|
Paolo
Aldo Rossi
Direttore
scientifico di Anthropos & Iatria
Si credeva
che Apollo, dio della medicina, fosse anche quello che
mandava
le malattie. In origine i due mestieri ne formavano uno
solo, è ancora così.
J. Swift - Pensieri su vari argomenti
"Primum
non nocere" è una formula scongiuratoria della sempre
presente possibilità dell’insorgere di patologie
iatrogene; e la grande stampa la riprende perché trova
sensazionale (fra il fascino e il raccapriccio) il fatto di
un medico che invece di guarire provoca la malattia, non per
imperizia o per incuria, ma per il prezzo pagato per
l’efficacia della scienza medica; il pompiere-piromane, il
poliziotto-criminale, il direttore del manicomio-matto da
legare sono figure da commedia dell’arte o da
avanspettacolo, fanno ridere,sono esilaranti, divertenti,
buffe, mentre la iatrogenesi (il termine greco ne è
sintomatico) non solo non provoca allegria, ma da adito a
preoccupanti e severi pensieri catartici. La nocività,
essendo un risvolto del potere, della sua errata
utilizzazione in quanto tale, non è mai comica, a volte è
faceta o arguta, mai ridicola. "Morì morsicato - dice
Karl Kraus - dal serpente di Eusculapio" a riprova del
fatto che l’agghiacciante e tremendo ofide così come può
rendere la vita, nello stesso tempo può procurare la morte,
ma ciò non dipende quasi mai da una volontà precisa.
E
Miguel de Unamuno rincara: "I medici si agitano in
questo dilemma: o lasciar morire l’ammalato per timore di
ucciderlo o ucciderlo per timore che muoia". Di fronte
alla morte si staglia il paradosso, un fenomeno che si
sviluppa in modo contrario alle aspettative, e quando
diciamo che l’ora della morte è incerta diciamo che è
situata in uno spazio indefinito, indeterminato e lontano,
non certo un qualcosa di fermo, sicuro ed evidente per me.
Tutti conoscono il sillogismo: "Tutti gli uomini sono
mortali, Socrate è uomo, Socrate è mortale", ma è la
conclusione che fa difetto, perché io non sono un uomo
normale, solito, abituale, per cui "Tutti gli uomini
sono mortali ... forse anch’io".
La
saggezza, l’equilibrio, il giudizio, la prudenza si
dissolvono, quando incontrano il potere: "non omnes
possumus omnia" (non tutti possiamo tutto), ma
chiaramente alcuni si e il costo da pagare è una nocività
dannosa per tutti coloro che hanno a che vedere con
l’esercizio del potere, sia che lo pratichino che lo
subiscono.
Noi
siamo abituati a vedere la malattia come una singolare e
particolare circostanza clinica differenziabile e
discriminale da altre affine contingenze ed evenienze che le
assomigliano, ma non sono il ricavo della rigida e nitida
classificazione che fa del malato una illustrazione del
morbo e del medico un osservatore preciso, accurato,
appropriato ed esatto. E’ anche vero che il medico si
trova sempre a ripetere l’antico detto: "non esistono
le malattie, ma solo i malati" confermando qui
l’esperienza dell’irripetibilità, della peculiarità,
della unicità, della singolarità di ogni malato che, in
quanto tale fa della propria malattia un caso unico e
ineffabile.
L’uomo
che soffre ed è preso dal male istituisce una stretta
alleanza con il suo guaritore e tale investimento affettivo
si chiama "simpatia", qui assunta nel senso
originario di "patire insieme". Da ciò ne deriva,
da un lato, una consapevole partecipazione del paziente
all’atto e al gesto medico e, dall’altro una diversa
formazione professionale, non più classificatoria e
illustratoria, ma dialogica, dove il punto di contatto sta
nel saper esprimere-estrinsecare ed esaminare - analizzare
un sintomo.
"Ostinarsi
- scrive J-Claude Lachaud - a cacciare via il sintomo - e
poi inevitabilmente il malato - a furia di medicine e di
bisturi? Forse sarebbe sufficiente ascoltarli anziché farli
tacere, poiché ecco qui l’uso sbagliato e iatrogeno della
nostra nostra potenza terapeutica".
|

|