane, il poliziotto-criminale, il direttore del manicomio-matto da legare sono figure da commedia dell’arte o da avanspettacolo, fanno ridere,sono esilaranti, divertenti, buffe, mentre la iatrogenesi (il termine greco ne è sintomatico) non solo non provoca allegria, ma da adito a preoccupanti e severi pensieri catartici. La nocività, essendo un risvolto del potere, della sua errata utilizzazione in quanto tale, non è mai comica, a volte è faceta o arguta, mai ridicola. "Morì morsicato - dice Karl Kraus - dal serpente di Eusculapio" a riprova del fatto che l’agghiacciante e tremendo ofide così come può rendere la vita, nello stesso tempo può procurare la morte, ma ciò non dipende quasi mai da una volontà precisa.

E Miguel de Unamuno rincara: "I medici si agitano in questo dilemma: o lasciar morire l’ammalato per timore di ucciderlo o ucciderlo per timore che muoia". Di fronte alla morte si staglia il paradosso, un fenomeno che si sviluppa in modo contrario alle aspettative, e quando diciamo che l’ora della morte è incerta diciamo che è situata in uno spazio indefinito, indeterminato e lontano, non certo un qualcosa di fermo, sicuro ed evidente per me. Tutti conoscono il sillogismo: "Tutti gli uomini sono mortali, Socrate è uomo, Socrate è mortale", ma è la conclusione che fa difetto, perché io non sono un uomo normale, solito, abituale, per cui "Tutti gli uomini sono mortali ... forse anch’io".

La saggezza, l’equilibrio, il giudizio, la prudenza si dissolvono, quando incontrano il potere: "non omnes possumus omnia" (non tutti possiamo tutto), ma chiaramente alcuni si e il costo da pagare è una nocività dannosa per tutti coloro che hanno a che vedere con l’esercizio del potere, sia che lo pratichino che lo subiscono.

Noi siamo abituati a vedere la malattia come una singolare e particolare circostanza clinica differenziabile e discriminale da altre affine contingenze ed evenienze che le assomigliano, ma non sono il ricavo della rigida e nitida classificazione che fa del malato una illustrazione del morbo e del medico un osservatore preciso, accurato, appropriato ed esatto. E’ anche vero che il medico si trova sempre a ripetere l’antico detto: "non esistono le malattie, ma solo i malati" confermando qui l’esperienza dell’irripetibilità, della peculiarità, della unicità, della singolarità di ogni malato che, in quanto tale fa della propria malattia un caso unico e ineffabile.

L’uomo che soffre ed è preso dal male istituisce una stretta alleanza con il suo guaritore e tale investimento affettivo si chiama "simpatia", qui assunta nel senso originario di "patire insieme". Da ciò ne deriva, da un lato, una consapevole partecipazione del paziente all’atto e al gesto medico e, dall’altro una diversa formazione professionale, non più classificatoria e illustratoria, ma dialogica, dove il punto di contatto sta nel saper esprimere-estrinsecare ed esaminare - analizzare un sintomo.

"Ostinarsi - scrive J-Claude Lachaud - a cacciare via il sintomo - e poi inevitabilmente il malato - a furia di medicine e di bisturi? Forse sarebbe sufficiente ascoltarli anziché farli tacere, poiché ecco qui l’uso sbagliato e iatrogeno della nostra nostra potenza terapeutica".